l medesimo atto redentivo (senza il bisogno di ammettere due atti distinti di Redenzione o due Redenzioni) con doppia intenzione e con doppio effetto, l'uno dei quali riguardava soltanto Maria, e l'altro, insieme alla cooperazione di Maria, tutto il resto del genere umano. Essendo redenta da Cristo, con priorità di natura (o logica) prima e in modo diverso da tutti gli altri, Maria poté con simultaneità di tempo (ossia nel medesimo istante di tempo) cooperare con Cristo alla Redenzione di tutti gli altri. La Vergine quindi può essere salutata con diritto, in senso stretto, C. del genere umano, e perciò si è meritata, in ogni tempo, l'ardente gratitudine di tutta l'umanità.

(Ivi. Alinari)
Correggio, Antonio Allegri - S. Antonio abate. Napoli, museo Nazionale.
Bibl.: G. Smith, Mary's Part in our Redemption, Londra 1938; H. Lennerz, Considerationes de doctrina B. Virginis mediatricis, in Gregorianum, 19 (1938), pp. 419-44; W. Gommons, De cooperatione immediata Matris Redemptoris ad Redemptiomen obiectivam, Parigi 1939; G. Roschini, De Corredemptrice. Perpenutio difficultatum Gaestens, Roma 1939; H. Seller, Corredemptrix. Theologisches zur Lehre der letzten Päpste über die Altertüberschaft Mariens, ivi 1939; N. Garcia Garces, Mater Corredemptrica, Torino-Roma 1940; H. Lennerz, De Redempliont et cooperatione in opere Redemptionis, in Gregorianum, 22 (1941), pp. 301-24; J. Bover, Deiparae contentas Corredemptioms as Mediationis fundamentum, Madrid 1942; id., Maria Mediadora universal, e Sateriologia Mariena, ivi 1946; H. Lennerz, De cooperatione B. Virginis in ipso opere Redemptiomis, in Gregorianum, 28 (1947), pp. 574-79; C. Dillenschneider, Marie an service de notre Redemption, Hargucnau 1947. Gabriele Roschini
CORREGGIO, Antonio Allegri, detto il. N. a Correggio di Reggio Emilia prima del 30 ag. 1489, m. ivi, il 5 marzo 1534.
Forse iniziò in patria la sua educazione artistica con lo zio Lorenzo Allegri, mediocre pittore, per passare, si crede, a Modena, alla scuola di Francesco Bianchi Ferrari (1503-1507). Di qui sembra certo sia andato a Mantova, ove molto attinse dal Mantegna, la cui profonda influenza persiste anche nelle opere della maturità, mentre dal Costa, succeduto al maestro padovano alla corte dei Gonzaga, trasse l'elemento emiliano-ferrarese più immediato ai suoi inizi. Leonardesco, per quanto inteso in radiosità di luce, non in veli d'ombra, è il suo modo pittorico di intendere i volumi, ma l'atonalismo, che è poi la chiave di volta del suo peculiare, illimitato colore, cioè di tutta la sua arte, è un suo carattere precipuo.
Le sue opere si possono cosi raggruppare: dipint della prima giovinezza ispirati al Mantegna ed agli emi-liano-ferraresi, dalla Deposizione dell'artio di S. Andrea a Mantova, e dalla Madonna col Bambino ed i ss. Francesco e Quirino, affresco distaccato, ora nella galleria Estense di Modena, allo Spasallain di s. Cisterina di Detroit, all'altro della collezione Kress a Nuova York, ove si abbinano alle forme mantegnesche quelle di Leonardo, permeate da una grazia infantile e spontanea, fino alla pala di S. Francesco a Dresda, il suo primo dipinto datato, che è del 1514, del quale periodo sono pure la Giuditta della galleria di Strasburgo, la Madonna col Bambino tra due angioii musicanti e serufini della galleria degli Uffizi, il Presepe notturno e l'Adorazione dei Magi a Brera, la Madonna Bolognini nel museo del castello Sforzesco a Milano, la Madonna Molaspina nella pinacoteca di Pavia, ecc.
Gli anni che vanno dall'esecuzione della pala di S. Francesco alla sua prima grande decorazione, la vòlta della camera della Badessa nel convento di S. Paolo a Parma (1518-19), comprendono una serie di opere di un colore più lieto e vivo: il rosa, il viola ed il cilestrino, come nella Madonna Campari della galleria Estense di Modena, uno dei dipinti più rappresentativi di questo periodo, ove agli emiliani ed a Leonardo si aggiunge certo la conoscenza di Raffacllo che, proprio in questo tempo, aveva mandato a Bologna la pala di S. Cecilia, alla quale si ispirano pure la Madonna di Casalmaggiore nel museo Städel a Francoforte, quella della galleria d'arte di Orléans, l'altra di Hampton Court e la deliziosa Madonna col Bambino e s. Giovannino del museo del Prado a Madrid, il vero capolavoro di questo periodo.
Sia che sia stato a Roma e ne abbia attinto nuovo vigore per la sua arte, o che l'improvvisa robustezza si debba al naturale potenziamento della maturità, è certo che nel convento di S. Paolo a Parma, eseguendo per la badessa Giovanna Piacenza la decorazione della vòlta di una saletta, egli rivela con una intensità viva di colori, nei quali comincia a dominare l'intonazione dorata che sarà a lui peculiare, una forza insospettata.
Dello stesso tempo è l'affresco staccato con la Madonna della scala nella galleria di Parma, che appare seduta in controluce, radiosa di grazia e di autonomo lume,
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tradotto in duttili accordi di rosa e d'oro, caldo ambientamento che pervade tutte le opere della maturita, come si scorge già in due piccoli, deliziosi quadri della pinacoteca di Napoli, la Zingarella e lo Spasolizio di s. Caterina, o nel Riposo sulla via dell'Egitto della galleria degli Uffizi, o nel S. Girolamo che è nella chiesa di S. Fernando a Madrid.
Nella decorazione della cupola di S. Giovanni Evangelista a Parma (1520-22), crea, con nuovi audacissimi scorci, effetti d'infinito. La stessa grandiosità ed intensità di espressione è nel S. Giovanni seduto con ai piedi l'aquila nella lunetta presso la sagrestia, e nell'Incoronazione dell'abside di cui è rimasta solo la parte centrale, più volte trasportata con tutto il supporto murario e che solo il recente restauro e la pulitura ha restituito alla sua originale essenza, con tutte le velature trasparenti ed intatte, intensa nell'espressione del Redentore, dolcissima nel volto dell'Assunta, ove le commistioni romane e mantegnesche, evidenti in tutta la composizione, sono come sommerse nell' impeto ispirato delle sue superbe figure.
Tra i quadri eseguiti durante la decorazione della cupola di S. Giovanni o negli anni tra questa e quella del Duomo, molti segnano un evidente regresso, dovuto soprattutto ad un'accentuazione di dolcezza espressiva piuttosto convenzionale anche negli atteggiamenti. Cosi nel Noli me tangere al Prado, nell'Adorazione del Bambino agli Uffizi, nel Cristo nell'arto a

Correggio, Antonio Allegri - La Santa Notte - Dresda. pinacoteca.
