volume-04

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. Antonio Agone

DALL'ONGARO, Francesco. - Scrittore, n. a Mansuè (Treviso) il 19 giugno 1808, m. a Napoli il 10 genn. 1873. Compì a Padova i corsi teologici, ma disertò la carriera ecclesiastica per dedicarsi alla politica e al giornalismo. Nel 1848 partecipò alle vicende di Venezia e di Roma. Esule dopo la Repubblica romana, ritornò in Patria nel 1859 ed insegnò letteratura drammatica nelle Università di Firenze e di Napoli.

La sua frettolosa produzione letteraria s'inserisce nella corrente anticlericale del tempo. Scrisse: Novelle, la commedia Fasma, la tragedia Bianca Capello, il dramma storico Il Fornaretto, Saggi critici, Poesie varie (tra cui gli Starnelli politici), ecc.

Biol.: R. Barbiera, L'opera civile e le passioni di F. Dall'O., in Ricordi delle terre dolorose, Milano 1908 (v. indice); M. Meneghetti, F. Dall'O., Udine 1914; M. Trabaudi-Foscarini, F. Dall'O., Firenze 1924.

Enzo Navarra
DALMANUTHA. - Località dove, secondo Mc. 8, 10, approdò Gesù con i discepoli dopo la seconda moltiplicazione dei pani (Mt. 15, 32-35; Mc. 8, 1-9), di cui non è rimasta traccia nella tradizione. Nel testo parallelo di M t .15,39, invece di D. sta il nome di Magadan o Magedan, che i critici considerano come un trascrizione ellenistica
dell'ebraico Mighdal (cf. Ios. 15, 17 nei Settanta : cod. A Magdal, B Magada), corrispondente alla città di Magdala (v.), patria di Maria Maddalena, oggi elMegdel, 5 km . a sud di Tiberisda, sulla sponda occidentale del lago, all'inizio della pianura di Gennesar (el-Guwër). Nelle vicinanze o territorio di Magdala doveva trovarsi, forse in Tell el-Hunüd o Tell en-Nasārah, il sito di D.

Il Siekenberger (Zeitschr. des deutschen Palästina-Vereins, 57 [1934], pp. 281-85) ha avanzato l'ipotesi che anche la lezione primitiva di M c. fosse \mathrm{Ma} γ a δ a, ma che una glossa marginale intesa a correggere la finale ( δ \mathrm{x} ). oú δ α + non d a, benci dal ν ), penetrata nel testo, abbia con l'inizio della parola letta o trascritta man formato il nome di D.

L'opinione antica di Eusebio e di s. Girolamo che Magadan fosse vicino a Gerasa (Onom., 134), come quella di alcuni critici recenti che nella Transgiordania e lungi dal lago ne riconoscono la sopravvivenza negli odierni villaggi di Ma'ad ( = Magadan) e di el-Delhemijjeh ( = D.), è difficilmente conciliabile con il testo e contesto della narrazione evangelica, che richiede il luogo dello sbarco di Gesù sulla costa occidentale del lago a Magdala o nelle sue vicinanze.

Biol.: J. van Kasteren, s. v. in DB. II, coll. 1209-11; D. Baldi, Eschiridion Locorum Sanctorum, Gerusalemme 1935. p. 327; F. M. Abel, Géographie de la Palestine, II, Parigi 1938, p. 272 .

Donato Baldi
DALMASIO LIPPO. - Detto anche L. delle Madonne; pittore bolognese, n. intorno al 1352, m. tra il 1410 (data del testamento) ed il 1421 (anno in cui sono menzionati i suoi eredi), figlio di D. di Jacopo Scannabecchi, pure pittore, e nipote di Simone del Crocifissi. Fu seguace dell'arte di Vitale da Bologna alla quale uni elementi toscani e più propriamente pistoiesi dovuti ad un soggiorno del pittore in quella città dal 1380 al 1384.

Esegui parecchie immagini della Vergine con il Bambino, tra cui quella, molto ritoccata, della pinacoteca di Londra, la Madonna (detta del velluto) in S. Domenico in Bologna, la aggraziata Madonna della chiesa della Misericordia datata 1397 e quella in S. Benedetto della stessa città. Presso i Pii istituti educativi di Bologna si trova un grande trittico con la Madonna in trono e santi, opera giovanile assai vicina a Simone del Crocifissi. Nella pinacoteca bolognese si conserva una Madonna dell'umiltà firmata ed una piccola Incoronazione della Vergine parte di un polittico smembrato. Di lui si ricordano varie immagini sacre affrescate sui muri delle case di Bologna, ora distrutte dal tempo.

Biol.: C. Malvasia, Felzina gittrire, I, Bologna 1678, p. 26 sgg.; M. Gretti, Notizie de' professori, ecc., ms. B. 123 presso la biblioteca Comunale di Bologna, p. 58 e sgg.; Venturi, V, p. 945 sgg.; J. A. Crowe e G. B. Calvalcascile, A History of Painting ecc., III, Londra 1908, p. 193 sgg.; R. Baldani, La pittura a Bologna nel sec. XIV. in Atti e memorie della R. deputazione di storia per le province di Romagna, 3 (1912), p. 476 sgg.; R. Van Malle, The development of the Italian Schools of Painting, IV, L'Aia 1924, p. 452 sgg.; A. Foratti, s. v. in Thieme-Becker, XXIX, pp. 528-29 (con bibl. precedente).

Mario Massaccesi
DALMATICA. - Veste liturgica propria del diacono. Era un abito bianco, talare, riservato alle classi più elevate (imperatori, nobili romani) di lino o di lana, spesso anche di seta, ornato con due striscie di porpora (slavi) più o meno lunghe secondo la dignità della persona che l'indossava. Questo costume passò nell'uso romano e la d. del sec. II era una tunica ampia, che arrivava fin sotto al ginocchio, munita di larghe maniche scendenti fino al polso. Tale veste era portata dai vescovi del sec. III anche nella vita civile, come si sa da s. Cipriano il quale si spogliò della d. prima del martirio. Dopo varie vicissitudini, in ultimo rimase esclusiva del clero.

Del suo uso antico ci parlano gli scrittori, però non è dato riconoscere con precisione di chi fosse propria.

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L'opinione più comune è che fosse veste propria dei sommi pontefici e da essi concessa ai diaconi di Roma, e non per tutti i giorni, ma per le solennitá. Secondo il Lib. Pont., s. Silvestro papa (314-35) permise *ut diaconi dalmaticis in ecclesia uterentur *. Già verso la fine del sec. IV l'autore romano delle Quesstiones ex Vetere Testamento, 46 (ca. 370-75 ) suppone che l'indossassero anche altri vescovi e diaconi: *hodie diaconi induuntur dalmaticis sicut episcopi*. Come appare dai musaici del'epoca, nel sec. v si portava a Milano, nel sec. vi a Ravenna; ad altri Roma la concesse espressamente (ad es., Simmaco [498-514] la diede ai diaconi di s. Cesario di Arles [Vita s. Cesarii Arel., I, 4], s. Gregorio Magno [590-604] ai diaconi della chiesa di Gap, Stefano II [752-57] all'abate di S. Dionigi di Parigi). Nel sec. ix invalse l'uso che molti sacerdoti la portassero sotto la pianeta (Walafridus Strabo, De rerum ecclesiasticarum exordio et incremento, 24) al quale abuso però resistette la Sede Apostolica, che finalmente (prima ancora del sec. xir) la concesse ai cardinali preti, agli abati ed ad alcuni altri. Dal sec. xir la d. è de iure la veste propria dei diaconi che la ricevono nella ordinazione e la portano come veste superiore, e dei vescovi, cardinali preti ed altri prelati che la indossano sotto la penula.

