e come, p. ex., nel Concilio plenario di Sciangai (1924). E degna di nota la differenza tra il titolo e il corpo del testo perché il titolo parla di pericolo di morte "ex gravi morbo", ma il corpo del testo non riporta l'aggiunta "ex gravi morbo». Sembra chiaro che bisogna seguire il corpo del testo che certamente fu sottoposto all'approvazione del Papa.
BibL.: AAS, 40 (1948), p. 41.
Saverio Paventi
## III. Ascetica della C.
Come per il Battesimo, così anche per la C. i Padri, i teologi e gli scrittori ascetici si sono indugiati a rilevarne l'intimo apporto alla formazione integra ed efficace del cristiano. La vita naturale, infatti, dopo la nascita, cresce, si sviluppa, rassoda e perfeziona fino alla piena virilità; così deve avvenire anche per la vita soprannaturale. Questa, che nasce nell'anima per mezzo della Grazia santificante conferita dal Battesimo, dovrà dunque crescere, come ogni altra vita, fino a raggiungere «la perfetta virilità», come dice s. Paolo, "la pienezza dell'età del Cristo" (Eph. 3, 13; cf. Sum. Theol., 3^{2}, q. 72, a. 5). D'altra parte, nel Battesimo, il cristiano si è impegnato a rinunciare al male, al demonio e a tutti gli allettamenti, di cui questi si serve; gli è necessario pertanto comprendere e resistere; il che non si può fare se non si è illuminati e forti. Al primo aprirsi della intelligenza nel fanciullo, questi non tarda a capire che la vita è una lotta; e quest'ora, in cui egli prende coscienza del suo dovere di cristiano e della resistenza che nel compierlo trova in sé e fuori di sé, può talora diventare tragica e disorientare tutta una vita. Perciò Gesù Cristo ha voluto rinvigorirla con un Sacramento. Per conseguenza occorre :
I. Vivere la propria C. - Che vuol dire farsi sempre più coscienti del suo valore e cooperare al doppio compito che essa ha da svolgere nel cristiano, sia considerato in sé, sia considerato nella sua socialità (Sum. Theol., 3^{2}, q. 72, a. 2): 1. ad ogni cristiano considerato singolarmente la C., dando in pienezza lo Spirito Santo, con i suoi doni, offre: a) una maggior penetrazione delle verità rivelate (dono dell'intelligenza). Queste, infatti, non sono un semplice bagaglio esteriore, qualche volta ingombrante, ma devono penetrare nell'intimo del cuore,
diventare convinzioni radicate, secondo le quali orientare la vita, insidiata dalle deviazioni e dalle passioni; b) una più amabile inclinazione alle cose di Dio, al culto, al servizio divino (dono della pietá); c) il vigore e la costanza per tradurre le convinzioni in pratica (dono della forza). Avere buone convinzioni è solo un primo passo e insufficente; è necessario passare all'attuazione, la quale impone superamenti e vittorie sopra le insorgenti quotidiane difficoltà, che della vita fanno come un navigare contro corrente. E l'eterna lotta tra la legge dello spirito e quella della carne, tra la legge della Grazia e quella del peccato (cf. Rom. 7, 13-25). S. Paolo offre appunto l'esempio di una preghiera al Padre perché ottenga al cristiano per mezzo dello Spirito Santo di corroborare l'uomo interiore, radicare nel suo cuore la vita divina, e per conseguenza acquistare il gusto e il sapore dei divini misteri (Eph. 3, 14-21). 2. Al cristiano considerato nella sua socialità la C. dà la forza di far sempre onore alla propria bandiera; di non arrossire mai della propria fede; di saperla, all'occasione, diffondere e difendere contro ogni rispetto umano e ogni pericolo di lotta e di contraddizione. La consegna di Gesù Cristo ai suoi Apostoli: "mi renderete testimonianza.... fino agli ultimi confini della terra" (Act. 1, 8) può in certi momenti costar cara e portare alla prigionia e alla morte.
II. La devozione alla C. - Varie pratiche e norme vengono raccomandate per tener desto o ravvivare il pensiero e il ricordo del grande dono della C. e degli impegni che ne derivano, i quali si possono riassumere dicendo che il cresimato è nello stesso tempo "soldato" e "apostolo". Quindi : 1. Prima di ricevere il Sacramento occorre una buona preparazione; gli antichi paggi prima di essere armati cavalieri, si preparavano alla solenne funzione con l'esercizio e la preghiera. 2. Dopo, solennizzarne la data e approlitare delle feste di Pentecoste per una più intensa devozione allo Spirito Santo. - Vedi tav. LII.
BibL.: R. Plun, In Cristo Gesú, vers. it., Torino 1943, p. 187 sge.; id., Battesimo e C., vers. it., ivi 1943, p. 177 sge.; F. Jürgonsmeier, Il Corpo mistico, 4^{2} ed., Brescia 1945, pp. 171-74; R. Plus, Meditazioni sulla Spirito Santo, vers. it., Torino 1947, Celestino Testore
CRespi, Daniele. - Pittore, n. a Busto Arsizio ca. il 1600 , m. a Milano nel 1630 . Educatosi sugli esempi di Giovan Battista Crespi, del Procaccini e del Morazzone, fu artista strano e discontinuo.
Lavorò moltissimo per le chiese di Milano: infatti opere sue stanno in S. Maria della Passione, S. Vittore, S. Alessandro, S. Eustorgio, S. Maria al Castello, S. Pietro in Gessate, S. Nazzaro Maggiore, S. Protaso. Affresco inoltre la certosa di Garegnano. La Vergine tra s. Francesco e s. Carlo Borromeo, che è a Brera, è da porsi tra le sue opere migliori.
BibL.: U. Ojetti, L. Dami e N. Tarchiani, La pittura italiana nel '600 e nel '700 alla nostra del palazzo Pitti. Milano 1924, pp. 59-60; G. Niccodemi, D. C., Busto Arsizio 1930; P. d'Ancona, s. v. in Enc. Ital., XI (1931), pp. 842-43.
Luisa Marzoli Frolhenian
CRespi, Giovanni Battista, detto il Cerano. - Pittore, architetto e scultore, n. a Cerano nel 1557, m. a Milano nel 1633. Lavorò, oltreché a Milano, anche a Roma ed a Venezia. Moltissimo sono le sue opere di pittura, che rivelano grandiosità di composizione, larghezza di pennellata e notevole forza plastica.
Oltre una serie di grandi tele dipinte per il Duomo milanese, con Miracoli e futti della vita di s. Carlo Borromeo, sono da ricordare la Promessa francescana, datata 1600, del Kaiser Friedrich-Museum di Berlino; il Battesimo di Cristo della galleria di Francoforte (1601); la Pietà del museo Civico di Novara (1610); il notevole Battesimo di s. Agostino (1618) nella chiesa di S. Marco a Milano, e la Madonna del Rosario per la chiesa di S. Lazzaro, ora alla pinacoteca di Brera. Altre sue opere si trovano nelle gallerie di Firenze, Cremona, Torino, ecc.
