governata da Parmenione, dopo il quale appartenne ai Seleucidi, che presero però Antiochia come capitale. Antioco XII Dioniso, fratello di Demetrio Eucaro, fu vinto da Areta III, re degli Arabi, il quale nell'85 a. C. divenne re di D. e di tutta la Celesiria (Fl. Giuseppe, Antiq. Ind., XIII, 15, 1-2;
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Bell. Ind., I, 4, 7-8). Per i Romani, D. fu conquistata da Metello (Antiq. Ind., XIV, 2, 3; Bell. Jud., I, 6, 2); nel 64 a. C. Pompeo vi ricevette i sontuosi doni degli Egiziani, dei Giudei e dei Siri (Antiq. Jud., XIV, 3, 1) e nel 63 a. C. la Siria fu fatta provincia romana.
I Persiani di Cosroe II occuparono D. nel 614 d. C. e la funestarono con saccheggi e deportazioni. Ma Eraclio, nella campagna del 622-29, la tolse loro. Nel 635 D. cadde una prima volta nelle mani degli Arabi, poi definitivamente nel 638 . Incapaci a sostituire i funzionari bizantini, i conquistatori musulmani li lasciarono al loro posto e Manṣūr b. Sarğūn, nonno di s. Giovanni Damasceno, continuò ad amministrare le finanze. Mu'ūwijah I fu governatore di D. dal 638 al 660 , anno in cui fu eletto califfo e trasportò la capitale del califfato a D. Sotto al-Walid I (705-15), si cominciò a togliere i cristiani dalla pubblica amministrazione, e sotto Marwān II D. cessò di essere capitale.
Dalla scuola filosofico-teologica di D. uscirono s. Sofronio, s. Andrea di Creta, e, sotto gli Arabi, s. Giovanni Damasceno e il suo grande discepolo Giacomo di Edessa.
Questa scuola influì sulla cultura musulmana e molti cristiani siriani erano nella corte degli Umajjadi. Nella corte degli 'Abbāsidi, che avevano quasi sterminato gli Umajjadi e disperso perfino le ossa di tutti i loro morti, si Siriani subentrarono i Persiani. La rivolta di un umajjade (809-13), che occupò D. e gran parte della Siria, non ebbe successo. Abmad b. 'Tölūn occupò la Siria nell'868 e morì nell'884. La sua dinastia si estinse nel 905. Dopo di essa s'installa a D. la dinastia degli Ihżididi (935-69). A costoro succedettero i Fátimiti d'Egitto, che restarono in D. fino al 1075 , quando l'emiro turco Ania la conquistò per i Selğūqidi. I Crociati assediarono D. nel 1148 per 5 giorni, ma senza successo. Nel 1154 Nūr ad-din s'insediò a D. senza incontrare resistenza. Vi istituì scuole e moschee e ne fece un baluardo contro i Crociati. Dopo la sua morte (1174), Saladino (Ṣalāh ad-din), fondatore della dinastia ajjübita, il quale amministrava l'Egitto, occupò anche D. Il mongolo cristiano Kirboghā prese quindi per breve tempo D., che nel 1260 gli venne tolta da Bajbars, che iniziò la serie dei Mamelucchi, i quali, per prevenire il ritorno dei Crociati, devastarono le città costiere. I Mamelucchi divisero il paese in dodici regni o nijäbah (vicariati), dei quali D. era il centro. Il mongolo Tamerlano ( 1400 -1401) occupò D.; dopo averla depredata, e aver deportato a Samarcanda la maggior parte della popolazione, specie gli artigiani, vi appiccò il fuoco e l'abbandonò.
In mezzo a tanti turbamenti, non mancò in D. l'attività intellettuale. Vi fiorirono Abū'l-Fidā'(m. 1531), S̄ams ad-dīn ad-Dīmašqī (1307), Ṣafadī (1296), Ṣālib b. Jebjā (1436), ecc.
Gli Ottomani occuparono D. nel 1516. I territori della Siria furono allora divisi in päfälik o vilajet, suddivisi in sangiaccati. Dal 1832 al 1840 D. fu sotto il dominio egiziano. Avvenuto nel 1860 il massacro dei cristiani e verificatosi l'intervento europeo, la Siria fu nel 1864 divisa in due vilajet, suddivisi in mutaprrijāt o prefetture, e queste in qa'śmmaqānāt o sottoprefetture. Dopo la prima guerra mondiale, D. fu sotto mandato francese.
Bibl.: J. L. Porter, Five years in Damascus, 2 voll., Londra 1832; E. Schürer, Geschichte des jüdischen Volkes, III, 4* ed., Lipsia 1909, p. 117 sgg.; P. Dhorme, Les pays bibliques et l'Atayrie, Parigi 1911, pp. 13-21; C. Watzinger e K. Wulzinger, Damascus. Die antike Stadt, Berlino e Lipsia 1921 (tratta del tempio pagano); R. Dussaud, Le temple de Jupiter Damascénien, in Syria, 3 (1922), p. 219 sgg.; id., Topographie historique de la Syrie, Parigi 1927, passim; H. Lammens, La Syrie, qvàzis historique, Beyrouth 1922, passim; P. Sfair, D. nei suoi plì insigni monumenti, Roma 1935; J. Nasrallah, Les souvenirs chrétiens de Damas. Souvenirs de st Paul, Harissa (Libano) 1944, con ampia bibl. e indicazione di fonti.
