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onfessione auricolare e di sopprimere la circoncisione. Falliti però i suoi tentativi, passò dai melkiti. L'epoca della dominazione dei Mamelucchi (dalla metà del sec. xiri fino all'inizio del sec. xvı) fu molto dura per la Chiesa copta; cosi anche lo fu più tardi quella dei Turchi ottomani, specialmente per la cupidigia dei pascià. Ciò spiega perché la comunità copta si riducesse sempre più, fino a raggiungere nel principio del sec. xix il punto più basso: ca. 100.000 fedeli. Finalmente il governo di Muhammad 'Alī (1805-49) portò ai c. tempi migliori e libertà religiosa. Nel sec. xix il numero dei c. aumentò considerevolmente, anche per l'aumento della popolazione. Oggi sono ca. 900.000 fedeli. Per la situazione attuale è caratteristica anzitutto la forte discrepanza fra i laici progrediti e l'alto clero conservatore ad oltranza. La divergenza cominciò verso la fine del secolo scorso, quando nel 1874 i laici fondarono una associazione per la riforma della Chiesa, domandando di partecipare alla direzione delle scuole, all'amministrazione dei beni e all'elezione dei dignitari ecclesiastici. Fu formato un "Consiglio laico " per sostenere questo programma. Il patriarca Cirillo V (1874-1927) vi si oppose recisamente. Il «Consiglio laico», appoggiato dal governo, dichiarò nel 1892 sospeso il patriarca, il quale si ritirò in un monastero e lanciò l'interdetto contro la città del Cairo. Finalmente il patriarca, vincitore con il sostegno del popolo, ritornò in città (1893). Venne soppresso il "Consiglio laico", che soltanto nel 1922 risorse a nuova vita. In occasione dell'elezione di un nuovo patriarca nel 1928 il governo si immischiò, nominando semplicemente più della metà degli elettori. Le difficoltà continuano tuttora.

L'organizzazione interna della Chiesa copta è assai differente da quella delle Chiese "ortodosse". Il patriarca governa la Chiesa secondo un regime propriamente monarchico, assistito da un consiglio di 4 vescovi eletti da lui. Esistono attualmente 18 diocesi nella Chiesa copta. Ca. 1000 sacerdoti esercitano le loro funzioni in 600 chiese. Il clero in massima parte è privo di formazione scientifica, benché esista un seminario nel Cairo, purtroppo fortemente influenzato dai protestanti. Anche generalmente parlando, su tutta la Chiesa copta si fa sentire notevolmente un tale influsso. Il monachismo, un tempo tanto fiorente, è oggi, dopo 13 secoli di oppressione musulmana, molto decaduto. Rimangono pochi monasteri, con un numero complessivo di roo130 monaci. Ancora oggi il Governo musulmano favorisce ben poco i c., i quali, come cristiani, si trovano in uno stato di inferiorità. Ciò spiega il fatto doloroso che ogni anno ca. 500 c. passano all'alānı.

I c. cattolici. - I missionari francescani, che dal sec. xVI lavorano stabilmente in Egitto, riuscirono a convertire una parte dei c. monofisiti alla fede cattolica. Nel 1739 per la prima volta un vescovo - quello di Gerusalemme, di nome Atanasio, residente nel Cairo - si converti al cattolicesimo e fu nominato nel 1741 da Benedetto XIV vicario apostolico dei c. cattolici, allora in tutto ca. 2000. Ma poiché egli non seppe decidersi a romperla con i dissidenti, la S. Sede nominò invece di lui come vicario generale Giusto Maraghi, ex alunno del Collegio di Propaganda (1747). Soltanto nel sec. xix i c. cattolici si potevano diffondere con una certa libertà. Leone XIII diede loro nel 1895 una gerarchia propria. Quattro anni più tardi fu nominato anche un loro patriarca, Cirillo Macario,
il quale apostatò nel 1908 cagionando gravissimi disturbi nella comunità cattolica. Negli ultimi decenni, dopo la prima guerra mondiale, i c. cattolici hanno fiorito notevolmente. P. es.: dal 1927 al 1937 il numero dei fedeli è salito da 29.000 a 47.000 . Oggi essi sono 63.000 , con 83 sacerdoti e 70 chiese. Il 9 ag. 1947 l'amministratore del patriarca fu nominato patriarca di Alessandria e fu creata anche una nuova diocesi, quella di Assiut, oltre quella di Minia, già fondata nel 1938.

1I. La letteratura della Chiesa copta. - 1. In lingua copta. - La letteratura copta è molto meno ricca che, p. es., quella siriaca. Le manca assai la forza produttrice e in grande parte si riduce a traduzioni dal greco. Ma principalmente nella poesia vi sono anche delle opere originali.

Nella lingua copta bisogna distinguere tre dialetti dell'alto e medio Egitto : il sa'ídico, cioè il più importante che finì per soppiantare gli altri, l'ahminico e il fajjūmico, e poi il più recente dialetto del Delta del Nilo, il bobjajrico, che diventò lingua letteraria verso la fine del sec. vi o il principio del viI ed è oggi la lingua liturgica della Chiesa copta. Dopo il sec. xiri anche nel dialetto bobjajrico non fu scritto quasi più niente di originale e dal xvi il copto diventò lingua morta.

La letteratura copta fu opera dei monaci dell'alto Egitto. Il primo scrittore c. fu Pacomio (prima metà del sec. IV). Grendi meriti per le lettere copte ebbe «il monastero bianco», di cui il secondo abate, Scenute da Atripe (m. nel 451) è stato il più importante scrittore copto. Il primo monumento della lingua copta oggi conosciuto è una traduzione della Bibbia fatta in sa'ídico verso le metà del sec. IV. Non pochi libri spocrifi, intorno specialmente alla vita di Cristo e degli Apostoli, furono tradotti in copto. La stessa sorte ebbe una grande parte della letteratura canonistica dei primi secoli. Nessuna altra letteratura cristiana ha una così grande percentuale di traduzioni come quella copta propriamente teologica. Prima del Concilio di Calcedonia vennero tradotti i grandi Padri greci. Poi i capi del monofisismo: Dioscore e Severo di Antiochia. Quel poco che resta di originale nella letteratura copta è nato dalle necessità della vita monacale e dall'attività apostolica. Qui sono da citare le regole monastiche di s. Pacomio e le sue lettere; inoltre le regole, discorsi e lettere di Scenute in lotta coi testi del paganesimo e dell'arianesimo. Quanto poi alla prosa narrativa, sono degni di menzione le vite dei santi e gli atti dei martiri, come la vita di Scenute scritta dal suo discepolo Bèsā.