Nel sec. xir si fece la d. del medesimo colore dei paramenti e scomparvero i classi, distintivo caratteristico, che non avevano più senso quando fu abbandonato l'uso esclusivo del bianco per far luogo a più ampie strisce. Fuori d'Italia già nel sec. Ix si cominciò ad accorciare la veste talare fino ai ginocchi, ed anche le maniche. Più tardi, per la speditezza dei movimenti, la d. fu aperta sui fianchi e ampliata nella parte inferiore, rimanendo tuttavia le due parti congiunte fin quasi alle anche. Nel sec. xvi, per poterla più facilmente indossare, fu un po' aperta sopra le spalle, e per chiudere i due sparati furono introdotti i cordoni con nappe (fiocchi) spesso duplicate o triplicate, pendenti sul dorso; costume riprodotto nelle illustrazioni delle prime edizioni del Pontificale e del Ce rimoniale dei vescovi.

Secondo le prescrizioni odierne i diaconi indossano la d. nella Messa solenne, nelle processioni, nelle benedizioni e nella solenne benedizione con il S.mo Sacramento, ma non è lecito portarla anche per i Vespri (S. Rit. Congr., decrr. 3526, 3719, 4179). Dato il carattere festivo di essa, da antico tempo la d. non si usa in giorni di penitenza o di digiuno, ma si sostituisce con le pianete piegate (Messale, Rubr. gen., XIX).

Secondo la formola della S. Ordinazione e la
preghiera che si dice nell'indossarla, la d. significa "indumento salutare, veste di allegrezza e di giustizia ", simbolismo che facilmente deriva dal suo antico uso.

Biol.: D. Giorgi, De liturgia Romani pontificis, I, Roma 1731, pp. 176-90; Ch. Rohault de Fleury, La Meste. Etudes archéologiques, VII, Parigi 1888, pp. 71-109; Wilpert, Piture, p. 82; H. Leskocq, s.v. in DACL. IV, 10, col. 119; J. Braun, I paramenti sacri, trad. it., Torino 1914, p. 85 sgg.; P. Batiffol, Le costume liturgique romain, in Etudes de liturgie et de archéologie chrétienne, Parigi 1919, pp. 32-83; L. R. Barin, Cataclismo liturgico, 4^{4} ed., Rovigo 1928, pp. 406-409; C. Calliwasert, De dalmatica, in Sacris crudiri, Brugas 1940, pp. x19-22, 234 sgg.

Filippo Oppenheim
Arte. - La d. è un tipo di veste originariamente proprio della Dalmazia, donde il nome, e quindi entrato nell'uso comune in ogni parte dell'Impero durante il II sec. Consisteva in una lunga veste con maniche che si indossava sulla tunica e su di essa poteva portarsi anche il mantello. Dal v sec. ca. usata come veste liturgica se ne possono indicare esempi numerosi nelle pitture delle catacombe, nei musaici e negli affreschi dell'alto medioevo. Aveva allora l'aspetto di una lunga tunica bianca adorna, lungo i bordi del collo, del fondo e delle maniche, con fregi e ricami.

Dal ix sec. come appare nelle miniature carolinge vi erano d. anche colorate, cosi nella miniatura iniziale della Bibbia di Vivian nella biblioteca Nazionale di Parigi (ms. lat. I f. 423); tuttavia in Italia continuarono ad usarsi in prevalenza d. bianche. Nel xir sec. oltralpe le d. divengono più corte e anche le maniche vengono ridotte di lunghezza cosi nelle due belle d. del duomo di Halberstadt di stoffa figurata con animali ed esseri antropomorfi e l'altra del xiv sec. dell'Alte Kapelle di Regensburg. Le altre due d. invece di Castel S. Elia ugualmente del xiv sec. sono simili a quelle che si vedono indossare dagli officianti negli affreschi del xiri sec. della cappella di S. Silvestro presso la chiesa dei SS. Quattro
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(fol. Julea Messiaen)
Dalmatica - D. con lo stemma dell'imperatrice M. Teresa (sec. xviri) - Soignies, chiesa di S. Vincenzo.

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(fol. Anderson)
SANSONE E DALILA
Chiaroscuro di A. Mantegna - Londra, Galleria Nazionale.

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DALMATICA, ricamata in seta, opera della badesa benedettina di Göss (Stiria), Cunegonda II (1239-69) - Vienna, Museo storico industriale.

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A sinistra: DALMATICA in 'rellato contrategliato e ricami (sec. xv) - Orvieto, Museo dell' Opera del Duomo. A destra: DALMATICA IN DAMASCO DONATA DALLA FAMIGLIA DEL PRINCIPE DI SCALEA (sec. xviri) - Morano Calabro, Chiess della Maddalena.

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In alto a sinistra: PANORAMA DELLA STRADA PER SEBENICO - Tral. In alto a destra: PANORAMA DI LUSSINPICCOLO. In basso a sinistra: LA CHIESETTA BETLEMME - Spalato, Monte Mariano. In basso a destra: CASTELLO CAMERLENGO (sec. xv) - Tral.

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Coronati a Roma. Ma sulla fine del xill sec. anche in Italia spesso le maniche vennero ridotte, cosi in quella di Bonifacio VIII conservata nel Tesoro di Anagni. Bellissima, opera bizantina del xiv sec., è la d. di stoffa ricamata detta di Carlomagno nel Tesoro di S. Pietro a Roma. Dal Rinascimento la d., ormai confusa con la tonacella, assume il carattere che ancora oggi conserva e il suo pregio particolare dipende dalla stoffa con cui è stata confezionata o dai ricami che l'adornano. - Vedi tavv. LXXVI-LXXVII.

Bibl.: J. Braun, Die liturgische Grundord. Friburgo in Br. 1907, pp. 247-303; P. Romanelli e G. de Luca, a. v. in Enc. Ital., XII (1931), pp. 242-43. Emilio Lavagnino

Dalmazia. - I. Geografia. - Regione storica corrispondente alla fascia marginale adriatica della penisola balcanica, dal Quarnaro al Golfo di Drin. E costituita da un settore continentale di varia larghezza (minima di 5-10 \mathrm{~km}. a N .; massima di 100 al centro) e da una ghirlanda di isole, isolotti e scogli (un migliaio ca.) che lo fronteggiano fino all'altezza di Bagusa. La costa, per lo più alta e rocciosa, è intagliata da frequenti e tipiche insenature (canali e "valloni"), ramificate e protette verso l'esterno dalle isole che si allungano parallelamente ad essa, talora in più file. Il vicino crinale montuoso (Alpi Bebie e Dinariche), che s'innalza fino ai 2000 m ., isola nettamente, anche sotto l'aspetto climatico e floristico, l'elevato retroterra dinarico, dal litorale e dall'arcipelago dalmatico, il cui carattere mediterraneo è messo in evidenza, oltre tutto, dalle colture prevalenti dell'olivo, della vite, degli alberi da frutta (mandorli, fichi) e, localmente, degli agrumi. Nonostante la sua natura carsica, la D. ha appena il 3 \% di ter-
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(Int. Emit)
Dalmazia - Particolare della facciata e del campanile del duomo di Curzola (sec. xiv e xv).
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Dalmazia - Duomo di Lesina riedificato nel 1371.
ritorio improduttivo, con prevalenza di pascoli ( 46 \% ), di boschi e «macchie» ( 30 \% ) e più di 1 / 4 di coltivazioni a carattere intensivo.