Pietro Sfair
II. Archeologia. - Le memorie e i monumenti cristiani di D., per quanto concerne l'epoca degli Apostoli, sono in relazione con le vicende della conversione di s. Paolo e della sua fuga dalla città (Act. 9, 325). E ancor oggi visibile nel suo tracciato la «Via diritta» ( \left.\dot{ζ} \dot{ω} μ η \quad ε \dot{δ} θ ε i α\right., vicus rectus, in arabo Darb al-mustaqīn), che attraversava da oriente ad occidente la città, in conformità al piano regolatoreromano di divisione a scacchiera. Rimangono avanzi notevoli del doppio

(per cortesia del prof. E. Jäsi)
colonnato che la fiancheggiava, come in casi analoghi a Palmira e a Gerasa. Lungo questa strada era la casa di Giuda, forse un albergo, dove Saulo fu condotto dopo la folgorazione. Le ubicazioni, che la tradizione erudita stabilisce per detta casa nella parte occidentale della strada e per quella di Anania, in cui Saulo fu guarito e ricevette il Battesimo, alla periferia nord-orientale della città, non sono suffragate da prove dirette. Queste mancano anche nei riguardi della torre delle mura, donde sarebbe avvenuta la fuga dell'Apostolo, nel settore sud-orientale della cerchia, e nei riguardi della supposta tomba di S. Giorgio, il soldato martirizzato per aver favorito la fuga, situata di fronte alla torre stessa.
Evidenti testimonianze archeologiche, anche epigrafiche, si hanno invece per la chiesa di S. Giovanni Battista, situata nella parte settentrionale della città e in cui si conservava la reliquia del capo del Santo; l'edificio era stato in età romana il santuario di Giove Damasceno, dalla pianta di tipo prettamente orientale, costituita da due recinti rettangolari, di cui il maggiore delimitava un vasto piazzale e il minore racchiudeva l'ara dei sacrifici e la cella; fu trasformato in chiesa sotto Teodosio I (379-95); secondo un'iscrizione ora perduta e ritenuta falsa de H. Dussaud, sarebbe stata restaurata da Arcadio (395-408). Alla fine del sec. Iv si ebbe una prima trasformazione del tempio in chiesa a tre navate, di tipo basilicale, costruita sulla lunghezza del muro meridionale del recinto piccolo, la cui porta a tre vani divenne uno degli ingressi. Si ha poi una definitiva sistemazione nel sec. v con un transetto che divide l'interno in due parti e determina la chiusura di due vani della porta meridionale. Questa porta era dedicata alla S.ma Tfinità, come risulta dalle due iscrizioni greche superstiti scolpite sul primo e secondo vano, tratte dai Saimi ed esaltanti il Padre ed il Figlio. Interessante è il frammento di colonna di granito, trovato a ca. 380 m . dalla porta orientale
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(ftd. Pent, comm. arch. erist.)
Damasd I, papa - Ritratto di papa Damaso. Medaglione della serie dei papi (sec. IX) della basilica di S. Paolo - Roma.
della moschea, con un'iscrizione greca che stabilisce i limiti del diritto di asilo, già privilegio degli antichi templi pagani. La dedica della Basilica al Battista risale probabilmente al sec. v, ma il Dussaud la ritiene tardiva e di poco anteriore alla conquista musulmana. Nel 705 la basilica fu trasformata in moschea dal califfo al-Walid I. Notevoli sono i musaici parietali, sicuramente opera di artisti bizantini dell'epoca.
Bibl.: L. Jalabert, Damas, in DACL, IV, 1, coll. 119-45; C. Watzinger e K. Wulzinger, Damashus, Die antihe Stadt, BerlinoLipsia 1921: R. Dussaud, Le temple de Jupiter Damascénien, in Syria, 3 (1922), 219 sgg.; id., Topographie historique de la Syrie, Parigi 1927, passim: R. Mouterde, s. v. in Enc. Ital., XII (1931), p. 268; P. Blair, D. nei suoi più insigni monumenti, Roma 1935, G. Ricciotti, Paolo Apostolo, ivi 1946 (v. indice).
Luigi Maria Catteruccia
III. I martiri di D. - Un gruppo di otto Francescani e tre Maroniti secolari, uccisi per la fede a D. la notte tra il 9 e il 10 luglio 1860 . Quando i Drusi maomettani, sollevati contro i cristiani, percorsero la città, facendo stragi spietate, essi si rinchiusero nel loro convento, sbarrando le porte, fidandosi della solidità delle mura. Ma un traditore fece passare i persecutori per una porticina, alla quale nessuno aveva pensato. Nell'alternativa di aderire a Maometto o perdere la vita, tutti preferirono la morte.
I loro nomi sono: Emmanuele Ruiz, superiore; i padri: Carmelo Volta, Engelberto Kolland, Nicanore Ascanio, Pietro Soler, Nicola Alberca; i fratelli laici: Francesco Pinzzo, Giangiacomo Fernandez; i tre Maroniti secolari, rimasti con loro, che erano fratelli: Francesco, Abd-elmooti, Raffaele Massabài. Furono beatificati da Pio XI il io ott. 1926. Festa il io luglio.
Bibl.: AAS, 18 (1926), pp. 411-15, 448 -
450; P. Paoli, I bb. Emm. Ruiz e i suoi sette compagni dell'Ordine dei Frati Minori, martiri a D., Roma 1926; card. C. Saloni, L'erotimo di tre martiri maroniti, Francesco, Mooti e Raffaele Massabhi, ivi 1926.
Celestino Testore
IV. D. dei Maroniti. - La serie dei vescovi maroniti comincia nel 1527. Nel 1848 l'arcivescovato fu ripristinato. L'arcivescovo di D. risiede ad 'Ašqūt nel Libano. I fedeli, che costituiscono il gruppo più numeroso dei cristiani, sono 32.000 ; le chiese sono 80 ; le parrocchie 57 ; i sacerdoti 107; le case religiose 22; le scuole e gli istituti 38 , oltre a diverse confraternite.
V. D. dei Melkiti. - Secondo una tradizione, la quale non è facile a controllarsi, Anania sarebbe stato il primo vescovo di D. Risulta certa l'esistenza di una sede vescovile almeno dagli inizi del sec. iv. D. fu patria del patriarca Sofronio di Gerusalemme, di s. Andrea di Creta e di s. Giovanni Damasceno. Conquistata dagli Arabi nel 635, conobbe persecuzioni contro i cristiani e la distruzione delle chiese nel 962 .
