rivelazione complessiva.
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Sinonimi di qur'än sono al-kitäb ("il libro" per eccellenza), furqän "distinzione" (fra il bene e il male) o "salute", "vittoria" (in questa accezione semantica derivato dal siriaco), dihr "ammonizione", al-mushaf "il libro", "il codice", ed altri meno comuni.
II. Il C. opera di Dio. - I musulmani tutti considerano il C. opera non di Maometto ma direttamente di Dio e, a differenza di quanto insegna ad esempio la Chiesa cattolica sull'ispirazione (v.) delle Scritture, ritengono la rivelazione coranica "discesa su Maometto" per mezzo dell'arcangelo Gabriele, che gliela dettò da una "ben custodita tavola " (al-lawh al-mahfiiz) conservata in cielo. Pertanto tutto nel C. è diretta parola di Dio e citando un qualsiasi passo coranico si dice: «disse Iddio altissimo...". Il C. stesso ammette tuttavia che il prototipo celeste è discreo in chiara lingua araba sul profeta Maometto in un lasso di tempo determinato e che anche le rivelazioni precedenti (Tôrāh, Vangelo ecc.), corrotte da cristiani ed Ebrei, rappresentano pur esse una versione del libro celeste. Comunque man mano la distinzione tra prototipo celeste e C. scompare. Specialmente su due questioni riguardanti il C. i teologi musulmani hanno sparso fiumi d'inchiostro. Una è quella dell'inimitabilità del libro sacro (i'g ā x ). Il C. è, secondo la teoria ortodossa sunnita, il massimo miracolo (mu'gizah) del profeta, com'è del resto detto esplicitamente nel C. stesso: "se anche si riunissero gli uomini e i geni (ginn) per produrre qualcosa di simile a questo C., non potrebbero, anche se gli uni aiutassero gli altri" (27, 90; v. anche 11,16). Tuttavia nella storia religiosa dell'Islām si trova più di un caso di empi che vollero imitare il C., come, p. es., secondo certe tradizioni, il famoso poeta al-Mutanabbī (m. nel 955), ed è ben nota l'acuta dichiarazione attribuita al grande poeta scettico Ahā 'l-'Alā al-Ma'arrī (m. ro58), che avrebbe detto a proposito di un suo C.: "lasciate che sia polito per quattro secoli dalle lingue degli uomini nelle moschee e poi ne riparleremo!». Il mu'tazilita an-Nazzäm affermò che il C., se anche lo è per il contenuto, non è miracoloso affatto per il suo stile e che, teoricamente, se non fosse per l'impedimento di Dio, gli uomini avrebbero potuto benissimo produrne uno pari ad esso in bellezza letteraria. Naturalmente anche tale affermazione è ritenuta eretica; e così anche a proposito della seconda questione, l'affermazione, propria specialmente dei mu'taziliti, che il C. sia creato, quindi un corpo e, ragionano gli avversari, teoricamente tramutabile perfino in uomo od animale. Invece secondo la dottrina ortodossa sunnita il C. è «increato». Il principe dei teologi sunniti al-Gazzālī (v.) compendiosamente dichiara: «Il C. è leggibile con la lingua, scrivibile in volumi e conservabile nei cuori; pur tuttavia è eterno, sussistente nell'essenza di Dio, né è passibile di separazione e divisione per il suo trasferimento nella memoria degli uomini e nelle pagine dei codici». "Ciò che sta fra i due piatti del volume è la parola di Dio" dichiarerà definitivamente l'ortodossia più rigida.
III. Autore. - Per chi non accetti il dogma islamico è evidente essere Maometto (v.) l'autore del celebre libro, oggetto della venerazione di quasi 400 milioni di esseri umani. Non ugualmente facile è stabilire scientificamente come, quando e fino a qual punto Maometto abbia prodotto il C. Nel C. stesso si trova in due passi ( 7,156 e 158 ) applicato a Maometto il misterioso aggettivo ummī, che la maggioranza dei dotti musulmani interpreta nei senso di "analfabeta" prima della rivelazione divina (per buona parte

Corano - Parte di un frammento coranico in carattere cufico (sec. viI) - Biblioteca Vaticana, cod. Arab. 1605, frc. 16.
degli studiosi europei significherebbe "laico ", "popolare"; per il Nallino significa "nazionale", " arabo "). Inoltre nel C. stesso si parla di visioni ( 43,5 mathrm{sgg}; visione di Gabriele a distanza di due archi; 81, 23: Gabriele è visto sull'"orizzonte chiaro ") sempre accompagnate da rivelazioni acustiche: questa prevalenza dell'acustica, della "parola" sulla visione fantastica sembra essere una caratteristica dello spirito religioso semitico (si confrontino le teofanie bibliche, p. es., con le fantastiche visioni delle leggende indù). La tradizione o hadit che narra la prima rivelazione discesa su Maometto, parla della grande figura dell'Arcangelo che rimaneva persistente sulla rètina del profeta da qualsiasi parte dell'orizzonte egli si voltasse; mentre i passi 72,1 e 73,1 , con la relativa tradizione che presenta il profeta preso da accessi di febbre e gridante "copritemi!", mostrano la esplicita e - sembra - sincera convinzione del profeta di non essere lui a inventare ma una forza estranea a suggerirgli le parole ( 53,3+4 ; 75,16-18 ). Tutti questi dati della tradizione islamica e del C. stesso fanno pensare, almeno per alcune parti del libro (tutti i passi sopracitati sono meccan), ad una sincera buona fede del profeta nel ritenersi non autore ma rivelatore di proclami divini, al fatto che Maometto non scrisse in alcun modo ciò che proclamava ma lo conservò nella memoria, ed infine ad una frammentarietà nelle rivelazioni (17, 107; 76,23 ; 25,34 ) comprovata dalla tradizione islamica, secondo la quale l'ordine delle rivelazioni non corrisponde all'ordine attuale del libro. Dalla tradizione si può inoltre abbastanza chiaramente dedurre che i brani del C. venivano almeno in parte scritti da segretari del profeta su varie materie (ossa piatte, foglie di palma ecc.) e raccolte solo dopo la sua morte. Prova evidente che nei primi tempi il tutto era affidato alla memoria è 87,6 : "ti faremo declamare e tu non dimenticherai se non ciò che Dio vorrà"; mentre l'accento a un hat al-suehj ("scritto della rivelazione ") in una poesia del panegirista di Maometto Hassān b. Täbit, sembra comprovare appunto quel che sopra si è detto. Comunque, se è certo che il C. è nel suo insieme e sostan-
