volume-04

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io al momento in cui egli scrive : il verbo da lui usato ( ἀ ἀ ἀ γ ε mathrm{v} ) può indicare un fatto avvenuto in un passato anche remoto, del quale perdurano le conseguenze. Di più, nell'ipotesi che la "porta" si sia "spalancata" proprio allora, non si comprenderebbe perché Paolo progetti di rimanere ad Efeso soltanto fino alla Pentecoste, che non doveva essere molto lontana. Se il lavoro è, invece, ben avviato da tempo, si capisce che egli pensi di lasciare Efeso a breve scadenza, per tornare nella capitale dell'Acaia, donde venivano notizie poco rassicuranti. Tutto sommato, la data di primavera 56 o 57 sembra la più soddisfacente (cf. P. Benoit, in Revue biblique, 44 [1935], p. 610 sg.).
IV. Autenticità paolina. - L'autenticità paolina di I C, parrebbe non potersi mettere in discussione, tanto sono spiccate e inconfondibili le caratteristiche che si rivelano la personalità di Paolo apostolo. Solo i radicali della scuola olandese hanno ardito di negare, in blocco, l'autenticità di questa come delle altre maggiori lettere paoline.

Accanto alle allusioni della Didachè e di s. Ignazio, si ha in s. Clemente Romano un richiamo chiarissimo a I C., come lettera scritta da Paolo in circostanze analoghe a quelle in cui scrive il vescovo di Roma. Seguono s. Policarpo, s. Giustino M., la lettera a D'ogneto, il Frammento muratoriano, s. Ireneo, Clemente Alessandrino, Tertulliano.

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Le difficoltà sollevate per la bontà letteraria di I C. (cosi, forse, Paolo rispondeva tacitamente alla vanitosa presunzione dei suoi figlioli di Corinto) sfumano davanti alle innegabili somiglianze di lingua e di stile con quelli delle lettere ai Galati e Romani e, soprattutto, alla fondamentale armonia del contenuto. Inoltre, I C. è in perfetto accordo con la narrazione degli Atti (cf. I Cor. 4, 17 sgg. e 16, 5: Act. 19, 2. 21; I Cor. 1, 14: Act. 18, 8; I Cor. 3, 6: Act. 18, 27 sg.). Ma l'indizio interno forse più decisivo è la piena autorità con cui parlo l'autore di I C., autorità che non si poteva riconoscere ad altri che a Paolo, fondatore e padre di quella comunità.

## II. Seconda e. ai C.

Sommarito: I. Occasione e data di composizione. - II. Divisione e contenuto. - III. Autenticità paolina. - IV. Integrità.
I. Occasione e data di composizione. - Per comprendere bene i moventi di I I C., occorrerebbe risolvere alcuni punti molto discussi, e particolarmente: è stato Paolo a Corinto tra la prima e la seconda lettera? Inoltre, l'attività epistolare di Paolo a vantaggio di questa comunità si limita alle due lettere canoniche, oppure c'è qualche altro scritto ora perduto, oltre la probabile lettera precanonica di cui sembra far cenno I Cor. 5, 9-11?

Mentre in passato non si è pensato a una lettera intermedia tra I e I I C., e ben pochi hanno veduto in I C o r. 5,9 un'allusione ad una lettera anteriore alla nostra prima canonica, i moderni sono generalmente propensi ad ammettere quest'ultimo punto, e molti ritengono pure che una lettera tra I e I I C., la lettera «delle molte lacrime», sia indispensabile per rendersi ragione di buona parte del contenuto di I I C. e dei vari atteggiamenti di Paolo nei confronti della comunità.

Tra i moderni incontra molto favore anche l'opinione di un soggiorno dell'autore a Corinto tra la prima e la seconda lettera canonica, soggiorno a cui doveva riferirsi la lettera scritta "con molte lacrime». Pare infatti che la "terza " visita di Paolo, sulla quale torna ripetutamente II Cor. 12, 14; 13, 1, non possa spiegarsi con un duplice soggiorno prima di I C.: bisognerebbe ammettere che la punizione di un'offesa, connessa con una di queste visite, sia stata tenuta sospesa per alcuni anni; mentre vi si riferisce molto vivacemente I I C., come a fatto assai recente. Che si tratti ancora in I I C. dell'incesto, di cui in I Cor. 5, 1-5, si tende ad escluderlo sempre più decisamente, soprattutto a motivo del carattere di ingiuria personale che riveste il grave fatto colpito in I I C.

L'ipotesi tanto della lettera quanto del viaggio intermedio sembra abbastanza fondata. Paolo avrebbe lasciato per qualche settimana il campo di lavoro efesino, in seguito alle buone notizie portate a lui da Timoteo (troppo ottimista in questo caso), di ritorno da una missione a Corinto. Durante la rapida visita di Paolo sarebbe stata perpetrata quell'offesa che colpì non lui soltanto, ma anche la comunità (II Cor. 2, 5).

La lettera «dalle molte lacrime», che Paolo spedi di ritorno a Efeso, non falli al suo scopo. Tito, dopo una successiva missione a Corinto, poté tranquillizzare Paolo sullo stato di quella comunità. L'incontro con Tito, cosi ardentemente sospirato da Paolo (II Cor. 2, 12 sg.; 7, 5 sg.), avvenne in Macedonia (probabilmente a Filippi) anziché a Troade, com'era prestabilito, a cagione dell'anticipata partenza di Paolo da Efeso, in seguito al tumulto degli argentieri.

Superato il periodo più doloroso nei rapporti tra Paolo e i fedeli di Corinto con il pieno riconoscimento, da parte della comunità, dell'autorità apostolica di lui e con l'esemplare punizione di chi aveva fatto l'«ingiuria», la II C. vuole essere, soprattutto, una lettera di riconciliazione tra padre e figli, nella quale l'Apostolo, a più riprese, manifesta liberamente il proprio affetto immutato. Così, in sostanza, fino a tutto
il cap. 9; quantunque anche nei primi nove capitoli non manchino tratti polemici vigorosi, e talora aspri, diretti a dissipare gli ultimi malintesi e a sovvertire le mene ostinate dei perturbatori. Questi, benché molto meno ascoltati dai fedeli, continuavano a lanciare i loro strali velenosi contro Paolo, accusandolo, tra l'altro, d'incostanza e di leggerezza nel promettere ciò che poi non avrebbe potuto, o voluto, mantenere.

Ciò posto, non è difficile stabilire la data di composizione. I fatti da intercalarsi tra I C. (primavera del 56 o 57 ) e II C. (ritorno di Timoteo, viaggio di Paolo, missione di Tito e lettera intermedia [?], ritorno di Tito) dovettero prendere lo spazio di vari mesi, per cui siamo portati verso la fine del 56 (57), all'ultimo inverno del terzo viaggio missionario. Questa lettera e il soggiorno a Corinto, che le tenne dietro, dissiparono definitivamente le nubi che avevano pesato troppo a lungo sulla diletta comunità.
II. Divisione e contenuto. - Ancor più che per I C. è anduo tracciare uno schema logico di I I C. Frutto di un momento di intensa passione, il più grave, forse, della vita apostolica di Paolo, è opera di getto spontaneo e impetuoso, e vi si alternano il dolore e la gioia, la dolcezza del padre e la severità del giudice, la depressione profonda e il coraggio ardimentoso, l'apologia personale e gli improvvisi e luminosi aspetti dogmatici, la preoccupazione di porre una pietra sul passato e le prospettive serene per l'avvenire. Bisogna seguire Paolo nel suo passare repentino da un pensiero e da un sentimento all'altro, dall'affermosità più calma al tono aspro, e ritornare con lui su argomenti già prima nocati. Si rivive cosi, in qualche modo, il dramma interiore di questa lettera; la quale, più di ogni altra, ci rivela gli aspetti multiformi del temperamento di Paolo.

