a cancelleria imperiale, mostrandosi non solo nei rescritti tramandatici dai codici gregoriano e teodosiano, ma pur negli editti e nelle leggi di Diocleziano, di Galerio, di Costantino e dei suoi successori.
L'opera efficace delle scuole romane di retorica continuò anche dopo che l'impero d'Occidente era caduto. Gli atti e le leggi dei re Ostrogoti in Italia, dei Borgegooni e dei Merovingi nelle Gallie, dei Visigoti nella Spagna e dei Vandali in Africa sono sempre stesi in prosa clausolata.
Dalla cancelleria imperiale l'uso della prosa oratoria con le sue armoniose cadenze passò alla cancelleria papale. Nelle lettere dei pontefici Liberio e Siricio, nelle lettere e nei decreti d'Innocenzo I, di Zosimo, di Bonifacio I, di Sisto III, come in quelle d'Ilaro, di Simplicio, di Felice III, di Gelasio I, di Simmaco, d'Ormisda le clausole sono quasi sempre regolari. Lo stesso risultato si ha esaminando la collezione delle decretali pontifice da Siricio ad Anastasio, raccolte da Dionigi il Piccolo, e i decreti dei sinodi romani, dei concili africani, spagnoli e delle Gallia.
Il risultato più importante scaturito dallo studio delle clausole negli antichi scrittori cristiani è stato quello di aver messo in luce che il latino da essi usato, non è un latino scorretto, popolare e volgare, ma è una lingua letteraria formatasi specialmente nelle scuole di retorica e di diritto, ed usata negli scritti, nella corrispondenza e nella conversazione tra le persone colte. Tale linguaggio non solo è un linguaggio letterario, ma è anche un linguaggio fortemente espressivo e conciso. Esso risente, naturalmente, dell'evoluzione linguistica e delle mutate condizioni politiche e culturali, ma non c'è da far colpa a questi scrittori se essi adoperarono forme lessicali, morfologiche e sintattiche in uso nel loro tempo, sebbene non più conformi a quelle ciceroniane. L'evoluzione linguistica portò al prevalere dell'accento sulla quantità sillabica.
Le clausole ciceroniane sono basate sulla quantità : anche se l'accento vi esercitava una certa influenza, questa era del tutto secondaria. Più tardi l'evoluzione linguistica fece sì che le parti s'invertissero: l'accento prevalse e la quantità si affievolì. Nel rapido svolgimento fonico e linguistico che il latino subì nei secoli dell'Impero, quando da dialetto del Lazio divenne il linguaggio parlato da milioni di persone, differenti per razza, costumi, civiltà e lingua, il senso della quantita s'indeboli, mentre l'accento prese il sopravvento e divenne, come dicono i grammatici, l'anima della parola e della musica. L'insegnamento scolastico e la tradizione letteraria tendevano a porre un freno a questa decadenza; ma, ormai, specialmente in Africa, gli orecchi dei parlanti non distinguevano più le sillabe lunghe dalle brevi. Tra i vari tipi di clausole s'incominciò col preferire quelle nelle quali l'ictus metrico coincideva con l'accento.
Gli scrittori cristiani dal sec. III al vi tengono conto, nella grande maggioranza, sia della quantità sia dell'accento. Se si bada solo all'accento, le clausole preferite in questi secoli possono ridursi a quattro tipi principali che, seguendo la terminologia dei dettatori medievali, sono state dette :
1. C. planus, accento sulla seconda e quinta sillaba contando dalla fine: régna caelórum, spiritus vénit. 2. C. tardus, accento sulla terza e sesta sillaba: ésse cognóvimus, differunt génere. - 3. C. velox, accento sulla seconda e settima sillaba: Dóminum con-
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fitémur. - 4. C. trispondaicus, accento sulla seconda e sesta sillaba: térra venerátur.
Questi c. derivano dalle clausole quantitative. Il c. planus deriva dalla clausola classica, cretico seguito da un trocheo o spondeo. Essa fu usata specialmente nei due tipi, o con la cesura dopo la prima breve: régua caelórum, o con la dieresi dopo il cretico: sptritus véait. In questi due tipi, per la legge dell'accentazione latina, l'ictus metrico coincide con l'accento. Nel c. turdus si vennero a fondere due clausole quantitative, il doppio cretico e il cretico seguito da un tribraco. Anche qui i tipi preferiti furono quelli che avevano la cesura dopo la prima breve: ésse cognóvimus, oppure la dieresi dopo il cretico: differunt génere.
Il c. velox deriva principalmente dalla più armoniosa delle clausole quantitative, il dicoreo preceduto da un cretico: apóstolis conferátur; ma, col prevalere dell'accento, invece del dicoreo, furono usati pure il dispondoo e l'epitrito primo, e il cretico fu sostituito da qualsiasi parola sdrucciola. Negli autori cristiani il c. velox accentuativo può esser dato dalle seguenti clausole quantitative :
Il c. trispondaicus deriva dalla clausola quantitativa, peone primo più trocheo: ésse videátur.
Lo scrittore cristiano, in cui il ritmo del periodo raggiunge la maggiore perfezione, è s. Leone Magno il quale, per la concinnitas e per le clausole sonore, può considerarsi il Cicerone dei tempi cristiani. Le opere di questo grande pontefice si distinguono per una maggiore classicità e correttezza nell'uso della lingua letteraria, per un più fine buon gusto nel maneggio dei mezzi retorici ed espressivi e per una armonica scorrevolezza nel periodare ritmico. Il suo periodare si svolge per membri paralleli o antitetici, chiusi da una clausola che rispetta sia le norme dell'accento sia quelle della quantità. S. Leone, con grande abilità stilistica, riesce a dare una forma ritmicamente perfetta alle sue lettere e ai suoi sermoni. In lui ritmo e clausole non sono qualche cosa di meccanico e di esteriore, ma agorgano spontaneamente in intima unione col pensiero.
Per dare un'idea dell'uso delle clausole leoniane si riportano i risultati dell'esame delle clausole nei periodi dei sermoni e delle epistole. Se si considera l'accento si hanno le seguenti clausole:
| | Sermoni | Epistole |
| :--: | :--: | :--: |
| C. planus | 874 | 132 |
| " tardus | 795 | 88 |
| " velox | 738 | 146 |
| " trispondaicus | 217 | 29 |
| Totale | 2624 | 395 |
Di queste clausole la grande maggioranza è regolare anche per la quantità. Infatti esse presentano le seguenti forme quantitative:
| Forma 1^{\text {a }} | | Sermoni | Epistole |
| :--: | :--: | :--: | :--: |
| Forma 2^{\text {a }} | -∞ | 8 ro | 131 |
| | -∞ | 481 | 47 |
| Forma 3ª | -∞ | 302 | 41 |
| | -∞ | 504 | 122 |
| Forma 4ª | -∞ | 79 | 13 |
| | Totale | 112 | 5 |
| | | 176 | 27 |
| | Totale | 2464 | 386 |
Nell'Occidente europeo la cultura e il linguaggio letterario-ritmico subì un grave colpo per le invasioni barbariche, per la caduta dell'Africa settentrionale e della Spagna sotto il dominio degli Arabi, e per le scorrerie dei Saraceni.