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zialmente autentica opera di Maometto, pare difficile attribuire a lui stesso l'ordine dei versetti nei capitoli più lunghi, senza parlare dell'ordine generale dei capitoli; come anche è ben possibile che non derivi letteralmente dalla bocca del profeta tutto il contenuto dell'attuale C. Già alcuni puritani bārigiti (v.) negavano a torto l'autenticità del cap. 12 (la sūrah di Giuseppe), per loro troppo frivola e profana; mentre gli sciiti ritenevano che fossero stati fatti spante dal C. importanti passi fra cui due interi capitoli (la sūrah delle due luci o an-murajin e quella al-walajah), pur usando essi attualmente in mancanza di meglio il textus receptus sunnita. I tentativi degli studiosi occidentali (De Sacy, Weil ecc.) di negare l'autenticità di alcuni passi dell'attuale C. poiono anch'essi piuttosto deboli. Più probabile è che qualche passo autentico delle rivelazioni di Maometto non sia stato accolto per varie ragioni nel C. di 'Uṭmān (v. sotto; sembra strano, p. es., il fatto che il C. attuale non contenga nessun nome di avversari di Maometto, appartenenti a influenti famiglie meccane in seguito convertite); ma nel complesso ben si può chiamare Maometto autore del C. Merita un cenno la teoria, corrente per secoli in campo cristiano (s. Pascasio ed altri) e obbiettivamente confutata dal Marracci, secondo la quale il C. sarebbe stata opera del non meglio identificato monaco nestoriano Sergio o Bablrā, che la avrebbe dettato al giovane pastore Maometto allo scopo di nuocere al cattolicesimo. Tale teoria non era nuova perché il C. stesso ci dice ( 16,105 ; 23, 3) che accuse simili facevano i miscredenti al tempo del profeta stesso. E abbandonata invece dai più seri studiosi moderni l'idea, condivisa dal Marracci, di una ispirazione diabolica del C. : l'inglese Muir ne fu uno degli ultimi più autorevoli rappresentanti. Per quanto riguarda il periodo di composizione del libro nulla vieta di dar ragione presso modo alla tradizione musulmana, che la pone nei ventire anni che intercorrono tra la prima rivelazione (posta nel 609: il primo passo rivelato sarebbe stato 96 , 1-5 0 74, 1 sgg.) e la morte del profeta ( 632 ). L'apparente contraddizione con il passo 97, i che circoscrive la rivelazione del C. alla famosa e misteriosa «notte del qadr» è facilmente evitata dalla tradizione musulmana, la quale spiega che in quello notte il C. arabo discese dalla celeste «tavola ben custodita» al più basso dei cieli (as-samáa ad-duujá), dal quale fu man mano rivelato al profeta da Gabriele.
IV. Redazione. - La recensione attuale del C. è dunque, sia secondo la tradizione musulmana che secondo la più comune opinione dei dotti occidentali, posteriore alla morte del profeta ( 632 ). Secondo la più diffusa tradizione fu Abū Bakr, il primo califfo, per consiglio di 'Omar, che ordinò a Zajd b. Tābā, segretario di Maometto, di radunare tutto quello che del libro sacro si trovava scritto o affidato alla memoria. Zaid ordinò i capitoli per ordine di lunghezza e questi furono alla morte di Abū Bakr affidati a Ḥafṣah, una delle mogli del profeta. Inviatine esemplari in diverse province ed essendosi il testo alquanto corrotto, il terzo califfo 'Uṭmān ( 644-55 ), per evitare discussioni sull'autenticità dei vari testi, avrebbe incarticato quattro dotti, fra i quali lo stesso Zajd, di scrivere un certo numero di esemplari autorizzati e distruggere tutti gli altri. Secondo informazioni fornitori da testi musulmani (il Pibrist di an-Nadim e l'Iṣ̣̣̣̣ di Sujūṭī) la redazione pre'utmānica di Ibn Mss'ūd mancava del primo e dei due ultimi capitoli, mentre quella di Ubajj ne aveva due piccoli in più: le vüre aggiunte o tolte sono tutte eulogie e preghiere che non hanno nulla di specificatamente islamico. Ambedue le recensioni differivano notevolmente da quella 'uṭmānica per l'ordine delle süre. Sembra inoltre che esistessero, al momento della raccolta, dei piccoli gruppi di capitoli già sentiti come unità. Non generalmente accettata l'ipotesi del Casanova e di A.Mingona secondo i quali il C. avrebbe trovato la sua sistemazione attuale solo per opera di al-Hağğăğ al tempo del califfo ommiade 'Abd al-Malik (685-705), epoca in cui pare sia però avvenuta una revisione e fissazione del testo. Tuttavia per varie ragioni (imperfezioni della scrittura araba di allora, negligenza dei copisti ecc.) continuarono e continuano ad esistere delle varianti nel testo sacro, per lo più, ma non sempre, di scarsa importanza. L'ortodossia risolse la questione, d'accordo con una tradizione non ben chiara secondo la quale il C. sarebbe stato rivelato in sette
obruf ("lettere"), termine cui si attribui il significato di "versioni", dichiarando ugualmente ortodosse le letture prima di dieci e poi di sette celebri dotti scelti arbitrariamente. Attualmente le due versioni autorizzate in uso sono quelle cuferee, usate in Egitto e nei paesi ad oriente di questo, e quella medinese usata nel resto del mondo musulmano.
V. Contenuto. - Sul contenuto del C. ben si può ripetere quel che scriveva nel sec. XVII il Marracci: «Via dici potest quid determinate contineat Alcoranus: est enim miscella et farrago innumerarum rerum" (Prodr., I, Roma 1691, 225). E interessante notare che nel C. stesso (3,5) si ammette che nel libro «vi sono versetti fermamente stabiliti che sono la base del libro ed altri ambigui» e si accusano gli inclini al male di dare più importanza agli ambigui, tuttavia anch'essi rivelati da Dio. Questa è una delle prime distinzioni che i musulmani fanno nel contenuto del C.: mutaḩ̄̄h ū, "ambiguo" e mutabakkim, "solido». La materia è da essi per lo più divisa in abhām ("sentenze", parte giuridica e normativa), qisas ("storie", parte leggendaria) e maccä'iz ("parenesi", "esortazioni"), il tutto spesso mescolato inestricabilmente. Fra gli abhā̄n vi sono, ma in una forma slegata che darà poi molto da fare ai commentatori, precetti sulla preghiera, sul digiuno, sul pellegrinaggio, sul matrimonio, sulla divisione dell'eredità, sul diritto penale ecc. La parte leggendaria contiene, oltre ai racconti biblici alivolta trevisati (p. es., Maria madre di Gesù è confusa con Maria sorella di Aronne), leggende di origine talmudica o cristiano-apocrifa (p. es., i sette dormienti di Efeso) e profana (la leggenda di Alessandro Magno e del misterioso Hidr); la parte parenetica ha dei brani forse tra i più belli del C., nei capitoli più antichi, esortanti al monoteismo, alla penitenza, e dipingenti gli orrori dell'«ora percuotente», cioè della fine del mondo e del giudizio universale. Anche il protagonista del testo varia molto spesso: ora Dio parla in prima persona, ora parla Maometto, ora Gabriele discorre col profeta, ora critiche vengono messe in bocca ai suoi avversari. Particolarmente interessante è il fatto che i musulmani stessi, a cominciare dal profeta, si accorsero di vere e proprie contraddizioni fra un passo e l'altro del libro sacro e vi rimediarono applicando il loro concetto, un po' antropomorfistico ma robustamente personalista della divinità, e affermando (2, 100; 16, 103) che Dio può abrogare uno o più versetti. Esistono interi trattati su questa questione detta dell'«abrogante e l'abrogato" (annāsib wa 'l-mansūh). Un tipico esempio di evoluzione progressiva nei precetti di Allāh è quello della proibizione del vino. In 16, 69 esso è ancora permesso, anzi citato a prova della generosità di Dio; in 2, 216 "vi è più male che bene"; in 4,46 si raccomanda ai fedeli di non fare la preghiera in stato di ubriachezza; in 5,92 il vino è abominio e opera di Satana. Uno sguardo a queste citazioni basta a rendere plasticamente il disordine cronologico dell'attuale redazione del C. Disordine nel quale un commentatore musulmano come ar-Rāzī scorge una coerenza d'origine sovrumana (non si dimentichi il profondo senso islamico della personale arbitrarietà del Divino). Del resto bisogna, nello studio del C., spogliarsi della propria mentalità di europei moderni : probabilmente un ordinamento non molto migliore avremmo trovato in un C. redatto personalmente da Maometto.