Nel 1629 fu nominato soprintendente ai lavori di ingegneria e di statuaria del Duomo; costrui inoltre, pure
## Page 512

(1st. Alluari)
Crespi, Giovin Battista - Madonna del Rosario. Milano, pinacoteca di Brera.
a Milano, la chiesa di S. Paolo e ne scolpi vari bassorilievi della facciata. Fu anche il progettista della colossale statua di S. Carlo ad Arona di cui si conserva un suo disegno nella biblioteca Ambrosiana.
Bibl.: H. Voss, s. v. in Thieme-Becher, VIII, pp. 91-92 (con bibl. precedente); N. Puvsner, Die Gemälde des G. B. C. genannt Cerano, in Jahrb. d. preuss. Kunstsamml., 46 (1925), pp. 259-83; id., Nachtrag zu G. B. C. genannt Cernus, ibid., 49 (1928), pp. 48-49; P. d'Ancona, s. v. in Enc. Ital., XI (1931), p. 843 (con bibl.).
Mario Massaccesi
CRESPI, Giuseppe Maria, detto lo Spagnolo. Pittore, n. a Bologna il 16 marzo 1665, m. ivi il 16 luglio 1747. Studiò in patria dapprima con Domenico Maria Canuti poi con lo scapigliato Antonio Burrini; completò quindi la propria educazione artistica viaggiando ed osservando le opere del Baroccio, del Carracci e del Guercino.
Opera giovanile del C. è la tela raffigurante Le tentazioni di s. Antonio nella chiesa di S. Niccolò degli Albari in Bologna (1690), ove è evidente l'influenza del barocco Canuti. Ben presto però il suo stile personale si rivela in opere di importanza eccezionale quali i due soffitti affrescati con Le stagioni ed Il convito degli dèi nel palazzo Pepoli a Bologna (1691). La sua luminosa pittura è caratterizzata da vivaci contrasti di colore e di chiaroscuro, con toni cupi addensantisi nei primi pismi in opposizione a squillanti note argentine. Dipinse molte pale d'altare, fra le quali: L'estasi di s. Margherita, del Museo diocesano di Cortona; La Vergine coi ss. Giovanni Batt., Giov. Evang. e Stefano della cattedrale di Sarzana (1722); il Miracolo di s. Francesco Saverio della chiesa del Gesù a Ferrara e l'Assunzione della Vergine della chiesa del Crocefisso dei Bianchi a Lucca. Ma formano la sua produzione migliore i quadri a soggetto biblico e di genere, ora in collezioni italiane e straniere, alcuni di piccole dimensioni, in cui talvolta trasfuse la propria vena burlesca e popolare. Si ricordano: La strage degli Innocenti (1706) e La fiera di Poggio a Cajano (1909) agli Uffizi; La fattoria e La famiglia del pittore nella pinacoteca di Bologna. L'immediatezza espressiva della pennellata e l'attenta osservazione degli
effetti chiaroscurali si rivelano, più che altrove, nella scric dei Sette Sacramenti della pinacoteca di Dresda (1712), il suo capolavoro. Fu pure ritrattista ed incisore. Sono celebri le venti illustrazioni per le storic di Bertoldo e Bertoldino, i cui rami furono poi ripresi e completati dal suo amico Lodovico Mattioli che vi appose la propria firma. Molti furono in Bologna, oltre ai figli Antonio e Luigi, gli allievi del C., fra i quali: Giuseppe Gamberini, Antonio Gionima e Giacomo Bambaldi, ma la sua opera ebbe valore decisivo anche per la formazione del Piazzetta e di Pietro Longhi.
Bibl.: L. Crespi, Vite dei pittori bologncei, Bologna 1769 (v. indice); H. Voss, s. v. in Thieme-Becker, VIII, p. 93-95; M. Marangoni, G. M. C. detto lo Spagnuolo, in Dedalo, 1 (1920-21), pp. 373-91, 647-68; H. Voss, C. M. C., in Biblioteca d'arte illustrata, Roma 1921; G. Bolfito, Le acqueforti del C. e le stampe della edizione illustrata del Bertoldo (Bologna, Lelio della Valpe, 1735), in Archidionatio 21 (1926), pp. 14-22; V. Lecareff, Studies on G. M. C., in Art in Americo, 17 (1929), pp. 3-25, 92-100; C. Gaudi, Sebastiano Mazzoni e le orizjial del C., in Il Comune di Bologna, 22 (1935), pp. 18-36; R. Longhi, prefazione al Catalogo della Mostra celebrativa di G. M. C., Bologna 1948.
CRESPI DE VALDAURA Y BORJA, Luis. Teologo e vescovo spagnolo, n. a Valenza il 2 maggio 1607, ivi m. il 19 apr. 1663. Sacerdote nel 1631, insegnò per 22 anni la teologia a Valenza. Tradusse la Vita di s. Filippo del Bochi (Valenza 1631). Nel 1633 si recò a Roma, dove prese contatto coi padri dell'oratorio di S. Filippo Neri, e al ritorno in patria diede origine alla prima Congregazione oratoriana di Spagna, associandosi alcuni compagni sacerdoti. Nel 1648 fu eletto vescovo di Orihuela e nel 1658 trasferito a Piacencia; fu piissimo e promosse molte opere di carità.
Fu ambasciatore del re Filippo IV per patrocinare la causa dell'Immacolata Concezione, presso Alessandro VII, cui consegnò il suo Propugnaculum theologicum

(da II. Voss, C. M. Crespi, bibl. d'art, ill., in serta, jom. V, 1821) Crespi, Giuseppe Maria - Autorizzato (disegno). Milano, Accademia di Brera.
## Page 513
definibilitatis proximae sententiae piae negantis B. V. M. in suae conceptionis primo istanti originali labe fuisse infectam (Valenza 1653); il Papa fu da C. indotto a emanare la costituzione "Sollicitudo omnium ecclesiarum». C. pubblicò anche una severa condanna del teatro (ivi 1649), e Quaestiones selectae morales, in quibus novae aliquae doctrinee Ioan. Carannelis episc. missiensis refutantur (Lione 1658).
Bibl.: G. Marciano, Memorie istoriche della Congregazione dell'Oratorio, Napoli 1693-1702; Hurter, III, 932.
Carlo Gasbarri
GRESPIEUL (Crépieul), François. - Missionario nel Canadà, n. ad Arras il 17 marzo 1638, entrato nella Compagnia di Gesù a Tournai il 29 ott. 1658, andato in missione nel 1670. Dall'ott. 1671 sino al 1699 svolse la sua opera nella missione di Tadoussac, presso gli indiani Algonchini e Montagnesi; nel 1696 o 1697, fu nominato vicario apostolico per i Montagnesi. Costretto poi dall'età e dagli stenti a lasciare questa missione durissima, fu prefetto degli studi nel collegio di Québec (1700), dove morì alla fine del 1702.
