volume-04

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Sava, Drava e Donubio. Il clima della C. ha carattere continentale con estati calde ed inverni rigidi e violenta "bora" sugli altipiani.

La C. si distingue per la parziale mancanza di unità religiosa. La maggioranza è cattolica ( 60 \% ), specie in Dalmazia, Slavonia, Bosnia centrale e sudoccidentale; gli "ortodossi" costituiscono ca. il 29 \%, i musulmani l'ri \%. Questi ultimi discendono dai "patareni" infiltratiol nel paese verso il 1200 , che dopo la conquista turca abbracciarono l'islanismo.

Bibl.: J. Cvijic, La péninule balbanique, Parigi 1918; G. Dainelli, La regione balcanica, Firenze 1922; F. Katzer, Geologik Bosnicas und der Herzeq., Serajovo 1924; F. Milone, La struttura fisica ed economica della Iugoslavia, Padova 1933; M. Lorkovic, Novod i Zemlja Hvesta, Zagabria 1939; G. Pulle, La C., Roma 1942; Z. Dugački Zemljopis Hrvatske, 2 voll., iv 1942.

Gastone Imbrighi
II. Storia civile ed ecclesiastica. - I Croati, popolo antichissimo (nel sec. vi a. C. vivevano nell'Iran), che si trasferi nell'Europa centrale intorno a Cracovia, secondo l'imperatore Costantino VII Porfirogenito, già nel sec. viI d. C. (a differenza degli altri Slavi) erano retti da una loro salda forma statale. Chiamati da Eraclio, dopo aver sconfitto gli Avari eoccupata la Pannonia, scesero poi ad insediarsi lungo tutta la Dalmazia dove l'elemento romano era caduto sotto la soggezione degli Avari (prima metà del sec. viI). Subito dopo il loro arrivo in Dalmazia i Croati ricevettero il Battesimo dai missionari chiamati da Roma ai tempi di Giovanni IV (640-42). Da allora e sino ai nostri giorni, quelli che nel 925 papa Giovanni X chiamerà «specialissimi filii Sanctae Romanae Ecclesiae», secondo la lettera scritta al primo "re Tomislao», colsero nel loro attaccamento alla Sede Romana e alla fede cattolica un elemento di forza e di individuazione nazionale, a petto dei connessi assalti espansivi dell'ortodossia serba e dei Turchi musulmani. Legati a Roma, sotto il papato di Agatone ( 678-8 \mathrm{I} ) da "patti firmati di propria mano e da giuramenti fermi e inviolabili a s. Pietro Apostolo" impegnandosi a non invadere le terre altrui ma a vivere "in pace con tutti coloro che lo volessero " (secondo il racconto del Porfiragenito in De administrando Imperio), questo legame con l'Occidente ebbe ad accentuarsi in conseguenza dell'espansione franca verso l'Europa centrale, quando intorno all' 800 le due C., pannonica e dalmatica, riconobbero la sovranità franca. Sul finire del sec. ix si iniziò per la C. un periodo oscuro, segnato da lotte intestine fra partito francofilo, raccolto intorno al duca Domagoj (864-76) e partito bizantino che con Sedeslao tentò indurre i Croati allo scisma di Fozio, ma senza successo. Rovesciato questo da Branimiro, lo sfacelo dell'Impero romano germanico e la crisi stessa del papato per la lotta delle investiture indussero la dinastia croata a orientarsi sempre più verso Bisanzio. La liturgia glagolitica fu in uso presso i Croati già intorno al 900: cioè il rito romano poggiante sulla lingua paleoslava

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e sulla scrittura glagolitica. Sci diocesi conservano questo privilegio. Con la generale ripresa della Chiesa romana sotto Gregorio VII, la C. dalmatica dopo un lungo periodo di lotte, interventi normanni dalla Puglia, veneti a Spalato (febbr. del ro76), riesce ad inquadrarsi saldamente fra gli Stati che la forte concezione teocratica di Gregorio VII poneva alle dirette dipendenze della Sede di Roma. Zvonimiro, incoronato Rex Chroatiae Dalmatiaeque nel 1076, accentua l'orientamento del suo popolo verso occidente. Dopo la morte, nel ro89, di Zvonimiro (penultimo re della dinastia nazionale dei Trpimirović) a seguito di torbidi interni, due anni più tardi, Ladislao d'Ungheria approfitto della situazione di anarchia per estendere il dominio sulla C. pizmonica, mentre il suo successore Colomano con i pacta conventa del 1102 ebbe per diritto di successione quella dalmatica, unendo a Zaravecchia la Corona di C. a quella di S. Stefano. Da allora si ebbe duplice incoronazione dei re Arpadi, nell'Ungheria e nella C.

Da questo momento la storia di C. si confonde con quella di Ungheria alla quale continua ad essere regntm associatum fino al 1791. Riconosciutisi nazionalmente sin dagli inizi in Roma e nel cattolicesimo, i Croati continuano per secoli a difendere insieme la loro individualità nazionale e le posizioni cattoliche nei Balcani, contro gli assalti e poi la penetrazione collegata dei Turchi dal lato politico-militare, dei Serbi, da quello religioso-nazionale. Nel 1242 si vedono i Croati fermare ai propri confini i Mongoli di Kasan, mentre la conquista turca della Bosnia apriva le porte della C. che in breve tempo cadde sotto il dominio delle loro scorrerie. Invano Pio II il 22 ott. 1463 indice una crociata proprio per liberare la Bosnia e alleggerire la pressione turca che dilaga sino in Ungheria, in Carinzia e nel Friuli. L'ultima regina Caterina, beata dell'Ordine francescano, morì a Roma nel 1478, lasciando il regno alla Santa Sede. I Croati rimangono praticamente soli e le necessità di difesa fanno emergere in prima linea il «bano di C. ", con alle dipendenze un capitano generale (1477), che, unico vero rappresentante del popolo, aveva un pro-
prio esercito quale massimo pegno di libertà nazionale. La secolare lotta dei Croati contro i Turchi merito loro il titolo di "scudum saldissimum et antemurale Christianitatis" (Leone X, 1519). Corso e devastato dalle scorrerie turche, quello che verrà definito "reliquiae reliquiarum olim inciyti regni Chroatiae " diviene oggetto di lenta erosione nazionale oltre che religiosa ad opera dell'"ortodossia ", divenuta sotto il dominio ottomano tenace fattore di conservazione dell'individualità nazionale serba. Dal 1527
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(da J. B. Molina, Orbis Cartatires, Milano s. d., fur. 12)
dato più ristretto, passo per libera decisione del parlamento croato sotto il dominio degli Absburgo, nelle cui mani rimase sino al 1918.

I Croati cercarono anche di tener ferma la loro individualità soprattutto rispetto all'Ungheria, con cui tendono a raggiungere la parità di diritti. Il movimento si accentua in conseguenza dell'ingresso, in parte, nell'orbita napoleonica come province illiriche (1809-13), dando vita a spunti di rinascita nazionale che sotto il nome di illirieno si rinnoveranno con Gaj e rimarranno in vita per tutto il sec. xix.