La divisione più usuale, secondo la prevalenza dell'argomento trattato, è in tre parti, precedute da un prologo e seguite da un epilogo.

Il prologo (1, 1-11) rispecchia le circostanze e lo stato d'animo di Paolo, che rende grazie a Dio per la liberazione da una prova gravissima, sopportata nell'interesse del ministero apostolico e dei fedeli.

1. Spiegazioni sui precedenti di II C. ossia difesa generale dell'operato di Paolo (1, 12-7, 16). - a) Rapporti con la comunità dopo I C. (1, 12-2, 17). Paolo fiducioso nel ritorno all'armonia di sentimenti, precisa che, non per leggerezza o incostanza, ma per indulgenza, ha sostituito con una lettera il viaggio preannunciato (1, 12-2, 4). Era doveroso punire chi aveva offeso la sua autorità apostolica; ma, dato che il colpevole si mostra pentito, non va escluso più oltre dalla vita religiosa della comunità (2, 5-11). Dopo aver detto che, preoccupato per le condizioni in cui versava la comunità di Corinto, ha rinunciato anche alle buone prospettive di apostolato che Troade gli offriva, Paolo traccia un abbozzo d'apologia con l'intento di dimostrare la propria fedeltà come ministro della parola evangelica (2, 12-17).
b) Autodifesa di Paolo (3, 1-7, 4). - Paolo esprime la sua fiducia ardimentosa, motivata dalla sublimità del ministero evangelico. La sua lettera vivente sono i suoi fedeli ( 3,1 sgg.). A lui è stato affidato il ministero dello spirito, non della lettera (3, 4-11); e ciò lo dispensa dal ricorrere al «velc», come faceva invece Mosè, simbolo dell'inferiorità del Vecchio Testamento rispetto al Nuovo, manifesta rivelazione di Dio (3, 12-4, 6). C'è vivo contrasto tra la debolezza naturale degli apostoli e la forza e l'efficacia soprannaturale, della loro missione. Sull'esempio di Cristo, essi affrontano ogni sacrificio e la morte stessa, fisso lo sguardo' nella retribuzione futura (4, 7-3, 10). L'esempio di Cristo, che si è sacrificato per la salvezza di tutti, è motivo pressante a lavorare per la «nuova creazione» e per il «ministero di riconciliazione», per cui Paolo annienta quotidianamente se stesso (5, 11-6, 10). Non vivano i lettori alla maniera dei gentili! ( 6,11-7,1 ).
c) Rapporti fiduciosi con i fedeli (7, 2-16). - Paolo, tranquillo sempre sulla propria condotta verso i Corinti e orgoglioso di loro ( 7,2 sgg.), per le buone notizie por-

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tate da Tito è sollevato da profonda tristezza, e sente ristabilita la piena fiducia tra sé e la diletta comunità ( 7 , 5-16 ).
2. La colletta per i poveri di Gerusalemme (8, 1-9, 15). L'esempio dei fedeli di Macedonia, cosi generosi nella loro povertà, sproni quelli di Corinto a portare a termine ciò che da tempo hanno intrapreso ( 8,1-15 ). Vengono elegini Tito e i due inviati con lui per la colletta e per il bene della stessa comunità di Corinto. Non si mostrino i fedeli di Corinto da meno dei Macedoni! (8, 16-9, 5). Pratti della liberalità sono la benedizione di Dio e l'efflance preghiera dei beneficati (9,6-15).
3. Polemica con avversari dichiarati (ro, 1-13, 10). o) Aspetto negativo, ossia confutazione delle accuse (10, 8-1, 18). Paolo non agisce secondo i dettami della prudenza carnale, ma animato dallo spirito di Cristo; forte da lontano e da vicino, per lettera e a voce (ro, i-11); né si gloria, come i suoi avversari, oltre misura, ma secondo una regola divina e nel Signore (ro, 12-18).
b) Aspetto positivo. A Paolo non mancherebbero motivi di gloriarsi, come non inferiore agli altri (11, 1-12, 18). - Se c'è un'inferiorità di Paolo rispetto ai "superopostoli», è nell'avere rinunciato si suoi diritti, per non essere d'aggravio alla comunità (11, 1-15). Né a lui mancano meriti e dani straordinari, controbilanciati però dal "pungiglione" infitto "nella carne", che gli fa conoscere praticamente come ogni dono venga da Dio; il quale sceglie per le sue opere deboli strumenti umani (11, 16-12, 20). Questa difesa dovrebbero farla piuttosto i fedeli di Corinto, per i quali Paolo ha già fatto tanto, ed è pronto a fare anche di più, a costo pure d'essere tanto meno ricambiato di affetto quanto più egli ama (12, 11-18). Nella prossima visita a Corinto Paolo procederà contro i colpevoli; spera, tuttavia, di non essere costretto a fare uso della pienezza dei suoi poteri apostolici (12,19-13,10).

Nell'epilogo (13, 11 sgg.), ultimi avvertimenti (11), due brevi affettuose frasi di saluto (12), solenne benedizione augurale (13).
III. Autenticità paolina. - Per le prove esterne si noti che II C. è stata usata, probabilmente, da s. Policarpo; vi si è ispirato l'autore della lettera a Dioggetto; la citano Teofilo antiocheno e s. Ippolito. Sotto il nome di Paolo è allegata esplicitamente da Ireneo, da Clemente Alessandrino, da Tertulliano e dal Frammento muratoriano, per formarci alle testimonianze più antiche. Che II C. sia meno citata non deve sorprendere, dato che essa è meno dottrinale e più personale. Di qui, però, quel complesso di indizi interni, che ha indotto le grande maggioranza dei critici, anche non cattolici, a riconoscervi il suggello inconfondibile di Paolo. Chi parla in modo cosi deciso e cosi imperativo ai fedeli di Corinto lascia capire, senza possibilità di dubbio, la sua posizione tutta particolare nei confronti della comunità, di cui è fondatore e padre, e, all'occorrenza, anche giudice. Nessun'altra lettera ci scolpisce con tanta forza il carattere di Paolo, l'impetuosità del suo sentimento, cosi facile a passare dallo slancio più vibrato alla depressione, e cosi ostinatamente attaccato ai suoi figli spirituali, anche quando questi mostrano freddezza, o addirittura ostilità verso di lui. II C. s'inserisce, inoltre, in maniera cosi stretta nel periodo più complicato dell'apostolato di Paolo, che a nessun falsario sarebbe stato agevole un tale sforzo d'inventiva, come nessun falsario avrebbe mai pensato a presentare Paolo nel quadro compromettente che ne fanno i suoi avversari.