Londra, nella Deposizione e nel Martirio dei ss. Placido. Flavia, Eutichio e Vittorino a Parma, e nella ben nota pala di S. Sebastiano a Dresda, ove, per contemplare la divina visione, S. Sebastiano si attorce al tronco cui è legato, mentre Gemignano l'addita al riguardante.
Più aderenti al passato, se pure arricchite dall'opulenza del disegno, lo Sposalizio di s. Caterina al Louvre e la S. Caterina leggente del palazzo Reale di Hampton Court, spontanea, come l'Educazione di Amore della galleria Nazionale di Londra, con cui si inizia la serie dei quadri profani.
Ma è nella cupola del duomo di Parma, eseguita dal 1526 al 30 , che meglio si determina il suo particolare colore, che permea cose e figure. E questa atmosfera, che avvolge nubi e figure, è veramente un cielo di ametista e di rosa, apertosi improvvisamente per lasciar passare l'osannante coro di angioli che fanno corona all'Assunta, mentre intorno alla balaustrata si celebrano i funerali della Madonna, con Apo-
stoli in arditi scorci ed efcbi che reggono fumose fiaccole e rami di pino sprizzanti faville.
Certo contemporance alla cupola del Duomo sono la restaurata lunetta a fresco con l'Annunciazione della galleria di Parma, la mirabile pala della Madonna del s.Gerolamo nella stessa galleria, tra le massime opere del C., e la Madonna della scodella ivi, che, con quella di S. Giorgio a Dresda, ugualmente riflette i caratteri più salienti della cupola del Duomo, mentre nella Sacra Notte, della stessa galleria, le ricerche luministiche dei primi tempi sono portate ad una soluzione precaravaggesca.
Informate ad una più serena ed intima familiarità sono altre opere dell'ultimo periodo, quali la Madonna della cesta della galleria Nazionale di Londra e la Madonna del latte a Budapest, di una realtà divinamente umana come il gruppo degli Amori di Giove; tele commessegli da Federico Gonzaga ed incompiute per la morte del pittore; tra di esse: l'Antiope del Louvre, che ha lo stesso volto dell' Assunta del duomo di Parma, ma solcato di pagana sensibilità: la Danae della galleria Borghese a Roma, la Leda di Berlino; l'Io e ilGanimede rapito dall'aquila della galleria di Vienna. Vedi tav. XXXII.
Per la BIRL.: v.: S.
De Vito Battaglia. C.. De Vito Battaglia. C.. Loodra, nella Deposizione e nel Martirio dei ss. Placido. Flavia, Eutichio e Vittorino a Parma, e nella ben nota pala di S. Sebastiano a Dresda, ove, per contemplare la divina visione, S. Sebastiano si attorce al tronco cui è legato, mentre Gemignano l'addita al riguardante.
Più aderenti al passato, se pure arricchite dall'opulenza del disegno, lo Sposalizio di s. Caterina al Louvre e la S. Caterina leggente del palazzo Reale di Hampton Court, spontanea, come l'Educazione di Amore della galleria Nazionale di Londra, con cui si inizia la serie dei quadri profani.
Ma è nella cupola del duomo di Parma, eseguita dal 1526 al 30 , che meglio si determina il suo particolare colore, che permea cose e figure. E questa atmosfera, che avvolge nubi e figure, è veramente un cielo di ametista e di rosa, apertosi improvvisamente per lasciar passare l'osannante coro di angioli che fanno corona all'Assunta, mentre intorno alla balaustrata si celebrano i funerali della Madonna, con Apo-
Bibliografia, Roma 1934.
Armando Ottaviano Quintavalle
CORRER, Antonio. - Cardinale, n. a Venezia nel 1369. Era nipote di Angelo C., poi papa Gregorio XII, e visse coi religiosi di S. Giorgio in Alga insieme con Gabriele Condulmer, futuro Eugenio IV. Creato dallo zio camcrlengo e vescovo di Modone fu subito trasferito a Bologna (marzo 1407) e creato cardinale a Lucca il 9 maggio 1408; divenne vescovo di Porto nel 1409 e poi di Ostia nel marzo 1431. Legato in Germania e Fiandra il 13 dic. 1408, intervenne all'elezione di Martino V nel 1417; legato a Perugia nel 1425 e per la pace tra Firenze e Siena nel 1431; m. a Padova il 19 genn. 1445 in fama di santità e fu sepolto a Venezia.
Birl.: J. F. Tomasini. Annales Canonicorum saecularium S. Georgii in Alga. Udine 1642: Eubel. I. p. 31 sgg.; Pastor. I. pp. 272 -76.
CORRESPONDANT, LE. - Periodico cattolico francese, dal 1829 come settimanale, poi bisettimanale
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fino al 1831. Dal 1843 fu pubblicata sotto forma di rivista. Organo dei cattolici liberali, aveva come scopo precipuo di armonizzare il cattolicesimo con le aspirazioni della società contemporanea e specialmente con l'esercizio delle libertà politiche.
Nel 1855 vivacchiava sotto la direzione di Carlo Lenormant; il conte de Montalembert prese a rianimarlo con l'aiuto di illustri collaboratori, come Dupanisup, Falloux, Alberto de Broglie, Agostino Cochin, per opporlo a «L'univers» di Luigi Veuillot. Fra «L'univers», allora aderente all'impero, e «Le c. " si accese una interminabile lotta che ebbe il suo parossismo al tempo del Concilio del Vaticano. Oppostasi alla definizione dell'infallibilità, sinceramente si sottomise dopo la decisione del Concilio (1870).
Dopo la guerra del 1870 , la rivista, successivamente diretta da Leone Lavedan (1876-1904), Stefano Lamy (1905-10), Eduardo Trogan (1910-29), conobbe un reale successo. Uomini valenti ed accademici le arrecavano il proprio concorso, e coraggiosamente lottavano in difesa delle libertà religiose. Disgraziatamente, crescenti difficoltà materiali indussero, nell'ott. 1933, il conte de Luppé, il quale aveva preso in mano le redini dal 1929, ad annunziare la fine del «Le c. e e ad affidare alla rivista Etudes dei Gesuiti la cura di raccoglierne l'eredità. Tale sparizione fu accolta dai cattolici con unanime rimpianto.
La collezione della rivista offre una ricca scelta di articoli, cronache, bollettini, riguardanti i più vari soggetti di teologia, storia, politica, arte e letteratura; la lista degli scrittori che vi collaborarono rappresenta una considerevole parte del fior fiore intellettuale cattolico francese dal 1845 ai nostri giorni.
Bibl.: Y. de la Brière, Le noble héritage du * C. s, in Etudes, 217 (1923), pp. 608-21.
Remigio Kokel
CORRETTORI. - Scritti polemici di Francescani e Domenicani intorno alla dottrina di s. Tommaso nei 25 anni dopo la sua morte.