Frammenti del suo diario di missione sono pubblicati nelle Relations de la Nouvelle France del 1671-72 (Thwaites, Jesuit Relations, LVI, pp. 70-89, ecc.); e delle Remarques sur la mission de Tadoussac (ibid., LXIII, pp. 248-67). Particolarmente interessante è un piccolo scritto di esperienza personale: La vie d'un missionnaire montagnaix, présentée aux merceneurs montagnaix, pour leur instruction et consolation (Chicoutimy 1697), pubblicato in Thwaites, op. cit., LXV, pp. 42-49.
Bibl.: Streit, Bibl., II, p. 862; C. De Rochemonteix, Les Sémiers et la Nouvelle-France au XVIIe siècle, III, Parigi 1896. pp. 413-32; R. G. Thwaites, Jesuit Relations and allied Documents, Cleveland 1897-1901, passim.: T. J. Campbell, Pioneer Priests of North America, III, Nuova York 1911, pp. 184-94.
Edmondo Lamalle
CRESPIN, François : v. francesco bonas spei.
CRESSY, Hugh (Paulinus Serenus). - Teologo benedettino inglese, n. a Thorpe-Salvin (Yorkshire) ca. il 1605 ; m. a East Grinstead (Sussex) il 10 ag. 1674. Giunto a Oxford nel 1619, fu fellow del Merton College nel 1627. Ricevuti gli Ordini anglicani, fu cappellano prima di Lord Wentworth, poi di Lord Falkland e visito l'Irlanda nel 1638. Con Charles Berkeley, poi Lord Falmouth, viaggiò nel continente, e divenne cattolico a Roma nel 1646, pubblicando poi a Parigi (1647) ove ebbe ulteriore istruzione da Henry Holden dottore della Sorbona, Exomologesis, in cui esponeva i motivi della sua conversione. Nel monastero di S. Gregorio di Douai si fece benedettino (1649) prendendo il nome di Sereno. Nel 1660 fu inviato a Londra come cappellano di Caterina di Braganza consorte cattolica del re Carlo II, e dal 1669 a East Grinstead come cappellano della famiglia Caryll.
Pubblicò: Church History of Brittany or England, from the Beginning of Christianity to the Norman Conquest (Rouen 1668); la seconda parte From the Conquest Downwards, fu scoperta manoscritta a Douai nel 1856. Pubblicò inoltre, sotto titoli vari, gli scritti dei mistici medievali inglesi (W. Hilton, il Cloud of Unknowing) e Sancta Sophia del ven. A. Baker; Certain Patterns of Decont Exercises (Douai 1657); Roman Catholic Doctrines no Novelties (Londra 1663); A Non Est Inventus (ivi 1662) e vari opuscoli di apologetica e controversia. Di particolare rilievo sono le sue confutazioni dagli scritti anticattolici del dr. Stillingfleet (1672-74). Gli scritti del C. sono dotti, ispirati a fervore e a zelo. Nella controversia è cortese, pur colpendo sempre giusto.
Bibl.: Hurter, IV, coll. 203-204; G. E. Hind, s. v. in Cath. Enc., IV (1908), p. 486 sg.; Downide Review, 1948.
Enrico E. G. Rope
CRETA. - Isola del Mediterraneo a sud-est della Grecia, detta anche Candia dal nome della sua principale città.
Lunga 250 km . da est ad ovest, larga in media 35 km ., con una superfice di 8500 kmq ., chiude trasversalmente a sud il Mar Egeo. E costituita da catene di montagne limitanti piccole pianure, con al centro il grande massiccio dell'Ida. Non ha fiumi importanti, ma le numerose valli si trasformano in torrenti durante il periodo delle piogge. La fertilità del suolo e la lussureggiante vegetazione, negli spazi limitati, era ben nota agli antichi (Strabone, X, 4,4; Plinio, Nat. hist., XII, 11,45).
Poco conosciuta è la storia primitiva (periodo minoico antico, 3500-2100 a. C., medio fino al 1580 , recente fino al 1200 a. C.) dell'isola, ove si formò, dal 1600 al rooo ca., la civiltà egeo-micenea che tanto influì sulla Grecia. Prevale oggi l'opinione che Kaftira dei documenti egizi e Caphtor della Bibbia (Gen. 10, 14) (Kaftara nei testi cuneiformi) sia C., paese d'origine dei Filistei (Jer. 47, 7; Am. 9, 7). Le esplorazioni archeologiche attestano una grande attività commerciale con l'Egitto e con le altre regioni mediterranee dal III millennio al 1400 a. C. In Egitto sono stati infatti rinvenuti molti oggetti d'arte cretese e nell'isola molte importazioni egizie. Dopo la conquista dorica ( 1200 a. C.) si ebbe un gran frazionamento dell'isola, con numerosissime città. Omero parla di 90 città (Oditsea, XIX, 174) e di 100 (Iliade, II, 649), naturalmente di estensione e importanza molto diverse : ma Cnosso e Gortina dove è stata ritrovata la grande iscrizione dell'antico diritto cretese, sec. vi-v a. C., presero e conservarono il predominio. C. non prese parte alla guerra contro i Persiani né a quella del Peloponneso. Le varie città ebbero durevoli relazioni con i Tolomei e con la Cirenaica. Nel 67 C. cadde in potere di Roma, e Cecilio Metello ricevé il titolo di Creticus. Nell'ordinamento dell'Impero dell'anno 27 Augusto riunì C. con Cirene in una sola provincia senatoria. Il governatore, di rango pretorio, risiedeva a Gortina.
I Giudei erano numerosi nelle città dell'isola, specialmente a Gortina, come risulta dalla lettera del console Lucio (I Mach. 15, 23; Fl. Giuseppe, Antiq. Ind., XVII, 121; Bell. Ind., II, 7, 1). Testimoni a Gerusalemme delle Pentecoste cristiana ne riportarono in patria il messaggio cristiano (Act. 2, 11). La nave che trasportava Paolo nel viaggio da Cesarea a Roma, girato il capo Salmone, avanzò verso la costa meridionale per giungere alla baia di «Buoni Porti» (ealoi Aıpévec, Volg. Boniportus), presso la città di Lasala (Act. 27, 7-8). Contro il consiglio di Paolo (Act. 27, 10. 21-26), il centurione partì di lì per raggiungere Fenice, porto più atto a svernare, ma dal vento contrario la nave fu portata in balia delle onde (Act. 27, 16-21). Dopo la liberazione dal carcere di Roma, Paolo fu in C. insieme con Tito e ne ripartì lasciandovi Tito per istituirvi gli «anziani» o «ispettori» delle chiese e per salvaguardare la dottrina evangelica che giudaizzanti ciarioni tentavano di corrompere.
I Cretesi già nell'antichità non godevano buona fama; Paolo nella lettera a Tito ( 1,12 ), cita, approvandolo, dagli oracoli di Epimenide, il detto: «I Cretesi sempre bugiardi, male bestie, ventri pigri».