VI. Diyistont. - L'attuale C. è, esteriormente parlando, diviso in 114 capitoli (sūrah, pl. suvvar, termine sulla cui etimologia non si è d'accordo) di molto varia lunghezza (da 3 a 286 versetti), disposti, come si è detto, in ordine appros-
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simativo di lunghezza, salvo la prima sürah, una breve e bella preghiera. Ogni sürah è divisa in un certo numero di versetti più o meno lunghi detti djah, pl. djât (lett. "segni ", "miracoli», cf. ebr. 'âth), la cui divisione e numerazione variano secondo le scuole. All'inizio si trova la formola Bismi 'llâhi 'r-rahmâni 'r-rab̧̂m ("in nome di Dio clemente e misericordioso"); fa eccezione la sürah nona, probabilmente perché unita da principio all'ottava. In 29 süre, subito dopo la formola succitata, si leggono numerose lettere come, p. es., k h j^{′} t ecc. Né i dotti musulmani né i dotti occidentali sono riusciti, malgrade sagaci sforzi, a darne una spiegazione definitiva. Fra le poche ipotesi che non si sono proposte è quella, non del tutto improbabile ove si ammetta la situazione paranormale del profeta al momento delle rivelazioni, che ai tratti di voci o grida senza senso, simili a quelle dei glossolali di tutti i tempi, che sarebbero state raccolte con religiosa cura e più o meno grande precisione dagli ascoltatori. Ogni sürah ha un nome, non originario, salvo forse qualche eccezione, dal profeta stesso, nome che è un accenno a qualche cosa o avvenimento o vocabolo significativo contenuto nella sürah stessa. Meno importanti, tarde e variabili secondo i paesi, le divisioni più ampie del C. in 30 gua e' e 60 hizb per la recitazione salmodiata, le regole della quale formano una "scienza "susiliaria. Dal punto di vista del luogo dove furono rivelate, le süre furono distinte sin da antico in meccane, cioè rivelate o "discese" nel periodo meccano dell'attività del profeta (609-22) e medinesi, rivelate dopo l'Egira (622-32). Già i trattati islamici di cronologia forniscono un rudimentale metodo critico di distinzione: laddove si dice "o voi che avete creduto! " si tratta di una sürah medinese; meccane sono quelle in cui il profeta si rivolge ai suoi interlocutori con le parole "o gente! ". Molte altre divisioni spesso esteriori e meccaniche si trovano nei trattati musulmani (süre o versetti rivelati in viaggio, di giorno, di notte ecc.), su cui non vale la pena di soffermarsi. I trattati dànno anche un più o meno attendibile elenco dei titoli delle süre in ordine cronologico: le prime, meccane, essendo in genere più corte, si trovano verso la fine del libro. Il migliore, anche se non assolutamente certo, ordinamento cronologico delle süre coraniche è quello frutto delle pazienti e acute indagini di T. Nöldeke nella sua Geschichte des Qor'ans. Si osservi che perfino le stesse süre più lunghe non formano spesso cronologicamente un'unità.
VII. LINGUA. - La lingua del C. è 'arabi muhīn, arabo chiaro (26, 195), lingua che il profeta sembra aver posseduto alla perfezione in tutta la sua ricchezza. Gli studiosi hanno discusso e discutono, scartata l'idea che Maometto abbia "composto " il C. in un dialetto popolare accomodato poi alla koiné araba letteraria, sui rapporti della lingua del C. con quella della poesia classica preislamica.
Il C., opera unica nella letteratura araba, è fra i più intraducibili libri della letteratura mondiale. Come molti grandi artisti, Maometto aborriva i poeti di professione, questi esseri che "scorrazzano per ogni valle e dicono ciò che non fanno" (26, 225-26), ed era particolarmente sensibile alle accuse di essere "un poeta folle" ( 37,35 ) ripetutamente fattegli dai Meccani. Tuttavia, con la sua opera di entusiastico rinnovamento della vita spirituale del popolo, fu un vero "artista rivoluzionario", dando un colpo mortale al conchiuso ed elaborato classicismo verbale della poesia preislamica e lasciando nella ritmica prosa dei migliori brani delle süre meccane forse l'unico monumento di "arte romantica" (la parola va presa cum grano salis) delle letterature d'Oriente. Unico, perché lo stile coranico non trovò, per il carattere di sacertà del libro, imitatori. Malgrado questo, l'entusiasmo e il pathos del C., che come ben scrisse il modernista musulmano indiano Sir Muhammad (qbal (m. 1938), accentua piuttosto l'azione che l'idea anche trasporti su un piano puramente religioso, furono fra le più importanti componenti in gioco nello sviluppo delle varie letterature islamiche.
Lo stile del C. varia notevolmente secondo le epoche: una chiara distinzione, avvertita perfino da chi lo legga in traduzione, si può fare fra lo stile meccano e quello medinese. La forma delle più antiche süre meccane sembra risentire l'influenza dei vaticini degli indovini (kähin) ara-bi-preislamici. Sono brevi, commossi passi in più o meno
regolare prosa rimata (soğ'), preceduti talvolta da strani giuramenti come "Per il fico e per l'ulivo! Per la mattina avanzata! Per la notte quando s'abbuia! Per il doppio e il semplice! Per il veniente di notte! ". L'espressione è estremamente dinamica, rari i passi continuamente narrativi. Tipica delle süre medinesi è invece la maggior lunghezza dei versetti, nei quali la rima diviene puro mezzo esteriore e meccanico di legamento; l'espressione è pacata e talvolta goffa, abbondano le norme giuridiche. Sono fra i passi letterariamente peggiori del C. pieni di ripetizioni e di argomentazioni ingenue, pur non mancando in taluni di essi una certa maestosa solennità, come nel noto "versetto del Trono" (2, 256) ed altri. Il passaggio fra i due stili avviene evidentemente attraverso gradi intermedi: le süre del secondo periodo meccano abbondanti di storie di profeti sono già diverse da quelle del primo. Abbastanza frequenti in tutto il C. le comparazioni, alcune molto belle (v. p. es. 77. 70-33); in molte di esse Iddiu parla dei fenomeni della natura come mezzi per impartire insegnamenti morali : isolato per il suo simbolismo mistico il singolare "versetto della luce" (24,35). Malgrado tutto, anche ad una prima lettura, non si può non notare che una stessa impronta personale pervade tutto il libro. Ben si potrebbe dire che la miglior prova non certo della divinità ma dell'autenticità del C. è l'unità sostanziale e l'unistà del suo stile. L'influenza dello stile del C., letto, riletto e meditato giornal. mente in arabo da tutti i pii musulmani, è stata incalcolabile, seppur non esattamente misurabile, in tutte le manifestazioni culturali dei popoli islamici, che ne sono stati, anche i più lontani dagli Arabi, fortemente semitizzati.