Nella poesia sono più numerose le opere originali copte. Sono conservati frammenti di una descrizione poetica della Passione di Nostro Signore scritti in fajjūmico, opera destinata probabilmente all'uso liturgico nella Settimana Santa. Verso la fine del sec. x fiorì la poesia anche in sa'ídico, creando tra l'altro un considerevole numero di inni pa* squali e di canti in onore dei santi. Tutti i libri sapienziali e molti altri soggetti biblici furono pure trattati in maniera poetica.
2. In lingua araba. - La letteratura araba dei c. è più vasta e più varia che quella di altri cristiani orientali. La letteratura originale in arabo comincia presso i c. nel sec. x e raggiunge il suo apogeo nel xiri. Già nel sec. viIt la S. Scrittura era stata tradotta almeno parzialmente dal copto in arabo. La letteratura propriamente teologica si inizia con traduzioni. P. es. gli scritti di Scenute ebbero una versione parziale in arabo. Il primo scrittore originale in arabo che abbia una certa importanza è Severo Abū 'l-Baše ibn al-Muqaffa', vescovo di Aśmānajn (sec. x), che scrisse tra l'altro un Libro dei concili comprendente in 4 capitoli una sintesi della storia del cristianesimo. Nell'ultima parte viene descritta la storia dei primi quattro concili e la loro dottrina. Nel suo Libro dell'esposizione, Severo dà al popolo istruzione religiosa sui dogmi fondamentali della fede e sulla pratica della vita cristiana. Probabilmente verso la fine del sec. xir e agli inizi del xiri visse Pietro Severo al-Ganill, vescovo di Maliğ, autore del Libro del levare (del sole), contro le eresie, e del Iibro della dimostrazione, ossia apologia del cristianesimo nella sua forma monofisitica. Sugli altri autori dogmatici v. sotto.

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La letteratura canonistica (v. anche collezioni canoniche), è di speciale importanza per i c. che avevano, sotto la dominazione musulmana, tribunali propri. Una collezione sistematica dei canoni, un Nomocanon, fu compilato da Michele vescovo di Damietta (m. dopo il izo8). Quanto alla storiografia è importante anzitutto il già citato Severo di Ašoulmajn, autore di una storia dei patriarchi di Alessandria che va fino al patriarca Piloteo ( 976 -rooo) e fu più tardi continuata prima fino al sec. xir e posteriormente fino al I740.

Bim.: E. Bonpudot, Historia patriarcharum Alexandrinarum Iacobitarum, Parigi 1713; E. L. Butcher, The story of the Church of Egypt, Londra 1897; A. Baumstark, Die christlichen Literaturen des Orients, Lipsia 1911; C. Kopp, Glaube und Sakramenta der haptischen Kirche, Roma 1932; R. Strothmann, Die haptische Kirche in der Neuzeit, Tubinga 1932; M. Khouzam, L'illumination des intelligences dans la science des fondements, Roma 1941; G. Graf, Geschichte der christlichen arabischen Literatur, II, Città del Vaticano 1947; J. P. Trussan, Les relations du Patriarche copte Jean XVI avec Rome (1676-1718), Lussemburgo 1948; Corpus Scriplor. Cristian. Oriental.: Script. captio, Script. arabici.

Guglielmo de Vries
III. Le versioni copte della Bibbia. - Tra le versioni della Bibbia nelle lingue orientali hanno grande importanza per la critica testuale le versioni copte.

I documenti superstiti ci mostrano come in ciascuno dei dialetti copti finora conosciuti (sa'ídico, bohajrico, aḥmímico, fajjūmico, menfitico e subaḥmímico) esistessero delle versioni della Bibbia. Tali versioni purtroppo sono giunte a noi allo stato frammentario. Il maggior numero di frammenti appartiene ai dialetti ṣa'ídico e bohajrico, ma grande importanza ha pure quel che resta dei dialetti aḥmímico e subahmímico.

Non si hanno documenti positivi per assegnare alle versioni copte della Bibbia un terminus a qua. Risulta però dalle testimonianze della storia ecclesiastica che durante il sec. III le S. Scritture erano diffusissime presso i cristiani di tutta la valle del Nilo, i quali erano per lo più di bassa condizione sociale ed ignari della lingua greca. La stessa ellenizzazione dell'Egitto aveva avuto minori progressi nella media ed alta valle del Nilo, ove invece il cristianesimo aveva prosperato grandemente, come attestano i documenti riguardanti la persecuzione di Decio. Si può quindi con morale certezza affermare che nel sec. III i cristiani d'Egitto usassero delle versioni della Bibbia nei dialetti locali. Anzi Eusebio, in Hist. Eccl., VI, i, porta a ritenere che tali versioni dovessero esistere già verso la fine del sec. II. A proposito della persecuzione (202-11) di Severo, afferma che Alessandria era la grande arena ove gli atleti di Cristo venivano portati di tutto l'Egitto e dalla Tebaide : quindi i cristiani della Tebaide, per la maggioranza ignari del greco, dovevano usare i libri della Bibbia, per lo meno i principali, tradotti nel loro dialetto. Ci sembra perciò lecito ritenere che la versione della Bibbia nei dialetti copti, benché certamente non compiuta tutta di seguito e nello stesso tempo, ma sorta via via che se ne manifestava la necessità per uso dei fedeli, abbia avuto i suoi inizi nella seconda metà del sec. II per essere poi portata a compimento durante il sec. III.

Da quanto sopra, è facile dedurre l'antecedenza della versione sa'ídica su quella copta. Il Delta fu la prima regione dell'Egitto ad essere evangelizzata, ma la popolazione del Delta, essendo fortemente ellenizzata, non poteva sentire così impellente la necessità di una versione della Bibbia nel dialetto locale, e se anche gli strati più bassi della popolazione, che d'altronde dovevano essere analfabeti, erano del tutto ignari del greco, era agevole per essi avere spiegati a viva voce nella loro lingua i pochi passi biblici indispensabili alla loro istruzione catechetica.

Invece nell'alto Egitto, ove l'ellenismo era poco penetrato ed il greco era probabilmente conosciuto solo da funzionari e mercanti, era difficilissimo per quella popolazione avere una facile spiegazione nella loro lingua del testo delle S. Scritture, donde la necessità di procedere a versioni del testo greco nel dialetto locale (ṣa'ídico, ed altri dialetti del medio Egitto ben presto da esso assorbiti).
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(per cortesia del p. H Hart)
Copri - Ambone della chiesa copta di el-Mo'allaqah al Cairo.
H. Hyvernat invece (Etude sur les versions coptes de la Bible, in Revue bibl., 6 [1897], pp. 63-75) sostiene la anteriorità della versione bohajrica, considerando che il Delta è stata la prima regione a ricevere l'Evangelo e basandosi sull'osservazione del Lightfoot confermata dal Sanday (Appendices ad Novum Testamentum, app. III, p. 182 sgg .) che la versione del Nuovo Testamento nel dialetto bohajrico, presenta nel suo stato primitivo un testo più puro senza le aggiunte accidentali che invece figurano nella versione sa'ídica. A questa osservazione non pare debba darsi un peso eccessivo, soprattutto per la deficenza di studi critici completi sulle versioni copte della Bibbia (Revue bibl., 48 [1939], p. 318, inizio della nota firmata B. C.). Si avverta inoltre che le versioni copte, eseguite come sono state per utilità pratica dei fedeli e non già per uso liturgico o scientifico, sono state condotte oltre che l'una indipendentemente dall'altra per i vari dialetti, su manoscritti greci di recensione differente a seconda dei vari libri, e che spesso la versione di uno stesso libro offre lezioni concordanti ora con i manoscritti greci di una data recensione, ora con quelli di un'altra, ora con il testo ebraico; talora lezioni particolari fanno pensare, più che a revisioni successive condotte su manoscritti greci di differente recensione, ad una provenienza da esemplari greci a noi non pervenuti.