Nel sec. xvi i patriarchi dissidenti di Antiochia vennero ad abitare a D., divenuta centro politico della Siria dopo la conquista turca. I patriarchi melkiti cattolici risiedono a D. dal 1834 , benché spesso abitino anche in Egitto. Vi sono a D. 8000 fedeli, 13 parrocchie, 15 scuole ed istituti e diverse opere religiose.
VI. D. dei Siri. - V'è a D. un vescovo siro cattolico dal 1633 . Oggi i fedeli sono 2900, distribuiti in 5 parrocchie ed istruiti in 4 scuole.
Bibl.: C. Karalovsky, Histoire des patriarcats melbites, III, Roma ror1. pp. 307-309; Annuario Pontificio, Città del Vaticano 1949.
Guglielmo de Vries
DAMASO I, papa, santo. - Regnante dal 366 al 384, n. probabilmente a Roma, dove suo padre, Antonio, fece tutta la carriera ecclesiastica (exceptior, lettore, diacono e vescovo) nella propria casa, ridotta poi da D. a chiesa titolare e sede degli archivi papali. Seguì presto la carriera del padre ed era diacono quando sulle fine del 355 Liberio fu rapito alla sua sede. Accostatosi prima all'antipapa Felice, ritornò poi nel 358 a Liberio, che servì sino alla morte ( 24 sett. 366 ), preceduta di poco da quella di Felice.
La maggioranza si dichiarò, ora, per D., ma la minoranza dei rigoristi antifeliciani gli oppose il diacono Ursino. Ne successero contese sanguinose per le vie e per le chiese, nelle quali D. fini già nel 366 di avere il sopravvento e l'autorità civile dalla sua. A poco a poco furono tolte agli ursiniani le loro chiese, furono espulsi da Roma, dalla diocesi suburbicaria e persino (i capi) dall'Italia. La loro tattica era sempre quella di citare D. davanti all'autorità civile per i fatti di sangue del 366 , di protestare davanti all'Imperatore la loro innocenza e perfetta cattolicità. Così ci fu a loro riguardo una

(ftd. Pent, comm. arch. erist.)
Damasd I, papa - Epitaffio della Madre di D., ritrovato nel cubicolo dei XII Apostoli, posto a settentrione di S. Callisto. Frammento del marmo originale e calco antico ritrovato sul lato di un blocco di marmo. La madre si chiamava Lorenza, visse 92 anni di cui sessanta di vedovanza e vide la quarta generazione.
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Damasio I, papa - Carme damasiano in caratteri filocaliani in onore di s. Agnese (solo l'angolo superiore sinistro è stato rifatto) - Roma, basilica di S. Agnese.
perpetua alternativa di severità e indulgenza, noie e pericoli continui per D.
Sono da notare soprattutto tre momenti. Nel 368 D . riesce a far cacciare i rivali dall'ultima basilica da loro tenuta, S. Agnese fuori le mura, anzi a 20 miglia lontano da Roma (a quel tempo si deve riferire il verso Epigrammata, 42,4, pro reditu cleri Christo prestante triumphans). Nel 373 l'abile intervento di Evagrio, l'amico di s. Gerolamo, riusci a salvarlo iam paene factionis loqueis inretitum (Gerolamo, Epist., 1,15). Si ebbe allora l'importante rescritto di Valentiniano che riservava le cause degli ecclesiastici all'imperatore stesso e al Papa. Nel 377-78 Ursino per mezzo del dotto giudeo convertito Isacco riesce ad imbastire contro D. un grande processo, probabilmente de vi (turpissimae calumnioe dice l'imperatore) D. dovette allora fare un voto a s. Felice di Nola, famoso vindice della verità calunniata, onde poi assolto (e relegato anche Isacco in un angolo della Spagna) lo ringraziava te duce servatus mortis quod vincula rupi, hastibus extinctis fuerunt qui falsa locuti (Epigr. 59). Poco dopo il Concilio di Roma del 380 protestava contro l'imperatore per questi continui ricatti. Finalmente ancora nel 38 I le mane dell'cunuco Pascasio emissario di Ursino esiliato a Colonia riuscirono a creare seri imbarazzi al Pontefice; da ciò le proteste (che sembrano aver ottenuto questa volta pieno effetto) del Concilio di Aquileia presso l'imperatore Graziano.
Con simili tribolazioni in casa (aggiunte a quelle causategli dai sempre attivi luciferiani, novazianiati e donatisti di Roma) D. non potè occuparsi degli interessi generali della Chiesa quanto si sarebbe da lui desiderato. Fece tuttavia moltissimo. Egli è il primo papa che ogni anno, il giorno della sua elezione ( 30 sett.), pare radunasse a concilio attorno a sé i vescovi dell'Italia suburbicaria. In tali concili prese molte deliberazioni interessanti la Chiesa universale. Se del nascente priscillanismo di Spagna e degli espressi reclami di Priscillano stesso non volle purtroppo occuparsi, contentandosi di vaghe raccomandazioni di moderazione al Concilio di Saregozza del 380 , rispose esaurientemente alle consultazioni dei vescovi di Gallia in una lettera (del 374 ca.) che si può dire la prima decretale, istituì con Acolio il vicariato papale di Tessalonica per l'Illirico orientale, procedette in vari sinodi contro gli ultimi vescovi ariani occidentali (specialmente illirici) appoggiando in ciò l'azione più energica di Ambrogio, accolse in Roma, dal 373 al 378 , Pietro profugo dalla sua sede di Alessandria, fu buon asserore del primato papale, tanto che Teodosio richiamando l'impero d'Oriente al cattolicesimo dava a quei vescovi per norma la fede seguita da D. di Roma e Pietra di Alessandria. Perciò si può con i codici far risalire a D. (forse al Concilio romano del 382) i primi tre capi del cosidetto Decretum Gelasianum (v. Gelasiano decneto) con il loro canone scritturale e l'energica affermazione del primato papale.