La D. naturale abbraccia ca. 18.000 kmq . con poco più dell' 80 \% di terra ferma; ma la sua unità regionale è andata perduta nella nuova sistemazione della Repubblica federale jugoslava, in cui è compresa. La sua fisionomia etnico-linguistica ha mutato d'assai col tempo; alla fine del secolo scorso l'elemento italiano (prevalentemente cittadino), contava probabilmente ancora 75-80 mila unità. Il Trattato di Rapallo (1920) lasciava all'Italia Zara e Lagosta (oltre Cherso e Lussino, compresi nell'Istria); l'accordo del 18 maggio 1941 le riconosceva in più il possesso di tutta la D. mediana e della regione di Cattaro ( 3242 kmq . con 322 mila ab.); oltre le isole di Veglia e di Arbe, annesse alla provincia di Fiume. Con il diktat di Parigi (II febbr. 1947) l'intera regione passava invece alla Jugoslavia, compresa Zara, dove la prevalenza dell'elemento italiano era incontrovertibile.

I maggiori centri abitati della D. sono tutti costieri; il più popoloso è oggi Spalato, nella D. media; nessun altro supera i 20.000 ab .

Bibl.: Copiosissima: ci si limita ad una piccola scelta e ad opere recenti: A. Tamaro, La Vendrie julienne et la Dalmatie, Roma 1919; G. Dainelli, La D., Firenze 1926; U. Morichini, Il bacino adriatico e la D., Roma 1932; B. Milojevic, Littoral et lles dinariques dans le royaume de Yugoslavia, Belgrado 1933. Giuseppe Caraci
II. Storia. - Fu abitata nell'età dei metalli dagli Illiri, costituiti intorno al III sec. a. C. in due principati (di cui quello dei Dalmati dà il nome al paese) e dai Liburni, che abitavano specialmente le isole; la zona meridionale ebbe molte colonie siracusane e frequenti scambi con l'Apulia. La conquista romana, iniziata alla fine del III sec. a. C., fu piuttosto fortunosa e si concluse il 9 d . C. con la soggezione di tutto il paese e la costituzione dell'Illirizium, in cui fiorirono moltissime città, prima fra tutte Salona. Qui nacque Diocleziano, che nei pressi di Salona costrui il suo grande palazzo.

Caduto l'Impero d'Occidente e tramontato l'effimero regno di Giulio Nepote (476-80), la D., già

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Dalmazia - Le cascate del Cherca - Sebonico.
tutta cristiana, vien compresa nel regno di Odoacre, poi in quello di Teodorico e degli Ostrogoti. Iniziata in Oriente la restaurazione giustinianea, i Bizantini s'insediano saldamente nella regione che gode allora di un periodo di pace e di prosperità, fin verso il 614 , quando comincia ad essere funestata dalle irruzioni avaro-slave e sottoposta a frequenti devastazioni. Solo strette zone litoranee, le città di Zara, Traù e Budua, costruite su penisolette, e tutte le isole oppongono valida resistenza agli invasori e conservano il loro carattere latino. Ma verso la fine dellimpero di Eraclio (641) relazioni pacifiche si stabiliscono tra Bizantini e Slavi e allora soltanto la D. può assestarsi politicamente e riorganizzare sotto il pontificato di Giovanni IV (dalmata di nascita) la sua vita religiosa.

Scarse notizie si hanno sulla D. per i secc. viI e viII: certo è che la regione continua a dipendere dall'esarca di Ravenna, sino a che non forma un "thema", cioè un governo a sé, con a capo uno stratega. Nei primi anni del sec. IX i Franchi tentano d'impadronirsi della regione; ma gli insuccessi riportati inducono Carlo Magno a riconoscere, nella pace dell'812, il governo bizantino. Ma questo va continuamente decadendo, né si trova più in grado di difendere le sue città e province dalle piraterie dei corsari croati e narentani. Allora varie città marittime cominciano a provvedere alle loro necessità e bisogni. Sino dal sec. x sorgono i comuni di Veglia, Arbe, Ossern, Zara, Traù, Spalato, Ragusa e Cattaro, retti da tribuni, priori, consoli e giudici. Il vescovo, eletto dal clero e dal popolo, non ha nelle sue mani il governo temporale, ma esercita una funzione importante nella vita comunale. I monasteri benedettini cassinesi, che si vanno rapidamente propagando nella regione, esercitano anch'essi una notevole influenza sulla popola-
zione, orientandola sempre più verso Roma. Nello stesso tempo, varie città costiere stringono accordi, contro i comuni nemici, con Venezia, già allora divenuta forte e potente sul mare. Cosi, proprio alla fine dello stesso secolo, invitato dagli stessi Dalmati, il doge Pietro II Orscolo si pone a capo di una formidabile flotta, sconfigge Croati e Nareniani e, dopo aver ricevuto omaggi e promesse di fedeltà, assume il titolo di Duca di D. (1000).

Nel 1060 il legato papale Mainardo, abate di Pomposa, arriva in D. per promulgarvi ed applicarvi le costituzioni del Sinodo pasquale lateranense dell'anno precedente e ne approfitta per restituire alla Chiesa spalatina la giurisdizione sui territori dell'antica D. romana, allora in gran parte tenuti dai Croati. Negli ultimi anni del secolo successivo (1199), essendo papa Innocenzo III, si svolge nella regione un Concilio che si disse appunto di D. : vi prendono parte Giovanni, cappellano del pontefice, c Simone suo diacono, legati della S. Sede, assistiti dall'arcivescovo Diocleo e dai sei vescovi suoi suffraganei; vi si condannano vari abusi lamentati, come le simonia, il matrimonio degli ecclesiastici, la violazione del segreto della confessione ecc., ed è ristabilita in tutte la sua purezza la dottrina cattolica.