Gli ultimi scrittori che nella Spagna mostrano di conoscere le norme sulle clausole, applicandole
con maggiore o minore regolarità, sono Isidoro di Siviglia e il suo discepolo Braulione, il vescovo Eugenio III e il dotto arcivescovo Giuliano. Usano pure il linguaggio letterario-ritmico i loro contemporanei s. Fruttuoso e gli abati Evansio e Valerio.
In Francia, nei secc. vi e viI, la cultura ebbe un forte ristagno; però i documenti usciti dalla cancelleria dei re Merovingi e le cosiddette «formole di Marculfo» mostrano che il senso dello scrivere ritmico non s'era del tutto perduto.
Le lettere dei papi, tra cui degne di menzione sono quelle di Gregorio Magno, di Onorio I e di Adeodato, rivelano come in Italia, malgrado tanti lutti e rovine, la tradizione del periodare ritmico non fosse del tutto perduta. Le regole del c. si trovano applicate nelle formole del Liber Diuruns, nella lettera che il prete milanese Damiano indirizzò ai Padri radunati nel Sinodo del 679 , nel prologo in prosa al suo trattato di medicina in versi di Benedetto Crispo, vescovo di Milano, e nel prologo che Felice, vescovo di Ravenna, prepose ad una raccolta di sermoni di s. Pier Crisologo.
Gli scrittori irlandesi furono una specie di umanisti in anticipo. Essi non continuarono la tradizione delle scuole romane di retorica. Il latino letterario-ritmico, nonostante tutto, era un linguaggio vivo, che aveva acquistato caratteri propri. Gli Irlandesi sono dei classicisti, ma ad una lingua viva sostituiscono un linguaggio morto. Per l'influsso degli scrittori irlandesi e inglesi il c. perde terreno; soltanto qualche scrittore, come Lupo, abate di Ferrières, pare che non abbia dimenticato le norme tradizionali circa la disposizione ritmica delle parole nelle clausole. In generale gli scrittori della rinascenza carolingia non seguono le leggi del c. Queste vivacchiano nelle scuole dei monasteri benedettini dell'Italia meridionale e centrale e specialmente di Montecassino. Quando, nel sec. ix Roma e Napoli ebbero un po' di respiro, allora anche il c. rifiorisce, perché qui la tradizione del latino letterarioritmico non si era del tutto spenta. Due buoni scrittori, Giovanni, diacono napoletano, e Giovanni, diacono romano, scrivono in prosa che, ritmicamente, è quasi perfetta. Intorno ad essi si raggruppano altri prosatori minori, che spesso rifanno ornatamente passioni di martiri e leggende di santi. Il c. è presente nel Micrologus di Guido d'Arezzo, nelle opere di Pier Damiani e nelle epistole di Gregorio VII. Il papa Urbano II condusse con sé da Montecassino il giovane Giovanni Gaetano affinché migliorasse sempre più il latino cancelleresco della curia romana applicandovi le regole del c. leoniano. Un altro papa, Gregorio VIII, espose, in una Summa dictaminis, delle più antiche le regole che prima si trasmettevano oralmente. Fissate le regole per ritmare le frasi, determinate le cadenze da usare alla fine di esse nei tre c. planus, tardus, velox, la prosa così elaborata e cadenzata prese il nome di stile della curia romana. Sotto la protezione del nome sacro di Roma, tale stile si diffuse prima in Italia, poi in Francia, in Germania, in Inghilterra e nella Spagna. Le regole sul c. furono insegnate nelle scuole universitarie di ars dictaminis e nelle scuole dei nuovi Ordini religiosi, il francescano e il domenicano. Sarebbe troppo lungo citare tutti gli scrittori dei secc. xII-xIII-air che seguono le regole del c.; ci si limiterà a ricordare le lettere e le bolle papali, specialmente quelle di Alessandro III e di Innocenzo III, le epistole di Dante e di Cola di Rienzo, i documenti della cancelleria aveva ed angioina, molte leggende francescane e domenicane.
Gli umanisti disprezzarono il latino medievale e cercarono di far risorgere il latino ciceroniano; perciò, alle regole sul c. delle artes dictondi cercarono di sostituire quelle sul numerus date da Cicerone e da Quintiliano. L'ultimo grande scrittore, che applica con una certa regolarità il c. è il Baronio, il quale mostra una grande predilezione per la cadenza del c. velox.
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(fot. Custodia di Terra Santa)
In alto: VEDUTA DI NAZARETH. In alto a sinistra: la basilica dell'Annunciazione, nel centro il convento francescano; sulla destra: la basilica della Nutrizione, ricostruita sulla pianta della basilica bizantina (sec. vi) nei luoghi dov'era l'officina di s. Giuseppe, secondo la tradizione. In basso: BASILICA DELL'AGONIA, nell'orto di Getsemani eretta sul pavimento della basilica "Elegans,, del sec. Iv. Architetto A. Barluzzi (1924) Gerusalemme.
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ESTERNO DELLA CHIESA DEL MONASTERO (see. xi).
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Il linguaggio letterario-ritmico con le molte cadenze del c. non riesce sempre opportuno nelle ampie trattazioni dottrinali, dove si desidererebbe un procedere più semplice, un tono più discorsivo e didattico; riesce meglio nei piccoli componimenti : sermoni, costituzioni imperiali, epistole papali. Ma dove si rivela efficacemente adatto è nelle prose liturgiche, specialmente in quelle destinate al canto e alla recitazione declamata. La concinnitas del periodo, che assume l'andamento di una strofe lirica libera con membri e incisi terminanti con le belle cadenze, le quali ora simmetricamente s'intrecciano, ora armoniosamente si corrispondono, sembra creata proprio per esse. La forma si adegua al contenuto, e ciò che in altri componimenti può sembrare pura esercitazione letteraria, qui diventa arte. Nella liturgia dei primi secoli cristiani, spesso l'elemento lirico si unisce a quello oratorio: la preghiera si sposa al canto, la lode all'esortazione e alla massima morale. L'anima cristiana, innanzi alle meraviglie della creazione e all'infinita maestà del Padre celeste, contemplando l'amore immenso del Figlio nella sua opera redentrice, ammirando l'eroica virtù dei martiri, non può fare a meno di effondere liricamente la propria commozione. Però, nello stesso tempo, essa vuole che tutti partecipino dei propri sentimenti e cosi alla lirica si unisce l'oratoria. La prosa ritmica e il c., più che il verso e il numerus poetico, si adattano all'espressione lirico-oratoria della liturgia. I componimenti liturgici dove meglio si rivela il connubio tra l'effusione lirica e l'esortazione eloquente, sono gli oremus e i prefazi degli antichi sacramentari. Il periodare strofico, le cadenze del c. e il canto dànno ad essi una forma che è, nello stesso tempo, artistica e popolare. Qui, pensiero, ritmo e canto si fondono in un tutto omogeneo e armonico.
