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tenteanche alle intimazioni vescovili, abbandonò C. in cerca di suffragi a Bergamo e a Milano. Così s'accende es'acuisce la disputa: sub gravi il sacerdote è tenuto a comunicare i presenti alla Messa che vogliono partecipare al Sacrificio. Un monaco cossinese, p. Oronzio Stabili, difende la tesi con riferimenti patri. stici. La discussione viene rimessa al S . Ufficio dal vescovo di C. Benedetto XIV avoca a sé la questione e la decide in senso opposto a quello patrocinato dal Guerrieri con l'encicl. Cortiores ai vescovi d'Italia, il 13 nov. 1742. Il card. Querini in due Pastorali commentò l'enciclica, e questo servì a mitigare la controversia, alla quale fanno cenno nelle loro opere i teologi contemporanei G. L. Berti, G. B. Cortico, R. Sala, F. Beriendi. Nel 1766 a Roma Pasquale Copeto, prendendo motivo da una serie di pubblicazioni e di dispute sull'argomento, tornò sulla questione, che fu poi ripresa e portata nel 1770 alle ultime conseguenze dal domenicano p. Michele Maria Nannaroni (v.). Egli divenne il teologo sistematico della controversia o anonimo o sotto il pseudonimo di Anastasio Teofilo. Le sue opere, prescritte prima dal vescovo di C., per sua denunzia furono messe all'Indice insieme ad altri opuscoli (decreto: 18 ag. 1775). Vi si affermava che la Comunione liturgica, infra Missam, è parte intrinseca, connaturale inseparabile e sostanziale del sacrificio della Messa, senza la quale non può esser perfetto, e che ad amministrarla nell'attuale celebrazione sono obbligati i sacerdoti per precetto divino-ecclesiastico, eccetto il caso di grave necessità o di viatico. I fedeli hanno perciò ugual diritto a riceverla. La Comunione extra Missam è "privata refezione al Serbatoio delle particole preconsacrate"; introdotta dai Gesuiti, non è conforme alla tradizione ecclesiastica e quindi da abolirsi. Fu confutato dal p. Giuseppe Maria Elefante, anch'esso domenicano. In suo favore sorse a Padova un anonimo, ma chi ne impersonò la dottrina e la difese fu nel 1779 il p. Carlo Maria Traversari (v.), servito, che ebbe l'opera condannata (decreto: 3 dic. 1781). P. Tamburini (v.) a Pavia professò le stesse idee, e abilmente le insinuò anche nelle pubblicazioni favorite da Scipione de' Ricci, vescovo di Pistoia, e nei decreti stessi del siondo pistoiese, sess. IV, sull'Eucaristia. Nel 1794, nella 28ª proposizione della bolla Anctorem Fidei, tale teoria venne condannata (Denz-U., n. 1528), e in Italia non se ne parlò più. Restò solo nel popolo e nel clero una preferenza alla Comunione infra Missam,
del resto conforme allo spirito liturgico, senza esclusione della Comunione fuori della Messa. - Vedi tav. L.

Bibl.: B. Volpi, Storia delle celebre controversia di C., Venezia 1790; A. C. Jemolo, Giansenismo in Italia prima della rivoluzione, Bari 1928, p. 235 sess.; B. Matteucci, Controversia sulla comunione liturgica e il giansenismo italiano, in Rizista del clero italiano, 18 (1977), pp. 203-208; id., Comunione liturgica, in Fides, 40 (1940), pp. 515-23.

Benvenuto Matteucci
CREMAZIONE. - La voce c. (dal lat. crematio = abbruciamento) è stata riservata dall'uso all'atto dell'abbruciamento del cadavere umano. Il quale attu, com'è praticato oggi nei nostri paesi, è una combu-
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(tot. Anderson)
stione del cadavere pronta, completa e secondo la tecnica scientifica, mentre presso i popoli meno civili è un incinerimento più o meno completo con speciale cerimoniale religioso, com'era presso gli antichi.

Secondo una simbologia, piuttosto convenzionale, l'incinerimento sembra voler significare che i corpi sono per sempre risoluti e dispersi, mentre il rito contrario dell'inumazione accompagna l'idea della morte equiparata a sonno, ed esprime con più aderenza la fede cristiana nella finale risurrezione. Ciò come espressione simbolica, non come realtà.

In via assoluta infatti la c. non è contraria a nessuna verità naturale o rivelata; molto meno è tale da costituire un ostacolo all'onnipotenza di Dio per la resurrezione dei corpi. E neppure può dirsi che leda in qualche modo i diritti della persona umana. Il cadavere non è più persona e quindi non è più per sé ed in sé essenzialmente inviolabile.

Di fatto però la c. è ripugnante alla disciplina della Chiesa fin dai suoi primi inizi, contraria agli squisiti sensi di pietà cristiana verso i defunti; mentre il rito contrario, l'inumazione, per unanime, ininterrotto, tradizionale insegnamento, è assurto ad una aderente significazione dell'immortalità dell'anima, della fede nella risurrezione della carne; ad un richiamo palese di avvenimenti ed insegnamenti biblici, già operanti nella tradizione giudaica, come dell'idea del corpo-seme (I Cor. 15, 36-44), della terramadre (Gen. 3, 19; Iob. 1, 21; Eccli. 40, 1), della morte-riposo e sonno (Dan. 12, 2; Io. 11, 11-39).

Un pagano del II sec. diceva dei cristiani «esecrantur rogos, et damnant ignium sepulturas" (Minucio Felice, Octavius, cap. 11: PL 3, 267). E ne faceva noto anche il motivo: la fede nella risurrezione della carne. Non si tratta dunque di una semplice consuetudine, contraria ai roghi, ma di una esecrazione, di una condanna fatta per principio religioso e cosi aperta da essere nota anche ai pagani. I quali, appunto per fare insulto alle convinzioni cristiane, non raramente si accanivano contro le martoriate spoglie dei martiri, incinerendole (Eusebio, Hist. eccl., V, capp. I e 2, PG 20, 433).

I cristiani si ritenevano gravemente ingiuriati per lo

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scempio fatto ai cadaveri dei loro fratelli e gli apologisti protestavano, pur facendo capire di non aver nulla a temere per la resurrezione.

Sono state tuttavia rinvenute in cimiteri cristiani urne cinerarie e resti combusti; ma il luogo di invenzione, spesso sotto cimiteri pagani, e le iscrizioni, nessuna delle quali finora è stata riscontrata cristiana, ci autorizaino senz'altro a ritenere che le dette urne cinerarie provengano per fiane dai soprastanti monumenti funerari pagani (cf. O. Marucchi, Manuale di archeologia cristiana, Roma 1933, p. 201).

Materialismo, superstizione, incongruenze ridicole, tutto concorreva ad alienare l'animo dei cristiani dalla c., oltre gli inutili maltrattamenti, a cui era sottoposto il cadavere. La consuetudine cristiana dell'inumazione, già in uso tra gli Ebrei, prende piede anche nel mondo pagano contro la pratica del rogo, proporzionalmente al diffondersi della fede cristiana e si estende ad ogni qualità di persone, anche le più alte, che avessero abbracciato il cristianesimo. I convertiti al cristianesimo, anche se di nobile casato, al fasto del rogo preferivano i locali cimiteriali cristiani, mentre la liturgia della Chiesa si orientava tutta al rito dell'inumazione, riccheggiando gli alti significati che la tradizione ha dato alla deposizione del cadavere sotterra.