Se la costituzione del 1849 sottolinea la completa separazione della C. dall' Ungheria, si deve a mons. G. Strossmayer, vescovo di Djakovo dal 1848 , una spinta sensibile, soprattutto religioso-culturale, verso il consolidamento delle aspirazioni croate ad una ampia autonomia, riconfermata nel 1868 . Il periodo sino al 1918 è caratterizzato dalla lotta per la difesa di questa autonomia e, scoppiata la prima guerra mondiale, il crollo della «duplice monarchia» condusse alla separazione da essa della Slovenia e della C. che insieme alla Serbia andarono a formare la Jugoslavia ( 1^{°} dic. 1918).

La convivenza dei Croati in seno al nuovo Stato jugoslavo fu tutt'altro che facile per le contese di stirpe e di religione. Nonostante che la Costituzione affermasse il principio dell'uguaglianza di tutte le religioni, di fatto il governo, in mano, in prevalenza, all'elemento serbo "ortodosso" e portato sempre a identificare Stato e Chiesa nazionale, appoggiava l'espansione dell'ortodossia "attraverso ostacoli alle scuole cattoliche, costruzione di chiese sorto-

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dosse», favorendo i matrimoni misti o il passaggio vero e proprio allo scisma. Cosi poté avvenire che in venti anni la percentuale di cattolici diminuisse del 4 \%, circa un decimo della loro forza numerica. Per le pressioni della gerarchia scismatica serba Belgrado nón ratificò il Concordato concluso con la S. Sede il 25 luglio 1935. Contemporaneamente la lotta contro il serbismo si svolgeva anche sul terreno politico, dove i Croati erano divisi fra la corrente più estrema e intensigente degli ustascia di Pavelić, che voleva il distacco dalla Jugoslavia, ed il partito contadino di Vl. Maček, propenso ad una ampia autonomia, da esso raggiunta poi con l'accordo Maček-Cvetković del 25 ag. 1939. Scoppiata la seconda guerra mondiale, il io apr. 1941 venne proclamato lo Stato indipendente di C. la cui vita tormentata, sottolineata da violenze e massacri nei vari campi belligeranti, ebbe fine il 6 maggio 1945 in seguito al crollo tedesco. Con la nuova Costituzione jugoslava ( 30 nov. 1946), la C. è divenuta una delle sei Repubbliche federali e in essa il totalitarismo comunista non ha risparmiato clero e fedeli, insieme a tutti gli oppositori del regime. Clamoroso è stato il processo contro l'arcivescovo di Zagabria, mons. J. Stepinus, condannato a 16 anni di lavori forzati (ir ott. 1946).

Per le circoscrizioni ecclesiastiche, la liturgia, l'arte e la letteratura: v. Iugoslavia.

Bibl.: F. Sizic, Pregled povijesti hrvatskago narada, Zagabria 1920 (sino al 1790); K. St. Draganović, Mussenübertritte von Katholiken zur "Orthodoxie" im kroatischen Sprachgebiet zur Zeit der Türkenherrschaft, Roma 1937; J. Horvat, Politička Povijest Hrvatske 1918-28, Zagabria 1938: K. St. Draganović Opći tematizam Katoličke crkve u Jugoslaviji, Sarajevo 1939; Italia e C. (raccolta di studi e cura dell'Accad. d'Italia), Roma 1942: K. St. Draganović, Le diocesi croate, ivi 1943; C. Sacra, a cura di K. St. Draganović, ivi 1943; Anon., Martirium Chroatiae, ivı 1946; F. Cavalli, Il procrsto dell'arcivescovo di Zagabria, ivı 1947.

Angelo Tamborra.*
CROCE. - Strumento di supplizio, sul quale morì Gesù Cristo (Io. 19, 17-31; Mt. 27, 32-42).

Sommario: I. Strumento del supplizio. - II. Rei sottoposti al supplizio della C. - III. Modo di infliggere il supplizio della C. - IV. La crocifissione di Gesù. - V. Il segno della C. - VI. Il culto della C. - VII. La C. nella liturgia. - VIII. La C. nell'archeologia. - IX. La C. nell'arte. - X. L'albero della C. - XI. La Crocifissione nell'arte. - XII Il Crocifisso nell'arte. - XIII. Il Crocifisso nel folklore.

Essendo i Vangeli molto parchi di particolari nel narrare la passione del Calvario, poiché supponevano nolezimi ai lettori gli orrori della crocifissione, bisogna ricorrere all'archeologia romana, per conoscere esattamente le caratteristiche di questo supplizio. Benché si procedesse in modo assai diverso, ad arbitrio dei giudici e dei carnefici, tuttavia molte norme erano seguite invariabilmente quanto al legno della c. e ai modi di fissarlo, alla procedura e alle persone sottoposte alla pena di c., e furono certo applicate nella passione del Signore.
I. Strumento del supplizio. - Ogni crocifissione è caratterizzata dall'uso del "legno"; è l'uccisione di un uomo mediante la congiunzione immediata e stabile con il legno. Perciò nel Nuovo Testamento la c. è chiamata semplicemente "legno" (Art. 5, 30; I Pt. 2, 24; ecc.). Per lo più si usava però non un legno unico, ma due legni; già i Settanta usano per la voce 'éṣ la locuzione ξ \dot{ζ} λ 0 ν δ i δ η μ ° ν (Ios. 8, 21). Il legno maggiore eretto e fissato al suolo diede il nome al supplizio: σ τ α \cup ρ \dot{ρ} ς è il palo confitto in terra. Si distinguono la crux sublimis e la humilis; quest'ultima si usava principalmente quando la crocifissione era unita alla condanna ad bestias.

Il legno minore trasversale poteva essere di due forme: la furca, che era originariamente uno strumento
agricolo destinato a reggere il plaustru a due sole ruote levandone in alto il timone. Allo schiavo colpevole si imponeva sul collo tale forca e si conduceva per il vicinato mentre confessava il suo delitto (Plutarco, M. Coriolini., 24, 9; Vitne, 225 d). Si aggravava tale pena infliggendo al reo la flagellazione, che poteva prolungarsi fino all'uccisione (Svetonio, Nero, 49, 2: - Nudi hominis cervicem inseri furcoe, corpus virgis ad necem caedi \%. Ma non ogni famiglia disponeva di tale forca; quindi in sua voce si usava il patibulum, cioè la sborra con cui di notte si chiudeva la porta di casa: imponendola sul collo del reo lo si immobilizzava. Generalmente si aggiungeva un terzo legno, il cornu, paletto appuntito infitto nel legno eretto, sul quale si collocava il condannato affinché non svenisse e morisse presto, pendendo liberamente. Di questo "corno" parlano quasi solo le fonti cristiane (cf. P. Franchi de' Cavalieri, Della furca e della sua sostituzione alla c. nel diritto penale romano, in Nuovo ball. d'arch. crist., 13 [1907], p. 603 sg).