Di fronte ad un tale stato di cose e con studi critici finora solo parziali, sembra troppo affrettato concludere per una priorità della versione bohajrica su quella ṣa'ídica, rinnegando senz'altro la considerazione di carattere storico sopra esposta, come anche concludere per qualunque affermazione di carattere generale.

Anzi il fatto che nelle versioni sa'idiche abbondino i termini greci là dove il bohajrico ha il corrispondente copto, denota a favore del sa'ídico una caratteristica di antichità. Infatti più si sale verso l'epoca del dominio romano in Egitto e più il greco è diffuso nella valle del Nilo e da esso la lingua locale trae buona parte del suo vocabolario. Quando invece nei secoli successivi aumenta l'attrito tra Egiziani e Bizantini, e le mutue relazioni divengono sempre più rare, la lingua indigena sente sempre più forte la necessità di sosti-

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**Tav. XIX**

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**A sinistra:** PARTE DELL'UFFICIO DEI 4 ANIMALI INCORPOREI (sec. 12-x) - Biblioteca Vaticana, Berg. copto 109, cassetta 24, f. 103.

**A destra:** CROCE CON FIGURA DI CRISTO E GLI EVANGELISTI (1204-05) - Biblioteca Vaticana, copto 9, f. 20 v.

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A sinistra: ANNUNCIAZIONE. Iniziale miniata di Corale, scuola senese della seconda metà del sec. xv - Pienza, Museo. A destra: PAGINA MINIATA DI CORALE (sec. xv). Antifona per la mathrm{I}^{text {a }} Domenica di Avvento (fr. 30, 27) - Badia di Monteoliveto.

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tuire ai termini stranieri gli equivalenti copti. Se quindi il traduttore sa idico, al contrario del traduttore bohaírico, non ha inteso la necessità di rendere con il termine copto quei termini greci che i suoi lettori avrebbero potuto facilmente intendere (cf. F. M. Abel, in Revue bibl., 32 [1923], p. 304), ciò sta a favore della sua maggiore antichità.

La versione copta del Nuovo Testamento nei dialetti bohajrico e sa idico è stata edita da G. Horner, The coptic version of the N. T. in the northern dialect, + voll., Oxford 1898-1905; id., The coptic in the southern dialect, 7 voll., ivi 1911-24. Il solo testo bohajrico di questa versione è stato ristampato al Cairo nel 1934 dai c.

Il Vecchio Testamento è stato edito solo allo stato frammentario in opere diverse. Cf. A. Vaschalde, Ce qui a été publié des versions coptes de la Bible, in Revue bibl., 28 (1918), pp. 220-43, 513-31; 29 (1920), pp. 91-100, 241-58; 30 (1921), pp. 237-46; 31 (1922), pp. 81-88, 234-58; id., in Le Muséon, 43 (1930), pp. 409-51; 45 (1932), pp. 117-56; 46 (1933), pp. 299-313; W. Grossouw, in Studia catholica, 1932-33, pp. 325-53.

Principali edizioni di frammenti : Sa'ldica: P.De Lagarde, Aegyptinus, Gottinga 1883; A. Ciasca-J. Balestri, S. Bibliorum fragmenta copto-sahidica Musei Bargiani, Roma 1885-1904; G. Maspéro, Fragments de la version thébaine de l'A. T., in Mémoires de la Mission archéol. franç. au Caire, 1892, pp. 1-206; W. Budge, The earliest known Coptic psalter, Londra 1898; H. Thompson, A Coptic palinguest, Oxford 1911; W. Budge, Coptic Biblical Texts, Londra 1912; W. H. Worral, The Proverbs of Salomon in Sak. Copt., Chicago 1931.

Bohajrico: H. Tattam, Duodecim Proph. Min. in lingua aegyptiana, Oxford 1836: id., Prophetae Maiores in dialecto linguae aegyptiacae memphitica, ivi 1852; I. Bardelli, Daniel copto-memphitice, Pisa 1849; M. G. Schwartze, Quatuor Evangelio, 2 voll., Lipsia 1846-48; id., Psalterium in dialectum copticae linguae memphiticum transletum, ivi 1853 ; P. De Lagarde, Der Pentateuch hoptisch, ivi 1867; A. Bsciai, Liber Barac prophetae, Roma 1870; E. Porcher, Le livre de 366, in PO 18 (1924); O. H. Burmeister e E. Dévaud, Psalterii versio memphitica e rec. Pauli De Lagarde (1873), Lovanio 1925; id., Les Proverbes de Salomon. Texte bohalrique, Vienna 1930.

Fajjômico: E. Chassinat, Fragments de manuscrits coptes en dialecte fayoumique, in Bulletin de l'Inst. franç. d'arch. or., 1902, pp. 171-206; W. Till, Koptische Chrestomathie für den Fayumischen Dialekt, Vienna 1930; id., Wiener Fajjumica, in Le Muséou, 49 (1936), pp. 169-217.

Abmimico: P. Lacau, Textes coptes en dialectes achmimique et sahidique validités (in Bull. de l'Inst. fr. d'arch. or., 8 [1911], pp. 43-109); C. Wessely, Duodecim Prophetarum Minorum versionis achmimicae coden Rainerioms, Lipsia 1915 (con i paralleli bohaírici, sa'idici, e la versione latine); W. Till, Die achmimische Version der zwölf kleinen Propheten (Coptica, 4), Copenhagen 1927.

Subaḅmimico: H. Thompson, The Gospel of St. John according to the earliest Coptic manuscript, Londra 1924.

Si è già accennato alla mancanza di studi critici completi sulle versioni copte della Bibbia (cf. Revue bibl., 48 [1939], p. 318). In generale si può affermare che nella versione sa'ldica il Vecchio Testamento risente l'influenza delle esapli (Isaia, Proverbi, Ecclesiaste, Ezechiele), Daniele segue Teodozione, e la versione di Giobbe ci ha conservato il testo puro del LXX prima di Origene. Il Nuovo Testamento nelle Epistole paoline segue di preferenza i manoscritti della recensione alessandrina, mentre nei Vangeli si accorda preferibilmente con i manoscritti della recensione occidentale, sebbene a volte abbia delle lezioni perfettamente concordanti con la versione bohajrica (condotta su manoscritti di recensione alessandrina) ed abbia a volte anche delle lezioni sue proprie. Nella versione bohajrica il Nuovo Testamento concorda nel complesso con i manoscritti greci più antichi, nonostante le aggiunte
che la critica ritiene non figurassero nello stato primitivo. Da ciò che resta delle versioni della Bibbia negli altri dialetti non è facile poter concludere con sicurezza se esse siano del tutto indipendenti le une dalle altre o provengano dalla versione sa'ldica. E da augurarsi che possa vedere la luce una edizione critica per quanto possibile completa che dia maggiore sicurezza e solidità ai relativi studi di critica.

