anche nei riguardi del papa (triplice adorazione dei cardinali dopo la elezione).
C. di latria è dovuto alla S.ma Trinità, alle singole persone della S.ma Trinità, a N. S. Gesù Cristo, anche sotto le specie sacramentali (can. 1255 § i), alle singole parti della sua umanità, per l'unione ipostatica (perciò dalla Chiesa è stato approvato il sacro c. dell'Uomo-Dio, del Cuore S.mo di Gesù, del Preziosissimo Sangue, delle Cinque Piaghe), mentre per motivi non dogmatici, ma pratici, di cui la Chiesa è giudice, non è stato approvato il c. del Volto Santo o della Faccia di Cristo (Decreto della S. Congregazione del S. Uffizio, 4 maggio 1892) ed è stata proibita l'introduzione del c. al Capo di N. S. Gesù Cristo (S. Uffizio, 18 giugno 1938: AAS, 30 [1938], p. 226-27).
2. Iperdulla. - Tra tutti i santi, in Maria S.ma, istruiti dalla Rivelazione, noi troviamo una santità posseduta in un grado superiore a quella di qualsiasi santo e la divina maternità. La santità della Madonna, come grazia di Cristo, solo quantitativamente, non qualitativamente differisce da quella di tutti gli altri santi; la divina matcrnità le è propria ed esclusiva. La B. Vergine sarà quindi il termine di un culto particolare, detto di iperdulla, sia per la sua singolare santità, sia per la sua divina maternità (can. 1255 , § I, 1276).
3. Dulla. - Nei santi si trova la santità, cioè il martirio o la pratica eroica di tutte le virtù cristiane, frutto della grazia soprannaturale, cosicché in essi si riflette in modo particolare la santità essenziale di Dio Creatore. I santi saranno perciò, a motivo di questa vita divina che si rivela particolarmente in loro, termine di un c. che trova la sua ragione d'essere nel c. di latria, perché la grandezza venerata nei santi è la particolare manifestazione della perfezione divina e perciò è un c. subordinato al c. di latria che fu chiamato c. di dufia (can. 1255 § i, 1276).
Il c. di iperdulla e di dulia alla Madonna e ai santi è, per cosi dire, una forma speciale del c. religioso, sia perché il c., come religione, è dovuto solo a Dio, sia perché la B. Vergine ed i santi sono venerati solo in quanto uniti a Dio, e Dio in essi manifesta la sua virtù. Perciò è un c. che non termina ultimamente ai santi o alla Madonna ma a Dio, proprio come si esprime la liturgia: "Sanctorum memoriam colimus, Domine, Te magnificamus... ".
4. C. assoluto e relativo. - Questo c. di latria, di iperdulla e di dulia, se termina direttamente a Dio, alla B. Vergine o ai santi, è detto assoluto; se termina ad una rappresentazione (immagine) di Dio, della B. Vergine o dei santi, oppure ad una reliquia, è relativo (can. 1255 § 2).
Così, p. es., il c. di latria relativo si deve alla S. Croce e agli strumenti della Passione, alle immagini di Dio e di Cristo (Concilio Tridentino, sess. XXV. de invoc. Sanct. et s. imag.: Denz-U, nn. 984-86). Lo stesso c. di latria relativo si deve forse alle reliquie che restassero del Sangue di Cristo, non più pertinenti all'unione ipostatica e al sangue che fosse fluito miracolosamente dalle ostie consacrate, perché non è che un segno del vero sangue di Gesù Cristo.
La legittimità del c. delle immagini ed anche delle reliquie fu già definita dal Concilio Ecumenico Niceno
II nel 787 (Denz-U, nn. 302-305; v. iconoclasti). Il c. particolare a determinate immagini, p. es. della B. Vergine (immagine miracolosa, taumaturga ecc.), è stato difeso da Pio VI nella condanna degli errori del Sinodo di Pistoia, ed è giustificata sia dalla pratica della Chiesa, sia dalla liberalità della Divina Provvidenza, che, come afferma s. Agostino, "nec in omnibus memoriis Sanctorum ista fieri voluit, qui dividit propria unicuique prout vult" (Denz-U, n. 1570; CIC 1255, § 2).
Per i diversi termini a cui è rivolto il c. (Maria Vergine, Croce, reliquia, santi, ecc.) v. le voci relative.
5. C. interno e c. esterno. - Poiché il c., nella sua più intima ragione, è un atto di stima, per esigenza di sincerità, perché non si risolva in un atto di ipocrisia, deve essere un atto delle potenze interne dell'uomo, dell'intelletto e della volontà, cioè deve essere interno. Ma siccome l'uomo è anima e corpo, e tutto quello che veramente è nell'uomo si riflette anche nelle potenze esterne, non solo come manifestazione, ma ancora in quanto dalle potenze esterne riceve un potenziamento, il c. ha da essere anche esterno, il che è inoltre giustificato dal fatto che Dio è creatore dell'anima ed anche del corpo.
6. C. privato e pubblico. - L'uomo, considerato come individuo, essendo una creatura di Dio, è obbligato ad un c. interno e ad un c. esterno; questo c., che ogni singolo rende a Dio, è il c. privato.
La società umana che deriva la sua ragione d'essere dalla esigenza della vita sociale che Dio ha posto nell'uomo è pure tenuta ad un c. che sarà pubblico e sociale. Questo c., per esigenza di cose, dovrà essere un c. autoritario (reso cioè a Dio da chi legittimamente è deputato a rappresentare tutta la società e come tale può stare di fronte a Dio in nome e per conto della società stessa) ed esterno, proprio perché si tratta di una società di uomini. La interiorità (che si è già detta essenziale del c. di Dio), poiché non possiamo cercarla nella società che in se stessa è un'astrazione, la dovremo cercare nei singoli, in quanto uno dei doveri della società è anche quello di favorire lo sviluppo della virtù della religione nei cittadini. Quando l'uomo e la società sono elevate a un ordine superiore alle esigenze della propria natura, il loro c. diviene soprannaturale. In concreto Dio ha stabilito fin dalle origini dell'uomo un c. religioso corrispondente al piano della Grazia, che ha ottenuto la sua forma definitiva nel c. pubblico della Chiesa.
"Il c. se reso in nome della Chiesa da parte di persone legittimamente deputate a questo scopo e mediante atti da rendersi per istituzione della Chiesa solo a Dio, ai santi e ai beati dicesi pubblico; diversamente privato" (can. 1256).
Il c. pubblico a riguardo dei santi canonizzati è autorizzato dovunque e in modo assoluto; a riguardo dei beati è solo permesso con limitazioni relative sia ai luoghi come anche agli atti (can. 1277 §§ 1-2), mentre a riguardo dei servi di Dio, anche già venerabili, è vietato. Il c. privato (non è detto occulto) può essere prestato a chiunque goda fama di santità o è ritenuto martire.