Le più antica e veneranda raccolta di orazioni liturgiche e di prefazi, cioè di quella parte della Messa che il sacerdote recitava da solo, è contenuta nel cosiddetto Sacramentario leoniano. Essa è di origine romana. Le affinità di pensiero, di lingua e di stile tra alcune di queste preghiere e i sermoni di s. Leone sono evidenti, e alcune di esse ben possono essere opera di questo pontefice o della sua cancelleria; altre sono posteriori, ma parecchie, ritmicamente perfette, possono risalire anche ai sece. tit e iv.
Alla fine delle formole liturgiche del Sacramentario leoniano si trovano le seguenti clausole ritmiche:

Considerando la quantità di queste finali si hanno queste clausole metriche:

La grande maggioranza delle clausole, cioè il 96 per cento, rispettano sia le norme della quantita sia quelle dell'accento; le poche eccezioni trovano la loro spiegazione nell'evoluzione linguistica di quei secoli.
Alcune orazioni del Leoniano passarono negli altri sacramentari, e qualcuna passò pure, con aggiunte e rifacimenti, nell'odierno messale romano: il prefazio dell'Ascensione risulta dall'unione di due prefazi del Leoniano; ma, il più delle volte, gli adattamenti non sono stati dei miglioramenti, spesso hanno sformato il testo distruggendone il c. e deturpandone la primitiva semplicità e bellezza. L'artistica composizione delle preghiere del Sacramentario leoniano è data, oltre che dal c., dalla concinnitas del periodo, la quale si rivela specialmente nell'equilibrio dei vari membri che si corrispondono tra loro simmetricamente per il pensiero, per la forma e per la cadenza. Il periodo si svolge organicamente e armoniosamente pur senza cadere in una uniformità monotona. L'unità e la semplicità sono caratteristica di molte orazioni leoniane. Le discordie tra i fedeli sono sempre deplorevoli : si veda ora con quanta efficacia e brevità si invochi dal Signore, nella seguente orazione, lo spirito di carità e la pia concordia tra quelli che si sono cibati dello stesso pane eucaristico:
- Spiritum nobis, Domine, tuae caritatis infundē, et quos uno caelesti pannē sātlästi, - una facias pietātē cōncōrdēs n.
E' una piccola strofe di tre stichi, con un c. trispondoicus tra due c. planus.
Più complicati ed elaborati sono i prefazi; ma anch'essi sono plasmati su uno schema semplice e uno. Il Sacrificio eucaristico è un sacrificio di ringraziamento; nel prefazio o anafora il sacrificante invita i fedeli a ringraziare il Signore (Gratias agamus Domino Deo nostro), il popolo risponde che ciò è cosa degna e giusta (Dignum et iustum est). Dopo tale dialogo tra il popolo e il celebrante, questi suggerisce ai fedeli le ragioni per cui debbono ringraziare il Signore. Tali ragioni sono espresse con una proposizione o relativa o causale, oppure con un participio o infinito, e sono prese o dalla solennità che si celebra o dal santo che si onora ed anche da circostanze particolari civili ed ecclesiastiche. Ne diamo due esempi, scegliendoli tra i più brevi. "Qui non solum peccata dimittis, - sed ipsos etiam iustificas peccatōres, - et reis non tantum poēnas relēcas, - sed dōnas et proēmia s.
E una strofe di quattro stichi terminanti con due c. planus, uno velas e uno tardus.
Il seguente prefazio fu certamente composto quando infierivano le contese coi pelagiani circa la Gratia: - Maiestatem tuam suppliciter implorantes, - ut sicut ex Te habemus ésse quod sūmus, - sic per gratiam tuam et bene vēlle sumámus, - et bonum pósse quod volèmua n.
E una strofe di quattro stichi: due c. planus tra uno velos e uno trispondoicus. Anche in altre prose liturgiche, come nella prima parte del Te Deum, nel Quicumque e nell'Exul. tet sono applicate con grande arte le norme del c. L'Exul. tet è forse il componimento liturgico dove meglio si attua il connubio tra l'effusione lirica e l'esortazione eloquente, tra la preghiera e l'ispirazione mistica, tra la cadenza sonora e il canto.
Nelle preghiere del Sacramentario gelasiano e del gregoriano incominciano a prevalere le clausole accentuative, le quali sono le sole usate dai compositori liturgici dei secoli del medioevo. In alcuni scrittori liturgici medievali, specialmente francesi, tedeschi e irlandesi, la rima e l'assonanza sostituiscono le cadenze del c. Questo uso diede poi origine a preghiere e a ufficiature composte di stichi rimati. In alcune preghiere dell'età carolingia prevale lo stile commatico : il periodo è diviso in tanti piccoli membretti e la preghiera allora assume una forma quasi litanica. Le norme del c. non furono più osservate dagli umanisti. Tuttavia, nel Seicento, furono composti buoni oremus da studiosi che, per la lunga consuetudine con gli antichi scrittori ecclesiastici, avevano conser-
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Cuspide - C. della chiesa di S. Michele (sec. xiv-xv). Bordeaux.
vato un certo sentimento del periodare ritmico. Infelici, invece, sono molti oremus composti nell'Ottocento.
