volume-04

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s, in Pauls-Wissowa, Suppl. III, col. 258; E. Beurlier, Cornville, in DB. II, col. 1012 sg. Per la questione della coorte italica: W. M. Ramsay, Il'as Christ born at Bethlehem?, 3² ed., Londra 1905, pp. 260-69; A. Wikenhainer, Die Apostelgeschichte und ihr Geschichtswert, Münster 1921, p. 314 sg.; T. R. S. Broughton, in F. J. F. Jackson-K. Lake, The Beginnings of Christianity, V, Londra 1933, p. 441 sgg.

Teodorico da Castel San Pietro
Iconografia. - Col nome di C. venne chiamato da alcuni iconografi uno dei soldati che nella scultura paleocristiana, sin dalla fine del sec. iit, figurano vicino alla sorgente che s. Pietro, come Mosé, fa scaturire dalla rupe. Caratterizzati come soldati romani dalla clamide che indossano e dal berretto rotondo (pilens pannonicus), essi di solito bevono alla sorgente prendendo l'acqua con le mani. In essi si riconoscono quel C., "centurio cohortis quae dicitur Italica", con i suoi compagni, che secondo gli Act. 10, 24 sgg., incontrarisi con l'Apostolo, si fecero battezzare. Il bere l'acqua della fonte era espressione presso i primi cristiani equivalente a "farsi battezzare». La scena iconografica figura quindi il Battesimo e C. quale primo rappresentante dei gentili battezzati da s. Pietro. Si deve però osservare che non tutti gli studiosi sono d'accordo con questa identificazione: alcuni difatti persistono a vedere nei personaggi presso la sorgente semplicemente degli Ebrei.

Brac.: E. Becker, Das Quellenuder des Moses in der altchristlichen Kunst, Strasburgo 1909; Wilpert, Sarcofagi, pp. 108-14, 116 sgg.

Luciano De Bruyne
CORNELIO, PAPA. - Il Lib. Pont. (I, p. 150), nella sua biografia lo dice "natione Romanus"; G. B. De Rossi lo ritenne più parente che cliente

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Cornelio, papa = Iscrizione sepolcrale del papa C. - Roma, cimitero di Callisto,
della "gens Cornelia ". Egli era prete quando venne eletto quale successore di Fabiano, dopo ca. 14 mesi di sede vacante, al principio di marzo dell'a. 251 , mentre l'imperatore Decio aveva lasciato Roma per combattere i Goti. Appena eletto C. inviò lettere all'episcopato partecipando la sua nomina e Cipriano la notificò alla comunità di Cartagine ( E p .45,2 ). Il prete Novaziano che durante la sede vacante a nome del clero romano aveva scritto a s. Cipriano ( E p .30 nella collezione ciprianea) e aveva dichiarato di non aspirare alla successione di Fabiano, appena vide assiso "intrepido" C. nella cattedra episcopale (Cypriani Ep. 55,9) si fece eleggere vescovo da tre vescovi e tale comparve all'improvviso in marzo alla comunità di Roma, come se una catapulta - scrisse C. stesso al vescovo Fabio di Antiochia - "l'avesse scagliato in mezzo a noi" (Eusebio, Hist. eccl., VI, 43, 7).
C. convocò a Roma nell'autunno 251 un Concilio, al quale parteciparono sessanta vescovi e un gran numero di preti e diaconi (Eusebio, Hist. eccl., VI, 43, 2); in esso si confermarono le decisioni del Si nodo di Cartagine relative ai "lapsi " e si scomunicarono Novaziano e i suoi partigiani.

Eusebio riporta una parte della lettera inviata da C. al vescovo Fabio di Antiochia per comunicargli le deliberazioni del concilio; in essa viene per la prima volta elencata la composizione del clero della comunità di Roma; essa constava di quarantasei sacerdoti e di sette diaconi e sette suddiaconi, oltre al clero minore che comprendeva 42 accoliti e 52 fra esorcisti, lettori e ostiarii (Eusebio, Hist. eccl., VI, 43, II). Le spontanee offerte dei fedeli permettevano di sostenere giornalmente 1500 tra vedove e bisognosi. Nel giugno dell's. 252 l'imperatore Gallo scatenò all'improvviso la persecuzione comminando ai vescovi l'esilio, come viene attestato dal vescovo Dionigi d'Alessandria (Eusebio, Hist. eccl., VII, 1) e da s. Cipriano ( E p .60,2 ) dal quale si apprende che C. fu arrestato, ma appena tale notizia si propagò nella comunità di Roma molti fedeli accorsero e vollero accompagnarlo fino al tribunale, unendosi alla sua confessione, sl che il Papa ebbe "multos gloriae comites" e fu "dux confessionis fratribus" (Cipriano, Ep. 60,2).
C. venne condannato all'esilio in Civitavecchia, dove nel giugno dell'anno seguente 253 "cum gloria dormitionem accepit" (Catalogo liberiano). Le sue spoglie vennero traslate in Roma certamente dopo il 258 e deposte nella parte del cimitero di Callisto
più vicina alla via Appia, in una regione approfondita, dentro una grande nicchia quadrangolare internamente intonacata, chiusa all'esterno in gran parte da un muro e per il resto da una lastra marmorea sulla quale fu inciso in un primo momento soltanto il nome e la sua dignità CORNELIUS IP (ISCOPUS), quandi vi si aggiunse a destra il titolo glorioso di MARTYR. E questa l'unica iscrizione in latino dei papi dei primi secoli.

Anche s. Cipriano chiama C. "beatum martyrem" (Ep. 61, 3): egli è il "sacerdos pacificus et iustus et martyrio quoque dignatione Domini honoratus" (Ep. 67, 6; 69,3).

L'anonimo autore africano del trattato Ad Novatiamum mette in rilievo l'esempio da lui dato "boni pastoris".

La Chiesa di Roma celebrò non la data della sua morte e temporanea deposizione in Cintumcellue, ma quello della sua definitiva deposizione in Callisto; essa coincise "eodem die, sed non eodem anno" (Gerolamo, De viris illustribus, 67) con la commemorazione del vescovo di Cartagine s. Cipriano, celebrata a Roma già nella prima metà del sec. Iv in Callisto (Depositio Martyrum). Nel Martirologio geronimiano, sotto la data del 14 sett. si legge: "XVIII Kalendas octobres Romae via Appia in cimiterio Calesti Corneli episcopi" (cod. di Bema).

Il sepolcro di s. C. venne poi abbellito dal papa Damaso ( 366-84 ), con un carme in lettere filocaliane, di cui le sillogi non hanno tramandato il testo; di esso G. B. De Rossi rinvenne ca. la metà destra quando scoprì il sepolcro del Papa nel 1854. Al disotto della tomba stessa stava una seconda iscrizione assai mutila, che lo stesso De Rossi attribuì al papa Siricio (384-99). Più tardi le pareti adiacenti vennero decorate con le pitture dei santi C., Cipriano, Sisto II e Ottato vescovo. Il Wilpert le ha datate al tempo di Giovanni III (361-74). Sulle pareti dipinte e sulla stessa lastra sepolcrale del Papa, della quale il De Rossi riconobbe un frammento fin dal 1849 nel sopraterra, i pellegrini dei secc. viI-IX scrissero i loro nomi; davanti al sepolcro ardevano allora le lampade. Fra le iscrizioni rinvenute presso la cripta si ricordano una lastra di marmo contenente l'iscrizione di un magraioyc II P ( mathrm{Re} ε σ mathrm{~g} δ mathrm{iv} ε mathrm{psg} ) che è forse il presbitero Massimo confessore contemporaneo del Papa e quella di un tale Serpentius che acquistò il sepolcro dal fossore Quinto "ad sanctum Cornelium".