Per necessità di cose il c. pubblico, come anche il c. esterno rimane sotto l'autorità della Chiesa. La S. Sede s'è riservata, come causa maggiore, l'ordinamento della liturgia e l'approvazione dei libri liturgici (can. 1257), l'approvazione di nuove litanie (can. 1259 § 2), la conferma dei santi patroni (can. 1278), la canonizzazione dei beati e la beatificazione
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dei servi di Dio (can. 1999 \& 1). E sua è prima di tutto la vigilanza sugli abusi. I più recenti interventi della S. Sede in questo campo sono la proibizione della Devozione all'amore annientato di Gesù e il Rosario delle XX. Piaghe di N. S. Gesù Cristo (S. Uffizio, 12 dic. 1939: AAS, 32 [1940], p. 24), la proibizione dell'associazione: la Crociata mariana (S. Uffizio, 8 marzo 1941: AAS, 33 [1941], p. 69).
Agli Ordinari nei cann. 1255-1321 sono concesse amplissime facoltà sia di controllo che di ordinanza.
Il c. di Dio ossia il riconoscimento e l'omaggio alla grandezza di Dio si esprime dapprima nell'adorazione, quasi una contemplazione della grandezza di Dio nei confronti della limitatezza della creatura, e nel ringraziamento. A questi sentimenti si aggiunge l'impetrazione (ossia la domanda di favori) che sgorga dalla convinzione della propria limitatezza, e, dopo il peccato, la propiziazione, ossia la domanda di perdono. I vari atti di c., necessariamente (non però tutti con uguale intensità), debbono esprimere tutti e quattro questi sentimenti; ciascuno di essi poi mette l'accento su qualcuno in particolare : cosi mentre la lode sottolinea di più l'adorazione, la preghiera sottolinea maggiormente l'impetrazione. Solo il sacrificio esprime per sua natura egualmente tutti e quattro i sentimenti del c. divino, sebbene le particolari intenzioni di chi celebra o fa celebrare possono fissarsi sul ringraziamento (Missa pro gratiarum actione) o sulla propiziazione (Missa pro remissione peccatorum) ecc.
Gli atti principali di c. sono : il sacrificio, l'orazione, la lode, il giuramento, lo scongiuro, il voto, le offerte, le decime. Possono diventare atti di c. anche l'elemosina o atti di altre virtù se nelle intenzioni di chi le compie sono destinati al c. di Dio.
Il c. esterno si concreta in formole, atti e gesti di cui è difficile dare una classificazione completa. Si ricordano tra i principali : l'edificare chiese od altari, il collocare in una chiesa delle immagini, il dipingere un servo di Dio in un determinato atteggiamento (con raggera o con l'aureola), la genuflessione, l'inchino, lo star a braccia aperte in forma di croce, l'incensazione, le processioni, le benedizioni, le consacrazioni, l'accender lumi, il portar doni votivi, ecc...
Il sistema delle diverse formole, dei diversi atti e dei diversi gesti con cui si rende concreto il c. di Dio nella Chiesa cattolica, considerato però non dall'esterno, cioè nell'ordinamento dei riti e delle cerimonie, ma dall'interno cioè come c. di Dio da parte del corpo mistico di Cristo che è la Chiesa, è la liturgia (Pio XII, encicl. Mediator Dei, 20 nov. 1947: AAS, 39 [1947], pp. 528-29).
Nel CIC la parte 3ª del 1. III, intitolata de culto divino, contiene varie altre norme giuridiche sui c. : di esse, che costituiscono i cann. 1255-1321, si parla nelle voci relative alle materie ivi disciplinate (v. soprattutto altrate; chiesa; comunicazione nelle COSE SACRE; eucaristia; giuramento; litanie; litURGIA; MUSICA SACRA; PROCESSIONE; QUARANT'ORE; RELIQUIE; SUPPELLETTILI SACRE; TABERNACOLO; VOTO).
Biel.: G. M. Roberti, Il c. esterno della Chiesa Cattolica, Roma 1902; M. D'Hulat, Conferenze della quaresima 1893, conf. I: il c. di Dio, trad. it., Torino 1912, pp. 3-33; O. Lottin, L'âme du culte, Lovanio 1920; C. Callewaert, Liturgicas initizaciones: I, De sacra liturgia univarsim, 2^{°} ed., Bruges 1925, pp. 1-47; E. Caronti, La pietà liturgica, Torino 1929; G. Lefebure, Liturgie. Ses principes fondamentaux, 3^{°} ed., Parigi 1936, pp. 3-16; Ph. Oppenheim, Institutiones systematicohistoricas in sacram liturgiam: VI, Notiones liturgiae fundamentalis, Roma 1941, pp. 1-80; A. Chollet, Culte en gé-
néral, in DThC, III, coll. 2404-28. In particolare sulle norme canoniche riguardanti il c., cf. M. Lecler, De culin divino, in Collationes Namurcenses, 19 (1924-25), pp. 48-61; G. Vaywod, Latu of the code on divine Worship, in The homiletic and pastoral recienz, 26 (1926), pp. 1165-73, 1278-90; 27 (1927), pp. 850-38, 954-64, 1082-91; E. Jombart, s. v. in DDC, IV, 861-882; J. Brys, Iuris canonici compendium, 10* ed., Bruges 1949, pp. 111-43, nn. 781-90.
Luigi Oldani
III. Origine e sviluppo del c. cristiano. Come il regno d'Israele aveva un ordinamento sociale ed un cerimoniale liturgico, anche il Regno di Dio, cioè la Chiesa, la quale oltre che un corpo mistico è anche un corpo sociale, esigeva un suo ordinamento liturgico. A differenza del Veechio Testamento, nel Nuovo il Divino Maestro si accontentò di pochi elementi sostanziali, lasciando che le particolarità fossero poi fissate secondo i tempi, i luoghi, le genti diverse: "Pregate insieme, predicate, battezzate, celebrate la mia memoria -, e poche altre ingiunzioni che la Chiesa stessa conformò secondo i bisogni particolari dei singoli e secondo le esigenze della vita sociale.
Gli Apostoli, benché si recassero ancora al Tempio e vi prendessero occasione per predicare, tenevano le adunanze dei primi credenti nelle case, vi rinnovavano la cena del Signore distribuendo il pane eucaristico, leggevano le Scritture, impartivano i necessari insegnamenti, presiedevano la preghiera comune.
Non vi si facevano più i sacrifici; i quali del resto cessarono presso gli Ebrei, come le altre cerimonie, quando nel 70 d. C. il Tempio fu distrutto. Inoltre a differenza degli Ebrei, per i quali il giorno consacrato a Dio era il sabato, i fedeli tennero come festivo il giorno susseguente che chiamarono domenica (v.) a ricordo della Risurrezione di Cristo. Come gli Ebrei celebravano in primavera la loro Pasqua a ricordo della liberazione della servitù dell'Egitto e continuarono a celebrarla pur dopo la loro dispersione; anche nelle adunanze cristiane si celebrò nella medesima stagione la Pasqua a ricordo della Passione e Risurrezione del Cristo, liberatore degli uomini dalla servitù del peccato.