Con la vittoria della Chiesa tra la fine del iv e l'inizio del v sec., cessa la c. nell'Impero romano.

La stessa rarità e quasi assenza della documentazione canonica in materia, è indice della assenza di abusi. Le testimonianze indirette dei concili, che legiferano in materia funeraria ci documentano la consuetudine universale di inumare i cadaveri (C. 28, C. XIII, q. 2).

Anche fuori dell'Impero romano i roghi sono scomparsi generalmente in ogni paese, ove è penetrato il cristianesimo. I Sassoni renitenti ad abbandonare la c., ne sono pressati da un capitolare di Carlo Magno del 789 (ed. Boretius, I, 69). Prima di loro avevano abbandonato la c. i Turingi e dopo gli Scandinavi, i Norvegesi, gli Svedesi, i Danesi (1205) ed i Prussiani (1245).

Dopo il mille una strana usanza funebre si era andata diffondendo in Europa, che in qualche maniera aveva punti di contatto con la c.

Si scarnificavano artificialmente i cadaveri, previa cottura, perché più facilmente le ossa ripulite potessero essere trasferite da un luogo ad altro. Simile trattamento fu applicato al figlio dell'imperatore Conrado, all'arcivescovo di Colonia, Rainaldo (1162), a Federico I, il Barbarossa (1167) e ad alcuni suoi dignitari, a s. Luigi IX di Francia (1270) a Teobaldo, re di Navarra, Isabella d'Aragona, Filippo IV di Francia, e ad altri (Aimoino, De gestis Freacorum, V, Parigi 1514, cap. 55).

Una decretale di Bonifacio VIII (1299) colpisce di scomunica "Iatae sententiae", riservata alla S. Sede, i mandanti e gli esecutori di tale operazione, privando insieme il corpo, così trattato, di sepoltura ecclesiastica (c. i, De sepulturis, III, 6, in "Extravag. Comm.). La decretale nel suo testo e contesto è anche una condanna implicita della c.

La condanna ottenne il suo effetto, perché per secoli non si hanno più tracce di nuovi abusi.

Sarà l'atteggiamento decisamente anticristiano dei cremazionisti odierni e dei loro sodalizi pro-c. che susciterà per un fatto, in sé non strettamente legato con la dottrina, l'avversione dei credenti e le esplicite condanne delle Chiesa.

Le origini del moderno movimento per la c. si vogliono ricollegare con la Rivoluzione del sec. xvili. Vi fu infatti un progetto di legge al Consiglio dei Cinquecento (11 nov. 1797), per ottenere che fosse resa facoltativa la c., ma la cosa fu respinta. I tentativi saranno però ripresi più tardi nei vari Stati europei e con un certo successo.

La massoneria ha molte responsabilità al riguardo. Pur non potendosi, per insufficenza di prove, imputarle la genesi di tale movimento, è certo che lo ha favorito in tutti i modi per spirito soprattutto anticlericale, curando di dargli quel carattere di indipendenza e di spirito di libertà di pensiero, di svincolamento da tradizioni re-
ligiosc, che è stata la causa principale delle condanne della Chiesa.

Il vero lancio dell'idea cremazionista si ebbe in Italia nel 1857 ad opera di Ferdinando Coletti, un medico, che fu seguito da vari colleghi; e nel 1867 formava oggetto di una proposta parlamentare non ammessa però alla lettura, ad iniziativa dell'on. Salvatore Morelli, celebre divorzista. Ma le proposte ripetute ebbero successo col decreto del 1874 , il cui art. 67 permette la c., come cosa tuttavia eccezionale : da cosa eccezionale, grazie alla propaganda ed alle pressioni di una trentina di società cremazioniste, sorte nel frattempo, passava ad essere facoltativa con decreto del 1892.

Dopo il suo quarto d'ora di fortuna nel secolo scorso la c. è oggi in regresso in Italia.

Negli altri paesi gli inizi della campagna cremazionista si ebbero pure nel secolo scorso, e quasi dappertutto risulta il carattere storicamente antireligioso della c.

La c. trovò traccia anche nelle altre legislazioni: fu ammessa in Francia (1887), in Belgio (1932), nella Spagna rossa (1932), nel Portogallo (1910), in Danimarca (1892), in Cecoslovacchia (1919), in Inghilterra (1902), Finlandia (1926), Austria (1922), in molti degli Stati dell'America del nord, nell'Argentina (1886) ecc. All'avanguardia della pressi cremazionista sta forse la Svezia, seguita dalla Norvegia, Svizzera (dove la legge in proposito è cantonale) e Germania.

La Chiesa protestante si è mostrata in proposito molto conciliante, avversa invece la chiesa "ortodossa", e più di tutte la Chiesa cattolica. Ma non già per partito preso.

Difatti proprio in questo secolo la Chiesa dava prova di tolleranza in materia con i neofiti dell'India, permettendo ai suoi ministri di rimanere passivi, pur senza approvare, di fronte a casi di c. di cadaveri di cristiani, promossa da parenti pagani per ragioni di prestigio di casta. E ciò per non porre ostacoli alla loro conversione (Collectanea S. Congr. de Propaganda Fide, n. 1626-27, sett. 1884).

Intransigente invece si mostrò per opposte ragioni di fronte ai cremazionisti dei paesi cattolici nei quali era evidente il proposito di scristianizzare.

Nel 1^{°} documento che è della S. Congregazione del S. Uffizio in data 19 maggio 1886 la Chiesa condanna la c. come un detestabile abuso, proibisce di destinare per testamento o convenzione con le società di c., o comunque, il proprio cadavere alla c., o di far cremare quello degli altri; proibisce di appartenere a società cremazioniste, che, se affiliate alla massoneria, soggiacciono alle pene ecclesiastiche comminate contro quest'ultima (Acta Sanctae Sedis, 19 [1886], p. 46). Il 15 dic. dello stesso anno usciva un altro decreto della medesima Congregazione, che interdiceva ai sacerdoti l'accesso al forno crematorio per compiervi i riti sacri, pur permettendoli, nella casa del defunto o in Chiesa, qualora la c. avesse luogo per volontà dei superstiti. Ché, se la c. avviene per destinazione del defunto, mantenuta fino alla morte, egli è privato della sepoltura ecclesiastica.

Sorgevano in seguito a questi decreti molte questioni morali relative ai Sacramenti, ai suffragi ed alla cooperazione; questioni che venivano affrontate nel decreto del S. Uffizio del 27 luglio 1892. Con questo si interdiceva di amministrare i Sacramenti ai fedeli che senza essere massoni, avevano optato per la c. e non volevano ritrattarla anche in seguito ad ammonizione; e si proibiva di applicare per loro pubblicamente la Messa in caso di decesso; si dichiarava illecita, pena l'interdizione dei Sacramenti, la cooperazione alla c., fatta con l'animo di trasgredire il precetto ecclesiastico, pur tollerandosi la cooperazione materiale, qualora venisse tolto dalle cerimonie per la c. qualsiasi segno di aderenza alla setta massonica o di ostilità alla Chiesa (Collectanea S. Congr. de Propaganda Fide, n. 1808).

