volume-04

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xtra Temp. Pasch.
3. Comm. Evangelistarum extra Temp. Pasch. Var. di n. 2.
4. Comm. Apost. et Evang. Temp. Pasch. Var. di nn. 203.
5. Comm. unius vel plur. Summ. Pontificum. Var. di nn. 6, 7, 9 secondo il caso.
6. Comm. unius Martyris extra Temp. Pasch.
7. Comm. plurimorum Martyrum extra Temp. Pasch.
8. Comm. un. vel plur. Martyrum Temp. Pasch. Var. di nn. 6 o 7.
9. Comm. Confessoris Pontificis.
10. Comm. Doctorum. Var. di nn. 9 o 11.
11. Comm. Confessoris non Pontificis.
12. Comm. Abbatum. Var. di n. 11.
13. Comm. Virginum.
14. Comm. non Virginum.
15. Comm. Dedicationis Ecclesiae.
16. Comm. Festorum B. Mariae Virginis.

Come si vede, nel Breviario, su 16 Comminia, solo nove sono completi; nel Messale invece esistono 13 Comminia tutti completi. Da notare il tipo proprio pasquale in uso per i martiri, fra i quali sono compresi gli Apostoli
e gli Evangelisti. I martiri infatti furono i primi ad avere culto pubblico nella Chiesa; le loro feste, se cadevano entro il tempo pasquale, parteciparono appieno del carattere gaudioso di quel tempo liturgico; pertanto ebbero anche formolari liturgici propri pasquali; gli altri santi, entrati più tardi nel culto, furono insigniti, per il tempo pasquale, soltanto con un largo uso dell'alleluia nelle formule liturgiche ordinarie. Questa preminenza dei martiri si rivela anche nella salmodia. E noto che anticamente la legge fondamentale per la salmodia era la recita continuativa, solo nelle grandi feste si procedeva ad una scelta, ma seguendo sempre la progressione numerica dei salmi. Ora, un confronto anche rapido della salmodia notturna e vesperale dei Comminia e delle feste più antiche dei martiri palesa la sua diretta derivazione dal ceppo salmodico primitivo per i martiri. Il Commune per le vergini, dato il loro carattere particolare di santità, ha anche una salmodia sui generis; però si noti che le martiri più illustri (Agata, Agneso) hanno una salmodia molto vicina a quella primitiva dei martiri, e che il primo confessore con culto pubblico, s. Martino, conserva ancora la salmodia completa di un martire. La salmodia delle vergini fu usata anche per altre sante e, con variazioni, soprattutto nelle letture, anche per la Vergine S.ma (solo il Ps. 47 del Commune delle vergini fu sostituito col Ps. 86, che canta la Gerusalemme santa, immagine della Vergine S.ma). Uno sviluppo indipendente prese la salmodia per gli Apostoli e per la dedicazione. Quanto agli Apostoli, è curioso rileggere gli astrusi commenti dei liturgisti medievali i quali osservarono naturalmente la differenza nella salmodia per gli Apostoli e per gli altri santi. Essi però notarono anche che l'officio notturno degli Apostoli contiene, nell'ordine progressivo, vari salmi del ciclo feriale (antico); perciò questi liturgisti dedussero questa simbolica: gli Apostoli comprendono in sé, per la loro missione universale, tutti i tempi; perciò la loro salmodia ha preso i suoi elementi da tutti i giorni (v. le relative notizie presso B. Gavanti-G. M. Merati, Thesaurus sacr. rituum, II, Roma 1736, p. 156).

Il C. S. è, in un certo senso, un ripiego, e quindi non può soddisfare in tutto. Il continuo aumento delle feste dei santi, di tipi così differenti e di spiritualità così diversa, fa sentire ancora di più la deficenza del C. S., il quale, per natura sua, rimane generico, incolore, e poco appropriato a santi di rilievo molto spiccato. Trovare un rimedio a questo stato di cose sarà difficile; un ritorno a formolari tutti propri per ogni santo, come qualcuno desidera, pare impossibile, almeno per la Chiesa universale; per i vari propri, diocesani e religiosi, si concedono facilmente testi più appropriati. Un desiderio molto diffuso e un vero movimento esiste per la creazione di un Commune proprio per i santi sacerdoti, i quali, ora, passano, senza il minimo rilievo al loro stato, come confessori non pontefici.

Bibl.: I noti compendi di liturgia sono generalmente assai parchi in dati concreti al riguardo. Tuttavia si possono individuare, per qualche cenno: P. de Puniet, Le sacramentaire romain de Gellone, in Ephemerides Liturgicae, 48 (1924), pp. 3-65, 127-27, 357-81, 217-37; 49 (1935), pp. 109-23, 209-29, 305-47; 50 (1936), pp. 3-33, 261-92; S. Blumev-R. Biron, Histoire du Breviaire, Parigi 1905; J. Baudot, Le Breviaire, Parigi 1941; M. Righetti, Slamale di storia liturgica, I, Milano 1945, p. 154; II, ivi 1946, pp. 449-60.

Giuseppe Löw
COMMUNIO. - È l'antifona che nella Messa solenne viene cantata dal coro dopo la Comunione del celebrante; in tutte le Messe è letta semplicemente dal celebrante stesso. Anticamente si cantava durante la distribuzione della Comunione dei fedeli, intercalandola con i versi di un salmo. A poco a poco, il salmo fu abbreviato fino a scomparire totalmente, sicché rimase la sola antifona, nella quale è riassunto qualche pensiero del giorno o della festa che si celebra; un vestigio dell'antico uso è rimasto nella sola Messa per i defunti. Nella liturgia ambrosiana è detta transitorium.

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Biel.: I. Schuster, Liber Sacramentorum, I, 3² ed., Torino 1932, p. 100; III, ivi 1933, p. 70; G. Destefani, La Messa nella liturgia romana, ivi 1935, pp. 307, 751 sE . Filippo Oppenheim

COMMUTAZIONE: v. legato Pio; SODDISFAZIONE; VOTO.

COMMYNES, Philippe de. - Storico e politico francese, n. ad Hazebrouck (Fiandra) verso il 1447, m. ad Argenton il 18 ott. 1511.

Tenne uffici diversi, prima nella corte di Carlo il Temerario, poi in quella di Luigi XI. Dopo un periodo disgraziato, tornò all'attività politica sotto Carlo VIII, che seguì in Italia, e infine sotto Luigi XII. Trascorse gli ultimi anni nel proprio castello ad Argenton, ove completò i suoi Mémoires, in 7 libri, dei quali i primi 6 riferiscono i fatti di Francia durante il regno di Luigi XI, il VII la spedizione di Carlo VIII in Italia.

Notevole è, del C., lo sforzo di superare la cronaca nella storia grazie ad una sua più profonda visione dell'insieme ed alla capacità di scorgere, oltre la contingente concatenazione degli eventi, la possibilità di una saggia interferenza in essi dell'umana volontà, nei limiti della Provvidenza, non senza cadere però nella stesura storiografica in un notevole psicologismo. Magistrale è in C. l'esame del fattore politico-diplomatico nella storia dei popoli.