Per questo solo i pochi radicali ricordati per I C. e qualche altro isolato hanno ardito intaccare l'autenticità di questa lettera, la più paolina fra le paoline.

IV. Integntà. - Per un certo numero di critici moderni I I C. non sarebbe un'opera di getto, uno scritto unico, bensì un complesso di più lettere scritte in circostanze diverse, unite, poi, artificiosamente, ad opera di un redattore. Così, per limitarsi ad uno dei più rappresentativi, C. Clemen (Paulus, sein Leben und Werkeu, I: Untersuchung, Giessen 1904, p. 85) vi ha ravvisato tre lettere: 1²: 6, 14-7, 1; 2²: 10,1-13,10 ; 3²: 1,1-6,13 ; 7,2-9,15 ; 13,11-13.

Non è difficile difendere l'integrità di I I C. fino a tutto il cap. 9, dimostrando l'infondatezza di questi smembramenti. Difficoltà più serie s'incontrano per i capp. 10-13,
che parrebbero dovuti a uno stato d'animo profondamente diverso da quello delineato nei capitoli precedenti. Qui, in sostanza, è il fulcro della difficoltà. Tra le ipotesi onesse per risolvere questo, che è uno spinoso problema per l'impostazione storica e per l'interpretazione di I I C., s'è proposto pure di considerare questi quattro capitoli come la lettera - dalle molte lacrime -, scritta da Paolo dopo il grave fatto lesivo della sua autorità apostolica. Ma pare che si possa spiegare in altro modo l'innesgabile differenze che c'è nel tono di quest'ultimo parte di I I C. l'asprezza improvvisa del linguaggio, talora addirittura caustico, la vivacissima ripresa polemica, che ci riportano a dolorosi retroscena nei rapporti tra l'Apostolo e la comunità. Si potrebbe, in ogni caso, supporre che notizie cattive fossero giunte nuovamente dall'Acaia durante la stesura della lettera, che poté anche essere fatta a intervalli. Spiritosa ma non seria è la battuta di H. Lietzmann (p. 138) che l'enigma possa spiegarsi con una notte insonne tra II Cor. 9 e 10.

Senza pretendere di risolvere il problema, si deve osservare che le accuse contro le quali Paolo polemizza sono, in complesso, le medesime trattate con più pacatezza nei capitoli precedenti. La differenza è più nel tono che nell'oggetto della polemica. Paolo potrebbe essere stato indotto da ragioni, per cosi dire, tattiche a riservare per la fine questo serrato attacco ai suoi avversari e l'energia richiesta di una decisa presa di posizione da parte della comunità. Una cosa è abbastanza chiara, che cioè, se c'è una parte di I I C. scritta da Paolo senza le lacrime agli occhi, è proprio questa in cui si vorrebbe scorgere la lettera scritta - con molte lacrime -.

La tradizione manoscritta non presenta traccia del preteso lavoro redazionale, di cui I I C. sarebbe il risultato.

BibL.: Tra gli antichi si distinguono i commenti ad ambedue le lettere di: s. Giovanni Criscaromo (PG 6o, 9-610); Tondaretz (PG 82, 225-460); Ambrosiazer (PL 17, 193-358); Pelagio (ed. A. Souter, Pelagius's Expositions of Thirteen Epistles of St. Paul., II, Text and Apparatus criticas (Texts and Studies, 9, 11), Cambridge 1926, pp. 127-305); s. Tommaso d'Aquino (ed. Maristri, XVI, Torino 1924, pp. 220-524); C. Estio (ed. J. B. Holzammer, I, Magonza 1838, pp. 358-792; II, ivi 1839, pp. 1-211); C. a Lapide (ed. T. A. Crampun, XVIII, Parigi 1868, pp. 246215); Bernardino da Tiempigny (11 { }^{text {a }} ed. it. G. Castoldi, I, Monza 1940, pp. 213-392; II, ivi 1940, pp. 5-125).

Tra i moderni: R. Carnaly, Commentarius in S. Paul: Apostoli epistolos, II: Prior Epistola ad Corinthion, Parigi 1890; 2² ed. ivi 1909; III: Epistolae ad Corinthion altera et ad Galatas, ivi 1892; 2² ed. ivi 1907; M. Sales, La Sacra Bibbia. Nuovo Testamento, II, Torino 1914, pp. 103-237; F. S. Gutjahr, Die zwei Briefe an die Korinther, in Die Briefe des heiligen Apostels Paulus, II, 2² ed., Cima e Vicenza 1921-22 (1 C.); ivi 1917 (II C.); J. Sickenberger, Die Briefe des heiligen Paulus an die Korinther und Römer, in Die heilige Schrift des Neuen Testamentes, 4² ed., VI, Bonn 1932, pp. 1-167; E. B. Aib, Saint Paul. Première Eptire aux Corinthiens, Parigi 1934; id., Saint Paul. Seconde Epître aux Corinthiens, ivi 1937; I. Huby, Saint Paul. Première Epître aux Corinthiens (Verbum Subtilt, 13), ivi 1946; P. C. Sping, Epîtres aux Corinthiens, in La Sainte Bible di Pirot-Clamor, II, 11, ivi 1948, pp. 161-390. Aramidici: A. Robertson-A. Plummer, A Critical and Exegetical Commentary on the First Epistle of St. Paul to the Corinthians, in The International Critical Commentary, Edimburgo 1911; 2² ed. ivi 1914; A. Plummer, A Critical and Exegetical Commentary on the Second Epistle of St. Paul to the Corinthians, in ap. cit., ivi 1915; Ph. Bachmann, Der erste Brief des Paulus an die Korinther (Kommentar zum N. T. di Th. Zahn, 7), 4² ed., Lipsia 1936; id., Der zweite Brief des Paulus an die Korinther (ibid., 8), 4² ed., ivi 1922; H. Lietzmann, An die Korinther I, II, in Handbuch zum N. T., 3² ed., Tubinga 1931.

Per le questioni particolari: E. Golla, Zwischenreise und Zwischenbrief. Eine Untersuchung der Frage, ob der Apostel Paulus entlohen dem ersten und zweiten Korintherbrief eine Reise nach Korinth unternommen und einen uns verlorengegangenen Brief an die Korinther geschrieben habe (Biblioche Studien, 20, 10). Friburgo in Br. 1922; T. W. Manson, St Paul in Ephesus: The Corinthian correspondance, in Bulletin of the John Rylands Library, 26 (1941-42), pp. 101-20, 327-41; L. Cerbius, L'Eglise des Corinthiens (Témoins de Dieu, 7), Parigi 1947; B. Hundshoffer, Die Adressaten des ersten Korintherbriefes. Eine Versuch, die Empfänger dieses Briefes näher zu bestimmen, Kremamünster 1948.

Tendorico da Castel San Pietro
CORINTI, EPISTOLE APOCRIPE al. - Breve lettera dei C. e risposta di Paolo (III C.) alquanto più lunga, suggerite, pare, rispettivamente da I Cor. 7, I e 5,9 .