Bib.: G. B. De Rossi, Roma sotterranea, I, Roma 1864, p. 276 sgg.; G. Wilpert, La cripta dei papi e la cappella di S. Cecilia, ivi 1910, p. 13 sgg.; P. Franchi de' Cavalieri, La persecuzione di Gallo in Roma, in Note agiografiche, 6 (Studi e Testi, 33), ivi 1920, pp. 181-210; Fliche-Martin-Frutaz, II, p. 401; P. Styger, Die Römischen Martyrergriifte, Berlino 1935, p. 185.

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CORNELIO a LAPIDE (Cornelis Cornelissen van den Steen). - Celebre esegeta, n. a Bocholt (prov. belga di Limburg) il 18 dic. 1567, m. a Roma l'i i o 12 marzo 1637. Entrò nel 1592 nella Compagnia di Gesù, nel 1595 fu ordinato sacerdote, dal 1596 al 1616 fu professore di S. Scrittura a Lovanio e dal 1616 fino alla morte nel collegio Romano.
C. commentò tutta la S. Scrittura ad eccezione di due libri: Giobbe e i Salmi. Dei suoi commenti alla S. Scrittura furono da lui stesso editi : Epistolae Diei Pauli (1614); Pentateuchus (1616); Jeremias (1621) assieme a Baruc e Lamentazioni; Ezechiel (1621), Daniel (1621). Pubblicò poi il libro di Isaia aggiungendo una nuova edizione delle precedenti opere: Quattuor maiores prophetse (1622). Seguirono: Duodecim minores prophetae (1623), Actus Apostolorum, Epistolae canonicse, Apocalypsis (1621); Ecclesiasticus I e II (1633-34), Proverbio (1635). Furono pubblicati dopo la sua morte: Ecclesiastes (1638), Cantica Canticorum (1638), Liber Sapientiae (1638), Evangelia (1639) I (Mi. e Mc.), e II (Lc. e In.), Iosue, Indicum, Ruth, IV Regua, I-II Paral. (1642), Esdras, Nebentias, Tobias, Judith, Esther (1645), I-II Machabaci (1645).

Edizioni nuove apparvero quando egli era ancora in vita. Tra quelle posteriori, merita speciale menzione l'edizione di Anversa (1681), in 10 voll. Gran parte delle opere di C. fu inserita da J. P. Migne nella sua collezione Cursus S. Scripturae, voll., V-XX, Parigi 1837-45.

Vi sono inoltre le due edizioni integrali di Malta (21 voll., 1843-51), e di Parigi (pure 21 voll., 1866), curata da A. Crompon (v.), che completò l'edizione aggiungendovi il commento di B. Cordier (v.) al libro di Giobbe e quello del card. Bellarmino ai Salmi. Dal 1912 nuove edizioni del commento dei Vangeli e di s. Paolo sono uscite a Torino a cura di A. Padovani. Il Memoriale proedicatorum è un estratto delle opere di C. a cura di J. M. Peronne (Parigi 1867). Più divulgato: Les trésors de C. a L., a cura dell'ub. Barbier (4 voll., Parigi 1836; vers. it. 2^{°} ed., 10 voll., Parma 1900; nuova vers., 3 voll., Torino 1930).

Tutti ammirano la grande erudizione dell'autore, la scrupolosa diligenza e il luminoso ingegno con cui tratta le S. Scritture. Queste doti fanno si che, nonostante siano sorte su l'uno o l'altro punto molte nuove questioni, ancor oggi i suoi magnifici volumiconservino autorità. Gli appunti che a lui si fanno sono di scarso rilievo; e poco incontrano le narrazioni aggiunte spesso alle interpretazioni bibliche.

Bibl.: Sommervogel, IV, coll. 1311-26; A. Baumgartner, R. C., in Stimmen aus Maria Laach, 74 (1908, 1), pp. 327-70; R. Galdos, De scriptovitisis meritis P. Corneli a L., in Verbum Domini, 17 (1937), pp. 39-44, 88-96, 148-52; Hurter, III, coll. 787-89. Cf. l'interessante giudizio di un non cattolico: G. Heinrich, s. v. in Realencycl. für prot. Th. u. Kirche, IV, pp. 289-91.

Urbano Holzmeister
CORNELISSE, Doroteo. - Teologo francescano, n. a Steenbergen (Olanda) il 21 sett. 1865, m. a Nimega il 31 dic. 1940. Compì con successo i suoi studi all'Ateneo di Propaganda Fide; indi tornato in patria insegnò teologia nel convento di Weert fino al 1903, poi passò professore al collegio di S. Antonio a Roma e dal 1913 al 1930 all'Ateneo Lateranense. Teologo ben informato, fedele allo scotismo, tenne nell'insegnamento un metodo rigido, quasi matematico. Fu consultore di varie Congregazioni romane.

Scrisse: Tractatus de Deo Uno et Trino (Quaracchi 1913), Tractatus de Ecclesia (manoscritto). Ristampò : Assertiones centum I. Duns Scoti selectae a K. Katzenberger O. F. M. (Quaracchi 1906).

Bibl.: Anon., Necrologium D. C., in Antonianum. 16 (1941), pp. 197-98.

Antonio Piolanti
CORNELIUS, Karl Adam. - Storico tedesco, n. a Würzburg il 12 marzo 1819, m. a Monaco il 10 febbr. 1903. Dopo aver insegnato qualche tempo al
liceo di Braunsberg, fu nominato, nel 1854, professore all'Università di Bonn e quindi, dopo due anni, a quella di Monaco. Nel 1870 defezionò dalla Chiesa per mettersi a capo del movimento dei vecchi cattolici suscitato da J. Döllinger, insieme con i suoi discepoli Druffel, Ritter, Stiève.

Delle sue opere vanno ricordate particolarmente: Die ministerischen Humanisten und ihr Verhältnis zur Reformation (Bonn 1851); Geschichte des ministerischen Aufruhrs der (Viederläufer, (2 voll., Monaco 1815-60); Studien zur Geschichte des Bauernkrieges, (ivi 1831).