Il francescano Guglielmo de la Mare rilevò nel suo Correctorium fratris Thomae (1278) da varie opere dell'Aquinate 118 proposizioni, che rifiutò opponendo all'aristotelismo tornistico le soluzioni dell'agostinismo tradizionale. I Domenicani chiamarono questo scritto Corruptorium e gli opposero, in difesa della dottrina di s. Tommaso, varie opere intitolate Correctorium corruptorii. Ci fu anche una replica francescana ad una di esse. Questa letteratura dei c. ha valore cospicuo per la conoscenza storica delle dottrine filosofiche proprie di s. Tommaso e della prima scuola tomistica.
L'opera di Guglielmo si presenta in tre stati, indicanti una successiva elaborazione: 1) le Declarationes, breve censura di 60 articoli, capace di essere scritta in margine alle opere di s. Tommaso; 2) il Correctorium di 118 articoli, odito insieme al c. Quare (v. sotto); 3) una revisione aumentata di questo, che fa passare il numero degli articoli da 109 (esclusi i 9 contro il Comm. olle Senewae) a 138. Le risposte domenicane, le quali si riferiscono tutte al Correctorium nel suo secondo stato, sono: 1) il c. Quare (ed. P. Glorieux, in Bibl. thomiste, IX, Kain 1927) scritto probabilmente da Riccardo Clapwell (secondo il Pelster, da Tommaso di Sutton), poco tempo dopo l'opera di Guglielmo; 2) il c. Circa (ed. J. P. Muller [Studia Anzelmiana, 12-13], Roma 1941) di Giovanni Quidort di Parigi, scritto negli aa. 1282-84, incompleto; 3) il c. Sciendum di Roberto di Colletorto; 4) il c. Quaestione (incompleto), di autore non ancora determinato, tuttora inediti; 5) l'Apologeticum veritatis contra Corruptorium (ed J. P. Muller [Studi e Testi, 108], Città del Vaticano 1944) di Ramberto de' Primadizzi di Bologna, composto nel 1287-99, ove si discutono, nel quadro dello scritto di Guglielmo, argomenti antinomistici di Enrico di Gand e di Egidio Romano.
Bibl.: F. Ebrle, Der Kampf um die Lehre des hl. Thomas v. Aquin, in Zeitschrift für hath. Theol., 37 (1913), pp. 266-318; P. Mandonnet, Premiers travaux de polémique thomiste, in Revue des sciences philos. et théol., 7 (1913), pp. 46-69; P. Glorieux, La littérature des correctoires, in Revue thomiste, 33 (1928), pp. 69-96; P. Bayerschmidt, Robert von Colletorto, Verfasser des Correctorium - Sciendum · 7, in Divus Thomas, 17 (1939),

(fol. Enc. Celt.)
CORRETTORI BIBLICI - Correctorio francescano attribuito a Guglielmo de Mara (sec. XIII) - Biblioteca Vaticana, Cod. Vat. lat. 3466 , f. 107^{\text {V }}.
pp. 311-26; R. Croyzens, Autour de la littérature des Correctoires, in Archivum Fr. Proed., 12 (1942), pp. 313-30; F. Pelster, Das Ur-Correctorium Wifhems de la Mare, in Gregorianum, 28 (1947), pp. 220-35; id., Thomas von Sutton und das Correctorium - Quare detraxisti s, in Mélanges A. Pelzer, Lovanio 1947, pp. 441466; P. Glorieux, Les Correctoires, essai de mise au point, in Recherches de théologie ancienne et médiévale, 14 (1947), pp. 287304.
Giovanni Muller
CORRETTORI BIBLICI (Correctoria biblica). Lavori critici compiuti nei secc. xili-xv per eliminare dai codici della Volgata (v.) gli errori che vi si erano venuti accumulando. Il testo della versione o recensione di s. Girolamo, largamente diffondendosi, veniva facilmente alterato dai copisti, sia per negligenza, sia perché vi mescolavano lezioni dell'antica versione latina o vi introducevano rettifiche arbitrarie, sicché la Volgata appariva già in più punti interpolata e le corruzioni del testo si moltiplicavano rapidamente. Già dal sec. ix i dotti tentarono di arginare questa tendenza apportando correzioni al testo della Volgata : così Alcuino, Teodulfo, Nicola Maniacorta ed altri. Quando poi nel sec. xiii l'Università di Parigi divenne centro degli studi teologici, si sentì ancora più il bisogno di un testo biblico uniforme, e perciò fu scelta una copia della Bibbia latina allora in uso e dichiarata testo normativo con il nome di Exemplar Parisiense. Ma essendo anche questo testo corrotto e interpolato, si cercò di rimediare per mezzo dei c. b. Tutte le correzioni furono fatte sul testo parigino e si distinguono due specie di c.: gli uni contengono il testo biblico e in margine di esso sono indicate lezioni da ripetare o da ritenere o da correggere; gli altri sono senza il testo biblico e hanno solo le dette lezioni più largamente discusse. Questi c. sono fatti dai frati Predicatori e dai frati Minori, allora insegnanti all'Università di Parigi.
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Dei frati Predicatori si hanno tre c.: il Senonense (Sens in Francia), il quale fu riprovato dagli stessi Domenicani, che vi sostituirono il Parisiensc (1256). Un altro fu fatto da Ugo di S. Caro (m. nel 1263), di cui il codice principale è il Vaticano Ottoboniano 293. Siccome però Ugo nelle sue correzioni aveva dato troppa importanza al testo ebraico e greco, invece di correggere secondo i manoscritti della Volgata, il suo c. non era una correzione del testo, ma piuttosto un'ulteriore corruzione di esso.
I c. dei Francescani erano: 1) il Sorbonicum, cosi chiamato perché il codice che lo contiene apparteneva alla Sorbonne (oggi nella Bibliothèque Nationale, cod. 15554); viene ascritto a Guglielmo il Brettone (v.), e non si scosta molto dai c. dei Domenicani; 2) altro c., di cui il manoscritto principale è il cod. Vat. lat. 3466 , è attribuito a Guglielmo de Mara (v.), il cui nome si trova nel cod. n. 28 dell'abbazia di Einsiedeln; 3) il cod. Vaticano latino 4240 ha il c. di Gerardo da Hoio (v.). Questo, come Guglielmo de Mara, segue, a differenza dei predecessori, i principi indicati da Ruggero Bacone (v.), correggendo non secondo i testi originali, ma secondo i manoscritti della Volgata. Di speciale importanza è l'introduzione di Gerardo de Hoio al suo c., nella quale propone i suoi principi critici e tratta con esattezza dell'origine della Volgata e delle versioni greche. Due altri c. di minore importanza sono l'uno di Gerardo da Buxo (cod. 6I della bibliothèque Communale di Tolosa, sec. xv), l'altro di Giovanni da Colonia, anche nel cod. 28, fol. 49 della biblioteca di Einsiedeln. Tutti questi lavori però, essendo di iniziativa privata, non poterono efficacemente rimediare alla corruzione del testo biblico. Per questo occorreva l'autorità della Chiesa. Il Concilio Tridentino ordinò una revisione ufficiale della Volgata, che venne compiuta con l'edizione sixtoclementina (1592) e Pio X (1907) incaricava l'Ordine benedettino della restituzione del testo della Volgata, la quale viene eseguita dai monaci dell'abbazia di S. Girolamo de Urbe.