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A nome della comunità, Stefano, con altri anziani, informa Paolo circa l'attività di certi Simone e Cleobio, che predicano dottrine non mai udite dalla bocca di lui, contrarie, anzi, al suo insegnamento. Negano l'autorità dei profeti; la creazione e il dominio universale di Dio, cui sembrano contrapporre gli angeli nei rapporti con il mondo; la realtà dell'Incarnazione di Cristo e la risurrezione della carne. Affinché l'errore non metta radici, gli scriventi invocano un pronto intervento di Paolo. Questi risponde ribattendo punto per punto l'insegnamento dei falsi predicatori. Pensieri ed espressioni sono ricavati, in prevalenza, dalle lettere paoline.

La scoperta del testo copto degli Acta Pauli ad opera di C. Schmidt (Acta Pauli aus der Heidelberger haptischen Papyruabundschrift Nr. I herousgegeben, Lipsia 1904; 2^{text {a }} ed. ivi 1905) ha dimostrato in maniera decisiva che le due lettere facevano originariamente parte degli Acta (v. paolo, atti apocrifi di). A farle considerare come testi a sé stanti e al loro credito ha contribuito il fatto che I I I C. è stata accolta, per un certo tempo, nel canone delle Chiese sirisca e armena; onde s. Efrem, con le lettere paoline, commenta anche queste duc, la prima come preambolo alla seconda. Il contenuto, che ha colorito antignostico, suggerisce di porre tra il 160 e il 170 la data degli Atti di Paolo. Secondo Tertulliano (De Baptismo, 17: PL 1, 1328 sg .) sarebbero di un prete asiatico, che, per questo falso ispiratogli dell'amore verso l'Apostolo, fu privato della sua dignità. Cf. s. Girolamo, De Viris ill., 17 : PL 23, 651.

Bibl.: Per il testo copto: C. Schmidt, op. cit. nel testo: una versione tedesca del testo armeno e due recensioni latine furono pubblicate da P. Vetter, Der apokryphe dritte (Karintherbrief, Vienna 1894: L. Voisnuc, Les Actes de Paul et les lettres apocryphes, Perali 1913, pp. 28-72, testo latino e versione francese: E. Hennecke, Neutestamentiche Apokryphen, 2² ed., Tubinga 1924, p. 207 sgg., (versione tedesca): M. R. James, The Apocryphal. New Testament, Oxford 1924, p. 289 sgg.: K. Pink, Die pseudoponlinischen Briefe I, in Biblica, 6 (1923), pp. 68-91: E. Amann, Apocryphes du Nouveau Testament, in Dib, 1, col. 518 sg.
'T'rodorico da Castel San Pietro
CORINTO (Kópıvסoç, Corinthus). - Città del Peloponneso, capitale della provincia romana d'Acaia, celebre, oltre che per la ricchezza, lo splendore e la correzione, per l'apostolato svoltovi da s. Paolo e per le lettere da lui indirizzate alla locale comunità cristiana.

In grazia degli scavi condotti dal 1895 in poi, prima dai Greci e quindi dagli archeologi americani, si sono grandemente arricchite le nostre conoscenze sulla C. preellenica e, soprattutto, ellenica e romana.

L'antica C. sorgeva ca. 7 km . a sud-ovest dell'attuale Néo-Körinthes, a nord dell'Acrocorinto. Di questa cittadella, analoga all'acropoli d'Atene, poco ci hanno rivelato gli scavi; molto, invece, del resto della città. La C. romana è stata costruita quasi interamente su quella greca, di modo che ne è come la continuazione.

Già civilmente progredita nel sec. ix a. C. col salire dell'influenza macedone, divenne sede della «lega di Corinto». Dopo il periodo fortunoso della «lega achea» (C. vi entrò nel 243), caduti in antecedenza gli altri collegati, anche C. finì sotto il giogo dei Romani. Questi si limitarono, in un primo tempo, all'occupazione dell'Acrocorinto (196 a. C.) ; poi, in seguito ad un tentativo di ribellione, la città fu assediata dal console L. Mummio, che ridusse a un cumulo di rovine l'ultimo simbolo della libertà greca ( 146 a. C.).

Ma la posizione geografica di C., che col suo istmo rappresentava un ponte tra il nord e il sud della Grecia, anzi tra l'Asia e l'Europa, era troppo importante perché vi potesse rimanere per sempre un campo di rovine. Infatti Cesare ne iniziò, un secolo dopo, la ricostruzione, chiamandola Colonia Laus Iulia Corinthus e stabilendovi, assieme allo scorso elemento greco, una colonia di veterani e di liberti, che, con il sopravvenire dei molti estranei appartenenti al mondo commerciale, diedero vita a una città non lontana, per ricchezza e corruzione raffinate,
![img-17.jpeg](img-17.jpeg)
(da American Journal of Archaeology, Concordia 1551, fig. 11, p. 199) Corinto - Iscrizione funeraria cristiana (sec. vi), scoperta
negli scavi del 1931.
dall'antica metropoli ellenica. Quando, meno di un secolo più tardi, Paolo vi iniziava il suo lavoro apostolico, C. era ridivenuta una città d'intensissimo traffico. I suoi due porti, uno sul golfo Saronico o di Egina (porto di Cenerè), l'altro sul golfo di Patrasso o di C. (porto Lecheo) - onde alla città l'appellativo di δ: vartheta δ̇ δ vartheta σ σ σ o α à μ varphi: vartheta ἀ λ α σ σ ς ( h i- navis: Orazio, Odi, 1, 7, 2) - evitavano alle navi il lungo e pericoloso periplo del Peloponneso, sia con il sistema di scaricare in un porto e ricaricare nell'altro, sia trascinando le navi più piccole da un porto all'altro sopra il cosiddetto δleft(σ λ α σ ςright. (Strabone, VII, 2, 1).

A C., città di piaceri dispendiosi (di qui il proverbio "non tutti possono andare a C. ". cf. Orazio, Epist., 1, 17, 36), convenivano, particolarmente in occasione dei biennali giochi istmici (vi allude I Cor. 9, 24-27?), i più facoltosi di Roma e dell'Impero. Come in passato, e più ancora, Afrodite, servita da oltre mille prostitute nel suo tempo sull'Acrocorinto (Strabone, VIII, 6, 20), era la dea sovrana di questa città, divenuta, oltreché una strana mescolanza di razze e di civiltà, un'immenza casa di corruzione; tanto da dare un significato infamante all'espressione "fanciulla corinzia" (Platone, Rep., III, 404) e da far coniare il relativo verbo ε α ρ ε ε vartheta ι δ ζ η ε α ι, "corintizzare", "vivere alla corinzia" (Aristofane, Progm. 133).