Biel.: Opere: Oeuvres, a cura di J. Calmette, 3 voll., Parigi 1924-25 (con introd. e bibl.). Studi: C. A. Sainte-Beuve, Causeries du lundi, 3ᵉ ed., I, Parigi 1857, pp. 240-59; I. de Kiervyn de Lettenhove, Lettres et négociations de Ph. de C., 2 voll., Bruxelles 1865-74; Ch. Fierville, Documents inédits sur Ph. de C., Parigi 1881; V. L. Bourilly, Les idées politiques de C., in Revue d'histoire moderne et contemp., I (1894), pp. 93-123; B. de Mandrot, L'autorité historique de Ph. de C., in Revue historique, 73 (1900), pp. 241-57; 74 (1900), pp. 1-38; A. Molinier, Les sources de l'histoire de France des origines aux guerres d'Italie, V, Parigi 1904, pp. 5-22; B. Croce, Il personaggio italiano che esortò il C. a scrivere i Mémoires (Angelo Catone), in La Critica, 31 (1933), pp. 53-64; J. Liniger, Une philosophie de l'histoire. Le monde et Dieu selon Ph. de C., Neuchâtel 1943. Romano Romani

## COMNENOS PAPADOPULOS UGULOS,

Niccolò: v. PAPADOPULOS COMNENOS, NICCOLO.
COMO, diocesi di. - Nella Lombardia fa parte della provincia di C., comprende tutta quella di Sondrio (provincia kmq. 3123) e ancora le valli Marchirolo e Cuvio con Saltrio della provincia di Varese: in origine anche Poschiavo del cantone dei Grigioni e tutto il canton Ticino, quest'ultimo distaccato nel 1886.

Nel 1858 la diocesi era costituita con 507 parrocchie ( 178 in C. e provincia, 140 in Sondrio e provincia, 186 nel canton Ticino e 2 nel cantone dei Grigioni), 2102 sacerdoti, 360.089 fedeli : attualmente ( 1948 ) ha 360 parrocchie, 603 sacerdoti diocesani e 200 regolari per 379.600 fedeli su 380.000 ab. Ordini e Congregazioni maschili 15, Congregazioni femminili 35, seminari 2, proseminari 2. Il vescovo ebbe il titolo di conte; patrono della diocesi è s. Abbondio, festa il 2 apr.; titolare della Cattedrale: S. Maria Assunta.
I. Storia. - C. si affaccia alla storia ca. l'a. 196 a. C., nell'87 godette del diritto latino, con Giulio Cesare prese la denominazione di Novum Comum, fu colonia romana.

Narsete (m. nel 568) ne fece un propugnacolo di difesa; successivamente fu contea e con il vescovo a capo del nuovo ente politico; verso il 1100 sorse il comune.
C., distrutta nella lotta contro Milano (1118-27) fu tosto riedificata, riconosciuta indipendente nella pace di Costanza (1183). Seguirono le lotte guelfe e ghibelline, acuite dalle fazioni Rusconi e Vittani con ripercussioni dei Visconti e dei Torriani; Franchino Rusca la cedette (1335) ad Azzone Visconti; nel 1447 fu proclamata repubblica di S. Abbondio; nelle contese franco-spagnoloducali venne messa a sacco (1521) dal Pescara. Per due secoli C. rimase sotto il dominio spagnolo, assegnata poi (1714), con la pace di Radstad, all'Austria; unita alla Cisalpina nel 1789, ritornò all'Austria nel 1814 e nel 1859
fu incorporata al Piemonte; nel 1927, toltole il circondario di Varese, rimase con 224 comuni e 456.988 ab. nella supertice di ca. 2668 kmq . (Grande illustraz., III, Milano 1859, p. 746 ).

Tra le molte celebrità comensi eccellono: Caio Plinio naturalista (23-79), Cecilio Plinio letterato (64-118), Paolo Giovio storico (1483-1552), Benedetto Giovio storico e poeta (m. nel 1544), Alessandro Volta (1745-1826).
II. Storia ecclesiastica. - Le origini del cristianesimo in C. sono oscure; il protovescovo s. Felice fu consacrato nel 379 da s. Ambrogio, converti alla fede parecchi cittadini ed inaugurò la prima chiesa al colle Baradelle, dove costituì la sua sede. La diocesi fino al 1945 ebbe 110 vescovi, dei quali 4 onorati della porpora, 8 appartenenti ad Ordini religiosi.

Degni di nota fra loro s. Provino e s. Amanzio (450-89); s. Abbondio (v.) che diede sistemazione alla diocesi, distrusse i culti pagani sulle rive del Lario e nell'isola Comacina, estese la sua azione sulla Valtellina, per cui fu dichiarato patrono. Con Agrippino la diocesi, per la sua adesione allo scisma dei Tre Capitoli, passò dalla provincia ecclesiastica di Milano a quella di Aquileia, dalla quale prese il rito patriarchino. Cessato lo scisma, C. rimase ancora soggetto ad Aquileia. Titoli e privilegi furono concessi ed aumentati da Carlomagno, da Lodovico il Pio, da Lotario ecc. Pietro III assisté al Concilio Romano del 998; Guido Grimoldi (1096-1126) ebbe per avversario il pseudovescovo enriciano Landolfo Carcano; sotto il b. Guglielmo della Torre e Umberto Sala, furono introdotti in diocesi i Domenicani ed i frati Minori, sotto Benedetto da Asniago gli Agostiniani. Durante lo scisma d'Occidente (13781415) la diocesi stette con il Papa romano fino alla nomina del pontefice pisano Alessandro V (14091410); a Martino V il vescovo Turconi rassegnò la sede; Giannantonio Volpi (1559-88) oppose con i frati Minori di Milano forte resistenza agli eretici nella Valtellina; e là colse la corona del martirio (4 sett. 1618) l'arciprete di Sondrio, Niccolò Rusca, Paolo Cernuschi (1739-46) eresse il seminario di S. Orsola, Carlo Romano il seminario di S. Abbondio.

Durante il medioevo, fino al 1223, il vescovo veniva nominato dai canonici della Cattedrale con gli abati delle tre badie comensi, S. Abbondio, S. Carpoforo, S. Giuliano.

Il rito patriarchino cedette al rito romano durante l'episcopato di Filippo Archinti (1595-1621); Benedetto XIV nel 1751 riportò la diocesi a suffraganea di Milano.

La sede episcopale rimase a S. Carpoforo fino verso il 480 ; s. Abbondio la trasferì ai SS. Apostoli (dall'818 S. Abbondio), dal 1093, in città a S. Maria dove sorge l'odierna Cattedrale.