Ibn. : A. Ciasca, S. Bibliorum fragmenta Coptu-Sahidica M. Bure, II. Roma 1889, prefazione: A. Schulte, Die hoptische Ubersetzung der vier grossen Propheten, Münster in W. 1893; id., Die hoptische Ubersetzung der kleinen Propheten, in Theologische Quartalschr., 76-77 (1894-95); A. Hebbelynck, Inventaire conmatre des met. copies de la bibl. Vaticanoe, in Miscellanea Fr. Ebril., V. Roma 1924, pp. 33-82; H. Thompson, The Coptic Version of the Acts of the Apostles and the Pauline Epistes, Lon. dra 1932; M. A. Bühlis, Untersuchungen über die hoptischen Proverbientexte, Stoccarda 1936; I. L. Koole, Studien zum hoptischen Bibeltext, Berlino 1936; W. Grossouw, The Coptic Versions of the Minor Prophets. A contribution to the study of the Septuagint, Roma 1938.

Francesco Pericoli Ridolfini
IV. Teologia. - 1. Sguardo generale. I primi scrittori ecclesiastici della Chiesa copta si dedicarono a tradurre nelle lingue nazionali, e cioè nella lingua sa'ldica prima ed a partire dal sec. vi nella lingua bohaírici, i libri della S. Scrittura, numerosi apocrifi del Vecchio e Nuovo Testamento ed opere dei ss. Padri, nominatamente di s. Acanasio, Teofilo di Alessandria, s. Basilio, s. Gregorio Nazianzeno, s. Gregorio Nisseno, s. Giovanni Crisostomo e Severiano di Gabala, ai quali si aggiungono i padri del monofisismo, Dioscoro Alessandrino e Severo di Antiochia.

Per arrivare ai trattati teologici propriamente detti, si deve scendere fino al sec. 2, se prescindiamo da quel poco che si è conservato degli scritti del patriarca monofisita Timoteo Eluro (m. ca. 477) : alcuni passi conservatici dai suoi avversari ed i suoi opuscoli trovati da Lebon in versione siriaca. Il primo autore copto è il vescovo di Ašmūnajn Severo Abū 'l-Bašr Ibn al-Muqaffa' (sec. x) : secondo Abū 'l-Barokāt, compose 26 opere contro i musulmani, gli ebrei, i melkiti ed i nestoriani; ma di esse non sono rimaste se non due : la refutazione di Sa'id Ibn Batrīq (il patriarca melkita di Alessandria, Eutichio) e la Spiegazione dei fondamenti della religione. Severo aprì la strada ai teologi posteriori: Giovanni Ibn Severo, Ibn Kolajī, Michele Metropolitta di Damietta, Pietro Maligense nel sec. xir, nel seguente i tre fratelli Abū'l-Fassā, Abū'l-Fadā'īl ed Abū Ishāq Ibn al-'Assāl, e nel xiv Abū'l-Hajr Ibn at-Tajjib, Abū 'l-Barakāt Ibn K'ubr e Jabjā Ibn Abī Zakarijjā' detto comunemente Ibn Sabbā', delle cui opere si parla sotto queste voci.

Segue un lungo periodo di silenzio. Ma a differenza di altre Chiese monofisite, la Chiesa copta conobbe un risveglia della letteratura ecclesiastica alla fine del sec. xix. Per non parlare della stampa di antichi trattati, in questa epoca troviamo Ibrāhīm Rafā'i at-Tūbī, autore di un libro sul monofisismo, i monaci del convento di Berämōs, che pubblicarono nel 1894 un volume contro i c. uniti, il Qomus(superiore) Filoteo Ibrāhīm, autore di una esposizione catechetica della fede e di una refutazione della dottrina cattolica, il Qomus Giovanni Salāmi. Ad essi seguì Macario, il quale essendo patriarca copto cattolico scrisse in favore della fede romana; dopo la sua defezione (1908) compose nel 1912 il libro La Constitution dicine de l'Eglise, edito dopo la sua morte a Berna nel 1922.

A prescindere da quest'opera, tutta la letteratura teologica copta è stata redatta in lingua araba e predilige la polemica; polemica a dire il vero più calma quando si tratta di ribattere i musulmani al potere, più accesa quando si indirizza contro gli altri gruppi cristiani rappresentati nell'Egitto. La teologia copta antica subisce certamente l'influsso della filosofia, ma si mantiene indipendente per ciò che riguarda il dogma. Soltanto nell'epoca moderna, forse per l'atteggiamento di forte opposizione contro Roma, tende sempre di più a confondersi con la teologia bizantina dissidente

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Il sacerdote copto cattolico Michele Khouzam diede nel 1941 un riassunto delle opinioni teologiche dei c. sulla base della Illuminazione delle intelligenze di Ibn at-Tagib e della Lampada della tenebra di Abū 'l-Barakāt. Il pensiero dei c. moderni è stato esposto da R. Strothmann e da G. Kopp. Noi dobbiamo contentarci di accennare ad alcune questioni più rilevanti.
2. Dottrina monofisita. - a) Gesù Cristo. Maillet nel 1735 disse dei c. che essi sono "les plus obstinés dans les erreurs ". Certamente essi rimangono attaccatissimi alla memoria del patriarca Dioscoro, condannato nel Concilio di Calcedonia insieme ad Eutiche. Nondimeno possiamo asserire che il monofisismo dei c. non è stato mai il monofisismo rigido di Eutiche, ma il monofisismo mitigato o nominale, chiamato comunemente severianismo. Si parla, è chiaro, del monofisismo ufficiale, senza negare che l'uno o l'altro, principalmente tra i monaci, aderisse al monofisismo reale, come l'anacoreta Samuele nel sec. IX.

