ncora nel febbr. del 1647 si riparla di un "libricciuolo": Dialogo abbreviato dell'unione spirituale di Dio con l'anima. Per queste censure il Dialogo è tuttora all'Indice.
Il C. fa una profonda e fervida analisi dell'amore divino, che porta l'anima all'unione e alla trasformazione in
Dio; dei mezzi o vie per raggiungerla: umiltà, fede, Eucaristia, rinnegamento di sé, Grazia infusa, dono dell'amore; delle operazioni dell'anima fissata nell'amore. Attinge dal SS. Padri e dagli scolastici, ma soprattutto da Jacopone da Tadi e da Ubertino da Casale. Protesta la sua totale adesione al giudizio della Chiesa; il primo editore rileva l'opposizione di alcuni confratelli alle dottrine del pio maestro; quelle, ad es., dell'esaltazione della fede rispetto alle opere, della Messa continua che l'anima amante celabra in Cristo, dell' " ispirazione " tra Dio e l'anima per cui essa genera e offre il Cristo al Padre, le quali potevano prestarsi, in una atmosfera di sovvertimento dottrinale protestante, a interpretazioni equivoche; i reali abusi, inoltre, indotti dall' " Epilogo ", provocarono la condanna. Di questa non s'accorsero l'annalista Giuseppe da Cannobio ed il bibliografo Bernardo da Bologna, che attribuiscono l'opera a Girolamo da Molfetta, confondendolo probabilmente col celebre predicatore e polemista Giacomo da Molfetta.
Bibl.: G. Oddi, La Franceschina, II. Firenze 1932, pp. 456-73; L. Jacobilli, Vita dei santi e benti dell' Underia, I, Foligno 1647, pp. 581-85; Giuseppe da Cannobio, Annali dell'Ordine dei Minori cappuccini, appendice al t. III, II, Milano 1544, p. 88; Bernardo da Bologna, Bibliotheca scriptorum Ord. Min. capuccinorum, Venezia 1547, p. 120; Anabrisi laris pontiferi, II, Roma 1857, coll. 2632-33; G. B. Sharaglia, Supplementum et castigatio ad scriptores trium Ord. S. Francisci, I, 24 ed., Roma 1908, p. 118 (fa diventare cappuccino il C., seguito da A. Testaert, s. v. in OHG, VI, coll. 992-93; cf. Collectione Franc., 8 [1938], pp. 463-64); N. Santinelli, Il b. B. C. e le fonti della sua mistica, Città di Castello 1930; A. Pellizzari, in La Rassegna, 39 (1931), pp. 145, 280; Index librorum prohibitorum iuxta Pii XI, Città Vaticano 1938, p. 40. Ilarino da Milano
CORDOVA, Diocesi di. - Città, capoluogo di provincia e diocesi della Spagna nell'Andalusia; la Corduba dei Romani nella Betica (Hispania ulterior). Essendo questa città cosi fiorente nei primi secoli dell'impero è da supporre che ricevesse ben presto la religione cristiana.
I martiri di C. sono cosi ricordati da Prudenzio: "Corduba Acisclum dabit et Zoillum tresque coronas " (Peristephalum, IV, 19-20). Il Martirologio geronimiano ricorda al 18 nov. il martire Acisclo; due manoscritti aggiungono la nota " hac die rosae ibidem colligantur». L'iscrizione incisa nella colonna di Carmona (sec. vi) di lui dice: "domni Acisclı" (E. Hübner, Inscriptiones Hispaniae Christianae, Berlino 1871, n. 374). Dal calendario dell'a. 961 risulta che s. Acisclo aveva tre chiese in C., l'una sul suo sepolcro, "in ecclesia Carceratorum ", l'altra apparteneva ai lavoranti la pergamena, la terza era nel monastero di Armila (M. Ferotin, Le "Liber ordinum" en usage dans l'Eglise visigothique et mozarabe d'Espagne, Parigi 1904, p. 487). Zoillo è indicato al 27 giugno dal Martirologio geronimiano, dai calendari mozarabici e dai libri liturgici (M. Ferotin, op. cit. pp. 568-69). Il martire fu sepolto "in vico Cris"; venne poi traslato in città "in ecclesia vici Tiraceorum".
S. Vittoria, ora compatrona di C., appare per la prima volta insieme con s. Acisclo nel prologo dell'antifonario di León che è dell'a. ro66 (E. Florez, España Sagrada, Madrid 1747-75, V, pp. 288-303).
Le "tres coronae" sono i martiri Fausto, Gennaro e Marziale, che il Martirologio geronimiano segna al 13 ott.; nell'iscrizione di Carmona hanno il titolo di "dominorum trium»; un'altra, dell'a. 622, dice "tres fratres sanctos retinet quos Cordoba passos" (E. Hübner, op. cit., n. 363). Il calendario dell'a. 961 indica la loro sepoltura in una basilica fuori città "in vico Turris". Nell'interno esisteva un'altra chiesa in loro onore, menzionata da s. Eulogio (Memoriale Sanctorum, II, 9: PL 115, 776). Su s. Eulogio di C. v. J. Pérez de Urbel, San Eulogio de Córdoba, Madrid 1928.
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Cordova - Interno della Moschea, iniziata nel 783 , ampliata nel sec. x, trasformata in Chiesa nel 1523.