Si poneva in tal modo il primo nucleo dell'anno ecclesiastico, e superate alcune difficoltà, provocate da usanze particolari createsi nella provincia dell'Asia (v. quantodecimani), si ebbe a tal proposito una usanza concorde e costante.
Nonostante le persecuzioni, nei secc. II e III si ebbe un graduale progresso nelle forme esterne nel culto che già andava svolgendosi per lo più in edifici a ciò particolarmente destinati. Già la Didarhé ( 90 -100), Clemente Romano negli ultimi capitoli della epistola al Corinti (96-98) e s. Ignazio (107) nelle lettere ci dànno particolari importanti sulla sacra sinassi e sulla gerarchia che succedette al regime apostolico. Persino Plinio, propretore in Bitinia, nella sua celebre lettera a Traiano ce ne ha lasciato qualche indicazione sommaria. Seguono man mano s. Ireneo, s. Ippolito, Tertulliano, s. Cipriano e gli autori citati da Eusebio nella sua storia, che ci offrono nuovi paricolari in corrispondenza appunto al costante sviluppo della propaganda e della vita interna, e ci illuminano sul progressivo ordinamento del catecumonato e dei riti battesimali, sull'organizzazione e sulla evoluzione dei gradi gerarchici e le loro attribuzioni. Si cominciava già a tenere in venerazione le memoria ed il sepolcro di coloro che maggiormente avevano illustrato col sapere e col martirio le singole chiese.
Ma tutto questo ebbe un più largo sviluppo dopo la pace concessa alla Chiesa con l'Editto di Costantino nel 313; le chiese ampie e magnifiche, le schiere dei fedeli che aumentavano di continuo, l'ordinamento gerarchico che si faceva più complicato, esigevano non solo prescrizioni più precise, ma anche forme esteriori più evolute. L'anno ecclesiastico si arricchiva ormai della festa della Pentecoste e della commemorazione dalla comparsa di Gesù
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Cristo nel mondo (Natale ed Epifania), mentre il c. della Vergine, pur incluso nella memoria dei misteri del Salvatore, acquistava un rilievo del tutto particolare, che doveva condurre all'istituzione di feste speciali. Salmodie, processioni, cerimonie diverse si aggiunsero a rendere più solenne la semplicità primitiva, provocando critiche non solo degli intellettuali pagani, ma anche da parte di cristiani che, come Vigilanzio, meritarono il biasimo di s. Girolamo e di s. Agostino.
Quando si avverti che non c'era più pericolo di confusione con gli ebrei e con i pagani, entrarono nell'uso comune termini (come pontefice, sacerdote, altare, ecc.) che non potevano più dare occasione ad equivoci, e si adottarono per il culto l'incenso, le aspersioni con acqua, le unzioni con oli, gesti che avevano già un significato sacrale e che potevano benissimo contribuire a rendere più augusto il loro significato simbolico. Furono invece proibite usanze che potevano servire a pratiche superatisiose; e non si può certo dire che la lotta contro talune forme cultuali eterodosse sia costata poca fatica ai capi della Chiesa. Cosi si ammisero nel tempio cristiano non solo pitture o museici parietali di significato simbolico e storico, ma anche la venerazione delle immagini del Redentore, della Vergine, dei santi : fu anche accolto, almeno nel sec. iv, il canto sacro nella Chiesa, grazie appunto alle attrattive che esercitava, sebbene fosse servito nelle cerimonie ebraiche e pagane. Esso seppe rivestire pensieri cristiani ed assumere un tono chiesastico che trovò la sua perfezione nel canto gregoriano: perfezione che, come le arti figurative, era destinata ad un costante progresso. Né per questo si deve parlare, come si è fatto da certa scuola, di una dipendenza formale del cristianesimo dall'ebraismo e dall'idolatria, o di una contaminazione da essi prodotta nel cristianesimo stesso, ma di una coincidenza dovuta al fatto che alla mente religiosa dell'uomo alcune forme di culto si presentano spontanee e come tali si tramandano attraverso le generazioni. Nel cristianesimo infatti queste forme furono accolte più per forza di cose che in grazia di speciali prescrizioni; e poiché non si poteva variare all'infinito intorno al nucleo primitivo e sostanziale, esse passarono di chiesa in chiesa con vicendevoli scambi, finché non ebbero raggiunta una tale maturità di espressione plastica da ammettere in seguito ben limitate modificazioni e aggiunte.
BinL.: F. Cabrol-Leclercq, Monumenta Ecclesiae liturgica, I. Parigi 1900: F. Cabrol, Les origines liturgiques, Tours 1906:id., Culte chrétien, in DFC, 1911: M. Righetti, Le origini della liturgia cristiana, in La Scuola Cattolica, 1916. I e II: molti articoli (v. indice): L. Duchesne, Les origines du culte chrétien, 3^{2} ed., Parigi 1925: H. Delchaye, Sanctus, essai sur le culte de saints dans l'antiquité, Bruxelles 1927: F. Cabrol, Le litere de la prière antique, 14* ed., Tours 1929: I. Schuster, Liber Sacramentorum, Torino 1930: H. Delchaye, Les origines du culte des Martyrs, 2^{2} ed., Bruxelles 1933.
Pio Faschini
IV. Il C. nelle religioni non cristiane. Il c. come manifestazione del sentimento religioso si riscontra in tutte le religioni perché in tutte il senso della divinità presente (sensus numinis) piega l'individuo, ed il gruppo a cui appartiene, alla venerazione e insieme alla richiesta di quanto occorre alle sue varie necessità; nel concetto di ralere infatti, sia esso relativo a un campo, a una persona, alla divinità, è sempre sottinteso l'intento di ottenere un beneficio dall'azione compiuta.
1. C. e magia. - La somiglianza che si rileva in più di un caso tra talune cerimonie religiose e qualche pratica magica non deve far concludere alla identità
iniziale di religione e magia perché esse sono distinte l'una dall'altra in grazia di due criteri fondamentali: a) uno sociale: la religione compie i suoi riti in funzione e a vantaggio del gruppo sociale e li compie dirigendosi, in persona di chi ha l'investitura sociale del gruppo stesso (re, sacerdote, ecc.), alla Potenza superiore che ha la capacità di esaudire le richieste che le sono rivolte; mentre la magia, attraverso lo.stregone o mago o fattucchiere, opera in virtù dei poteri che questi possiede, a servizio di interessi privati e spesso in danno altrui; b) uno individuale, in quanto l'uomo religioso piega le ginocchia e giunge le mani perché, conscio della propria debolezza, si dirige all'Essere che egli sa potente e placabile; mentre il mago si sente in possesso di una forza capace di dominare quella della natura e pertanto ordina e non prega.