Bibl.: E. Beurlier, Crète, in DB. II, coll. 111-16; F.-M. Abel, Géographie de la Palestine, I, Parigi 1933, p. 262 n.; J. Charbonneau, Crète, in DBs, II, coll. 139-72. Donato Baldi
Nei secc. v-viit si contavano in C. 8 diocesi perché 8 erano i vescovi che firmarono una lettera indirizzata all'imperatore Leone I al Concilio di Calcedonia (451) e altrettanti furono presenti al II Concilio di Nicea (787).
In C. era venerato un gruppo di 10 martiri (BHG, nn. 1196-97) detti «martiri provinciali» nella citata lettera dei vescovi cretesi a Leone I. Il loro martirio fu forse scritto a Gortina nel sec. Iv e perciò noto ai detti vescovi (P. Franchi de' Cavalieri, I dieci martiri di C.,
## Page 514
in Miscellanea G. Mercati, V [Studi e Testi, 125], Città del Vaticano 1946, pp. 7-40).
Di s. Cirillo vescovo e martire di Gortina non si hanno notizie autentiche. A Gortina appartengono all'età bizantina la chiesa di S. Tito a cupola sostenuta da quattro pilastri e quella rinvenuta in località Vigles. Esplorazioni hanno portato alla scoperta di un gruppo di antiche iscrizioni cristiane tra le quali notevole l'epitaffio di un vescovo di nome Eclesiastoro.
Per il tempo posteriore: v. candia.
BibL.: F. Hohlherr, Report on the Expedition of the Institute to Crete, in American Journal of Archaeology, 11 (1896), p. 604 sgg.; id., Epigraphical Researches in Gorthyna, ibid., 12 (1897), pp. 170-72; id., Addenda to the Cretan Inscriptions, ibid., 13 (1898, II), pp. 90-91. Enrico Josi
CRETI, Donato. - Pittore ed incisore, n. a Cremona il 24 febbr. 1677, m. a Bologna il 29 genn. 1749. Lavoro maggiormente in quest'ultima città ove apposse da Lorenzo Pasinelli i primi elementi della pittura.
La precedente tradizione artistica bolognese trovò in lui un buon continuatore, come attestano le grandi tele raffiguranti S. Vincenzo Ferrari che risuscita un fanciullo (molto ritoccata) in S. Domenico in Bologna; La Vergine in Gloria venerata da s. Ignazio e S. Carlo che soccorre i poveri (da lui eseguita negli ultimi anni), ambedue nella chiesa di S. Pietro a Bologna. Altre opere del C. si trovano nel santuario di S. Luca, presso Bologna, nella pinacoteca e nelle raccolte comunali della stessa città, come pure in alcune chiese di Bergamo, Rimini e Lucca. L'eleganza delle sue figure e la finezza del colore mostrano analogie con la pittura francese del '700. Ebbe vari scolari fra i quali: Francesco L'Angc, Carlo Giovannini ed Ercole Graziani iuniore.
BibL.: M. Oretti, Notizie dei professori, ccc., ms. B. 130 della biblioteca Comunale di Bologna, c. 138 sgg .: Anon., s. v. in Thieme-Becker, VIII, pp. 100-102; L. Frati, D. C., in Bollettino d'arte, 10 (1916), p. 279 sgg.; G. Zucchini, Opere d'arte inedite, in Il Comune di Bologna, 21 (1934), pp. 36 e 62.
Mario Massaccesi
CRÉTIN, Joseph. - Primo vescovo di St. Paul (Minnesota), n. a Montluel (Ain) il 19 dic. 1799, m. a St. Paul il 22 febbr. 1857. Nel 1820 entrò nel seminario di S. Sulpizio a Parigi. Dopo la rivoluzione del luglio 1830 , non sapendosi adattare al nuovo regime, chiese di partire missionario, ma solo nel 1838 poté farsi accogliere dal vescovo Loras, di Dubuque. Il 26 genn. 1851 fu nominato primo vescovo di St. Paul, eretta in diocesi nel 1850 . Oltre alle altre cure, sempre zelanti, per il suo gregge, provvide in modo particolare a migliorare la vita e l'istruzione degli indiani, aprendo per loro scuole, con l'approvazione del presidente Fillmore. Infalò nel 1854 la costruzione della Cattedrale, terminata poi dopo la sua morte.
BibL.: F. J. Schaefer, s. v. in Cath. Enc., IV, pp. 487-88; J. D. G. Shen, in The hierarchy of the Cath. Church in the U. S. A., Nuova York 1886, pp. 377-78; M. M. H., s. v. in Dict. of american biography, III, p. 542.
Gabriella de Stefano
GRÉTINEAU-JOLY, Jacques. - Storico e pubblicista cattolico, n. il 23 sett. 1803 a Fontenay-leComte (Vandea), m. a Vincennes il 1^{°} genn. 1875. Fondatore del Vendéen e collaboratore di altri giornali legittimisti, polemista elegante ed efficace, scrisse una quarantina di volumi, soprattutto storici : tuttora utili per ricchezza d'informazioni.
Tra questi sollevò particolare scalpore la Histoire religieuse, politique et littéraire de la Compagnie de Jésus, composées sur les documents inédits et authentiques ( 6 voll., Parigi 1844-46) diretta a smascherare l'odio settario scatenatosi in Francia contro la Compagnia nel 1843. Il p. G. Roothaan, generale della Compagnia, facilitò in ogni modo il lavoro del C.-J., mettendo a sua disposizione non solo i documenti della curia generalizia in Roma, ma anche quelli della Compagnia in altri paesi d'Europa. Dopo la
storia della Compagnia, l'autore ritornò sull'argomento per trattare con maggior ampiezza del papato di Clemente XIV e dei rapporti di questo Papa coi Gesuiti, e ne uscì il volume Clément XIV et les Jésuites (Parigi 1847), che suscitò vive polemiche. Nel 1864 pubblicò le memorie del card. E. Consalvi (Mémoires du card. Consalvi, secrétaire d'Etat du pape Pie VII, ivi 1864). Tra le altre opere ricordiamo: Histoire de la Vendée militaire (ivi 1841); Histoire du Sonderbund (ivi 1850); L'Eglise romaine en face de la révolution (ivi 1859); Histoire de Louis Philippe et de l'urléanisme (ivi 1863); Bonaparte, le Concordat de 182 t et le card. Conseloi (ivi 1869).
BibL.: M. U. Maynard, 7. C.-J., sa vie politique, religieuse et littéraire, d'après ses mémoires, sa correspondance et autres documents inédits, Parigi 1875; J. Burnichon, La Compagnie de Jésus en France, II, ivi 1916, p. 449 sgg.; P. Pirri, P. Giovanni Boichnan XXI generale della Compagnia di Gesù, Isola del Liri 1930, p. 368 sgg.
Silvio Furlani
CREUZER, Friedrich. - Filologo, n. a Marburgo il ro marzo 1771, m. il 16 febbr. 1858 a Heidelberg, dove per oltre 40 anni insegnò filologia e storia antica. Nell'interpretazione delle religioni antiche, particolarmente di quella greca, segui la scuola simbolistica.