Ma già il patriarca Timoteo Eluro nella seconda metà del sec. v prende decisa posizione contro Eutiche ed insegna che in Cristo, anche dopo l'unione, rimane tutta l'essenza o sostanza dell'umanità, mercé la quale l'Emanuele è secondo la carne consustanziale alla Vergine Madre di Dio, benché non sia lecito parlare di due nature perché ciò comporta necessariamente le due persone di Nestorio, data l'identità tra i concetti di persona e di natura singolare. Questa dottrina si ripete in molti altri luoghi: p. es. nella epistola pasquale del patriarca Sanuzio (sec. ix) ed in un'altra del patriarca Mena (sec. x) che esclude ogni distruzione, misture o corruzione delle nature unitesi in Cristo. La medesima sentenza, come anche il medesimo pregiudizio contro la formula calcedonese sospettata di nestorianesimo, troviamo all'inizio del nostro secolo nelle opere del Qomos Filoteo.
b) S.ma Trinità. - Gli autori antichi si contentano di provare con argomenti scritturistici - ai quali aggiungono altri di indole filosofica - l'unità della natura divina e la Trinità delle persone. La questione tanto dibattuta tra Bizantini e Latini rimane estranea ai c., i quali continuano ad adoperare il Simbolo niceno, dove si dice soltanto: "(Crediamo) nello Spirito Santo ", senza l'aggiunta del ni-ceno-costantinopolitano: "che procede dal Padre ". I moderni però ammettono la sentenza foziana e fanno proprie le argomentazioni dei Bizantini contro il Filioque, riportate esattamente da Filoteo Ibrāhīm e Giovanni Salēmí.
c) I Sacramenti. - In questo campo è da segnalare come specificamente copta la controversia sulla confessione auricolare, suscitata nel sec. xir. Le vessazioni che affliggevano allora la Chiesa di Egitto resero così difficile il trovare dei sacerdoti o ieromonaci, che si introdusse l'abuso della cosiddetta confessione sopra il turibolo, senza manifestare i propri peccati. Il sacerdote Marco Ibn Qanbar insorse contro questa consuetudine, la quale trovò un validissimo difensore nel metropolita di Damietta Michele e nei patriarchi Giovanni V (1146-67) e Marco III (11671180). Ma già nei secc. xiri e xiv gli autori non sono d'accordo; mentre Abū 'l-Barakāt è ancora favorevole all'uso
copto, Abū Isḥ̄̄̄ Ibn al- Assāl e Ibn Sabbā' difendono la necessità della confessione auricolare, che finì per prevalere, tanto che i moderni neppure conservano un'eco lontana delle dispute antiche in seno alla loro Chiesa.
d) Primato romano. - I c. antichi non trovarono difficoltà nell'ammettere il primato di s. Pietro. Ibn Sabbá', per citarne solo uno, scrive: "I nostri padri gli Apostoli sono stati edificati sulla pietra, che è Pietro, capo universale»; parole tanto chiare, che il recente editore Marcos Guirguia si è creduto in dovere di combiarle in queste altre: "Cristo edificò la Chiesa sulla pietra della Confessione dei ss. Apostoli». Ma se si tratta del primato del romano pontefice,
non troviamo esplicitil testimoni; a meno che vogliamo prendere come espressione del sentimento dei c. le parole con le quali l'abate Andrea, capo della delegazione copta, salutò il Concilio di Firenze: "Tu sei [parla ad Eugenio IV] Dio sulla Terra, e Cristo [ed il di lui vicario], tu sei il successore di Pietro ed il padre, il capo ed il dotrore della Chiesa universale». Se questa dichiarazione sembra dettata dalle circostanze del concilio, non si può però nascondere che i c. hanno mantenuto i cosiddetti ca-
noni niceno-arabici, uno dei quali, il 44, insegna esplicitamente il primato romano.

Questa la sentenza antica. I moderni rigettano ogni primato, tanto quello dei romani pontefici, come anche quello di s. Pietro, sulla falsariga degli scrittori bizantino, il cui influsso è patente nel trattato di Filoteo Ibrāhīm contro i cattolici.

Bibl.: G. Graf, Ein Reformversuch innerhalb der baptischen Kirche, Paderborn 1923; M. Jugie, Monophysite (Eglise copte), in DThC, X, coll. x251-2306; C. Kopp, Ulembe und Sakrament der baptischen Kirche (Orientalia christiana, 721. Roma 1932; R. Strothmann, Die baptische Kirche in der Neuzeit, Tubinga 1932; M. Khouzam, L'illumination des intelligences dans la science des fondements, Roma 1941.

Maurizio Gordillo
V. Liturgia e rito. - Il rito copto, detto pure alessandrino o egiziano, è il rito di lingua greca nato in Egitto e più specialmente in Alessandria, che, tradotto in copto, divenne nel sec. v, dopo il Concilio di Calcedonia, la liturgia propria della Chiesa monofisita di Alessandria; il rito dei fedeli rimasti ortodossi si bizantinizzò. E seguito oggi dai monofisiti d'Egitto e dai fedeli che si sono uniti alla Chiesa cattolica; ebbe un influsso decisivo sul rito etiopico. Dal greco furono tradotte in copto l'anafora di s. Marco, di origine alessandrina, che prese il nome di s. Cirillo; quella di s. Basilio, che diventò l'anafora normale, e di s. Gregorio Nazianzeno, che indirizza tutte le sue preghiere a Gesù Cristo; queste due ultime, venute dall'Asia Minore, differiscono dalla prima per il posto delle orazioni di intercessione. Anche dell'ufficio divino e di parecchi tropari abbiamo l'originale greco, ed in molte cerimonie una notevole serie di formule sono conservate in lingua greca, come il Kyrie eleison nel rito latino.

Ai primi tempi della Chiesa monofisita si riferiscono. in genere le opere, o, più spesso, frammenti di opere liturgiche scritte nel dialetto sa'ídico. Notiamo i frammenti.

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di anafore tradotte da H. Hyvernat (Fragmente der altceptischen Liturgic, in Röm. Quartalschrift, I [1887], pp. 330-45; 2 [1888], pp. 20-26) e passate in parte nelle anafore intuche di Timoteo e di Severo di Antiochia; poi l'anafora di s. Ntetteo edita da A. M. Kropp e altre notizie da A. Baumstark e da L. Th. Lefort; una Messa del sec. vi conservata col rito battesimale nel Testamentum Domini arabico; finalmente, diverse benedizioni, come quelle dell'acqua nel giorno dell'Epifania. Una unificazione nel rito copto avvenne verso il sec. ix perché i manoscritti liturgici uscirono quasi unicamente dal monastero di S. Macario di Ntâdî en-Natrûn, e perché il patriarca di Alessandria era regolarmente eletto fra i monaci di questo monastero; cosí si spiega che il dialetto bohejrico, proprio di questa regione, divenne l'unica lingua liturgica. Verso la metà del sec. xit un sacerdote, Marco ibn Qanbar, si sforzò di riformare la Chiesa richiamando i fedeli all'uso della confessione auricolare, della comunione frequente e di altre pratiche religiose; la gerarchia si oppose al movimento, ed egli stesso passò alla Chiesa melchita. Alla stessa secolo appartiene il patriarca Gabriele II, riformatore e moderatore di alcune cerimonie. Un altro patriarca Gabriele del sec. xiv diede la redazione definitiva del Rímelo. Dello stato della liturgia di quel secolo ci informa ottimamente la Lampada della tenebra di Abâ 'l-Barokât ibn Kubr, della quale tradusse lunghi estratti L. Villecourt, (Les observances liturgiques et la discipline du jeûne dans l'Eglise capre, in Le Mission 36 [1923], pp. 249-92; 37 [1924], pp. 201-80; 38 [1925], pp. 261-30). Per il sec. xvit si consulterà con profitto Abudaenus, un c. che descrive la fede ed i riti del suo popolo (Historia jacobitarum seu Captorum, 1675) e I. M. Vansich, un osservatore curioso, simpatico, ma non sempre ben preparato (Histoire de l'Eglise d'Alexandrie, Parigi 1677). Nel secolo seguente appaiono a Roma la collezione dei libri liturgici copti editi da R. Tuki: Messale (1736); Breviario (1750); Pontificale e Eucologia (1761-62); Rituale (1763); Theotokio (1764). Dalla fine del sec. xix in poi i dissidenti e i cattolici hanno fatto l'edizione, talvolta lussuosa, dei loro libri liturgici.