Si cita il nome di Severo, vescovo di C., nella seconda metà del sec. III, ma nulla di certo è noto; invece è celeberrimo nella storia della Chiesa l'apostolato del grande Osio, confessore della fede, il quale assistette al Concilio di Elvira (ca. 300) e fu presidente e legato papale nel I Concilio ecumenico celebrato a Niera nel 325 contro gli ariani; ebbe anche la presidenza nel Concilio di Sardica ( 342 o 343 ). Morto Osio contenario a Sirmio nel 357, dopo sessanta anni di glorioso pontificato, ebbe per successore Igino, o Adigino, il primo impugnatore dell'eresia priscilliana secondo la testimonianza di Sulpicio (ma passò poi al partito contrario, ciò che gli valse la scomunica e l'esilio), e anche avversario dei luciferiani. In alcuni cataloghi dei vescovi spagnoli si danno come successori di Igino i vescovi Gregorio ed Isidoro, nonostante alcune difficoltà ancora non risolte; certamente nell'a. 504 un prelato di detta diocesi si chiamò Stefano, e fu presente nel Concilio Romano tenuto in quell'anno da papa Simmaco. Nel periodo del dominio ariano dei Visigoti niente si sa della diocesi e dei suoi vescovi; nel Concilio II di Toledo del 588, dove fu proclamata la conversione totale del popolo spagnolo con il suo sovrano Clodoveo, appare di nuovo un vescovo di C. con il nome di Agapio, il quale sottoscrisse pure nel I Concilio di Siviglia dopo s. Leonardo. Durante il governo del vescovo Zaccheo successe l'invasione dei Mori (711), i quali fecero di C. la capitale del loro regno durante parecchi secoli; i cristiani ebbero allora molto da soffrire e non pochi furono i martiri, principalmente sotto il re 'Abd ar-Raḥmān II (ca. 824). In occasione della persecuzione provocata dallo zelo di alcuni cristiani fu riunito in C. un concilio nell'a. 852, in cui si proibì la presentazione spontanea al martirio. Poco dopo sotto il vescovo Sauli si tenne un altro concilio per l'estinzione di uno scisma tra i fedeli
della città; il suo successore Valenzio ne celebrò un terzo (ca. 862). Conquistata C. dal re s. Ferdinando nel 1236, fu ristabilita la sede episcopale, dopo quasi tre secoli di vacanza, sotto il vescovo Lupo de Fitero. Allora fu trasformata in chiesa la grande moschea che era stata iniziata nel 785 da 'Abd ar-Raḥmān; vi erano state impiegate colonne di monumenti romani della città; era stata ampliata nell'a. 961 da al-Hakam II. La trasformazione venne eseguita nel 1593 da Hernan Ruiz, che sul minareto eresse la torre campanaria. Altre chiese notevoli sono: S. Marina, S. Lorenzo, S. Nicola de la Villa, S. Andrea, S. Agostino, S. Paolo, S. Marta, il Crocifisso, S. Michele, costruita sul luogo dove era la sede del Senato all'età romana, la chiesa di S. Giacomo eretta sul circo romano; le chiese di Tutti i Santi sul teatro, di S. Nicola sul tempio di Apollo, della Trinità sul tempio di Bacco. Le comunità monastiche si allontanarono da C. durante l'accanita persecuzione araba dell'a. 852. La chiesa di S. Michele de Escalada fu costruita da monaci di C. che ivi si erano rifugiati nel 914 (Gomez Moreno, Iglesias Mozarabes, Madrid 1919, pp. 141-61; V. Lamperez, Historia de la Arquitectura cristiana española, I, Madrid 1930, p. 256). Santuari insigni della diocesi sono quelli della S.ma Vergine de la Sierra, fondato nel sec. xili; della S.ma Vergine de Araceli in Lucena (festa 8 sett.), fondato nel 1600; della S.ma Vergine de Luna Pozoblanco (festa nella domenica di Pentecoste); di N. Signora de Guia in Alcaracejos.
Di origine romana è in C. il grande ponte sul Guadalquivir (lungo m. 240 a 16 arcate), deturpato nel periodo arabo. Il ponte era difeso ab antiquo da un fortilizio, la Calahorra.
La diocesi è suffraganca di Siviglia, ha una estensione di 15.097 kmq ., 126 parrocchie, 195 sacerdoti dio-
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cesani e 90 regolari; su 993.130 ab., 995.000 cattolici (1948). Patroni della diocesi sono s. Acisclo e s. Vittoria.
Bibl.: E. Flores, Españo sagrado, X-XI, Madrid 17231792: J. Gomesi Bravo, Catalego de los obispos de C., Cordova 1778: Anuario religioso español, Madrid 1947, pp. 369-70. Enrico Josi-Giuseppe Pou y Marti
CORE (ebr. gōrah = «calvizie»). - Il più noto dei personaggi biblici di questo nome, il primo dei quali è un figlio di Esaù (Gen. 36, 5. 14), è un contemporaneo di Mosè (Ex. 6, 21. 24; I Par. 6, 37), della famiglia di Levi, di cui era pronipote. C. promosse una ribellione nel deserto contro Mosè (Num. 16, I sgg.). A quanto sembra, fu una reazione contro l'istituzione del sacerdozio aronnitico (v. abonNE).
C. si fece l'esponente del malumore dei vari discendenti di Levi contro Aronne della medesima tribù, perché consacrato insieme ai figli sacerdote con diritto sreditario, mentre gli altri leviti erano dichiarati inservienti subordinati nelle funzioni del culto. Parteciparono alla rivolta anche alcuni discendenti di Ruben, i quali, ripensando forse alla primogenitura originaria del loro progenitore, ora non gradivano l'ascendente di Mosè e di Aronne della tribù di Levi. Fra i rubeniti figurano in prima linea come

Corea - 1. Confini di Stato: 2. Confini di circoscrizione ecclesiastica: 3. Perrovie.
complici Dathan e Abiron (Num. 16,1). I rivoltosi subito organizzarono un culto diverso da quello prescritto da Mosè, probabilmente con l'intenzione di restaurare pratiche precedenti alla riforma. Nella lotta ideologica Dio intervenne direttamente a favore di Mosè, facendo inghiottire dalla terra spalancatasi i ribelli (Num. 16, 25-34). L'episodio rimase famoso nella tradizione ebraica (oltre il racconto potticolareggiato di Num. 16, 1-50, cf. Ps. 103, 17; Deut. 11,6; Excli. 45, 22; Sap. 18, 20-25; Iud. 11).
Dal tremendo castigo furono preservati i figli di C. La loro discendenza ebbe un posto onorifico nelle funzioni rituali nel Tempio salomonico (cf. I Par. 9, 19; 26, 1.19). I coriti sono ricordati fino al tempo di losophat (II Par. 20, 19). Essi erano prevalentemente cantori (cf. I Par. 6, 37). Una serie di salmi (41.43-48. 83.84.86.87) viene attribuita a loro.
Bibl.: E. Paba, s. v. in DB. II. coll. 969-72; G. Richter, Die Einheitlichkeit der Geschichte von der Rotte Korah, in Zeitschr. fïr alttest. Wür., 39 (1921), pp. 128-37; E. Gillischewiski, Die Geschichte von der - Rotte Korah - in Archic für Orientberchune, 3 (1926), pp. 114-18. Angelo Penna
COREA. - I. Geografia. - In giapponese Chōsen (freschezza del mattino). Penisola dell'Asia orientale che si protende tra la Manciuria e l'arcipelago giapponese, alla latitudine dell'Italia meridionale. Un potente bastione naturale (Chang-paik; 2750 m . nel Paikto-san) la separa al N. dalla Manciuria ed una lunga dorsale montana (Taihaku, massima altezza m. 2473) la percorre in tutta la sua lunghezza. Ad una costa unita, alta e importuosa ad E., si oppone ad E. ed a S. un litorale articolato, frangiato d'isole, sul quale sboccano ampie pianure, irrigate da fiumi. Il clima risente in misura relativamente scarsa l'influenza del mare: Keijo (Scoul), alla latitudine di Catania, ha la media temperatura annua di Parigi. Le piogge aumentano da N. a S., dove giungono ad un massimo di 1500 mm . annui.
La C. è paese agricolo (riso, orzo, frumento, cotone). Le foreste occupano quasi 3 / 4 della superficie territoriale. L'allevamento (bovini, suini, pollame) è cospicuo, e più ancora la bachicoltura e la pesca. Le risorse minerarie (oro, carbone, ferro, grafite, arsenico, piombo, rame, tungsteno, ecc.) non sono adeguatamente sfruttate.
Sopra una superfice di 220.788 mathrm{kmq}. vivono (1940) 24 milioni di ab. (densità : 110 a kmq.) di cui ca. mezzo milione giapponesi e 40 mila stranieri. Keijō, la capitale tradizionale, nel 1946 contava 1,1 milioni di ab.; Fusan, il nodo più importante per le comunicazioni col Giappone, 400 mila; Heijō (Pyeng-yang), la capitale della C. settentrionale, 286 mila; Taikyū, 269 mila; Jinsen (Chemulpo) 216 mila ecc. La grande maggioranza dei Coresni professa lo sciamanesimo (appena 1/7 sono buddhisti e forse non più di 80 mila scintoisti). C'è una stima ufficiale del 1^{°} marzo 1947 che dà i cristiani in numero di 666.000 .