Bun.: H. Donille, Die Handschriften der Bibel-Correctorien des 13. Jahrhunderts, in Archiv für Literatur- und Kirchengeschichte des Mittelalters, 4 (1888), pp. 236-311, 471-601; E. Manganor, Correctoriao de la Bible, in DB, II, coll. 1022-26; Institutiones Biblicae, I, 2^{°} ed., Roma 1937, p. 311 sgg.
Arduino Kininhans
CORREZIONE DELLE SENTENZE. - La c. delle s. è quello speciale procedimento offerto dalla legge per emendare una sentenza inficiata di errore materiale.
Perché possa farsi luogo ad essa e possa, in tal modo, evitarsi un mezzo di impugnativa (quale, p. es., l'appello) è quindi necessario che si tratti di errore evidente, materiale e non giuridico, tale, cioè, che lasci inalterati la struttura e l'equilibrio della sentenza.
Questo errore - secondo il can. 1878 § i - può riguardare o l'enunciazione della parte finale o dispositiva della sentenza o il riferimento compiuto dalla sentenza medesima ai fatti o alle richieste delle parti o la formazione di calcoli.
La domanda di c. non è sottoposta a termini di sorta e va proposta allo stesso giudice che emise la sentenza. Peraltro nulla vieta che - in pendenza del giudizio di appello - essa sia proposta al giudice di appello.
Quanto alla procedura da seguire, si tenga presente che la domanda di c. va proposta con una regolare petizione giudiziale che deve essere notificata alla controparte. Se quest'ultima non si oppone il giudice vi provvederà con decreto; se viceversa essa si oppone, allora sorgerà una vera e propria questione incidentale, che sarà trattata e definita nei modi stabiliti per le cause incidentali.
Non è da escludersi la facoltà nel giudice di provvedere, anche di ufficio e con decreto, alla c.
Il decreto di c. viene allegato all'originale della sentenza ed in calce a questa ne viene fatta menzione.
Bun.: F. Roberti, De processibus, II, Roma 1926, pp. 194-96; Wernz-Vidal, VI, t, De processibus, p. 246; M. Lega, Commentarius in iudicia ecclesiastica, II, ivi 1939, pp. 968-73; M. Conte a
Coronata, Institutiones iuris canonici, III, De processibus, TorinoRoma 1941, pp. 317-18; F. Della Rocca, Istituzioni di diritto processuale canonico, Torino 1946, pp. 309-10.
Fernando Della Rocca
CORREZIONE FRATERNA. - E l'ammonizione privata ad una persona per rimuoverla dal peccato. Il motivo della c. f. è la carità, il fine l'emendamento del peccatore (Sum. Theol., 2^{°}-2^{\text {sis }}, q. 33, n. 1); perciò si distingue dalla correzione cosiddetta giudiziaria, eseguita dal superiore in quanto tale, allo scopo di tutelare in primo luogo il bene della comunità e solo indirettamente di rimettere l'errante sulla via del bene.
La c. f. promana dalla legge naturale, essendo una speciale applicazione dell'amore cui si è tenuti verso il prossimo; ma è stata pure riaffermata e perfezionata dalla legge positivo-divina (Mt. 18, 15). Per essere obbligati alla c. f. occorre però che si verifichino alcune condizioni e cioè: 1) sapere che il prossimo è caduto in una mancanza grave; 2) ritenere che la c. sia efficace; 3) ritenere pure che il peccatore non si risollevi se non viene richiamato; 4) la c. f. non sia, per chi la deve compiere, eccessivamente gravosa (Sum. Theol., 2^{°}-2^{\text {sis }}, q. 33, a. 3).
L'ordine da osservarsi nella c. f. è quello insegnato da Gesù Cristo stesso (Mt. 18, 15): sia fatta in segreto; se ciò non giovasse, si proceda alla denuncia ai superiori. Tale ordine dev'essere osservato per non compromettere la fama del prossimo che si è tenuti a richiamare; però da esso si può recedere quando il peccato o il male già fosse pubblico o vicino a inevitabile pubblicità; e si deve recedere quando altrimenti ne soffrirebbero danno i terzi o la comunità. La c. f. deve farsi sempre con mitezza e carità, con umiltà e dolcezza; mai pertanto con spirito di vendetta o per mala volontà di umiliare il fratello caduto od errante.

Correttori biblici - Corretario domenicano eseguito da Ugo di S. Caro - Biblioteca Vaticana, Ottob. lat. 203, f. 45^{°}. (sec. xIII-xiv).
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Bibl.: A. Piscelta-A. Gennaro, Elementa thaslogioe moralis, II, nn. 222-26, Torino 1929; F. Hürth-P. M. Abellán, De principiis, de virtutibus et praeceptis, parte 17, Roma 1948, nn. 627-34. Igino Tavecchi
## CORRIDA: v. SPORT.
CORRIENTES, diocesi di. - Città nella Repubblica Argentina, capoluogo della provincia omonima. E situata a 37 km . a sud della confluenza dei fiumi Paranà e Paraguay. Fu fondata il 3 apr. 1588 da F. Vera y Aragón che la chiamò S. Juan de Vera de las Siete Corrientes.
La diocesi fu eretta da Pio X il 3 febbr. 1910; ha un'estensione di 119.332 kmq . ed una popolazione di 800.000 ab. dei quali 650.000 cattolici. Conta 39 parrocchie, con 217 chiese, servite da 91 sacerdoti diocesani e 42 regolari; ha un seminario (1948). La chiesa, oggi Cattedrale, dedicata all'Invenzione della S.ma Croce, era stata costruita con offerte della popolazione; altre chiese degne di nota sono quelle di N. S. della Mercede, di S. Francesco, di S. Croce. Nella diocesi vi è un fiorente nucleo italiano.
Bibl.: Anon., s. v. in Enc. Eur. Am., XV, pp. 970-75. Enrico Josi
CORRIERI DIPLOMATICI. - Sono coloro che provvedono al trasporto della corrispondenza ufficiale degli agenti diplomatici (v.). Godono, in dipendenza del diritto riconosciuto a questi ultimi, di corrispondere liberamente coi propri governi, di una immunità ridotta, che si concreta sostanzialmente nella inviolabilità dei plichi loro affidati e della esenzione dalla giurisdizione degli Stati che attraversano.
Per l'art. 12 del Trattato del Laterano * i corrieri spediti in nome del sommo pontefice godono nel territorio italiano, anche in tempo di guerra, dello stesso trattamento dovuto... ai corrieri di gabinetto degli altri governi esteri, secondo le norme del diritto internazionale».
Bibl.: Oltre a quella indicata sotto la v. Agente diplomatico, cf. C. Hurst, Les immunités diplomatiques, in Recueil des cours de l'Acad. de droit international, 1926, II, p. 227 sgg.