Come strumenti per fissare alla c. si usavano sia le funi sia i chiudi; la scelta dipendeva, sembra, dai magistrati e dagli sbirri. Che, mediante i chiodi, la crocefissione fosse divenuta cruenta, è attestato dal verbo π ρ ° σ χ λ 0 jmatĥ ν, sinonimo di σ τ α \cup ρ ° jmatĥ ν.
II. Rei sottoposti al supplizio della c. - I popoli antichi usavano punire i delitti più gravi con la morte di c. Ma non fu dovunque adoperata la c., che non fu in uso presso gli Assiri, gli Egizi ed i Greci in patria. La c. fu introdotta tra i Giudei solo da Alessandro Ianneo (m. nel 76 a. C.), principe semipagano, e dai Romani. La c. fu adibita dai Persiani, dai quali la conobbero Alessandro Magno e i diadachi. Soprattutto i Cartaginevi punivano spesso i rei, nazionali e stranieri, con la c.; da loro i Romani sembra abbiano oppreso tale uso, e l'applicarono in tempo di guerra contro i ribelli, i briganti, i pirati. Il supplizio a Roma era chiamato servile, ma anche un cittadino romano poté subirlo, nonostante l'opposizione di Cicerone.
III. Modo di infliggere il supplizio della c. - Ogni crocifissione era preceduta da due tormenti : il reo era flagellato (come accadeva in ogni altro supplizio), poi portava la sua c. Mentre i latini parlano invece della furca portata, soltanto i testi greci parlano del trasporto della c.:
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(per cortesia del Superiore della Casa degli Esterièi del Sacro Cuore S. I. - Roma)
Croce - Luogo dell'invenzione della S. C. - Gerusalemme.

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тӹ бú́ μ α τ ι тӹv χ_{0} λ α ζ_{1} α \dot{ε} ν ω ν šx α σ τ o s xxvoópy ω ν šxœépzı тóv aủтoú σ τ α \cup ρ^{′} ν (Plutarco, De sera muminis vindicta, 9; Moralia, 554 a); parimenti Artemidoro (2,56), Chariton (De Charea et Collichoe, 4, 2. 3), e il testo rabbinico Gen. Robbd', in H. L. Strack-P. Billerbeck, Kommentar zum Neuen Testament, I, Monaco 1922, p. 587: Isacco portava le legna "come il reo la sua c. ". I testi latini anteriori alle versioni del Nuovo Testamento non contengono tale frase, ma descrivono come i condannati portassero il patibulum, aggiungendo talora che i rei erano poi confitti alla c. Così Plauto: "Ita te forabunt patibulatum per vias Stimulis", "tibi esse pereundum extra portam Dispessis ( = dispansis) manibus, patibulum quom habebis ", " Patibulum ferat per urbem deinde adfigatur cruci " (Mustellaria, I, 1, 56 sg.; Miles gloriatus, II, 4, 6 sg., 358 sg.; Carbonnia, frg. 2). La frase "deligata ad patibulos (!)" è spiegata: "Deligantur et circumferuntur, cruci defiguntur" (Clodio, 3: Roman. historicorum fragm., 2, 78). Dionisio d'Alicarnasso (VII, 78) cosi descrive la preparazione al supplizio: il padrone consegna la schiavo reo ai suoi compagni perché sia trascinato per il foro; essi, stirate le due mani del condannato e legatele con le spalle e col petto al legno che arriva fino alle radici delle mani, l'accompagnavano nudo percotendolo continuamente con sforze e dileggiandolo.

Lo stipite della c. o era stabilmente eretto nel luogo del supplizio oppure veniva fissato in terra prima del supplizio. Cicerone si vanta di aver tolto, durante il suo consolato, la c. dal campo Marzio e rimprovera Labieno, il quale ordina "crucem ad civium supplicium defigi et constitui" (Pro C. Rabiria perd. reo, 3, 10; 4, 11). In Sicilia, i Mamertini "more et instituto suo crucem defiscrant" (In Verrem, II, 5, 66, 169). Alla fine della guerra giudaica il legato ordinò di erigere una c. per subito sospendervi un giovane catturato (Flavio Giuseppe, Bell. Jud., VII, 6, 4). Nessun resto afferma che l'intera c. era portata; ciò è escluso anzitutto per la c. di Gesù, che intera era alta almeno 4 \mathrm{~m} . \mathrm{e} percio di un peso tale che non solo un uomo già debilitato dalla flagellazione sarebbe stato incapace di portarla, ma perfino un uomo sano e robusto. Inoltre un tale apparato avrebbe richiesto molto lavoro e tempo senza alcuna utilità. Il reo, infatti, portava soltanto il patibulum sulle spalle. E dunque da concludersi: nella frase "portare la c." si ha una sineddoche, ché non si portava la c. intera, ma solo la sua parte minore, la furca o patibulum, al luogo del supplizio (cf. C. G. Cobet, Annotationes in Charitonem, in Mnemosyne, 8 [1859], pp. 229-303, specie 275-79). A tale trasporto della c. era congiunta una dura irrisione del condannato (Filone, In Flaccum, 9, 72).
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(da W'ifpert, Sarcofagi, tav. 233, 3)
Croce - Sarcofago con la Crux invicta tra due apostoli (sec. iv) - Balona.
![img-10.jpeg](img-10.jpeg)

Croce - Sarcofago con la Crux invicta e i soldati al sepolcro (sec. iv) - Roma, museo Lateranense.

La fissazione sulla c. non era fatta nel modo quasi sempre indicato dall'arte cristiana, cioè o sull'intera c. giacente a terra oppure prima eretta, ma si procedeva con sistema intermedio: il condannato era fissato al patibulum giacente sulla terra, e poi issato sullo stipite. Ciò consegue da quanto è stato esposto : se infatti il condannato portava il patibulum al luogo del supplizio, poteva essere semplicemente innalzato dai soldati sulla c. e il suo corno. Ma se si compiva una crocifissione cruenta, il reo, prima gettato a terra, era fissato con chiodi al patibulum, sicché "patibulo suffixus in crucem tollitur" (Firmito Materno, Mathematica, VI, 31, 38 e altrove). Se la c. era molto alta si faceva uso di scale o funi. Infine bisognava fissare i piedi del reo (con funi o chiodi, forse al tendine d'Achille). Ciò è confermato da molti testi che parlano di "aliquem in crucem tollere, elevare" o, in senso passivo, "in crucem tolli" o "crucem ascendere" o "in crucem excurrere": tali espressioni attestano che la c. era termina di una azione diretta in alto. Ciò non si concilia con la concezione dell'arte ecclesiastica: se il condannato fosse stato confitto alla c. giacente a terra, non sarebbe stato elevato "in crucem", ma soltanto innalzato mediante la c. stessa.

E da escludersi anche la ricostruzione che fu in vigore nel secolo scorso presso gli eruditi : l'intera c. anteriormente eretta, su cui il condannato saliva con una scala (così fra' Angelico nella nota pittura). La serie di azioni che Gesù predisse a Pietro, tra cui il supplizio da subire sulla c., era invece del tutto diversa: "Stenderai le tue mani e un altro ti cingerà e condurrà ove tu non vuoi" (Io. 21, 18). L'estensione delle mani non era quindi l'azione ultima del condannato, bensì la prima, nel supplizio; già nel foro dopo la sentenza del giudice lo si denudava e gli si stendevano le mani sul patibulum; poi lo si "tirava" con una fune che ne avvolgeva il corpo al luogo del supplizio, dove con la stessa fune era issato.