Posoesso cinese fino alla guerra cino-giapponese (1895), la C. venne riconosciuta come protettorato giapponese dopo il 18 nov. 1905, e annessa al Giappone il 22 ag. 1910. Con la seconda guerra mondiale avrebbe dovuto risquistare la propria indipendenza. Intanto la C. settentrionale (a N. del 3^{°} di lat.; 124 mila kmq. con 8,2 milioni di ab.) costituisce una repubblica popolare di tipo sovietico, secondo è stato imposto dall'occupazione russa; il resto ( 96 mila kmq. con 14,6 milioni di ab.) è sotto controllo statunitense.
Bibl.: L. Nocentini, Materiali per la geografia della C., in Rendic. R. Acc. Lincei, Classe scienze morali stor. e filol., 5² serie, 2 (1896), pp. 111-38, 234-59; A. Hamilton, Korea, Londra 1904; S. Genthe, Korea, Reiseschilderungen, Berlino 1902; A. Ireland, The new Korea, Nuova York 1927; H. B. Drake, Korea of the Japanese, Londra 1930; I. W. Baylor, The Geography of Chosen, in Economic Geography, 7 (1931), pp. 238-51; E. C. Wagner, Korea, the old and the nete, Nuova York 1931. Giuseppe Caraci
II. Evangelizzazione della C. - La storia missionaria della C. s'iniziò con il battesimo di Pietro Ri Seung-houn-i a Pechino nel 1784. Durante l'occu-
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(da F. M. Troule, Le Japon, Brtino ICI)
Corea - Veduta sul fiume Daidō - Pgongyang.
pazione giapponese dal 1592 al 1599 , probabilmente da soldati cristiani, furono battezzati fanciulli moribondi; non si sa nulla però di fondazione di cristianità. Schiavi coreani, trasportati nel Giappone, fattisi cristiani furono martirizzati nella grande persecuzione del sec. xvir. Tra i martiri giapponesi beatificati nel 1867 nove crano coreani. Tutti i tentativi di penetrazione del sec. xvir sia dal Giappone, sia dalla Cina e da Manila fallirono dinanzi alla chiusura ermetica del paese, interrotta unicamente dall'annua ambasceria alla corte di Pechino di cui la C. era vassalla. Per tale via libri cristiani pervennero in C. quali primi missionari.
Nel 1777 alcuni letterati coreani, tra cui Pick-i, cominciarono a studiare questi libri. Pick-i incaricò Ri-Seung-houn-i, membro della legazione del 1783 , di mettersi in relazione con i missionari. Ri fu battezzato a Pechino dal p. Jean Joseph de Grammont ex-gesuita e, tornato in patria, battezzò Pick-i e Kouen Il-sin-i, fervidi propagatori della nuova fede. E vero che Pick-i apostatò nella persecuzione ben presto scoppiata come pure Pietro Ri nel 1789 , dopo che il vescovo di Pechino Alessandro de Gouveia (1751-1808) dichiarò invalida la gerarchia introdotta da Ri e illecite talune cerimonie simili a quelle cinesi. Ma il sacerdote cinese Giacomo Tsiu, giunto nella C. nel 1795 , trovò ca. 4000 cristiani e alla sua morte nel 1801 il numero era salito a 10.000 ca. Nella persecuzione del 180 I Tsiu con più di 300 cristiani morirono martiri. Nel 1802 fu emanato un decreto anticristiano che durò fino al 1882. Dal 1801 al' 34 la cristianità coreana rimase di nuovo senza sacerdoti.
Tuttavia essa perdurò e nel 1811 e poi nel 1825 chiese sacerdoti da Pechino e da Roma. Nel 1831 fu eretto il vicariato apostolico di C. e mons. Barthélemy Bruguière della Società per le Missioni estere di Parigi (1792-1835), coadiutore del Siam, fu nominato vicario apostolico. Non riuscl mai a penetrare nel suo vicariato e mori nel 1835. Il sacerdote cinese Pacifico Ryou invece poté penetrarvi nel 1834. Negli aa. 1836 e 1837 i due missionari Pierre-Philibert Maubant (1803-39) e Jacques-Honoré Chastan (1803-39) e il nuovo vicario apostolico Laurent-Joseph-Marius Imbert (1796-1839) poterono segretamente entrare e organizzare la missione, morendo martiri tutti e tre nel 1839 (beatificati nel 1925). Di nuovo la cristianità rimase per sei anni
senza sacerdoti. Nel 1845 mons. Jean Joseph Ferríol (1808-53), successore di mons. Imbert, e il missionario Marie Nicolas Antoine Daveluy (1818-66) aiutati dal primo sacerdote coreano Andrea Kim, educato a Macao, riuscirono ad entrare nella missione. Kim fu martirizzato nel 1846 (beatificato nel 1925). Fortunatamente mons. Ferríol (m. nel 1853) e il suo successore Siméon-Francois Berneux (1814-66) con il coadiutore Daveluy e altri missionari, giunti colà segretamente, poterono lavorare fino al 1866 elevando il numero dei cristiani a ca. 23.000 . Nel 1866 rincrudi la persecuzione: i due vescovi, 7 missionari e più di 10.000 cristiani ne furono vittime. I 3 superstiti missionari dovettero rifugiarsi fuori del paese. Di nuovo dunque la cristianità rimase senza sacerdoti fino al 1876 ed agli anni seguenti in cui dei missionari del seminario di Parigi vi entrarono di nascosto. Mons. Félix Clair Ridel (1830-84) e il missionario Victor Marie Deguette (1848-89) furono presi, e in seguito all'intervento del governo francese non furono uccisi ma espulsi.
Dal 1882 i trattati commerciali con il Giappone, gli Stati Uniti e vari Stati europei aprirono il paese al commercio. Il trattato con la Francia 1886-87 ottenne pure una certa libertà per le missioni. Negli anni successivi il numero dei cristiani salì fino a 77.000 (nel 1910) nonostante le continue difficoltà. L'annessione del paese al Giappone nel 1910 la pose nelle medesime condizioni di quel paese. Nel 1888 le prime suore, Soeurs de StPaul de Chartres arrivarono in C. per l'educazione degli orfani. La tipografia esistente già prima nel Giappone (nel 1880 e 1881 aveva pubblicata una grammatica coreana e un vocabolario) fu trasportata nella C. Un seminario fu eretto nel 1892 in Ryang-saun presso Seul e

(da O. Fischer, Die Kunst Indiens Chinas und Japuns, Berlinu 1922, p. 207)
Corea - Bodhisattva, Rilievo dell'vili sec., dal tempio della Terra presso Keiohn.
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(da A. Erhardt, Grschichte der barchnischen Kunst, Lipara 1575, (ec. (6, fig. 118)
COREA - Pagoda di Scoul (ro82 d. C.).
cosi la formazione del clero indigeno progredi felicemente.