VIII. COMMENTARI, TESTO, TRADUZIONI. - Il C. possiede, come è facile immaginare, una enorme quantità di commentari, detti tafsir, fra i quali celeberrimi quelli di Tabari (m. 923), ortodosso e tradizionalista, in ben 30 voll.; di Zamahjūarī (m. nel 1144) tendenzialmente mu'tazilita (v. sopra) ; di ar-Rāzī (m. nel 1209); di al-Bajdāwī (m. nel 1291) sš'arita; infine, più maneggevole e usitatissimo, quello "dei due Galā̄" (tafsir al-galālinin) cioè di Sujūtī (m. 1501) e di Maballī (m. 1459).
Ottima introduzione alle "scienze coraniche" musulmane è l'Iqā̄a fí 'ulūm al-Qur'ān di Suljūtī stesso.
Buonissimo ed elegante testo arabo del C. è quello stampato in Egitto per ordine del Re Fu'ād (Cairo 1923). Universalmente usata in Europa l'edizione del Flügel (Lipsia 1841 e più volte stereotipata), riprodotta da L. Bonelli in Il C. arabo con tavole di concordanza..., Milano 1937.
L'ortodossia vieta generalmente le traduzioni del C. in lingue straniere. In recenti (1925) discussioni in Egitto e Turchia si notò una attenuazione di questo divieto, del resto basato solo su alcune tradizioni. La prima traduzione europea fu quella di Pietro il Venerebile, abate di Cluny (1092-1156) pubblicata solo nel 1543 dall'umanista svizzera T. Buchmann (Bibliander). Fra le recenti traduzioni occidentali forse la migliore scientificamente è quella italiana del Bonelli ( 1ᵃ ed., Milano 1929; 2ᵃ ed. migliorata ivi 1940). La migliore francese è quella di M. Kasimirski (Parigi 1840 e poi ristampata). Ne è attualmente in preparazione una con le süre disposte cronologicamente, di R. Blachère. Ottima la traduzione inglese di E. H. Palmer (Oxford 1880, poi 1900 e 1928). Buona la tedesca di Henning (Lipsia 1901).
Non va inoltre dimenticata la grande opera di L. Marracci (Alcorani textus universus, Padova 1698) in due grossi volumi. Il secondo contiene il testo e la traduzione latina, il primo il Prodromus ad Refutationem Alcorani, molto ricco di accurate citazioni di autori arabi (ed. più corretta del solo Prodromus quella precedente di Roma, 4 voll., 1691). La traduzione del Marracci, benché in vari punti superata, può ancora essere consultata utilmente.
Una utile antologia coranica per chi non si senta di affrontare una lettura integrale è V. Vacca, Antologia del C., Firenze 1944.
Bist..: Oltre le opere già citate nel testo e la bibl. della voce Islamiana si veda l'art. al-Kur'än di Fr. Buhl in Handwörterbuch des Islam, Leida 1941; M. Guidi, s. v. in Enc., Ital., 53 (1931), pp. 348-49; Th. Nöldeke, Geschichte des Qorans, Gottings 1860 ( 2ᵃ ed. rifatta da Schwally e continuata da G. Bergershaer e O. Pretzl, in 3 voll., ivi 1909-38, fondamentali); R. Blachère, Introduction au Coran, Parigi 1947.
Alessandro Bausani
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" COR ARCA LEGEM CONTINENS". - Inno delle Lodi nella festa del Cuore di Gesù. Il cuore è la sede dell'amore; Gesù ci mostra nel suo cuore, colpito dalla lancia, le ferite dell'amore, dalle quali sono usciti l'acqua e il sangue che hanno lavato l'umanità dal peccato. L'inno data dal 1847 , e solo 10 anni dopo Pio IX lo incluse nel Breviario romano.
Boll.: C. Albin, La poésie du Bréviaire romain, Lione s. d., p. 277; G. Bassi, Gli inni del Breviario romano, versione ritmica, Roma 1919, p. 111; A. Mirra, Gli inni del Breviario romano, Napoli 1947, p. 139.
Sdiverio Mattei
CORAZZINI, Sergio. - Poeta, n. a Roma il 6 febbr. 1886, m. ivi il 18 giugno 1907. Gli stessi amici che lo confortarono durante la vita, ne curarono dopo la morte l'edizione delle Liriche (v. raccolta definitiva a cura di F. M. Martini, Napoli 1935).
Questi amici militavano nel cenacolo di Crouache latine (1905-1906) rivista intonata a quel sentimento sconsolato e deserto che venne poi definito crepuscolare. Il C. vaga attraverso una poesia di ispirazione melanconica che riflette motivi del Pascoli e del D'Annunzio e più ancora di Verlaine, Laforgue, Samain, Jammes, Maeterlinck. Alcuni motivi della fede gli sono talora presenti nelle Liriche specialmente in quelle come Dolore, Cappello in campagna, motivi che tuttavia non riescono a risolvere la sua ansiosa ricerca di una pace e di una certezza religiosa.
Boll.: G. Cuchatti, Un antesignano dei crepuscolari: S. C., Venezia 1929; G. Petronio, I crepuscolari, Firenze 1937, pp. 13 28; P. Pancerai, Scrittori italiani dal Cuadurei al D'Annunzio, Bari 1943, p. 226 sgg; G. Vatanini, Note in S. C., in Humanitas, 3 (1948), pp. 700-707; F. Donini, Vita e poesia di S. C., Torino 1949.
Giovanni Fallani
CORBAN (ebr. qorbān, gr. π 0 ρ ᾱ ᾱ; volg. corban e corbana). - In ebraico c., come il suo corrispondente accadico qurbānu, vuol dire " offerta » o, secondo l'etimologia, "presentazione di un dono a Dio" (cf. Lev., 2, 1.4; 7, 13; 9, 7. 15; Num. 7, 3; Ez. 40, 45) : il vocabolo si trova solo nei tre libri citati, ossia nella legislazione riguardante il culto. Esso fu anche grecizzato ed usato da Flavio Giuseppe (cf. Antiq. Iud., IV, 73).