I crocifissi non di rado vivevano a lungo sulla c.: "vivono con sommo spasimo talora e l'intera notte e di poi ancora l'intero giorno" (Origene, In Mt. comm. ser., 140: PG 18, 1793; ed. E. Klostermann, XI, Lipsia 1935, p. 290). Uno schiavo crocifisso con chiodi a Damasco, nel 1247, morì solo il terzo giorno (P. Schegg, Pilgerreise, I, Monaco 1867, p. 140). La causa immediata della morte, secondo i medici moderni, era il sangue, che non poteva più giungere, attraverso le membra violentemente tirate, al cervello (H. Mödder); trattenuto nei

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polmoni, impediva i moti del cuore e dopo molto tormento cagionava in fine la morte dell'infelice. I crocifissi erano "custoditi" (Mt. 27, 36) dai soldati finchè vivevano e dopo morti. I cadaveri pendevano inseguiti per essere dilanati dalle fiere e dagli uccelli. Non è certo che la c. fosse considerata come la morte più orrenda (che in I Cor. 13, 3, è la morte del fuoco).

Talora veniva usato un sistema non consueto. Nella guerra giudaica «i soldati per scherno configgevano alla c. i Giudei prigionieri in posizione varia " (FI. Giuseppe, Bell. Jud., V, 11, 1); talora piacque ai carnefici di sospendere "capite conversos in terram" (Seneca, Ad Marciam de const., 20, 3). Alcuni erano deposti ancora vivi (FI. Giuseppe, Vita, 75). Di altri era accelerata la morte con fuoco o fumo o frattura delle gambe o colpo di lancia. Infine ai parenti degli uccisi che li chiedevano, "corpora ad sepulturam dabantur" (Digesta, 48, tit. 24, 1).

IV. La crocifissione di Gesù. - Il Salvatore scelse la morte di c. liberamente, perché ignominiosissima, "per attestarci il suo amore", affinché nessuno avesse
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(for. Pont. consn. di arch. curra)
Croce - Iscrizione in marmo di Rufina Irene, con C. equilatera. (sec. in). Roma, cimitero di Callisto.
paura (Lattanzio, Instit., IV, 26: CSEL, XIX, p. 382, 2-6). Altre ragioni sono state addotte dai teologi: l'abbraccio delle mani estese, la riparazione del peccato commesso con il "legno", la scelta libera del momento della stessa morte.

Dimensioni della C. : statura dell'uomo ca. I m., 70; la parte superiore doveva sporgere di ca. o m., 30, i piedi sovrastavano al suolo di I m. ovvero I m. 1 / 2 (per l'iseppo di Io. 19, 29), la parte confitta in terra era di almeno i m. Complessivamente quindi la C. era alta 4 m . oppure 4 m. 1 / 4. La forma della C. di Gesù era capitata, con 4 estremità. Ciò è provato dai paragoni usati dai Padri (con l'uccello in volo, la nave, le lettere \mathrm{T} \mathrm{e} Φ ) e soprattutto dai tipi del Vecchio Testamento applicati dai Padri: Gen. 47, 14-19, Giacobbe benedice Ephraim e Manasse con le braccia incrociate; Ex. 17, 11, Mosè prega con le mani alzate per il popolo combattente; Is. 65, 2, "ho esteso le mie mani». In Eph. 3, 18, i Padri trovano le quattro dimensioni della C.

Incoronazione di Gesù. Esisteva un mimo del "re dei Giudei ", che i soldati romani solevano rappresentare spesso nel loro accampamenti. Quando Pilato consegnò loro un uomo che si era dichiarato "re dei Giudei " e la cui reita era già stata sancita mediante la flagellazione, i soldati ripeterono crudelmente quel mimo facendo uso d'una corona di spine, di schiaffi, di sputi. La loro colpa appare diminuita da tale circostanza, ma non tolta.

Gesù portò la C. vestito (Mt. 27, 31; Mc. 15, 20: "lo vestirono con i suoi indumenti e lo condussero alla crocifissione \%. Dopo la crocifissione furono divise le sue vesti. I Romani in ciò si adattarono al senso di pudore dei Giudei. E da concludersi da ciò che anche sulla C. Gesù portava un leggero rivestimento. Ma i Padri, attenendosi alla consuetudine romana, ritenevano che Gesù fosse nudo sulla C.

Da quanto è stato detto (v. sopra: III) risulta che la
fissazione di Gesù in C. non è stata compiuta sull'intera C. giacente a terra, come dice il Vangelo di Pietro (ro; ed. L. Vaganay, Parigi 1930, p. 235), nè sull'intera C. retta, ma mediante il patibulum che Gesù aveva portato legato alle spalle sulla veste, con il quale fu innalzato. La fissazione non fu fatta con sole funi ma con chiodi anche nei piedi, non 3 soltanto ma 4. Con questi 4 chiodi l'arte cristiana rappresentò sempre il Crocifisso fino al sec. xili, teste s. Gregorio di Tours (PL 71, 710); 3 chiodi ammettono Nonno di Panopoli (PG 45, 901) e la Caverna thesaurarum (ed. C. Bezold, Lipsia 1888, p. 66).

Gesù non rimase appeso per 6 ore alla C., come potrebbe far supporre Mc. 15. 25 con alcuni codici di Io. 19, 14 (nonché il cosiddetto "autografo": PG 92, 77), ma solo per 3. Non mori per lesione cardiaca, ma per l'eccessivo numero di lesioni traumatiche inflitte al suo corpo.

Bull., Isaius Lipsius, De Cruce Christi, Anversa 1593 (Opera omnia, III, it, Wesel 1675, pp. 1141-1234); J. Greiser, De Cruce Christi, 3 voll., Insubstedt 1598-1605 (Opera omnia, I. Batichera 1734); O. Zöckler, Das Kreuz Christi, Gütersloh 1875; H. Fulda, Kreuz und Kreuzigung. Breslavia 1878; S. Bia-

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tutto nella Chiesa viene benedetto, consacrato e santificato: ("Crux tua omnium fons benedictionum, omnium est causa gratiarum : per quam credentibus datur virtus de infirmitate, gloria de opprobrio, vita de morte" (s. Leone Magno, Sermo e De passione Dom.). Gli antichi espressero l'efficacia del segno trionfale di redenzione con questo anagramma :