Rodolfo Danieli
CORRIGAN, Michael Augustine. - Arcivescovo, n. a Newark (Nuova Jersey), il 13 ag. 1839, m. a Nuova York il 5 maggio 1900. Presidente del Seton Hall College e vicario generale della diocesi di Newark, fu consacrato vescovo nel 1873 e grazie alle sue grandi doti di amministratore, trasferito a Nuova York quale coadiutore dell'arcivescovo, card. Mc Closkey, a cui successe nel 1885 .
Rigido difensore dei diritti della Chiesa, espresse durante le elezioni municipali del 1886 la sua disapprovazione nei riguardi di un candidato professante idee contrarie alla religione cattolica sulla questione della proprietà. Intervenuto a favore del candidato il parroco della chiesa di S. Stefano, E. Mc Glynn, l'arcivescovo dovette sospenderlo a distiniz. Il sacerdote ribelle, dopo fatto atto di sottomissione, fu reintegrato nel suo stato. Durante i 17 anni del suo governo, la diocesi di Nuova York si abbellì di nuove chiese, fu arricchita di un seminario teologico costruito a Dunwoodie nel 1896, prosperò sia per incremento di costruzioni ed edifici destinati ad uso religioso e caritativo, sia per la ricca mèste dell'azione pastorale.
Bibl.: J. F. Mooney, s. v. in Cath. Enc., IV, pp. 393-396. Silvio Furlani
CORRUZIONE: v. FUNZIONARI; MINORENNI.
CORSI, Cosimo. - Cardinale, n. a Firenze il 10 giugno 1798 , m. ad Agnano il 7 ott. 1870. Paggio di Elisa Bonaparte, entrò poi nel clero; nominato uditore di Rota, vi divenne decano, finché nel 1842 fu da Gregorio XVI creato cardinale e vescovo di Jesi (1845) donde, nel 1853, fu prescelto per arcivescovo di Pisa.
Durante i moti dell'apr. 1859 mantenne un atteggiamento risoluto e capeggio la resistenza dell'episcopato toscano contro il governo provvisorio. Nel 1860 , in occasione della visita di Vittorio Emanuele II a Pisa, ordinò che le porte del Duomo venissero chiuse e, per questo gesto di protesta, fu condotto a Torino ed ivi sorvegliato per due mesi in un istituto religioso. Convinto e ardente difensore dei diritti ecclesiastici, si distinse per la bontà del carattere e per la pietà cristiana. Morì quasi subito dopo aver partecipato al Concilio Vaticano del 1870.
Bibl.: F. Ercolo, Il Risorgimento Italiano, II, Gli uomini politici, I (Enc. biogr. e bibl. italiano, 42), Roma (1921), p. 387; L. Mordini, s. v. in Diz. del Ris. Nuc., II, p. 753.
Mario Zazzetta
CORSI, Francesco. - Missionario nell'India, n. a Pistoia nel 1568 , m. ad Agra il 1^{°} ag. 1636. Entrò nella Compagnia di Gesù a Roma nel 1587, e dopo gli studi ordinari parti per la provincia di Goa. Fu subito applicato alla missione del Mogor, cioè presso gli imperatori o scia musulmani dell'India centrale Akbar (m. nel 1604), Jahangir (m. nel 1627) e Jahan (m. nel 1658); vi rimase 34 anni, prima a Lahore, poi ad Agra alla corte dello scia, che dovette seguire nei suoi spostamenti verso il sud o verso il Cascemir. Esercitò un'azione pacificatrice nella relazioni fra i sovrani indiani, portoghesi ed inglesi.
Nel 1624 scambio le sue mansioni con quelle del p. Giuseppe de Castro (torinese) e divenne cappellano del principe armeno Mirza Zulgarnain, alto ufficiale cristiano al servizio del Mogol. Il p. C. fu sepolto ad Agra nella cappella ancora esistente (Padre Santos Chapel). La sue lettere inedite lasciano intravedere una figura molto simpatica.
Bibl.: E. Maclagan, The Jesuits and the Great Mogul, Londra 1932 (v. indice).
Edmondo Lamale
CORSICA. - E, per ampiezza, la quarta isola del Mediterraneo, estesa, tuttavia, meno della metà delle due maggiori ( 8722 kmq .). Fa sistema, geograficamente, con la Sardegna vicina, dalla quale la divide un angusto ( 12 km .) braccio di mare (Bocche di Bonifacio). E quasi tutta montuosa, con notevoli differenze d'aspetto. L'interno è percorso da alpestri giogaie, che culminano a 2710 m . nel M. Cinto. Il clima, marittimo temperato nelle regioni litorance, si fa meno mite o addirittura eccessivo man mano ci si allontana dal mare; le piogge, dovunque sufficienti ai bisogni agricoli ( 800-900 \mathrm{~mm}. annui), sono maggiori sul lato che guarda al Tirreno.
La vegetazione spontanea, in cui dominano la foresta e la macchia, ha fatto posto alle colture su estensioni relativamente limitate e diminuite di non poco nell'ultimo ventennio. Sia la pastorizia che l'agricoltura non dànno quanto pur potrebbero per scarsità di mano d'opera, mancanza di capitali, tecnico arretrata e difetto di provvidenze governative (bonifiche). Castagne, olio d'oliva, cedri e frutta sono i prodotti più notevoli. Scarsa importanza ha la pastorizia, quasi del tutto trascurata la pesca, e pressoché inesistente l'industria.
La popolazione, raddoppiata negli ultimi 150 anni, ammonta ( 1946 ) a 268 mila ab. ( 333 mila nel 1936), ciò che corrisponde ad una densità media di 30 ab . a kmq . ( 31 nella provincia di Nuoro, ma 43 nel complesso della Sardegna). I soli due centri urbani notevoli sono Bastia ( 52 mila ab.), Ajaccio ( 31 mila ab.).
La C. è francese dal 1768. Gli Italiani, che figurano nei censimenti fra gli stranieri ( 3,4 \% del totale della popolazione), ammontano probabilmente ad oltre 10 mila.
Bibl.: F. Gregoroviks, Korsica, Stoccarda 1854; F. Ratzel, La Corte. Etude antropogeographique, in Annal. de géogr., 8 (1899), pp. 304-29; F. Girolami-Cortona, Géographie générale de la Corte, Bastia 1914; R. Blanchard, La Corte, Grenoble 1926; L. V. Bertarelli, Guida d'Italia, C., Milano 1929; A. Albitreccia, La Corte, Parigi 1932; B. Nica, Aspetti antropogeografici della C., in Archivio stor. di C., 18 (1942), pp. 102-40.
Giuseppe Caraci
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II. Diocesi e storia antica. Non si hanno sicure notizie sulle origini del cristianesimo in C. Il vescovo Florenzio, dato da alcuni come l'evangelizzatore della C. e venerato nell'isola, fu forse un martire africano le cui reliquie sarebbero state trasportate nell'isola da profughi africani della persecuzione vandalica (Lanzoni, I, pp. 699 e 1097).