Nel mondo rabbinico c. venne anche a significare la formula di giuramento, con la quale si dichiarava che un dato oggetto od oninale era consacrato a Dio. Pronunziata una tale formola, la materia del voto diveniva inservibile per usi profani. Dal Vangelo (Ab., 7, 11) sappiamo che spesso simile promessa era emessa da figli ingrati, che cosi interdicevano ai genitori l'uso di oggetti desiderati. Tale abitudine era propri adei giudei. Flavio Giuseppe, infatti, nota che presso i Tiri non erano riconosciuti i voti o giuramenti "c." (Contra Ap., II, 175). Per estensione si chiamò c. anche il luogo o recipiente che custodiva le offerte in denaro; era in pratica il tesoro del Tempio (Mi. 27, 6; Flavio Giuseppe, Bell. Iud., II, 175).
Boll.: K. H. Rengstorf, Koeßāw, in G. Kittel, Theologisches Worterbuch zum N. Test., III, Stoccarda 1938, pp. 860-66. Angelo Penna
CORBIE. - Cittadina situata presso la confluenza dell'Encre con la Somme, a 15 km . da Amiens, nel dipartimento della Somme, in Piccardia (Francia). Clotario III (657-6I) con sua madre Batilde vi fondarono un'abbazia in honore sancti Petri et sancti Pauli principum apostolorum et sancti Stephani protomartiris, come si legge nel diploma stesso di fondazione, il quale contiene anche i privilegi subito ricevuti, come l'immunità e l'esenzione. Fu sottoposta a Luzeuil dall'abate Waldeberto, e da Luzeuil ebbe i primi volumi. La chiesa del monastero venne consacrata nel 667 dal vescovo Bertefredo. Un diploma di Chilperico II in data 29 apr. 716 si riferisce ai lavori della biblioteca monastica. L'abbazia ottenne privilegi dai papi Benedetto III (855-58) e

(Int. Enc. Catt.)
Corbie - Tipo di scrittura di C. del sec. viII. - Fol. 46 del Sacramentarium Gelasianum contenente il simbolo niceno in greco e in latino - Biblioteca Vaticana, cod. Regin. 316.
Niccolò I (858-67). Crebbe il suo prestigio nel periodo carolingio; vi fu tenuto prigioniero e vi mori (774) Desiderio, re dei Longobardi. Grande celebrità raggiunse la scuola monastica di C. con il nono abate s. Adelardo il quale inviò un gruppo di suoi monaci in Vestfalia, dove l'imperatore Ludovico il Pio fondò il monastero benedettino di Corvey o Nuova C. (diocesi di Paderborn).
Nel 1137 un incendio discusse gli edifici monastici che vennero però subito ampiamente ricostruiti.
Filippo Augusto (1165-1223) dotò C. d'una carta comunale. Nel 1550, decadendo l'abbazia, furono nominati abati commendatari; essa però rifiori dal 1618 quando venne incorporata nella nuova Congregazione benedettina di S. Mauro.
Il 15 ag. 1636 C. fu occupata dagli Spagnoli e ripresa poi da Luigi XIII il 14 nov. dello stesso anno. Luigi XIV (1638-1715) fece abbattere le fortificazioni della città. La biblioteca corse pericolo d'essere confiscata e allora la Congregazione di S. Mauro decise il trasferimento a St-Germain-des-Prés; ca. 400 manoscritti vennero deposti a Parigi, fondo sangermanense (nn. I 1504 14231). Verso il 1791 un segretario dell'ambasciata russa, Pietro Dubrovskj, fece sottrarre da St-Germain-des-Prés una cinquantina di manoscritti latini, tra i quali venticinque dei migliori; tutti andarono nella biblioteca imperiale di Pietroburgo. Nel 1790 l'abbazia venne soppressa; l'anno seguente quattrocento volumi furono inviati ad Amiens, nella biblioteca municipale, 75 entrarono nel 1803 nella biblioteca Nazionale di Parigi. Dopo la soppressione, parte degli edifici abbaziali venne demolita e oggi restano soltanto alcune mura della recinzione, una porta monumentale, un pozzo, avanzi di edifici del sec. xviti; la chiesa di S. Stefano è divenuta parrocchiale.
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La storia della biblioteca di C. fu riassunta da L. Delisle (Recherches sur l'ancienne Bibliothèque de C., Parigi 1861; id., in Le Cabinet des mss. de la bibliothèque Nationale, II, ivi 1874, pp. 104-41, 427-40). Nel sec. viI lo scriptorium Corbiensc aveva monaci anglosassoni che usavano la scrittura insulare, specie nelle abbreviazioni (W. Lindsay, The old Script of C., its abreviation symbols, in Revue des bibliothèques, 22 [1912], pp. 405-29).
Già il Mabillon aveva classificato un tipo caratteristico di scrittura di C., con il nome di "lombardica", che il Trasibe mutò in "scrittura antica di C."; due codici di questo tipo però vengono datati tra gli aa. 810-20. In seguito vennero messi in evidenza altri tipi, sempre del sec. viII. Di questi il più antico, il tipo b, è quello offerto da un gruppo di codici della prima metà del sec. viII (E. A. Loew, Studia palaeographica, Monaco 1910, p. 36; S. Tafel, Un type français de minuscule précarolingienne, in Revue Charlemagne, 2 [1912], pp. 105-15; A. Wilmart, L'index liturgique de St-Thierry, in Revue Bénédictine, 30 [1913], p. 439, n. 1); un altro tipo detto dell'abate Leutcarin (751-68) offre caratteristiche sia della semionciale che della minuscola (P. Liebaert, Some early script of che C. scriptorium, in Palaeographia Latina, I [1922], p. 62). Il tipo detto dell'abate Mordranno (772-80) presenta lettere rotonde e regolari come la minuscola carolina; celebre è la Bibbia oggi nella biblioteca municipale di Amiens (nss. 6, 7, 9, 11, 12), fatta scrivere dal detto abate (cf. Ph. Lauer, La réforme carolingienne de l'écriture latine et l'école calligraphique de C., in Mémoires de l'Académie des inscriptions et belles lettres, 13 [1924], p. 19). Da ricordare anche il tipo e-o (sec. viII), e il tipo a-b (prima metà del sec. IX). Il Lindsay ha voluto distinguere un tipo a, che si riduce però a una varietà della merovingica. Pare che sulla scrittura di C. abbia esercitato un certo influsso, nel sec. viII, la beneventana (per la scrittura di C. si veda anche la voce carolina, scrittura: scritture precaroline).
Studi più recenti nello scrittorio di C. sono quelli compiuti da O. Dobiache-Rojdestvenskaia (Un codex insulaire des VIIe-IXe siècles à C., in Bulletin de l'Académie des sciences de l'U.R.S.S. Classe des Humanités, Leningrado 1930, pp. 183-95; id., Questions corbéiennes, in W. Stach e H. Walter, Studien zur lat. Dichtung des M. A., Ehrengabe für Karl Strecker, Dresda 1931, pp. 18-28). La stessa autrice ha poi dato una trattazione sistematica dei manoscritti dello scriptorium Corbiense oggi nella biblioteca di Leningrado con il suo studio: Histoire de l'atelier graphique de C. de 65 r à 830 reflété dans les manuscrits de Léningrad (in Académie des sciences de l'U.R.S.S., 2^{text {a }} serie, fasc. xi.III (Leningrado 1934).