In questo centro cosmopolitico d'intenso traffico, accanto ai Latini e ai Greci, non poteva mancare larga rappresentanza dei giudei. A questi, prima d'andare decisamente ai pagani (Act. 18, 4-7), Paolo indirizzò le proprie cure, come a coloro che avevano diritto di godere delle primizie del Vangelo. Fu un insuccesso. Tra i pagani, invece, che dovevano considerarsi assai più restii ad accogliere la "parola della Croce" (I Cor. 1, 18), si realizzava, in meno di due anni ( 50 - 52 o 51-53), ciò che Gesù aveva preannunciato a Paolo, al momento della rottura con la sinagoga di C., che in questa città Egli si riservava un popolo numeroso (Act. 18, 10). Ivi l'Apostolo lavorò con il braccio, per procacciarsi di che vivere, particolarmente prima che a lui giungessero i soccorsi dei buoni figli di Macedonia (II Cor. 11, 9); lavorò con la parola, in prevalenza tra i ceti umili, che furono i più docili al messaggio evangelico (I Cor. 1, 26); ebbe come punto di appoggio la casa di Tizio Giusto, un romano simpatizzante già prima per la religione d'Israele (Act. 18, 7); fu tratto dai giudei al tribunale del proconsole Giunio Gallione, il quale, accertatosi che si trattava di una questione puramente religiosa, se ne lavò le mani con ostentazione di disprezzo (Act. 18, 12-27).

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![img-18.jpeg](img-18.jpeg)
(da Atti del III Congresso Internazionale di arck. erist., Città del Vaticano III, p. 231
Corinto - Pianta della basilica cristiana (fine sec. iv, inizio sec. v).

Dopo quasi due anni di lavoro, veglie e preoccupazioni d'ogni sorta (anche da parte di altre comunita fondate in antecedenza), Paolo giudicò la Chiesa di C. sufficientemente formata, si da potersene allontanare temporaneamente. C'erano, però, gravi residui degli antichi vizi con abusi e turbolenze, come ci fanno sapere le due lettere canoniche ai Corinti (v. CORINTI, epistole ai) e la lettera da Clemente Romano indirizzata alla stessa comunità circa un quarantennio più tardi.

Bibl.: Th. Lenschau, Korinth, in Pauly-Wissowa, Suppl., IV, coll. 277-323; G. Porzio, C., Lecce 1908; Autori vari, s. v. in Enc. Ital., XI (1931), pp. 403-406; H. Leclercq, Corinthe, in DACL., III, it, coll. 2939-66; E. Le Camus, Corinthe, in DR. II, coll. 974-83; H. Clavier, Corinthe, in Dict. Encyclop. de la Bible, I, p. 236 sg.; E. B. Allo, La Première Epître aux Corinthiens, Parigi 1935, pp. x-xin. Sugli scavi eseguiti e C. sotto la direzione della American School of Classical Studies di Atene, notevoli sono la collezione Corinth, pubblicata a Cambridge (Massachusetts) dal 1929 e i frequenti resoconti apparsi in The American Journal of Archaeology, specialmente 37 (1933), pp. 554572; 39 (1935), pp. 53-72; 40 (1936), pp. 21-45, 466-84; 41 (1937), pp. 539-52; 42 (1938), pp. 362-70; 44 (1940), pp. 255-77, 592-600.

Trodorico da Castel San Pietro
Archeologia. - Eusebio ricorda (Hist. eccl., IV, 23) il vescovo Dionigi, che esercitò il suo zelo anche verso altre comunità mediante le lettere scritte alla Chiesa dei Lacedemoni, agli Ateniesi, a quei di Nicomedia, di Gortina e delle altre chiese di Creta, alla Chiesa di Amastris e a quelle del Ponto, agli abitanti di Cnossos; sua è poi la nota lettera al vescovo di Roma Sotero (166-75), nella quale dichiara che nei giorni di domenica la Chiesa di C. soleva leggere la prima lettera scritta ai Corinti dal papa Clemente. Il vescovo Perigene di C. era al terzo Concilio d'Efeso (431); il vescovo Pietro al quarto Concilio di Calcedonia.

I martiri di C., Leonida e compagni, figurano non solo nel Martirologio siriaco e nel geronimiano ma anche nella tradizione liturgica dei Greci; tutti presentano la data del 16 apr. (H. Delehaye, Synaxarium Ecclesiae Constantinopolitanae, Bruxelles 1902, p. 605).

Una basilica cristiana fu scoperta a C. negli aa. 1928-29 alla periferia della città attuale presso la porta Cenchries, luogo abitato in età giustinianea.

A destra della basilica a tre navi con diaconicon e protesi non alsaldate sta una cella trichora, che il de Waele identifica col Martyrium. Tutte le tombe erano state profanate e spogliate. Eretta forse verso la fine del sec. Iv e all'inizio del sec. v. Monete del sec. XI e frammenti di scultura della stessa età fanno supporre che esistesse allora una seconda chiesa con pavimento di mattoni gialli di fabbrica corinzia. La chiesa rovinò nel sec. xiv con l'occupazione turca. Del celebre santuario d'Asclepio non fu trovato che uno strato di materiale bruciato con avanzi marmorei, lampade e monete del sec. Iv. Si ritiene fosse stato demolito e incendiato dai cristiani i quali non occuparono l'area del tempio per sepolcri, ma solo quella adiacente.

Per le iscrizioni cristiane di C. cf. B. D. Meritt, Greek Inscriptions 1896-1927 in Corinth's Excavations, VIII, I, Cambridge 1931, n. 136 sgg. Un antico cimitero cristiano di C. è stato trovato presso la sorgente di Lerna; sono state rinvenute 315 tombe cristiane; le più antiche risalgono alla metà del iv sec.; le ultime sono in massa e sembrano appartenere al periodo dei rovinosi terremoti che funestarono C. nel vi sec. cioè prima del 542 e verso il 551 (F. J. de Waele, The fountain of Lerna and early christian cemetery of Corinth, in The American Journal of Archaeology, 39 (1935), pp. 352-59).
C. è ora arcivescovato titolare.

Bibl.: J. de Waele, Scoperte recenti di archeologia cristiana nella Grecia, in Atti del III Congresso internazionale di archeol. critr., Città del Vaticano 1934, p. 371 .

Enrico Jovi
CORIO : v. KORIUM.
CORIPPO, Flavio Cresconio. - Già maestro di grammatica in un municipio d'Africa, si recò successivamente a Cartagine. Nel 549 o 550 pubblicò un poema epico in 8 libri, intitolato Iohannis o De balfa Libycis, in cui cantava le imprese compiute da Giovanni, magister militum dell'Africa, nella guerra dei Romani contro i Mauri, dal 546 al 548 ; l'VIII libro è incompiuto. Pare che il poema abbia guadagnato a C. un posto alla corte di Costantinopoli. Più tardi, ridotto in miseria, pubblicò, per ottenere aiuto dall'Imperatore, un panegirico di Giustino, in 4 libri.

La scelta del soggetto non è facile nel poema epico, che celebra episodi di storia contemporanea, tanto meno nel panegirico, in cui i primi 3 libri cantano i primi otto giorni dell'impero di Giustino, e il IV, incompiuto, tratta dell'assunzione al consolato del protagonista e delle feste che l'accompagnarono. L'autore considera dovere di posta cristiano rifiutare la materia mitologica, mentre inserisce in più luoghi elementi cristiani, come preghiere a Dio, a Cristo, alla Vergine, e anche un breve compendio della fede cattolica. Artisticamente la sua importanza è ben ridotta, specialmente nel panegirico; ha invece un interesse notevole come fonte storica, per il racconto d'una fase della guerra e per le descrizioni dei caratteri e degli usi dei popoli mauri.