In una lotta che dura circa tre secoli, dal xir ai primi del xv, Venezia contende il possesso della D. ai re di Ungheria, e per lungo tempo la regione rimane divisa in due zone d'influenza: la settentrionale, dal Quarnaro a Zaravecchia, per Venezia; la meridionale, da Zaravecchia ad Almissa, per i re magiari. Ma nel 1409 la Repubblica di S. Marco, mediante lo sborso di cenromila ducati, ottiene da Ladislao, re di Napoli e di Ungheria, la cessione di tutti i diritti sulla D. che diviene presto la prediletta delle sue province. In questo sec. xv si opera la riorganizzazione amministrativa della regione. Non esiste più il Comune, le citta sono governate ciascuna da un nobile veneziano, col titolo di conte o capitano; si affermano ed acquistano importanza l'artigianato e i ceti popolari, organizzati in "università di popolo e di cittadini", progredisce l'agricoltura, si sviluppano le arti e le industrie, sicché anche le piccole città si abbelliscono di magnifici monumenti, come le città dell'altra riva adriatica e di tutta l'Italia.

Ma questa prosperità che coincide con l'epoca del Rinascimento, rimane interrotta e compromessa dalle sette guerre che Venezia deve combattere in D. dal 1468 al 1718 , cioè per un periodo di due secoli e mezzo, con intervalli più o meno lunghi tra l'una e l'altra guerra. Con la libertà e l'indipendenza della regione e della città dominante, sono in giuoco le sorti di tutta l'Europa cristiana e i papi naturalmente non assistono indifferenti alla lotta formidabile e largheggiano di aiuti d'ogni genere, a pro dei difensori della fede e della civiltà. Da prima i Turchi hanno la prevalenza e riescono ad occupare qualche tratta della regione; ma, a cominciare dal sec. xvir, le vittorie dalmate-veneziane si susseguono, pressoché ininterrotte, l'una all'altra, sicché il territorio perduto viene non solo recuperato, ma anche sorpassato. Nel 1671, dopo la pace di Candia, la linea Nani delimita il cosiddetto acquisto vecchio; nel 1700, dopo la pace di Carlowitz, la linea Grimani, includendo i distretti di Tenin, Signo e Dernia, delimita l'acquisto nuovo; in fine, nel 1720, dopo la pace di Passarowitz, la linea Mocenigo, aggiungendo il territorio di Imoschi, delimita l'acquisto nousissimo. Cosi sono ristabilite in pieno l'unità regionale e l'autorità del "provveditore generale di D. ed Albania».

Ma pur vittoriose, queste guerre veneto-dalmateturche turbano profondamente la vita economica della regione e provocano anche forti sconvolgimenti emici: l'elemento latino va diminuendo, gli Slavi del retroterra sono accolti nelle città, e nell'agro si verifica un continuo flusso e riflusso di profughi croati serbi e moriacchi. Venezia e i Dalmati stessi si adoperano sollecitamente, con tutti i mezzi, per riparare ai danni patiti, specie nelle terre di più recente acquisto; ma non hanno il tempo materiale di condurre a compimento l'opera iniziata, in quanto, sopraggiunta la bufera della Rivoluzione Francese, Venezia stessa è minacciata di estrema rovina. Di fronte al grave pericolo della Dominante,

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dodicimila Dalmati passano l'Adriatico per difenderla; ma vano risulta il loro slancio di fedeltà e di attaccamento. Con il trattato di Campoformio (1797) la monarchia austriaca sostituisce Venezia nella D., come nell'Istria e nell'Italia nord-orientale; ma per breve tempo, ché le vittorie napoleoniche riuniscono presto D. e Istria al Regno d'Italia ( 1806 -1809) : durante questi pochi anni la D. è governata dal provveditore Vincenzo Dandolo, veneziano, che v'introduce molte migliorie, vi apre nuove strade e nuove scuole e vi pratica una saggia ed illuminata politica sociale ed economica. Nel 1810 la D. viene aggregata alle "Province Illiriche", nelle quali si spegne anche la piccola Repubblica di Ragusa; ma, al principio del 1824 , vinto ed abbattuto Napoleone, la regione intera ritorna sotto la soggezione austriaca e da allora non ha più corpo rappresentativo né Stati provinciali, come gli altri antichi domini austriaci : solo alcuni distretti e città conservano pochi dei diritti e dei privilegi già goduti sotto il governo veneziano. Seguono alcuni decenni di politica piatta. Nel biennio fortunoso 1848-49 i Dal-mato-Veneti prendono porte attiva alla rivoluzione italiana: Niccolò Tommaso, di Sebenico, esercita funziona direttiva nel governo e nella difesa di Venezia; legionari dalmati si segnalano per atti di valore nell'assedio di
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Dalmazia - Pescatore dell'isola Bua - Traù.

Roma e nella resistenza ad oltranza sulla laguna veneta.
Negli anni seguenti cominciano a delinearsi ben distinti nella regione due movimenti politici, l'un contro l'altro armato, l'autonomista o irredentista italiano e l'annessionista croato-ashurgico: il governo di Vienna sta per un po' di tempo a vedere come si mettono le cose; poi, a cominciare dall'ott. 1865 inaugura la sua politica croatofilia e comincia a perseguitare sistematicamente i Dalmatio-italiani. Nondimeno questi riescono ancora a conservare le loro posizioni alla Dieta, nel Consiglio dell'Impero e nei Consigli comunali sino al 1870 , ca. Ma da quest'anno cominciano a perdere terreno e, nonostante gli sforzi eroici di Antonio Bajamonti, capo riconosciuto del movimento nazionale, sono a poco a poco ridotti alla quasi inesistenza politica: infine, nel 1909, un decreto amministrativo ministeriale sopprime, cioè proibisce l'uso della lingua italiana negli uffici dello Stato.

Nel 1914, allo scoppio della prima guerra mondiale, la lotta nazionale si arresta; ma quattro anni dopo, nell'ott. del 1918, si riprende con la vittoria dell'Intesa: il 31 di quello stesso mese, l'on. Ziliotto, presidente del Consiglio comunale di Zara, con un gruppo di popolani armati, prende possesso del Municipio, e il 15 nov. successivo, arriva a Sebenico, e il 19 a Zara, l'ammiraglio Enrico Millo, quale effettivo governatore italiano della zona occupata in base al patto di Londra (Zara e le isole Lagoas e Carra). Più tardi (per. del 1941), dopo lo smembramento della Jugoslavia, l'Italia occupa alcune altre regioni della D., ma deve poi sgombrarle alla fine della seconda guerra mondiale. Oggi, nella nuova circoscrizione politica amministrativa della Jugoslavia, la D. non esiste, cioè non figura nominativamente. Esistono, invece, i tre banati di Primorje, capoluogo Spalato, Savaka, capoluogo Zagabria, Zerska, capoluogo Cettigne.