1. Lingua. - La liturgia alessandrina usò dapprima la lingua greca; ben presto per le lezioni, e nel sec. v per il resto, essa fu eseguita in copto, prevalentemente nel dialetto sa'ídico che, nel sec. ix, lasciò quasi interamente il posto al dialetto bohejrico. Ma già dopo l'invasione araba (sec. viI) il popolo dimenticò sempre più la sua lingua nativa; nel sec. xiri non si scrisse quasi più niente di nuovo in boḥajrico e nel xvi la lingua copta sparisce dalla vita ordinaria. Anche nella liturgia prevalse l'arabo ed oggi i libri liturgici presentano un testo bilingue copto e arabo, frammischiato qua e là con una formola greca, vestigio della lingua originaria.
2. Messa. - La parte precedente le lezioni è molto sviluppata : essa comprende, oltre la preparazione delle oblate, anche l'Offertorio che non si ripeterà più dopo il Vangelo. All'altare il sacerdote fra i pani che gli vengono presentati ne sceglie uno, lo prende in mano, l'involge in un velo e fa le sue commemorazioni; poi, tenendolo sopra il suo copo e preceduto dal diacono che tiene l'ampolla del vino, fa con i chierici una solenne processione intorno all'altare; deposto il pane sulla patena e messo il vino e l'acqua nel calice, dice fra alcune preghiere anche quella dell'Offertorio e copre le oblate. Segue una cerimonia particolare del rito egiziano, una assoluzione recitata dal sacerdote assistente:4... che i vostri servitori di questo sacrificio, il sacerdote, il diacono, il clero, tutto il popolo e la mia indegnità siano assolti dai loro peccati per l'opera (letter.: per la bocca) della S.ma Trinità, della Chiesa una, santa, cattolica, apostolica, dei dodici Apostoli... (sono nominati altri santi), del Papa, del nostro vescovo e per opera della mia indegnità...s. L'incensazione dell'altare, del santuario e della chiesa conclude questa prima parte della Messa. La seconda comprende, oltre ai canti, quattro lezioni prese tutte dal Nuovo Testamento: s. Paolo, Epistole cattoliche, gli Atti e il Vangelo; sono lette prima in copto e poi in arabo.

Nella preghiera dopo il Vangelo si trova un accenno ai catecumeni, prova che anticamente qui finiva la Messa dei catecumeni. La Messa dei fedeli, come nei tempi antichi, principia con la grande litania che contiene qui la domanda cosí soportuna per l'accrescimento delle acque del Nilo. Poi il sacerdote recita l'orazione del velo, mostrando cosi che nei tempi antichi in quel momento egli si avvicinava all'altare per fare l'Offertorio; lo stesso rivelano le tre orazioni solenni, particolari del rito egiziano; sono domande per la pace della Chiesa, per la gerarchia e per la comunità dei fedeli; dall'Offertorio antico rimane in quel momento l'incensazione, e, dopo la recita del Simbolo, il lavabo. Quando il diacono invita i fedeli a darsi la pace, essi si danno la mano gli uni con gli altri, e poi ciascuno bacia la propria mano. Dopo un ammonimento del diacono, il sacerdote comincia la grande preghiera eucaristica. Essa è interrotta, nell'anafora di s. Cirillo, dalla orazione di intercessione che si dice nelle altre due, come nel rito bizantino, armeno e siro, dopo l'epiclesi. Al momento della Consacrazione le parole del sacerdote sono sottolineate da esclamazioni di fede del popolo: - sacerdote: Egli prese il pane nelle sue mani immacolate - popolo: Amen; - sacerdote: e lo benedisse - popolo : Amen; - sacerdote: e lo santificò - popolo: Amen, Amen, Amen. Noi crediamo, e noi confesiamo, noi glorifichiamo; - sacerdote : questo è il Corpo mio...-popolo : Crediamo che veramente è cosi. Lo stesso dialogo si ripete alla consacrazione del vino. E le preghiere dell'anafora si succedono: l'innamnesi, l'epiclesi, l'intercessione dei santi (eccetto nell'anafora di s. Cirillo) per i vivi e per i defunti, la dossologia conclusiva. La frazione del pane consacrato, come la fatino i dissidenti, è una cerimonia complicatissima. Il popolo dice il Pater noster, riceve ancora una assoluzione e dopo l'Elevazione col Sancta sanctis, l'intintura e l'immissione, professa magnificamente la sua fede nell'Eucaristia. La Comunione si fa, dai dissidenti, prima col pane e poi col calice, dai cattolici col solo pane. Col ringraziamento, la benedizione e il Pater noster che tutto il popolo recita con le mani levate verso il cielo, terminano i riti del santo sacrificio.
3. Battesimo. - L'unzione del corpo del battezzato è separata dal Battesimo stesso per la lunghissima benedizione dell'acqua. Questa benedizione che esige l'infusione dell'olio semplice, dell'olio dei catecumeni e del sacro crisma, è una cerimonia costruita sul modello della Messa; essa comprende quattro lezioni, litanie, le tre orazioni solenni, il Credo, il bacio di pace, il Prefazio, il Sanctus, le diverse parti dell'anafora. Durante la triplice immersione il sacerdote pronunzia in prima persona la formula: Ego te baptizo...
4. Penitenza. - Nessun libro liturgico dei dissidenti contiene il rito della Penitenza. Esiste però in pratica. Fra le preghiere preparatorie di questo Sacramento si recita il Miserere, il Credo; la formula deprecativa è quella della Messa; il rituale dei cattolici però l'ha precisato: invece del semplice: "Concedici la remissione dei nostri peccati", egli mette il singolare: "Concedigli la remissione dei suoi peccati»; e aggiunge: "Sia assolto dalla S.ma Trinità, Padre Figlio e Spirito Santo e per la mia indegnità ".
5. Ordinazione sacerdotale. - Essa ha conservato delle preghiere molte antiche. I cattolici hanno creduto necessario aggiungere la traditio instrumentorum e l'unzione col sacro crisma.
6. Anno ecclesiastico. - I c. contano sette grandi feste del Signore: Annunziazione, Natività, Battesimo, Olivi, Resurrezione, Ascensione e Pentecoste; e sette feste minori: Circoncisione, il Primo Miracolo, l'Ingresso al tempio, la Cena, la Domenica di s. Tommaso (prima dopo Pasqua), l'Ingresso in Egitto, la Trasfigurazione. Festeggiano molti santi particolari ed hanno ogni mese una commemorazione di s. Michele al 12, di Maria S.ma al 21 e della Natività di Nostro Signore al 29.
7. Ufficio Divino. - Esso comprende le ore seguenti : del mattino, terza, sesta, nona, vespro, completorio, preghiera del velo, che è un ufficio privato, il notturno, che comprende tre parti. Ciascuna ora comincia, secondo la tradizione pacomiana, con la recita di dodici salmi, segue una lezione e inni diversi. Questi inni si chiamano paalli, e,