Bibl.: Der Grosse Brochhaus, IV, Lipsia 1929, p. 232; Ph. Funk, s. v. in LThK, III, col. 48; A. De Gubernatis, Dict. intern. des écrivain du jour, I, pp. 692 sg. Emma Sansovio

CORNELY, Karl Joseph Rudolph. - Esimio esegeta gesuita, n. a Breyell in Renania il 19 apr. 1830, m. a Treviri il 3 marzo 1908. Visse per 3 anni nel Libano, nel 1865-66 studiò a Parigi, dal 1867 al 1872 insegnò al collegio di Maria-Laach. Proluga quindi con i confratelli, dal 1879 al 1889 tenne con somma lode la cattedra di esegesi al collegio Romano (Università Gregoriana). Prima e dopo l'assunzione alla cattedra diresse il periodico Stimmen aus Maria-Laach (18721879); nel 1873 fondò un altro periodico: Katholische Missionen; nel 1885 iniziò a Parigi la pubblicazione del Cursus Sacrae Scripturae.

Oltre a due biografie di beati della Compagnia di Gesù, Carlo Spinola (1868) e Pietro Favre ( 2^{text {a }} ed. Friburgo in Br. 1900), e alcune opere preparatorie (Analysis), tra il 1885 e il 1887 pubblicò la sua opera principale in tre volumi: Historica et critica Introdustio in Urbisque Testamenti libros sacros. Pochi anni dopo ( 1894 -97) apparve la 2ᵃ ed. Ad uso delle scuole compilò un Compendium Introductionis, in cui condensava i suoi quattro grandi volumi; del Compendium curò egli stesso 5 edd. Altre 3 edd. del Compendio furono curate da Martin Hagen, e le successive ( 9²-12² ) da A. Merk; ne esiste anche una versione francese di Mazoyer (Parigi 1907-1908). Il C. pubblicò infine importanti commenti alle quattro maggiori epistole paoline: I Cor. (1890, 2^{text {a }} ed. 1909); II Cor. e Gal. (1892); Rom. (1896, 2^{text {a }} ed. 1923); infine, insieme a F. Zorell, In librum Sapientiae (1910).

Bibl.: A. Baumgartner, R. C., in Stimmen aus Maria-Laach, 74 (1908, 1), pp. 327-70; Hurter, V, coll. 1937-38; A. Merk, s. v. in DBs, II, coll. 133-22.

Urbano Holzmeister
CORNICE. - La c., oltre che complemento decorativo di un oggetto e particolarmente di un dipinto, è anche, secondo una finalità più strettamente estetica, una riquadratura intesa a delimitarne il «campo di gravitazione» nello spazio, e ad insistere sulla realtà figurativa dell'opera. In architettura, essa è una membratura di coronamento di un organismo architettonico (v. ORDINI ARCHITETTONICI).

Le prime c. isolanti le icone bizantine erano per lo più di metalli spesso preziosi, partecipando più direttamente dell'oreficeria che dell'artigianato d'intaglio. L'uso delle c. lignee si affermò nel basso medioevo quando trittici, polittici, pale d'altare chiaro c. riscamente intagliate nello stesso legno sul quale poi il pittore dipingeva le sue figurazioni, sagome variabili secondo il modulo e il gusto della bottega, dell'artista o dello stesso committente. Durante il periodo gotico la c. si adattò allo stile internazionale vigente nell'architettura e fu ornatissima, con guglie, pinnacoli, ecc., e quasi sempre dorata. Talvolta la sagoma era ottenuta mediante l'applicazione di pastiglia sul legno e non furono rari i casi (specie nei polittici senesi e veneziani) di sculture a tutto tondo incluse nei piccoli tabernacoli e sui pilastrini che inquadravano gli scomparti dipinti. I grandi retablos spagnoli portarono all'estremo tale uso alternando nelle ricche cornici gli scomparti scolpiti a quelli dipinti.

Più semplici le linee delle c. rinascimentali, per lo più a sobrie decorazioni con motivi a ghirlande e festoni di fiori e di frutta; si introdusse anche l'uso delle c. rotonde,

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(fol. Alinari)
Cornice - C. dell'ancona dipinta da Dosso Dossi (sec. xvI). Ferrara, pinacateca.
di cui si hanno celebri esempi in opere del Botticelli e di Michelangelo. Un tipo assai in uso a Venezia per tutto il Cinquecento fu quello detto sansoviniano con una decorazione a volute in alto e con cariatidi e festoni laterali.

Nel Seicento e Settecento la fastosità del barocco impose anche alle c. sagome ricchissime e complicate e la produzione fu assai vasta specie a Venezia, a Genova, e a Bologna, donde poi s'espanse nella Germania meridionale, in Spagna e in Francia; qui un ordinato sistema dispose un susseguirsi di forme, legate come le altre suppellettili al variabile gusto del tempo.

Nel secolo scorso le sagome furono ricondotte ad un minore impegno decorativo preparando cosil l'aspetto moderno che, abolito l'oro, ricorre piuttosto ad un semplice isolamento dell'opera dall'ambiente circostante. - Vedi tav. XXIII.

Bibl.: G. Lehnert, Illustrierte Geschichte des Kunstgewerbes. Berlino s. a.: W. Odom, A History of Italian Furniture, Nuova York 1920; F. Rossi, s. v. in Enc. Ital., XI (1931), pp. 431-32. Giovanni Carandente
CORNOLDI, Giovanni. - Gesuita, uno dei principali restauratori del tomismo in Italia, n. a Venezia il 29 sett. 1822, m. a Roma il 18 genn. 1892.

Disgustato delle dottrine filosofiche del suo tempo, anche di quelle che gli erano state insegnate al collegio Romano, si rivolse alla filosofia aristotelicotomista. In una sua prima opera criticò il meccanicismo del p. S. Tongiorgi e il dinamismo del p. A. Secchi e ripropose la dottrina ilemorfica sulla costituzione dei corpi. Divenuto nel 1876 scrittore e poi rettore di La Civiltà Cattolica, difese sempre più apertamente, insieme con il Tapparelli, le più genuine dottrine tomistiche. Fu il fondatore e l'anima delle due accademie tomistiche: l'Accademia filosofico-medica di s. Tommaso a Bologna, col suo periodico La scienza italiana, 1876-90, fusasi poi con La scuola cattolica di Milano nel 1891; l'Accademia romana di s. Tommaso d'Aquino, col suo periodico omonimo (1881-99),
di Roma e di Bologna, e ne diresse le riviste scientifiche. Si mostrò deciso avversario dell'opera filosofica del Rosmini.

Opere principali: Lezioni di filosofia ordinate allo studio di altre scienze, Firenze 1872 (traduite in francese, spagnolo, inglese, slavo e in latino con il titolo: Institutiones philosophicae); Prolegomeni sopra la filosofia italiana e trattato dell'esistenza di Dio, Bologna 1877; Dei principi fisicarazionali secondo s. Tommaso d'Aquino, ivs 1881; Il rosminianismo sintesi dell'antologismo e del ponteismo, Roma 1881; La Divina Commedia di Dante Alighieri col Commento, Roma 1887; Il sistema fisico di s. Tommaso, ivl 1891.

Bibl.: Sommarvogel, XI, coll. 114-20: Hurter, V, coll. 1491 1492: A. Masnovo, Il neotomismo in Itolin, Milano 1923, p. 116; P. Dezza, Alle origini del neotonsismo, ivi 1940, pp. 116-23.