Biall D. Farleti, Illyricum sacrum, 8 voll., Venezia 1751 1819: A. Fortin, Viaggio in D., a voll., con tavole e carte, ivi 1774; G. Catalinich, Storia della D., 3 vell., Zara 1834-35:
F. Cusani, La D., le isole Ionie e la Grecia, a voll., Milano 1846; L. Maschek, Manuale del Regno di D., Zara 1871-75; V. Peri, I partiti politici in D. Rivoluzioni, in Rivista europea, nuova serie, a. 14, vol. 32: S. Mitis, La D. ai tempi di Lodovico il Grande, in Annuario Dalmatico, 4 (1887); T. Erber, Storia della D. dal 1791 al 1814, in Programma del Ginnasio superiore in Zara, 29-35 (1886-1892); T. G. Jackson, Dalmatia, the Quarnaro and Istria, 3 voll., Oxford 1887; P. Pisani, La Dalmatie de 1789 à 1813. Episodes des conquêtes napoléoniennes, Parigi 1893; H. Masczali, Les relations de la Dalmatie et de la Hongrie du XP siècle au X I I P, ivi 1899; C. Jirecek, Die Romanen in den Staaten Dalmatiens wdhrend des Mittelalters, in Deukschriften der K. Ahad. der Wissensch., 48-49 (Vienna 1902-1904); G. Gelcich, Il conte Giovanni Dandolo e il dominio veneziano in D. nei secoli di mezzo, in Archeografo triestino, 30 (1906); V. Brunelli, Storia della città di Zara dai tempi più remoti sino al 1813, Venezia 1913 (un volume solo, sino al 1409); V. Gayda, L'Italia d'oltre confine, Torino 1914; A. Tamaro, Le condizioni degli Italiani soggetti all' Austria nella Venezia Giulia e nella D., Roma 1915: id., Italiani e Slavi nell'Adriatico, ivi 1915; G. Dainelli ed altri, La D., Genova 1915; S. A. Evans, Les Slaves de l'Adriatique et la route continentale de Constantinople.Londra 1916; A. Dudan, La monarchia degli As burgo, Roma 1917; A. Vennari ed altri, La D. monumentale, Milano 1917; L. Vujnavic, La Dalmatie, l'Italia et l'unité yougoslave, Ginevra 1917; C. Maranelli e G. Salvemini, La questione dell' Adriatico, Firenze 1918; G. Amendola ed altri, Il patto di Roma, Roma 1918; G. D. Belletti, L'italianità della D., Bologna 1919; J. Bulic, Yugoslavia e Italia, Spalato 1919; A. Chaboleau, Les Serbes Croates Sloviens, Parigi 1919; Z. Moravec, L'Italie et les Jugoslaves, ivi 1919; A. Tomaro, La Vérétie Julienne et la Dalmatie. Histoire de la Nation italienne sur ses froutières orientales, II e III, Roma 1919 (con ampia bibl.); S. Ghalil, La maschera dell'Austria nell'Adriatico orientale, Pavia 1919; A. Giannini, Libro verde (sui negoziati diretti tra i governi italiano e jugoslavo per la pace adriatica), Roma 1921; A. Alesani, La D., Zara 1933; A. Consiglio, D. veneto e romana, ivi 1941; B. Dudan e A. Teia, L'italianità della D. negli ordinamenti e statuti cittadini, Milano 1943; O. Randi, D. etnica. Incontri e fusioni, ivi 1943 (con bibl. più specialmente jugoslavsi).

Erslio Michel
III. Archeologia. - La vita cristiana della D. mosse da Salona (v.) che la documenta con una ricchezza di monumenti unica fra le città romane provinciali. Primo segno è un oratorio della fine del sec. III; il primo vescovo noto, s. Domnio (o Doimo), fu martirizzato con molti compagni, soldati e civili, sotto Diocleziano. Salona, sede merropolitica dal 414 al 639 , dopo le gravi incursioni avare e slara (le reliquie dei martiri furono portate a Roma), fu sostituita da Spalato, soppressa poi nel 1828. Undici sedi episcopali le erano suffraganee, altre dieci erano suffraganee di Scodro, sostituite poi da Ducles e poi da Antivari. Questa attualmente è sede primaziale per la D., ma il titolo di primate di D. spetta anche al patriarca di Venezia. Vi è poi la sede di Zara, di cui sono suffraganee altre cinque sedi episcopali. La D., da cui la Chiesa ebbe due papi, s. Caio e Giovanni IV, si vanta di aver dato i natali a s. Girolamo, a Stridone. La maggioranza della popolazione è cattolica, gli ortodossi erano ca. il 17 \% nel 1921. Notevole apporto al numero degli ortodossi ha dato prima l'occupazione austriaca, poi quella jugoslava.
IV. Arte. - L'architettura, che è preminente contributo della D. all'arte, è fin dall'età romana fervidissima, favorita dalle ottime cave di pietra. Opere di notevole importanza, quasi tutte peraltro poco conservate, appaiono in ogni città; a Salona (infiteatro, teatro, terme, templi gemelli), ad Aenona, ad Asseria (cinta murale e porta

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traianea), a Burnum (pretorio), a Doclea (basilica). Di particolare rilievo il palazzo di Diocleziano, nel quale è nata Spalato, mirabile per l'organica, chiara concezione, la possente e animata architettura pienamente romana, la notevole integrità dei resti. In esso si notano anche aspetti caratteristici della scultura decorativa dalmata, vivamente pittorica e di ispirazione orientale. Anche in D., grazie alle relazioni con l'Attica, coesistono le due tendenze fondamentali della scultura romana. Quanto alle arti minori, da rilevare l'industria vetraria (Aenona, Falera).

Salona ha preziosi resti di costruzioni cristiane; notevole la varietà dei tipi basilicali (ad aula rettangolare, a tre navate, a forma di croce, discoperta), i mausolei a due celle ad alti barbacani, i pavimenti musivi, l'eleganza degli arredi marmorei.

L'alto medioevo conserva l'attenzione romana alla pianta centrale in molte piccole chiese di vario aspetto (S.Donato di Zara, Trinità di Spalato, S. Croce a Nona); caratteristica la cupoletta sulla nave centrale di alcune altre (S. Lorenzo di Zara). Nel 1200 e nel 1300, spesso per opera di monaci benedettini, una larga serie di opere in pietra polita, fonde modi pugliesi, lombardi e pisanolucchesi sia nelle strutture (duomo di Zara) che nelle decorazioni piuttosto fastose. Da rilevare nella scultura alcuni influssi bizantini, o diretti o attraverso Venezia.

Il gotico giunge con l'avvento della Serenissima e ha molti esempi, specie di carattere decorativo, in edifici religiosi e civili. Il Rinascimento, prima acerbo (Palazzo dei Rettori a Ragusa), si fa misurato e saldo specialmente per opera di Giorgio Orsini (duomo di Sebenice), che si era affermato per personali, rigogliose opere giovanili, di Andrea Alessi e Niccolò Fiorentino (cappella Orsini nel duomo di Traù, che riprende la vòtta del tempio di Spalato). Nobili le opere di architettura militare, a cui dette il suo segno anche il Sammicheli (porta di Zara). L'Orsini e Luciano da Laurana portano nella penisola ricchezza e originalità di architettura di primo piano.

L'Orsini, impetuoso ma elegante, dà il segno alla vigorosa scultura del suo tempo (noti Giovanni Dalmata); maestri zaratini vestono di modi toscani la loro pittura; nettamente venete sono le arti minori. E frequente l'apporto dei grandi pittori veneziani del Rinascimento, da rilevare i decisi colori di Andrea da Zara (lo Schiavone), mentre altri pittori riecheggiano gravemente i modi veneziani.