In questi ultimi anni, nella composizione delle prose liturgiche, si è cercato di tener conto delle norme sul c. degli antichi. Cio è assolutamente necessario se si vuole che esse fluiscano armoniosamente e il canto ne riesca facile e gradito. Infatti, è impossibile applicare a una composizione liturgica moderna le antiche melodie del canto gregoriano, se essa non sia ritmicamente costruita. In ogni discorso pronunziato ad alta voce, come in ogni lettura ben fatta, c'è un canto latente: cantus obscurior, dice Cicerone. Nei primi secoli del cristianesimo la lettura delle epistole psoline e dei Vangeli, la recitazione della preghiera del Pater, delle orazioni, dei prefazi era una specie di discorso declamato, che assumeva la forma di una melodia molto semplice. Le preghiere, che il vescovo recitava durante il Sacrificio eucaristico, erano pronunziate con voce alta e solenne, con tono melodico bene accentato, pur non perdendo il carattere recitativo, perché esse dovevano essere comprese dai fedeli. Anche presso gli Ebrei le letture fatte durante il servizio divino avevano alcunché di cantato. Il ritmo dell'antico canto gregoriano sorge e si modella sul ritmo oratorio. Il canto gregoriano è una specie di recitazione con determinate
cadenze melodiche. La melodia e il ritmo di queste cadenze rivela le antiche clausole metriche su cui furono plasmate. Come nella declamazione di un periodo oratorio i retori distinguevano il ritmo iniziale, quello mediano e la clausola; cosi nella recitazione della salmodia si ebbe l'initium, il tenov e la cadenza finale. La maggior parte dei canti del Sacramentario, del Graduale, del Responsoriale si svolge su cadenze melodiche, le quali rispettano sia l'accento delle parole sia le cadenze del c. Specialmente il c. planus e il velov hanno esercitato una grande influenza nella formazione di queste melodie. In alcune composizioni liturgiche, come nell'Exultet, cio risulta con grande evidenza. Questa è la ragione per la quale, mentre le antiche prose liturgiche sono cosi facili a cantarsi, le moderne riescono spesso non cantabili. Presso gli antichi chi componeva una orazione destinata al canto, la componeva cantando, anche quando adattava ad essa una melodia già in uso; perciò pensiero e parola, ritmo e canto fluiscono in armonioso connubio. I compositori moderni troppe volte han cercato di rumpincare le loro composizioni di formole teologiche, di ricordi più o meno storici, di fiorettature linguistiche, ma poco hanno badato si fluire ritmico destinato a facilitarne la recitazione melodice. Per tale ragione, mentre il canto delle deprecazioni delle cosiddette Litanie dei santi riesce scorrevole, solenne e commovente, quello delle Litanie del Cuore di Gesù, composte a freddo, riesce difficile e duro. Cio che offende e disturba in taluni oremus moderni non è solo l'assenza di clausole ritmiche per cui si hanno cadenze rotte e singhiozzamenti, ma la mancanza di equilibrio tra i vari stichj, per cui a membri brevissimi, composti talvolta di una sola parola, si alternano membri lunghissimi che procedono ansimanti.
Inoltre la scoperta delle leggi del c. ha giovato moltissimo alla critica dei testi antichi, perché esse aiutano a distinguere, tra le diverse varianti dei manoscritti, quella che è autentica. Han fatto pure scoprire glosse e aggiunte posteriori, e hanno portato utili contributi per decidere sulla autenticità o meno di uno scritto antico.
Bibl.: La maggior parte dei passi dei retori antichi sulle clausole furono raccolti da H. Bornecque, Les clausules métriques, Lilla 1907, e da A. C. Claró, Pontes prosse numerome, Oxford 1909; quelli dei dettatori medievali sul c. da F. Di Capua, Fonti ed esempi per lo studio dello Stilus Curiae Romane, Roma 1941.
Dagli studi assai numerosi sulle clausole e sul c. si indicano qui i principali nei quali possono trovarsi altre indicazioni bibliografiche: L. Haver, La prose métrique de Symmoque et les origines du c., Parigi 1802; A. Mocquereau, Le c. et la paolonade, in Paléographie musicale, Solesmes 1895; W. Meyer, Gesammelte Abhandlungen zur mittelitalinischen Rhythmik, Berlino 1902; A. De Santi, Il c. nella storia letteraria e nella liturgia, Roma 1903; Th. Zielinski, Das Clauselgesetz in Ciceros Reden, Lipsia 1904; F. Vacandord, Le c., son origine, son histoire, son emploi dans la liturgie, in Revue des questions historiques, 78 (1904), pp. 59-102; F. Blasa, Die Rhythmen der asianischen und rönsischen Kunstprosa, Lipsia 1905; L. Cocl, Il ritmo delle orazioni di Cicerone. La prima Catilinaria, Torino 1906; F. Norden, Die antike Kunstprosa, Lipsia 1909; C. Zander, Eurythmia sul compositio rythmico prosse autigene, I, Lipsia 1910; II, ivi 1913; III, ivi 1914; F. Di Capua, De numero in vetustis sacramentariis, in Ephemerides liturgicae, 26 (1912), p. 459 sgg.; 591 sgg.; P. Ferretti, Il c. metrico e il ritmo delle melodie gregoriane, Parma 1913; Th. Zielinski, Der constructive Rhythmus in Ciceros Reden, Lipsia 1914; F. Di Capua, Il c. nel "De consolatione philosophiae e e nei trattati teologici di Sev. Boezio, in Didashaleion, 3 (1914), pp. 269-303; A. W. De Groot, A handboek of antique Prose-Rhythm, Groningen 1918; A. Copelli, Il c. nelle prefazioni della Messa ambrosiana, in Athenaeum, 10 (1922), pp. 126-35; G. Rejnold, The clausulae in the "De civitate Dei" of s. Augustine, Washington 1924; L. Lourand, Etudes sur le style des discours de Cicéron, Parigi 1927; F. Di Capua, Il ritmo nella prosa liturgica e il Proseonium paschale, in Didashaleion, nuova serie, 2 (1927), pp. 1-21; id., Il ritmo prosaico in s. Agustine, in Miscellanea agastiniana, Roma 1931, pp. 607-64; H. Hagendahl, La prose métrique d'Arnodo, Göteborg 1937; F. Di Capua, Il ritmo prosaico nelle lettere dei papi e nei documenti della cancelleria pontificia, I, Roma 1937; II, ivi 1939; III, ivi 1946; M. G. Nicolau, L'origine du c. rythmique et les débuts de l'accent d'intensité en latin, Parigi 1938. L'Università Cattolica di Washington sta pubblicando una serie di studi sulle clausole nei Padri della Chiesa. Francesco Di Capua
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CURTEA DE ARGES. - Città della Romania, capoluogo del distretto dell'Arges, già capitale del principato di Valacchia. Nel sec. xiv divenne sede del primo vescovo ortodosso, detto degli Ugro-Valacchi, e successivamente del vescovato cattolico di Arges. A C. si trova il più bel monumento architettonico di tutta la Romania, la Biserica Domneasca ("chiesa principesca"), costruita nel sec. xili o xiv.
Biel.: A. Lapadatu, C. de A. et ses monuments, Bucarest 1909; V. N. Draghiccanu, C. de A., ivi s. a.; P. Tafrali, Monuments byzantins de C. de A., 2 voll., Parigi 1931. Mariano Baffi
CURTENSE, SISTEMA. - E quello economico e amministrativo medievale che reggeva le curtes, costituite da un fondo territoriale e dall'insieme degli edifici e delle persone che vi erano legate; esse assurgevano ad entità giuridiche con diritti peculiari. Le più numerose di queste entità erano quelle regie (villae, o proprietà private) e quelle ecclesiastiche e monastiche.
Per le parte economica, il s. c. disciplinava la posizione delle singole categorie di dipendenti dalla corte (coloni, artefici, ecc.), con i propri diritti e doveri e le prestazioni specifiche cui erano tenuti verso il fondo dominante. Sotto l'aspetto amministrativo, le corti godettero speciale trattamento ed una certa autonomia : dipendevano da un capo unico, con funzionari addetti a svariati uffici (custodes chartarum, reclesiae, panis, sinearum...), secondo la grandezza e l'importanza delle corti; autonomia accresciuta da peculiari immunità tributarie ed anche giudiziarie, limitate dapprima alle corti regie, estese poi, verso la metà del sec. ix, anche alle corti ecclesiastiche e monastiche.