La sua tesi è esposta nell'opera Symbolik und Mythologie der alien Völker, ( 2ª ed., 4 voll., Lipsia 1810-12; 4ª ed., ivi 1836-46 ), tradotta, con adattamenti, in francese dal Guignaut, Religions de l'antiquité considérées principalement dans leurs formes symboliques et mythologiques, (ro voll., Parigi 1825-51). Essa contiene che l'antica e semplice religiosità primitiva dei Greci, monoteismo tendente a un ponteismo naturalistico, attraverso un'iniziazione teologica e morale, proveniente dal sacerdozio asiatico, è assurta a un significato profondamente spirituale che si ritrova nell'insegnamento dei misteri. Questo insegnamento, che si serviva di rappresentazioni simboliche, verteva sulla cosmogonia, sull'anima e le sue migrazioni e purificazioni, sull'esistenza di un Dio unico, sul destino dell'universo e dell'uomo. Artisti e poeti di Grecia si sono fermati all'involucro simbolico sotto il quale era celato questo nocciolo di profonde verità, la cui ultima eco vibra nella filosofia neoplatonica (il C. fu un assiduo studioso, editore e commentatore di Plotino).
Questa tesi, ora completamente abbandonata, fu subito combattuta da Ch. A. Lobeck che ne smontò l'incastellatura filosofico-mistica, e da Ch. G. Müller che negò l'influenza del pensiero sacerdotale asiatico sulla mitologia greca e ne pose in risalto le origini storiche legate alla razza, all'ambiente geografico e allo sviluppo storico della Grecia.
BibL.: G. Gruppo, Geschichte der klassischen Mythol. und Religionsgesch., Lipsia 1921, pp. 126-33. Nicola Turchi
CRIMINALE: v. DELINQUENTE.
CRIMINALI, Antonio. - Protomartire della Compagnia di Gesù, n. a Sissa, presso Parma, il 7 febbr. 1520, fu ricevuto nell'Ordine dallo stesso s. Ignazio nell'apr. 1542 e da lui inviato nel Portogallo. Ordinato sacerdote a Coimbra il 6 genn. 1544, s'imbarcò per l'India con il p. Niccolò Lancellotti approdando a Goa nel sett. dello stesso anno. S. Francesco Saverio lo destinò alle missioni del Capo Comorino sulla costa della Pescheria. Sorpreso da una invasione dei Bsdagi, il C. fu ucciso, probabilmente ca. la metà di maggio 1549 .
BibL.: E. Massara, Del p. A. C., parmigiano, protomartire della Compagnia di Gesù, Parma 1899; G. Schurhammer, Leben und Briefe A. C. 's., des Erstlingsmärtyrers der Gesellschaft Jesu, in Archimun histor. S. I., 5 (1936), pp. 231-67.
Edmondo Lamalle
CRIMINE, impedimento del. - I. L'adulterio e l'omicidio consumato nella persona di un coniuge, contemplati dal CIC rispettivamente al cann. 2317 § 2 e 2354, costituiscono l'elemento base di uno specifico impedimento matrimoniale, appunto denominato impedimentum criminis, che può definirsi l'incapacità a contrarre valido matrimonio fra coloro
## Page 515
che, in determinate condizioni, si resero complici del delitto di adulterio o di omicidio. Infatti, non la semplice complicità nell'adulterio o nel coniugicidio, fa nascere l'impedimento, ma solo quella complicità nella quale con i due delitti concorrano altri determinati elementi e peculiari circostanze previste dalla legge.
L'impedimentum criminis ebbe una lunga evoluzione, per cui gravi considerazioni della morale matrimoniale furono gradatamente assunte dall'ordine giuridico e fissate definitivamente da una norma generale.
Per primo Giustiniano sancí la nullità del matrimonio di due complici nell'adulterio (Novella 134, cap. 12). La Chiesa, che nei primi secoli applicò all'adulterio la disciplina della penitenza pubblica senza costituire uno specifico impedimento, canonizad, in Oriente, la legislazione giustinianea, mentre in Occidente continuò il sistema penitenziale, per cui due adulteri, eseguita la penitenza e scioltoal il matrimonio con la morte del coniuge, validamente potevano contrarre tra di loro. In seguito, con il decadere del sistema penitenziale, si venne affermando anche in Occidente il concetto di uno specifico impedimento quando l'adulterio fosse qualificato, e, precisamente, nel Concilio di Meaux (845) apparve come impedimento l'adulterio se vi concorresse il coniugicidio (cf. Decreto di Graziano, c. 5, C. XXXI, q. 1). A questo punto, però, il distacco dal sistema penitenziale non si verificò in forma netta, poiché, dopo un periodo di penitenza, potevasi validamente contrarre il matrimonio. Fu nel Concilio di Treviri (895) che apparve, per la prima volta, la costituzione di un vero e proprio impedimento nell'adulterio con promessa di matrimonio da celebrarsi dopo la morte del coniuge innocente (c. 4, C. XXXI, q. 1). Clemente III (1191-98) vi aggiunse la figura consistente nell'adulterio con l'attentatio matrimonii (c. 4, X, 4, 7) e, finalmente, ancora una quarta specie costituita da coniugicidium utroque machinante sine adulterio (c. 1, \mathrm{X}, 3,33 ). L'impedimento, trasmessoci in tale ambito dalle Decretali, pervenne, senza altre sostanziali modifiche, fino al CIC che lo contempla al can. 1075 secondo le quattro anzidette figure:
1) adulterium cum promissione matrimonii;
2) adulterium cum attentatione matrimonii;
3) adulterium cum coniugicidio uno patrante;
4) coniugicidium utroque patrante.
Benché, per diritto naturale, nel matrimonio di due persone che si siano rese complici di delitti di coniugicidio o di adulterio, debba ravvisarsi una gravissima sconvenienza ed indegnità, tuttavia il solo diritto naturale non rende nullo il matrimonio, in quanto che tale unione non contrasterebbe essenzialmente alla natura né ai fini del matrimonio stesso; pertanto l'impedimento, in tutto il suo ambito, si pone per diritto umano. La Chiesa, costituendo tale impedimento, ha voluto garantire la fedeltà coniugale e l'incolumità dei coniugi (tolta, infatti, la possibilità di contrarre matrimonio con il complice nel coniugicidio o nell'adulterio qualificato, c'è un motivo di meno per commettere tali delitti), nonché punire i delinquenti che recarono così grave ingiuria sia al coniuge innocente sia allo stesso matrimonio.
L'impedimento, appunto perché di natura meramente canonica, non vige per i non battezzati, pur potendo questi essere colpiti di incapacità quando questa fosse posta dal legislatore civile. Ed ancorché due infedeli ricevessero il Battesimo (o uno di essi) dopo aver commesso, nella infedeltà, gli atti criminosi di cui sopra, non vi sarebbe l'impedimento; ugualmente esso non avrebbe luogo, perché non verrebbero a verificarsi gli estremi della legge, quando constando di due elementi (ad es., adulterio e promessa di matrimonio) uno di essi fosse posto quando non si era ancora ricevuto il Battesimo, e l'altro dopo
la recezione del Battesimo; al contrario se si tratta di un battezzato, che abbia commesso con un infedele gli atti previsti dall'impedimento, l'incapacità verrebbe a verificarsi, in quanto che l'impedimento direttamente colpirebbe la parte battezzata e quindi indirettamente anche la parte non battezzata.