Ma l'Oriente avrebbe soprattutto avuto bisogno di un suo deciso ed illuminato interessamento contro gli ariani protetti da Valente, il nascente apollinarismo e per regolare la successione antiochena e quella di Costantinopoli. Ciò era pure nei desideri di Atanasio e più ancora di Basilio, ma non fu fatto che a piccoli saggi e come per forza, e per lo più poco felicemente. D. e gli Occidentali (Ambrogio in specie) erano troppo compromessi con la minoranza antiochena di Paolino, Marcello d'Ancora e la sua chiesuola, Apollinare e Vitale; la stretta unione con Alessandria li portò persino a dare qualche appoggio a Massimo il Cinico intruso a Costantinopoli e a volere ignorare il Nazianzeno. Quella mezza indolenza e quel continuo controvento disgustava l'animo di s. Basilio, che si lasciò andare contro D. a parole molto amare, come di un uomo orgoglioso e spietato. Bisogna però dire che il Concilio romano del 377 spiccò la condanna delle dottrine, se non delle persone, e nel 381 la lettera di Tessalonica stigmatizzava l'attentato di Massimo il Cinico. Non è quindi meraviglia che D. restasse praticamente estraneo al Concilio di Costantinopoli del 38 I (Ecumenico II) e poco meno al parallelo occidentale di Aquileia, che fu opera di Ambrogio. Il Concilio che si riunì a Roma nella metà del 382 avrebbe dovuto essere ecumenico e comporre di comune accordo ciò che si era fatto ad Aquileia e a Costantinopoli, ma non riusci che alla ratifica dell'elezione di Nettario.
A questo Concilio venne pure da Costantinopoli s. Girolamo, già noto a D. per lettera specialmente per le sue cognizioni scritturali. D. se lo tenne caro fin che visse, come segretario e consulente biblico. Per suo incarico compì una prima revisione del Salterio e quella del Nuovo Testamento. A sentire Girolamo sarebbe anche stato designato naturalmente a succedergli, se non era l'opposizione degli ecclesiastici, irritati dalla critica acerba dei loro costumi e gelosi dei suoi successi apostolici nel campo femminile.
D. è il papa delle prime decretali e anche il primo scrittore che illustrasse la cattedra di S. Pietro. S. Girolamo ne ricorda vari brevia opuscola in esametri ed un trattatello De virginitate verus prosegue, lodandone l'elegans in versibus componendis ingenium (De viris inlustribus, 103 ed Epist., 22, 22). Così sarà stato, ma tali non risultano le molte composizioncelle poetiche che di lui restano, povere di cose, di stile, d'ispirazione e persino di fraseggiare, preziose ad ogni modo per il loro interesse archeologico ed agiografico. Difatti sono in generale elogi metrici in onore di martiri romani, fatti per essere incisi in lastre di marmo sulla loro tomba per mano del celebre calligrafo Furio Dionisio Filocalo (v.), amico personale del Pontefice. Altre ricordano lavori compiuti nei cimiteri alle tombe dei martiri o nelle basi-
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liche romane, un buon gruppo ha notevole interesse autobiografico. Grazie ad esse D. è il primo papa di cui conosciamo alquanto della vita anteriore al papato.
Non fu invece il primo ad occuparsi di edilizia ecclesiastica, ma superò facilmente tutti i predecessori. Con ciò si è meritato la riconoscenza imperitura degli archeologi, che se lo sono scelto a protettore. Oltre la basilica di S. Lorenzo in D. fabbricò egli quella suburbana dei SS. Marco e Marcelliano, in cui fu sepolto con la madre e la sorella; costrui ed orno la basilica degli Apostoli sull'Appia e in quasi tutte le catacombe fece rilevanti lavori per ornare i sepolcri dei martiri e facilitarne la visita e la venerazione. Con ciò egli pagava il suo tributo ad un tempo in cui si sviluppava esuberante il culto dei martiri; supporre tutta quell'attività dei secondi fini (fondazione del primato giurisdizionale, placare l'ostilità dei Romani) è semplicemente antistorico.
Il D. apocrifo rischia di superare quello genuino. Numerosi sono i carmi a lui falsamente ascritti, numerosi i pezzi accolti nelle False Decretali, specialmente dello pseudo Isidoro. Da notare a parte la corrispondenza con s. Girolamo per il Lib. Pont. (v.; poiché anche quest'opera fu presto attribuita a D.), e l'altra per la versione del Salterio, nella quale si fa risalire a D. l'uso occidentale di salmodiare nelle chiese, concludendo i salmi con il Gloria Patri, leggenda che si trova già accolta nel Lib. Pont.
BibL.: Le fonti sono, oltre gli storici, specialmente T'vodoreto, gli scritti di D. stesso, Epigrammata Damasiana, ed. a cura di A. Ferrus, Città del Vaticano 1942, e per gli atti Jaffé-Wattenbach, 232 sgg . (secondo l'ed. del Merenda: PL 13); sullo scisma ursiniano i documenti della Collectio Avellana, I sgg. (ed. G. Günther, in CSEL, XXXV); in generale la vita del Lib. Pont. e gli altri Testimonia premessi agli Epigrammata citati. Sulla vita giovanile, famiglia e patria v. Epigrammata, 10, II e 27; G. Marucchi, Il pontificato del papa D. e la storia della sua famiglia secondo le recenti scoperte archeologiche, Roma 1909, sa di romanzo; più audaci che originali sono pure i vari studi di J. Wittig. In generale J. Langen, Geschichte der römischen Kirche bis zum Pontifikate Leo's I, Bonn 1881, p. 429 sgg.; M. Rade, Damasus, Bischof von Rom. Ein Beitrag zur Geschichte des römischen Primats, Tubinga 1881; L. Duchesne, Histoire ancienne de l'Eglise, II, Parigi 1907 passim e specie cap. 13; P. Bariffol, Le tidge apostolique, Ivi 1924, p. I sgg.; Fr. X. Seppelt, Der Aufstieg des Papsttums, Lipsia 1931, pp. 118-37; E. Caspar, Geschichte des Papsttums, I, Tubinga 1930, p. 196 sgg. La cronologia non solo della vita primitiva ma anche di quasi tutti gli atti pubblici di D. è molto controversa.