Coerente a questi principi sulla cooperazione è

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l'istruzione del S. Uffizio del 3 ag. 1897, con cui rispondendosi alla superiora delle suore "a Matre Dolorosa", si tollerava, se eseguito dietro ordine espresso del medico, l'incinerimento di membra amputate, pur raccomandandosi, se possibile, la sepoltura in luogo benedetto (deta Sanctae Sedis, 30 [1897] p. 630).

Il codice di diritto canonico ritiene i principi e le sanzioni dei prodotti decreti, ed alla loro luce vanno interpretati i canoni relativi. Il can. 1203 § i prescrive il seppellimento dei cadaveri, riprova la c. e dichiara irrita la volontà del defunto, che avesse lasciato mandato in qualsiasi maniera per la c. del suo cadavere, interdicendo la cooperazione alla c. stessa a norma del decreto del 1892. E questa irritazione della volontà del defunto l'unico elemento nuovo della legislazione canonica.

La pena per chi, in qualunque modo, abbia dato disposizione che venga cremato il proprio cadavere, e non l'abbia ritrattito, è a norma del can. 2291 n. 5 e 1240 § i n. 5, la privazione della sepoltura ecclesiastica, e quindi, a norma del can. 1204, dell'accompagnamento alla Chiesa, delle esequie e della deposizione in luogo sacro.

Conseguentemente il defunto sarà privato di qualunque messa esequiale, anche anniversaria (can. 1241).

La privazione della sepoltura ecclesiastica rimane in vigore come pena, anche se la c. di fatto non sia eseguita, qualora risulti che il defunto abbia perseverato fino alla morte nel suo proposito di c.

Qualora sia dubbia questa volontà la sepoltura ecclesiastica non viene interdetta. Cosi non viene proibita, se la c. è eseguita contro la ritrattazione dell'autore o senz'altro contro qualsiasi precedente volontà del defunto; ma occorre allora prevenire lo scandalo, il che potrà ottenersi anche rendendo pubblica la vera volontà del defunto, e occorre ancora seppellire le ceneri, a modo di inumazione di cadavere.

L'accompagnamento di un cadavere al forno crematorio può riguardarsi non come un atto di religione, ma come un dovere di civili onoranze e sotto questo aspetto, anche se ci fosse il ministro acattolico, a norma del can. 1238 § 2 sarà lecito.

Se, negato la sepoltura ecclesiastica, si è chiamato un ministro acattolico, chi lo ha fatto è sospetto di eresia e non può essere ammesso ai Sacramenti, se non dopo aver riparato lo scandalo (risposta del S. Uffizio al vescovo di Lina, 25 febbr. 1926; AAS, 18 [1926], p. 282).

Le società di c. sono certamente proibite, ma non sub censura a meno che non siano affiliazioni della massoneria. Anche gli acattolici, a norma del c. 12 , sono tenuti ad osservare le leggi della Chiesa sulla c.

Nel giugno del 1926 un'istruzione del S. Uffizio gettava l'allarme su una ripresa della c., richiamando quasi letteralmente i decreti del 1886 e ribadendo ancora una volta la dottrina della Chiesa.

E opportuno però rilevare, a scanso di equivoci, che si è nel campo puramente disciplinare e rituale: se le circostanze lo richiedessero, la Chiesa potrebbe, senza contraddirsi, cambiare disposizioni. E anche oggi non trova nulla a ridire, qualora la c. sia richiesta in circostanze straordinarie, come guerra, epidemie ecc. per una certa e grave ragione di bene pubblico, come non trovò nulla a ridire in passato contro la pena di morte, applicata per c.

Oltre i motivi religiosi, contro la c., sta un grave argomento di indole sociale, tratto dalla medicina legale, che ha tra i suoi oggetti di studio, il cadavere umano, anche per qualche tempo dopo il suo seppellimento, in seguito ad una morte, che possa apparire violenta o delittuosa. Ora la c. distrugge con il cadavere una delle eventuali prove del delitto; è dunque anche socialmente pericolosa per una maggiore sicurezza data al delitto.

Bib.: B. Biondelli, La c. dei cadaveri umani esaminata nella sua ragione morale, religiosa e politica, Milano 1874; J. Matteucci, La c. dei cadaveri, combattuta nei suoi rapporti storici, chimici, sociali e religiosi, Bologna 1875; A. Guidini, La c. dei cadaveri nei rapporti igienici e morali, Milano 1875; A. Cadet, Hygiène, Inhumation, crémation ou incéndration des corps, Parigi 1878;

A. Rota, E ammissibile la c. dei cadaveri? Scritti contro la c., Venezia 1882; A. Chollet, La crémation, in Revue des sciences ecclésiastiques, 54 (1886), pp. 981 sgg.; A. Bosi, Inumazione e c. dei cadaveri, Padova 1886; E. Valton, s. v., in DThC, III, coll. 2310-23; J. Besson, Incinération, in DAFC, II, coll. 628-44; H. Leclercq, Incinération, in DACL, VII, coll. 502 308; E. P. Regatillo, Crematio cadaverum, in Sal Terrae, 17 (1928), pp. 706-13; C. S., De crematione corporis humani, in Periodica de re mor. can. III., 18 (1929), pp. 62-82; E. Vossen, De inhumatione, in Collationes Namurcenses, 26 (1932), pp. 349-62; V. Delpiaz, De cadaverum crematione, in Apollinaris, 17 (1934), pp. 246-54; F. Abba, La c., Torino 1936; N. Jung, Crémation, in DDC, IV coll. 727-62; E. Righi-Lambertini, De cettis cadaverum crematione..., Verengano inf. 1948, Pietro Palazzini