## Φ

## \mathrm{Z} Ω \mathrm{H}

C
cioè: la Croce è Luce e Vita ( \varphi \tilde{ω} ς-ζ ω \dot{η}). Nel medioevo non s'incominciava nessuna scrittura pubblica, nessuna iscrizione né legge, senza avervi prima tracciata la C. Questa sostituiva la firma degli analfabeti, spesso precedeva quella degli ecclesiastici. In molte campagne perfino la pasta ed il pane prima della cottura venivano segnati. Il segno della C. si osserva sulle porte delle città, come sulle cisterne e sui pozzi antichi, sulle bocche dei forni e sulle suppellettili domestiche. L'antichità ci ha parimenti trasmesso encolpi e teche per reliquie a forma di c., su cui talvolta si incidevano delle formole d'esorcismo, come nella C. d'oro raccolta da Pio IX in una tomba del cimitero di Ciriaca. La più celebre di queste C. con iscrizioni esorcistiche è quella che va sotto il nome di "medaglia di s. Benedetto", ancor oggi usata contro le infestazioni del demonio. Fin dal sec. III i documenti ecclesiastici attestano l'uso del segno della C. nella liturgia occidentale ed orientale (T'ertulliano, De resurrect., 8; De cor. mil., 3, II). Quanto alla forma del segno della C., nei documenti su indicati si parla di un segno fatto bensì sulla persona o su cose, ma non si fa cenno del grande segno della C. fatto sul corpo. Secondo Tertulliano (De cor. mil., 3) un piccolo segno della C. veniva fatto con un sol dito e probabilmente col pollice in forma di T o di X : col solo pollice si benedicevano nei secc. iv-v anche oggetti distanti dalla persona. Un primo cenno del segno della C. fatto sul petto lo si trova in Prudenzio (Cathemer., 6) : si tratta di un segno, tracciato con brevi tratti, uguale a quello praticato sulla fronte; Gaudenzio di Brescia (De lect. evang.) parla poi di un triplice segno sul cuore sulle labbra e sulle fronte; e la pratica che giungerà fino a noi inalterata per l'annunzio del Vangelo nella Messa. Gli ammalati venivano segnati sulla membra dolenti (s. Gregorio Magno, Dialog., 2, 20; Cassiano, Collat., 8, 18). Pare che dalla lotta contro i monofisiti e monoteliti sia venuto l'uso di servirsi di due o tre dita, mentre i monofisiti si segnavano con un solo dito per indicare l'unica natura in Cristo; i Greci fin dal sec. vir, per manifestare la loro fede nelle due nature di Cristo, fanno il segno della C.
con due dita, cioè col pollice e l'indice, o coll'indice e il medio; fin dal sec. viri i sacerdoti greci dànno la benedizione unendo il pollice coll'anulare e imitando il monogramma di Cristo: IXC. I latini invece davano la benedizione estendendo le prime tre dita e curvando l'anulare ed il mignolo. Mentre nel sec. viIi in Oriente si era diffusa una pratica non molto dissimile dal gran segno in uso attualmente, nell'Occidente si trova ancora nel sec. xili Luca di Tuy che parla di un segno della C. fatto sulla faccia (faciem suam muniens) in questo modo: "solleva le tre dita distese all'altezza della fronte dicendo in nomine Patris, abbassale poi fino al mento dicendo et Filii, portale quindi alla sinistra dicendo et Spiritus Sancti ed infine alla destra dicendo Amen" (De alt. vita, 2 15). Un documento inglese del sec. xit però accenna ad un segno che giunge sino al petto, fatto con tre dita. Nella questione se si dovesse portare la mano dalla sinistra alla destra o viceversa, nel sec. xVI non si era ancora ottenuta la uniformità. La forma odierna nella Chiesa latina, di benedire le persone e le cose con tutte le dita distese, e di segnarsi nella stessa forma, era molto combattuta nel sec. xili (Sicardo, Mitrale, 3, 4: PL. 213, 109; Innocenzo III, De altaris mysterio, 2, 45; Durando, Rationale, V, 2, 13). Nella liturgia romana il grande segno della C. si usa spesso nella Messa, nell'amministrazione dei Sacramenti, nelle benedizioni, nell'ufficio; il piccolo segno, che si fa col solo pollice sulla fronte, sulla bocca e sul petto, è in uso al Vangelo della Messa; lo si fa ugualmente sul libro dei Vangeli, sulla bocca all'Aperi Domine ed al Domine labia mea aperies, sulla fronte e sulla testa del battezzando, sulla fronte del cresimando, nella Estrema Unzione, ecc. Il popolo cristiano fa il grande segno della C. ordinariamente al principio o alla fine della preghiera, nel pericolo, ecc. Nel Portogallo e nella Spagna, come nell'Ordine domenicano, il grande segno della C. è quasi sempre preceduto dal triplice segno col pollice; numerosi catechismi spagnoli insegnano a fare il segno della C. con le sole due dita della mano destra che si porta al ventre anziché al petto, usi che rimontano al sec. xiv.

La formula più antica era "Signum Crucis»; dopo venne una professione di fede a Cristo ("In nomine Iesu") o alla S.ma Trinità ("In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti { }^{2} ); poi anche una invocazione del divino aiuto ("Adiutorium nostrum in nomine Domini» oppure "Deus in adiutorium meum intende") ed altre.

But..: J. Gretecr, De Croce Christi libri IV, I, Ingolstadt 1600, p. 232 sgg.: C. Decker, De staurolutria Romana, Hannover 1617; E. Beresford-Cooke, The Sign of the Cross in the Western Liturgies, Londra 1907; H. Leclercq, Croix (Signe de la), in
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(da W'lipert, in Memorie della Pont. acc. romana di archeal., 1921)
Croce - Personaggio che indica la C. Affresco nell'ipogeo degli Aurelii (fine sec. II - inizio sec. III).

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DACL, III, coll. 3139-44; F. J. Dülger, Heidnische Begrïssung und christliche Verhïhmung der Heidentempel, in Antike und Christentum, 3 (1932), pp. 192-201; L. Einenhofer, Handbuch der kath. Liturgik, I, Friburgo in Br. 1932, pp. 273-81; Ph. Oppenheim, In hoc signa vinces. Sequatio cum Cruce, in Ephronerides liturgicae, 47 (1933) pp. 128-72; id., Commentationes ad ritum baptismalem, Torino 1943, pp. 103-32; J. Sauer, Krenzerichnung, in LThK, VI, coll. 269-67.

Filippo Oppenheim
VI. Il culto della C. - E fondato sulla stretta appartenenza che essa ha con la divina persona del Redentore, non solo in quanto strumento sul quale egli compì l'opera sua di salvezza del mondo: "ex contactu ad membra Christi et ex hoc quod Crux eius sanguine sit perfusa" (Sum. Theol., 3^{2}, q. 25, a. 4); né solo in quanto ci ricorda i dolori della Passione e il divino sofferente: "et propter hoc etiam Crucem alloquimur et deprecamur quasi ipsum Crucifixum" (ibid.); ma anche e soprattutto quale simbolo intimamente associato al sacrificio di Gesù e al mistero della Passione. Sugli accenni di Gesù alla C., eretta a indizio e carattere distintivo della sua sequela (cf., p., es., Mt. 10, 38; 16, 24 e i luoghi paralleli), le lettere degli Apostoli e specialmente quelle di s. Paolo costituiscono tutta una teologia della C., dove questa si risolve come in un compendio teorico e pratico del Vangelo: "Cristo mi ha mandato non a battezzare, ma ad evangelizzare; e non in sapienza di parole, ma perché non sia resa vana la C. del Cristo" (I Cor. 1, 17); "Non giudicai di sapere tra di voi alcuna cosa, se non Gesù Cristo, e questo crocifisso" (I Cor. 2, 2; cf. Gal. 2, 19; 5, 11; Eph. 2, 16; Col. 1, 20; 2, 14). I SS. Padri seguirono la medesima via.