Bibl.: J. Partsch. in MGH. Anctores Antiquissimi, III, II. Studi: M. Schanz, Geschichte der römischen Literatur, VI, II. Monaco 1920, pp. 78-82; U. Moricca, III, pp. 225-28.

Michele Pellegrino
CORK, Diocesi di. - Nell'Eire (Irlanda), suffraganea di Cashel. Il nome deriva dal gaelico corcach (mercato).

L'origine della diocesi risale ai primi decenni del sec. vir quando s. Fionnbarr fondò un monastero e una scuola accanto al mercato presso l'estuario del fiume Laoi (inglese Lee). Questa fondazione diede origine alla città di C. S. Fionnbarr, primo vescovo e patrono della diocesi, ebbe fra i suoi successori

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nell'episcopato il b. Taddeo Mac Carthy, m. nel 1492 a Ivrea in Piemonte, durante un viaggio di ritorno da Roma. Il culto a lui reso ab immemorabili fu confermato dalla S. Sede nel 1895 .

Degli antichi monumenti cristiani della diocesi, i meglio conservati sono il monastero di Kilcrea e l'eremitaggio Gügán Barra, dove s. Flonnbarr si preparò alla sua missione futura. La diocesi in una supertice di 2847 kmq . comprende 35 parrocchie, 86 chiese, 12 comunità di religiosi, 150 sacerdoti diocesani e 140 regolari, 11 comunita di religiosi laici, 4 tra seminari e collegi ecclesiastici; 33 comunita di suore. Numerose scuole sono tenute dai Christian Brothers e dai Presentation Brothers. Nel 1948 i cattolici erano 167.200 in una popolazione di 175.200 ab .

Bibl.: J. Lanigan, Ecclesiastical History of Ireland, 4 voll., Dublino 1822; Annales of the four Masters, ed. J. O'Donovan. 7 voll., 20 ed., Dublino 1826 (v. vol. VII, indice); W. M. Brady, Records of C., Clayne and Ross, 3 voll., Dublino e Londra 1864; ol., Episcopal succession in England, Sentinel and Ireland, 3 voll., Roma 1876-77 (v. indice); J. Healy, Ireland's ancient schools and scholars, Dublino 1890, passim; G. Saroglia, Il bento Taddeo Machar vescovo irlandese, Ivrea 1892; Journal of the C. Hist. and Archaeol. Society, passim; I. F. Kenney, Sources for the early history of Ireland, I, Nuova York 1929, pp. 28, 40, 56, 55, 401-402, 742; P. Sexton, s. v. in Cath. Enc., IV, pp. 370-71; Irish Catholic Directory and Almanach 1949, Dublino 1949, pp. 279 -90.

Dionisio Mac Daid
CORMIER, Hyacynthe-Marie. - Domenicano, n. ad Orléans l' 8 dic. 1832, m. a Roma il 17 dic. 1916. Religioso dal 1856, dopo la professione fatta in Roma a S. Sabina (1859), fu maestro dei novizi; indi priore e provinciale di Tolosa (1855-73; 1879-82); poi assistente del generale (1891) e procuratore dell'Ordine (1896); dal 1904 al 1916 maestro generale.

Superiore soave ma fermo, mirò sempre a rinnovare fra i suoi e a mantenere le tradizioni e lo spirito migliore, e si prodigò instancabilmente al perfezionamento degli studi, pubblicando una nuova Ratio studiorum, erigendo a Friburgo un pensionato studentesco accanto all'Albertiano, e soprattutto fondando a Roma il collegio Angelico (1909). Edificante e prudente, si acquistò un nome come scrittore di agiografia e di ascetica. La sua causa di beatificazione fu introdotta con decreto del 22 giugno 1943.

Opera principali: Quince entretious sur la liturgie dominicaine (Roma 1913); Instructions des novices (Parigi 1880; vers. it. di G. Nivoli, 4 voll., Torino 1923-24), opera di contenuto non ristretto al suo Ordine, ma universale e adatto ad una efficace formazione spirituale per tutti; Vie du p. Jaudel (ivi 1890); Retraite fondamentale (ivi 1893); Trois retraites progressives (ivi 1896); Retraite ecclésiastique (ivi 1903); tutte tradotte anche in italiano.

Bibl.: S. Szäbo, Il p. C., Roma 1934; F. Cayré, Patrologie et histoire de la théologie, III, Parigi 1944, pp. 344-45.

Celestino Testore
CORNACCHINI, Agostino. - Scultore, n. a Pescia nel 1685 e m. a Roma poco dopo il 1740. Scolaro di G. B. Foggini, accolse il barocco nel suo aspetto pittorico ed un poco accademico, conservando sempre, come altri scultori toscani, una visione del tutto formale ed esteriore delle cose : è uno dei rappresentanti del marattismo della scultura.

Scegui una statua di Clemente XI per il duomo di Urbino, a S. Pietro in Vaticano il Carlomagno, le acquasantiere (1725) e la statua di s. Elia (1727), nel duomo di Orvieto una Natività di Maria e gli Arcangeli Michele e Gabriele (1729), una Natività di Maria e una Deposizione a Superga, la statua della Carità nella cappella Corsini al Laterano, una statua di Clemente XII per Ancona ed infine, fra le sue opere più tarde, i busti dei cardd. D'Adda e Omodei nella sagrestia della chiesa di S. Carlo al Corso in Roma.

Bibl.: F. Noack, s. v. in Thieme-Becker, VII, pp. 419-20 (con bibl.); A. Riccoboni, Roma nell'arte, Roma 1942.

Guglielmo Matthiae
CORNA DI CONSAGRAZIONE. - In santuari, abitazioni, depositi votivi di età minoica a Creta furono trovati oggetti formati da due corna unite in
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(da W. Haqer, Die Eherenstatuen der Päpste, Lipsia 1258, fig. 26) Cornacchini, Agostino - Statua di Clemente XI. Urbino, Duomo.
basso da un braccio orizzontale. Sono spesso raffigurati nella glittica o sui vasi. Non sembra che fossero oggetto di culto, ma sorreggevano oggetti sacri o addetti al culto.

Bibl.: M. Nilsson, The Minoan-Mycenean Religion and its survival in Greek Religion, Oxford 1927, pp. 140 sgg.; L. Banti, I culti minoici e greci di Haghia Triada (Creta), in Annuario della R. Scuola archeologica di Atene, nuova serie, 3-4 (1941-42), p. 58 sgg.

Luisa Banti
CORNAGGIA-MEDICI CASTIGLIONI, CARLO Ottavio. - Senatore, n. a Milano il 6 dic. 1851, m. ivi il io apr. 1905. Deputato di Milano per le legislature XXII e XXIII, fu nominato senatore nel 1904. Laureatosi in giurisprudenza a Pavia, si dedicò subito ad attività politiche con l'aderire al movimento cattolico di cui fu una delle figure più rappresentative.

Fautore di un'alleanza con i liberali di destra, ricoprì molte cariche pubbliche a Milano, ove fu consigliere comunale, assessore, consigliere provinciale e presidente dell'ospedale Maggiore. Sconfitto alle elezioni per la XXIV legislatura, non si ripresentò. Fondò il giornale la Lega lombarda, fusa in seguito con L'osservatore.