Per tutte le figure di impedimento previste dal can. 1075, è essenziale che i due complici apportino ingiuria, con la loro attività criminosa, ad un medesimo matrimonio: pertanto occorre che almeno uno dei complici sia legato da valido matrimonio canonico, né sarebbe sufficente un matrimonio putativo non potendosi recare ingiuria a ciò che non esiste; che gli estremi previsti dall'impedimento siano posti mentre perdura un medesimo matrimonio; che gli atti criminosi siano perpetrati con vera colpa formale di ambedue i concorrenti. Tenuti presenti questi essenziali principi, si vengono ora ad esaminare le quattro figure dell'impedimento, non dimenticando che, nel giudicare sui vari elementi delittuosi, occorre applicare le norme relative alla interpretazione delle norme penali.
II. La prima figura è posta dal CIC nei termini seguenti: Valido contrahere nequeunt matrimonium: qui, perdurante eodem legisimo matrimonio, adulterium inter se consummarunt et fidem sibi mutuo dederunt de matrimonio intondo (can. 1075, n. 1). Gli elementi essenziali onde si verifichi l'impedimento, in questo caso, sono due: adulterio e promessa di matrimonio. Quanto al primo: è necessario che si commetta un vero e proprio adulterio, al che si richiede che almeno una delle due persone, fra cui intercedettero rapporti carnali, sia vincolata da valido matrimonio canonico (non importa se non ancora consumato).
I canonisti poi, basandosi sulla lettera della legge (adulterium inter se consummarunt) esigono che l'adulterio sia perfetto cioè consumato mediante copula perfetta (ma la copula perfetta sempre si presume quando vi siano stati rapporti); cosicché, se si potesse dimostrare ch'essa non fu tale (sebbene, nel campo morale, le irregolarità dei rapporti sessuali ne accrescano il carattere peccaminoso) l'impedimento non avrebbe luogo. E inoltre necessaria in entrambi gli adulteri la scienza relativa alla sussistenza di uno stesso (almeno) valido matrimonio (adulterio formale ex utroque parte); il che non si verificherebbe, ad es., nel caso che uno dei due, non coniugato, ignorasse che l'altro è coniugato.
Per quanto riguarda il secondo elemento c, cioè, la promessa di matrimonio : è necessaria una promessa vera (non semplice desiderio o proposito unilaterale), seria (non simulata, ma in fòro esterno occorrerebbe la dimostrazione della fietio), pura (cioè assoluta, non sotto condizione), esteriormente manifestata, e mutua (cioè proposta da una parte, accettata e contraccambiata dall'altra), libera (non viziata da errore o metus o dolus), con scienza in entrambi dell'esistenza di uno stesso valido matrimonio. Si intende poi che tale promessa deve aver per oggetto il matrimonio da celebrarsi, nella forma prescritta, fra i due adulteri quando sarà morto il coniuge innocente.
I due elementi (adulterio e promessa) debbono verificarsi durante la sussistenza di un medesimo matrimonio (ma è irrilevante il lasso di tempo che intercorra tra i due elementi): cosicché non vi sarebbe l'impedimento se uno dei due anzidetti elementi si verificasse mentre è esistente un dato matrimonio ed il secondo durante la esistenza di altro matrimonio. E poi indifferente se preceda l'adulterio e segua la promessa o viceversa, purché, in questo secondo caso, la promessa non sia stata efficacemente revocata almeno da uno degli adulteri, giacché, in tal caso, l'adulterio non sarebbe più qualificato; mentre non avrebbe rilevanza la revocazione, anche da ambo le parti, della promessa di matrimonio, se precedentemente siasi commesso l'adulterio, poiché con il nesso dei due elementi si sarebbe già verificato l'impedimento.
III. La seconda ipotesi richiede pure il concorso di due elementi: adulterio e matrimonio attentato (can. 1075, n. 1).
## Page 516
Quanto all'adulterio, deve verificarsi quanto più di esso si è detto al n. II.
L'attentatio matrimonii consiste nel porre in essere un atto che importi la espressione del consenso matrimoniale in determinate circostanze che possano significare una forma di matrimonio sapendo che tale atto non darà vita al matrimonio per un vincolo precedentemente valido. Non sarebbe dunque sufficente un semplice concubinato, mentre avrebbe luogo l'impedimento se detto tentativo si ponesse davanti all'ufficiale di stato civile (come dice il canone stesso) o davanti ad un ministro di culto (non importa se cattolico o scattolico) o ancora semplicemente con atto privato, purché si esprima un consenso matrimoniale. Ma per quest'ultimo caso occorrerebbe che tale atto privato potesse avere qualche riferimento alla forma del matrimonio.
Anche per questa figura si richiede che entrambe le parti conoscano l'esistenza di almeno un matrimonio canonicamente valido, come più sopra si è detto; come pure è necessario che i due elementi (adulterium e attentatio) siano posti durante la esistenza di uno stesso matrimonio, pur essendo indifferente che preceda o segua l'uno o l'altro dei due.
IV. La terza figura comprende il caso di adulterio con coniugicidio da parte di uno degli adulteri (can. 1075, n. 2). Occorre sempre l'adulterio nelle forme suddette e per quanto riguarda l'omicidio commesso nella persona di un coniuge, non è necessario che vi concorra l'opera dei due adulteri, ma è sufficente che tale delitto sia commesso da uno di essi, sia pure all'insaputa o contro la volontà dell'altro (com'è evidente, questa figura non si verificherebbe se all'omicidio del coniuge non sia preceduto l'adulterio). Tra la morte (che realmente deve verificarsi) del coniuge e l'opera (fisica e morale) posta da uno degli adulteri deve intercedere il nesso di causalità, onde non sorgerebbe l'impedimento quando il coniuge fosse deceduto per altra causa (ad es., l'imperizia del medico). Inoltre si richiede che tale coniugicida abbia agito con l'intenzione di contrarre matrimonio (animus nubendi) con l'altro adultero : tale intenzione (che si presume fino a prova contraria) è richiesta dal fine della legge o dal fatto che i due elementi (adulterio e coniugicidio, i quali debbono verificarsi nella sussistenza di un medesimo matrimonio), debbono recare ingiuria al coniuge innocente nonché al matrimonio. Naturalmente occorre che i due adulteri conoscano l'esistenza di quel matrimonio che poi verrebbe a sciogliersi con il coniugicidio (diversamente l'adulterio non sarebbe qualificato).
V. La quarta figura si ha per coloro che mutua opera physica cel morali, etiam sine adulterio, mortem coningi intulerunt (can. 1075, n. 3).