Nel '600 e nel '700 l'attività architettonica è più ridotta; Ragusa è la città più ricca di opere di quest'epoca, in genere di ambiente romano, mentre venete sono ancora la scultura e la pittura. Dopo l'occupazione austriaca mancano opere di rilievo, per quanto attività costruttiva notevole si sia avuta in varie città (Spalato, Zara). Lo scultore Ivan Mestrovich è l'unica grande voce dell'arte moderna, che per la pittura ha dato qualche apprezzato ottocentista. Era gli uomini illustri in altri campi va ricordato Niccolò Tommaseo. - Vedi tav. LXXVIII.

Bibl.: D. Farlati, Illyricum sacrum, 8 voll., Venezia 1721-1819; T. G. Jackson, Dalmatia, the Quarnaro and Istria, 3 voll., Oxford 1887; H. Delehaye, Saints d'Istrie et de Dalmatie, in Analecta Hollandiana, 18 (1899), pp. 369-411; J. Zeiller, Les origines chrétiennes dans la province romaine de Dalmatie, Parigi 1908; id., Quelques détails nouveaux sur l'histoire des origines chrétiennes dans la province romaine de Dalmatie, in Bullettino d' archeologia e storia dalmata, 30 (1908), pp. 172-79; M. C. Jvebovic, Dalmatiens Architekter und Plastik, 8 voll., Vienna 1910-12; G. Dainelli, La D., Novara 1918; A. Tamaro, La Vèedtie fulienne et la D., 3 voll., Roma 1919 (con ampia bibl.); H. Leclercq, Dalmatie, in DACL. IV, coll. 21-111; A. Dudan, La D. nell'arte italiana, Milano 1921 (con ampia bibl.); L. Grammatica, Testo e atlante di geografia ecclesiastica, Bergamo 1928, pp. 62-64; R. M. Apolloni Oberti e L. Crema L'architettura della D., Roma 1943; J. Zeiller, La grande pitie des églises de Dalmatie dans les dernières années du \mathbf{V I r} siècle, in Revue d'histoire ecclésiastique, 49 (1949), pp. 428-62; inoltre: Bullettino di archeologia e storia dalmata e Archivio storico per la D. Mario Mirabella Roberti

DALMAZIO, santo. - Archimandrita del primo monastero di Costantinopoli, m. ca. il 440. Dopo essere stato soldato sotto Teodosio I, si fece monaco nel monastero sotto la guida di Isacco, al quale successe.
S. Cirillo d'Alessandria, mentre a Efeso presiedeva il Concilio (431), gli scrisse una lettera perché a sua volta ne informasse l'Imperatore, il cui delegato, Candidiano, favoriva la causa di Nestoria. Con lo scopo di farla arrivare con sicurezza, Cirillo nascose la lettera, dentro una canna portata da un povero. D., nell'apprendere le difficoltà del Santo, abbandonò il suo monastero, la prima volta dopo 48 anni, e si recò con un corteo di abati e monaci da Teodosio II per perorare la causa di s. Cirillo. Ottenne che l'Imperatore convocasse delegati dei cirilliani e degli antiocheni per conferire con essi a Calcedonia. D. viene festeggiato dai Greci il 3 ag.

BibL.: Acta SS. Augusti, I, ed. Venezia 1730, p. 213 sg.; Mansi, IV, 1427, 1430, 1438. Ignacio Ortiz de Urbina

DAL MONTE, Bartolomeo. - Sacerdote bolognese, n. a Bologna il 12 nov. 1726, m. ivi il 26 dic. 1778. Missionario ricercatissimo, celebre in tutta l'Italia.

Predicò più di 300 missioni, ammirato da tutti per il suo fervore, per la sua umiltà, e per la sua grazia nel conversare. Diede alle stampe alcune operette, che poi furono pubblicate anche insieme come segue : Gesù al cuore del sacerdote secolare e regolare (in Roma ed in Bologna 1773).

BibL.: [G. Galloni], Vita del ven. B. d. M., sacerdote missionario bolognese, 3 voll., Bologna 1916-19; AAS, 13 (1921), pp. 111-14; Discorso di Benedetto XV, in Cio. cast. 1921, I, pp. 262-67.

Felice da Maroto
DALTON, John. - Chimico, n. a Eaglestfeld (Cumberland) il 6 sett. 1766, m. a Manchester il 27 luglio 1844. Di famiglia povera si guadagnò la vita dando lezioni come maestro elementare; studiò da sé matematica e fisica; non occupò mai posti pubblici o notevoli : la sua vita è caratterizzata da una grande modestia e viva passione per lo studio; un suo biografo dice che "fu modello di virtù senza ostentazione e di religione senza fanatismo".

E da considerarsi come il fondatore della moderna teoria atomica su base sperimentale : a lui si deve la legge delle proporzioni multiple ( 1802-1808; v. chimica) ed alla sua influenza la legge di Proust delle proporzioni costanti ( 1799-1806 ). La genesi delle sue idee si deve trovare negli studi del suo amico Henry (1744-1836) sull'influenza della pressione sulla solubilita dei gas nei liquidi. L'opera alla quale egli affido l'esposizione della sua dottrina è il New System of chemical philosophy ( 3 voll., Manchester 1808, 1810 e 1827); mentre la diffusione, oltre che alla verità e fecondità di essa, si deve al modo eloquente col quale fu divulgata dall'amico T. Thomson (1773-1852).

BibL.: A. Eymieu, La part des savants dans les progrès de la science au XIX e siècle, parte 1*, Parigi 1920, pp. 189 e 194; M. Gius, Storia della chimica, Torino 1946, p. 97.

Giulio Provenzal
DALTON, PIANO di. - Nel quadro dell'attivismo (v.) pedagogico occupa un posto notevole il sistema che va sotto il nome di p. di D., ideato da Elena Parkhurst (n. nel 1889) dopo la fine della prima guerra mondiale (1920) e attuato nella cittadina di Dalton, donde il nome. Esso dà, secondo il principio della scuola attiva, la massima libertà allo scolaro e promuove il suo sapere come prodotto autonomo della sua interiorità.

L'idea di "personalizzare» l'insegnamento sorse nella Parkhurst nel 1904, quando le toccò di insegnare in una scuola rurale di 40 scolari di classi differenti; e si rafforzò sempre più in lei quando, più tardi, venne a contatto con il pensiero della Montessori e del Dewey. Nel p. di D. il programma scolastico annuale viene ripartito in dieci compiti (cottimi) definiti, frazionati in un certo numero di unità di lavoro ( 20 per ogni mese quanti sono effettivamente i giorni di scuola), comprendente ciascuno le varie materie. Lo scolaro si impegna per