2. C. e mito. - Essendo l'uomo dotato di ragione, l'atto di c. ha sempre una giustificazione intellettuale che lo legittima, suggerita da motivi fantasici sulla base di accostamenti esteriori, non dovuti ad argomenti razionali, o a ricerca erudita o a osservazione scientifica. Il mito è pertanto complemento necessario del c. in quanto ne giustifica il cerimoniale, ne spiega il motivo alla mente dell'individuo e del gruppo di cui unifica l'azione, e ne rinnova periodicamente l'efficacia rendendolo vivo e attuale quando, in coincidenza con i ritmi stagionali o con le varie circostanze della vita sociale, occorre rinnovare l'azione sacra un tempo sperimentata efficace (v. MItO).
3. C. e simbolo. - Le cerimonie del c. hanno un valore non soltanto realistico, ma soprattutto simbolico, relativo alle Potenze soprannormali con le quali si vuole entrare in relazione. Un'immersione nel Gange non è un bagno di pulizia ma intende raggiungere attraverso quelle sacre acque un fine spirituale; il pasto rituale del canguro totemico presso gli Arunta (Australia centrale) non vuole essere l'allegra conclusione di una escursione nella foresta, ma intende rinnovare, attraverso l'ingestione dell'animale sacro, la provvista di santità del gruppo e richiamare, con le danze e i canti allusivi, la storia mitica della tribù. Occorre tener presente questo fondamentale valore simbolico del rito per evitare che questo venga abbassato a uno strano e inconcludente scimmiottamento della realtà.
Gli elementi cultuali di una religione si possono raggruppare intorno a quattro punti : a) i luoghi del c., cioè, nella sua più larga accezione, il santuario, che va dalla radura limitata da alberi nel folto di una foresta o da uno spiazzo all'aperto recinto da rozze pietre, su su finoal tempio più sontuoso; b) le persone cioè il sacerdozio nelle sue più varie categorie e funzioni, dallo stregone-medico capace di soddisfare a tutte le esigenze dalla comunità al sacerdote investito delle funzioni specifiche di sacrificante, indovino, esorcista, dottore, e così via; c) i tempi, cioè il calendario sacro che dà un ritmo religioso alla vita del gruppo e gli permette di rinnovare a data fissa, che nelle religioni naturali coincide con il ritmo delle stagioni, la sua provvista di energia religiosa; d) i riti, cioè tutti quei gesti e movimenti e formole mediante le quali il gruppo o l'individuo si mette in contatto con le potenze superiori.
a) I luoghi. - Il luogo dove la divinità si manifesta al gruppo sociale deve essere un luogo speciale, sottratto all'uso profano e partecipe della sacralità propria del dio, di guisa che chi si accosta al medesimo senza le dovute disposizioni ne rimane punito, mentre chi vi accede in stato di purità rituale ne riceve
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incremento di benedizione. La scelta del luogo è determinata in genere dall'aspetto naturale : la radura suggestiva di un bosco, la vicinanza di una fonte, la presenza isolata di un albero, di un tumulo o rialzo di terreno, di una roccia o di una grotta; aspetto che suggerisce, oltreché la presenza, anche la qualità del dio. Il primo tipo di santuario sarà dunque un recinto sacro, fatto di pietre o di alberi che delimita lo spazio riservato alla divinità separandolo dall'uso profano. Esso lo si trova dappertutto sotto vari nomi : è il cranloch dei precistorici, la varia palizzata dei primitivi, il haram degli Arabi, il hērem degli Ebrei, il témenos o peribolos dei Greci, il sacellum dei Romani, il cosiddetto "cimitero" delle chiese rurali cristiane. Prescrizioni rigorose regolano l'accesso a questo recinto: non vi si può cacciare né far legna perché è riservato alla divinità; né esercitare la giustizia umana o catturare chi cerchi in esso un rifugio perché chi vi penetra entra in possesso della divinità e perciò è sacro (ancer, tábn) e inviolabile.
Nel mezzo del recinto sacro si trova in genere una pietra, più o meno quadrata o conica, che è considerata come l'incorporazione della divinità : perciò vi si versa sopra l'olio delle libagioni o il sangue delle vittime. Ma il più delle volte il luogo sacro non si limita a un recinto a cielo aperto. Nel mezzo di esso sorge un edificio coperto e chiuso, nel quale la divinità rappresentata da un oggetto sacro o da un simulacro che la raffigura abita come nella sua casa. Solo i sacerdoti possono entrarvi in quanto sono i servi speciali del dio: il popolo ne rimane escluso ed assiste dall'esterno allo svolgimento del rituale. Nelle grandi monarchie dell'Oriente, dove all'accentramento politico corrisponde un analogo accentramento religioso, i templi assumono una grande importanza economica: hanno annessi molti edifici per l'amministrazione dei beni, per l'alloggio del personale addetto ai vari serviai; presso i Greci e i Romani invece il tempio è isolato in quanto solo dimora del dio senza edifici amministrativi, dato il minor numero di inservienti e la diversa organizzazione del sacerdozio.
Fanno eccezione a questa regola le religioni di mistero perché in esse il luogo sacro non è solo dimora del dio ma anche luogo di riunione dei fedeli che a lui si sono votati; e le religioni storiche dovute a un fondatore o riformatore perché il luogo sacro diventa il centro di convegno per gli adepti che vi si radunano per sentire commentare l'insegnamento del fondatore e compiere quegli atti di e. che egli ha imposto alla comunità. Il tempio del buddhismo mahāyānico sviluppatosi specialmente in Cina e nel Tibet, la moschea musulmana, la chiesa cristiana sono luoghi di riunione dei fedeli e non soltanto dimora esclusiva della divinità.
L'edificio sacro, una volta costruito, prima di essere adibito al suo ufficio ha bisogno di una cerimonia speciale, cioè della dedicazione la quale mentre lo separa dall'uso profano lo dedica e consacra espressamente alla divinità. Cosi, il magistrato romano dedicava il tempio tenendone con una mano lo stipite durante tutto il tempo in cui pronunziava la formola di dedicazione; nella liturgia cristiana la dedicazione della chiesa si fa compiendo la circumambulazione esterna ed interna della medesima e deponendo sotto l'altare maggiore le reliquie di un santo martire, a sacra tutela dell'edificio.
b) Le persone. - Come il santuario così il sacerdozio ha un valore sociale in quanto il sacerdote è l'in-
termediario ufficiale tra il gruppo e la divinità. Nei nuclei primitivi le sue funzioni si fondono con quelle di capo del gruppo (re-sacerdote, re-stregone) in quanto sono soprattutto i suoi poteri magici, la sua capacità di interpretare la volontà degli dèi quelli che servono al gruppo cui preme avere assicurata una buona caccia, un buon raccolto, l'incolumità del bestiame, l'immunità da epidemie, la buona riuscita di una guerra. Le funzioni di re e di sacerdote cominciano a separarsi a mano a mano che, sviluppandosi la vita cultuale del gruppo, se ne sviluppano le esigenze e il cerimoniale sacro con una maggiore specificazione delle varie funzioni. Si hanno cosi nelle religioni naturali tre tipi fondamentali di sacerdoti: il sacrificatore, l'esorcista e l'indovino (v. sacerdozio).
c) I tempi. - I tempi sacri sono quelli fissati dal calendario ricigioso e che comunemente prendono il nome di feste. In ogni gruppo umano l'importanza delle feste è grande perché servono a rinnovare la coesione del gruppo orientandone il pensiero e l'azione verso un'unica direzione e a richiamare alla memoria le idee e i fatti dai quali il gruppo riconosce il beneficio della sua esistenza.