Medicina. - A favore della c. sono portati, dai fautori, argomenti d'indole storica, tecnica, igienica, sociale, politica e religiosa. In particolare :
I) L'aggravarsi del problema della sistemazione dei cadaveri nelle sempre più vaste necropoli annesse alle città, crescenti per il fenomeno dell'urbanesimo : così, p. es., mentre nel 1870 il cimitero del Verano a Roma occupava un superhoe di 15 ettari, attualmente le aree cimiteriali complessive della città (Verano, Flaminio) e del suburbio coprono ca. 100 ettari. 2) La difficoltà pratica di sistemare il camposanto in condizioni di ubicazione e orientazione tali da riuscire veramente non dannoso alla falda idrica sotterranea per le infiltrazioni nel sottosuolo o in rapporto alla direzione delle correnti atmosferiche dominanti, destinate a convogliare in direzione opposta all'abitato le esalazioni miarmatiche. Quantunque i competenti abbiano chiaramente dimostrato che un cimitero impiantato con tutte le regole dell'igiene non porta alcun danno al vicino abitato, bisogna riconoscere che praticamente non è facile risolvere il problema in maniera soddisfacente e son ben pochi i cimiteri non criticabili dal punto di vista igienico. Però, sia le ragioni addotte dal punto di vista dell'ingombro spaziale sia quelle d'indole igienica, se possono apparire a prima vista di notevole importanza, praticamente si rivelano non preoccupanti. Gli stessi cimiteri hanno una loro vita relativamente breve; pochi anni, al massimo una diecina, compiono nei morti quell'incenerimento che la fiamma produrrebbe in pochi istanti; la vita prepotentemente avanza e mentre la storia mostra che molte città sorsero e molti nuovi fertili campi furono conquistati dall'aratro, dove già i nostri avi trovarono pietosa sepoltura, non ha mai parlato di necropoli che soffocarono o inghiottirono città di viventi. Del punto di vista igienico è dimostrato l'ottimo potere filtrante esercitato dalla terra sui germi patogeni più pericolosi (vaiolo, coleta, tifo, ecc.); è dato d'osservazione che, ogni qualvolta scoppia un'epidemia, le fonti del contagio e della diffusione partono dai vivi e non dai morti; che non si assisté mai a risvegli di vecchie epidemie quando, nel periodo di sviluppo urbanistico del sec. xix, i vecchi cimiteri furono travolti dal sorgere e dal dilatarsi dei nuovi abitati.

Bibl.: Documentation catholique, 23 (1930, 1), coll. 13631406; L. Maccone, Storia documentata della c. presso i popoli antichi e moderni, con speciale riferimento all'igiene, Bergamo 1931; E. Righi-Lambertini, C. o inumazione?, in La scuola cattolica, 1946, II, p. 132 sgg.; III, p. 205 sgg.; 1947, 1, p. 28 sgg. Giuseppe de Ninno

CREMISINI, Antonio. - Scrittore ascetico, n. a Poggio Nativo (Rieti) il 13 giugno 1792, m. a Roma il 27 ott. 1875. Entrò nella Congregazione della Missione a Roma nel 1809. Fu insegnante di teologia, superiore del collegio Alberoni a Piacenza, poi visitatore provinciale di Roma.

Scrisse varie operette ascetiche di carattere prevalentemente mariano, tra cui : Il divato di Maria (Torino 1855); Le trenta figure di Maria e i trenta principali suoi divati dei primi secoli della Chiesa (ivi 1857); Il perfetto mese mariano (Piacenza 1857); Il tesoro dei divati di Maria (ivi 1857); e poi ancora vite di s. Giuseppe, di s. Anna, di s. Gioacchino, ecc.

Bibl.: Notices bibliographiques sur les écrivains de la Congrégation de la Mission, Angoulème 1878, pp. 84-89.

Annibale Bugnini

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CREMONA, diocesi di. - In Lombardia, sulla sinistra del Po, suffraganca di Milano, e capoluogo di provincia (superfice 943,8 \mathrm{kmq}.). Già colonia romana fondata nel 218 a. C., e centro di resistenza dell'esercito romano contro Annibale, C. divenne municipio nel 90 a. C. Dopo la morte di Cesare e la vittoria di Ottaviano su Antonio, il territorio di C. fu diviso dal conquistatore tra i suoi veterani (40 a. C.). Nella lotta tra Vitellio e Vespasiano ( 69 d. C.), la città fu distrutta, ma risorse nuovamente per volere del vincitore. Caduto il regno gotico, fu presidiata dai Bizantini nella seconda metà del sec. vi finché cadde nelle mani di Agilulfo, re dei Longobardi (603). C. riprese la sua vita sotto il regime dei vescovi nel periodo carolingio e poi anche sotto gli Ottoni, che conferirono loro poteri di sovranità temporale, il che segnó l'inizio di lotte politiche tra i vescovi e il popolo, finite nel rog8 con la costituzione del comune libero. Nella lotta tra Comuni e Impero, C. seguì quest'ultimo e divenne una cittadella del ghibellinismo, favorita da Federico Barbarossa e Federico II. Nell'ultimo medioevo conobbe la signoria
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Cremona - Interno della chiesa di S. Pietro (sec. xvi).
ieri cremonesi al difetto dei documenti hanno sostituito congetture, inventato nomi, falsificato atti di epigrafi, riuscendo a presentare una lista di vescovi con gli anni del loro episcopato, rivelatasi inconsistente in seguito a studi più recenti (p. es., L. Cavitelli, A. Campo, B. Rossi, A. Dragoni, G. Bresciani; cf. Savio, op. cit. in bibl., pp. 1-30).

Nomi celebri si trovano nella serie dei ca. 80 vescovi che hanno governata questa Chiesa. Fra gli altri s. Silvino (metà ca. del sec. viri), Liutprando (v.), ambasciatore di Otione II a Costantinopoli e il più importante storico del sec. x, Sicardo ( 1185-1215, v.), cronista, canonista, liturgista; Cacciaconte da Somma ( 1261 ), che costrui il campanile della cattedrale; Bartolomeo Capra (1405-12), segretario di Innocenzo VIII; gli influenti e potenti cardd. Ascanio Sforza (1488-1505, v.), Pietro (1524-1529) e Benedetto Accolti (1529-29), Niccolo Sfondrati ( 1560 -90), cardinale e poi papa con il nome di Gregorio XIV, il nipote Paolo Sfondrati ( 1607 -10), Cesare Speciano, già segretario e agente di s. Carlo Borromeo in Roma, più volte nunzio pontificio alle corti degli Asburgo; ultimamente Geremia Bonomelli (1871-1914).

La Chiesa cremonese è stata illustrata dalla santità di alcuni suoi figli: Omobono (v.), il mercante santo del sec. xir, Antonio M. Zaccaria (v.), un santo della restaurazione cattolica del sec. xvi, fondatore della Congregazione dei Chierici regolari di S. Paolo apostolo (Barnabiti). Altri santi hanno eletto C. loro seconda patria : Facio di Verona e Alberto da Villa d'Ogna (v. BERGAMO). La città è stata posta sotto il patrocinio di s. Imerio, vescovo di Amelia, essendo state qui trasferite nel sec. x le sue reliquie.

La diocesi di C., un tempo assai più vasta, vide dismembrato il territorio dell'alto cremonese nel 1579 per la costituzione della diocesi di Crema, e dell'oltre Po, aggregato alla diocesi di Fidenza nel 1601 . Estende il suo territorio, oltre che nella provincia omonima, anche nelle province di Bergamo, Mantova e Milano, ripartito in 25 vicariati e in 234 parrocchie, con una popolazione di ca. 400.000 ab . Il clero diocesano conta 446 sacerdoti secolari e 51 regolari. Il seminario, la cui fondazione risale al 1565 , è fornito di una ricca biblioteca con un notevole fondo di manoscritti e di incunaboli ed un museo d'arte. In città ed in diocesi esplicano le loro attività vari ordini e congregazioni religiose : i frati Minori francescani, i Cappuccini, i Camilliani, i Barnabiti, i Missionari di S. Francesco Saverio di Parma, i Fratelli del pio Istituto di S. Giuseppe, le monache della Visitazione e 30 congregazioni di suore con 165 case religiose.