Antonio Ferrus
DAMASO II, PAPA. - Alla morte di Clemente II, il 9 ott. 1047, Benedetto IX ritornò a Roma riuscendo a rioccupare la sede apostolica con l'aiuto del marchese Bonifacio di Toscana. Ciò però dispiacque ai Romani che mandarono un'ambasciata all'imperatore Enrico III per chiedergli un nuovo papa. L'imperatore scelse Poppone, vescovo di Bressanone, ed incaricò il marchese Bonifacio di accompagnarlo a Roma. Ma essendosi costui rifiutato, Poppone ritornò presso Enrico III, che, deciso a farsi obbedire, lo rimando in Italia con una lettera minacciosa per il marchese di Toscana. Questi finalmente obbedì: le sue truppe cacciarono Benedetto IX da Roma dove il nuovo Papa fu riconosciuto il 17 luglio 1048 col nome di D. II. Egli morì 23 giorni dopo a Palestrina, il 9 ag. del 1048, e fu sepolto in S. Lorenzo fuori le mura.
BibL.: L. Duchesne, Les premiers temps de l'Etat pontifical, 2ª ed., Parigi 1911, p. 387; F. Gregorovius, Storia della città di Roma nel medio evo, nuova ed., VI, Roma 1940, pp. 123-26. Pietro Goggi
DAMASUS Magister. - Celebre canonista italiano, che insegnò nello Studio di Bologna, nei primi anni del sec. xili. Erroneamente taluni autori lo dissero boemo di patria.
Oltre a una Summa Decretalium, composta tra il 1210 e il 1215 , scrisse 278 Quaestiones, molto interessanti e pratiche, spesso consultate, e Brocarda, o collezione di conclusioni canoniche, desunte dalle fonti e dagli scrittori di diritto canonico. Non mancarono studiosi che negarono a D. la puternità dell'una o dell'altra delle riferite opere, ma l'identità di pensiero e noti argomenti esterni hanno rivendicato gli scritti a questo autore.
BibL.: L. F. Schultz, Geschichte der Quellen und Literatur des can. Rechts, I, Stoccarda 1872, p. 104 sgg.; H. Kantorowicz, D., in Zeitschrift der Savigny-Stiftung für Rechtsgeschichte, Kan. Abt., 47 (1927), pp. 332-40; S. Kortnes, Repertorium, I, Città del Vaticano 1937, p. 394; A. van Have, Prolegomena, 2^{2} ed., Malines-Roma 1945, pp. 429, 441, 444-45, 447, 450.
Alberto Scola
D'AMATO, Giuseppe. - Barnabita, n. a Napoli il 18 sett. 1758, m. a Monlhà (Maumalach) nell'aprile 1832. Missionario, dal 1783 , nei regni di Ava e di Pegú, in Birmania; conoscitore perfetto della lingua pati e degli usi birmani, si prodigò fra gli indigeni da medico e da chirurgo.
Andò perduta una sua Raccolta di 300 piante e fiori... ecc., in 4 voll. in-f. ( 2 di testo e 2 di tavv. dipinte da lui stesso) insieme a minoscritti di morale e di scienze. Un suo ricco musco zoologico passò al capitano Burney, suo amico.
BibL.: L. Gallo, Storia del Cristianesimo nell' Impera Birmana, III, Monza 1862, pp. 141-48; M. Cristalli, Il p. G. D'A., in I Barnabiti, Roma 1933, pp. 235-38, 300-304; G. Boffito, Scrittori Barnabiti, I, Firenze 1934, pp. 28-29. Virginio M. Colciago
DAME GATECHISTICHE. - Sorsero nel Porrerico nel 1870 ad opera della signorina Dolores Rodriguez Sopeña y Ortega, la quale, trasferitasi poi a Madrid, associò all'opera alcune signore e signorine che organizzarono centri di apostolato catechistico detti «le dottrine" approvate dall'arcivescovo di Toledo nel 1901. Ricevettero l'approvazione definitiva della S. Sede nel 1942.
L'istituto, che consta di catechiste per l'insegnamento e di coadiutrici per i lavori domestici, ha oggi 400 religiose in 26 casc.
BibL.: A. Stradelli, Le DD. CC., Roma 1918, p. 42. Giulio Mandelli
DAME DELLA CARITÀ. - Associazione di carità, fondata da s. Vincenzo de' Paoli ( 1581 -1660) a Châtillon-les-Dombes (Bresse) nell'ng. 1617. Il nome originario era Contraternita della Carità e le associate si chiamavano "serve dei poveri malati" o "sorelle della Carità", che si cambiò in "D. della C.", quando l'associazione fu introdotta anche nelle città (prima associazione a Parigi, parrocchia del S.mo Salvatore, 1629). Dall'assistenza ai poveri malati a domicilio, i più abbandonati nel sec. xvir, le D. hanno esteso la loro opera a soccorrere ogni genere di miseria, studiandosi di arrivare, attraverso l'aiuto materiale, al sollievo spirituale e morale del povero. Per fondazione l'associazione è a base parrocchiale e diocesana; ma giuridicamente dipende dal superiore generale della Congregazione della Missione che ne è il direttore generale. Al consiglio centrale fanno capo i consigli nazionali, che dirigono l'attività dell'associazione nei vari paesi.