Occorre : che realmente si verifichi la morte di un coniuge (non sarebbe sufficente l'omicidio tentato o mancato); che la morte succeda per opera fisica o morale (non dovuta a concausa) posta da due complici (machinatio), uno dei quali sia coniuge dell'ucciso (non sarebbe sufficente un comportamento passivo da parte di uno di essi); che tale delitto siasi commesso con intenzione, che si presume fino a prova contraria, di contrarre matrimonio tra i due correi (o con uno dei correi nel caso che il coniugicidio fosse commesso da più di due). A riguardo di quest'ultimo requisito la dottrina non è concorde, richiedendo alcuni che l'animus nubendi debba verificarsi da parte di ambo i complici e che debba essere da una parte manifestato all'altra; mentre altri solo esigono l'animus in una parte senza esigere la manifestazione all'altra.
VI. L'impedimento può moltiplicarsi per il verificarsi delle diverse ipotesi che pongono in essere l'impedimento stesso (ratione delicti), oppure quando si recasse ingiuria a più matrimoni (ratione matrimonii). Può, cioè, recarsi ingiuria ad uno stesso matrimonio con l'adulterio con promessa, adulterio cum attentazione, adulterio con coniugicidio commesso da uno solo dei complici (in tal caso triplice sarebbe l'impedimento). Può recarsi ingiuria a più matrimoni, se entrambi i delinquenti fossero coniugati e si recasse in-
giuria ad ambedue i matrimoni commettendo gli atti previsti dalle ipotesi sopra esaminate; oppure se uno o entrambi i complici siano più volte successivamente vincolati da valido matrimonio e nella sussistenza di ogni matrimonio venissero a verificarsi le singole ipotesi dalle quali si origina l'impedimento. Ma non si moltiplicherebbe l'impedimento se si ripensese una delle forme criminose contro il medesimo matrimonio (ad es., ripetizione di adulterio con promessa).
La moltiplicazione dell'impedimento viene in considerazione per la richiesta e concessione della dispensa : dell'impedimento molteplice deve farsi menzione nella domanda di dispensa.
Essendo l'impedimento, in ogni sua specie, di diritto canonico, in ogni caso la S. Sede potrebbe dispensare; tuttavia, di fatto, se vi fosse stato coniugicidio pubblico la S. Sede (dato il gravissimo scandalo) non dispensa, tanto per il caso di matrimonio da contrarsi quanto per la convalidazione del matrimonio già contratto. Se invece il coniugicidio sia stato occulto, la S. Penitenzteria concede la dispensa, sebbene raramente e solo per causa gravissima, aggiungendo nel rescritto alcune clausole : «de gravi et diuturna poenitentia imponenda, quae saltem per annum duret; cum obligatione heredibus coniugia occisi in eo in quo tenentur et possunt, prout de iure satisfaciendi, caute tamen ne se prodant».
Negli altri casi la S. Sede suole dispensare alle consorte condizioni. E anzi da notare che le prime due figure di impedimento sono classificate tra gli impedimenti minori (can. 1042 § 2, n. 5), e quindi la dispensa in quei casi viene concessa per qualsiasi giusto motivo ed inoltre è valida anche se la domanda per ottenerla fosse stata mendace o reticente (can. 1054). Per queste stesse figure di impedimento (che sono quelle in cui non vi è coniugicidio) si ha poi la dispensa (peo inve, ossia la cessazione dell'impedimento, quando il matrimonio a cui si è recata ingiuria è stato sciolto per dispensa pontificia come non consumato, o quando la S. Sede ha permesso ad uno dei due contraenti di esso di contrarre nuove nozze perché l'altro contraente è presunto morto (can. 1053)
VII. La legislazione italiana contempla l'impedimentum criminis all'art. 88 del Codice civile, il quale testualmente dispone: «Non possono contrarre matrimonio tra loro le persone delle quali l'una è stata condannata per omicidio consumato o tentato sul coniuge dell'altra. Se ebbe luogo soltanto rinvio a giudizio ovvero fu ordinata la cattura, si sospende la celebrazione del matrimonio fino a quando non è pronunciata sentenza di proscioglimento \%.
Notevoli sono, come si vede, le differenze tra il diritto canonico e il diritto civile. Per quest'ultimo infatti solo l'omicidio del coniuge dell'altro contraente produce l'impedimento di cui si tratta. Non si richiede che l'omicidio (volontario, s'intende) sia stato consumato, bastando a costituire l'impedimento il semplice tentativo; né occorre, d'altra parte, che vi abbia partecipato con il terzo anche l'altro coniuge.
L'art. 2 della legge 27 maggio 1929 n. 847, per l'applicazione del Concordato con la S. Sede, introdusse per l'impedimentum criminis la possibilità della dispensa; ma tale disposizione non si trova riprodotta nel Codice del 1942.
Boc.: P. Gasperi, De matrimonio, I, Roma 1932, pp. 401417; A. C. Jemolo, Il matrimonio nel diritto canonico, Milano 1941, pp. 169-74; H. Merkelbach, Summa theologiae moralis, 4^{2} ed., Parigi 1942, pp. 899-902; Werra-Vidal, V, 3^{2} ed., pp. 408-26; I. Chelodi-P. Ciprotti, Ius canonicum de matrimonio, 3 e ed., Vicenza 1947, pp. 107-11; F. Cappello, De Sacramentis, V, 32 ed., Torino-Roma 1947, pp. 455-78; G. Oesterle, Crime, in DDC, IV, pp. 764-73.
Giacomo Violardo
CRIOBOLIO : v. TAUROBOLIO.
## Page 517
CRIOFORO : v. PASTORE (buono).
CRIPTA. - I Romani chiamarono crypta (dal greco xpórtus "nascondo"), l'ambulacro coperto e sotterraneo; i cristiani l'impicgarono per indicare una o più gallerie d'un cimitero sotterraneo. Un'epigrafe graffita sulla calce d'un loculo nel secondo piano del cimitero di Priscilla dice: undecima crypta secunda pila Glegori (O. Marucchi, Di alcune iscrizioni recentemente scoperte nel cimitero di Priscilla, in Nuovo Bull. d'arch. crist., 10 [1904], p. 207); s. Girolamo scrive solebam diebus dominicis... crebroque cryptas ingredi (In Ezechielem, 12, 40 : PL 25, 48). Le iscrizioni parlano di crypta noba (G. B. De Rossi, Roma sott., III, Roma 1877, pp. 424, 547; n. 2; M. A. Boldetti, Ossercazioni, Roma 1720, p. 53 ).
Il sepolcro di S. Lorenzo è situato in crypta, cioè in un sotterraneo dove vennero poi deposti i papi Zosimo (418), Sisto III (440) e Ilaro (468).
Oggi con la voce c. si suole indicare quell'ambiente che è per lo più ricavato sotto la zona presbiteriale della chiesa. La c. può avere conformazione e ampiezza varia: può considerarsi una c. anche la cella interna sottoposta agli altari ad corpus, per indicare la quale sono però preferibili le voci martyrium o confessio il luogo cioè dove è deposta la spoglia del confessore della fede. Il sacello era in comunicazione con l'aula della chiesa attraverso la fenestella confessionis. Tali ambienti avranno proporzioni sempre maggiori ed a sostegno della copertura vi saranno una o più file di colonne collegate da vòlte a crocera. Così dalla celletta sottoposta all'altare si passa ad ambienti estesi all'intera zona presbiteriale che spesso invadono anche gran parte dell'aula fino ad assumere la grandiosità di vere e proprie chiese sotterranee.