La diocesi ha celebri santuari, meta di frequenti pellegrinaggi : basilica del S.mo Crocifisso in C., la Madonna di Tirano, S. Maria del Soccorso a Lenno, Gallivaggio sopra Chiavenna, S. Maria delle Lagrime di Dongo.
III. Personacoli illustri. - Comasco fu il ven. Innocenzo XI (Benedetto Odescalchi, m. nel 1689); 13 cardinali fra i quali Tolomeo Gallio (m. nel 1607); Antonio Rusconi, generale dei frati Minori (m. nel 1449), il martire Nicolò Rusca, Daniele Cassomo O. F. M., ministro di Stato in Spagna (m. nel 1654), Primo Luigi Tatti, sornasco (m. nel 1676), e Giuseppe Rovelli (m. nel 1813), storici insigni; frate Emmanuele da Como, pittore (sec. XVII), d. Santo Monti, insigne storico recente, ven. Luigi Guanella (m.

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nel 1915), fondatore dei Servi della Carità e delle Figlie di S. Maria della Presentazione.
IV. Abbazie e monasteri. - C. è illustre per le sue antiche abbazic, monasteri e conventi maschili e femminili. In città: le abbazie benedettine di S. Abbondio (roro), di S. Carpoforo (ro40), di S. Giuliano (ro55), il monastero di S. Michele delle Benedettine a Monte Olimpino (i164), la prepositura degli Umiliati (1134), detta Rendincto, madre di altre case; il monastero forense di S. Benedetto del Monte Olterone in Valle Perlesca (ro83), S. Maria a Torello (Lugano) dei Canonici regolari (1217), S. Maria di Acquafredda dei Cistercensi sopra Lenno (i142 ca.); priorati cluniacensi: S. Pietro di Vallate (Cosio) in Valtellina (1078), S. Nicola di Piona sul Lario (i i io); ebbe fama la collegiata di S. Eufemia all'isola Comacina, eretta nel 1031; conventi e monasteri di quasi tutti gli Ordini religiosi, scomparsi per le leggi evcrsive alla libertà della Chiesa.
V. Istituti di cultura. - C. nel 1474 ebbe la prima tipografia di Ambrogio de Orchi, dal Cinquecento in poi diede storici, letterati, teologi, oratori, scienziati.

Nella metà del sec. xvir il vescovo Cernuschi fondò l'accademia Innocenziana, che preluoc al museo Civico di archeologia (1873), al tempio Voltiano ed alla società storica politico-civile ed ecclesiastica, con Rivista storica e Raccolta storica comense e la Società archeologica la quale pubblica dal 1871 una Rivista archeologica della provincia e antica diocesi e suo territorio. La biblioteca Civica (sec. xvII) è ricca di codici, incunaboli e più di 100.000 volumi, aperta agli studiosi; la biblioteca del seminario è pure importante per codici, ecc. Il vescovo Macchi inaugurò in episcopio il musco Innocenziano e riordinò l'archivio vescovile con la preziosa raccolta di codici e atti autentici della diocesi. L'archivio notarile comense conserva registri del sec. xiv ed altri di notai ecclesiastici.
VI. Monumenti. - C. conserva molte epigrafi cristiane che vanno fino al sec. xi. Sussistono ancora parti delle antiche mura della città del 1192 e tre delle torri antiche e quella quadrata, detta Porta Torre che è a
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(Iol. Enii)
Como - Facciata del Duomo (fine sec. xiv-xv).
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(Iol. Enii)
Como - Abside dEI Duomo (sec. xv), la cupola è dei primi del sec. xvin.
due aperture, secondo l'uso romano. Nel 1931 vennero in luce avanzi dell'antico episcopio del 1015 . Ben conservata la basilica di S. Abbondio, consacrata da Urbano II nel ro95: l'abside interna conserva dipinti del sec. xiv; così la basilica di S. Carpoforo con la torre quadrata del ro40; l'abside e la cupola di S. Giacomo del periodo romanico; la chiesa di S. Fedele ed il Broletto a forma gotica del 1215; la splendida cattedrale di S. Maria Assunta del sec. xiv sgg. rappresenta la sintesi della vita artistica di C. dal periodo trecentesco ai tempi nostri. La diocesi possiede sacri monumenti di antichità sulle rive del Lario, all'Isola Comacina; i Battisteri di Gravedona, di Lenno, di Chiavenna, la chiesa di S. Maria di Dongo del in io, la badia di Piena, restaurati, e così nella Valtellina monumenti antichi.

Bibl.: Fonti : Monumenta vetera civit. Comensis, cod. sec. xiv. I-iv (Archivio curia vescovile Como); Privilegia Comanae Ecclesiae, cod. sec. xv (ivi): I. Bellasil, Codex privilegiorum Comanae Ecclesiae, cod. sec. xvi (bibl. Ambrosiana); Pergamene di monasteri comensi (indice pergamene in bibl. Ambrosiana); B. Giovio, Novocomensis historiae patriae, del 1532, Venezia 1602; L. Caraffini, Tavola dittica dei vescovi comensi, Como 1631; L. Tatti-G. M. Stampa, Annali della città di C., ivi 1663 e Milano 1723; id., Sanctuarium seu Martyrologium Novocomensis Ecclesiae, Como 1673; G. Rovelli, Storia di C., I-III, Milano 1789-1802; C. Cantù, Storia della città e diocesi di C., Como 1829; id., Grande illustrazione del Lombardo-Veneto, Milano 1839; V. Barelli, Notizie storiche sulle chiese di C.-Monumenti comaschi, ivi 1888; F. Niguarda, Comensis descriptio Ecclesiarum civit. Novocomensis a. 1392, in Raccolta storica di C., Como 1892-98; P. Toesca, La pittura e miniatura in Lombardia, Milano 1912, passim; P. Kehr, Italia Pontificia, VI, 1. Berlino 1913. pp. 397-418; U. Monneret de Villard, Iscrizioni cristiane della provincia di C. anteriori al sec. XI, Como 1912; id., Isola Comacina, ivi 1914; F. Savio, Gli antichi vescovi d'Italia dalle origini al 1300. La Lombardia, parte 20. I. C., Bergamo 1918, pp. 267-87; F. Ballarini, Compendio delle cronache della città di C., Como 1919; R. Majocchi, I vescovi di C., Milano 1929; M. Monti, Storia di C., Como 1929-32; G. Turazza, La successione dei vescovi di C. dal 370 al 1930, Como 1930; Cottineau, I, coll. 848-49; A. Silvagni, Monumenta epigraphica christiana sueculo XIII antiquiora quae in Italiae finibus adhuc extant, II, Città del Vaticano 1943 (v. indice); Periodico della società storica di C., ss. 1878-1943; Rivista archeologica della città e antica diocesi di C., cit. Paolo Sevesi

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COMODATO. - E un contratto con il quale una delle parti contraenti (comodante) consegna all'altra (comodatario) una cosa mobile o immobile, affinché se ne serva per un tempo o per un uso determinato, con l'obbligo di restituire la stessa cosa ricevuta (art. 1803 Codice civile). E un contratto essenzialmente gratuito; se fosse pattuito un compenso, non si avrebbe c. ma locazione; è un contratto con obbligazioni unilaterali; è un contratto reale, che non esiste finché non sia conseguito l'oggetto.