Il Lanzoni ritiene che il cristianesimo sia giunto nell'isola attraverso marinai, soldati e liberti. La flotta del Misano aveva in C. due stazioni: Aleria e Mariana tutte e due sulla costa orientale; nell'interno, al tempo di s. Gregorio (397), i monti della diocesi di Aleria erano ancora abitati da pagani; il papa Gregorio Magno fece erigere sul Nigeuno una chiesa e un battistero (Jaffé-Wattenbach, 1488).
Allo stesso tempo cinque erano le diocesi dell' isola, tutte sulla costa. Sulla; costa orientale erano le diocesi di: Mariana, sul fiume Golo, il suo primo vescovo sicuro è dell'a. 649. Aleria, alla foce del T'avignano, era nell'anno 391 «iamdiu pontificatu destituto» (Jaffé - Wattenbach, 1146), in quell'anno vi fu trasferito Martino vescovo di Taina; a lui successe Pietro (ibid., i402). Taina, poco lungi da Aleria, invasa e saccheggiata nel 591 mentre vi era vescovo Martino. Sulla costa occidentale: Ajaccio che nel 601 era da molto tempo senza vescovo (Jaffé-Wattenbach, 1850); Saona la quale nell'a. 591 era pure senza pastore.
Patrona della C. è s. Giulia, segnalata dal Martyrologio Geronimiano al 22 maggio: in C. insula passio sanctae Iuliae; la sua passio non ha valore (BHL, 4516-17); è forse una martire d'origine africana, le cui reliquie furono forse traslate nella stessa occasione di quelle di s. Florenzio.
Le altre due martiri venerate in C., Amanza e Laurina, non sono ricordate nelle fonti agiografiche.

Corsica - Cartina storico-ecclesiastica: 1) Strade; 2) Ferrovie.
Biel.: F. Lanzoni, Le origini del cristianesimo e dell'episcopato nella C., in Rivista storico-critica delle scienze teologiche, 6 (1910), pp. 446-53; Lanzoni, II, 680-704. Enrico Josi
III. Storia medievale e moderna. - All'aprirsi del medioevo si vede l'autorità pontificia interessarsi di opere pubbliche anche in C., come sul continente italiano. Gregorio Magno aprì strade, trasformò i conventi in fortilizi per la difesa del popolo trascurata dalle autorità governative. Nel 774, confermata da Carlomagno la donazione di Pipino, la C. passò a far parte di essa, di nome, se non di fatto. Sotto i Franchi si ebbero frequenti incursioni dei
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Corsica - Tipi corsi.
Saraceni che funestarono a lungo l'isola, sin verso la metà del sec. xI, quando le forze unite delle due Repubbliche marittime di Pisa e di Genova valsero ad allontanare il grave pericolo. Nel ro78 Gregorio VII, riconfermando sulla C. la sovranità pontificia, diede poteri di legato al vescovo di Pisa, provocando la gelosia e il malcontento della Repubblica di Genova. Cosi, nei due secoli seguenti (xiI e xili), la C. rappresentò una delle principali cause della discordia tra le due Repubbliche che si combattevano aspramente per il dominio dell'alto Tirreno, sino a che nel 1284, nella battaglia della Meloria, i Genovesi inflissero ai Pisani una tremenda e irreparabile sconfitta. Ma, irato della politica antiguelfa delle due Repubbliche rivali, il papa Bonifacio VIII conferì i regni di C. e Sardegna a Giacomo II, re d'Aragona, che peraltro non poté subito muovere alla conquista ed occupazione delle due isole.
Nei secc. xiv e xv lotte di grandi e di popolani con alterne vicende funestarono la C., provocando, volta a volta, l'intervento di vari Stati e principi, anche del pontefice Eugenio IV che nel 1446 vi mandò un proprio legato e un corpo di milizie. Per uscire da una situazione difficile e precaria, nel 1453 i Corsi si rivolsero al Banco di S. Giorgio, cui Genova cedette i suoi diritti di sovranità e che dopo fieri sforzi riusci a colpire mortalmente la feudalità locale e a conservare il suo dominio nell'isola sino all'epoca della dura contesa tra la Francia e Filippo II di Spagna. Allora, sotto la condotta di Sampiero Corso, prode e valente capitano, i Corsi si ribellarono a Genova, alleata degli Spagnoli e presero le armi in favore dei franco-turchi: la pace di Cateau-
Cambrēsia, però, costrinse i Francesi a sgombrare il territorio occupato e la C., dopo altri tentativi di ribellione, e dopo l'uccisione in un'imboscata di Sampiero (1567) ritornò sotto il pieno dominio di Genova.
Da allora la Repubblica cercò di riorganizzare amministrativamente l'isola e di ristabilirvi l'ordine, la quiete, la disciplina ecclesiastica profondamente turbate dalla guerra, dalle agitazioni intestine nonché dalla prolungata assenza dei vescovi. Vi concorse naturalmente anche la S. Sede : già prima Giulio III, in pieno accordo con s. Ignazio di Lojola, aveva mandato in C., con il titolo di visitatore apostolico il p. Silvestro Landini, gesuita, che vi predicò con molto frutto, provocando una straordinaria conversione del popolo; poco più tardi, nel 1570 , Pio V nominò vescovo di Aleria s. Alessandro Sauli che vi rimase per venti anni, prodigandosi nell'assolvere i suoi doveri pastorali, adoperandosi soprattutto a spegnere le inimicizie e infondendo negli animi sentimenti di vera vita cristiana. Più tardi ancora, nel 1595. Clemente VIII, su richiesta della Repubblica di Genova, vi mandò vari missionari, e sei anni dopo, due visitatori apostolic i della stessa Compagnia di Gesù : dietro loro suggerimento, nel 1602, venne decisa l'apertura di un primo collegio a Bastia, e nel 1617 di un secondo, ad Ajaccio.
Per oltre un secolo e mezzo, la C. si mantenne quieta o rassegnata sotto il governo genovese; ma nel 1729, per il modo esoso della riscossione di una tassa, ricominciarono le rivolte della popolazione contro le autorità costituite : negli anni seguenti una dieta a Corte (1735) dichiarava sciolta l'isola da ogni dipendenza politica della Repubblica e proclamava quale sua protettrice l'Immacolata Concezione dalla Vergine Maria. Si ebboro allora vari governi cosiddetti nazionali, l'ultimo dei quali capeggiato da Pasquale Paoli, l'eroe della indipendenza corsa, dal 1755 al 1769 , fino a che rimase sconfitto da un esercito del re di Francia, cui Genova aveva fatto piena cessione di tutti i suoi diritti sull'isola (v. paoli, pasquale).
Dopo la conquista, la C. fu sottoposta a un regime militare e ridotta all'abbedienza: solo vent'anni dopo, il 30 nov. 1789. l'Assemblea nazionale di Parigi la sottoponeva alla legge comune e la dichiarava senz'altro unita alla Francia, cioè facente parte del territorio nazionale. Più tardi, il Concordato del 1802 ridusse le cinque diocesi isolane a una sola, con sede ad Ajaccio. In epoca molto recente, cioè al tempo di papa Pio X e del card. Merry del Val, vi furono trattative tra la S. Sede e il governo francese per addivenire alla divisione dell'isola in almeno due diocesi, reclamata dalle sue stesse condizioni geografiche e già erano approdate a buon punto, quando varie ragioni, tra cui principalmente la rottura diplomatica tra le due parti, mandarono tutto a monte.