Bibl.: A. Malatesta, Ministri, deputati, senatori dal 1848 al 1922 (Enc. biografica e bibliogr. ital., 43 e serie), Milano 1940, p. 284.

Mario Zazzetta
CORNARO, Luigi (Alvise). - Apparteneva all'illustre famiglia dei Corner. N. a Venezia nel 1475 e m. a Padova l'8 genn. 1566. Appassionato per l'agricoltura e per l'idraulica, bonificò terreni incolti e stimolò l'attività bonificatrice della Repubblica veneta. In un campo, invece, variamente umanistico e arti-

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stico protesse letterati e artisti, e costrui splendidi edifici e ville.

Ma la sua fama è raccomandata all'aver egli insegnato amabilmente agli uomini la bellezza e la felicità della vita sobria. A tale sobrietà doveva la salute ricuperata a 40 anni, dopo gravi sofferenze : e da allora divenne il paladino di una pratica di vita, che egli andò sempre meglio perfezionando proprio come un'opera d'arte, e che gli permise di vivere fino a età molto tarda in perfetta tranquillità e giovialità di spirito. Il succo di tale esperienza il C. raccolse in un breve trattato Dalla vita sobria, che pubblicò a 83 anni (Padova 1558), cui seguirono nel '61, '63, '65 (ivi) altri tre scritti dello stesso argomento. Tutti ebbero numerose edizioni e traduzioni finn ai nostri giorni e diffusero una luce di umana simpatia intorno alla cordiale figura dell'autore. Il quale vinse la sua battaglia non per essersi condotto dietro i lettori persuasi e convertiti dai suoi ragionamenti spesso sofistici, ma per aver loro offerto la testimonianza della sua verdissima vecchiaia, ritratta in una luce cristallina, con accento qua e là perfino poetico. Questo lirismo della bella operetta, a cui non nuoce una punta di civetteria ingenua, è il segreto più vero della sua validità artistica, oltre che umana.

BinL.: Opere: L. C. e Leonardo Lessio, L'arte di vivere a lungo. Discorsi su la vita sobria, con prof. di P. Molmenti, Milano 1905; A. C., Discorsi sulla vita sobria, a cura di P. Pancrasi, Firenze 1942. Studi: A. Pompeati, Saggi critici, Milano-RomaNapoli 1946, pp. 51-86. Arturo Pompeati

CORNEILLE, Pierre. - Poeta tragico, n. a Rouen il 6 giugno 1606, m. a Parigi il 30 sett. 1684.

La sua biografia, scarsamente movimentata, offre il vigoroso profilo di un'intensa vicenda interiore. Allievo dei Gesuiti (1615-22), da una formazione classicamente e cristianamente improntata trasse la sua etica visione della vita. Iniziò la carriera forense, presto ritraendosene per seguire liberamente la vocazione poetica. A 30 anni rappresentò il Cid con trionfale successo. Accolto all'Accademia nel 1647, nel 1663 ebbe assegnata una regia pensione, a stento poi mantenutagli. Trascorse gli ultimi anni in solitaria tristezza, nel declino della fortuna.

Esordi nel 1630 con una commedia pastorale, Mélite, cui seguirono Clitandre, La vente, La Galerie du palais, La Place royale e La suivante. La prima tragedia, Médée, dall'accentuato aggetto barocco, è del 1635. L'illusion comique, commedia del 1636 , contempla con arguta compiacenza la vita dei comici.

Il ciclo della grande produzione tragica di C. si estende dal 1636 al 1642 , ed è costituito da 4 opere, il Cid, l'Horace, il Cinna, il Polyeucte, le quali, per l'analogia dei caratteri formali e per l'alto valore sostanziale, costituiscono il "quadrilatero corneliano".

La drammaticità del Cid è data dal contrasto, nell'animo della protagonista Ximena, tra l'amore per Rodrigo e l'onore, feritole dallo stesso con l'uccisione del padre.

Nell'Horace invece, di argomento classico, l'amore viene a trovarsi in contrasto con il dovere civico, e Camilla muore perché Roma viva. Il Cinna, pure di argomento classico, è imperniato sul magnanimo ondeggiamento dei sentimenti dell'imperatore Augusto.

Nel Polyeucte (dalla storia di s. Poliuto, riportata da un menologio bizantino), l'azione si svolge nella capitale dell'Armenia, sotto l'imperatore Decio. Paolina, figlia di Felice governatore romano d'Armenia, è data in sposa a Poliuto, signore armeno, e negata al cavaliere romano Severo, da lei amato, il quale è poi ritenuto morto nella guerra contro i Parti. Nel frattempo Poliuto si converte al cristianesimo. Ma Severo torna, e Poliuto rifiuta di sacrificare in un rito pagano approntato per il reduce trionfante, rendendosi passibile di morte. Il neofita, tentato di apocratare, resiste alla prova e si rassegna a perdere Paolina, la quale, spiritualmente affascinata dalla sua cristiana fermezza, anziché concedersi a Severo, gli chiede intercessione per Poliuto. Severo generosamente
![img-20.jpeg](img-20.jpeg)
(da E. Picot, Bibliographie Caractirane, Parigi 1633.
Corneille, Pierre - Ritratto inciso in rame (1644).
aderisce, ma le mene di Felice, ambizioso dell'imperiale favore, si contrappongono alla sua magnanima intenzione, e Poliuto affronta serenamente il supplizio.

Seguirono le tragedie La mort de Pompée (1643), Rodogune (1643), e l'Héraclius (1647), oltre all'arguta commedia Le menteur (1644). Il Nicomède (1651) e Pertharite (1652) segnano il declino del C., che in appresso, oltre a qualche tardiva ripresa drammatica di scarso interesse, si dedicò ad una versione in versi dell'imitazione di Cristo, (1656) e dell'Ufficio della Madonna (1620) e dettò liriche per lo più di argomento sacro. Scrisse anche tre Discours sulle unità aristoteliche nel poema drammatico.

La figura del C. assume storico rilievo per le decisive innovazioni da lui apportate alle forme tradizionali della tragedia, sia con lo sceverarla da intrusioni di elementi comici, che col trasferirne l'essenza drammatica dalla esteriore fatalità di contrastanti eventi all'interiore urto di passioni e volontà, in una libera e consapevole dialettico morale.

Condotte in moduli incisi e severi, le tragedie corneliane non indulgono a calligrafiche compiacenze, ma tutti gli elementi serratamente convergono al momento risolutivo, nel quale il poeta più largamente respira, rivelando la sua dilezione per l'eroico, il suo spregio del fatuo, del banale; donde la sua ammirazione per i grandi uomini ed eventi politici del tempo. L'amore è per lo più rifiutato dal C., come elemento conturbante la serena determinazione, per la sua appartenenza ad un mondo istintivo sfug-

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gente al dominio della ragione. L'essenza della concezione corneliana è nell'assoggettamento della passionalità al giudizio, mediante la volontà. I più alti motivi umani (la morte, la vanità delle cose, l'onore e il dovere) e sovrumani (la fede, il martirio) solennemente informano le tragedie del "quadrilatero", culminanti nella squisita compiutezza del Polinto, ove la stoica eticità dell'Horace e la classica equanimità del Cinna si ravvivano e si sublimano alla luce della spiritualità cristiana.