Carlo Giscon
CORNOMÀNIA. - Festa popolare romana che aveva luogo nel pomeriggio del sabato in albis al Laterano alla presenza del papa e che poi continuava nelle singole parrocchie dell'Urbe.

Il nome c. (anche cornomannia) sembra derivi dalle parole cornu e pavis, frenesia delle corna, dall'aspetto frenetico che doveva assumere il ballo dei singoli mansionari che recavano in capo una corona cornuta. L'ipotesi ingegnosa del Mercati secondo cui tale nome deriverebbe da angolo (tronco) e pavis non sembra convincente.

L'origine di questa festa sacro-profana non ci è conosciuta; se ne ha la prima testimonianza nel prologo premesso nell'876 al poemetto buffo satirico intitolato Canna Cypriani (v.) da Giovanni Diacono (cf. testo critico in A. Lapôtre, p. 319). Essa cessò sotto il pontificato di Gregorio VII "postquam expendium guerre crevit», come osserva Benedetto Canonico (cf. P. Fabre, p. 23) con probabile allusione alle lotte contro Enrico IV. La più antica descrizione di questa festa ci è stata conservata, sotto il titolo De laudibus cornomanniae, nel ms. di Cambrai 512 (sec. xit, 2² metà) contenente il Liber politicus di Benedetto Canonico (1140).

Nel pomeriggio del sabato in albis, come si è detto, gli arcipreti delle diciotto diaconie, radunati clero e parrocchiani, si recavano al Laterano. L'arciprete era rivestito del piviale e il mansionario (sacrestano) di tunico o di camice con in capo una corona cornuta di fiori "coronatus corona de floribus cornuta" e in mano il finobolo, istrumento concavo di rame ornato di campanelli. Quando il popolo delle diciotto parrocchie o diaconie era radunato, il papa scendeva dal suo palazzo e andava a sedersi vicino alla "Fallonia»; intanto gli arcipreti, disposti in cerchio clero e parrocchiani, davano inizio al canto delle "laudes cornomanniae", ossia ad acclamazioni, di cui si ha il testo in latino e in greco. Nel contempo il mansionario si metteva a ballare e a suonare il finobolo "cornutum caput reclinando". Terminati i canti, un arciprete saliva a ritroso su di un asino e quindi piegandosi all'indietro per tre volte tentava di prendere in un bacile, tenuto sulla testa dell'asino da un cubiculario, tre manate di soldi che restavano poi di sua proprietà. Seguiva da parte degli arcipreti e del clero l'offerta al papa delle corone con una curiosa eccezione: l'arciprete di S. Maria in via Lata offriva inoltre un volpacchiotto non legato, che naturalmente fuggiva, quello di S. Maria in Aquiro un gallo, e quello di S. Eustachio un piccolo daino. Gli arcipreti ricevevano un donativo dal papa e la festa terminava con la sua benedizione.

Di ritorno alla propria parrocchia (diaconia) il mansionario con un sacerdote accompagnato da due altre persone, recando seco acqua benedetta, fronde di lauro e posterelle (nebulas), percorreva la parrocchia saltando e cantando. Il sacerdote benediceva le case, bruciava nei focolari le fronde di lauro e distribuiva le posterelle ai bambini, mentre il mansionario cantava due versi incomprensibili: "Iaritan, Iaritan, Iarariasti, Raphayn, Iercoyn, Iarariasti». Ogni capo di famiglia dava poi la sua offerta.

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Coro - Laro sinistro degli stalli del c. della cattedrale di Aosta (metà sec. xv).

Bull: P. Fabre, Le Polyptyque du chamoine Beault, in Travaux et Mémoires des Facultés de Lille, I (1889), 3^{°} memoria, pp. 1-36. L'ed. del De laudibus occupa le pp. 18-24 (scavano altri interessanti testi per le feste popolari del 1^{°} genn., di carnevale, di mezza quaresima, e delle ormbrate); ed. critica di tutti questi testi in P. Fabre e L. Duchesne, Le LiberCremon, II, Parigi 1903, pp. 171-74 (cf. I, ivi 1889-1910, pp. 107-12), condotta sui codd.: di Cambrai sopraricordato, Vellacelliano F. 72 del sec. xv, già pubblicato da G. Amati, in Bibliografia romana, I, Roma 1880, pp. cxlıv-vi (cf. pp. xxxvYaxxix) e Vat. lat. 5348 del sec. xv; A. Lapôtre, Le souper de Jean Dierre, in Mélanges d'arch. et d'hist., 21 (1901), pp. 319, 345348; S. Mercati, Sull'etimologia del vocabolo cornonannia, in Brediconti pont. accad. rom. d'arch., 4 (1926), pp. 279-89.

CORNOUAILLES, diOCESI di: v. QUIMPER, diocesi di.

CORO. - Con il termine xop6s i Greci designavano in origine l'insieme dei danzatori, che cantavano il ditirambo intorno all'ara di Dioniso; poi il termine passò ad indicare il canto, che accompagnava le danze; indi anche il luogo dove le danze avvenivano. Lo stesso avvenne parallelamente presso i cristiani. Il termine chorus comprese: il gruppo dei cantori, il canto sacro, il luogo dove i cantori eseguivano il loro canto.
I. Canto. - Agli inizi il c. dei fedeli salmodiava e cantava in forma responsoriale o antifonale, cioè recitava i versetti dei salmi e intonava inni e cantici in lode di Dio rispettivamente rispondendo al praecantor (primo cantore) oppure alternando, sulla stessa recitazione o melodia, la propria voce a quella di un altro c. per terminare insieme all'unisono con un'acclamazione o una dossologia. Tuttavia il canto antifonale, o come suol dirsi più comunemente corale, si affermò soltanto alla fine del sec. III o al principio del iv nella Chiesa orientale, e dall'Oriente passò poi in Occidente; ma, derivato ab antiqua dalla sinagoga, dovette sussistere già all'epoca di s. Ignazio (principio del sec. II), crescendo poi d'interesse col crescere delle necessità liturgiche del cristianesimo dopo l'editto di Costantino (313). Ancora nel sec. III e nel Iv s'affermò I' innodia " (canto corale degli inni) come arma formidabile contro l'eresia che aveva per prima usato il medesimo mezzo assai atto a far presa sui fedeli per la sua semplicità strofica e la sua nuova più facile concezione ritmica (metrica accentuativa). Dopo la sistemazione definitiva data
da s. Gregorio Magno, il canto corale iniziò la sua lenta e difficoltosa anche se alfine (sec. xi) vittoriosa penetrazione attraverso l'Europa. Ma nel sec. Ix già si rivelarono i sintomi di una crisi della coralità che segnò l'inizio della decadenza della stessa musica religiosa. Le cause principali vanno ricercate da un lato nella pratica della «diafonia » e dei suoi sviluppi successivi (discanto, contrappunto e grande polifonia), dall'altro nell'introduzione degli strumenti, già iniziata (secc. viI-viII) con l'uso dell'organo in chiesa. L'organum o diafonia (fine sec. Ix), cioè l'assegnare a uno dei due c. le funzioni dell'organo strumento, seguendo la melodia principale in quarta o in quinta, rappresento il primo passo verso una coralità più raccolta e aristocratica, che raggiungerà nelle forme successive una maggiore complessità e difficoltà di esecuzione. Nel discanto (v.) e nel contrappunto si cedette poi il posto a un numero limitato di cantori specialisti. Se si aggiunge che con le invasioni barbariche il popolo disimparò a parlare latino e quindi si allontanò dalla lingua liturgica dando origine a una fioritura di canzoni in volgare, ed inoltre che con il sopraggiungere dell'Umanesimo e del Rinascimento si accentuò il senso del profano, si avrà un quadro abbastanza completo delle condizioni in cui si venne a trovare l'arte corale religiosa fino al Palestrina (15251594). Il contrappunto passò dai Fiamminghi e dalla Francia a tutta l'Europa e sfociò nella grande polifonia che rappresentava in realtà un intensificarsi esteriore delle manifestazioni di fede religiosa ai danni generalmente dell'interiorità propria del primitivo canto cristiano monodico (gregotianus o cantus firmus) cui s'era mantenuta fedele la liturgia. Nel Palestrina tuttavia si ha ancora la dimostrazione di come si possa metter d'accordo la coralità polifona (diatonica) con le esigenze liturgiche della Chiesa, e, contemporaneamente a lui e anche prima, è lecito vedere i segni di un rinnovato spirito corale in G. Okeghem (restauratore della stile chiesastico a sole voci in contrasto con l'uso, allora da tempo invalso, di sostegni e riduzioni strumentali), Josquin Des Prez, Orlando di Lasso, A. Willaert (che rinnovò a Venezia in S. Marco, i due c. antifonici alla maniera antica), A. e G. Gabrieli ecc. Man mano che ci si avvicina ai nostri tempi sempre più la musica corale confonde l'elemento religioso con il profano e invade soprattutto le sale da concerto e il teatro. C. di strumenti e c. di voci umane si bilanciano in importanza: perfino in Chiesa avviene lo stesso e il primo giunge a volte a sostituire addirittura il secondo,