Ogni associazione ha una propria presidente (priora), una segretaria, una cassiera, delle consigliere e un certo numero di D. visitatrici e contribuenti. Le risorse dell'opera son date dalle quote annuali delle associate, dalle questue, vendite ed altre iniziative. Una sezione giovanile (Damine e Allieve della Carità o Luisine) accoglie «le giovani che vogliono addestrarsi, con un tirocinio di pietà e di operosità, alla carità organizzata secondo i principi del Vangelo e le istruzioni di s. Vincenzo». L'associazione conta ca. 400.000 socie sparse nei cinque continenti.
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Bibl.: P. Coste, S. Vincent de Paul et les Dames de la Charité, Parigi 1917; G. Goyau, Les Dames de la Charité de monsieur Vincent, ivi 1918; Statuto-regolamento delle D. della C., Roma 1938. Annibale Bugnini
## DAME DELL'ISTRUZIONE CRISTIANA DI
LIEGI. - Gli inizi di questo istituto rimontano a mons. M. De Broglie, vescovo di Gand, che riunì (1815) in pio sodalizio alcune signore e signorine desiderose di istruire ed educare cristianamente giovinette. Dopo la sua morte, i vicari generali l'approvarono il 6 ag. 1823 , dandogli il nome che tuttora ha e stabilendolo nell'antica abbazia cistercense di Dooreselle (Gand). Il 10 ag. 1827 fu approvato dalla S. Sede; le costituzioni furono adattate al CIC nel 1930. Attualmente le suore sono ca. 600 in 14 case.
Bibl.: Archivio della S. Congr. dei Religiosi; M. Heimbucher, Die Orden und Kongregationen der Katholischen Kirche, II, 3^{°} ed., Paderborn 1933, p. 509.
Giulio Mandelli
DAME DI NAZARETH. - Istituto religioso femminile fondato a Montléan nel 1821 dalla duchessa B. A. de la Rochefoucauld-Doudeauville per la educazione ed istruzione religiosa della gioventù, che ebbe definitiva forma e consistenza ad opera di Elisa Rollat. Approvato nel 1835 dal vescovo di Châlons, fu confermato definitivamente dalla S. Sede nel 1896.
Attualmente conta 51 case con 350 religiose.
Bibl.: Archivio della S. Congr. dei Religiosi; Anon., Notice de la Société religieuse des Dames de Nazareth, Anas 1861; M. Heimbucher, Die Orden und Kongregationen der katholischen Kirche, II, 3^{°} ed., Paderborn 1933, p. 518. Giulio Mandelli
DAME DI SAN LUIGI. - Congregazione femminile a voti semplici sorta a Strasburgo nel 1842, per opera della signorina Luisa Haufmann, come ramo femminile dell'istituto di S. Luigi o Ludovico, che l'abate Luigi M. Bautain iniziò nel 1832 , dopo la sua conversione al cattolicesimo, e che Gregorio XVI approvò il 17 luglio 1844 . Nel 1869 il vescovo di Meaux approvava le costituzioni delle D. di S. L., dedite alla educazione delle giovinette e alla visita dei malati. Attualmente le suore professe sono ca. 70, con casa generalizia a Meaux.
Bibl.: Archivio della S. Congr. dei Religiosi; M. Heimbucher, Die Orden und Kongregationen der Katholischen Kirche, II, 3^{°} ed., Paderborn 1933, p. 532 .
Giulio Mandelli
DÀMIA ( Δ a μ^{′} α ). - Dea greca venerata insieme ad Auxesia. Avevano culto ad Egina, a Trezene, dove in loro onore era celebrata le festa dei Lithobólia, e ad Epidauru, dove l'oracolo di Delfi aveva ordinato di innalzare loro statue di legno d'olivo.
In Italia D. aveva culto ad Agylla, in Etruria (agoni ginnici ed ippici, ordinati dall'oracolo delfico), a Taranto e a Roma, dove era identificata con la Bona Dea e riceveva un sacrificio (daminm) offerto da una speciale sacerdotessa (damiatrix).
Bibl.: Kern, s. v. in Pauly-Wissowa, IV, II, col. 2054; M. Nilsson, Griechische Feste, Lipsia 1906, p. 413 sgg.
Luisa Banti
DAMIANI, Pietro, santo: v. pietro damiani, santo.
DAMIANITI. - Setta dei secc. vi-viI, così chiamata dal patriarca monofisita di Alessandria, Damiano (576-604), che si ispirava al monofisismo severiano. L'errore che gli si rimproverava e che causò uno scisma tra i monofisiti di Egitto e quelli di Antiochia, si riferisce alla Trinità.
Damiano faceva già la distinzione che faranno più tardi i nostri scolastici latini tra il conceptus in ed il conceptus ad per definire la persona divina. Egli insegnava che questa, presa come persona, è costituita dalla proprietà ipostatica, che è quanto dire la relazione opposta, il conceptus ad di Coetano. Unita alla natura divina, con
la quale si identifica del resto nella realtà, la proprietà ipostatica diviene la persona concreta, che è Dio. Dio Padre è la relazione di paternità con la natura divina. Dio Figlio è la relazione di filiazione con la medesima natura divina. Nulla che non sia ortodosso in tutto questo.
Lo spirito polemico, unito a questioni personali, confuse ogni cosa. Si disputava sulle parole; ma attraverso la logomachia copti e siri finirono senza dubbio per intendersi, ed al Sinodo d'Alessandria del 616 suggellarono l'unione.
I d. furono anche chiamati «tetraditi» poiché Damiano mostrava di voler introdurre nella Trinità una quarta ipostasi, dicendo che ogni persona partecipava all'essenza comune della divinità.
Bibl.: M. Jugie, Theologia dogmatica Orientalium dissidentium, V, Parigi 1935, pp. 456 e 592-604. Martino Jugie
DAMIANO, santo, martire: v. cosma e damiano, santi, martiri.
DAMIANO da Bergamo. - Al secolo Zambelli D., frate intarsiatore n. a Bergamo fra il 1490 e il 1500, m. a Bologna il 30 ag. 1549.