Quanto alla loro origine, oggi si propende a considerarle un derivato del regime dei latifondi romani. La diffusione di queste istituzioni abbraccia tutta l'Europa latina, come ce ne fanno fede i nomi rimasti a molti paesi d'Italia, Francia, Spagna, Belgio, Portogallo, Germania, ecc. composti con la parola "corte"... (Cour, Cortes, e, in tedesco, con i suffissi -hof, -hofen, -huben).
Biel.: Tra le fonti dell'organizzazione giuridica delle corti, principalissima è il Capitolare de villis di Carlomagno, ca. 800 (MGH, Capitularia, I [1835], p. 181). Cf. poi L. A. Muratori, Antiquitates italicae M. Aevi, I, Milano 1739, col. 568 sgg.; S. Pivano, S. c., in Bollettino dell'Ist. stor. ital., 30 (1909), pp. 91-145, con l'esame della letteratura fino allora uscita; A. Dopsch, Die Wirtschaftsentwicklung d. Karalingerzeit, I, 2^{2} ed., Vienna 1921, pp. 125 sgg.; Ch. Du Cange, Cortis, in Glossarium med. et inf. latinitatis, 2^{°} ed., Parigi 1937, p. 585 sgg.
Alberto Ghinato
CUSANO, Niccolò: v. niccolò da cUSA.
CUSMANO, Giacomo. - Sacerdote, fondatore della pia "Opera del boccone del povero", n. a Palermo il 15 marzo 1834, m. ivi il 14 marzo 1888. Era medico, quando nel 1859 prese l'abito ecclesiastico; venne ordinato nel dic. del 1860 . Dopo aver visto una famiglia che metteva a parte ad ogni portata un boccone per un povero, prese anch'egli a raccogliere il superfluo e distribuirlo ai bisognosi, fondando per questo l'associazione del «Boccone del povero", eretta canonicamente nel 1868. Dopo avere creato vari pii istituti a Palermo e in Sicilia fondò nel 1880 le Serve dei poveri (v. boccone del povero) e poi i Servi dei poveri, laici, e, nel 1887, i Missionari servi dei poveri per dirigere le due famiglie.
Biel.: F. P. Filippello, Notizie sulla vita e le virtù del p. G. C. e documenti su la storia del "Boccone del povero", I, Palermo 1922-24; F. Capillo, Il servo dei poveri, ivi 1938.
Mario Colpo
CUSPIDE. - Con il termine c. (o guglia, pinacolo, freccia) si designa comunemente la parte più elevata di una costruzione che termina in una punta. C. di tale specie si trovano nei monumenti medievali, e particolarmente nei campanili. Da principio

(ple cortesia dell' Andasciata di Spagna presso la S.S.)
CUSPIDE - Lanterna della cattedrale di Burgos, terminante in c. (1239-67).
ebbero scarsa elevazione e forma di cono o di piramide quadrata; più tardi di piramide a base poligonale. Si costruirono in pietra o in legname ricoperto di piombo. Poco slanciate durante il periodo romanico, le c. divennero acutissime nel gotico, raggiungendo talvolta un'altezza pari a quella delle parti dell'edificio alle quali servono di terminazione. Sempre nell'architettura gotica, le c. assunsero dimensioni tanto grandi da avere finestre ampie e ornate al punto da dare loro apparenza di ricami in pietra. La decorazione delle frecce veniva spesso completata da fiori cruciformi, gattoni o foglie rampanti, collocati lungo gli spigoli. Tra le tante si ricordano le frecce traforate delle cattedrali di Strasburgo e di Burgos.
Nel gotico italiano si distinguono principalmente le guglie del duomo di Milano, erette in varie epoche (la più alta che sorregge la famosa Madonnina è del sec. xviri), le quali presentano un interessante esempio di mimetismo stilistico. Tra le costruzioni moderne vanno rammentati il pinnacolo terminale della Mole Antonelliana di Torino e quello della cupola di S. Gaudenzio a Novara, ambedue di A. Antonelli, e le c. coniche dei campanili della chiesa della Sacra Famiglia a Barcellona.
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Per c. s'intende ancora più generalmente un motivo architettonico, la cui linea fondamentale è un angolo acuto. Si hanno cosi edifici monocuspidali, bicuspidali, tricuspidali, policuspidali, a seconda che terminano in uno, due, tre o più c.
Bibl.: E. Viollet-le-Duc, Dictionnaire raisonné de l'architecture française. I, Parigi 1875, p. 11; III, pp. 1-58; V, pp. 426472; VII, p. 220.
Vincenzo Golsio
CUSPINIAN, Johann. - Vario è il cognome di famiglia : Spieshaym, Spiessham, Spiessheimer; umanista, uomo politico, medico ed archivista imperiale, n. a Schweinfurt nel 1473, m. a Vienna il 19 apr. 1529. Nel 1493 poeta lanreatus; dal 1500 rettore dell'Università di Vienna, storiografo imperiale. Massimiliano I, Carlo V e Ferdinando I gli affidarono importanti missioni diplomatiche.
Cultore delle antichità classiche, raccoglitore di codici antichi, pubblicò fra l'altro le opere di Lucio Floro (1511), la Cronaca di Ottone da Frisinga (1515) e i Fasti contulares (del Cronografo del 354) nonché la Chronica di Cassiodoro, pubblicate postume nel 1553. Il suo De Cassariibus atque imperatoribus romanis opus insigne (15121522, pubblicato postumo nel 1540) è ampio, ma poco profondo. La sua Austria (1553) è una descrizione geografica. Il suo Diario è stato publicato nei Fontes rerum austriacarum, I (1885; cf. H. Ankwica, Das Tagebuch C., in Mitteilungen des Instituts f. österr. Geschichte, 30 [1923], pp. 280-326).
BibL.: J. v. Aschbach, Geschichte der Wiener Universität, II, Vienna 1877, pp. 284-300; E. Tomsk, Kirchengeschichte Österreichs, II, Innsbruck-Vienna 1948, passim. Giuseppe Low
- CUSTODES HOMINUM PSALLIMUS ANGELOSs.-Inno dzi Vapro nella festa degli Angeli Custodi ( 2 ott.). Sono tre strofe asclepiadee ispirate al bisogno dell'aiuto celeste nelle lotte continue che si debbono sostenere con le forze del male. La terza strofa è una preghiera all'Angelo Custode. Si trova per la prima volta in un breviario cistercense del 1570.
Bibl.: G. G. Belli, Gli iuni del Breviario romano tradutti, Roma 1857, p. 312; C. Albini, La podsie du Bréviaire, I, Lione s. d., p. 115; G. Bessi, Gli iuni del Breviario romano, versione ritmica, Roma 1919, p. 192; A. Mitra, Gli iuni del Breviario romano, Napoli 1947.