Per quanto si riferisce alla confessio degli altari la sua derivazione funzionale e formale deve ricercarsi negli heroun del mondo ellenico o dell'Asia Minore che avevano infatti la loro ε σ χ \dot{σ} ρ α, cioè altare con il relativo β δ δ ρ ° ς, bilicum, cataracta o pozzetto per le offerte. Questa analogia si ritrova nella favissa del tempio romano, in quell'ambiente cioè sottostante alla cella e che serviva probabilmente per la custodia degli oggetti votivi e che poteva essere o a pozzetto e perciò molto simile agli heroun - esempio tipico quello di Locri Episefiria (Reggio Calabria) che si ritiene del sec. v a. C. - o composto di più ambienti e costituente un organismo complesso come in alcuni templi romani.
Il tipo più antico di c. è quello detto semianulare, costituito da un corridoio che si svolge all'interno lungo la curva absidale, intersecato sull'asse del sistema da un altro corridoio volto verso l'aula della chiesa. In fondo a questo è la cella delle reliquie che spesso ha due fenesiellae confessionis: una al fondo del corridoio

(per cortesia del prof. R. M. Apolloni (Ibrill)
Cripta - Pianta della c. semianulare di S. Pancrazio (sec. viI).

(da a L'insigne Collegiola d'Aosta s. Ierea (125, p. 52)
Cripta - Pianta della c. di S. Orso a tre absidi, 5 navate e volte a crociera (sec. xv-x).
centrale della c., l'altra prospicente sull'aula della chiesa. Al corridoio semianulare si accede da due scalette poste ai suoi estremi negli angoli formati dal muro del transetto e dai muri laterali del presbiterio sopraelevato, muri questi inseriti proprio allo spiccato della curva absidale.
Queste c. sono normalmente seminterrate rispetto all'aula e hanno la copertura costituita da lastre che servono, al tempo stesso da pavimentazione al presbiterio sopraelevato. E appunto un complesso di ambienti simile a questo, ma squadrati, la favissa ottimamente conservata, del Capitolium di Leptis Magna di età severiana.
L'esempio più antico di queste c. è quello della basilica di S. Pietro a Roma che risale almeno al tempo di Gregorio Magno ma che potrebbe essere anche più antica. Il prototipo è il solo di tutti i monumenti similari che spieghi la forma dell'organismo mediante il quale si volle evidentemente avvicinarsi, anche dal lato interno, quanto più possibile, al monumento dell'Apostolo. Nei monumenti derivati una sistemazione così complessa dei luoghi non è giustificata in quanto le tombe non preesistevano, come a S. Pietro, alla c., ma vi furono invece collocate all'atto della sua costruzione.
La c. di S. Pietro era già nota da un disegno di Baldassarre Peruzzi, trascritto dal De Rossi e dal Rohault de Fleury : essa è stata riportata alla luce nel corso degli scavi recentemente condotti nel sottosuolo della basilica. Da questo monumento derivano i molti similari di Roma ed altri del nord-est d'Italia ed anche fuori dei nostri confini come quelle del S. Severino di Colonia, S. Emmerano di Regensburg, della Stiftskirche di Werden, della Luciuskirche di Coira, del Frauenmünster di Zurigo, di St Luzi di Coira, di St-Maurice nel Vallese in Svizzera. Anche semianulare sarebbe stata la c. dell'antica chiesa di Canterbury nota solo attraverso documenti e che sarebbe stata "quandam partem ad imitationem Ecclesiae beati Apostolorum principis Petri».
La cronologia delle c. risulta dallo specchio seguente :
S. Pietro: metà del sec. v o vi;
S. Pancrazio: Onorio I (625-38);
S. Valentino (questo monumento si diversifica alquanto dagli altri) : Onorio I;
S. Crisogono: Gregorio III (731-41);
S. Marco: Adriano I (772-95);
S. Prassede: Pasquale I (817-24);
S. Cecilia: Pasquale I;
S. Maria di Vescovio (Sabina): sec. Ix;
basilica dell'Assunta a Torcello: sec. Ix;
S. Niccolò de' Calcarari o a' Cesarini: sec. Ix;
## Page 518
S. Apollinare Nuovo (Ravenna): sec. IX;
S. Quattro Coronati: Leone IV (847-55);
S. Stefano degli Abissini: Leone IV;
S. Apollinare in Classe (Ravenna 1173);
S. Saba: sec. xIII.
Le c. ad oratorio sono generalmente più tarde, se si eccettui la sepoltura nell'Agra Verano di S. Lorenzo, di cui non si può però determinare la forma primitiva e quella di S. Sebastiano in cataxumbas: la prima di età costantiniana, la seconda certo non posteriore ad Innocenzo I (401-17). Segue la c. di S. Maria in Cosmedin, vera basilichetta ipogea a tre navate che il Giovenale ritiene della fine del sec. viri (Adriano I). Simile a queste era forse quella di S. Angelo in Pescheria, purtroppo mal conservato, attribuita anche ad Adriano I e a Brescia quella anche coeva, almeno nella parte compresa nella curva absidale, del S. Salvatore. Dello stesso tipo, ma alquanto più tarde (sec. IX) è la c. della chiesa d'Agliate in Brianza e quella della collegiata di S. Orso a Aosta. Anche vetuste, ma di tipo diverso, le c. del S. Zaccaria e della basilica di S. Marco a Venezia (quest'ultima, forse del sec. IX, si estende sotto l'aula e raggiunge anche le absidi laterali), quella del S. Vincenzo in Prato a Milano a tre navate e quella di S. Michele a Capua.
Ma da questi esempi estesi alla sola zona presbiteriale, l'organismo della c. si sviluppa enormemente. Una selva di colonne viene a sorreggere il pavimento del presbiterio come a Gurk in Austria (del 1174 con 100 colonne) e presto anche del transetto. Cosi nel S. Stefano di Verona dal presbiterio rialzatissimo, nel S. Zeno anche a Verona, nel S. Francesco di Ravenna dei secc. 12-2, cosi a Pavia e in S. Miniato a Firenze del sec. XI, nel S. Pietro a Tuscania, nella cattedrale di Civita Castellana, nel duomo di Sutri dalla c. a tre navate riferibile forse agli inizi del sec. xIII, nel S. Francesco a Perugia del sec. xIII, ad Ancona nella "c. delle lacrime" del duomo. Nelle Marche si trova una c. notevole a tre navate a Offida nella chiesa di S. Maria della Rocca e molte se ne trovano nelle Puglie come nel S. Nicola di Bari del sec. xir, nella cattedrale di Bitonto pure del sec. xir, nel duomo di Trani dei se