Si distingue dal mutuo, che non è essenzialmente gratuito, potendo anche essere oneroso (mutuo ad interesse), non può avere per oggetto qualsiasi cosa, ma soltanto una quantità di denaro o di altre cose fungibili, e importa l'obbligo di restituire non le stesse cose ricevute, bensì la stessa quantità, specie, e qualità; si distingue altresi dal deposito, che è diretto alla custodia della cosa, mentre il c. è di regola diretto a procurare al comodatario l'utilità che l'uso della cosa può dare.

Gli obblighi delle parti contraenti sono segnati dal Codice civile italiano e valgono anche in coscienza, secondo il principio generale che investe tutto il trattato morale de lattitu et iure : le leggi civili, che regolano i rapporti giuridici fra le varie persone, hanno un valore etico e quindi obbligano in coscienza, se non sono contrarie al diritto divino.

Gli obblighi principali del comodatario sono: custodire e conservare la cosa con la diligenza del buon padre di famiglia (il comodatario risponde persino del perimento fortuito della cosa in alcuni casi : artt. 1850, 1806); servirsi della cosa solo per l'uso determinato dal contratto o dalla natura della cosa stessa; non concederne ad altri il godimento senza consenso del comodante (art. 1804). Le restituzione della cosa deve essere fatta o alla scadenza o termine, o alla fine dell'uso, o, in taluni casi, anche dietro semplice richiesa del comodante (artt. 1809-11).

Gli obblighi principali del comodante sono: se il comodatario ha dovuto sostenere spese straordinarie e urgenti per la conservazione della cosa, il comodante deve rifondergliele (art. 1808); se la cosa ha vizi, il comodante è tenuto a risarcire al comodatario il danno che a questi ne sia derivato (ad es., i freni della bicicletta erano guasti e il comodatario s'è fatto male) : si noti però che l'obbligo c'è solo quando il comodante conosceva il vizio e non ne ha fatto parola al comodatario (art. 1812).

In diritto canonico, per quanto riguarda i beni ecclesiastici, valgono, quanto al c., le norme stabilite dalla legge civile nei rispettivi paesi (v. BENI ECCLESIATICI; CANDNIZZAZIONE DELLE LEGGI CIVILI; CONTRATTO); solo è vietato (e forse a pena di nullità del contratto, nonostante il can. 11) dare in c. cose sacre, per usi non consentanei alla loro qualità (can. 1537, che è una applicazione del principio generale enunciato nel can. 1150). Vale inoltre anche per il c. l'obbligo di osservare le stesse formalità prescritte per l'alienazione di beni ecclesiastici, quando il contratto, pur non essendo una vera alienazione, può produrre un danno patrimoniale all'ente ecclesiastico cui appartiene la cosa.

BibL.: L. Marelli, Istitue. di diritto civile, Milano 1942, p. 295.
G. Ceriani - Pio Ciprotti

COMODATO BANCARIO. - Più comunemente è detto pseudo-c. o prestito bancario di titoli. Pseudo-c., perché se da un lato ha degli aspetti che lo assomigliano al contratto di comodato, dall'altro se ne diversifica per più punti, accedendo ad altre forme di contratto, come il mutuo, l'usufrutto, la locazione.

Con questo contratto il comodante consegna ad una banca (comodataria) dei titoli, e questa si impegna a custodirli, corrispondendo al comodante una provvigione, come corrispettivo della facoltà di uso dei titoli, che alla banca è riservata durante il
tempo per il quale i titoli restano vincolati presso di lei. E la forma di custodia "a dossier aperto": il cliente cioè lascia alla banca la facoltà di usare detti titoli (se il dossier è chiuso, i titoli restano del cliente e la banca non li può usare, se non a nome e per conto del cliente). In realtà la banca dispone di questi titoli, come se fossero suoi. Dovrebbe al fine restituire i titoli "in individuo", e non solo "in specie"; dovrebbe cioè restituire quei dati titoli, numericamente identici. Ma il fatto che i titoli dati in custodia non vengono perfettamente identificati all'atto della consegna, dandosi semplicemente atto del loro numero e valore complessivo, fa sì che in pratica l'obbligo della banca, al termine dell'operazione, si limiti alla restituzione dei titoli equivalenti. E questo, insieme alla non gratuità del contratto, uno dei caratteri che più differenziano il c. b. dal comodato vero e proprio, in cui si restituisce la cosa stessa che è stata consegnata, e lo fanno avvicinare piuttosto al mutuo.

Senonché nel mutuo la proprietà e il possesso civile passano nel mutuatario, mentre ciò non avvienc nel caso del c. b. Sotto questo aspetto il c. b. ha punti di contatto con l'usufrutto, perché anche in questo si ha il diritto di godere delle cose, di cui altri ha la proprietà, e si ha pure l'obbligo di conservarne la sostanza, tanto nella materia, quanto nella forma.

Ma anche dall'usufrutto ha più note differenziali, come la durata, che nell'usufrutto si misura al massimo sulla vita: nel c. b. passa agli eredi. Inoltre mentre l'usufrutto può essere imposto anche per legge, il c. b. è perfettamente volontario.

Le banche, mediante questa operazione, possono, specialmente in determinati periodi di crisi, procurarsi denaro liquido, dando i titoli a riporto o in pegno, o impiegando in altre operazioni bancarie i titoli stessi avuti in consegna.

Gli obblighi delle parti contraenti definiti in modo generico nell'esposizione del contratto stesso hanno un valore anche etico e quindi obbligano in coscienza. Gravano piuttosto sul comodatario, cioè sulla banca, che sul comodante. Questi più che altro ha l'obbligo di risarcire i danni, qualora i titoli depositati vengano sequestrati o altro, p. es., perché di provenienza furtiva.

Maggiori obblighi e maggiore probabilità di violazione stanno da parte del comodatario, la banca, che deve custodire e conservare per poi a suo tempo restituire. L'impiego dei titoli deve essere utilizzato nelle operazioni ordinarie, come il risparmio, di cui i titoli sono spesso una forma, e non in quelle che, accanto a larghe possibilità di utili, si presentano molto rischio e.

Al risparmiatori non viene infatti alcun vantaggio per i larghi utili che si sperano (la provvigione infatti è assai modesta), mentre le eventuali perdite, con il relativo crollo della banca, possono ricadere anche sui risparmi, che in caso hanno le veste di titoli.

D'altra parte anche il cliente dovrebbe pensare alle dolorose sorprese a cui può andare incontro, lasciandosi trascinare a speculare sul piccolo compenso che la banca gli concede per l'uso dei suoi titoli, e non lasciarsi vincere sempre dall'avidità di guadagno o almeno fare induzioni sulla serietà della banca a cui li affida.