Tutto questo rende chiaro come il culto della C. era cosa logica e naturale per il cristiano, il quale considerava la sua come la religione della C., e che fu praticato fin dagli inizi. Lo dimostrano gli stessi rimproveri che i pagani, sulla fine del sec. II e agli inizi del III, rivolgevano ai cristiani, come Crucis religiosi e quindi anch'essi ido-
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(per cortesia di mens. A. P. Frates) Croce - C. monogrammatica del frontone di uno dei portichetti laterali del tempietto del Clitunno (fine del sec. IVinizio sec. v), presso Pissignano,
latri; essi constatavano una realtà diffusa, snaturandone però il significato ed il valore. E gli apologisti, rispondendo, non negavano il fatto, ma soltanto si indugiavano a spiegare la natura di quel culto e di quella adorezione (cf. Minucio Felice, Octavius, capp. 9, 12, 29; Tertulliano, Apologet., 16). Allo stesso modo risponderà più tardi s. Cirillo di Alessandria a Giuliano l'Apostata, che imputava a delitto per i cristiani l'adorare il legno della C., il tracciarne il segno sulla fronte, l'ornarne la porta delle loro cose: "Noi, guardando la C., ricordiamo colui che sopra vi morì, perché tutti avessimo la vita" (Contra Iul., 6: PG 76, 795). Si può aggiungere l'uso frequente del segno della c. da parte dei martiri nei momenti di maggiori torture insostenibili; l'aspirazione a morire anch'essi in C.; la ricerca, da parte dei cristiani, di rappresentarsi la C. in varie maniere più o meno nascoste o segrete, per sottrarsi più facilmente alle ricerche o alle profanazioni dei pagani.

L'apparizione della C. a Costantino, la susseguente vittoria sopra Massenaio, e più ancora l'invenzione del sacro legno diedero nuovo e più forte impulso al culto della C.; tanto più che l'imperatore cresse a Gerusalemme una basilica, che attirava molti pellegrini e dove presero a compiersi cerimonie vistose, specialmente il Venerdi Santo. Si può dire che da quel punto il culto della C. diventi argomento di predicazione per i SS. Padri; alla liturgia e alla predicazione si aggiunse l'arte (v. sotto) e la poesia (cf. Prudenzio, Apotheosis, 446 sgg .; Contra Symmacum, I, 494 sgg .; s. Paolino di Nola, Poém., 30, 97 sgg.; Sedulio, Carmen paschale, V, 188 sgg.). S. Giovanni Crisostomo dichiara che ai suoi giorni la C. era adoperata dai fedeli come ornamento, rimedio, protezione: "Hoc utique celebratum videre est in domibus, in fore, in desertis.... in vestimentis, in thalamo.... in vasis argenteis et aureis.... in tectis, in libris, in urbibus, in vicis" (Omelia Quod Christus sit Deus, 9: PG 48, 826; cf. anche: Omelia 2^{2}, De Cruce et latrone, 1: PG 49, 407).

Fu perciò necessario intervenire a reprimere esagerazioni ed abusi. Una legge di Teodosio e di Valentiniano III (Cod. Iustin., I, tit. 7) proibì sotto pene severe di dipingere, scolpire e tracciare la C. sui pavimenti, perché quel sacro segno non corresse rischio di essere calpestato. E il Concilio in Trullo del 692 (can. 73, Hefele-Leclercq, III, p. 572) lo accolse e vi aggiunse la pena della scomunica. C'è anche da ricordare come nella lotta inconoclasta l'immagine della C. fu rispettata; e come gli stessi imperatori iconoclasti Leone Isaurico, Costantino Copronimo, Leone IV, Niceforo, Michele II e Teofilo la vollero impressa sulle loro monete.

Naturalmente i Padri e la Chiesa vigilarono affinché il culto prestato alla C. non degenerasse in errore. Il secondo Concilio di Nicea del 787 (HefeleLeclerq, III, p. 768) e l'ottavo di Costantinopoli dell'869 (ibid., IV, pp. 521-22) definiscono che alla C. si deve, si, saluto ( \dot{α} σ π α σ μ \dot{ς} ς ) e venerazione ( π ρ ω σ π \dot{ν} ν η α ς ), ma non adorazione ( \dot{α} λ η \hat{μ} v \dot{η} λ α τ ρ imatĥ α ); locuzione che il monaco Teodoro Studita (m. nell'826) distingueva accuratamente (Antirrheticus III adv. Iconomachos: PG, 91, 345 e 419), osservando che l'adorazione rivolta a Dio è \dot{α} λ η \hat{μ} v \dot{η} π ρ ω σ π \dot{ν} η σ ι ς, mentre quella rivolta alla C. è relativa ( π ρ ω σ π \dot{ν} η σ ι ς σ χ ε τ ι η ). Queste e altre definizioni posteriori, fino al Concilio di Trento, posero il sigillo della loro autorità alla devozione perenne, che fin dai primi tempi era stata in vigore presso il popolo cristiano.

Bibl.: J. Lipsius, De Cruce libri III, Anversa 1995; J. Gretsee, De Sancta Cruce, Ratisbona 1734; Krinz, Kreuzverzhrung, in F. X. Kraus, Real-Encycl. der christl. Altertümer, II, Friburgo in Br. 1886, pp. 245-51; H. Quilles, Adoration de la Croix, in DThC, III, coll. 2339-63; S. Baümer, Kreuz, in Kirchoulez., VII (1891), coll. 1074-78.

Celestino Testore
VII. La C. nella liturgia. - 1. Le feste della S. C. - I libri liturgici attuali ne hanno due: In Inventione S. Crucis (3 maggio) e In Exaltatione S. Crucis (14 sett.).

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(Ripr. Picsi)
(1ot. Enc. Catt.)

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Croce - C. latina in un coperchio di sarcofago con scena della Adorazione dei Re Magi (sec. iv) - Vaticano, Grotte.

Le feste seguirono lo sviluppo della devozione alla reliquia della S. C., che ebbe origine col suo ritrovamento. L'anno di questo avvenimento resta incerto. La Cronaca alessandrina lo assegna al 320 , il Lib. Pont. al 310 (I, p. 167), la Dottrina d'Addai la riporta addirittura al tempo di Tiberio (14-37). La Peregrinatio Aetheriae (ca. 394) la suppone avvenuta prima del 335, ma Eusebio nella Vita Constantini, scritta nel 337 non ne parla affatto. Il primo documento sicuro è la testimonianza di s. Cirillo di Gerusalemme nella Cathech., XIII, 4: PG 33, 775; scritta nel 347. Meno informati ancora si è sul giorno della Inventio. Da notarsi però che la Cronaca e la Peregrinatio dànno il 14 sett. e questo è stato causa di non poca confusione per l'individuazione delle due feste nei documenti.