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se sono indirizzati alla Madonna, portano il nome di theotokia, se ai santi di doxologia. Theotokia si chiama anche quell'ufficio particolare che si canta nel mese che precede la Natività del Signore in onore della sua Madre. Il Breviario dei cattolici ripete ogni giorno, eccetto nel tempo pasquale, lo stesso ufficio, in mancanza di un libro contenente le parti variabili del temporale e del santorale.

Bibl.: Oltre i diversi scritti citati, W. E. Crum, Monophysiten, in Realenc. Jür post. Theol. v. Kirche, XII, p. 810 e la bibl. sull'Egitto crezliono dello stesso autore in Egypt Explorat. Fund Archeol. Report.; H. Hyvernat, Egypte (Liturgy), in Cath. Enc., V. p. 361 , descrive il contenuto dei libri liturgici. M. Jugic, Monophysites, in DThC, X, coll. 2231-2306; E. Rensudot, Liturgiarum Orientalium, I, Francoforte 1847; H. Denzinger, Ritus orien-tallum...in administrandis sacramentis, Würzburg 1863: S. C. Malan, Original Documents of the Coptic Church, Londra 1872; M. B. Evetts, The rites of the coptic Church, ivi 1888 (traduzione del Battesimo e del Matrimonio); F. E. Brigthman, Liturgies Eastern and Western, Oxford 1896; G. Horner, The service for the consecration of a church and altar according to the Coptic Rite, Londra 1902; M. B. Evetts, Le rite de la prise d'habit, in Rev. Orient chrét., 2 (1907), pp. 60, 130. 311: John Marquis of Bute, The Coptic Morning Service, Londra 1908; L. Villecourt, Le rite capt e de la profession monacale pour les religieuses, in Bessarione, 7 (1910), pp. 35. 309; M. Chaine, La consćration et l'épiclèse dans le Missal copte, in Rev. Orient chrét., 17 (1912), pp. 225-43; De Lacy O'Leary, The Difuar (Autiphonarium), 3 voll. senza traduzione, Londra 1926. 1928. 1930; L. Villecourt, Le livre du Chrême, in Le Muséen, 41 (1928), pp. 49-80; J. H. Hanssens, Institutiones liturgicae de ritibus orientalibus, II-III, De Missa, Roma 1930-32; R. M. Woolley, Coptic Offices, Londra 1930, traduzione dei riti sacramentali; C. Kopp, Glaube und Sahramente der baptischen Kirche, Roma 1932; O. H. E. Burmester, The Office of Geodfection on Whitsunday, in Le Muséen, 24 (1934), pp. 205-57; dello stesso autore si trovano sui testi dell'Ufficio divino copto e sui canoni liturgici emanati dai diversi patriarchi copti un bel numero di articoli originali pubblicati in Le Muséen, 1932. 1933. 1936, in Orient. christ. periodica, 1935. 1936. 1937 e nel Bulletin de la Société d'arch. copte, 1938, 1939. In questa ultima rivista molti altri articoli riguardanti il rito copto di J. Marxer e di Vena Abd al-Massih; L. Badet, Chants liturgiques des Coptes, notés et mis en ordre, V. 2010 s. d. (Disegrafia).

Alfonso Race
VI. L'arte. - Sebbene, come sopra è chiarito, copti siano detti gli egiziani che dopo la conquista araba dell'Egitto si mantennero cristiani, e che di una Chiesa copta si possa parlare solo dopo la metà dei v sec., i limiti cronologici dell'arte cristiana, generalmente detta copta, vengono posti nel II sec. Tale arte è collegata a quelle forme tipiche dell'ambiente egiziano, che solo in parte, e propriamente in Alessandria, rientrano nel ciclo ellenistico delle grandi metropoli orientali. Le quali vanno nettamente distinte dalle manifestazioni artistiche che si osservano nella valle del Nilo ove prevalgono le tendenze e le visioni proprie della popolazione indigena. V. a questo proposito la voce: egitto, Archeologia cristiana. - Vedi tav. XIX.

COQUILHATVILLE, VICARIATO APOSTOLICO di. L'appellativo deriva da Coquilhat, nome del fondatore della città di C. (Congo belga), attualmente centro principale, che ha ca. 25.000 ab., di cui alcune centinaia sono Europei. E situato sulla linea dell'equatore.

Il territorio del vicariato ha una superfice di kmq. 185.775, è paludoso e boscoso, percorso longitudinalmente
dal fiume Tshuapa, che ha una rete di affluenti e costituisce un buon mezzo di comunicazione. Gli abitanti, nel 1948 sono ca. 424.000 di razza bantu Nkwedo-Mongo, che esercitano l'agricoltura, Elinga, disseminati lungo i fiumi e dediti alla pesca, Batswa, pigmei, in numero di ca. 50.000 che vivono di caccia, hanno l'idea d'un Dio unico detto Njokomba o Nfombiondo, ma fanno sacrifici agli spiriti (elime) e alle anime dei morti (boluli). L'evangelizzazione del territorio fu intrapresa nel 1894 dai Trappisti belgi. L'11 febbr. 1924 li parte superiore di esso fu eretta in prefettura apostolica con il nome di Tshuapa e affidata ai Missionari del S. Cuore di Gesù della provincia belga. Per salvare l'opera compiuta dai Trappisti, che avrebbero dovuto tornare in patria per ordine dei loro superiori, fu dato ad essi il permesso di passare ai Missionari del S. Cuore di Gesù, e il loro territorio fu aggiunto a quello della prefettura di Tshuapa, la quale, il 28 genn. 1926, ebbe mutato il nome in quello di C. Il 27 apr. 1927 subì una rettifica di confini con il vicariato apostolico di Léopoldville; il 3 genn. 1931 ne fu distaccata in parte la missione sui turis di Bikoro, ora prefettura apostolica; quindi, dopo una rettifica di confini del 1^{°} marzo 1931 con la prefettura apostolica di Basankusu, ora vicariato apostolico, il 22 marzo 1932 fu elevata a vicariato apostolico. Nel 1948 si avevano cattolici 79.155 , catecumeni 3765 ; protestanti 58.000 ; maomettani 76 ; pagani ca. 280.000 ; sacerdoti indigeni 1 , missionari esteri sacerdoti 52 , fratelli bici 16 e 5 indigeni; seminaristi 21 ; suore 97 , di cui 1 indigena; catechisti 376 , maestri 231 , maestre 7 , medici 1 ; stazioni missionarie principali 6 , secondarie 350 ; chiese 32, cappelle 226; ospedali 12, con 530 letti; dispensari 15; bibbrosari 5 con 1622 ricoverati; scuole elementari 140 con 8800 alunni, secondarie 14 con 332 alunni. Vi sono numerose associazioni di Azione cattolica e una tipografia, che stampa due periodici l'uno di 1150 l'altro di 475 copie.