Dati i due elementi, cultuale e nozionale dei quali consta ogni religione, anche nella celebrazione delle feste si ritroverà : 1) un insieme di riti (danze, processioni, banchetti, formole) mediante i quali il gruppo esprime la sua unità di sentimenti ed effettivamente la vive; 2) una serie di idee o nozioni (credenze, miti, leggende) che spiegano il significato della festa e giustificano agli occhi del gruppo il motivo della sua coesione e della sua azione sacra.
La festa porta come conseguenza una sospensione delle occupazioni ordinarie, sospensione accompagnata per maggiore evidenza da cambio di vesti, da riti preparatori (digiuni, purificazioni, tregue di Dio) da celebrazioni di gare, giuochi, fiere e mercati.
E poiché la vita dei gruppi umani è regolata dall'avvicendarsi delle stagioni che determinano i tempi della caccia e il ritmo delle occupazioni agricole, la serie delle feste segue nelle religioni naturali, sia tribali, sia nazionali, le vicende dell'anno agricolo. Sul calendario stagionale s'innestano sempre feste e commemorazioni relative agli eventi della storia del gruppo, e ai grandi personaggi che li hanno diretti. Tali sono nel calendario ateniese le Panatenee e le Apaturie e nel romano il Regifugium e i Poplifugio nonché le Pallile nelle quali al significato pastorale si è aggiunto quelle civile dalla fondazione di Roma. Lo stesso si dica del calendario lunare degli Ebrei in cui alla festa agricola della Pasqua si è aggiunto il ricordo dell'uscita degli Ebrei dall'Egitto e di quello, pure lunare, dei musulmani che commentora la nascita di Maometto, la sua ascensione, ecc. Nel cristianesimo il calendario religioso prescinde da quello civile ed è tutto regolato su la vita del divino Fondatore dall'Avvento, che ne prepara la nascita, alle domeniche dopo la Pentecoste che ricordano l'espansione nel mondo della chiesa da lui fondata. Per tutte queste questioni v. calendario.
d) I riti. - Circa la definizione e la classificazione dei riti v. PREGHIERA; RITO; SACRIPIZIO.
Ding.: H. B. Alexander, Worship (Primitiva), in Euc. Relig. and Ethics, XII, pp. 75a-812; Pharo, Kullus, in PaulyWissowa; R. Will, Le culte, 3 voll., Strasburgo 1915-38: Chantepie de la Saussaye, Lehrbuch der Religiongeschichte, I, 4ª ed., Tubinga 1925, pp. 87-98; G. van der Leeuw, Phänomenologie der Religion, ivi 1933 (trad. franc., La religion dans son essence et ses manifestations, Parigi 1948). Nicola Turchi
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V. Culto popolare. - E il complesso delle forme tradizionali con cui il popolo esprime il suo sentimento e il suo innato gusto artistico nella partecipazione ai riti della Chiesa e alla vita religiosa in genere. Tali forme vanno dalle più semplici alle più grandiose e complesse. In molti paesi cattolici sulle porte delle case di campagna si osserva una crocetta di legno; in mezzo ai campi di grano tenero o sopra i cavoni delle messi vien posta una croce fatta con semplici canne o con spighe intrecciate. Intorno alle immagini sacre che stanno a capo del letto (o anche in cucina) i contadini sogliono porre rami d'ulivo benedetto. I pastori dipingono a sinopia sul vello delle pecore il monogramma di Maria. Sulle porte o dentro le stalle non manca mai l'immagine di s. Antonio abate. In alcune regioni le opere principali dei campi non si compiono senza tradizionali riti e canti sacri, con invocazioni alla Madonna e ai santi protettori, diversi secondo i luoghi. Immagini della Madonna del Fuoco, di s. Giorgio, e di s. Antonio sono dipinte sui grandi carri agricoli della Romagna e di altre regioni. Cosi nella vita marinara, dalla cerimonia del battesimo della barca a quella della benedizione del mare, infinite sono le circostanze e le forme in cui il c. popolare si manifesta: immagini di santi, di Madonne e della S. Famiglia sono dipinte sui fianchi delle barche, cui spesso si attribuiscono i nomi di personaggi sacri, a invocazione protettiva.
Di particolare interesse e significato è l'offerta degli ex-voto, specialmente delle tavolette dipinte ov'è raffigurato l'episodio miracoloso per cui l'offerente rende grazie alla Vergine o al santo invocato. Cosi, il popolo, accanto alle orazioni insegnategli dalla Chiesa, conosce e ripete anche delle sue proprie preghiere che presentano in forma piana e facilmente ricordabile e comprensibile i concetti e gli insegnamenti della dottrina cristiana, o rievocano episodi della vita di Cristo e dei santi, o esprimono il sentimento e la fede degli umili con particolari forme di devozione. Commovente e significativo l'omaggio dei fiori, ceri, lampade alla Madonna sulle facciate delle case, agli angeli delle vie, ecc.
Manifestazioni originali ed espressive del c. popolare si hanno pure in occasione dei pellegrinaggi ai santuari, con l'adornare di fiori e immaginerie sacre i bastoni usati per il lungo cammino, con il percorrere tratti di strada o salire scale del santuario in ginocchio, con canti e inni ed altre manifestazioni di fede che raggiungono talora aspetti di acceso misticismo o anche di trasmodante entusiasmo. Importanti sotto questo riguardo sono le feste patronali, con la gara tra i fedeli o i membri di conferternite per l'onore di portare la statua del santo, con luminarie, bande, girandole, e cosi via. Ma le forme più originali e grandiose possono osservarsi in occasione delle diverse feste calendariali secondo il circulum anni. Pieno di poesia è l'uso di cospargere di fiori le strade o gettare fiori dalle finestre quando passa la processione, come a Marta (Bolsena) in occasione della festa della "Barabbata ". In taluni luoghi, come a Genzano e a Torre del Greco, l'«infiorata acquista il carattere di una vera opera d'arte con la creazione di un tappeto floreale che occupa tutta una via e presenta ammirevoli effetti cromatici e decorativi. Elementi di c. popolare si manifestano pure nello svolgimento delle processioni, con il vestire da angeli i bimbi, con l'adornare di fiori, di nastri, di medagliette, di offerte la statua del santo o delle Madonne, e con altri semplici modi a seconda delle usanze locali.