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Fino all'epoca della soppressione giuseppina e poi della napoleonica, in C. sono fiorite varie comunità religiose con chiese, conventi e ospedali. Insigni i monasteri di S. Lorenzo, dei Benedettini (sec. x); di S. Pietro al Po (sec. xi), prima dei Benedettini, poi aggregato alla Congregazione dei Canonici Lateranensi; di S. Agata, fondato nel 1077, dei Canonici Ospitalieri, prima secolari poi regolari, canonica autonoma, arricchita di prerogative giurisdizionali e di privilegi onorifici, trasformata nel 1464 in prepositura e collegiata secolare e nel 1789 assoggettata alla giurisdizione vescovile.

La cattedrale è il più insigne monumento d'arte e di pietà dei cremonesi. Dedicata alla b. Vergine Assunta, e ai ss. Imerio e Omobono, patroni della città, accoglie mirabili opere di ogni tempo e di ogni periodo dell'arte, risultante di un insieme di gotico e di romanico in una riuscitissima armonia di linee, di luci e di colori. Iniziata la fabbrica nel 1107, elevata a forma basilicale, fu trasformata poi nell'attuale forma a croce latina. La facciata principale è ornata di un maestoso protiro e loggetta con le statue della Vergine e dei santi patroni; avanti corre un portico di intonazione bramantesca, che i cremonesi chiamano "Bertazzola». I migliori pennelli cremonesi ed altri del sec. xv sono stati chiamati ad ornare l'interno della cattedrale. La maestà del Redentore, del Boccaccino, campeggia nell'abside, che ha al centro la grande pala dell'Assunta del Gatti; una serie di 34 quadri frescati sul fascione della navata maggiore e sulla parete di fondo, del presbiterio e del coro, illustrano la vita della Madonna e vari episodi della vita, passione e morte di Gesù, dovuti a B. Boccaccino, G. F. Bembo, A. Melone, G. Romanino, G. A. Corticelli detto il Pordenone, del quale è la Crocifissione, grande affresco che occupa tutta la parete di fondo, B. Gatti, Antonio e Giulio Campi, G. Diotti del secolo scorso. Istoriografie di santi nei pannelli dei pulpiti dell'Omodeo, e nell'arca dei SS. Marcellino e Pietro del Briosco. Una serie di 12 grandiosi arazzi fiamminghi, illustranti la vita di Sansone, appesi alle colonne, completano mirabilmente la decorazione del tempio. Affiancano la cattedrale il battistero, del sec. xit, con grande cupola ottagona di stile romanico, e il torrozzo (campanile) elevato nel sec. xit, coronato da graziosa ghirlanda, che termina in agilissima guglia, raggiungendo l'altezza di m. 112.

Altri insigni monumenti d'arte sono: le chiese di S. Pietro al Po, S. Michele Vecchio, S. Abbondio, S. Agostino, S. Agata. Il tempio di S. Sigismondo nel sobborgo omonimo, oretto da Bianca M. Visconti nel 1463, frescoio da C. Boccaccino, Antonio, Bernardino, Giulio, Galeazzo Campi, B. Gatti: buone tele agli altari; a fianco del tempio il chiostro, già sede dei monaci di S. Girolamo, ora casa per gli esercizi spirituali. Da segnalare ancora in diocesi le chiese di Casalmaggiore, Castelleone, Soncino, Rivolta d'Adda; i santuari mariani di Caravaggio (v.), di Castelleone e di Casalmaggiore. - Vedi tav. I.I.

Bisc.: P. Merula, Santuario di C., ivi 1627; E. Sanclementi, Series critico-chronologica episcoporum Cremouensium, ivi 1814; L. Manini, Memorie storiche della città di C., 2 voll., ivi 1819; F. Aporti, Memorie di storia ecclesiastica cremouese, 2 voll., ivi 1835; A. Grandi, Descrizione della provincia e diocesi di C., 2 voll., ivi 1846; F. Robolotti, Documenti storici letterari di C., ivi 1847; id., Repertorio diplomatico cremouese, ivi 1878; C. Girondelli, Serie critico-cronologica dei vescovi di C., ivi 1887; L. Lucchini, Storia della citidità diffusa dai Benedettini nel cremouese. Illustrazione delle abbazie di S. Lorenzo e di S. Agata ed altre, ivi 1888; L. Asteqiani, Codex diplomaticus Cremoues, in Monumenta historiae patriae, 2 voll., ivi 1895; P. Fr. Kehr, Italia Pontificia, VI, 1, Berlino 1913, pp. 250-306; A. Berenzi, Storia del sanitario vescovile di C., ivi 1925; Lanzoni, pp. 944956; E. Signori, C., in Italia artistica, Bergamo 1928; C. Bonetti, L'atto di fondazione del monastero di S. Lorenzo, in Bollettino storico cremouese, 1931; A. Cavalcabò, Gli abati benedettini di S. Pietro al Po; id., La famiglia del vescovo Sicardo; id., I primi abati lateranensi in S. Pietro al Po, in Bollettino storico cremouese, 1931; F. Savio, Gli antichi vescovi d'Italia, La Lambardia, II, 2* ed., Bergamo 1932, pp. 1-143; A. Zavoglio, S. Ambrogio e Cremon, in Bollettino storico cremouese, 1941; Cottineau, I, coll. 913-16.

Felice Zanoni
CREMONINI, Cesare. - Filosofo, n. a Cento nel 1550 o 1552, m. nel 1631. Dopo aver insegnato
a Ferrara, fu collega di Galileo all'Atenco padovano, dove riscosse tale stima da ricevere uno stipendio doppio in confronto del pisano. Il C. fu detto l'ultimo grande aristotelico italiano, ma in realtà la sua posizione dottrinale non si lascia definire cosi semplicemente. Pur professandosi strenuo seguace dello Stagirita tanto da non voler entrare il cielo con il telescopio per non vedere contraddetto il sistema astronomico del filosofo, ondeggiò sempre tra l'interpretazione alessandrina e l'averroista.

Anche l'ortodossia del C. è assai discutibile; egli si difende bensì asserendo di riferire soltanto l'opinione altrui, ma sembra aver cosi agito unicamente per sfuggire alle condanne in cui era già incorso il Pomponazzi, il cui spirito è spesso vivo ed operante nelle sue teorie. Una delle sue opere tuttavia, la Disputatio de coelo, fu messa all'Indice (decreti : 15 genn. 1622; 3 luglio 1623). Dando al mondo un'anima, principio eterno della sua esistenza, sembra negare il dogma della creazione e conseguentemente ignorare la Provvidenza. Anche il libero arbitrio è salvato a strato, ammessa la fatalità degli influssi siderali sotto cui si nasce e dai quali ci si libera soltanto con sforzo di volontà. Dell'anima il C. scrive essere impossibile ut sit anima et non sit in corpore e tuttavia ne vuol salvare l'immortalità.