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iscritto, con un contratto, ad eseguire a scelta uno dei dieci compiti, e non può passare ad uno nuovo, senza prima avere approfondito la materia di quello segnato nel mese. Ciò allo scopo d'impedire che l'alunno trascuri le discipline che meno predilige, con grave danno della sua stessa formazione che deve anche nascere dalla necessità di affrontare e superare gli ostacoli. Quando il piano si applica a tutta la scuola, questa si trasforma allora in laboratori sotto la direzione di un maestro specializzato. I laboratori sono tanti quante sono le materie "deltonizzate": storia, geografia, filosofia, lingua, matematica, scienze. Ogni laboratorio è ricco di tutto il materiale relativo alla disciplina cui è dedicato: schedari, materiale bibliografico, carte, atlanti, apparecchi, riviste, libri ecc. Lo scolaro vive nel laboratorio e vi svolge liberamente le sue ricerche. Indicazioni relative ai diversi compiti indicano gli esercizi, le ricerche, le letture che lo scolaro deve fare. Quando lo scolaro crede di avere assolto al suo compito (contratto) si presenta al maestro il quale lo sottopone ad un esame nelle unità di lavoro compiute. Il progresso di ciascuno e di tutti viene indicato con dei grafici. Ogni scolaro ha una cartella personale nella quale i maestri vengono sognando linearmente le unità realizzate. Anche il capo del laboratorio ha una tabella in cui vengono rappresentati, con un segno grafico, i programmi degli alunni. Quando più scolari raggiungono uno stesso grado può allora esser quello il momento di impartire una lezione in comune. Nel p. di D., come appare da queste possibilità di una lezione in comune, l'insegnamento collettivo non è abolito; perché mantenuto nella classe stessa fuori del laboratori, la Parkhurst, che in un primo tempo aveva ridotto al minimo l'insegnamento collettivo, sentì in un secondo momento la necessità di dargli maggiore ampiezza e valore. Nel p. di D. non ci sono promozioni a fine d'anno né pagelle. Il passaggio ad una classe superiore avviene quando lo scolaro dimostra di avere assolto il suo "contratto", cioè quando ha raggiunto quel grado di formazione richiesto per essere ammesso alla classe superiore. E ciò, si capisce, in rispetto di un principio psicologico che la formazione è individuale e non collettivo, e mentre in uno si realizza, in un altro tarda, in un altro si avvia.

Il p. di D. ha avuto una notevole fortuna nei vari paesi del mondo, subendo però le modificazioni richieste dalle varie condizioni dei paesi. Sistemi che si basano sul p. di D. possono essere: quello di J. Mackinder nella scuola di Macborough di Chelsea (Inghilterra), il piano Howard, adottato a Clapton in una scuola secondaria femminile dalla signora O'Brien Harris; in Olanda il Kennemer Stelsel, in Germania il piano di Jena di F. Peterson (cf. E. Planchard, La pädagog. scoloire contemporaine, Tournai-Parigi 1948).

La fortuna del p. di D. è senza dubbio da ricercarsi piuttosto in alcuni suoi elementi che possono dirsi esteriori, quali i laboratori attrezzati di tutto il materiale necessario alla ricerca e allo studio, le lezioni individuali sostituite a quelle di classe, ecc. Però esso mostra un lato insufficente e manchevole quando trascura la scuola come momento sociale, come comunità, riducendola quindi ad un aggregato di scolari, che, staccati gli uni dagli altri, finiscono per soffocare quella stessa personalità che si vorrebbe promuovere, quella individualità che meglio si forma e si affina nel rapporto di scolaro e scolaro e di scolaro e maestro. Un sistema come questo rompe il rapporto educativo e, centrando tutta la scuola nello scolaro, lo isola dal maestro, cioè da quel vivo esempio della cui presenza e autorità il fanciullo avverte sempre il bisogno.

Bim.: H. Parkhurst, Education on the D. plan, Nuova York 1922: J. Drewry, The D. laboratory plan, 2a ed., Nuova York 1924: F. Sains, El plan D., Madrid 1924: L. V. Wilson, Educating for responsibility the D. laboratory plan in secondary school, Nuova York 1926; E. Codignola, Le "scuole nuove" e i loro problemi, Firenze s. d., pp. 63-66; A. Guisen, Le plan de D. pour l'individualisation de l'enseignement, Bruxelles 1930 (con molti ele-
menti bibliografici); D. R. Wigram, The D. plan in an English public school, Blundford 1932: S. Hessen, Fondamenti della pedagogia come filosofia applicata, Palermo [1937], p. 166 sge.; G. Hessens, Arbeiisschule und D. plan, 2a ed., Lipsia 1941; F. de Hovre-L.Breclex, Les maîtres de la pédagogie contemporaines, Bruges s. d., pp. 86 seng.; 233 sge.; 436 sge.; A. I. Lynch, El trabajo individual según el plan D., 2^{2} ed., Buenos Aires 1941: E. Planchard, La pädagogie scolaire contemporaine, Tournai-Parigi 1948, pp. 298-300.

Nino Sammartano
DAMÃO: v. GOA, DIGCESI di; INDIA.
DAMARIS (Damaride, Δ α μ α ρ ı ς, var. Δ α μ α λ ι ς ). - Donna convertita dalla predicazione di s. Paolo in Atene (Act. 17, 34).

A α μ α ρ ı ς, come nome di donna, non si trova fuori del Nuovo Testamento; si trova invece in iscrizioni latine, Damalis (Thesaurus Linguae Latinae, Onomasticon, III, Lipsia 1918, p. 23), che risponde a Δ α μ α λ ı ς. Questo, come nome comune, significa "giovenca". La presenza di D. nella riunione dell'Areopago ha fatto pensare che fosse donna di condotta equivoca, poiché il costume ateniese, a differenza di quello macedone, escludeva le donne onorate da tali pubbliche assemblee. Ma la severità di questa norma s'era mitigata non poco sotto l'influsso della cultura ellenistica.

D'altra parte, a prendere rigorosamente il testo degli Atti, non è detto che D. siasi convertita in seguito al discorso di Paolo all'Areopago. Se, come sembra, Act. 17, 34 si riferisce a tutto il soggiorno ateniese (Act. 17, 16-34), per dare il risultato della predicazione di Paolo ad Atene, D. potrebbe anche appartenere ai "tementi Dio ", incontrati dall'Apostolo nella sinagoga ( 17,17 ), o, comunque, avere ascoltato Paolo altrove che all'Areopago. Nessun fondamento per dire che essa fosse moglie di Dionisio, come ha pensato il Crisostomo (De sacerdotio, IV, 7: PG 48, 669). La. forma usata dagli Atti non suggerisce alcun rapporto tra i due.

I Greci la commemorano il 4 ott.
BibL.: A. C. Headlum, s. v. in Dict. of the Bible, I. 542: Anon., s. v. in Dict. Enc. de la Bible, I. p. 266; E. Jacquier, Les Actes des Apôtres, Parigi 1926, p. 540 sg.

Tendories de Castel San Pietro
DAMASCENO, Giovanni, santo: v. giovanNd damasceno, santo.

DAMASCENO lo Studita. - Predicatore greco del sec. xvi, n. a Salonicco in un anno ignoto, m. nel 1577. Fu esarca nella Piccola Russia sotto Metrofane, patriarca di Costantinopoli (1565-72), vescovo di Lita e Rendina, in fine metropolita di Naupacto e di Arta, ove morì (cf. E. Legrand, Bibliographie hellénique des X V^{e} et XVI { }^{e} siècles, IV, Parigi 1906, p. 165).