L.W. Jones infine ha riassunto nel 1947 tutta l'attività della scuola di C. (The scriptorium of C., in Speculum, 22 [1947], pp. 191-204).
Lo scriptorium fiorì ancora nel sec. IX, come lo dimostra il sacramentario di Rodrado dell'853 (in quel secolo uno dei più famosi scolari di C. fu Pascasio Radberto, m. nell'865), e continuò la sua attività fino al sec. xim come attestano i cataloghi dei suoi manoscritti.
Il più antico catalogo del sec. xi, frammentario, comprende 45 numeri (Cod. Vat. Lat. Reginensis, 520), il secondo, anteriore alla fine del sec. xi si trova nel ms. Phillips 1865 nella biblioteca reale di Berlino; il terzo, del principio del sec. xim, è il più completo. Con la decadenza del monastero però la biblioteca venne più volte defraudata di molti suoi manoscritti; durante il sec. xvi alcuni finirono in altre biblioteche, come Berlino, Leyda (Philippici 1669, 1735, 1776, 1865; e Lat. 30), Oxford (Canonici, script. ccol. 112), Parigi (Bibliothèque Nationale), fondi De Thou, Dupuy, Notre-Dame nella Bibliothèque Nationale, ora lat. 5730, 6796, 8051, 8777, 17655, 18311, 18315), e al Vaticano (Cod. Vat. Lat. 340 e Vat. Regin. 133).
Dai cataloghi citati e dai manoscritti esistenti si può avere un'idea della ricchezza e della importanza della biblioteca corbeiense, la quale comprendeva manoscritti biblici, calendari, martirologi, sacramentari, messali, antifonari, evangeliani, lezionari, libri di ore e breviari, vite di aanti, rituali, libri obituari, letteratura liturgica, manoscritti musicali ecc.
BibL.: D. Grenier, Histoire de la ville et du comté de C. (des origines à 1460), Parigi 1910; A. Wilmart, C. (manuscrits liturgiques de), in DACL. III, 11, coll. 2913-38; E. Leone, L'économie domestique d'un monsstère ou IXc siècle d'après les statuts d'Adalhard abbé de C., in Mélanges d'histoire offerts à F. Lat. Script 1922, pp. 385-420; Cottineau, I, 866-70. Enrico Jasi
CORBINIANO, santo. - Vescovo, uno degli evangelizzatori della Germania, n. a Châtres-Arpajon presso Melun sotto il regno di Clotario III, verso il 670 . Giovane, si ritrasse a vita solitaria in una capanna della sua regione natale. Andato a Roma nel 710 per ritirarsi presso le basiliche, ch'erano i massimi segni della fede cui aveva dedicato la sua vita, ebbe da papa Costantino l'ordine di predicare la parola di Dio in Francia e in Germania.
Gregorio II lo inviò in Baviera, che divenne il centro del suo apostolato largamente fecondo. Aveva già ricondotto sulla via dell'onore il duca Grimoaldo, allorché si stabilì a Frisinga, non ancora eretta a diocesi. Vi soffrì persecuzioni, che lo trassero, fino alla morte di Grimoaldo, nel Tirolo. Ritornato nella sua chiesa di Frisinga, vi moriva nel 725 (secondo altra tradizione nel 730). Il suo culto si diffuse nel sec. viI e in quello successivo. Frata l'8 sett. Arbeo o Aribane, vescovo di Frisinga, ne raccolse la vita (ed. S. Riezler, in Abhandlungen d. Buyr. Ahad., 18 [1889], pp. 219-72; B. Krusch, in MGH, Scriptores Rerum Merovingicarum, VI, pp. 497-635).
BibL.: C. Meichelbeck, Historia Frisingensis, Monaco 1724, 1729; Acta SS. Septembris, III, Anversa 1730, pp. 281-96; J. Kizias, Die Heiligen u. Seligen Tivoli, I, Vienna 1910; A. M. Zimmermann, in Jahresber. d. Bayer. Bensdebtinerab., 3 (1924), pp. 1-19; Martyr. Rom, p. 387. Pier Fausto Palumbo
CORBLET, Jules. - Sacerdote, n. a Roy (Somme) il 16 giugno 1819, m. a Versailles il 29 apr. 1886.
Fondò nel 1857 la Revue de l'art chrétien, che diresse fino al 1871; tra le sue principali pubblicazioni, oggi criticamente superate, si ricordano: Manuel d'archéologie nationale (Parigi 1852); l'acabulaire des symboles et des attributs dans l'iconographie chrétienne (ivi 1875). Di particolare interesse è la sua Histoire dogmatique, liturgique et archéologique du sacrement du Baptême (2 voll., ivi 1881-82).
BibL.: Hurter, V. col. 1739. Enrico Jasi
CORBOLI-BUSSI, Giovanni. - Prelato e diplomatico, n. ad Urbino il 29 sett. 1813, m. a Roma il 9 luglio 1850. Era figlio di Curzio e di Costanza dei marchesi Sommi di Cremona. Compì i primi studi in patria, presso il Collegio dei nobili retto dai Gesuiti. Nel 1839 gli fu conferita la prelatura Bussi, fondata nel 1707 da mons. Giovanni Giuseppe Bussi, e secondo gli obblighi di fondazione prese lo stemma e il cognome Bussi. Il 30 sett. 1840 ascese al sacerdozio, e non tardò in Roma a dar saggio delle sue belle qualità, con dissertazioni apologetico-storiche, ricordate con lode negli Annali di scienze religiose, e come segretario della Società per l'assistenza degli orfani del colera del 1837. Nominato quindi a diversi uffici, il 24 giugno 1845 veniva promosso a segretario della S. Congregazione Concistoriale e del S. Collegio.
Dopo la visita dello zar Niccolò I a Gregorio XVI, il C.-B. venne incaricato di visitare, insieme con i plenipotenziani russi conte Bloudoff e A. Bouténeff, sugli eggravi cha la Chiesa cattolica soffriva nei paesi soggetti alla Russia. Frutto di lunghi e laboriosi negoziati fu il Concordato concluso il 22 luglio ( 3 ag.) 1847. Nella sede vacante dopo la morte di Gregorio XVI ( 1^{°} giugno 1846), come segretario del S. Collegio esercitò funzioni di segretario di Stato, e il nuovo pontefice Pio IX (statto il 16 giugno) lo confermò nel medesimo ufficio : ma sulla fine dello stesso mese di giugno, creata la speciale temporanea Congregazione di Stato, ne affidò a lui la carica
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di segretario. Pio IX fu subito attratto dal fascino del giovane prelato, che non tardò a diventare il suo uomo di fiducia. Come segretario della straordinaria Congregazione di Stato, questi cooperò ad elaborare il programma di riforme del nuovo pontificato (annistia, strade ferrate, finanze, tribunali, milizie), assisté alle sessioni che si tennero dal 1^{°} luglio al sett. 1846 e ne redasse i verbali. Poparò il decreto di amnistia, che fu pubblicato il 16 luglio 1846 e ne scrisse l'editto.