Storicamente la festa liturgica dell'Exaltatio precede quella della Inventio. L'origine è palestinese, anzi locale di Gerusalemme e deve ricercarsi nell'annuale celebrazione della dedicazione (avvenuta il 13 e 14 sett. 335) delle due basiliche costantiniane dell'Anastasis e del Martyrion. La festa giunse a grande celebrità. Alla fine del sec. iv la Peregrinatio parla di moltitudini di monachi, episcopi (fino a 40 e 50 ), clerici, sueculares, tam viri quam feminae, che per otto giorni continui accorrevano da tutte le parti dell'Oriente per prendervi parte. Essa non cedeva in nulla alle feste di Pasqua e dell'Epifania (Peregrinatio ad loca sacra, cap. 48, in Itinera, ed. Geyer, p. 100). Con il tempo s'incominciò a fare una solenne ostensione delle reliquie della vera C., sicché a poco a poco questo rito diventò l'oggetto principale della solennità, facendo dimenticare quasi del tutto la dedicazione. Alessandro di Cipro (sec. vi) la designa esattamente con il nome poi rimasto: Exaltatio praeclarae Crucis (PG 86, 2176).

Da Gerusalemme la solennità si diffuse in molte chiese orientali, specie dove si possedeva una reliquia della vera C., come a Costantinopoli, ad Apamea e ad Alessandria.

Per l'Occidente la prima testimonianza d'una festa liturgica della S. C. si trova nella biografia di Sergio I (687-701), nella quale si legge: Qui etiam ex die illo pro salute humani generis ab omni populo christiano die Exhaltationis Sanctae Crucis in basilicam Salvatoris, quae appellatur Constantiniana, osculatur et adoratur (Lib. Pont., I, p. 374).

Il testo lascia intendere che la festa era già celebrata prima di Sergio; probabilmente dapprima nell'oratorio della S. C. al Laterano, poi nella basilica Sessoriana Sanctae Crucis in Hierusalem. Ma non si deve andare molto indietro, come mostra l'incertezza dei documenti nel segnalarla : p. es., si trova nel Sacramentario gelasiano (metà sec. viII; cf. ed. Wilson, p. 198), ma manca nel manoscritto di Epternach del Martirologio geronimiana, eseguito da un vescovo consacrato da Sergio I (cf. Lib. Pont., I, p. 387, nota 29). Alla festa Sergio dovette aggiungere la solenne ostensione e adorazione della C. conservata nel Sancta Sanctorum del Laterano di cui parla il testo
riferito, cerimonia attestata ancora nell'Ordo di Cencio Camerario al principio del sec. xili.

Mentre a Roma s'affermava la festa dell'Exaltatio, fissata al 14 sett., nelle Gallie s'era introdotta, e con successo, una festa Inventionis Sanctae Crucis stabilita al 3 maggio. Pare che essa entrasse nelle chiese gallicane nella prima metà del sec. viII: non si trova nei Sacramentari leoniano (sec. vi) e gregoriano (sec. viI), non ne fa cenno Gregorio di Tours (393-94), così abbondante in simile materia, manca nel Lezionario di Luxeuil (fine sec. viI). La riportano invece i manoscritti del Martirologio geronimiano di Wolfenbüttel (772) e di Berna (di poco posteriore), i calendari mozarabici, i Sacramentari gelasiani del sec. viII (cf. P. de Puniet, Le Sacramentaire romain de Gellone, Roma [1938], pp. 92*-93*; Sacramentarium Pragense, ed. A. Dold, Beuron 1949, p. 71).

La data del 3 maggio fu suggerita, a quanto sembra, dalla leggenda di Giuda Ciriaco, vescovo di Gerusalemme (BHL, 7022). Il Missale Gothicum (secc. viI-viII) e quello di Bobbio (sec. viII) mettono la festa tra l'ottava di Pasqua e le Rogazioni, senz'altra indicazione. Il Reg. 316 e il
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Chocv - Il Redentore con la C. (in parte restaurata). Scena centrale della fronte di un sarcofago del sec. iv. Roma, museo Lateranense.

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Pragense hanno già la data del 3 maggio. In sostanza i due calendari, il romano e il gallicano, avevano una propria festa della S. C. in date diverse e ambedue sono rimasti nei libri liturgici quando questi, emigrati in Gallia, ritornarono a Roma con le note aggiunte e trasformazioni.

Anche il formolario liturgico delle due feste ha risentito delle loro vicende. L'ufficiatura della Exaltatio è di evidente fattura romana: lo mostra tra l'altro l'antifona: O magnum pietatis opus, tratta dall'epigrafe metrica di papa Simmaco ( 498 -514) per l'oratorio della S. C. in S. Pietro, e l'altro Sabia nos, Christo, che ricorda lo stemma della medesima basilica (cf. U. Mannucci, Per la storia dell'ufficio della S. C., in Rass. Gregor., 1910, col. 249). Le lezioni narrano il recupero della S. C. dalle mani dei Persiani, avvenuto nel 665 sotto Eraclio.

L'ufficiatura dell'Incestio, invece, è gallicana. Le antifone del sec. xir accennavano alla leggenda di Giuda Cirizco e furono soppresse da Clemente VIII(1592. 1605) «qua historiam continebant dubiam e e sostituite dalle attuali (v. l'antico formolario in Tommasi, Opera, t. IV, p. 250). Le lezioni rimaste raccontano il ritrovamento della C. fatto da s. Elena. La Messa è di classico tipo gallicano (cf. G. Manz, Ist die Messe de Inventione S. Crucis im Sacram. Gelas. gallischen Ursprungs?, in Ephem. lit., 47 [1938], pp. 192-96).

Nel 1741 la Commissione nominata da Benedetto XIV per la riforma del Breviario stabili di sopprimere la festa del 3 maggio, ma l'intero progetto, com'è noto, falli e anche le due feste della S. C. sono rimaste finora al loro posto. Bibl.: A. Holder, Inventio S. Crucis, Lipsia 1889; P. Bernadakis, Le culte de la Croix chez les grecs, in Echos d'Orient, 5 (1902), pp. 193 sgg.; 237 sgg.; L. De Combes, La vraie Croix perdue et retrouvde, Parigi 1902, p. 265-73; id., De l'invention à l'exaltation de la S. Croix, Parigi 1903; J. Sträubinger, Die Kreuzauffindungslegende, Paderborn 1912; K. A. H. Kellner, L'Anno ecclesiastico, Roma 1914, p. 285 sgg.; H. Leclercq, Croix (invention de la), in DACL. III, coll. 3131-39; A. Kleinclauze, Epinhard, Parigi 1942, pp. 175-99, 249-55.

Annibale Bugnini
2. La C. dell'altare. - Nei primi secoli, soltanto la materia del sacrificio poteva essere posta sull'altare. La C. e i candelieri, portati in testa alla processione, venivano collocati o dietro l'altare o ai suoi lati. Talvolta la C. era pendente sotto il ciborio o scolpita sul frontone dello stesso : tuttavia nessun testo ci dice la ragione precisa della sua presenza. Con il sec. xi viene ornata del Crocifisso fiancheggiato talvolta dalla Madonna e s. Giovanni Evangelista; un foro nell'altare od apposito piedistallo permette di fissarla sull'altare stesso durante la celebrazione del S. Sacrificio. L'introduzione e il propagarsi delle Messe private non è escluso abbiano influito a porla definitivamente sull'altare.