Fino al 1909 i missionari del seminario di Parigi erano stati soli ad evangelizzare la C. Nel 1909 arrivarono i Benedettini di S. Ottilia che eressero una scuola normale e una industriale a Seul e dal 1920 intrapresero anche la missione della C. settentrionale. Nel 1923 seguirono i missionari di Maryknoll e nel 1933 quelli di S. Colombano.
Il vicariato apostolico di C. fu diviso nel 1911 in 2 vicariati : Seul e Taiku, tutti e due affidati al seminario di Parigi. Il nord della C. fu staccato nel 1920 da Seul e affidato ai Benedettini di S. Ottilia come vicariato apostolico di Wonsan. Per i missionari di Maryknoll fu staccata nel 1927 da Seul la prefettura apostolica di HpyangYang, dal 1929 con il nome di Peng-Yang, elevata a vicariato apostolico di Heijó nel 1939. Ai missionari di S. Colombano furono affidate nel 1937 la prefettura apostolica di Kwoozu o Koanju, distaccata dal vicariato apostolico di Seul. Nel 1940 il vicariato apostolico di Wonsan fu diviso: la parte meridionale rimase ai Benedettini come abbazia mullius di Tokugen o Tokwan, la parte settentrionale passo come vicariato apostolico di Kanto - Hancheung nelle mani del clero coreano, al quale già nel 1937 una parte del vicariato apostolico di Taiku era stata affidata come prefettura apostolica di Zenshu o Chonju. Nel 1949 fu creata la delegazione apostolica.
Bibl.: Ch. Dallet, Histoire de l'Eglise de Corée, 2 voll., Parigi 1874; [Dalmon], Le Catbolicisme en Corée. Son origine et ses progrès, Hongkong 1924; Fl. Domange, Centenaire de l'érection de la Corée en vicariat apostolique 1831-1931, in Revue d'histoire des missions, 8 (1931), pp. 387-432.
Giovanni Rommerskirchen
III. Arte della C. - Tributaria della Cina, la C. fu per molti secoli legata a quella tradizione artistica, centrata essenzialmente sulle correnti della dinastia { }^{text {T}} ang (secc. viI-X d. C.). Si rese poi indipendente e sviluppò forme originali che più tardi si trasmisero all'arte giapponese derivata in massima parte da quegli influssi.
Le costruzioni più significative della C. furono i templi, molti fra i più antichi, databili verso il sec. vir-viri. Le loro forme caratteristiche sono improntate ad un festoso ma leggiadro decorativismo che li distingue dai
templi cinesi; sono anche notevoli le decorazioni pittoriche e scultoree degli interni. Fra i più celebri affreschi si ricordano quelli di Donjō (Tomijāng), nel tempio di Höryäji presso Nara. I palazzi coreani ripetono invece lo schema tradizionale cinese. Esempi magnifici sono il Kyǒng-pok-hung e il Chang-tǒk-hung a Sòul.
Interesse notevole presenta la scultura nella decorazione delle pagode di cui le più antiche risalgono al sec. vir, nelle tombe, e soprattutto nella statuaria buddhistica fra cui emerge la ricchissima serie nel Tempio della Terra, presso Keishū, del sec. viII.
La ceramica fu esercitata in C. con sobrietà e compostezza di stile, e raggiunse sviluppi altissimi che molto giovarono alla ceramica giapponese.
Bibl.: A. Eckardt, s. v. in Enc. Ital., XI (1931), pp. 387-90. Giovanni Carandente
CORELLI, Arcangelo. - Violinista e compositore, n. a Fusignano il 17 febbr. 1653, m. a Roma l'8 genn. 1713 .
Nel 1677 fu accolto, a Roma, in casa del card. Pamphilj, quale maestro di musica; tre anni dopo passò al servizio del card. Ottoboni. Primo violinista, poi direttore dei concerti del palazzo della Cancelleria, fondò una celebre scuola da cui uscirono numerosi ed eccellenti alunni. Le sue composizioni, sei opere a stampa, comprendono sonate a tre: da chiesa 12, da camera 12 e 12 per violini e basso. L'opera 6 contiene il famoso "Concerto grosso".
Bibl.: C. Piancastelli, Fusignano ad A. C. nel 2^{°} centenario della morte, Bologna 1912; F. Vatielli, Il C. e i maestri bolognesi del suo tempo, in Riv. mus. itul., 23 (1916), p. 173 sgg.; A. Cametti, A. C. à St-Louis des Français à Rome, in Rev. musicale, 3 (1922), n. 3; F. Torrefranco, I 130 strumenti ad arco diretti da A. C., in Riv. mus. it., 24 (1917), p. 501 sgg.
Francesco Coradini
CORELLI, Mabia. - Scrittrice inglese, figlia adottiva di Ch. Mackay, n. a Bayswater il 1864, m. a Stradford-on-Avon nel 1924.
Scrisse molte opere, tra cui: A Romance of two scarids (1886); Barabbas (1893), melodramma sulla Passione di

(da R. Haas, Musik des Barocks, in H. Backen, Handbuch der Musikwissenschafl, Potsdam 1925, (en. X)
Corelli, Arcangelo - Ritratto. Incisione di John Smith da H. Howard.
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fot. Lo (asrio)
S. ROSALIA IN ATTO DI VENERARE LA VERGINE, parte centrale di un paliotto in corallo e ricamo (sec. xVII) - Palermo, Museo Diocesano.
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(1)r. Ia Cascia)

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(da B. Hase, Munk des Baucès, in H. Bueken Handbuch des Musikwissenschaft, Potsdam 1225, p. 215)
Corelli, Arcangelo - Froncenicio dell' op. 3, Roma 1689. Decisione di N. Dovigny.
Cristo; The mighty Atum (1896), in cui protesta contro l'educazione areligiosa dell'infanzia; The master Christian (1900), invettiva contro il clero e le Chiese, specialmente romana e anglicana: la Chiesa dovrebbe riformare il suo credo su basi scientifiche e la sua etica su quelle socialiste.
Bibl.: B. Vyer, Memoirs of M. C., Londra 1930; The Cambridge Bibliography of English Liter., a cura di F. W. Bateson, III, Nueva York 1941, p. 341.
CORENZIO, Belisario. - Pittore di origine greca, n. in Acaia in provincia di Lecce verso il 1560 e m. dopo il 1640 . Sembra aver studiato col Tintoretto che in effetti imita nelle sue opere. Fu molto attivo a Napoli; di lui si ricordano, tra l'altro, i perduti affreschi della volta in S. Paolo Maggiore, quelli nel Gesù Nuovo, in S. Patrizio, in S. Martino, all'Annunziata e quelli della distrutta abbazia di Montecassino.
Bibl.: G. Sobotka, s. v. in Thieme-Becker, VII, p. 409 sgg.; A. De Rosibile, La pittura del '600 nell'Intia meridionale, Firenze 1929, v. indice.
Gilberto Ronei
COREPISCOPO. - Il c., o vescovo della campagna (da 7690 a = contrada, e ènlesvroç = vescovo), governava anticamente in Oriente una circoscrizione ecclesiastica rurale, sotto la dipendenza del vescovo della città.