Bibl.: AAS, 16 (1924), pp. 153-54; 18 (1926), pp. 215-16; 19 (1927), p. 305; 23 (1931), pp. 328-29, 374-75; 24 (1932), p. 300; GM, p. 283; F. Jara, Où en sommes-nous au Congo?, in Annales de N.-D. du Sacré Coeur, 47 (Borgerhout-Anversa 1938), pp. 78-81; MC, pp. 87-88; Arch. di Prop. Fide, Relazioni del vicariato di C., pos. nn. prot. 4301/35, 4273/48.

Carlo Corvo
CORALE. - I. CANTO. - Nell'uso corrente, il vero canto c. o liturgico è il canto gregoriano (v. CANTO). Prende anche il nome di "c. " il canto polifonico, ma non propriamente, perché il solo canto gregoriano è il canto obbligato nei cori, quindi c. della Chiesa. Si può anche dire c. in senso lato, il canto in stile moderno, quando, come nella polifonia, non domina la forma solistica.

Nel c. gregoriano il ritmo è libero e la modalità diatonica, mentre in altri casi può, senza oltrepassare le leggi liturgiche, colorire la linea melodica con il cromatismo moderato.

Il c. protestante, che prende forma speciale con la riforma luterana, contrasta col c. cattolico, e specialmente col gregoriano, sia per il testo, di solito in lingua volgare e a diverse voci, e di struttura simmetrica, sia per il cammino

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delle voci e nelle clausole, le quali di solito stabiliscono la forma costantemente quadrata delle composizioni. Cosi anche il tema, benché a volte preso dal c. gregoriano, viene trasportato e inquadrato alla misura corale, staccando ogni membro di frase, con pause o silenzi obbligati, rompendo cosi la fraseologia musicale del gregoriano.

Gregorio N. Suñol
II. Libro. - Diconsi c. i grandi volumi formati da fogli di pergamena posti sui leggii nei cori delle chiese e contenenti, con le debite annotazioni musicali, le antifone da cantare appunto in coro.

Largamente prodotti durante il xiv, il xv e il xvi sec. ebbero iniziali minate ma, in genere, non illustrazioni vere e proprie. Tuttavia anche quelle miniature, per la stessa grandezza dei volumi e quindi delle iniziali, e per l'uso costante al quale i c. venivano sottoposti, raramente ebbero grandi pregi d'arte o di finezza. A Siena nel Duomo, a Pienza nella Cattedrale, a Ferrara pure nella Cattedrale, a Milano nel S. Ambrogio e in genere nelle grandi chiese degli ordini monastici si conservano notevoli raccolte di c. per la cui decorazione v. anche le voci : antigonario; codice; oraguale; salterio; miniatura. - Vedi tav. XX. Emilio Lavagnino

CORALLO. - La lavorazione del c. per usi artistici fu caratteristica dei popoli del bacino del Mediterraneo fin dai tempi piü antichi. Sebbene non si abbiano dati sufficienti per stabilire dove essa si manifestò, si può constatare tuttavia, per lo meno con gli accenni letterari, che essa fu esercitata in Grecia in epoca alessandrina, e in Italia durante le civiltà indigene e nel periodo romano (ne son prova alcuni rinvenimenti nei pressi di Bologna, ad Arna, in Campania e a Roma stessa).

Nel medioevo e nel Rinascimento non si dové molto
![img-2.jpeg](img-2.jpeg)
(Iol. Alinori)
Corale - Introito della Messa della Purificazione (a febbr.) con scene riferentisi alla festa. Pagina di c. minilata da Sano di Pietro (sec. xv) - Siena, Libreria Piccolomini.
![img-3.jpeg](img-3.jpeg)

Corale - Introito della Messa della Scttuagesima con scena riferentesi alla parabola degli operai della vigna. Pagina di c. miniata da Liborale da Verona (sec. xv) - Siena, Libreria Piccolomini.
usarla dato che non v'è alcuna traccia superstite negli scavi e nelle testimonianze delle fonti. Nell'età barocca, aderendo con le sue peculiari possibilità decorative alle esigenze del gusto corrente, il c. fu invece largamente adoperato e specialmente nelle cosiddette arti minori.

Merita un particolare ricordo la scuola di Trapani, che ha prodotto opere di indubbio interesse come i ricchi paliotti d'altare, crocifissi, reliquiari, ostensori, calici e piviali barocchi, finemente decorati in c., che si conservano nel museo Pepoli di quella città, nel museo Nazionale di Palermo e a Monreale. E recente l'incremento dato alle scuole artigiane di Torre del Greco (Nepoli) per la produzione di lavori in c., sia per oggetti religiosi che per decorazione delle oreficerie. Vedi tavv. XXI-XXII.

BibL.: A. Salinas, Un paliotto di c. nel museo di Palermas, in Bollettino d'arte, 1911, pp. 437-38; A. de Foelkersan, Il c. e la sua applicazione nell'arte, in Sturye Gody, 1 (1914), nn. 20-30. Giovanni Carandente

CORANO. - Il nome più comune del libro sacro dei musulmani.

Sommario - I. Nome. - II. Il C. opera di Dio. - III. Autore. IV. Redazione. - V. Contenuto. - VI. Divisioni. - VII. Lingua. VIII. Commentari, testo, traduzioni.
I. NONE. - al-Qur'an, deriva dalla radice q r^{′}, che significa "leggere", "declamare ad alta voce". Qur'än significa quindi in primo luogo "declamazione ", poi "recitazione" salmodiata di brani della rivelazione, poi tali brani stessi o anche il complesso di tutte le rivelazioni del profeta Maometto, ed infine il libro che noi chiamiamo C. Secondo molti studiosi (F. Schwally, G. Wellhausen, Horovitz, ecc.) si tratterebbe, nelle sue accezioni particolari, di un prestito dal siriaco qerjānā «lectio», dalla stessa radice. Nel C. stesso la parola qur'än è usata come termine tecnico per le singole rivelazioni ed anche (17, 107; 25, 34) nel senso di rivelazione complessiva.

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Sinonimi di qur'än sono al-kitäb ("il libro" per eccellenza), furqän "distinzione" (fra il bene e il male) o "salute", "vittoria" (in questa accezione semantica derivato dal siriaco), dihr "ammonizione", al-mushaf "il libro", "il codice", ed altri meno comuni.
II. Il C. opera di Dio. - I musulmani tutti considerano il C. opera non di Maometto ma dir