L'interpretazione meno benigna da noi data alle teorie del C. pare confermata dall'assioma a lui caro e che chiarisce molte sue ambiguità : intus ut libet, foris ut moris est.

Bisc.: opere principali : Explanatio proèmii librorum Aristotelis de physico auditu (Padova 1596); Disputatio de coelo (Venezia 1613); De calido innato et semine (Liana 1834); Trastatus tres: de sensibus externis, de sensibus internis, de facultate appetitiva (ivi 1644). Molte delle opere del C. permangono tuttore inedite. Letteratura: D. Berti, Di C. C. e della sua controversia conl'inquisizione di Padova e di Roma, Roma 1878; L. Mabilleau, Etude historique sur la philosophie de la Renaissance, Parigi 1881; A. Favaro, C. C. e lo studio di Padova, Venezia 1883; J. R. Charbonzal, La pensée italienne au XVIe siècle et le courant liberien, Parigi 1919, p. 220 sgg; R. Hönigswald, Denker der italien, Renaissance, Basilea 1928.

Felicissimo Tinivella
CREPITACOLO. - Dal latino crepitaculum, crepitacillum : giocattolo di legno che agitato produce rumore. E detto anche bàttola, tabella o raganella. I tipi più comuni sono: a cilindro dentato e a martello di legno. Il c. si usa nella liturgia dal Giovedi al Sabato Santo in sostituzione delle campane. Il Messale romano prescrive che per il Mandatum si dia il "signum cum tabula" e il Messale ambrosiano che al Venerdí Santo si dia "signum Vesperarum cum crotalo seu tabula lignea". Il Memoriale rituum prescrive di tener pronto un crotalum (v. cnocali) per convocare il popolo e per dare il segno dell'Angelus (tit. IV, I, n. 9; v, I, n. 5; VI, I, n. 12). A questo scopo si trovano spesso grandi c. sulle torri campanarie; nelle chiese e nelle case religiose si usano c. portatili per dare negli ultimi giorni della Settimana Santa i segni durante le cerimonie e per gli esercizi di comunità.

Notizie storiche. - Due pezzi di legno battuti l'uno contro l'altro costituiscono uno degli strumenti più primitivi per dare segnali. Dall'Oriente antico tali strumenti passarono direttamente all'uso cristiano. La Regola di s. Pacomio, p. es., come parla di una "tuba" per convocare i monaci (cap. x), cosi fa menzione altrove di c. e di martelli lignei (Regula s. Pochomi, capp. 16, 35, 72 : PL 49, 277, 281; 285, 290; cf. anche De vitis patrum, III : ibid., 73, 977; Palladio, Historia lausisica, 104 : ibid., 1192). Nella Regola di s. Benedetto è più volte parola di un signum senza che si possa determinare se si trattasse, allora, di c. di legno ovvero di un campanello. Certo è però che, secondo diversi libri consuetudinari medievali, perdurava l'uso dei c. nei monasteri benedettini, come la sveglia mediante il malleo, la convocazione dei monaci al settimanale pedilacium,

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ecc. (cf. E. Martène, De antiquis Ecclesiae ritibus, IV: De antiquis monachorum ritibus, Anversa 1744, passim; Br. Albers, Consuetudines monasticae, II, Montecassino 1905, passim). Dai monasteri l'uso dei c. passò alle basiliche e chiese. L'Ordo romanus, I (secondo il Mabillon, xir, secondo l'Andrieu) prescrive che non si suonino le campane dal Mattutino della feria V fino al Mattutino del Sabato Santo (n. 29: PL 78, 951); ora Amalario, profondo conoscitore degli usi romani, attesta che durante questi giorni si convocava il popolo con segnalazioni mediante strumenti di legno (Liber officinlis, II, ed. a cura di I. M. Hanssens, Città del Vaticano 1949, p. 470). Dal detto di Amalario risulta che tali segnalazioni erano un uso romano antico, rimasto vivo, unitamente a tante altre consuetudini, nel Triduo Sacro; anche la «Roma iunior» (Costantinopoli) usava i c. «propter vetustatem» (Amalario, loc. cit.). Le chiese orientali introdussero le campane assai tardi, conservando invece l'uso antico dei «legni sacri» ( σ \dot{α} μ α ν τ ρ α ). Si legge, p. es., negli Atti del II Concilio di Nicea (787): "cum appropinquasset sanctae civitati alnurn cadaver [del martire Anastasio], notum factum universae civitati, et letitia magna repleti sunt omnes. Et surgentes, sacraque ligna percutientes ( τ \dot{α} τ ε ízpá ξ \dot{α} λ α σ η μ α \dot{α} ν α v τ ε ς ) congregaverunt semetipaus in venerabilissimo templo Dei Genitricis" (Mensi, XIII, p. 22). Nei monasteri del monte Athos i semantri non sono venuti mai in disuso.

Sul simbolismo dei c. e del loro suono si diffondono ampiamente i liturgisti medievali: Onorio d'Autun (Gemma animae, III, 88: PL 172, 666), il Beleth (Divinorum officiorum explicatio, 100: ibid., 202, 105), Sicardo di Cremona (Mitrale, VI, 11 : ibid., 213, 297) e soprattutto Durando nel suo Rationale divinorum officiorum (VI, 72).

L'uso delle varie specie di bàttole e raganelle ben presto divenne, specialmente nelle mani dei ragazzi, una caratteristica delle celebrazioni folkloristiche nella Settimana Santa (v.).

BibL.: Acta Ecclesiae Medialanensis, II, Milano 1890, col. 1573; A. Rocca, De campanie commentarius, in Opera omnia, I, Roma 1719, p. 151 sgg.; G. Catalani, Sacrarum caeremoniarum sive ritume ecclesiasiciorum S. Romanae Ecclesiae libri tres, ivi 1751, p. 165 sgg.; B. Gavanti-G. Merati, Thesaurus sacrarum rituma, I, Venezia 1762, pp. 273, 278; L. Eisenhofer, Handbuch d. hath. Liturgik, I, Friburgo in Br. 1932, pp. 391-92; si veda anche J. Smits van Wassberghe, Chant grégorien et castagnettes, in Revue du chant grégorien, 18 (1932), pp. 39-47; 84-88; 111-14; id., Un dernier mot sur les tabulae du moyen âge, ibid., 129 (1953), pp. 88-91; J. Jeannin, Qu'étaient les tabulae dont parlent les liturgistes du moyen âge, ibid., 1932, pp. 139-46, 173-77; ibid., 1933, pp. 15-21, 50-56.

Giuseppe Lów
CREPUSCOLARE, POESIA. - Il movimento dei poeti «crepuscolari» (l'appellativo fu usato per la prima volta da G. A. Borgese), oltre a immediati moventi di natura estrinseca e libresca, sorse da interiori esigenze. Incapaci di germinare una poetica originale, i crepuscolari derivarono le loro forme, per lo più, dal D'Annunzio del Poema paradisiaco e dai decadenti francesi. Discutibile la derivazione pascoliana.