I. In Oriente. - La prima menzione dei c. vien fatta dal can. 13 del Concilio di Ancira in Galazia (ca. 314), che vieta loro di ordinare sacerdoti e diaconi, sia della campagna sia, meno ancora, della città, senza una previa autorizzazione scritta del vescovo. Il Concilio di Neocesarea nel Ponto, tenuto poco dopo (tra il 314 e il 325 ), e al quale presentavano due c. di Cappadocia (cf. Mansi, II, 548), li paragona ai settanta discepoli del Signore (can. 14).
Il primo Concilio ecumenico di Nicea (325), in cui sedevano pure non meno di 14 c ., volendo dare, nel can. 8, una sistemazione ai vescovi catari che volessero tornare all'unità cattolica, raccomanda al vescovo cattolico del luogo di conceder loro o il solo titolo onorifico di vescovo o, meglio ancora, di trovar loro un posto di c., di maniera che non vi siano due vescovi in una medesima città. L'opo posizione ai c., che si manifesta già sin dall'inizio del sec. iv, ha il suo culmine nel Concilio di Antiochia in Si-
ria, tenuto nel 341, e, forse, tra il 330 e il 332. Pur concedendo ai c., nel can. 8, di poter dare delle "lettere di pace" o commendatizie, nel can. 10 li ammonisce severamente di stare nei limiti della loro autorità : designati dal vescovo della città, non devono, sotto pena di deposizione, benché abbiano ricevuto l'ordinazione vescovile, ordinare sacerdoti o diaconi senza previa licenza del vescovo, ma si accontenteranno di costituire, nella loro circoscrizione, lettori, suddiaconi e esorcisti. S. Basilio si mostrerà ancora più severo: in una lettera ai suoi c. (LIV, ad Chorepiscopos: PG 32, 400-401), egli minaccia di ridurre allo stato laicale qualsiasi minacro inferiore che avessero costituito senza il suo consenso. L'ultimo colpo contro i c. in Oriente lo diede il can. 57 del Concilio di Laodicea (tra il 347 e il 381) che, ignorando i c., prescrive che vengano costituiti nelle contrade dei "periodeuti", specie di sacerdoti missionari direttamente dipendenti dal vescovo. La decadenza dei c. cominciò ben presto. Già nel Concilio di Seleucia (410), il can. 14 non ammette più che un solo c. per diocesi. Al Concilio ecumenico di Efeso (431), due c. soltanto sottoscrivono gli atti. A quello di Calcedonia (451), i c. non siedono più se non a titolo di procuratori dei loro vescovi. Il loro numero, che dovrebbe essere normalmente almeno uguale a quello dei vescovi, diminuisce ogni giorno di più Una ultima menzione di loro si ha nel can. 14 del settimo Concilio ecumenico Niceno II (787), ove si riconosce ancora ad essi, come pure ai semplici egúmeni o abati dei monasteri, il diritto di ordinare, previa licenza del vescovo, i lettori. Ormai, il corepiscopato è una mera dignità onorifica, tanto che il celebre canonista bizantino del sec. xit. Teodoro Balsamone, trova odioso di parlare ancora di un istituto "completamente desueto" (In can. 13 Coni., Ancyr.: PG 137, 1160 ).
Si è molto discusso anticamente se i c. fossero veri vescovi. Di giorno in giorno, però, gli scrittori tendono maggiormente a riconoscer loro un vero carattere vescovile. Si può dire che in Oriente, durante tutto il periodo in cui vigeva l'istituto, i c. godettero di un vero potere vescovile, pur limitato sempre più, nell'esercizio, dall'ingerenza del vescovo della città.
II. In Occidente. - Le prime tracce di c. s'incontrano verso la metà del sec. v (Concilio di Riez, nel 439). Sono però casi rari, espedienti di carattere eccezionale che non sembrano aver avuto veruna relazione con il corepiscopato del sec. viit.
Contrariamente a quanto accadde in Oriente, il c. in Occidente è, fin dalla sua apparizione, non un vescovo di campagna, ma un ausiliare del vescovo titolare della diocesi. I primi c. di questo tipo sono quelli che assunsero a. Willibrordo, vescovo di Utrecht, e s. Bonifazio, 735-38 ca., per aiuto nella loro opera missionaria. Nel 747, il papa Zaccaria, in una lettera a Pipino il Breve (MGH, Epist., III, p. 481), li menziona e li considera veri vescovi, in base alle decisioni dei Concili di Antiochia e di Neocesarea. L'età d'oro dei c. di Occidente è il sec. Ix: sono numerosi, reggono le diocesi spesso da soli, assistono ai concili con voto deliberativo. Ma già molte assemblee tentano di limitare i loro poteri. Anzi, si comincia a mettere in discussione la validità delle ordinazioni da loro fatte. Benché Rabano Maura scrivesse un trattato, De chorepiscopis (MGH, Epist., V, pp. 431-39), per sostenere il loro carattere vescovile, i concili, principalmente un Concilio di Meaux nell'845, vietano loro di conferire gli Ordini senza permesso del vescovo e minacciano di pene canoniche il vescovo che osasse delegare i suoi poteri al suo c. (MGH, Capitul., II, p. 409). Una lotta più violenta, se non più leale, contro i c., è condotta senza tregua dai riformatori pseudo-isidoriani ( 847-52 ), allo scopo di rimettere in onore il prestigio dei vescovi e, più ancora, di sottrarre a questi l'occasione di affidare i loro poteri ai loro c. per darsi essi a una vita di gran signori. Mediante interpolazioni e falsi si affermò che i c. erano semplici sacerdoti. Nello stesso senso ogirono i falsi capitolari e le false decretali. Ciò nonostante, papa Niccolò I sostenne ancora nell'864, in una lettera a Rodolfo, arcivescovo di Bourges, che i c. sono veri vescovi. Ma la tesi delle false decretali doveva
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trionfare. Nel sec. x i c. sono già rari. Sussistono ancora in Irlanda fino al sec. xili. In certe diocesi, come a Treviri e Colonia, il corepiscopato rimase ancora per lungo tempo un titolo onorifico. L'istituto dei c. ebbe un particolare sviluppo nella diocesi di Salisburgo (v.). Geograficamente il corepiscopato si limitò in Occidente alla Germania e ai paesi franchi; meno frequentemente, s'incontra anche in Inghilterra e in Irlanda. Sembra esser rimasto sconosciuto in Italia, Spagna e Africa settentrionale.
III. Nelle Chiese orientali cattoliche. In quelle in cui esiste ancora il corepiscopato, i c., le cui attribuzioni tendono a identificarsi con quelle del vicario generale più che del vicario foraneo di Occidente, non sono più rivestiti del carattere vescovile. I Caldei conservano l'antica tradizione di non costituire per ogni diocesi che un solo c., al quale negano il potere di ordinare lettori e suddiaconi. Presso i maroniti, i c., ordinati dal solo patriarca, o per suo mandato, con l'imposizione delle mani, hanno il potere di cresimare, di consacrare i battisteri e di dedicare le chiese e gli altari, nonché, previa licenza del patriarca, di conferire anche gli Ordini minori. Presso i siri cattolici, il c., unico della diocesi, è la prima dignità nel clero. Presso i melkiti invece, il corepiscopato è attualmente l'ultimo dei titoli onorifici.