Il 24 luglio 1847 veniva nominato segretario della S. Congregazione degli Affari ecclesiastici e il 13 sg. dello stesso anno aveva la delicata missione di negoziare, presso le varie corti d'Italia (esclusa l'Austria), una lega doganale, che si sarebbe dovuta convertire in politica. Ottenne pronta adesione dalla Toscana e dopo difficili trattative anche dal Piemonte; ma a Modena trovò il terreno già occupato dall'Austria. Il duca Francesco V, dopo avere sfruttata la cooperazione del C.-B. per sistemare gli affari vertenti fra lui e la Toscana per il possesso di Fivizzano, rifiutò l'adesione alla lega e licenziò in malo modo i negoziatori. Secondo il concetto del C.-B. la lega avrebbe dovuto obbligare l'Austria a stabilire nel Lombardo-Veneto «una sovranità indipendente -, di interessi e di cuore italiana (A. Manno, p. 238 ).
Senza perdersi d'animo per tale disdetta, egli esplicò tutta la sua attività, a Firenze, nel suo ritorno da Modena, e poi a Roma, al fine di spianare il terreno ad una "lega italica" difensiva e politica. A questo fine Pio IX, dopo essersi giovato dell'opera intelligente del C.-B. per la compilazione dello Statuto, che pubblicò il 14 marzo 1848 , lo incaricò di una nuova missione in Lombardia, al quartier generale di Carlo Alberto, con istruzioni di chiedere un prestito e di persuadere il re sardo a partecipare ad un congresso dei principi italiani per la lega, al fine di portare la guerra contro l'Austria, che si combatteva in Lombardia, in un piano veramente nazionale, si da rendere possibile anche al Papa di prendervi parte. Ma data l'inflessibile ostinazione del Piemonte, Pio IX si credette in dovere di por fine a tanti equivoci, cui dava luogo tale indecisione, con la celebre allocuzione del 29 apr., con cui dichiarava che non era mai stata e che non era sua intenzione di muover guerra all'Austria. Al quartier generale di Carlo Alberto la presenza del C.-B. era intesa come un segno di adesione del Papa alla guerra; e, benché cio non fosse secondo le istruzioni, egli non volle smentire la falsa supposizione, per timore di peggio ("... io non combatto questa supposizione - scriveva il 18 apr. al Papa - perché io verrei in sospetto di operare contro l'intenzione di V. S., o se fossi creduto sincero, farei perdere a V. S. gli Italiani senza riguadagnarle i Tedeschi d. Dopo l'allocuzione venne perciò a trovarsi in una situazione estremamente penosa, esposto a critiche e a sospetti. Se ne partì quindi precipitosamente dal quartier generale, e chiese a Pio IX di essere esonerato dalle cariche che rivestiva, per ritirarsi a vita privata. Ma il Papa non volle privarsi della sua collaborazione.
Nella seconda metà del 1848 , benchè nominato membro dell'alto consiglio legislativo ( 13 maggio), preferì rimanere appartato, e limitò la sua attività, come segretario della S. Congregazione degli Affari ecclesiastici, nell'àmbito religioso. Collaborò col Rasmini al suo progetto di confederazione italiana. Durante la dimora di Pio IX a Gaeta, mantenne con il Papa un assiduo affettuoso carteggio, dolente, per la ormai declinante salute, di non poter trovarsi al suo fianco : ma adempì per suo incarico uffici ad opere di somma fiducia. Rimase affezionato a Pio IX fino alla morte, e dedicò le ultime forze a dettare memorie, pubblicate da A. Manno insieme con i carteggi, per giustificarne la condotta politica delle malevole e interessate accuse di storici di parte. La salma, insieme con quella della madre, riposa nella chiesa della Concezione in Roma.
BibL.: L. C. Farini, Lo Stato romano dall'anno 1815 al 1830. Firenze 1833; G. Moroni, Dizionario di erudizione storico-eccles., LXXXVI, Venezia 1836, pp. 229-33 (famiglia B. di Urbino) e indice generale; A. Manno, L'opinione religiosa e conservatrice in Italia dal 1830 al 1830 ricercata nella corrispondenza e confidenze di mons. G. C. B. (Biblioteca di Storia italiana recentr. 5), Torino 1910; F. Gentili, I preliminari della lega doganale e il protetoriene Morichini, in Rassegna del Risorgimento, 1 (1914), p. 363 sgg .; id., I negoziati per la lega doganale a Modena e Napoli, in Rivista d'Italia, 18 (1915), pp. 899-933; A. Boudou, Le St Nilqe et la Russie, I, Parigi 1922, pp. 471-536 (Concordato con la Russia); C. Spallanzon, Storia del Risorgimento e dell'unità d'Italia, III, Milano 1933 sgg., pp. 7 sgg., 68 sgg., 644 sgg.; Fi. ivi 1938, pp. 187 sgg.; A. M. Ghisalberti, Nuove ricerche sugli istici del pontificato di Pio IX e sulla Consulta di Stato, Roma 1939; R. Moscati, Appunti e documenti sui rapporti austro-napolettant alla rigilia del 's8, in Annuario del R. Istituto storico italiano per l'età moderna e contemporanea, 4 (1940), pp. 93-162 (la lega doganale a Napoli); F. Pirri, La missione di mons. C. B. in Lombardia e la crisi della politica italiana di Pio IX (apr. 1848), in Rivista di storia della Chiesa in Italia, 1 (1947), pp. 38-84; id., La politica unitaria di Pio IX dalla lega doganale alla lega italica, ibid., 2 (1948), pp. 183-214.
Pietro Pirri
CORDARA, Giulio Cesare. - Gesuita, n. ad Alessandria di Piemonte il 16 dic. 1704, m. ivi, il 6 marzo 1785. Dedicatosi agli studi letterari, dopo un periodo di insegnamento in vari collegi, ebbe affidata la continuazione della storia, in latino, della Compagnia di Gesù, già iniziata e proseguita per vari volumi dai pp. F. Sacchini e J. Jouvancy; colto poi dalla soppressione dell'Ordine (1773), tornò in patria e vi continuò fino all'estremo la sua arte di scrittore.