Bibl.: Opere: Oeuvres complètes, ed. Ch. Marty-Lavaux, Parigi 1862-68. Studi: E. Picot, Bibliographie corndienne, Parigi 1876 (aggiornata da P. Verdier e R. Peier, ivi 1908); G. Lanson, C., ivi 1898; M. Tastevin, Les hórdues de C., iv 1914; G. Huszar, La tragédie cornelienne devant la critique classique, ivi 1927; B. Croce, Aziostn, Shakespeare e C., Bari 1944, pp. 203-65; L. Cappello, Politico e religione nelle tragedie di P. C., Roma 1935; W. Krauss, C. als politischer Dichter, Marburgo 1936; L. Batiffol, Richelien et C. La légende de la persécution de l'auteur du Cid, Parigi 1936; G. Bellonei, Roma nelle opere di C. e di Racine, Roma 1938; A. Rousseau, C. et Racine, Friburga in Br. 1941; L. Sorrento, Significativi momenti della varia fortuna di P. C. nella critica della Francia moderna, Milano 1942; O. Nadel, Le sentiment de l'amour dans l'oeuvre de P. C., Parigi 1948; R. Zanghi, Introduzione a "Cinna" di C., Torino 1948.

CORNEJO PEDROSA, Pietro de. - Teologo carmelitano, n. nel 1566 a Salamanca, m. ivi il 31 marzo 1618.

Nominato titolare di una delle cattedre di filosofia nell'Università di Salamanca nel 1596, difese alla presenza del re Filippo III la sua tesi di laurea ed ebbe il grado di maestro di teologia il 30 giugno 1600 . Fu poi (1601-1607) professore di filosofia morale ed occupò ( 1607-1608 ) la cattedra di s. Tommaso, e dal 1608 fino alla morte quella del Durando. Fu uno dei migliori commentatori di s. Tommaso e fu tenuto in altissima stima anche da Paolo V, che lo ascoltava predicare in S. Pietro a Roma, e dal re Filippo che lo consultava in affari di grande importanza. I suoi commenti a s. Tommaso furono editi a Valladolid nel 1628-29 e più tardi a Bamberga nel 1671. Non va confuso con un suo omonimo, storiografo n. ca. il 1536 .

Bibl.: Harter, III, col. 394; C. de Villiers, Bibl. Carm., 3^{text {a }} ed., II, Roma 1907, coll. 366-68; P. Servais, s. v. in DThC, III, coll. 1864-65.

Rumano Romani
CORNELIO. - Centurione romano, di stanza a Cesarea di Palestina, per diretto intervento di Dio convertito al cristianesimo e ammesso al battesimo da s. Pietro (Act. 10, 1-11, 8). Un angelo appare a C. e gli ingiunge d'inviare dei messi a Simon-Pietro, a Ioppe (Act. 10, 1-8). Pietro ha una visione simbolica e, mentre esita sull'interpretazione da darle, giungono gli inviati di C. che gli riferiscono quanto era accaduto a Cesarea. Lo Spirito Santo toglie ogni incertezza dall'animo di Pietro (Act. 10, 9-23). Questi a Cesarea ascolta il racconto di C., lo catechizza, e, dopo la discesa dello Spirito Santo manifestantesi con il dono delle lingue, fa battezzare lui e i suoi familiari (Act. 10, 24-48). Davanti alla comunità di Gerusalemme Pietro si giustifica d'avere ammesso alla Chiesa C. e i suoi, senza prima sottoporli alle osservanze mosaiche (Act. 11, 1-18).

La narrazione degli Atti è ricca di particolari e di quelle ripetizioni tipiche del raccontare semitico, che, mentre rivelano la fonte da cui attinge lo scrittore, ci dànno anche la sensazione dell'importanza che il fatto riveste per la storia della Chiesa primitiva. Si tratta, infatti, di una svolta decisiva, data per manifesto intervento di Dio. Col centurione C. comincia a entrare ufficialmente nella Chiesa quel mondo pagano, che gli Ebrei guardavano con cordiale disprezzo, e non ammettevano mai ad un piano di
uguaglianza nella vita religiosa, anche quando, come nel caso di C., si trattava di coloro che volevano sinceramente avvicinarsi al popolo di Dio.
C. era uno di quei «cultori» del vero Dio (Act. 10, 2), dei quali c'erano varie sfumature; ma non doveva essere proselita (v.) propriamente detto. E più probabile che egli si distinguesse dagli altri pagani semplicemente per probità di vita e per notoria simpatia verso la religione d'Israele (Act. 10, 22). Che appartenesse alla Gens Cornelia è reso discutibile anche dal suo modesto grado di centurione. Egli non era, forse, che un discendente di liberti. L. Cornelio Silla, in una volta sola, emancipò oltre diecimila schiavi, i quali presero, perciò, il suo nome gentilizio (Appiano, I, 100).
C. era centurione in una coorte che s. Luca chiama «italica». Sulla presenza di tale coorte in Palestina all'epoca dei fatti (ca. il 40 d . C.) si è discusso molto. Una Cohors II italica era in Siria tra il 69 e il 157 d. C. (cf. E. Jacquier, Les Actes des Apôtres, Parigi 1926, p. 312), ma non risulta in maniera positiva per il periodo precedente. Tuttavia il silenzio delle fonti non prova che detta coorte o un suo distaccamento non si trovasse già a Cesarea prima del 69, senza contare che, come ha notato giustamente R. J. Knowing (The Acts of the Apostles, in The Exposition's Greek Testament, II, 3^{text {a }} ed., Londra 1904, p. 250) un centurione dell's italica " poteva trovarsi a Cesarea per qualche servizio imprecisato. Talora gli ufficiali romani venivano incaricati dai socii di Roma dell'addestramento dei propri soldati.
S. Girolamo (Adv. Iovinianum, I, 39: PL 23, 277) sembra considerarlo come iniziatore della Chiesa etnico-cristiana di Cesarea; mentre Constit. Apost., VII, 46 (PG 1, 1049) lo fanno secondo vescovo di questa città, successore di Zaccheo. Un'altra tradizione (PG 114, 1293-1312) lo fa vescovo di Skepsis in Misia, dove sarebbe morto santamente dopo aver confessato la fede di Cristo. Festa il 2 febbr. secondo il Martirologio romano, il 13 sett. secondo i menologi greci.

Brac.: A. Stein, Cornelias, in Pauls-Wissowa, Suppl. III, col. 258; E. Beurlier, Cornville, in DB. II, col. 1012 sg. Per la questione della coorte italica: W. M. Ramsay, Il'as Christ born at Bethlehem?, 3² ed., Londra 1905, pp. 260-69; A. Wikenhainer, Die Apostelgeschichte und ihr Geschichtswert, Münster 1921, p. 314 sg.; T. R. S. Broughton, in F. J. F. Jackson-K. Lake, The Beginnings of Christianity, V, Londra 1