BibL.: C. Vivante, I prestiti bancari di titoli, in Rivista di diritto commerciale, 1 (1923), p. 89; G. Bicchierai, Il mondo degli affari e la morale, Brescia 1935, pp. 263-64. Pietro Palazzini

COMPACTATA: v. BORMI, FRATELLI.
COMPAGNI, Dino. - N. ca. il 1260 a Firenze, m. il 26 febbr. 1344. Iscritto all'Arte della lana, sostenne gli ordinamenti democratici collaborando con Giano della Bella, e per sei volte fu eletto console della sua Arte. Nel 1289, al momento della vittoria dei guelfi a Campaldino, era dei Priori. Nel nov. del 1295 fu accusato di non aver atteso alla applicazione

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degli ordinamenti di giustizia. Con il prevalere dei Neri chiuse la sua vita politica ed evito l'esilio con una lettera di protesta. Ebbe sepoltura a Firenze, nella chiesa di S. Trinita.

La Cronica delle cose occorrenti ne' tempi suoi, composta dopo il 1310, abbraccia la storia di Firenze dal 1280 al 1312. Temperamento conciliativo nella vita politica. il C. nella sua Cronica difende la posizione dei Bianchi e la sua azione personale; alcuni per questo han voluto considerare l'opera stessa come una prolungata apologia autobiografica. Nel suo stile tacitano, lineare e solenne, il C. si rivela grande artista ed eloquente scrittore. Teologica è la sua concezione della vita e della storia; nella narrazione è frequente l'appello a Dio "guardia e guida de' principi alla lotta del bene e del male, alla divina giustizia che "molte volte punisce nascostamente e toglie i buoni pastori e' popoli rei che non ne sono degni e dà loro quelli che meritano alla loro malizia - (III, 12). La polemica del secondo Ottocento sul testo della Cronica si concluse con l'edizione critica di I. Del Lungo (D. C. e la sua Cronica, Firenze 1879-87). Tra le opere minori del C. si ricordano le Rime giovanili; gli fu attribuito un tempo il poema allegorico dottrinale L'intelligenza, in nona rima, opinione non più seguita dopo gli studi del D'Ancona e di I. Del Lungo. Pubblicata la prima volta dal Muratori in Rer. Ital. Script., IX, pp. 465-336, si ha ora nella 2ᵃ ed., val. IX, parte 2^{text {a }}, pp. xv1-436 con le note di Isidoro del Lungo.

BibL.: G. Cenzatti, Sulle fonti della "Intelligenza", Vicenza 1906; R. Piccoli, La cronica, le rime e l' Intelligenza di D. C., Lanciano 1911; I. Del Lungo, Storia esterna, vicende, accenture d'un piccol libro dei tempi di Dante, 2 voll., Milano 1917-18; G. Biagi, L'intelligenza, che via e di chi, Pisa 1922; M. Rigillo, D. C., in Rievocucioni centenarie, Piacenza 1923; D. Guerri, D. C., Torino 1932; L. Russo, D. C. storica e rimatore, in Disegno storico della lett. it., Firenze 1946, pp. 66-69. Giovanni Fallani
COMPAGNIA DEL DIVINO AMORE. - Sebbene le C. del D. A. siano in genere confraternite, vanno però tenute distinte perché ebbero parte importante in quel largo movimento di spiritualità e beneficenza, che si sviluppa sul principio del sec. xvI, cui diedero largo impulso i Domenicani, i Francescani, i Canonici regolari, ecc. La prima C. si costitul a Genova per lo zelo di Ettore Vernazza e tre altri cittadini genovesi, mossi da s. Caterina Fieschi-Adorno, nel 1497; un poco prima del 1515 fu istituita quella di Roma in Trastevere, seguirono a breve distanza quelle di Vicenza, di Venezia, Napoli ed altre ancora, poste sotto la protezione di s. Girolamo.

Erano composte di laici di ogni condizione in numero dal 40 al 60 e da un numero ristrettissimo di sacerdoti, e furono promosse da persone di singolare pietà, come s. Gaetano Thiene, Gian Pietro Carafa e dai loro compagni teatini, Bartolomeo Stella, Gian Matteo Giberti ed altri ancora.
"Chi vole essere vero fratello di questa compagnia sia umile di core, alla quale umiltà tranno tutti li costumi et institutioni di questa fraternita; et però ognun drizzi tutta la mente et speranza sua in Dio et mera in lui ogni suo affetto, altrimenti saria falso fratello». Questo proposito di intensa vita spirituale veniva promosso da particolari adunanze e preghiere sotto la direzione dei sacerdoti, da una particolare frequenza dei Sacramenti, dall'esercizio nascosto delle opere buone spicciole e quotidiane a sollievo delle miserie comuni. Ma venendo incontro alle miserie sociali più urgenti le C. intrapresero fondazioni per convertite, orfani, fanciulle pericolanti ed in particolare per gli incurabili, infetti cioè di sifilide ed altri mali cronici, istituendo per loro ospedali speciali. Ma queste più importanti istituzioni erano affidate, particolarmente a Genova, Roma, Venezia, ad un "ridotto" e commissiono di laici nelle quali i fratelli della C. avevano la speciale assistenza, "Et per essere questa fraternita di laici, li quali alle volte si spaventano dalle
bone opere per il dir d'altri, sia obligato ognuno delli fratelli tenere secreto li fratelli, l'opere et modi della fraternita». Questo precetto fu infatti osservato con cura speciale. Il periodo d'oro dell'attività di queste C. fu la prima metà del ' 500 ; a Roma la C. cessò nel 1527 con il terribile sacco, ma lo spirito sopravvisse nell'ospedale degli Incurabili a S. Giacomo in Augusta ed in altre fondazioni caritative.

I «Capitula fraternitatis Divini Amoris» di Genova, furono pubblicati da P. Tacchi-Venturi, Storia della Compagnia di Gesù in Italia (2a ed., II, Roma 1939, pp. 23-42); la "Statuta dello spedaletto del Ridotto degli Incurabili di Genova" fu pubblicato da Cassiano da Langasco, Gli ospedali degli incurabili (Genova 1938, pp. 197-203) con aggiunta di documenti; i "Capitoli della confraternita del D. A. di Roma - da A. Castellini, Figure della Riforma pretridentina (Brescia 1948, pp. 273-77), cui tengono dietro quelli del D. A. di Brescia (pp. 277-82). In quest'opera (pp. 282-88) si ha pure l'«Elenco dei confratelli del D. A. di Roma».

BibL.: A. Biasconi, L'opera delle C. del D. A. nella Riforma cattolica, Città di Castello 1914; F. Paschini, La beneficenza in Italia e le C. del D. A. ecc., Roma 1923; id., Tre ricerche sulla storia della Chiesa nel Cinquecento, ivi 1943, pp. 1-88.