Nelle Chiese greche dissidenti, vengono onorati col titolo di c. i rettori di certe grandi parrocchie e i decani di un gruppo di parrocchie. In Russia, chiamavansi c. i vescovi ausiliari. La collezione canonica greca dei due monaci Agapios Leonardos e Nicodemos Agiorita, conosciuta sotto il titolo di Π_{r}, δ δ λ iov (ed. Atene 1908, p. 140), osserva maliziosamente che «oggi, i cosi chiamati c. hanno un ben alto nome, ma nulla di potere».
BibL.: Scritti di carattere generale: Hefele-Leclercq, II, II, pp. 1197-1237; H. Leclercq, Chorévêque, in DACL, III, coll. 1423-52; J. Leclercq, Chorévêque, in DDC, III, coll. 689-95. Per l'Oriente: Fr. Gillmann, Das Institut der Chorbischöfe im Orient, Monaco 1903; N. Milal, Praveolacmo cruvono greco, trad. greca di M. Apostolopulos, Atene 1906, pp. 546-48; A. Cousso, Epitome prealectionum de iure ecclesiastico orientali, I, 2^{mathrm{a}} ed., Roma 1948, pp. 339-43. Per l'Occidente: M. H. Bergère, Etude historique sur les Chorévéques, Parigi 1905; J. Zeiller, Le chorévêque Eugraphus. Note sur le chorépiscopat en Occident ou P v siècle, in Revue d'histoire ecclésiastique, 7 (1906), pp. 27-32: Th. Gottlob, Der abendländische Chorepiskopat, Bonn 1928. Acacio Coussa
CORESI. - Diacono romeno, n. ca. nel 1525 e m. nel 1600 , di famiglia italogreca venuta da Chios in Valacchia. E stato il padre della lingua religiosa e letteraria dei Romeni.
Dal 1560 al 1581, nella stamperia fondata dai luterani tedeschi di Braşov (Transilvania), aiutato da due sacerdoti romeni, pubblicò, insieme a 10 opere religiose in slavone, altre 6 in romeno ( 2 casanie, un tetraevangelo, gli atti degli apostoli e una psaltire). Utilizzò in esse le vecchie traduzioni manoscritte dei due secoli anteriori, sorte, sembra, sotto l'influenza specialmente protestante. Tutti i testi religiosi e liturgici pubblicati in seguito hanno imitato questo modello, dando cosi alla lingua letteraria romena una singolare unità.
BibL.: P. Haness, Histoire de la littérature roumaine, Parigi 1934, pp. 1-9; G. Calinescu, Istoria literaturii române, Bucarest 1941, p. 11 .
Federico Taillez
CORESSION, Giorgio. - Teologo greco dissidente, n. a Chios nel 1554 e m. verso il 1654. Frequentò le Università di Pisa e di Padova, esercitò la medicina a Livorno e, ritornato in patria, si diede a scrivere opere polemiche contro i latini. Fu diversamente apprezzato. Da alcuni fu ritenuto uomo erudito, da altri invece giudicato calunniatore volgare. Il Legrand cita i titoli di ben 63 opere di C. contro i latini.
BibL.: L. Allatius, De ecclesiae accidentalis atque orientalis perpetua consensione, Colonia 1648, coll. 997-98; J. A. Fabricius,
Bibliotheca graeca, XII, Amburgo 1740, pp. 116-17; E. Legrand, Bibliographie hellénique..., III, Parigi 1895, pp. 255-72. Angelo Audino
CORFINIO (San Pelino). - Sulla via Valeria nel paese dei Peligni. La passio Pelini o Peligni (BHL, 6620-21) fu composta da un falsario nel sec. xi che fa di Pelino un arcivescovo di Brindisi al tempo di Giuliano l'Apostata ( 360-63 ) e un martire di C. Pure del tutto leggendaria e dello stesso tempo e la vita di s. Panfilo (BHL, 6418-19) che sarebbe stato pure vescovo di C. L'unico certo è Gerontius tra gli anni 494-95 (Jaffé-Wattenbach, 648).
BibL.: Lanzoni, p. 372.
Enrico Josi
CORFÙ, ZANTE e CEFALONIA, diocesi di. Secondo la tradizione, il Vangelo sarebbe stato predicato da Giasone, discepolo dell'apostolo Paolo (Act. 17, 5-9; Rom. 16, 21), a Corfù, che fu sede di un antico vescovato, elevato a metropoli nel 1310 , e che ebbe tra i suoi pastori Marc'Antonio Barbarigo (v.) e il dotto Angelo Maria Querini, più tardi cardinale. Tra i monumenti sacri dell'epoca bizantina va ricordata la chiesa dei SS. Giasone e Sosipatro del sec. xir, quella di S. Corcira e di S. Spiridione, martirizzato sotto Diocleziano e presente al Concilio di Nicea.
Le diocesi di Zante e Cefalonia, anch'esse di antica origine (sec. iv), furono ricostituite quali vescovati latini nel sec. xiri e nel 1222 unite da Onorio III.
Dal 3 giugno 1919, queste due ultime furono a loro volta unite a quella di Corfù, dando origine alle diocesi riunite di Corfù, Zante e Cefalonia. Vi si trovano 3500 fedeli, 4 parrocchie e 7 sacerdoti.
BibL.: E. Herman, Korfu, in LThK, VI, p. 206; C. da Tersorio, Le misciani dei Minori cappuccini, II, Roma 1914; Sp. K. Papazcorgius, Storia della Chiesa di Corcira dalle origini ad oggi, Carpi 1920 (in greco).
Mariano Baffi
CORGNA, Ascanio della. - Fu valente capitano ed architetto militare, a capo delle milizie pontifice sotto Giulio III. Favorevole al partito imperiale ed avversario del card. Carlo Carafa, durante la guerra col duca d'Alba sotto Paolo IV, gli fu affidata la difesa di Velletri : accusato d'intelligenza col duca fu chiamato a Roma per scolparsi il 23 giugno 1556. Avvertito dal fratello cardinale che lo si sarebbe incarcerato, fuggì a Nettuno che consegnò ai Colonna, e poi a Napoli. Ebbe confiscati i beni che non gli furono restituiti neppure dopo la pace del 1557; ritornò a Roma solo dopo la morte di Paolo IV. S'acquistò fama nella difesa di Malta (1565), e diede preziosi consigli militari in occasione della battaglia di Lepanto. Ideò vari progetti di fortificazioni militari. M. nel dic. del 1571 .
BibL.: L. Bonazzi, Storia di Perugia, Perugia 1879; Pastor, VI, passim.
Paolo Brezzi
CORGNA, Fulvio (Giulio) della. - Cardinale, figlio di Francia e di Iacopa del Monte sorella di Giulio III, fratello di Ascanio, appartenne all'Ordine dei cavalieri di Malta, fu eletto vescovo di Perugia il 5 marzo 1550 dallo zio pontefice e tenne quella sede fino al 1553 e poi di nuovo dal 1564 al 1574 ; fu creato cardinale il 20 nov. 1551. Favorevole alla parte spagnola, fu incarcerato a Castel S. Angelo il 27 luglio 1556 per la protezione prestata al fratello Ascanio. Ebbe il vescovato di Albano il 5 maggio 1574, e passò a quello di Porto il 5 dic. 1580. M. in Curia il 2 marzo 1583 e fu sepolto a S. Pietro in Montorio.