Una sterile rassegnazione, un ambiguo misticismo, uno scettico sentimentalismo, nel quadro delle tenui cose e dei piccoli ideali borghesi, costituiscono la nota dominante di questa poesia, che può apparire la desolata liquidazione della grande stagione poetica dell'Ottocento. Gli esponenti più rappresentativi ne furono Sergio Corazzini (n. nel 1887, m. nel 1907), Fausto Maria Martini (n. nel 1886, m. nel 1931), Guido Gozzano (n. nel 1883, m. nel 1916), Aldo Palazzeschi (n. nel 1885), Corrado Govoni (n. nel 1884); Marino Moretti (n. nel 1885).

Nella sua breve vita, caratterizzata dalla tisi e dalla poesia, il Corazzini, superata l'esperienza del D'Annunzio, ricercò nell'intimo e trovò talvolta una poesia rassegnata e dolorante, dal fascino di una sommessa musicalità. In F. M. Martini, invece, la coscienza di una crisi e la conseguente esigenza sboccarono nell'avventura di
un viaggio in America, e poi in multiformi esperienze letterarie. Guido Gozzano (v.) accentua ed unisce nella sua produzione poetica i pregi e i difetti del crepuscolarismo, i cui motivi fondamentali vi sono spesso divagati da eterogenee ambizioni; negli ultimi anni tornò alla fede, placandovi la sua insoddisfazione.

Negativa, in generale, dal punto di vista etico, la p.c. si rivela arte di transizione, in cui è sottintesa l'aspirazione a nuove forme e a nuove idealità.

Bibl.: G. A. Borgese, P. c., in La vita e il libro, 2^{°} serie, Torino 1911, p. 149 sgg.; A. Rinaldi, I Crepuscolari, S. Maria Capua Vetere 1924; P. Penerazi, Scrittori italiani del Novecento, Bari 1934, pp. 1-13; G. Spagnoletti, Il cammino della poesia contemporanea, I, ivi 1946, pp. 33-80; G. Petronio, Poesia e poetica dei crepuscolari (Quadrini di poesia, 9), Milano 1949, pp. 62-90.

Romano Romant
CRESCAS, HASDAJ. - Filosofo giudeo antiaristotelico, n. a Barcellona nel 1340; m. a Saragozza nel 1412. Godette i favori della corte di Aragona, specialmente di Juan I e della regina, che lo protesse durante la persecuzione dei Giudei del 1391, in cui perdette l'unico suo figlio.

Il C. compose una vasta opera anticristiana in spagnolo, pervenuteci in una parziale traduzione ebraica.

Più importante è l'opera 'Or 'Adhōnuj, "La luce del Signore" (Ferrara 1556). Nei suoi scritti il C. si scaglia contro l'aristotelismo dei filosofi giudaici contemporanei, e particolarmente contro Maimonide e gli avarroisti.
ibL.: N. A. Wolfson, C. Critique of Aristoteles, Cambridge Mass. 1931 (con ampia introduzione).

Angelo Perna
CRESCENTE. - Discepolo di s. Paolo, ricordato in II Tim. 4, 10. Il nome latino Crescent (Tacito, Hist., I, 76, nome di un liberto di Nerone; Annal., XV, 11, di un centurione), grecizzato in Kpí α ν ε ς, fa pensare ad un personaggio d'origine latina; ma ciò non si può accertare, dato che l'unica notizia che si ha di lui è quella del testo citato di I I Tim. Da questo si è informati che C. si trovava con Paolo per un certo tempo della seconda prigionia romana, poi se ne allontanò, certamente per una missione affidatagli dall'Apostolo. Infatti C. è abbinato con Tito, che è andato in Dalmazia, e ben distinto da Demade, che, "per amore di questo secolo", ha lasciato Paolo per andarsene a Tessalonica.

Si discute se meta del viaggio di C. sia stata la Galazia (v.) o la Gallia : importanti codici (SC, vari minuscoli, Amiatino per la Volgata) hanno T α λ λ i α α in luogo di Γ α λ α τ i α α. Anche conservando la lezione comunemente ammessa, resta che i termini Γ α λ α τ i α e Γ α λ α \dot{α} τ α hanno, presso gli scrittori greci fino al sec. II d. C., pure il significato di Gallia e Galli. S'agginna che il "monumento d'Ancira" avvicina la Gallia ( Γ α λ α τ i α ) alla Spagna e alla Dalmazia, fornendoci così un parallelo interessante con il testo che parla della missione di C. Una tradizione tardiva fa di C. uno dei settantadue discepoli, fondatore della chiesa di Vienna in Gallia (cf. Chronicon Paschale: PG 92, 609); mentre le Constitui, apostoli, VII, 46 (PG 1, 1056) gli assegnano come campo di lavoro la Galazia. I Greci lo commemorano il 30 luglio, il Martirologio romano il 27 giugno.

Bibl.: L. Duchesne, Postes épiscopaux de l'ancienne Gaule, I, Parigi 1814, pp. 151-55; Th. Zahn, Einleitung in das Neue Testament, I, 3^{e} ed., Lipsia 1906, p. 418 sg.; Anon., Crescent, in DB. II, col. 1111; C. Spicq, Les épîtres pastorales, Parigi 1947, p. 301 sg.

Teodorico da Castel San Pietro
* { }^{\text {ma }} CRESCENTE. - Filosofo cinico romano del secolo II. Parolaio, immorale ed avido di denaro, amante più del plauso popolare che della verità, fu un accanito nemico dei cristiani che combatteva pur senza conoscerne pienamente la dottrina, tacciandoli di ateismo ed empietà. In pubbliche dispute con s. Giustino fu facilmente convinto di ignoranza e di vanità, ma C. si vendicò dello scacco su-

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(Ist. Ens. Cati.)
Crescenzi - Torre dei C. (sec. xi) - Roma.
bito accusando al prefetto di Roma il suo avversario che fu condannato a morte (ca. 165).

Bibl.: Giustino, II Apol., 8; Eusebio, Ilist. eccl., IV, 16; P. De Labriolle, La réaction palenne, Parigi 1034, pp. 63-68. Agostino Amore

CRESCENZI, famiqLIA. - Insigne casato romano che primeggiò tra la metà del sec. x e il principio dell' xi nelle vicende della città, partecipando successivamente, con i suoi rami degli Stefaniani e degli Ottaniani, anche a quelle della Sabina e della Marittima.

In un placito del 902 presso S. Pietro compaiono insieme tra i giudici laici un Teofilatto e un Crescenzio, i capostipiti delle due famiglie che si succedono poi nel predominio su Roma e nello stesso papato. E Crescenzio fu dei maggiorenti che fecero corona al senator omnium Romanorum, Teofilatto. Egli ricompare, benché il divario d'anni non possa darne assoluta certezza, in un altro placito, tenuto dal princeps Alberico, quarant'anni dopo. Poi, per molti anni, nei documenti non c'è traccia della famiglia. Ma da quel Crescenzio dovettero discendere due rami : rappresentato l'uno da Giovanni, marito della figlia di Teofilatto, Teodora II, e padre a sua volta di un altro Giovanni, di Teodora III, di Crescenzio de Theodora, di Marozia II, e di Stefania; l'altro da Crescenzio a caballo marmoreo, padre di Teodoranda, che fu sposa del conte della Campagna, Benedetto, seguace di Alberico II.