Silverio Mattei
CUSTODIA DI TERRA SANTA. - Ente internazionale composto di Francescani scelti da tutte le parti del mondo, il quale per volontà dei sommi pontefici presiede al culto e all'onore del Luoghi Santi della Palestina. Sorse con la fine del regno latino di Gerusalemme quando la Terra Santa venne rioccupata dai musulmani e tutti i santuari cristiani rimasero nelle loro mani. I frati Minori allora ritornarono nel paese dove erano già stati nel periodo crociato e a poco a poco con il favore dei sultani d'Egitto e con l'aiuto delle potenze cattoliche d'Europa ebbero in custodia i principali Luoghi Santi. Nella prima metà del sec. xiv, per l'intervento dei re di Napoli, ottennero il possesso del Cenacolo; quindi, per l'intercessione dei re d'Aragona, il S. Sepolcro di Gerusalemme e prima la Grotta e poi la basilica della Natività a Betlemme. Il papa Clemente VI con le sue due bolle Gratias agimus e Nuper carissime del 21 nov. 1342 confermò i felici risultati ottenuti, assicurando ai Francescani la custodia di quei luoghi. Vennero tosto restaurate le basiliche cadenti, poi si allargò il possesso e il culto ai santuari di S. Giovanni Battista ad 'Ajn Kàrim, di S. Pietro a Giaffa, dell'Annunciazione a Nazareth, di S. Pietro a Tiberiade.
I Francescani si presero cura pure dei fedeli cattolici residenti nei maggiori centri di tutto l'Oriente vicino. Fin dal sec. xvi aprirono conventi ad Acri (Palestina),

(1ol. Custodia di Terra Santa) Custodia di Terla Santa - Basilica della Trasfigurazione sul monte Thabor, eretta dalla C. di T. S. Architetto Antonio
Barhizzi (1924).
a Saida, Beirut, Tripoli nel Libano, Damasco, Aleppo, Alessandretta in Siria, Larnaca e Nicosia nell'isola di Cipro, Cairo ed Alessandria in Egitto, Costantinopoli e altrove. Intanto però la C. di T. S. perdeva il suo convento principale perché nel 1551, per ordine del sultano Solimano, fu privata del possesso del S. Cenacolo tenuto da più di duecento anni e dové trasferirsi nel nuovo convento di S. Salvatore in Gerusalemme. Ma altre spoliazioni e soprusi doveva patire anche in seguito.
Nel 1565, per un'incursione navale compiuta da Pietro di Lusignano nel porto di Alessandria d'Egitto, i religiosi di Gerusalemme vennero trucidati. Nel 1422, essendosi i Catalani appropriati delle navi del sultano, i Francescani furono deportati nelle carceri di Damasco, mentre vennero murate le porte del S. Sepolcro, del Cenacolo e di Betlemme. Nel 1510, avendo i Cavalieri di Rodi sconfitto la flotta musulmana nelle acque di Giaffa, i frati furono deportati nelle prigioni del Cairo ed i conventi depredati dalla plebaglia. Altrettanto avvenne dopo le battaglie di Tunisi (1534), di Lepanto (1571) ed altre, quando i Francescani furono uccisi, le loro case e le loro opere assaltate e profanati i santuari.
I sommi pontefici, con oltre 300 bolle, confermarono sempre più la loro fiducia nei figli di s. Francesco, conferendo loro quelle potestà spirituali ed ecclesiastiche che erano necessarie per il governo delle comunità cattoliche dell'Oriente. Il Custode di Terra Santa, infatti, in tutti quei secoli e fino al 1848 aveva potestà ordinarla, in qualità di vicario e commissario apostolico, sui Latini dei paesi del Levante; e quale rappresentante della Chiesa e delle potenze cattoliche, era in gran credito presso le corti sultanali prima del Cairo e poi di Costantinopoli, e presso tutte le genti, cristiane, ebraiche e musulmane dell'impero islamico. La C., rappresentando il mondo latino, issava la sua bandiera dalle cinque croci in campo bianco, che aveva ereditato dal caduto regno crociato di Gerusalemme e che veniva richiesta come un onore dalle navi latine che navigavano nel Mediterraneo, perché le preservava dalle frequenti in-
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cursioni dei pirati. Era insomma come uno Stato cristiano nel cuore dell'Oriente islamico.
Le potenze curopee, tra le quali la Repubblica di Venezia, i reali di Francia e d'Aragona, la Spagna e altre, andarono a gara nel sostenere con la diplomazia e le oblazioni la C. dei Luoghi Santi, la quale poté così affrontare difficoltà e spese causate dai governi musulmani.
La vita dei Francescani, infatti, nei primi tre secoli si svolgeva quasi tutta entro i santuari nelle celebrazioni del culto e dei misteri cristiani. Cura speciale si presero sempre per i pellegrini che da ogni parte accorrevano a visitare quei luoghi e che essi accoglievano e guidavano nelle visite ai santuari, proteggendoli dalle frequenti angherie degli abitanti.
Con gli inizi del sec. xv casi presero ad aprire scuole gratuite nell'ambito dei loro conventi e a fondarne delle nuove presso le case religiose, impartendo cosi l'istruzione cristiana e letteraria ai giovinetti. Essi attesero anche, in ogni tempo, all'evangelizzazione dei musulmani, sebbene con risultati scarsi e con pericolo della loro vita, essendo le leggi islamiche ostili ad ogni conversione. Più felici furono invece i risultati da loro ottenuti nell'opera apostolica presso le autorità ecclesiastiche ed i fedeli dei vari riti cristiani per conducti all'unità della Chiesa cattolica, sia nel Libano come in Siria e anche in Palestina.