Vengono indicati come sua opera giovanile gli stalli del coro della chiesa bergamasca di S. Bartolomeo, ma in origine in quella di S. Domenico, di disegno ancora schiettamente quattrocentesco tanto da giustificare la convinzione che esso risalga al Bramantino ed allo Zenale. Diventuto frate ( 1528 ), lavorò a Bologna nella chiesa dei Domenicani gli stalli del coro e alcune tarsie oggi nella sagrestia della Chiesa, bellissime. Nel 1546 era a Genova dove eseguiva per il Duomo tre tarsie una delle quali è firmata e datata.
Artista molto conosciuto ed ammirato ai suoi tempi, seppe accoppiare ad una rara perizia artigiana un gusto particolare per le graduate armonie cromatiche derivanti nei suoi intarsi dal variare dei toni delle venature lignee.
Bibl.: A. Morassi, Zambelli D., in Enc. Ital., XXXV, p. 874. Emilio Lavagnino
## DAMOUS-EL-KARITA: v. CARTAGINE.
DAN. - 1. Quinto figlio di Giacobbe e primo di Bala, l'ancella di Rachele (Gen. 30, 6; 35, 25). Alla sua nascita Rachele, giocando sul termine dan a giudicò ", esclama: «Il Signore mi ha fatto giustizia». La Bibbia non ne narra nulla. Suoi discendenti (Gen. 46, 23) furono i Husim. Fu l'eponimo della tribù.
a. Tribù, che contava, presso il Sinai, 62.700 uomini atti alla armi (Num. 1, 38 sg .), superata solo da Giuda che ne contava 74.600 . Poco però si sviluppò : nella pianura di Moab i Daniti atti alle armi erano 64.400 (Num. 26, 42 sg .). Si accampavano a nord del tabernacolo con Aser e Nephthali; nel viaggio per il deserto tenevano l'ultimo posto (Num. 2, 25; 10, 25). Nella divisione del territorio palestinese ebbe un esiguo territorio tra le tribù di Giuda, Beniamin ed Ephraim. Nell'impossibilità di assegnare i confini, in Ios. 19, 41-46 si indicano le città toccate a D., come Sara, Esthaol, Hirsemes ( = Bethsames), Aialon, Acron, Elthece (ricordata in un'iscrizione di Sennacherib), Giaffa (v.), Lidda. Il territorio trovavasi nella pianura di Séphéláh, tra Giaffa, Lidda e il Sárón, al di sopra di Giaffa, e si estendeva fino ai contrafforti delle montagne : zona celebrata per la fertilità, di cui gli stessi nomi di luogo dicono qualcosa; anche la diversità del suolo viene indicata dalla toponomastica: Séphéláh => paesi bassi»; sébèthón =< altezza ». Gli Amorriti (v.) cacciarono i Daniti dalla pianura ai monti (Iudc. 1, 34 sg .) : fu quindi precario il possesso del litorale marittimo, ove s'insediarono i Filistei (v.). Strettezza di confini spinse i Daniti a cercare altrove una sede. Cinque emissari furono inviati da loro in cerca di nuovi territori, ove poter più facilmente spaziare (Iudc. 18). Arrivati all'estremo nord della Palestina, prescelsero la zona di Lais (oggi Tell el-Qâdî), presso le fonti del Giordano,
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atta allo scopo per la ricchezza e l'isolamento. Seicento armati, con le famiglie, occuparono il nuovo territorio. Asportarono dal santuario di Micha (v.) l'ophōdh e i tēräphim, e persuasero il levita bethlemita che lo serviva a seguirli. Conquistata Lais, che chiamarono D., vi impiantarono il santuario, che fu in seguito riprovato perché separatistico e idolatrico.
La storia del santuario di D. è importante perché ci mostra quali erano le idee del popolo, esposto alle influenze conanee, sui modi di esercitare il culto. L'antico culto di Micha in Ephraim non era idolatrico, ma il suo modo di procedere è riprovato (Iudc. 17, 6), perché contrario alla legislazione mosaica (Ex. 20, 4; Deut. 12, 14; Lev. 17, 8 sg.). Il santuario di D. continuò ad essere frequentato dai Daniti mentre il culto nazionale d'Israele aveva per centro l'area d'Israele in Silo. Nel sec. 2, alla divisione d'Israele dal regno di Giuda, Ieroboam I istallo a D. uno dei suoi vitelli aurei, facendone il secondo santuario ufficiale d'Israele e favorendo cosi il sincretismo religioso.
La formola "da D. a Bersabea» indica i limiti estremi della Palestina (Iudc. 20, 1; I Sam. 3, 20; II Sam. 3, 10; 17, 11; 24, 2.15; I Reg. 4, 25; I Par. 21, 2; II Par. 12,35; 27, 37). La tribù è omessa nelle genealogie di I Par. 2-12: sembra che fosse estinta dopo l'emigrazione della maggior parte dei suoi componenti per Lais. In Apoc. 7,5-18 manco D. nel computo dei «segnati». I Daniti si distinsero per l'audacia (Gen. 49, 16-18) e la potenza bellica (Deut. 33, 22), che si espressero nelle gesta di Sansone (v.).
Bibl.: L. Desnoyers, Histoire du peuple hóbreu des Juges à la captivité, I, Parigi 1922, pp. 118-23; G. Ricciotti, Storia d'Israele, I, Torino 1932, pp. 310-13; A. Fernandez, El santuario de D., in Miscellanea Biblica, I, Roma 1934, pp. 117-44; F.-M. Abel, Géographie de la Palestine, II, Parigi 1938, p. 52 sg. Vincenzo M. Jacono
DANA, James Dwight. - N. in Utica (Nuova York) il 12 febbr. 1813, m. a N. Haven (Connecticut) il 14 apr. 1895. Professore di geologia e di storia naturale presso l'Università di Yale dal 1855 al 1892 e membro dell'Académie des Sciences (1873).