Pio Paschini
COMPAGNIA DELLA BEATA VERGINE MARIA. - Nel 1664 a Manila, nelle isole Filippine, vicino alla residenza dei Gesuiti, si aprì una casa di pie donne, dette Devote (Seatas) della C., sotto la guida di Ignazia dello Spirito Santo, meticcia di 22 anni. Esse vivevano del lavoro manuale. Nel 1872 i missionari gesuiti fondarono nell'isola di Mindanao due orfanotrofi, chiamandovi a dirigerli le Devote di Manila. Altre case e scuole furono aperte in seguito, ciò che fece sorgere la necessità di raggrupparle in congregazione religiosa sotto una superiora generale e con costituzioni proprie, dato che prima ogni casa era indipendente. Dopo quella del delegato apostolico, venne l'approvazione della S. Sede, ed oggi la C. conta 33 case con più di 250 suore. Silverio Mattei

COMPAGNIA DELLA CARITÀ. - Istituita a Roma il 1^{°} genn. 1519 dal card. Giulio de' Medici, nella quale entrarono ben presto cardinali, prelati della Curia, mercanti ed altri ufficiali, i quali facevano capo alla chiesa di S. Andrea in Arenula con l'intento di provvedere ai poveri vergognosi, ai carcerati, ai miserabili d'ogni condizione. Speciale cura la C. si prese del monastero delle Convertite. Il 28 genn. 1520 essendo già cresciuto il numero degli aderenti il card. de' Medici la eresse in arciconfraternita; diventato papa con il nome di Clemente VII concesse alla sua confraternita la chiesa di S. Girolamo, ufficiala sino allora dai Francescani osservanti, che prese appunto il nome di S. Girolamo della Carità e cominciò ad essere ufficiala da 12 cappellani. Ebbe un cardinale protettore e sopravvisse anche al sacco del 1527 che interruppe l'attività di tante opere pie. S. Filippo Neri fu più tardi per lunghi anni ospite a S. Girolamo della Carità.

BibL.: P. Paschini, La beneficenza in Italia ecc., Roma 1923, p. 41: id., Tre ricerche sulla storia della Chiesa ecc., ivi 1943, p. 51: A. Castellini, Figure della Riforma pretridentina, Brescia 1948, p. 289 .

Pio Paschini
COMPAGNIA DELLE FIGLIE DI MARIA NOSTRA SIGNORA. - Fondata da s. Giovanna di Lestonnac, baronessa di Montferrand Landiras nel 1607, fu il primo istituto, in Francia, dedicato all'insegnamento. Si propagò rapidamente in Europa e nelle Americhe. Le persecuzioni subite in varie nazioni, e specialmente in Francia nel 1904, fecero sentire la necessità di riunire l'istituto sotto l'autorità di una superiora generale, ciò che avvenne

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nel 1921 con l'unione di una parte delle comunità esistenti. Attualmente le religiose sono oltre 3000.

BinL.: L. Entraygues, La bienh. fraune de Lestonnac, Périgueux 1940: C. Testore, S. Giovanna di Lestonnac, Roma 1940.

Silverio Matte!
COMPAGNIA DEL S.mo SACRAMENTO. Organizzazione religiosa fondata a Parigi nel 1630 come società segreta da Enrico de Lévis, duca di Ventadour, con la cooperazione del cappuccino Filippo d'Angoumois e di due sacerdoti, prefiggendosi di unificare le forze dei migliori cattolici « per compiere tutto il bene possibile ed evitare tutto il male possibile». I suoi membri appartenevano alle classi più elevate (clere, nobiltà, magistratura); tra i più celebri : s. Vincenzo de' Paoli, il ven. Olier, Bossuet, Abelly, Coligny (figlio dell'ammiraglio ucciso), il principe di Gondi, il marchese de Salignac-Fénelon, il conte de Noailles, il barone de Renty, Le Fèvre d'Ormesson. La c. ebbe fondazioni nelle principali città (49) : tutte ricevevano le direttive da Parigi. L'organizzazione centrale era composta di 9 membri, tra i quali si sceglieva il presidente, il direttore spirituale, il segretario. Al giovedi, dedicato al S.mo Sacramento, la C. teneva le sue adunanze, in cui, discussi i mezzi più opportuni per raggiungere i suoi fini e data relazione della corrispondenza in arrivo dalle province, si pregava e si leggeva un capitolo della Bibbia, dell'Initazione di Cristo o del Combattimento spirituale.

Il segreto più rigido era considerato la condizione assoluta del successo, perché poneva i membri al riparo dalle mene degli avversari e nella possibilità di imitare il nascondimento di Gesù nell'Eucarestia. Luigi XIII, informato dell'esistenza e dei fini della C., si mostrò favorevole chiedendone, con lettera privata, l'approvazione all'arcivescovo di Parigi, che la rifiutò recisamente. La S. Sede, più volte sollecitata dagli ambasciatori regi e membri della C., rispose sempre evasivamente limitandosi a concedere indulgenze come se si fosse trattato di una confraternita qualunque. Sebbene non approvata, la C. si diffuse rapidamente fino a coprire di una fitta rete di cellule tutta la Francia, incidendo fortemente sulla vita religiosa e politica della nazione; infatti, quasi ispiratasi al motto : facere et pati fortia catholicum est, in 30 anni attuò le imprese più ardue: l'«Hôpital Général» per tutti i mendicanti di Parigi, il seminario delle Missioni Estere, le opere assistenziali per i carcerati, i galeotti, le perdute, i poveri vergognosi, i magazzini parrocchiali facenti capo a quello generale (una specie di assistenza cattolica per tutti gli affamati). La vasta opera caritativa di s. Vincenzo si spiega in parte con gli aiuti che gli fornì la C., che intanto aveva ingaggiato una guerra spietata alla bestemmia, al malcostume, al gioco, al duello. Inful efficacemente perché l'editto di Nantes fosse interpretato in senso restrittivo, conservando alla Francia la sua omogeneità di nazione cattolica. Nel 1659 tenne con grande successo il suo congresso generale a Parigi: il cattolicesimo militante passo in rivista le sue forze. Ma l'anno seguente il segreto fu svelato, a Caen, e un decreto reale, voluto dal Mazzarino, proibì tutte le società segrete.

La C. scomparve, ma le sue grandi opere rimasero a perenne testimonio della sua interna soprannaturale vitalità. Il "grande secolo" della Francia non si può studiare e comprendere senza tener conto di questa straordinaria sebbene effimera istituzione. I documenti ritrovati alla fine dell' '80o destarono gran rumore scandalistico per la presenza di una "massoneria cattolica in piena controriforma». L'essere segreta una società non significa che per questo sia immorale, tanto più che altre simili sorsero allora in Francia e fuori; mentre, come per le Compagnie del Divino Amore (v.) in Italia nel secolo precedente, il segreto era una salvaguardia per operare il bene in fraternità cristiana senza esporsi alle critiche del grosso pubblico. Perciò, pur ammettendo qualche eccesso di zelo in uomini che vissero nel clima ancora
arroventato delle guerre religiose, è un'ingiustizia storica continuare a qualificare la C. come cabala dei devoti. Non fu una compagnia di "Tartufi" quella che annoverava tra i suoi membri s. Vincenzo, l'Olier, il Bossuet e che s'ispirava al nascondimento di Gesù nell'Eucarestia per compiere grandi opere di beneficenza sociale con quel "tacer pudico" che ogni seguace del Vangelo deve lodare.