Con il cominciare della dominazione turca, ebbe inizio e si sviluppò poi nel secolo seguente la questione famosa intorno alla proprietà e al culto dei Luoghi Santi. Nel 1633 la basilica del S. Sepolcro con tutti i santuari annessi e quella della Natività a Betlemme con un decreto di Costantinopoli vennero attribuite ai Greci dissidenti. In seguito, per oltre un secolo, quei santuari passarono spesse volte dalle mani dei Francescani a quelle degli orientali, fino al 1737 quando furono divisi arbitrariamente tra le due parti, divisione che venne fissato nel 1852. Durante questo periodo di lotta e di difesa i Francescani adoperarono tutta la loro azione, sia presso la corte di Costantinopoli che presso le potenze europee, per mantenere integro il patrimonio sacro loro affidato. Tuttavia riusci la C. di T. S. ad acquistare tra il sec. xvir e il xviri il monte Thabor, Cana, Tiberiade, Giaffa, la Visitazione e le località di Harissa nel Libano e di Suez in Egitto. Queste conquiste divennero ancor più numerose quando la Turchia ottomana, sotto l'influsso dell'Occidente, lasciò più libertà e sviluppo alle opere cristiane stabilite nel suo Impero. I Francescani vennero cosi in possesso dei santuari della Flagellazione, di Cafarnao, di Naim, del Tremore presso Nazareth, di Bethphage, di Sephoria e di Emmaus-Qubejbeh, delle stazioni di Caifa, di Tiro, di Tripoli marina, di Lattskié, di Mugeida e di cinque località dell'Armenia. Grande sviluppo presero pure in questo tempo le missioni dell'Egitto, con la creazione di nuove chiese e conventi ad Alessandria, al Cairo e nei loro sobborghi, nonché lungo il canale di Suez. Oltre a quella che è l'opera sui missionaria, la C. di T. S. ha aperto fin dai primi tempi, prima in Italia, poi in tutta l'Europa, e infine nelle Americhe e nell'Estremo Oriente, dei commissariati per la tutela dei propri interessi e per la raccolta delle offerte dei fedeli destinate alla tutela dei Luoghi Santi, all'incremento della fede cattolica e
allo sviluppo della civiltà cristiana nei paesi del Levante. Dopo oltre sei secoli di vita essa ha oggi in tutela 36 santuari, possiede più di 30 case religiose in Turchia, in Siria, nel Libano, in Palestina, in Egitto, in Transgiordania e nell'isola di Cipro, con un complesso di 450 religiosi; conta 36 chiese parrocchiali e in succursali ed un insieme di 85 .000 fedeli; è circondata da una fiorente corona di opere educative e assistenziali, che comprendono 40 scuole elementari, tre orfanotrofi, tre licei-con-
vitti, quattro scuole professionali; per l'alloggio dei pellegrini ha 8 "Case. nove»; per gli aspiranti all'Ordine ha un collegio serafico, un noviziato, due seminari per la filosofia e la teologia; possiede sempre le sue officine e i suoi laboratori in piena efficenza; ha una scuola biblica per gli studi superiori di S . Scrittura con un vasto museo archeologico e due ricchissime biblioteche; promuove scavi archeologici in Palestina, Transgiordania e Siria; pubblica riviste e opere scientifiche sull'Oriente; dirige organizzazioni giovanili educative e sportive, escursioni per studi orientalistici, ospizi marini, e svolge molte altre attività religiose e sociali in ogni parte dell'Oriente. - Vedi tav. LXXIII.
Bib.: G. Golubovich, Biblioteca bio-bibliografica della Terra Santa e dell'Oriente francescano, Quaracchi 1906 sgg. ( 1^{2} serie: finoal 1400: 2^{2} serie: documenti fino al 1800). Per una visione generale: D. Baldi, La C. francescana di T. S., Torino 1918; per i santuari, i conventi e le opere: Statuo descriptivas Missionis Terrae Sanctae, Gerusalemme 1924. Una ricca bibliografia è recenata in A. Civilli, Gli Annali di Terra Santa editi dal p. E. Mencherini e bibliografia di Terra Santa del medesimo editore, Quaracchi 1919, pp. 483-844. Per una conoscenza sommaria dell'argomento cf. [G. Zanella], Memoriale sui Luoghi Santi, Roma 1942.
Giulio Zanella
CUTBERTO da Brighrion. - Scrittore cappuccino della provincia inglese, n. a Brighton il 27 ott. 1866, m. in Assisi il 22 marzo 1930. Entrò nell'Ordine il 27 ott. 188 r , fu quindi superiore del convento per studenti universitari a Oxford (1911-30), ministro provinciale (1922-23), e dal 1930 primo presidente dell'Istituto storico dell'Ordine ad Assisi.
Fra i suoi apprezzati scritti di storia francescana ha notevole importanza la Life of st. Francis of Assisi (Londra 1912) più volte ristampata e tradotta. P. Sabatier ne loda il rispetto della critica e la profonda interpretazione spirituale, che s'opponeva a quella eterodossa del moto francescanofilo protestante. Le stesse qualità si notano nell'opera The Capuchins. A Contribution to the History of the Counter Reformation (Londra 1929; trad. it. Fienza 1930) che presenta una vivida ricostruzione storica del primo secolo dell'Ordine e nei quadri dell'antiprote. stantesimo e della restaurazione cattolica. Nel 1916 l'Università di Oxford gli conferì il titolo onorifico di "Master of Arts".
Bim.: Necrologi: in Analecta Ord. Min. Capuccinorum, 22 (1939), pp. 108-11: in Collectanea Franc., 9 (1939), pp. 316320; in The Times, 23 marzo 1939. Ilarino da Milano
CUTBERTO di Lindisfarne, santo. - Contemporaneo di Wilfrid, Teodoro di Tasso e Benedetto Biscop, appartiene al periodo dei contrasti fra l'influenza celtica e quella romana nella Chiesa anglo-
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Cuttack, diocesi di - Gioia natalizia.
sassone. N. in Northumbria al principio del sec. vir, entrò nel 651 nella vita monastica: fu dapprima a Melrose, fondazione di Lindisfarne, poi a Ripon, poi di nuovo a Melrose come priore e quindi per 12 anni priore a Lindisfarne, dove sembra abbia fatto adottare la Pasqua romana. Si ritirò in solitudine a Howburne e poi in un'isoletta presso Lindisfarne dove visse da recluso per 9 anni. Nel 684 fu nominato vescovo di Lindisfarne, ma dopo 2 anni tornò al suo romitaggio e ivi morì il 20 marzo 687. Sepolto a Lindisfarne, fu considerato il patrono del grande monastero. Beda il Venerabile scrisse di lui prima del 705 una Vita metrica (PL 94, 575-95) e verso il 720 una Vita prosaica (ibid., 729-88).
Bisc.: J. Baine, Cuthbert, in Dictionary of Christian Biography, I, coll. 724-29; F. Cabrol, L'Angleterre chrétienne avant les Normands, Parigi 1909, p. 138 sgg.; J. F. Kenney, The sources for the early history of Ireland, I: Ecclesiastical, Nuova York 1929, p. 225 sg. e passim (v. indice).
Anselmo M. Tommasini
GUTHA (ebr. Kútháh). - Regione da cui, oltre che da Babilonia, da Avah, da Emath, da Sepharvaim, Sargon trasportò gli abitanti, in Samaria per colonizzarla (II Reg. 17, 24-30). Da questi coloni, mescolati con i residui Israeliti, ebbero origine i Samaritani. I Cuthei dovevano essere i più numerosi, poiché, sia Giuseppe Flavio (Antiq. Iud., IX, 14, 3; XIII, 9, 1, ecc.) che il Talmud, chiamano i Samaritani Cuthei.
Adoravano il dio Nergal (loc. cit., 17, 30), un tempo divinità ctonica agricola, poi dio degli inferi e apportatore di morte e di strage. Comunemente C. si identifica con Kutú delle iscrizioni, nominata spesso insieme con Borsippa e Babilonia e con l'odierna Tell Ibráhûm, ca. 30 km . a nord-est di Babilonia.