Ad Ajaccio si trova un santuario della Madonna della Misericordia, la quale apparve a Savona nel 1636, ed è la patrona della capitale corsa.
A Cargese esiste tuttora una parrocchia di rito bizantino, le cui vicende sono state assai tormentate. I Genovesi, infatti, trasportarono dal Peloponneso nel 1676 una colonia di Greci a Paonia; da questo villaggio, essa fu cacciata ad Ajaccio e nel 1775 trasportata a Cargese. - Vedi tav. XXXIII.
Bibl.: F. O. Renucci, Storia di C., Bastia 1833. pp. 400 e 438; F. M. Jacobi, Histoire générale de la Corse depuis les premiers temps jusqu'à nos jours, 2 voll., Parigi 1835; F. M. de La Foate, Recherches et notes diverses sur l'histoire de l'Eglise en Corse, Bastia 1895; F. Lanzoni, Le origini del cristianesimo e dell'episcopato nella C., in Rivista storico-critica delle scienze teologiche, 6 (1910), pp. 446-53; id., Le diocesi d'Italia, II, 680-704; A. Rostino, Histoire des Corses et de leur civilisation, Tours 1912; L. Villat, Histoire de Corse, Parigi 1914; A. Solmi, La C. Studio storico, in Archivio storico di Corsica, I (1925), pp. 4-38; G. Volpe, Storia della C. italiana, Milano 1930; J. B. Casanova, Histoire de l'Eglise de C., IV, Zicavo 1931-39; I. Rinieri, I vescovi della C., Livorno 1934; G. B. Cal, La C. et la Papauté en cours des siècles, in La Corse catholique, Ajaccio 25 febbr. e 15 marzo 1936; L. Sandri, Il governo pontificio in C. all'epoca di Eugenio IV, in Archivio storico di C., 13 (1937), pp. 1-26; G. F. Tencquili, Chiave di C., Roma 1938; C. Starace, Bibliografia della C., Milano 1943 (registra ben 10.391 opere, compresi molti articoli di giornali, divisa in
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(da C. Ara, Chiese pisane in C. Roma 1908, iav. 6)

(da C. Aru, Chiese pisane in C. Roma 1908, iav. 8)
In alto: CATTEDRALE DI MARIA ASSUNTA (fine sec. XII - principio sec. XIII) - Nebbio, S. Fiorenzo. In basso: RESTI DELL'ANTICA CATTEDRALE DI MARIA ASSUNTA detta la Canonica, consacrata nel III9 - Mariana.
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Tav. XXXIV

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ANNUNCIAZIONE DEL BEATO ANGELICO Chiesa del Gesù.
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CHIESA DI S. MARIA DELLE GRAZIE AL CALCINAIO Architettura di Francesco di Giorgio Martini (1485).
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sezioni corrispondenti alle varie materie e ai vari periodi storici, comprende anche opere manoscritte e documenti inediti; le opere relative alla storia ecclesiastica sono comprese tra le pp. 587-617).
IV. Folclore della C. - I singolari aspetti del folklore, che rendevano cosi pittoresca la C. dell'Ottocento, vanno attenuandosi o scomparendo. Tra gli elementi del costume maschile è ancora rimasta la "berretta misgia", ora di semplice panno, arrotondata alla cima e ripiegata da un lato: stanno invece scomparendo il "u pilone" che ai tempi del Tommaseo era un "gabbano di pelo di capra" e " calzari di strisce di cuoio intrecciate al collo del piede e sottra la pianta. Cosí ora le donne del popolo vestono abitualmente di nero; ma nel secolo scorso avevano costumi a colori vivaci, che comprendevano il "bustu", "a rota" (ampia gonna a pieghe fita) e "u scureale" (grembiule spesso ricamato), "u mandile" (fezzoletto da capo) o "a falletta" (sottanella legata in cintura e rovesciata sulla testa). La cerimonia del fidanzamento, che si chiama tuttora l'"abbracciu" o l'"amicizia" si svolgeva secondo graziose pratiche tradizionali; ma ben più vive sono tuttora le usanze funebri, di antichissima impronta. Le manifestazioni di dolore, assai violente, fanno parte del rito, che presenta varietà nei diversi luoghi; in esso il fomento funebre ("vòcero"), è fonte di poesia in cui il dolore materno e familiare trova ascenti della più forte drammaticità. Nel "vòcero" con immagini espressive e metafore originali si esaltano le virtú del morto, se ne piange la giovinezza stroncata, o la vita spesa nel duro lavoro campestre. Spesso i "vòceri" sono anche canti di vendetta in quanto con essi le donne spronano i parenti più stretti a vendicare il morto (se per morte violenta). Tale uso che dava luogo a una catena interminabile di omicidi e alimentava il banditismo, è ormai scomparso: sulla vendetta corsa si è fatta forse un po' troppo letteratura di colore. E cosí dicasi del banditismo, che trovava la sua ragione in particolari condizioni psicologiche, storiche e ambientali, che si vanno rapidamente evolvendo. Spariscono cosi anche i canti dei banditi, che costituiscono un particolare settore alla poesia popolare corsa, mentre strambotti, ninne-nanne e canti infantili, brindisi, ecc., trovano perfetta corrispondenza con analoghi canti della Toscana, forse da questa importati dai boscaioli lucchesi nelle loro emigrazioni stagionali nelle montagne corse. Tuttavia il fondo più antico delle usanze, nel suo complesso, ci richiama a stretta affinità con il folklore della Sardegna. Nelle chiese e in particolare in quelle dell'interno dell'isola, alcune preghiere si fanno costantemente in lingua italiana (Rosario, Via Crucis, canti religiosi); il che accade pure in molti luoghi per le prediche. Il dialetto è sempre parlato dalla maggior parte degli abitanti anche da quelli che da parecchi anni sono stabiliti in Francia. C'è da ricordare che nel santuario di "La Santa" (Calacuccia), l'8 sett. ha luogo una caratteristica processione di soli uomini, che si snoda a \mathrm{mo}^{′} di chiocciola e che si chiama la "grunitola".
Biel.: N. Tommaseo, Canti popolari toscani, corsi, illirici, greci, II, Venezia 1842, pp. 1-400; F. Gregorovius, Korsika, 2* ed., Stoccarda 1869; U. Biscottini, L'anima della C., 2 voll., Bologna 1928; G. Bottiglioni, Lingua, etnografia e folklore della C., in Lares, 3 (1932), pp. 1-17; id., Atlante linguistico etnografico italiano della C., promosso dalla R. Università di Cagliari,
Pisa 1933: P. Toschi, Poesia e vita di popolo, Milano 1946, pp. 132-63.