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(da R. Kluphrd-W. Hegs, Der Dom zu Xanten, Dertino 1538, p. 123) Coro - Stallo di legno intagliato del c. del duomo di Xanten (sec. xiv).
mentre il termine viene usato indifferentemente a designare l'uno e l'altro. In G. Gabrieli l'apparato corale accompagnato dallo strumentale raggiunge anche, in certi momenti, niente meno che 16 voci; O. Benevoli (sec. xvir) riunisce l'imponente massa di voci divise in 12 c . con accompagnamento di piena orchestra sorretta da a organi. Il significato che aveva prima ogni singola parte di ciascun c. è divenuto ora cosa affatto secondaria e, mentre lo strumento si emancipa dal ruolo di accompagnamento e si sviluppa al massimo la musica completamente strumentale (secc. xvir e xviri) e sinfonica (secc. xviri-xix), quella vocale si indirizza per lo più al melodramma (secc. xviri-xix). Da Bach il c. è ancora sentito in funzione di uno spirito religioso; ma in Beethoven e poi nei romantici in genere, come oggi nei contemporanei, quasi tutta la produzione corale interessa ora il sacro, ora il profano e li confonde insieme. Ciò nonostante, dalla metà dell'800, il movimento di restaurazione della musica sacra iniziatosi in Germania e penetrato successivamente in tutta Europa e negli Stati Uniti, ha riportato trionfalmente alla luce l'arte corale gregoriana e polifonica, oggetto di attento studio e di ripetute esecuzioni (L. Perosi, I. Pizzetti, A. Honneger, Z. Kodály).

Bibs.: C. Weinmann, Storia della musica sacra, Torino 1908; L. Duchesne, Origines du culte chrétien, Parigi 1922; G. B. Katschthaler, Storia della musica sacra, 3² ed., Torino 1926. Renzo Bonvicini
II. Liturgia e arte. - Per c. s'intende quella parte del presbiterio che sta, a seconda della posizione dell'altar maggiore, davanti o dietro il medesimo. Al c. è sempre riservata l'abside (v.); però il c. può trovarsi, per ragioni peculiari, anche in altro ambiente, come in cappelle laterali (c. invernale, c. estivo). Il c. è sempre munito di stalli o scanni dai quali il clero secolare o regolare prende parte alla liturgia. Gli stalli sono spesso da annoverarsi tra i più insigni prodotti dell'arte del legno. Il c. attuale riunisce in sé gli elementi dell'antico presbiterio e della schola cantorum (v.), dove si radunavano i cantori, ai quali oggi è riservata la cantoria (v.).

In Italia si hanno nel sec. xiv esempi importanti; cosi il c. del duomo di Orvieto, cominciato nel 1323, su disegno di Giovanni Ammannati, senese, ed eseguito da Lorenzo di Accorso, Giovanni Talini, Meuccio Nuti ed altri; gli stalli laterali del duomo di Siena (1363-97) di Francesco del Tonghio, del figlio Jacopo e di altri maestri; il c. di S. Domenico a Ferrara di Giovanni da Baiso. Del sec. xv datano: i c. del duomo di Pienza, ornato con archi gotici retti da colonnine tortili, quello della cappella del palazzo Pubblico di Siena, di Domenico di Niccolò (1428), intarsiato e intagliato con rappresentazioni allusive al Credo, ancora goticizzante; quello della chiesa inferiore di S. Francesco d'Assisi, di Apollonio di Giovanni Petrocchi di Ripatransone (1471), goticizzante, intagliato e intarsiato; quello di S. Maria Nuova a Perugia, intagliato nello stile gotico da Paolino da Ascoli e Giovanni da Montelparo (1456). Domenico Indivini da S. Severino è autore del c. della chiesa superiore di S. Francesco d'Assisi (1491-1501); Giangiacomo Genovese termina nel 1471 il c. di forme archiacute della cattedrale di Piacenza, derivato dall'arte di Giovanni da Baiso; i Conozzi da Lendinara intagliano il c. del duomo di Parma. E ancora si citano i c. del duomo di Reggio Emilia, della scuola di Giovanni da Baiso, quello di S. Prospero nella stessa città, quello di S. Sisto a Piacenza, di S. Zeno a Verona, dei Frari a Venezia, opera, come quello di S. Stefano in Venezia, di Marco da Vicenza. Echi dell'arte francese risuonano in Piemonte per tutto il sec. xv : insigne il c. della cattedrale di Aosta, di Giovanni Vion di Samoens e Giovanni di Chetro, i cui dossali sono ornati con bassorilievi rappresentanti apostoli, profeti e santi; parimenti notevole quello della collegiata di S. Orsola nella stessa città, di Pietro Mochet, ginevrino, con dossali ad ornati gotici e bassorilievi con apostoli e profeti, sedili e appoggiatoi con figurine di monaci, guerrieri, animali e scene di caccia. Si ricordano, ancora in Piemonte, i c. di S. Giovanni in Asti, del duomo di Susa, opera di Belbino di Suro da Pavia (1477), dell'abbazia di Staffarda, ora nel museo Civico di Torino.