BinL.: Il documento più importante fu pubblicato dal benedettano D. Beauche-Filhoa, Annales de la Compagnie du StSacrement par le Comte René de Vayes d'Argemun, Marniglia 1900. La storia e l'interpretazione dei fatti in senso cattolico è presentata da Y. de la Brière, Ce que fut la Cabaie des Déyots, Parigi 1906: J. Aubigne, La réforme catholique du XVII' siècle dans le diocèse de Limoges, ivi 1906, pp. 352-63; A. Auguste, La Compagnie du St-Sacrement à Toulouse, ivi 1013: id., Les sociétés secrètes catholiques du XVII siècle, ivi 1913: M. Sautrian, La Compagnie du St-Sacrement à Caen, ivi 1013: L. Prunel, La renaissance catholique en France au XVII' siècle, (vi 1921, pp. 143-82 (con scelta bibliografia).

Da parte protestante: F. Rabbe, Une société secrite catholique au XVII siècle, in Revue historique, 71 (1890), pp. 243-502; R. Allier, La Cabaie des Deyots, Parigi 1902; A. Rabelliau, Un épisode de l'histoire religieuse du XVII siècle, in Revue des deuxmoules, 17 (1903), p. 621.

Antonio Padanti
COMPAGNIA DI GESU. - Ordine religioso, di Chierici Regolari, fondato da s. Ignazio di Loyola (v.) ed approvato dalla S. Sede nel 1540 . I suoi membri si chiamano comunemente gesuiti. Le prime origini della C. di G. risalgono al 1534 , in cui s. Ignazio raccolse a Parigi un primo gruppo di compagni ben scelti, desiderosi di attendere al bene delle anime; e si concretò più tardi a Roma nel 1539. I punti fondamentali, raccolti in una breve Formula Instituti Societatis Iesu, furono approvati verbalmente, il 3 sett. 1539, da Paolo III, che l'anno seguente confermava ufficialmente il nuovo Istituto con la bolla Regimini militantis Ecclesiae del 27 sett. 1540.

Sommario: I. Organizzazione. - II. Sviluppo storico.
I. Organizzazione. - 1. L'Istituto. L'insieme dei testi legislativi della C. di G., sia provenienti da s. Ignazio, sia di data posteriore, costituiscono l'Institutum Societatis Iesu (edizioni d'insieme: Anversa 1635, 15 voll.; Praga 1705 e 1757, ciascuna in 2 voll.; Avignone 1827-93, 7 voll.; Roma-Firenze 1869-91 e 1892-93, ciascuna in 3 voll.). Eccone le parti essenziali :
I) le bolle pontifice d'approvazione o di concessione di privilegi. - 2) Le Costituzioni di s. Ignazio, precedente da un Exame generale per uso dei candidati. Ciascuna delle dieci parti delle Costituzioni è accompagnata da "dichiarazioni" (edizione critica delle Costituzioni nei Monumenta historica S. I., voll. 63-65, Roma 1934-38; ampio commentario storico e ascetico : J. M. Aicardo S.I., Commentario a las Constituciones de la Compañia de Jesús, 6 voll., Madrid 1919-32). - 3) Gli Esercizi spirituali di s. Ignazio che, senza essere un documento legislativo, forniscono lo spirito animatore della C. di G. (ed. critica nei Mon. hist. S. I., Madrid 1914). - 4) Le Regole, fra le quali una serie, Sommario delle costituzioni, è un estratto dei passi di maggiore importanza ascetica delle Costituzioni; le altre, Regole comuni e Regole dei vari uffici, sminuzzano in prescrizioni pratiche i grandi principî ascetici. - 5) I Decreti e canoni delle Congregazioni generali; vi si possono aggiungere le formule o regolamenti per le celebrazione delle stesse Congregazioni generali e provinciali. - 6) Le Istruzioni e ordinazioni fatte o fatte fare dai padri generali e specialmente moltiplicate dal p. Acquaviva. Due ebbero eccezionale importanza, il Direttorio sulla maniera di dare gli Esercizi spirituali (ed. definitiva, Firenze 1599; ed. critica con gli Esercizi nei Mon. hist. S. I., Madrid 1914), e la Ratio atque Institutio Studiorum S. I (testo definitivo Napoli 1599; ed. scientifica dal p. Pachtler nei Mon. Germaniae Paedagogica, V, Berlino 1887; trad. it. del p. Barbera, Padova 1942; non incluse nei volumi dell'Institutum), le Lettere circolari dei padri generali a tutto l'Ordine, sono

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di carattere prevalentemente parenetico. - A scopo pratico, fu compilato un compendio o Epitome Instituti Societatis Iesu (Roma 1689; ristampe 1704, 1847, 1882). Ne fu eseguito un rifacimento totale (1924) dopo la pubblicazione del nuovo codice di diritto canonico.

La forma di vita religiosa che segue la C. d. G. è quella dei Chierici regolari, nata appunto nel Cinquecento (con i Teatini, Somaschi, Barnabiti, ecc.) e che abbandona molte delle osservanze esteriori degli antichi ordini, accentuando invece la pratica apostolica dei ministeri sacerdotali.
2. Lo scopo. - Lo scopo della C. di G. è doppio : ottenere la maggior gloria di Dio tanto mediante la santificazione personale, quanto per mezzo della salute e perfezione del prossimo. Ecco come i testi ufficiali spiegano questo fine apostolico: la difesa e la propagazione della fede e il profitto delle anime nella vita e nella dottrina cristiana, e ciò per mezzo delle prediche, esercizi spirituali, catechismi, amministrazione dei Sacramenti e altri ministeri sacerdotali,
senza escludere le altre opere di misericordia spirituale e anche temporale. Le forme di apostolato non sono tassativamente limitate, ma si adattano con grande flessibilità ai bisogni e possibilità dell'epoca.