Secondo Lnutprando, Crescenzio a caballo marmoreo, cioè del Quirinale, ove presso il gruppo statuario dovette avere le sue case, compare in un'assemblea convocata nel 963 da Ottone I per giudicare il fuggiasco pontefice teofilattiano, Giovanni XII. Una rivalità in-
sorta con la maggiore famiglia aveva tratto i C. a schierarsi col partito imperiale. Il casato innalzò la sua potenza; riuscì, nel 965 , a insediar papa uno dei suoi, giovanri, che fu Giovanni XIII; con l'appoggio del duca di Napoli Giovanni III, vedovo di Teodora III, represse la rivolta del nuovo conte della Campagna, Roffredo di Veroli, e del prefetto della città, Pietro, mentre poteva ingrandirsi per il favore del suo pontefice, che concedeva alla sorella Stefania la città e il contado di Palestrina e al figlio di lei, Benedetto, il comitato di Sabina. Morto nel 972 Giovanni XIII e dopo poco Ottone I, Crescenzio de Theodora, postosi a capo del partito popolare, faceva strangolare Benedetto VI, eletto papa nel frattempo, sostituendolo nel 974 con una sua creatura, Bonifacio VII. Ma quando questi fuggì ( 980 ) dinanzi all'ira di Ottone II e gli successe Benedetto VII, Crescenzio de Theodora non fu travolto nella rovina ch'egli aveva cagionata, anzi addivenne ad una conciliazione con Benedetto VII e forse anche con Ottone II, finché non finì nel 984 monaco, in S. Alessio sull'Aventino.

La maggior potenza raggiunsero in Roma i C. con Giovanni detto Nomentano forse dal luogo dei suoi maggiori possedimenti, figlio di Crescenzio de Theodora. Profittando della reggenza di Teofano, madre di Ottone III, il Nomentano favorì il ritorno di Bonifacio VII da Costantinopoli rendendosi complice della deposizione e dell'occisione di Giovanni XIV (984), e si proclamò patrizio. Morro Bonifacio VII, il Nomentano ottenne da Teofano e da Giovanni XV il comitato di Terracina per il fratello Crescenzio. Morta però l'imperatrice, il Nomentano ritornò alla politica antigermanica. Alla prima venuta di Ottone III nel 996 egli fu spogliato della sua dignità e ridotto alla condizione di privato cittadino. Riprese però la lotta dopo la partenza di Ottone e fece creare pontefice Giovanni Filagato che fu Giovanni XVI (v.); ma Ottone III, ritornato a Roma, fece deporre ignominiosamente l'antipapa, assediò in Castel S. Angelo il Nomentano, e, presolo, lo fece decapitare sugli spalti del castello ( 29 apr. 998 ).

La fortuna dei C. risorse dopo la morte di Ottone III, quando nel roo6 divenne patrizio Giovanri C., figlio del Nomentano. Ancor più dei predecessori, questi si volse ad ingrandire i suoi, specie in Sabina, ai danni di Farfa. Ma, diversamente dal padre, seppe conservarsi in buona armonia, nei dieci anni che durò il suo patriziato, con i pontefici Giovanni XVIII e Sergio IV e con l'Impero, retto allora da Enrico II. Tuttavia, se sotto gl'indubbi segni di ossequio, si manteneva la tendenza autonomistica, come mostrano gli ostacoli frapposti all'incoronazione romana dell'Imperatore e le intelligenze corse con re Arduino, Giovanni C. poté morire in silenzio, tra il maggio e il giugno del 1012. Finito con lui il primato dei C. in Roma, i rami superstiti degli Stefaniani e degli Ottaviani durarono ancora a contrastare la crescente potenza di Farfa e dei Tuscolani. Ma nel 1022 gli Stefaniani si dovettero piegare all'alleanza dei rivali più potenti, mentre gli Ottaviani continuavano, contro i Tuscolani e gli Stefaniani, la lotta, che doveva recarli nel 1044 ad avere, in Silvestro III, un loro papa. Nella seconda metà del sec. xi il casato è in aperto declino : sul principio del sec. xit, nelle lotte romane suscitate con i Corsi in sostegno dell'antipapa Maginolfo contro Pasquale II, i C. fanno la loro ultima modesta ricomparsa nella sempre più agitata vicenda cittadina, in cui ormai il primato è passato alle famiglie dei Frangipane e dei Pierleoni.

Bibl.: L. Duchesne, Les premiers temps de l'Etat pantifiral, 2^{4} ed., Parigi 1911, p. 350 sgg.; G. Bossi, I C. Contributo alla storia di Roma e dei dintorni dal 900 al 1012, in Dissertazioni della Pont. Accad. d'archeologia romana, 13 (1915), pp. 49126; id., I C. di Sabina: Stefaniani e Ottaviani (dal 1012 al 1108), in Arch. Soc. rom. st. patr., 41 (1918), pp. 111-70; P. Fubilo, Ricerche per la storia di Roma e del papato nel sec. X, ibid., 34 (1911), pp. 393-423; G. Falco, L'amministrazione papale nella Campagna e nella Marittima dalla caduta della dominazione bizantina al sorgere dei Comani, ibid., 38 (1912), pp. 667-707; id., I Comani della Campagna e della Marittima nel medioevo, ibid., 42 (1919), pp. 537-605; C. Cecchelli, I C., i Sacelli, i Croci. Roma 1942.

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CRESCENZIA, santa, martire: v. vito, MODESTO e CRESCENZIA, santi, martiri.

CRESCENZIO di Anagni. - Cardinale, vissuto tra il sec. xi e il xir. Con Sasso, pure d'Anagni, e con un gruppo di chierici della Campagna, dovette la nomina cardinalizia a Giovanni di Gizeta, cancelliere di Pasquale II e poi papa a sua volta col nome di Gelasio II. Del titolo presbiteriale dei SS. Marcellino e Pietro, fu, nel 1130 , tra gli elettori di Anacleto II. Già rettore di Benevento, durante il precedente decennio tornava sotto Anacleto a tenervi il potere con mano ferma, tra i torbidi in cui i partiti gettavano la città. Nel maggio del 1137 gl'imperiali, condotti da Enrico di Baviera ed animati dalla presenza di Innocenzo II, irrompevano in Benevento e vi imprigionavano C. che chiudeva cosi la sua attività.

Bibl.: J. M. Brisius, Die Mitglieder d. Kardinalhollegiums von 1130-81. Berlino 1912; P. F. Palumbo, Lo scisma del MCXXX. Roma 1942.

Fice Fausto Palumbo
CRESCI, Pietro da Foligno, beato. - Austero asceta, n. ca. l'a. 1243, m. il 18 luglio 1323. Fu terziario francescano, intimo della b. Angela da Foligno. A trent'anni distribuì ogni suo avere ai poveri, che continuò a soccorrere con il guadagno dei servizi che prestava ai padroni. Andava scalzo, vestiva ruvidamente, si macera