La tarsia, che si è già trovata nel scc. xiv, piende largo sviluppo nel successivo, specialmente in Umbria e nella Toscana. Giuliano da Maiano e Domenico del Tasso decorano con santi e motivi ornamentali il c. del duomo di Perugia (1486-91);
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Coro - Frammenti del c. di legno intagliato dell'abbazia di Staffarda (arte francese del sec. xv) - Torino, museo Civico.

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1 sinistra: CORNICE A TIMPANO DI SCUOLA FIORENTINA della metà del sec. xv - Firenze, Galleria degli Uffizi. A destra: CORNICE DIPINTA, di scuola senese della fine del sec. xv - Siena, Pinacoteca.

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(lat. Alinari)
In alto: PARTE CENTRALE DEL CORO in legno intagliato e intarsiato (1414-31) del duomo di Orvieto. In basso: CORO IN LEGNO SCOLPITO, ora distrutto, della chiesa abbaziale di Montecassino. Opera di D. A. Colucci e allievi (fine sec. xvir) su disegno di A. Scappi.

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Coro - C. della chiesa del monastero di las Huelgas (sec. xvI) - Burgos.
fra' Giovanni da Verona conduce a termine nel 1515 con arte mirabile l'intarsio degli stalli della chiesa di Monte Oliveto Maggiore, rappresentandovi uccelli, fontane, vedute, nature morte. E tarsie si trovano nella chiesa di Badia a Firenze, nella cattedrale di Todi, dove lavorano Antonio e Sebastiano Bencivenni da Mercatello, in S. Maria in Organo a Verona, nelle cattedrali di Genova e di Savona. Il c. della certosa di Pavia presenta intagli di Bartolomeo De Pali e intarsi di Pietro da Vailate con figure di santi; quello di S. Maria Maggiore in Bergamo, tarsie di Francesco Capodiferro su cartoni di Lorenzo Lotto (Giuditta ed Olaferne, David e Golia, L'entrata nell'arca, Il passaggio del Mar Rosso), del Moretto e di altri.

L'intaglio torna ad affermarsi vantaggiosamente sulla tarsia in S. Maria delle Carceri a Prato, in S. Pietro in Perugia, in S. Anastasia a Verona. Nella cattedrale di Siena sono di Bartolomeo Neroni, detto il Riccio, gli stalli centrali, nei quali si vedono aggiunte tarsie di fra' Giovanni da Verona, provenienti dalla distrutta chiesa di S. Benedetto.

E ancora si possono citare, nel Cinquecento, i c. di S. Sebastiano a Biella, di S. Giustina a Padova, di S. Giorgio Maggiore a Venezia, ecc.

Nel Seicento e nel Settecento i c. si fanno sontuosi e complicati secondo le comuni tendenze del tempo; si ricordano il c. nella cappella dei canonici in S. Pietro in Vaticano; quello, purtroppo distrutto, dell'abbazia di Montecassino di G. A. Coliccio, riccamente intagliato; quello di S. Domenico a Lucero, di Fabrizio Jonnulo da Monopoli, che vi intaglio le figure di Cristo alla colonna e di santi nei dossali; quello della chiesa di S. Sigismondo a Verona, di G. Capra; della parrocchiale di Mosso S. Maria, con movimentata elegante ornamentazione; di S. Maria di Moncalieri, intagliato con raffinata eleganza. Tra gli intagliatori di questo periodo eccelle Andrea Fontoni da Rovetta, autore del c. della chiesa
di Sorisole (Bergamo), con immagini di santi dentro nicchie e altre figure decorative.

Fuori d'Italia si ricordano gli stalli della cattedrale di Amiens, iniziati nel 1598; in Germania il c. del duomo di Ulma; nella Spagna quelli della cattedrale di Siviglia, di Nufro Sanchez e del fiammingo Dancart (ca. 1478), del duomo di Léon di Teodorico Tedesco (1481), della cattedrale di Palencia di Pietro di Guadalupa (1519), del duomo di Toledo di Rodrigo Alemán, dei Biguerny e di A. Berruguete; nel Portogallo gli stalli di S. Croce di Coimbro e della chiesa del convento di Belem.

Tra le opere moderne si possono citare gli stalli nella chiesa dell'Immacolata di Genova, intarsiati di avorio e di metalli. - Vedi tavv. XXIV-XXV.

BibL.: E.-E. Viollet-le-Duc, Dictionnaire raisonné de l'architecture. Parigi 1867-69; V. Forcella, La tarsia e la scultura in legno nelle sedie cavali e negli armadi di alcune chiese di Milano e della Lombardia. Milano 1896; G. Ferrari, Il legno nell'arte italiana. Milano s. d.: A. Midana, L'arte del legno in Piemonte nel Sei e Settecento. Torino s. d.

Vincenzo Gobio
CORO, diocesi di. - Nella Repubblica del Venezuela. Eretta da Pio XI il 1^{°} ott. 1922, questa diocesi fu già eretta una prima volta da Clemente VII il 21 giugno 1531, con la bolla Pro excellenti praeeminentia, e fu la prima sede vescovile del Venezuela. Ebbe una serie di 12 vescovi, finché il 7 marzo 1683 , in esecuzione della real cedula del 20 giugno 1637 , la sede vescovile venne canonicamente trasferita a Caracas.

L'attuale diocesi di C. comprende lo Stato di Falcon, che venne staccato dalla diocesi di Barquisimeto, e misura 24.800 mathrm{~kmq}. Su 248.000 ab . il numero dei cattolici è di 245.580 , divisi in 20 parrocchie, in cui lavorano 13 sacerdoti del clero secolare e 15 del regolare (1948). Nel seminario minore si educa un diacreto numero di giovani, mentre gli studenti di teologia e filosofia vengono inviati al seminario maggiore di Caracas.

A C. si trovano alcuni dei monumenti religiosi di maggiore interesse del Venezuela. La Cattedrale, dedicata

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a s. Anna, è la chiesa più antica della nazione; particolare rilievo meritano pure l'episcopio e il convento dei Francescani. Nella piazza di S. Clemente si trova una croce ricavata dall'albero "vera" (psislacum arborem), alla cui ombra fu celebrata la prima Messa in suolo venezuelano.

Biel.: N. E. Navarro, Anales Eclesidsticas Venezolanos, Caracas 1929 (v. indice).

COROLOGIA. - Con il termine c. (da xópo, terra e Mỵol, discorso) si designa lo studio della distribuzione geografica degli esseri viventi: si distinguono perciò una zoogeografia per gli animali ed una fitogeografia per le piante. Tale distribuzione e diffusione delle faune e delle flore dipende in primo luogo da fattori attuali od ecologici, cioè dall'esistenza attuale di adeguate condizioni climatiche e ambientali; essa dipende però anche da fattori storici o geografici, cioè dalle vicissitudini geologiche e climatiche attraversate dalla crosta terrestre lungo tutta la sua storia. Così, separazioni di continenti e di isole, avvenute in date ère geologiche, possono giustificare l'assenza o la presenza di determinati gruppi zoologici, a seconda dell'epoca in cui questi sono comparsi sulla terra; e cambiamenti di condizioni climatiche possono spiegare le riduzioni od i frazionamenti delle aree di diffusione in molte specie, che in passato avevano una distribuzione geografica più estesa. Anche l'azione dell'uomo può alterare notevolmente la distribuzione delle faune e delle flore.