Innovazione introdotta da s. Ignazio fu la lunghezza della formazione e il procedere per passi nell'aggregare all'Ordine le nuove reclute, con la consequente distinzione di categorie o gradi fra i religiosi. Dopo due anni di noviziato con i loro « esperimenti», i tre voti pubblici semplici e perpetui mettono gli studenti nella categoria degli scolastici approvati, veri religiosi (s professi n nella terminologia comune del diritto) legati verso l'Ordine, che però non si lega ancora incondizionatamente verso di essi. Dopo gli studi di lettere, filosofia e teologia (comunemente separati da alcuni anni d'insegnamento), e un terzo anno di probazione (altra innovazione (maxiana), gli ultimi voti dànno il grado definitivo : o la professione solenne di quattro voti (il quarto essendo di speciale ubbidienza al Sommo Pontefice), accompagnati da cinque voti semplici, o il grado di coadiutore spirituale formato con tre voti ordinari pubblici, ma semplici (non solenni); nella pratica attuale, la professione solenne dei soli tre voti sostanziali è una misura eccezionale concessa solo in casi speciali. I Fratelli Coadiutori (laici) fanno parimente due anni di noviziato (dopo i sei mesi canonici di postulato), seguiti dai tre voti semplici e perpetui. Dopo dieci anni, fanno gli ultimi voti, che li costituiscono Coadiutori temporali formati.
S. Ignazio volle per la C. una povertà strettissima, che la fece riconoscere da s. Pio V come Ordine mendicante. Non solo i membri singoli sono incapaci, dopo gli ultimi voti, di possedere beni privati, ma neppure le case professe, centro e cuore della C. di G., possono possedere redditi fissi. Le case di formazione ed i collegi conviene al contrario che siano fondati, per raggiungere più liberamente il loro fine. Le case professe furono poco numerose e benché il loro influsso fosse stato notevole in alcune città (Roma, Napoli, Parigi, Lishona, ecc.), fu tuttavia assai inferiore, storicamente, a quello dei collegi.

Come è noto, l'abbedienza occupa nello spirito della C. di G. un posto privilegiato e s. Ignazio ne è uno dei teorici classici. Caratteristico il quarto voto dei professi, di speciale obbedienza al Sommo Pontefice circa le sue «missioni», voto che manifesta senza esaurirla la particolare devozione della C. di G. alla Sede Apostolica. Il governo dell'ordine è monarchico (con capitolare) e centralizzato. Il Preposito generale è eletto a vita dalla Congregazione generale (tutti i provinciali, più due deputati per provincia). La Congregazione generale che gode sola la piena autorità legislativa (anche il generale le è soggetto), non è periodica (altra innovazione che fu combattuta da membri d'antichi Ordini, abituati ai Capitoli periodici): salvo casi di eccezionale gravità, si riunisce solo alla morte del generale. Gli Assistenti sono eletti dalla Congregazione per formare il consiglio ordinario del generale; hanno la cura più speciale degli affari d'una Assistenza o gruppo di province formanti una certa unità geografica. Tutte le altre nomine dipendono direttamente o indirettamente dal Generale.
S. Ignazio volle precludere ai suoi l'accesso alle prelature e dignità ecclesiastiche. I professi di voti
solenni in forza d'un voto speciale, gli altri in virtù delle loro regole, non possono né cercarle, né accettarle, se non formalmente obbligati dal sommo pontefice. La C. di G. non ha un Secondo ordine (respinse sempre le pretese di parecchie Congregazioni femminili che volevano dirsi gesuitesse e rifiutò la cura ordinaria delle Congregazioni più recenti, anche se hanno fatto propria gran parte delle regole di s. Ignazio). Non ha neppure un Text'ordine e non ne costituiscono uno gli affiliati alle Congregazioni mariane, che sono state il mezzo più ordinario per prolungare l'azione apostolica della C. di G. fra i laici.
II. Sviluppo storico. - La storia della C. di G. è nettamente divisa in due grandi periodi (15401773; 1814 ai nostri giorni), separati dalla soppressione della C. ad opera di Clemente XIV, riuniti dalla permanenza d'un piccolo gruppo di Gesuiti in Russia.
I) Il primo secolo è contrassegnato da una prodigiosa espansione, da uno slancio generoso in tutte le opere di apostolato, ma accompagnato già da forti opposizioni, non solo nel campo scattolico, ma anche in ambienti cattolici. Botto il generalato di s. Ignazio (1541-56) l'attività apostolica si presenta dapprima sotto una forma itinerante: i pochi religiosi, richiesti un po' dappertutto, specialmente dai vescovi, corrono a ciò ch'è più urgente : la predicazione, i catechismi, le controversie, l'opera della riforma ecclesiastica e religiosa. Due sono mandati dal papa in Irlanda, altri in Polonia e nel Portogallo, alle dicte e conferenze religiose in Germania, i migliori teologi al Concilio di Trento. Poi, con l'afflusso delle reclute e la fondazione dei primi collegi (dai 1548), l'azione si organizza in forma più stabile, occupando posti chiave per sbarrare il passo al protestantesimo. Infatti la loro azione si presenta allora come tipica della Riforma cattolica, nel senso pieno

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e positivo della parola, e nella stessa direzione si orienta l'attivita pedagogica, non contemplata da s. Ignazio se non dopo parecchi anni, ma nella quale s'impegna ora decisamente. Un posto a parte ebbe dal principio il Collegio Romano (1531), seminario e modello per gli altri, ed il Collegio Germenico di Roma (1532), per il rinnovamento del clero della Germania.

Frattanto la C. di G. si era vigorosamente impegnata in un altro campo : partito nel 1541 da Lisbona, s. Francesco Saverio fondava nell'India la sua prima missione, si spingeva fino alle Molucche nel 1546 e al Giappone nel 1549 , morendo però nel 1552 senza poter sbarcare in Cina. Nel 1549 l'India dava al giovane Ordine il suo protomartire, Antonio Criminali. Altri missionari erano inviati nel 1547 nel Congo e nel 1548 nel Marocco; nel 1549, Emanuele de Nobrega iniziava nel Brasile una missione, promessa a grandi sviluppi. Alla fine della vita, s. Ignazio accettava d'inviare in Etiopia un altro gruppo dei suoi, con un patriarca o due vescovi. Morendo, il fondatore lasciava un po' più di 1000 religiosi, divisi in dodici province, con quasi cento case, ed una solida posizione principalmente in Italia, Spagna e Portogallo.

Sotto i due generali seguenti, Giacomo Lainez (15381563) e s. Francesco Borgia (1565-72), la Compagnia si insedia fortemente in Germania e in Francia, prendendovi parte attiva alla lotta contro il protestantesimo (Canisio, Possevino, Auger ecc.). Borgia, l'antico viceré di Catalogna, favorì specialmente lo sviluppo organico delle missioni (Messico, Pexù...). A Roma intraprese la costruzione della Chiesa del Gesù e vide nascere le Congregazioni mariane. Dopo il generalato del belga Everardo Mercuriano ( 1573-mathrm{Br} ), che chiude il periodo prevalentemente spagnolo nella vita dell'Ordine, il lungo governo dell'italiano Claudio Acquaviva ( 158 mathrm{r}-1615 ) segna veramente un momento culminante nella sua storia.

Eletto a 37 anni, il nuovo generale seppe fronteggiare con mirabile prudenza ed energia gravi difficoltà interne ed esterne. Riuscì a mantenere immutato l'istituto di s. Ignazio, sia contro le alterazioni minacciate da Sisto V, sia contro gli intrighi di alcuni malcontenti, che vantavano potenti fautori, specialmente in Spagna. Due Congregazioni apppositamente convocate ( 1595 e 1608) giustificarono l'Acquaviva e ristabilirono la pace degli animi. Intanto la C. di G., di