La sua produzione in italiano e in un latino cesarano squisito è molto abbondante; storia, biografia, poesie, satire, drammi; le satire, soprattutto, sollevarono molto scalpore per tutto il sec. xviri; ma le due opere più importanti sono: Historiae Societatis Iesus pars I'2 ( 2 voll., che abbracciano tutto il generalato del p. Musio Vitelleschi [1615-33]; dei quali il I fu edito a Roma nel 1750; il II, lasciato incompiuto, fu condotto a termine e pubblicato dal p. P. Ragazzini [ivi 1859]) e De suis ac summ rebus, aliisque suarum temporum usque ad occasum Societatis Iesu commentarii, pubblicati postumi, prima ad estratti da vari, poi integralmente da G. Albertotti e A. Faggiotto (Torino 1933). Da quest'opera il C. stesso aveva stralciato i tratti e i capitoli concernenti la soppressione dei Gesuiti e, collegatili opportunamente, ne aveva formato come un lavoro a parte: De suppressione Societatis Iesu commentarii, editi da G. Albertotti (Padova 1923). Nella Historia si trova maggior eleganza che nei suoi predecessori, ma minore senso critico; nei Commentarii insieme con molte preziose notizie di sé, dei confratelli, dei tempi, l'autore appare incostante e incoerente, e pur mostrando per gli episodi dolorosi dell'Ordine uno spirito di comprensione, non sempre pronuncia sulle persone e sui fatti giudizi equanimi; il suo spirito bizzarro lo spinge anzi al paradosso e non di rado all'aperto contradilizione. Vanno anche accennate, per la ricchezza di notizie e di giudizi sulle opere e sui personaggi del tempo, le sue lettere, parte delle quali pubblicate da G. Albertotti.
BibL.: Sulla vita e sugli scritti, v. l'op. cit. di G. Albertotti e A. Fagiotto, Introduzione, con bibl., pp. v-xxvi e G. Albertotti, Lettere di G. C. C. a Francesco Cancellieri (1772-83), Modena 1912, Inoltre: Sommervogel, II, coll. 1411-32; E. Rosa, G. C. C. nella sua vita e nelle sue lettere, in Civ. Cult., 1913. iv, pp. 433-70; id., Gli ultimi anni di G. C. C. e documenti sulla soppressione dei Gesuiti, ibid., 1927, III, pp. 340-50; Pastor, XVI, II, pp. 163-67.
CORDEMOY, GÉraud de. - Filosofo e storico francese, n. a Parigi ca. il 1620, m. ivi, l'8 ott.1684. Nell'opera Discernement de l'âme et du corps (Parigi 1666), traendo ispirazione dal dualismo cartesiano della res extensa e della res cogitans, egli, arriva a negare ogni vera attività sia all'anima che al corpo senza l'intervento di Dio come vera causa di tutti i fenomeni. Tale dottrina, sviluppata da A. Geulincz, può considerarsi come la prima enunciazione dell'occa-
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sionalismo, benché il Malebranche non conoscesse i suoi due precursori.
Come storico, il C., divenuto precettore del Delfino per opera del Bossuet, iniziò per il discepolo una Histoire de Charlemagne, che poi diventò una Histoire de France depuis le temps des Gaulois et le commencement de la monarchie jusqu'en 787, pubblicata postuma dal figlio Louis in 2 voll. (Parigi 1685).
Bibl.: H. Hoffding, Storia della filosofia moderna, vers. it., I. Torino 1926, p. 195.
Ginvanri di Napoli
CORDOBA, ARCIDIOCESI di. - Città e arcidiocesi nella Repubblica argentina sul Rio Primero. Nel 1700 fu trasferito a C. il vescovato di Tucumán. La sede restò vacante dal 1819 al 1830 e dal 1841 al 1858; fu suffraganea di Buenos Aires.
Il papa Pio XI la eresse ad arcidiocesi il 20 apr. 1934, con suffraganee La Rioja e Rio Cuarto.
Si estende per 114.460 kmq., comprendendo gli Stati di C. e di La Rioja. Ha una popolazione di 1.112 .000 ab., dei quali 985.000 cattolici; conta 86 parrocchie con 403 chiese, 156 sacerdoti diocesani e 195 regolari; un seminario (1948). La Cattedrale è dedicata a Maria S.ma Assunta e a s. Pietro.
Altre chiese notevoli in C. sono quelle di S. Domenico che contiene il santuario di N. Signora del Rosario, detto la Madonna del Miracolo; di N. Signora della Mercede, di S. Teresa di Gesù, di S. Caterina da Siena, di S. Francesco, di S. Rocco. La città di C. venne fondata il 6 luglio 1573 da Luis Jeronimo de Cabrera.
Nel 1613 i Gesuiti crearono in C. il collegio S. Francesco Saverio che il papa Gregorio XV eresse ad Università maggiore di S. Carlo. Il vescovo di Tucumán Fernando de Trejo y Sanabria lasciò all'Università tutti i suoi beni. Attigua al collegio fu eretta una chiesa e una stamperia. Oggi l'Università è nazionale.
La popolazione è dedita specialmente all'agricoltura e all'allevamento del bestiame. Gli Italiani vi sono molto numerosi.
Bibl.: Anon., s. v. in Enc.-Eur.-Am., XV, pp. 610-21. Enrico Josi
CORDONI, Bartolomeo da Città di Castello, beato. - Minore osservante della provincia umbra, n. nel 1471 da nobile famiglia, m. presso Tunisi nel 1535, probabilmente il 10 ( 09 ) ag. Fu allievo a Firenze del Poliziano; sposatosi, ebbe due figlie, ma dopo la morte della moglie si fece francescano nel convento di S. Maria degli Angeli (maggio del 1504). Assisté gli appestati a Terni (1526) e a Gubbio (1527). Missionario nel Marocco (1534), fu percosso per la fede; l'anno seguente animò i Crociati di Carlo V nell'assalto alla fortezza della Goletta (Tunisi), difesa dai barbareschi. Per l'eminenza delle sue virtù fu venerato come beato.
Il suo discepolo teologo Ilarione Pighi di Borgo S. Sepolcro, con l'approvazione del card. Grimani, pubblicò postuma (Perugia 1538) l'operetta mistica De unione animae cum superenimenti lumine, scritta in forma di dialogo, parte in latino e parte in italiano. Il cappuccino Girolamo da Molfetta, che ne curò una 2ᵃ edizione: Dialogo della unione spirituale de Dio con l'anima, dove sono interlocutori l'amor divino, la sposa anima et la ragione humana (Milano 1539), con l'approvazione dell'inquisitore di Milano. In seguito venne messo in circolazione un foglio volante stampato, in cui con figure geometriche si insegnava un nuovo modo di pregare, tratto dall'epilogo, per opera probabilmente d'altro autore. Il S. Uffizio condannò ( 8 marzo 1654) libro ed epilogo. Furono tuttavia ristampati a Venezia nel 1593 e nel 1598 (?), con falsa indicazione dell'autore. Da' Bartolomeo da Castello, cappuccino; nuova condanna del S. Uffizio ( 29 genn. 1600, pubblicata il 7 ag. 1603), ed ancora nel febbr. del 1647 si riparla di un "libricciuolo": Dialogo abbreviato dell'unione spirituale di Dio con l'anima. Per queste censure il Dialogo è tuttora all'Indice.
Il C. fa una profonda e fervida analisi dell'amore divino, che porta l'anima all'unione e alla trasformazione in
Dio; dei mezzi o vie per raggiungerla: umiltà, fede, Eucaristia, rinnegamento di sé, Grazia infusa, dono dell'amore; delle operazioni dell'anima fissata nell'amore. Attinge dal SS. Padri e