Il Cerimoniale dei vescovi, ordinando che la «Crux Domini» sia sull'altare, stabilisce il suo basamento alto quanto il più vicino dei candelieri voluti d'altezza varia, perché, con il loro ascendere, maggiormente siano d'ornamento alla C. La sua presenza sull'altare, come i ripetuti inchini e gli sguardi ad essa rivolti dal sacerdote celebrante la S. Messa, vogliono inculcare essere questa la reale rappresentazione
del sacrificio della C. Pertanto è sempre necessaria, salvo durante l'esposizione del S.mo Sacramento, perché l'immagine cede alla realtà.

Bibl.: J. Braun, Das chentiche Altargerät, Friburgo in Br. 1932, pp. 466-92; C. Callewaert, De Missalis Romani liturgia, I, Bruges 1937, n. 442.

Enrico Cattaneo
3. La C. pettorale. - E una piccola C. d'oro o di altro metallo dorato, ornata spesso di pietre preziose, che i vescovi portano appesa al collo come proprio distintivo con nell'interno una reliquia che spesso è della S.C. La usano anche gli abati regolari, i canonici di molti Capitoli cattedrali e collegiali, alcuni dignitari ecclesiastici per speciale indulto apostolico, e qualche badessa come segno del proprio grado. Pio X la concesse ai cardinali diaconi. Vi sono due specie di C. pettorale: una è appesa ad una catena d'oro od altro metallo dorato, che si usa con le vesti ordinarie, l' altra pende da un cordone di seta rossa per i cardinali e verde per i vescovi, e si porta nelle funzioni sacre e sulla mozzetta. Il Cerimoniale dei vescovi fa cenno solo di questa seconda, e la considera come ornamento pontificale, mentre della prima non parla affatto.

L'origine della C. pettorale si riallaccia molto probabilmente agli encolpi ed a quegli oggetti sacri che i cristiani portavano sul petto. Gli scrittori antichi non ne parlano : ciò significa che in origine si trattava solo di una devozione personale. Più tardi i papi fecero di essa un ornamento sacro, imitati successivamente dai vescovi e dagli abati. I primi esempi risalgono ca. al sec. ix. Alla C. pettorale, come ornamento liturgico del papa, accenna Innocenzo III nel De sacro altaris sacrificio, I, cap. 2. Un Pontificale del sec. xir enumera fra i paramenti liturgici del vescovo la «Crux pectoralis, si quis ca uti velit" (E. Martène, De nut. Ecl. rit., I, Anversa 1736, cap. 4, art. 12, ordo 23).

Bibl.: A. Du Saussay, Panoplia episcopalis, seu de sacro episcoporum ornatu, VII. Parigi 1646, pp. 294-329, L. Thomassinus, Vetus et nova Ecclesine dictipium, II, Napoli 1769, cap. 56. nn. 4-5; J. L. Ferraris, Crux. in Prompsu bibliotheca canonica, Parigi 1858, nn. 51-55; A. Fivizzani, De ritu S. Crucis, Roma 1892, cap. 7, p. 53; F. Eygen, in Liturgia, Parigi 1933, p. 342; M. Righetti, Storia liturgica, Milano 1945, pp. 519-20.

Silverio Mattei
VIII. La C. Nell'archbologia. - Con il nome di c., vengono chiamati vari segni di tal forma, molto antichi, quali la svastica o c. uncinata ( λ ) e \frac{1}{2} ); il geroglifico \varnothing, proprio dell'Egitto, detto crux ansata e che si trova in una ventina d'iscrizioni cristiane (G. Lefèvre, Inscriptions gr. chrét. d'Egypte, Il Cairo 1907); il segno + , che, per esser distinto da quello che passa sotto la denominazione di c. latina (+), è detto c. greca e equilatera; il monogramma a forma di c. + che pare derivi dal monogramma costantiniano ( Σ ) o chrismon, comunemente chiamato c. monogrammatica. Da notare, però, che la cosid-

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detta crux decussata o di s. Andrea ( \times ) è una pura invenzione dell'arte medievale.
I. C. gimmata o uncinata. - La svastica (dal sanserito Svasti "salute", "bene", " felicità"), denominata c. gammata, perché consta di quattro brisceia uguali terminanti con un segmento ad angolo retto, a guisa del gamma maiuscolo greco, pare si debba considerare come il più antico segno di fortuna e religioso nei culti solari primitivi. Essa si trova, dipinta od incisa, fin dall'età neolitica, sopra vasi, amuleti, fusaiolo, monumenti sepolcrali, tessuti e figure. Gli esempi più antichi, che finora si hanno, sono quelli trovati su vasi a Mussiāa Tepe presso Susa, nell'Elam, del 4000-3000 a. C. Intorno al 3000 a. C. essa appare nella ceramica della regione danubiana, quindi a Troia, nella Grecia; nell'Italia meridionale nell'Etruria, presso i Germani verso il 1000 e nel 500 a. C. in India. A partire dal sec. in d. C., sola o con altri segni, compare su molte iscrizioni funerarie della Licaonia e dell'Isauria; nel monumento di Clodio Ermete a S. Sebastiano in Roma e nei Cimiteri di Demitilla, di Panfilo, di Gencrosa e della vigna Massimo (M. A. Boldetti, Osservazioni sopra i cemeteri, 2 voll., Roma 1720, p. 60; E. Josi, Il cimitero di Panfilo, in Riv. d'arch. crist., I [1924], p. 67, fig. 18; Wilpert, Pitture, tavv. 112, 3; 180; 212; G. Cotzoni, Le questioni cronologiche della C. e dei monogrammi \mathfrak{X} e \boldsymbol{†}, Atene 1939), dove, pur senz'essere necessariamente considerata un modo d'occultare la cristiana, almeno nelle iscrizioni in cui non è mero segno ornamentale, può alludere o a Cristo, sole della salute, o alla felicità del defunto. Di fronte alla C. la svastica scompare anche nell'Europa settentrionale nel sec. vi-vii d. C. Essa rimane un simbolo sacro per i buddhisti che, nel Tibet, l'hanno adottata nella forma degli uncini rivolti verso destra. Una variante della c. uncinata rettilinea fu quella curvilinca, formata da due S incrociate, avente pur essa significato simbolico.
2. C. monogrammatica. - Nella Lettera di Barnaba ( 9,8 ), dell'inizio del sec. II, come abbreviazione del nome 'Iı006s è supposta conosciuta la sigla IH; ma, come risulta dai monumenti, del nome di Gesù prima, e quale signum Christi poi, furono sopra tutti noti il Chi Iota (X), il Chi Rho (X) e il monogramma a forma di C. ( † ), tutt'e tre, del resto, in uso, quasi esclusivamente come compendium scripturae, in scritti e monumenti assai prima del cristianesimo: il primo su monete di Chio (Kíos); il secondo per abbreviazione dei nomi comuni inizianti con XP e quale segno su monete ateniesi, tole-
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(da ifitiert. Pittura, tav. 109)
Croce - C. con le lettere apocalittiche. Affresco nel cimitero di Ponziano (sec. vi) - Roma.
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