Altrettanto dicasi per tutte quelle manifestazioni che sono penosciute come "reliquie viventi del dramma sacro». Manifestazioni assai antiche sono pure i fuochi per s. Giovanni Battista, s. Giuseppe, l'Ascensione, i falò per s. Antonio abate, le fiaccolate per l'Assunta e simili. Alcune di tali manifestazioni assurgono ad una spettacolare grandiosità specialmente con i carri sacri

(1st. Gub. int. nuz.)
Culto - Processione in occasione della festa della a Barabbata a Marta - Bolsena.
a forma di campanili, di candelieri, di gigli o anche di grandi barche : essi raggiungono talvolta proporzioni colossali.
Il Van Gennep afferma che «il c. popolare e il c. ufficiale si muovono su due piani differenti». Ma nella maggioranza dei casi si constata che si tratta piuttosto di elementi integrativi e complementari attraverso i quali le classi umili manifestano la loro partecipazione, con i sentimenti e con la fede, ai riti della Chiesa. Non già che talvolta non sia dato rilevare qualche eccesso o qualche travisata sopravvivenza di forme rituali pre-cristiane, ma appunto la Chiesa provvede a regolare queste manifestazioni permettendone l'estrinsecarsi quando servono a tenere viva e salva la fede nell'animo del popolo, senza oltrepassare i limiti fissati dalle norme liturgiche.
Bias.: F. Polese, Le feste popolari cristiane in Italia, in Atti del I Congresso di etnografia italiana, Perugia 1912, pp. 91-114; D. Provenzal, Usuave e feste del popolo italiano, Bologna 1912; P. Toschi, La poesia popolare religiosa in Italia, Firenze 1935; A. Van Gennep, Manuel de folklore français contemporain, Parigi 1938 sgg. (3 voll. finora uscitil); R. Corso, I popoli dell'Europa: vol e costumi, Napoli [1947].
Paolo Toschi
CULTORI DELLA ARCHEOLOGIA CRISTIANA IN ROMA, SOCIETÀ dei. - Istituita dal p. Luigi Bruzza e da G. B. De Rossi il 12 dic. 1875 per preparare, addestrare e spronare con adunanze periodiche, amichevoli discussioni e osservazioni quel gruppo di giovani esordienti che si indirizzavano allo studio delle antichità cristiane, italiani e stranieri e tra questi specialmente gli allievi dell'«École française de Rome» e dell'Istituto archeologico germanico. Alla fondazione intervennero tra gli altri i giovani Mariano Armellini, Giacomo Lumbroso, Enrico Stevenson e Orazio Marucchi.
La prima sede della Società fu in una sala annessa alla chiesa di S. Carlo a' Catinari; nel 1885 nel palazzo dell'Accademia ecclesiastica alla Minerva; quindi ebbe
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in comune la sua sede con la Pontificia Accademia Romana di archeologia alla Cancelleria; dal 1927 al 1935 presso il Pontificio Istituto di archeologia; dopo una interruzione di alcuni anni ha ripreso a riunirsi dal febbr. 1944 alla Cancelleria presso la detta Pontificia Accademia.
Dei verbali delle adunanze del 1875 al 1887 venne pubblicato un volume con prefazione di O. Marucchi, note a pie' di pagina di G. B. De Rossi e indice analitico di A. Grossi Gondi: Resoconto delle conferenze del c. di a. c. in Roma, dal 1875 al 1887 (Roma 1888).
Fu presidente della Società il p. L. Bruzza fino al 1883; poi G. B. De Rossi fino alla sua morte (1894), quindi dal dic. 1899 L. Duchesne fino al 1922; poi Orazio Marucchi fino al 1931; G. P. Kirsch fino al 1935 ; dal 1944 al 1949 il p. A. Ferrus; dal 1950 E. Josi. Primo segretario dalla fondazione al 1922 fu Orazio Marucchi, poi E. Josi, V. Capocci, R. Fausti, L. De Bruyne, A. P. Frutaz, A. Amore.
Ancora oggi la società continua, secondo la tradizione, nelle sue adunanze a presentare nuovi studi e osservazioni per dar modo soprattutto ai giovani di esporre liberamente iloroprimi saggi, per facilitare le relazioni e i rapporti scientifici con le varie istituzioni straniere, comunicare le notizie delle recenti scoperte e delle nuove pubblicazioni.
I verbali delle adunanze furono accolti nel suo Bullettino di archeologia da G. B. De Rossi che li arricchì con le sue annotazioni; vennero poi successivamente pubblicati fino al 1922 nel Nuovo bullettino di archeologia cristiana; quindi nella Rivista di archeologia cristiana. Enrico Josi
CUMA. - Testimonianze di un'antica comunità cristiana a C. si trovano in due templi pagani eretti nel periodo greco, rifatti in età romano-augustea, trasformati in chiese nel sec. v o al più tardi all'inizio del vi.
Il primo è quello detto di Apollo (metri 34 \times 23 ) sulla terrazza inferiore dell'acropoli, rimesso in luce nel 1912, il cui piano basilicale, diviso forse in tre navate, fu occupato da più di 90 tombe cristiane a fossa; l'altro è quello di Giove sulla terrazza superiore dell'arce, scavato fra il 1926 ed il 1930. La trasformazione di esso in basilica cristiana (metri 39,60 \times 24,60 ), divisa in cinque navate con l'aggiunta di pilastri in laterizio, ha fatto sì che il presbiterio, sostituito alla cella del tempio augusteo, è venuto a trovarsi quasi al centro della costruzione. Assai caratteristica è anche la posizione del battistero nella navata centrale dietro al presbiterio: la vasca circolare rivestita dentro e fuori di marmi, era ricoperta da un tugurium retto da almeno 6 colonnine, di cui sono stati ritrovati avanzi. Nel tempio è stata rinvenuta un'iscrizione attestante il culto delle reliquie del martire s. Massimo che la leggenda fa morire in Apamea e trasferire poi a C. da una certa Giuliana. Un documento agiografico, noto a Boda (v.) e quindi anteriore al sec. viri, parla di una martire Giuliana di Nicomedia il cui corpo, come quello di s. Massimo, sarebbe stato trasferito a C.: è forse la stessa Giuliana di cui s. Gregorio (Registrum, IX, 180-81) chiese sanctuaria al vescovo Fortunato di Napoli per consacrare un oratorio.
Stando alla menzione di alcuni Atti di martiri, sarebbe stata sede episcopale nel sec. Iv; i nomi di alcuni
vescovi del sec. v ci sono noti, così p. es. si sa che un vescovo di nome Adeodato partecipò nel 465 ad un sinodo tenuto a Roma (cf. P. F. Kehr, Regesta pontificum Romanorum, Italia Pontificia, VIII, Berlino 1935, pp. 469-71).