Biel.: J. G. Bartholomew, W. E. Clarke e P. H. Grimshaw, Atlas of zoogeography, Edimburgo 1911; R. Hesse, Teregeographie and bholagischer Grundloge, Jena 1924; L. Cuénor, La pinóse des espéces animales, Parigi 1932; G. Cal, Gli animali sulle terre e negli oceani, Firenze 1946; G. Gola, G. Negri e C. Cappelletti, Trattate di botanica, 2^{°} ed., Torino 1946. Enrico Vannini

CORON. - Oggi Korōnē, città del Peloponneso, già sede di un vescovato greco, nominato per la prima volta nel Concilio di Efeso (431), e di un vescovato latino sotto la dominazione veneta (1206-1500). Decaduta sotto la dominazione turca (1500-1821), ha oggi soltanto ca. 2000 ab . I più celebri vescovi latini di C. furono s. Pietro (1359-63), Cristoforo Caratoni (1437-49) e Bartolomeo Lapacci (1549-57); i due ultimi furono molto attivi in favore del Concilio di Firenze (1438-45).

Biel.: Eubel, I, p. 212; II, p. 138; III, p. 179; W. Miller, The Latins in the Levant, Londra 1908, passim; E. GerlandV. Laurens, Corpus notitiarum episcopatuum, Costantinopoli 1936, p. 71 .

CORONA. - Si chiama così una particolare forma di orazione, in cui si recitano, iterandoli, il Pater e l'Ave Maria, sulla guida di alcuni granelli uniti tra di loro, da una funicella o catenella, in modo di corona: sicché c. dicesi indifferentemente sia della particolare forma di preghiera, sia della materiale unione dei grani.

L'uso di recitare preghiere servendosi di una c. è
antichissimo e risale ai pagani. Tra i cristiani, preferito spesso da anacoreti e monaci, si diffuse soprattutto all'epoca di s. Domenico, in cui per la c. del Rosario della B. V. furono richieste forma e benedizione speciale: numerose c. sorte quindi dalla pietà dei fedeli, furono così riconosciute dalla Sede Apostolica che, stabilite norme precise, le arricchì di particolari indulgenze.

Secondo le vigenti disposizioni cononiche i grani di una c. devono essere formati di materia solida (madreperla, alabastro, marmo, legno, vetro solido e compatto; e anche di stagno e di piombo, per le quali ultime materie non si concedono le indulgenze apostoliche). Poiché la
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(fol. Alinari)
benedizione è riferita solo ai granelli e non alla catenella di unione, le disposizioni non riguardano quest'ultima, la quale può essere indifferentemente di fil di ferro, d'argento, di cuoio o canapa.

La forma deve essere quella di una corona: e non di una fascia o cingolo o altro che comunque penda. I grani devono essere uniti tra di loro in gruppi di dieci, sette o tre, secondo l'uso o lo scopo delle singole c., per compiutore cioè la recita del numero stabilito di preghiere. Secondo precise dichiarazioni della S. Sede non è permesso sostituire i grani di una c. con anelli di argento o oro scolpiti o incisi; né sostituire i grani del Pater, con medaglie scolpite; né comunque con braccialetti, i quali pur potendo essere corredati di indulgenze, non servono tuttavia a sostituire la c.

Perché la c. possa ottenere l'indulgenza è necessario che sia benedetta. Le formule che sono nel Rituale romano (e nelle sue Appendici) sono generalmente facoltative, eccettuate quelle della c. del Rosario e della c. del Sette dolori della B. V. M. per cui è richiesta una delle due formule prescritte, o la più lunga o la più breve. Per le altre, presentate sulla palma delle mani, basta un segno di croce del sacerdote che ne abbia la facoltà e la precisa intenzione di concedere l'indulgenza annessa. Se con l'andare del tempo uno o pochi grani vengono a mancare o a consumarsi, possono essere sostituiti con altri senza necessità di rinnovare la benedizione.

Le principali c., oltre quella del Rosario della Madonna formata di un grano maggiore per il Pater Noster e che divide cinque o dieci o quindici decadi di grani minori per le Ave Maria, sono le seguenti:
C. dei Crociferi: ha la stessa forma e si recita nello stesso modo del Rosario, ma senza l'obbligo di meditare i misteri gloriosi, gaudiosi o dolorosi. Alla recitazione di ogni Pater ed Ave è unita l'indulgenza di 500 giorni anche se non si recitino le intere decadi. La facoltà della sua benedizione spetta all'Ordine dei Canonici della S. Croce o Crociferi; ma può essere concessa dalla S. Penitenziaria agli altri sacerdoti, ed è una delle facoltà dei sacerdoti della Pia Unione del Clero per le missioni.
C. del Signore: 33 Pater in memoria dei 53 anni terreni di N. S. G. C., 5 Ave in memoria delle 5 piaghe del Divin Redentore e un Credo in onore dei ss. Apostoli. Essa, che è propria dell'Ordine dei monaci Camaldolesi, fu arricchita di speciali indulgenze da Leone X (18 febbr. 1516) e successivamente da altri pontefici.
C. di s. Brigida: composta originariamente di 6 decadi (ciascuna di I Pater, in Ave, I Credo) cui segue I Pater e 3 Ave, fu per concessione ridotta anche a 5 de-

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cadi. Le indulgenze concesse dai pontefici ad ambedue le forme sono riconfermate dai Rescritti della S. Congregazione delle Indulgenze ( 16 genn. 1886 e 8 dic. 1887). Estinto l'Ordine di S. Brigida la facoltà di benedizione è passate agli abati o superiori dell'Ordine dei Canonici regolari del S.mo Salvatore; tuttavia essa è facilmente concessa dalla S. Penitenzieria anche ad altri sacerdoti.
C. dei Sette dolori della B. V. M.: I decadi (ciascuna di I Pater e 7 Ave) con aggiunte 3 Ave in onore delle lacrime della Vergine dolorosa, di cui devono essere meditati e pronunciati con la recitazione delle singole decadi i 7 dolori principali. E arricchita di indulgenze riconosciute nel Sommario della S. Congregazione delle Indulgenze in data 18 luglio 1877. La facoltà di benedizione appartiene all'Ordine dei Servi della B. V. M., ma è anch'essa concessa ad altri sacerdoti.
C. dei Sette gandi della B. V. M.: come la precedente, divisa in 7 decadi (ciascuna di I Pater e io Ave) con l'aggiunta di altre due Ave per raggiungere il numero di 72 Ave; un ulteriore Pater, Ave e Gloria è recitato secondo le intenzioni del sommo pontefice. Con breve 4 dic. 1906 Pio X unì per i fedeli numerose indulgenze, legate però alla benedizione di un superiore o sacerdote di una delle tre famiglie francescane cui compete la facoltà di benedire questa c.
C. Angelica, o in onore di s. Michele Arcangelo e dei 9 Cori angelici: un granello maggiore che serve alla recitazione del Pater divide 9 gruppi di tre grani minori che servono per l'Ave; seguono 4 altri grani per ulteriori altri 4 Pater. Altre invocazioni speciali ai singoli Cori angelici sono richieste per lucrare le indulgenze concesse da Pio IX, in data 8 ag. 1851. La facoltà di benedizione è comune a tutti i sacerdoti che possono benedire oggetti sacri con annesse indulgenze.