(Paolo Toschi
CORSINI, EdDardo. - Scolopio, n. a Fanano, località di Felicarolo, il 4 ott. 1702 ; m. a Pisa il 30 nov. 1765. Poligrafo illustre, fu uno degli uomini più dotti del suo tempo, tenuto in grande stima da papa Benedetto XIV. Giovanissimo ebbe la cattedra di logica e di eloquenza nella Università di Pisa, e
pubblicò in latino un apprezzatissimo corso di filosofia.
Fu anche eminente grecista e archeologo, e tra le sue opere divennero celebri i Pasti antici, le Dissertazioni agonistiche, le Notae Graecorum, ecc., nonché la Series praefectorum Urbis, che gli procurò non poche critiche. Dal 1734 al 1760 visse in Roma come generale delI' Ordine, facendo, poi, ritorno ai suoi studi nell'Università di Pisa.
Biel.: A. Checcucci, Commentario della vita e delle opere di p. Pompilio Pazzetti, Firenze 1848; T. Viñas,
Scriptores Scholarum Piarum, I, Roma 1909; V. Viti, La scolopio E. C., del secolo XVIII, Firenze 1933. Leodegario Picanvol
CORSINI, FAMIGLIA. - Si trova ricordata a Firenze sino dal 1271 (ascritta all'arte della Lana), raggiunse nel secolo seguente grande ricchezza dando alla città gonfalonieri e priori. Da essa uscì nel sec. xiv s. Andrea C. (v.) vescovo di Fiesole (m. nel 1374); suo fratello Neni che gli successe nel vescovato, fu pure venerato come beato (m. nel 1377).
Uomini illustri diede la famiglia in quegli anni e nei seguenti sia alla città che alla Chiesa; particolare rilievo esige qui quel Pietro C. che fu vescovo di Volterra il 16 marzo 1362, poi di Firenze il 1^{°} sett. 1363, creato cardinale da Urbano V a Montefiascone il 7 giugno 1370, diventato nel 1374 vescovo di Porto. Fu uno dei quattro cardinali italiani che presero parte all'elezione di Urbano VI, insieme con i cardinali transalpini. Quando poi si delineò la ribellione di costoro, il C. insieme con i suoi colleghi Borsano ed Orsini si allontanò da Urbano, e pur senza avere dato il voto all'elezione di Clemente VII, si mise dalla sua parte; solo dopo lunga esitazione si portò ad Avignone presso l'antipapa il 13 sett. 1381; colà m. il 16 ag. 1403.
Biel.: G. Moroni, s. v. in Diz. di erud: storico-eccles., XVII, Venezia 1842, p. 276 seg.; L. Passerini, Genealogia e storia della famiglia C., Firenze 1858.
La famiglia C. torna a dare prelati eminenti alla Chiesa soltanto con il principio del Seicento e precisamente con Ottavio C., n. a Firenze il 12 ag. 1588, m. a Roma il 31 luglio 1642. Era chierico di camera quando fu creato arcivescovo titolare di Tarso da Gregorio XV il 14 marzo 1621 e fu inviato come nuraio apostolico in Francia; richiamato da Urbano VIII, il 30 dic. 1623 fu da lui preposto al governo della Romagna (1624). Scrisse una Relazione sulla immissione delle acque del Reno nel Po, per esporre, alla commissione incaricata di studiare i mezzi per scongiurare le alluvioni del Po in quella provincia, quanto si potesse fare in proposito. Ne tenne conto B. Castelli nella sua opera Sulla misura delle acque correnti. Fu sepolto a S. Giovanni dei Fiorentini.
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(Ivi. Alinari)
Corsini - Ritratto del card. Neri C. tenior, opera di Justus Sustermans - Firenze, galleria Corsini.
Bibl.: L. Passerini, op. cit., pp. 142-44; V. Forcella, Iscrizioni delle chime di Roma, VII, Roma 1876, p. 28, n. 66; Eubel, IV, p. 328.
Nebi C. senior, n. nel 1624, segul la carriera curiale, quale chierico di camera prima e poi quale tesoriere generale; fu nominato arcivescovo titolare di Damiata il 12 ag. 1652 e nunzio in Francia; ma giunto a Marsiglia fu per ordine del re di Francia arrestato ed impedito di esercitare il suo ufficio (Pastor, XIV, i, p. 52; G. Moroni, op. cit., XVII, p. 285); fu creato da Alessandro VII cardinale il 16 genn. 1664, ma fu pubblicato solo il 15 febbr. 1666 con titolo dei SS. Nereo ed Achilleo. Fu vescovo di Arezzo dall's febbr. 1672 all's marzo 1677, data in cui rinunciò. Morì a Firenze il 19 sett. 1678; nella cappella C. della basilica Lateranense, un bel sepolcro, nella nicchia di fronte a quella di Clemente XII, ne tramanda la memoria. E opera di G. B. Maini (1742).
L'elevazione alla sede papale del card. Lorenzo nipote del card. Neri (v. clemente xil), portò al sommo splendore la casa C.; Bartolomeo, figlio di Filippo, fratello del Papa, fu nominato comandante della cavalleria pontificia, principe di Sismano (1731), grande di Spagna, presidente dei ministri di Carlo III re di Napoli, viceré di Sicilia (1737). Fu anche assistente al Soglio. M. il 30 sett. 1747 (Forcella, op. cit., VIII, p. 85, n. 232).
Fratello di lui fu Neri Mabia iunior, n. a Firenze il 19 maggio 1685, m. a Roma il 6 dic. 1770. Ricevuto giovanissimo alla corte di Toscana, fu quindi rappresentante di Cosimo III all'Aja, a Londra, a Parigi ed a Cambrai. Dopo la morte di quel granduca passò a Roma presso lo zio card. Lorenzo C. Allordié questi fu innalzato al pontificato nel 1730 con il nome di Clemente XII, s'indusse ad abbracciare lo stato ecclesiastico. Nominato segretario dei memoriali, fu quindi creato cardinale il 14 ag. e pubblicato l'11 dic. 1730 quale diezono di S. Adriano; passò poi a S. Eustachio, fu prefetto della Segnatura di giustizia. Amabile e disinteressato, non parve ai contemporanei l'uomo più adatto agli affari, e nelle con-
troversie teologiche non mostro molta comprensione, sebbene giungesse sino ad essere segretario del S. Uffizio; ebbe ambizione di avere per casa letterati e dotti, ma ebbe poca conoscenza diretta di lettere e di erudizione. Ricostrul sotto la sorveglianza del Fuga il palazzo dei Riario alla Lungara alle falde del Gianicolo, e vi trasporto la raccolta di stampe, di quadri e la rinomata Biblioteca (acquistata nel 1884 dallo Stato e oggi sezione della biblioteca accademica dei Lincei) che aveva cominciato a raccogliere lo zio pontefice, dando al tutto grande incremento e mettendolo a disposizione dei dotti e degli artisti. Si mostro anche mecenate nel restauro di alcune chiese, come S. Eustachio e S. Isidoro, e munifico verso l'ospedale di S. Gallicano del quale fu protettore. Chiamò a Roma Giovanni Gaetano Bottari e Pier Francesco Foggini i quali ebbero su di lui illimitata influenza come consiglieri; fu in contatto con il card. Domeni