Bibl.: Lanzoni, pp. 206-11; H. Delehaye, Les origines du culte des martyrs, Bruxelles 1933, pp. 391-392; A. Maiori, Monumenti cristioni di C., in Atti del III Congresso internazionale di archeologia cristiana, Roma 1934, pp. 217-31.
Giuseppe Bovini
CUMANA, Diocesi di. - Nel Venezuela (Stato di Sucre) suffraganea di Santiago de Venezuela. Fu eretta da Pio XI il 12 ott. 1922, per smembramento della diocesi di Guayana.
Comprende gli Stati federali di Sucre e Nueva Esparta, con una superficie di kmq. 12.950 eunapo. polazione di 360.647 ab. dei quali 359.647 cattolici, divisi in 18 parrocchie, nelle quali lavorano 12 sacerdoti secolari e 12 regolari (1948).
Nel 1913 alcuni Domenicani cominciarono l'evangelizzazione delle coste di C., che venne presto interrotta, quando, sorta una violenta opposizione da parte degli indigeni, due missionari furono uccisi. La evangelizzazione definitiva della regione avvenne più tardi, ed è attribuita al celebre fra' Bartolomé de las Casas.
Biel.: AAS, 15 (1923), pp. 99-102; N. E. Navarro, Anales eclesiásticos Veneraciones, Caracas 1929 (v. indicel. Pedro Gomez
CUMBERLAND, Richabd. - Filosofo inglese, n. a Londra il 15 luglio 1631, m. ivi il 9 ott. 1718. Il C., vescovo anglicano di Petersborough, è noto per la lotta sostenuta contro il materialismo egoistico di Hobbes.
Alla teoria hobbesiana della lotta originaria (homo homini lupus) egli contrappone nel trattato De legibus naturae (Londra 1672) una concezione ottimistica, elaborando il concetto d'una fondamentale lex naturae che egli fissa nella benevolentia universalis. Su questo concetto egli poggia una sistemazione del mondo sociale e storico ispirata al finalismo, benché nella filosofia della natura segua il meccanicismo cartesiano, e anticipa la visuale illuministica della vita sociale.
BibL.: F. E. Spaulding, R. C. als Begründer der englischen Ethik, Lipsia 1893; F. C. Sharp The ethical system of R. C., estr. da Mind, 21 (1912).
CUMMINGS, Jeremiah Williams. - Sacerdote, n. a Washington nell'apr. 1814, m. a Nuova York il 4 genn. 1866. Compigli studi teologici al collegio di Propaganda Fide a Roma. Ritornato in patria, ebbe dal vescovo J. Hughes nel 1848 l'amministrazione della parrocchia di S. Stefano, allora costituita. Il C. faceva parte di un circolo di sacerdoti i quali, contrari alla cosidetta «europeizzazione» della Chiesa degli Stati Uniti, avversavano i maestri ed i docenti provenienti d'oltre oceano ed i loro sistemi didattici. Queste idee, espresse dal C. pubblicamente sulla stampa, determinarono una vivace polemica, in cui intervenne anche l'arcivescovo J. Hughes con il saggio Reflections of the Catholic press.
BibL.: T. F. Meehan, s. v. in Cath. Eur., IV, pp. 567-68. Silvio Furlani
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CUMNO, Niceforo: v. nicEforo cumno.
CUMONT, Franz-Valéry-Marie. - Archeologo e storico delle religioni, n. ad Alost (Belgio) il 3 genn. 1868, m. a Woluwe (Bruxelles) il 20 ag. 1947. Iniziò la sua carriera scientifica come studioso delle istituzioni e delle antichità romane che professò a Gand fino al 1910; fu anche, fino al 1913, conservatore del museo di Bruxelles.
Compi viaggi di esplorazione in Anatolia e in Siria e, presa dimora stabile in Roma, seguitò in questa sua città di elezione ad elaborare l'immenso materiale di studio raccolto durante la sua operosissima vita. Prima di morire fece dono all'Accademia belgica di Roma della sua biblioteca. Fu sempre rispettoso della idealità religiosa: la sua morte fu confortata dai carismi della Chiesa.
L'elenco delle sue pubblicazioni comprende oltre 600 voci; si ricordano qui le principali raggruppate secondo l'argomento.
Primi lavori: Alexander d'Abountichos (in Mém. Ac. Belgique, 40 [1887]), traduzione del De aeternitate mundi di Filone (1891).
Mithruismo: Textes et monuments figurés relatifs aux mystères de Mithra (2 voll., Bruxelles 1894-1900); e l'edizione abbreviata: Les mystères de Mithra (ivi 1900).
Viaggi di esplorazione: Voyage d'exploration archéologique dans le Pont et la Petite Arménie ([Studia Pontica, 2], ivi 1906); Recueil des inscriptions grecques et latines du Pont et de l'Arménie ([Studia Pontica, 3], ivi 1910); Etudes syriennes (Parigi 1917); Fautiles de DonnoEuropas (ivi 1926).
Astrologia: Catalogus codicum astrologicorum Graecorum (ivi 1898); Astrology and religion among Greek and Romans (Nuova York 1912); L'Egypte des astrologues (Bruxelles 1937).
Influsso religioso dell'Oriente ellenistico sull'Occidente: Les religions orientales dans le paganisme romain (Parigi 1905; trad. it., Bari 1912; importante la quarta edizione, Parigi 1928, con ampie note, complementi e illustrazioni); quest'opera è la sintesi di tutta la sua operosità scientifica diretta a studiare la religiosità ellenistica specialmente nel suo anclito verso il destino felice dell'anima; Les mages hellénisés (ivi 1938, in collaborazione con J. Bidez).
Manicheismo: Recherches sur le manichéisme (Bruxelles 1908-12, in collaborazione con M.-A. Kugener); La bibliothèque d'un Manichéen découverte en Egypte (in Revue de l'histoire des religions, 107 [1933], p. 180 sgg.); Homélies manichéennes (ibid., III [1933], p. 118 sgg.).
Giuliapo l'Apostata: Iuliani imp. epistulae, leges, ecc. (in collaborazione con J. Bidez, Parigi 1922).
Vita oltremondana, argomento che ha preoccupato l'ultima fase della sua vita di studioso: Afterlife in Roman Paganism (New-Haven 1922); Recherches sur le symbolisme funéraire des Romains (Parigi 1945); Lux perpetua (ivi 1948), postumo.
Bibl.: Mélanges F. C., Bruxelles 1936, con elenco di tutte le pubblicazioni; F. de Visscher, La manifestation F. C., in Antig. Class., 16 (1947), p. 13 sgg.; Fr. De Ruyt, F. C., ibid., p. 5 sgg.; W. Lameere, Sur la tombe de F. C., 1868-1945, in Alumni, 17 (1947-48, III).