Bias.: Decreto authentico S. Cougr. Indulgentiarum, Ratisbona 1883 : P. Macchegiani. Collectio indulgentiarum, theologice, canonice ac historice digesta, Quaracchi 1897; F. Beringer, Die Abldose, ihr Wesen und ihr Gebrauch, Paderborn 1921; A. Gougnard, Tractatus de indulgentiis, Malines 1931; S. De Angelis, De indulgentiis, Axi! 1946.

Massimiliano Brandys
CORONA. - Molto frequenti nell'abbigliamento dei personaggi della famiglia imperiale o che avevano potestà d'imperio, fra i secc. v-viI, le c. erano costruite da una lamina metallica ma anche da varie piastre metalliche collegate tra loro per una migliore adesione al capo, o, addirittura, verosimilmente, da una
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(fot. Bildarchiv d. Ö. Nationalbibliothek)
Corona - C. del S. Romano Impero del tesoro imperiale di Vienna (primi del sec. xII).
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(da P. Koelner, Basel Zwittherrlichkeit, ein Bilderbuch der Zunfte und Gesellschaftern, Basilea B(3, p. II, 89. 81) Corona - C., opera di Hans Rudolf Meyer (a. 1896). Basilea, museo delle Corporazioni.
striscia di cuoio con su applicate borchie, smalti, perle e pietre preziose fissate ad alveoli. Talvolta le c. erano anche adorne di fiori e foglie, come quelle recate in mano dai santi che avanzavano verso il trono del Redentore nei museici della navata maggiore in S. Apollinare Nuovo a Ravenna ( 520-30 ), simili a quella che scende dal cielo a coronare la Vergine nel musaico del duomo di Parenzo (543-54). La c. di Giustiniano invece, quale appare nel musaico di S. Vitale (547), era formata da una fascia d'oro adorna di pietre e smalti e da una doppia fila di perle; l'altra poi che cinge il capo di Teodora era collegata ad un complesso copricapo con pendagli di perle.

Talvolta nel punto corrispondente al mezzo della fronte la c. aveva una borchia od uno smalto o una gemma che acquistava particolare evidenza sia per le dimensioni sia per la preziosità. Così nella c. del Teodosio di Barletta, in quella che cinge il capo di Omorio nel diritto di Anicio Probo nella cattedrale di Aosta, nell'altra che incorona il cosiddetto Carmagnola nella balaustra del S. Marco di Venezia. La quale ultima, a grosse borchie, doveva essere, appunto, formata da piastre metalliche snodate. Aspetto simile ha la c. che cinge il capo di s. Agnese nel musaico absidale nella chiesa a lui dedicata in Roma ( 623-38 ).

Non tutti gli studiosi concordano sulla datazione della cosiddetta "C. Ferrea", conservata nella cattedrale di Monza, che nell'interno ha una striscia di ferro, ricavata, secondo la tradizione, da un chiudo della Croce e all'esterno è tutta adorna di pietre incastonate e smalti eseguiti con una tecnica che sembra più antica del sec. vi ma disposti, gli smalti e le pietre, secondo un gusto non dissimile da quello che si riconosce proprio alle opere di oreficeria barbarica (v. barbarica, arte); tra le quali bisogna porre, nella stessa cattedrale di Monza, la c. detta di Teodolinda cui è appesa una croce un tempo unita ad altra c. inscritta con il nome di Agilulfo. La c. di Teodolinda fa gruppo con le altre del sec. vir rinvenute in Spagna nel santuario alla Fuente de Guarrazor presso Toledo, in parte, almeno, ex voto.

Il tipo della c. non sembra mutare nei secc. Ix e x, ché simili se ne vedono in capo all'imperatore bizantino Leone VI nel musaico del nartece di S. Sofia (886-912) e simili, nella immaginazione del musaicita che decorò il vestibolo della stessa chiesa fra il 986 e il 994 , ne ebbero gli imperatori Costantino e Giustiniano.

Con l'età romanica la c., simbolo di regalità, continua ad essere assegnata a tutti i potenti del cielo e della terra. Già nel sec. x cingeva il capo delle sante dipinte nell'abside della chiesetta di S. Sebastiano sul Palatino a Roma e quindi fra il sec. x e l'xi se ne vede cinto il capo della Filosofia nel musaico del pavimento del duomo di Ivrea

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Coronati, Quattro, santi - Il primo cortile e la torre campanaria (sec. xit) - Roma, chiesa dei SS. Q. C.
e quello del Cristo nella lamina bronzea con la crocifissione nel portale del S. Zeno di Verona. La quale ultima c. può somigliare ad una cinta turrita come il famoso lampadario di Hildesheim che è del sec. xi.

Infatti con il sec. xi le c. mutano di foggia, sia per il desiderio di novità, comune alle genti dell'età romanica, sia perché si vollero più vistose o imponenti a sempre meglio distinguere chi aveva la facoltà di cingersene il capo.

Così la c. di s. Stefano, dei re d'Ungheria, che è in parte opera bizantina del sec. xi e la c. detta di Carlomagno, oggi nella Schatzkammer di Vienna, lavoro d'arte siculo-bizantina, creata, forse, per l'incoronazione di Corrado II (1027), formata con piastre d'oro, pietre, smalti e filigrane, molto alta sul davanti e sormontata da una cresta pur essa incrostata di gemme.

D'altro canto gli elementi naturalistici introdottisi nella plastica, e di conseguenza nella oreficeria durante l'età romanica, accentuatasi poi nei secc. xir e xiri con il diffondersi del gusto gotico fanno sì che le c. si adornino ora soprattutto di elementi decorativi tratti dalla flora, e sono foglie e fiori quelli che stilizzati vi prevalgono. Così nella c. detta dell'imperatore Enrico II nel Residenzmuseum di Monaco e nelle immagini coronate scolpite da Wiligelmo e quindi dall'Antèlami a Parma e a Modena e nelle altre dipinte o scolpite durante quella età. E sono appunto gli elementi floreali, evolutisi durante i secc. xiri e xiv, che assumono l'aspetto dei gigli nelle c. che cinsero il capo dei re di Francia durante il ' 300 , quali si vedono nella tavola dipinta da Simone Martini, oggi nella pinacoteca del museo di Napoli, raffigurante s. Ludovico di Tolosa che depone sul capo del fratello Roberto la c. regale. Il tipo si diffuse largamente e servì anche a cingere il capo di immagini sacre quali la Madonna di Acuto (Roma,