La sua opera principale è una raccolta di 36 sermoni, soprattutto ascetici, pubblicata la prima volta nel 1568 , sotto il titolo: Bı β λ íov χ α λ ó μ ε v o v Or σ α v ρ \dot{σ} ς, e ristampato più volte in seguito fino ai giorni nostri, essendo uno dei libri di lettura spirituale dei Greci moderni. Nel terzo sermone enumera i sette Sacramenti, ma dà come sesto l'abito monastico e dimentica la penitenza. Tuttavia nelle recenti edizioni questa è stata sostituita all'abito monastico. D. riconosce la qualifica di Sacramento soltanto alle prime nozze.

Bim.: L. Petit, Damoedue le Studite, in DThC, IV, coll. 2728.

Martino Jugie

## DAMASCO : v. STOFPE.

DAMASCO. - Città principale della Siria, dal 1946 capitale della Repubblica siriana indipendente. Conta attualmente 346.000 ab .
I. Storia. - Il nome è Ti-mas-qu o Di-mas-qu nel tempio di Karnak Dimaîqi in un'iscrizione di Salmanassar II (A. Amaiad e V. Scheil, Les inscriptions de Salmanassar II, Parigi 1890, p. 6), Di-ma-af-qa o Di-maf-qa nelle lettere di el'Amârnah; nell'ebraico biblico è Damméeq, ma la forma aramaica è Darméeq in I Par. 18, 5 e II Par. 16, 2; 24, 23; 28, 5, 23; il talmudico Darmûqqûs, Darmeleq; il greco Δ α μ α σ ι σ ς. In arabo è Dimaîq o af-Sâm.

Secondo la tradizione raccolta da Flavio Giuseppe, D. sarebbe stata fondata da Us (Gen. 10, 23), figlio di

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![img-19.jpeg](img-19.jpeg)

Damasco - Pianta della città antica e delle sue costruzioni.
Aram (Antiq. Ind., I, 6, 4). Fu conquistata nel sec. xvi a. C. da Tuthmosis III. Abramo inseguì Amraphel e i suoi alleati fino al nord di D.; di D. era il suo intendente Eliezer (Gen. 14, 15; 15, 2).

Secondo le lettere 197 e 53 di el-'Amârnah, nella gara che si svolgeva violenta tra l'Egitto e gli Hittiti per esercitare influenza sui paesi intermedi, Ettaqma, principe di Qadeš sull'Oronte e capo hittita, assalì la regione di D. Ma l'Egitto ristabilì la sua influenza. Si accrebbe però la potenza degli Hittiti finché Ramses II vinse la battaglia di Qadeš (1294). D. è inclusa in una lista di Ramses III (1200-1163) tra le città da lui sottrimesse. Ma l'indebolimento dell'Egitto si accentuava, come, d'altra parte, avveniva per gli Hittiti. In conseguenza di ciò, D. poteva godere una certa indipendenza. David sottomise l'Aram (v.) di D.; però sotto il regno di Salomone D., per opera di Razon, ridiventò indipendente (II Sam. 8, 5-9; I Reg. 11, 23-26). Axa, re di Giuda, chiese e ottenne di stringere alleanza contro Bassa (v.), re d'Israele, con Benadad, figlio di Tabremon, figlio di Hezion (nei Settanta: Eop \bar{ω} μ ), che incorporò allora le province settentrionali d'Israele al suo regno damasceno (I Reg. 15, 18-20), ed ebbe un quartiere in Samaria (I Reg. 20, 34). Benadad II (Adad-idri dei testi cuneiformi), sconfitto da Achab re d'Israele, restituì le province che suo padre aveva tolto a Bassa e concesse un quartiere o emporio a D. (I Reg. 20).

Salmanassar II (860-825) riprende la campagna contro D. che suo padre Aššur-nāṣir-apli aveva iniziato e trova coalizzate contro di lui parecchie forze tra cui Adad-idri o Benadad, re di D., e Achab, re d'Israele. Queste forze sono enumerate sul monolito di Salmanassar II; dal quale risulta (linea 96 sgg .) che la vittoria arrise agli Assiri. Sciolta la coalizzazione, Achab con Iosaphat, re di Giuda, attaccò il re di D. Benadad, a Ramoth di Galaad, ma ebbe la peggio (I Reg. 22). Benadad però rimase soccombente nella campagna di Salmanassar II contro la Siria avvenuta nell'849, e le cui vicende sono narrate sull'obelisco di Nimrūd. Anche nella campagna dell'846, Salmanassar II inflisse al re di D. e ai suoi alleati una disastrosa disfatta.

Durante il regno di Ioram ( 853-842 ) Benadad II mosse guerra a Israele, ma, per un miracolo di Eliseo, dovette battere in ritirata. Più tardi cinse d'assedio Samaria, ma anche questa volta un intervento miracoloso lo mise in rotta (II Reg. 6 e 7). Il cambiamento di dinastia a D. effettuato da Hazael (II Reg. 8, 7-15) è attestato da iscrizioni di Salmanassar II e da un'iscrizione scolpita sopra una lamina d'avorio. Contro Hazael, Ioram d'Israele e Ochocia di Giuda mossero guerra, ma furono sconfitti (II Reg. 8, 28.29). Hazael nell'842 e 839 sostenne l'urto di due spedizioni degli Assiri, che seminarono terrore e devastazioni.

Sotto Iehu d'Israele, Hazael attaccò il regno d'Israele su tutte le frontiere (II Reg. 10, 32 sg .), ed attaccò il regno di Guida sotto Ioas, il quale, per propiziarsele, gli mandò tutti i tesori da lui e dagli avi accumulati nel Tempio e nella reggia (II Reg. 12, 17 sg.). Cessate le campagne degli Assiri contro la Siria, Zakir, che aveva organizzato il regno di Hamāh, fu attaccato da Benadad III, figlio di Hazael, e dai suoi alleati, i quali furono battuti. Allora Ioas, figlio di Ioachaz d'Israele, riprese da D. le città che Hazael aveva tolto a suo padre (II Reg. 13, 25). Verso la fine del sec. Ix a. C. l'assiro Adad-nirāri III sconfisse Mari re di D. e lo rese vassallo.

Più tardi, Ieroboam II d'Israele (785-745) tolse altre terre a D. (II Reg. 14, 24-28). Rasin (ebr. Rēṣln), re di D. si allea con Phacee (Peqah), re d'Israele, ca. il 734 e muove guerra a Achaz (v.) di Giuda, che chiede aiuto a Theglathpholasar III. Costui devasta D. e ne deporta i cittadini (II Reg. 16, 5-9).

Sotto i Persiani, D. era una delle più illustri città della Siria, come attesta Strabone (XVI); Dario, prima della battaglia di Isso (333 a. C.), mandò a D. la sua famiglia e il suo tesoro per metterli al sicuro. Occupata la Siria dai Macedoni, D. fu governata da Parmenione, dopo il quale appartenne ai Seleucidi, che presero però Antiochia come capitale. Antioco XII Dioniso, fratello di Demetrio Eucaro, fu vinto da Areta III, re degli Arabi, il quale nell'85 a. C. divenne re di D. e di tutta la Celesiria (Fl. Giuseppe, Antiq. Ind., XIII, 15, 1-2;

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Bell. Ind., I, 4, 7-8). Per i Roman