Nicola Turchi
"CUM SIGUT MAIESTAS». - Parole iniziali della bolla di Alessandro VI ( 26 marzo 1500), nella quale è contenuta la prima organizzazione della Chiesa per le nuove terre scoperte in India.
Con essa, il Papa, in considerazione dei meriti dei re di Portogallo nel diffondere il nome cristiano, e fondandosi sulla decisione di re Manuel d'inviare clero secolare e regolare nelle nuove terre scoperte nell'India, dà facoltà al medesimo re di sottoporre il territorio, dal Capo di Buona Speranza sino a comprendere l'India, a un commissario apostolico, da nominarsi dal re di Portogallo, il quale, munito di carattere episcopale, deve porre la sua residenza in una città coloniale. Re Ma-

(per curiccia della R. Accademia Belgica di Roma) Cumont, Fäand - Ritratto,
nuel soltanto dopo 14 anni nominò il primo commissario di Laodicea (1514-17), cui seguirono altri finché nel 1534 fu eretta la diocesi di Goa.
Bibl.: Levy Maria Jordão, Bullarium Patronatus Portacalliae Regum I, Lisbona 1868, p. 39; Bullarum Collectio, ivi 1707, Appendix, p. 4; Streit, Bibl., IV, n. 372. Carlo Corvo
CUNEGONDA, beata: v. KINGA, beata.
CUNEGONDA, santa. - Imperatrice di Germania, figlia di Sigfrido conte di Lussemburgo, n. ca. il 978, m. a Kaufungen presso Kassel (Assia) il 3 marzo 1033 o 1039. Tra il 998 e il 1000 sposò Enrico, duca di Baviera che fu poi imperatore (Enrico II: 1002-24), santo anch'egli, col quale, secondo la leggenda, visse in verginale continenza, mentre alcuni critici, sulla scorta dal contemporaneo Rodolfo Glaber (MHG, Scriptores, VII, p. 62; PL 142, 645) pensano piuttosto all'impotenza di C.
I due santi fondarono la diocesi ed il duomo di Bamberga, C. il monastero di Benedettine di Kaufungen, nel quale essa, dopo la morte d'Enrico, si ritirò (1025). Fu sepolta accanto ad Enrico nel duomo di Bamberga. Innocenzo III la canonizzò il 3 apr. 1200; la bolla si trova negli Acta SS. Martii, I, col. 279 sgg. Il Martirologio romano la commemora il 3 marzo.
Bibl.: Leggenda scritta per la canonizzazione in Acta SS. Martii, I, Parigi 1865, coll. 271-77; PL 140, 205-20; MGH, Scriptores, IV, pp. 814-28; J. P. Toussaint, Geschichte der hl. Kunigunde von Lussemburg, Paderborn 1901; H. Müller, Das heilige Kaiserpaar Heinrich und Kunigunde, Steyl 1903 (tutti e due senza critica); v. anche la bibl. di enRico it, santo.
Livario Oliger
CUNEO, diOCESI di. - Nel Piemonte meridionale, confina a nord con Fossano e Saluzzo, ad est con Mondovi, a sud e ad ovest con la Francia, si estende per 1869 kmq . Ha una popolazione di 90.000 ab . dei quali 80.000 cattolici, 71 parrocchie, 177 sacerdoti secolari e 42 religiosi (1948). Istituti religiosi maschili : gesuiti, orionisti, salesiani, francescani e cappuccini. E suffraganea di Torino.
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(fol. Exit)
Cuneo - Campanile di S. Ambrogio (fine del sec. xv).
La città sorse ca. nel 1198 e fu ricostruita nel 1230 dalla seconda Lega lombarda. Datasi a Carlo d'Angiò nel 1259, fu capitale della contea di Piemonte. Nel 1382 si dette ai Savoia e per essi sostenne sette assedi vittoriosi : I più famosi sono quelli del 1557 e del 1744. Le sue mura e la cittadella furono demolite da Napoleone, che fece la città capoluogo di provincia. Tentò ripetutamente di avere un vescovo fin dal ' 300 ; il suo desiderio fu appagato soltanto da Pio VII il quale eresse la diocesi di C. con bolla del 17 luglio 1817; la chiesa di S. Maria del Bosco divenne la Cattedrale: essa in origine era stata un priorato benedettino e poi collegiata; l'episcopio fu offerto dal Comune. Tra i vescovi si distinsero: il primo Amedeo Bruno di Samone (1817-38), cantato da Silvio Pellico (Le processioni); Clemente Manzini (1844-65) stimato dal Manzoni e da E. De Amicis; Teodoro Valfré di Bonzo (1885-96) poi nunzio a Vienna e cardinale.
Santi e venerabili originari di C. : b. Angelo Carletti (m. nel 1495); fra' Diego da Valdieri (m. nel 1655); p. Benigno Dalmazzo (m. nel 1744); Felice De Andreis
(m. nel 1820); Brunone Lanteri (m. nel 1830). Numerosi i personaggi che meritano una memoria: Alardo e Giovanni di Valdieri, valenti crociati con s. Luigi, il primo ricordato da Dante (Inf., XXVIII, 18); Giorgio Saluzzo di Valgrana, vescovo-principe di Losanna, castellano di Castel S. Angelo a Roma e vicecamerlengo (m. nel 1461); Francesco de Ferraris, missionario in Cina al seguito del p. Ricci (m. nel 1672); Filippo Maria Grimaldi, missionario, matematico alla corte di Pechino, astronomo, scrittore, diplomatico, vescovo eletto di Pechino (m. nel 1712); Giuseppe Francesco Megranesio (m. nel 1793), autore del Pedemontium sacrum, ma famoso pure per i suoi falsi letterari; Bruno Bruni, scrittore, editore delle opere di s. Massimo (m. nel 1796); Giovanni Alasia, vicario apostolico di Algeri e Tunisi (m. nel 1800); Angelo della Porta, vescovo titolare delle Termopoli, elemosiniere e diplomatico alla corte di Napoli (m. nel 1835); Margarita Bergesio, fondatrice del santuario di Nostra Signora d'Africa ad Algeri, collaboratrice del card. Lavigérie (m. nel 1875); Antonio Malan, apostolo del Bororoe nel Brasile, scrittore, vescovo di Petrolina (m. nel 1931). Inoltre: Clemente Solaro della Margarita, scrittore statista (m. nel 1869); Giuseppe Barbaroux, ministro, statista, autore dei Codici albertini (m. nel 1843); Sebastiano Grandis, autore del traforo del Fréjus (m. nel 1892); Ettore Pais, storico insigne (m. nel 1939).
Tra gli archivi, notevole quello Civico di C. (dal 1350 ca.); quelli della Curia e del Capitolo (non hanno documenti anteriori al 1600); la biblioteca civica (ca. 40.000 voll.); quella del seminario ( 18.000 voll.).
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