BibL.: L. Bonazzi, Storia di Perugia, Perugia 1879; Pastor, VI, passim.
Paolo Brezzi
CORIA, diocesi di. - Città della Spagna, suffraganea di Toledo, situata ai confini orientali del Portogallo. Non si hanno notizie sulla vita religiosa
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della diocesi e dei suoi vescovi fino al 589 , cioè fino al Concilio III di Toledo, dove fu proclamata la conversione dei Visigoti e di tutto il popolo spagnolo alla fede cattolica.
Tra i 62 vescovi assistenti a quell'assemblea il vescovo Giacomo di C. firma per ultimo, cio che fa supporre essere di recente consacrazione. A lui successe Elia, che sottoscrisse a Toledo nel 6ro un decreto del re Gundamoro sulla Metropolitana cartaginese; dopo di lui governarono la diocesi Bonifacio I, Giovanni, Atula e Bonifacio II, che assistettero ai diversi Concili di Toledo. Durante il tempo di Pietro (713) C. fu occupato dai Saraceni, e cosi ne risulta una vacanza della sede per lo spazio di quasi un secolo e mezzo; anzi si puó dire per oltre quattro secoli, giacché i vescovi Babila e Giacomo (860-913) avevano la residenza altrove. Con la ricomquista della città nel sec. xili e con il vescovo Inigo Navarron si rispre la serie continua dei prelati coriensi. La diocesi ha una estensione di 9722 km9, con 131 portocchie, 176 sacerdoti diocesani e 17 regolari a servizio dei 249.518 ab. tutti cattolici (1949). Patrono è s. Pietro d'Alicantora.
Bibl.: J. Gomez Bravo, Catálogo de los Obispos de Córdoba, Cordova 1778; Anuario religioso español 1917, Madrid 1947, pp. 372-73.
Gius. M. Pou y Marti

(da J. R. Teitida, Cataloga monumental de España, Pros. de Cuirrio, s. v.)
Coria - Coro della Cattedrale (sec. XV).
CORI ANGE-
LICI: v. angelo.
CORIBANTI. - Divinità greche minori, forse preelleniche, originarie della Frigia. I Greci li dicevano o autoctoni, o figli dei Dattili Idei, o di Crono e Cibele, o di Elio e Atena, ecc. Furono spesso identificati con i Cureti (com'essi, infatti, predicevano il futuro ed avevano protetto Zeus contro Crono), con i Dattili e con i Cabiri. Si pretendeva operassero guarigioni miracolose. Il loro culto consisteva in danze orgiastiche : sacerdoti e iniziati, eccitati da danze ed urla selvagge, dal suono di cimboli, timpani e flauti, si ferivano fra loro. A Roma furono identificati con i Lari.
Bibl.: M. P. Nilsson, Geschichte der griechischen Religion, I. Monaco 1941 (v. indice).
Luisa Banti
CORINTI, EPISTOLE I e II ai. - Lettere indirizzate da s. Paolo ai fedeli della comunità di Corinto (v.), due delle quattro maggiori dell'epistolario paolino. Sono le più strettamente connesse con l'attività dell'Apostolo e con le vicende della comunità destinataria, nondimeno irte d'incertezze concernenti i fatti da cui esse (II C. particolarmente) sono state provocate.
Il primo periodo di lavoro apostolico di Paolo a Corinto, il periodo più lungo, va dal 50 o 51 al 52 o 53 d. C. Una maggiore precisione non è possibile, stante l'incerta data dell'incontro con il proconsole Giunio Gallione (v.) in Acaia, data da cui principalmente dipende la cronologia del secondo viaggio missionario e di buona parte della vita di Paolo.
L'Apostolo giungeva a Corinto dopo la dolorosa esperienza di Atene, che lo consigliava ad attenersi fermamente a quella che era stata, anche prima, la sostanza del suo apostolato : la rude predicazione dello "scandalo della Croce». Per diciotto mesi lavorò a
al vizio. Paolo, nella I C. canonica, vuole anche correggere questa interpretazione rigorista.
I. Occasione. - I C. è stata provocata da informazioni poco rassicuranti pervenute a Paolo e da una serie di quesiti formolati dai fedeli di Corinto in una lettera inviata all'Apostolo per tramite di Stefana, Fortunato e Acaico. Le informazioni venivano in parte da "quelli di Cloe", cioè dai dipendenti di questa donna che doveva avere rapporti commerciali con Efeso, in parte dagli stessi delegati della comunità. Dai primi Paolo apprese che si formavano tra i fedeli delle fazioni, le quali si fregiavano dei nomi di lui, di Apollo e di Cefa (I Cor. 1, 12); ma non è escluso che anche Stefana, Fortunato e Acaico gli abbiano fornito particolari sulle discordie che affliggevano la loro comunità. I tre, però, potrebbero essere giunti a Efeso quando I C. era già in composizione, e a loro sarebbero dovute solo le informazioni su cui si fonda la lettera a partire dal cap. 5 : il caso gravissimo d'incesto, i litigi tra i fedeli, lo scandalo dei frequenti ricorsi ai tribunali pagani. Il resto sembra risposta alle domande rivolte a Paolo in una lettera della comunità (I Cor. 7, I); ma è naturale che gli inviati abbiano contribuito a chiarire il senso e la portata delle questioni e dei dubbi che agitavano la loro Chiesa.
La seconda delle fazioni si denominava da Apollo (v.), che aveva lavorato con ardore a Corinto, mentre Paolo iniziava il suo lungo ministero efesino. Molti della comunità furono affascinati dalla parola fluida e forbita dell'alessandrino e dalla sua abilità nell'usare le Scritture. Quasi contemporaneamente dovettero affluire da Gerusalemme altriche si gloriavano del nome di Cefa, da loro decisamente
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contrapposto a quello di Paolo. Questi meritava appena il titolo di apostolo; il suo insegnamento era monco, in quanto non faceva alcuna stima della legge data da Dio al suo popolo. Così, mentre coloro che si professavano "di Paolo " e "di Apollo ", non uscivano dai limiti di un personalismo immune d'errori dottrinali, quelli che si autoproclamavano "di Cefa" erano, probabilmente, tinti d'errori giudaizzanti.
Qualcuno ha concepito la corrente di «quelli di Cristo» come la più perniciosa di tutte, in quanto, sotto il pretesto che Gesù ci ha emancipati dalla servitù della legge, avrebbe insegnato teorie libertine, come quelle tradotte in pratica dall'incestuoso di cui al cap. 5 , da alcuni considerato quasi con un senso di orgoglio. Ma è molto dubbio che le parole "io poi di Cristo" ( 1,12 ) costituiscano il motto di una fazione analoga alle altre menzionate. Paolo non la menziona più esplicitamente nel corso della lettera, e Clemente Romano, più tardi, ricorderà solo tre gruppi di faziosi.
Contro lo spirito di parte che minacciava di dilaniare la giovane comunita, per stigmatizzare la relazione incestuosa, correggere l'abuso del ricorso ai tribunali pagani, l'emancipazione delle donne nelle assemblee religiose, le intemperanze nella celebrazione della "cena del Signore", e, finalmente, per rispondere ai molteplici dubbi sollevati dai fedeli, Paolo ha scritto la I C.