Giorgio Castellino
CUTTACK, diocesi di. - Suffraganea di Madras (India) è affidata ai missionari spagnoli della
Congregazione della Missione (Lazzaristi). Il suo territorio fu dismembrato dalla diocesi di Vizagapatam (v.) nel 1928 ed eretto in missione sui iuris, elevata poi a diocesi il 1^{°} giugno 1937.
Ha una superfice di 32.000 kmq . e gli abitanti superano i + milioni. La popolazione, di stirpe e lingua oriya, è addensata nella fascia costiera, fertile e pianeggiante; sui monti vivono invece qualche centinaio di migliaia di aborigani di stirpe khond e di lingua kui. Il 99 \% degli ab. segue l'induismo; l'altro centesimo è dato da 30.000 maomettani, 10.000 protestanti, 12.109 cattolici battez. zati e 2805 catecumeni (statistica 1948). I sacerdoti sono 25, tutti lazzaristi, coadiuvati da + fratelli, 32 suore, 37 catechisti e 130 maestri. I distretti sono 5 , le quasiparrocehie 6 , le stazioni primarie 5 e le secondarie 97 con 7 chiese e 65 cappelle. Oltre un piccolo seminario preparatorio con 27 alunni, la diocesi mantiene 50 scuole elementari con 2112 alunni, 2 scuole medie con 308 alunni, 2 scuole superiori con 400 alunni, e + orfanotrofi con 304 ricoverati. Vi si pubblica un periodico: Queen of the Mission, in 3000 esemplari.
Entro i confini della diocesi si trova Bhubaneswar con i suoi 500 santuari indù, e Puri col famoso tempio di Jagannath, al quale sono addetti in permanenza ca. 6000 sacerdoti brahanoni e varie migliaia di danzatrici : esso è uno dei principali luoghi di pellegrinaggio dei pagani dell'India.
BibL.: Murrays, Handbook for India Burma and Ceylon. Londra 1929, p. 310; GM, p. 144; Catholic Directory of India. Burma and Ceylon, Madras 1948, pp. 164A-164D : Archivio di Prop. Fide, Prospectus status missionis, pos. n. post. 5332/48; MC, p. 91 . Valentino Belgeri
CUZCO, ARCIDIOCESI di. - Nella Repubblica del Perú, dipartimento di C. In ordine di tempo è la prima diocesi del Perú, essendo stata eretta da Paolo III l'8 genn. 1537. C. è stata creata arcidiocesi il 23 maggio 1943 con suffragance Ayacucho o Huamanga.
Ha una superfice di 158.235 kmq . con una popolazione di 850.000 ab., dei quali 835.000 cattolici, distribuiti in 146 parrocchie, in cui lavorano 81 sacerdoti del clero secolare e 58 regolari; ca. 200 suore. I Domenicani hanno in C. uno Studio, dove si formano i loro giovani religiosi di tutta l'America latina. L'arcidiocesi ha un seminario e numerose chiese ( 8_{45} ), di cui parecchie notevoli sotto l'aspetto artistico. La Cattedrale, eretta a basilica minore il 24 sett. 1924, è una bella costruzione in stile Ritzescimento, a tre navate, nella cui cappella dedicata al Señor de la Agonia, si trova una tela attribuita a Van Dyck. Pure celebre la sua campana che può udirsi alla distanza di 8 leghe. La chiesa di S. Domingo, in stile coloniale, ha buone pitture e pregevoli sculture in legno del tempo della dominazione spagnola. La chiesa di S. Blas possiede un pulpito del 1681 finemente scolpito, che viene considerato come il migliore dell'America latina. Degno di menzione è anche il chiostro del convento de la Merced.
BibL.: Enc. Eur. Am., XVI, pp. 1320-33; F. M. Rudge, s. v. in Cath. Enc., IV, p. 580 ; Supplem., p. 244. Pietro Gomez
CYCLUS MAGNUS. - Detto anche ciclo pasquale o annus magna, risultando dalla combinazione del ciclo solare di 28 anni e del ciclo diciannovennale, costituisce un periodo di 532 anni ( 28 \times 19=532 ) trascorso il quale le fasi della luna si ripetono alle stesse date e negli stessi giorni della settimana. Esso era impiegato dai computati per la determinazione della Pasqua e delle altre feste mobili. Vittore d'Aquitania nel 457 ne aveva contato gli anni dalla Passione di Gesù Cristo, che nei suoi calcoli corrisponde al7 \mathrm{~s} .28 della nostra era. Dionigi il Piccolo nel 526 , fondandosi sul computo diciannovennale dei Greci e degli Alessandrini, faceva corrispondere l'anno 1^{°} della nostra èra al 2^{°} del c. m.
I periodi vittoriano e dionisiano appartengono ai molti calcoli cronologici escogitati per far coincidere la Pasqua in tutto il mondo nello stesso giorno, secondo i
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dettami del Concilio di Nicea. Essi non cbbero più valore dopo la riforma gregoriana del calendario che modificò il ciclo solare.
BibL.: PP. Maurini [D'Antinc-Ciòmencet-Durand]. L'art de vérifier les dates, 3^{°} ed.. I, Parici 1783, p. xxit sgg.; A. Giry, Monuel de diplomatique, ivi 1894, p. 149.
Carmelo 'Trassellı
CYNEWULF. - Pecta inglese, probabilmente di Northumbria, vissuto nello scorcio del sec. viII.
Autore di quattro poemi: Ascension, The legend of st. Juliano, The Elene (in quindici canti), The fates of Apostles, contenuti nei codici di Exeter e di Vercelli.
Il maggiore fra questi è Ascension: posto nel manoscritto tra duc altri poemi, Nativity e Day of Judgement, attribuiti a C., forma con essi il ciclo Christ, tutto pervoso di fiducia nella giustizia e bontà divina. Originale per concezione è l'ultima parte : angeli e santi si raccolgono sul Sion e Cristo s'appare in una fiamma di luce, mentre l'universo conflagra; poi, con le radici nel monte e la vetta al cielo, s'eleva una grande croce, tinta del sangue del Re, ma cosi splendente che tutta l'ombra del cosmo s'annega in rossi bugliori.
BibL.: M. S. Scricantson, in The Cambridge Bibliography of English Liter., I, Cambridge 1940, pp. 75-78. Franco Costabile
CYON, Elia von. - Fisiologo russo, n. a T'elschi, nel 1843, m. a Parigi nel 1912. Nella prima fase della sua attività scientifica scoperse i nervi acceleratori del cuore e (con il fisiologo tedesco K. F. W. Ludwig) il nervo depressore (1866), scoperte per cui resta meritatamente famoso.
Professore a Pietroburgo fino al 1877 , lasciò la Russia per ragioni politiche e a Parigi si dedicò alla vita politica e fu efficace assertore dell'alleanza franco-russa. Ritornato alla ricerca, pubblicò tre opere rimaste classiche: I nerci del cuore, Le ghiandole sanguigne come organi pro