II. DITTATING E CONTEsUTO. - Più che secondo un piano logico, i diversi argomenti si succedono in I C. nell'ordine occasionale di presentazione.
Oltre i consueti' prologo ( 1,1 -9: saluto augurale ai fedeli, ringraziamenti a Dio) ed epilogo (16), due possono distinguersi ( 1,10-6,20 e 7,1-15,58 ).
I. Correzione dei vizi e degli abusi (1, 10-6, 20). - a) Fazioni nella comunità di Corinto e loro condanna (1, 10-4, 21). Denunciate e deplorate le fazioni in nome dell'unità da mantenersi in Cristo, capo della Chiesa ( 1,10-17 ), viene illustrato il piano della sapienza divina, che ha scelto le persone e i mezzi più umili per le sue realizzazioni, a confusione dell'orgogliosa saggezza umana, in nome della quale si dividono faziosamente i destinatari ( 1,18 -31). Per questa sapienza divina, che si manifesta ai "perfetti", i lettori erano e sono tuttora immaturi, data la loro indole manifestamente carnale ( 2,1-3,4 ). Poiché i predicatori del Vangelo sono semplici cooperatori di Dio, ai quali vengono assegnati, nello stesso campo di lavoro, compiti diversi, i fedeli debbono guardarsi da indebite preferenze, né, a motivo di una vuota sapienza umana, entrare in vane competizioni (3,4-13). Chiudono i seguenti punti : paterna ammonizione; scopo della missione di Timoteo; annuncio della visita di Paolo stesso (4, 14-21).
b) Repressione di grandi disordini (capp. 5-6). - La condanna e la punizione dell'incestuoso ( 5,1-8 ) fornisce l'occasione di trattare dei pubblici peccatori, membra guaste della comunità, e di dissipare l'equivoco occasionato da una lettera precedente ( 5,9-13 ). Evitare { }^{′} il ricorso ai tribunali pagani e, possibilmente, ogni lite fra fedeli ( 6,1-11 ). Il motivo che impugna il cristiano a fuggire l'impuotità è il fatto d'essere egli membro del corpo mistico di Cristo e tempio dello Spirito Santo (6, 12-20).
2. Soluzione dei dubbi proposti dalla comunità e questioni particolari (7, 1-15, 58). - a) Matrimonio e verginità (7, 1-40). Legittimità, diritti e doveri, indissolubilità del matrimonio cristiano e privilegio in favore del coniuge convertito alla fede ( 7,1 -24). La verginità è più nobile del matrimonio, ma non s'impone a nessuno ( 7,25-40 ).
b) Uso delle carni offerte agli idoli (8, 1-11). - Quantunque sia lecito, in sé, mangiare le carni degli animali sacrificati agli idoli (v. IGOLOTITI), dato che nulla sono quest'ultimi, tuttavia la saggezza ( γ ν ω̃ σ ι ς ) cristiana impone dei riguardi per le esecienze meno illuminate ( 8,1-13 ). Non si deve abusare della libertà; perciò Paolo stesso rinuncia ai privilegi inerenti all'apostolato; e ciò come contributo alla causa di Cristo, facendosi tutto a tutti, e sottoponendo il proprio corpo a quella severa disciplina che è condizione necessaria per conseguire la corona della vittoria ( 9,1 -10, 13). In pratica : non si può partecipare ai conviti sacrificali, cosa in contrasto con la partecipazione alla mensa del Signore; privatamente, invece, si possono mangiare anche le carni offerte agli idoli, salvo il caso che la carità, la quale
ha da prevalere su tutto, non imponga di evitare lo scandalo dai deboli ( 10,14-11,1 ).
c) Disciplina delle assemblee religiose (11, 2-14, 40). Le donne debbono parteciparvi col capo velato (11, 2-16). La cena eucaristica ai celebri senza eccessi, affansivi per i fratelli poveri e irriverenti per gli auguei misteri (11, 17-34). I carismi sono tutti egualmente apprezzabili, considerando la loro fonte (lo Spirito Santo) ed il loro scopo (il profitto della comunità); ma, considerate le particolari funzioni, ve ne sono di più e di meno nobili, pur contribuendo tutti, come le varie membra del corpo, al bene comune (12, 1-312). Sopra ogni dono carismatico sta la carità, principio animatore di tutto, senza di cui i più nobili carismi sono privi di valore. Essi, del resto, sono destinati a cessare nella vita futura, come cesseranno anche la fede e la speranza, mentre durerà eterna la carità ( 12,3 mathrm{tb}-13,13 ). Da un confronto tra profezia e glossolalia, risulta che la prima è da preferirsi alla seconda ( 14,1-33 ). Le donne tacciano nella assemblea della comunità; e tutto proceda con decoro e con ordine ( 14,34-40 ).
d) Risurrezione dei morti (cap. 15). - Ammessa la Risurrezione di Cristo, la quale è fundamento della nostra fede, non si può mettere in dubbio la possibilità che i morti ritornino alla vita. Il pegno della nostra risurrezione si ha nell'incorporazione a Cristo, capo dal quale le membra non possono venire separate (15, 1-34). Un complesso di analogie di ordine naturale illustra il modo della risurrezione. Il corpo sarà mutato da passibile in glorioso, come esige anche il pieno trionfo sulla rinunica dominazione della morte e del peccato ( 15,35-58 ).
Nell'epilogo (cap. 16), suggerimenti pratici per la colletta (16, 1-4); annuncio di una prossima visita di Paolo a Corinto (16, 5-9); raccomandazioni a favore di Timoteo, di Apollo e degli inviati della comunità (16, 10-18); saluti, autenticazione dell'autore e augurio finale (16, 19-24).
III. Data di composizione. - La data più comunemente accettata è il 56 , quando il lavoro di Paolo in Asia era già ben avviato e suscitava un'ostilità molto forte ( 16,9 ); il che suppone un notevole periodo di dimora in Efeso. Nella primavera del 56 (alla Pasqua sembra accennare 5,7 ; la Pentecoste non è lontana: 16,8) terminava il secondo anno di lavoro in questa città e magnifiche prospettive si aprivano in Asia; ma si notavano anche reazioni incipienti, che dovevano poi sboccare nel tumulto degli argentieri (Act. 19, 23-40 ).
E. B. Allo (p. Lxxxvi sgg.), sulle orme di F. Bachmann, pensa che I C. sia stata scritta nel 55 , e più precisamente dopo i tre mesi di predicazione nella sinagoga, quando Paolo, voltosi ai pagani, intravvede la mèssa abbondante che potrà raccoglierne ( I Cor. 16,8 sgg.). Ma Paolo non dice che la grande porta si sia aperta proprio al momento in cui egli scrive : il verbo da lui usato ( ἀ ἀ ἀ γ ε mathrm{v} ) può indicare un fatto avvenuto in un passato anche remoto, del quale perdurano le conseguenze. Di più, nell'ipotesi che la "porta" si sia "spalancata" proprio allora, non si comprenderebbe perché Paolo progetti di rimanere ad Efeso soltanto fino