Sua opera fondamentale è il System of mineralogy (Nuova York 1837), le cui successive edizioni furono curate dal figlio e successore Edward Salisbury (1849-1935), ove è contenuta la classificazione dei minerali oggi universalmente in uso. A proposito della creazione e della Bibbia, egli scrive nel suo Manual of geology (Nuova York 1876, p. 770): «Fra i due libri del sublime autore non si può essere antologia reale: sono entrambi rivelazioni fatte da lui all'uomo. Il primo narra delle mirabili opere divine che risalgono al passato più remoto e toccano il colmo nella comparsa dell'uomo. L'altro insegna i rapporti dell'uomo col suo Fattore e parla di opere ancor più meravigliose per l'avvenire eterno ".
BibL.: C. D. Kneller, Il cristianesimo e i naturalisti moderni, Brescia 1906, p. 277; P. Groth, Entwicklungsgeschichte der mineralogischen Wissenschaften, Berlino 1926; E. Onorato, s. v. in Enc. Ital., XII (1931), p. 280.
Mario Fornacei
D'ANCONA, Alessandro. - Critico e giornalista israelita, n. a Pisa il 20 febbr. 1835, m. a Firenze il 9 nov. 1914.
Iniziò con il Carducci il metodo storico nello studio della letteratura. Opere principali : Poesia popolare italiana (1878); Sacre rappresentazioni (1872); Origini del teatro d'Italia (1877); Studi sulla letteratura italiana dei primi secoli; Il Carteggio di Michele Amori (1896-1907); Federico Confalonieri (1898); Ricordi storici (1902); Memorie e documenti; pagine sparse di letteratura e di storia. Giornalista, collaborò al Genio, allo Spettatore italiano, alla Nuova antologia, alla Rassegna settimanale, fondò e diresse La Nazione. La sua produzione, frutto di soda filologia e dotata di grande lucidità espositiva, è talvolta orientata in senso antiecclesiastico.
BibL.: Bibliografia degli scritti di A. D'A., Firenze 1915; G. Mazzoni, A. D'A., in Atti Acc. della Crusca, anno accad. 1914-15, pp. 31-45; «In memoria», A. D'A., Firenze 1915; G. Morsa, Commemorazione di A. D'A., in Memorie Acc. di
scienze di Torino, 65 (1916), pp. 1-68; R. Zagaria, Intorno ad A. D'A., Andria 1924; G. Gentile, Ricordi di A. d'A., in Memorie ital. e problemi della filosofia e della vita, Firenze 1937, pp. 183-204; B. Croce, La letteratura della nuova Italia, III, Bari 1947, p. 384.
DANDINI, Girolamo. - N. a Cesena verso il 1550, entrato nella Compagnia di Gesù a Roma il 17 ag. 1569 , m. a Forli il 29 nov. 1634. Dal giugno 1596 all'ag. 1597 fece con il p. Fabio Bruno la visita apostolica dei Maroniti del Monte Libano; oltre al suo scopo informativo, la visita doveva regolare l'invio di alunni al Collegio maronita di Roma (cf. le istruzioni pubblicate da A. Rabbath, Documents pour servir à l'histoire du christianisme en Orient, I, Parigi 1910, pp. 170-73). Il D. riunì pure due sinodi di vescovi maroniti.
Il libro nel quale intreccia i ricordi del viaggio, la descrizione del paese, il racconto e gli atti della visita, uscì postumo (1656) a Cesena: Missione apostolica al Patriarca e Maroniti del Monte Libano del p. G. D., da Cesena, e sua pellegrinazione a Gerusalemme. La traduzione francese, Parigi 1675 (varie ristampe), è dell'oratoriano R. Simon. Tornato dal Levante, il p. disimpegnò varie cariche di responsabilità (in Polonia, Francia ed Italia). Lasciò due altre opere: De corpore animato (Parigi 1601); Ethica sacra, hoc est de virtutibus et vitiis, Cesena 1651 (Anversa 1676).
BibL.: Sommervogel, II, coll. 1789-91. Edmando Lamalle
DANDINO, Girolamo. - Cardinale, n. a Cesena verso il 1509 , m. a Roma il 4 dic. 1559; entrò nella cancelleria papale sotto Paolo III, fu vescovo di Caserta il 14 nov. 1544, trasferito ad Imola il 17 maggio 1549 , non cessò di appartenere alla Curia e fu incaricato di missioni diplomatiche in Francia nel 1541, nel maggio 1543, nel 1546-47, nel 1548, e presso l'imperatore nel 1545 a proposito dell'apertura del Concilio. Giulio III lo conservò a capo della segreteria; lo inviò nell'apr. 1551 presso Carlo V per le differenze con Ottavio Farnese e per il Concilio; il 20 nov. 1551 lo creò cardinale e poi con l'autorità di legato, nell'apr. 1553, lo inviò a Bruxelles presso la corte imperiale. Sotto Paolo IV, come tutti i diplomatici di Paolo III, fu tenuto in disparte.
BibL.: Pastor, V e VI, passim.
Pio Paschini
D'ANDREA, Girolamo. - Cardinale, n. a Napoli il 12 apr. 1812, m. a Roma il 14 maggio 1868. Essendo già stato, tra l'altro, delegato straordinario per l'Umbria (1849), ricevette la porpora da Pio IX il 15 marzo 1852. Di sentimenti liberaleggianti, avverso, specie dopo il 1860 , la politica intransigente del Vaticano verso il regno d'Italia. Per questo e per la negata sanzione, quale prefetto della Congregazione dell'Indice, alla condanna di un'opera di P. Liverani, partì all'improvviso da Roma (1864), rifugiandosi a Napoli. Privato del piatto cardinalizio, ebbe anche la sospensione dalle sue funzioni episcopali (1866). Tornato a Roma (1867), ottenne il perdono insieme alla reintegrazione nel suo ufficio e nei suoi diritti, ma visse gli ultimi suoi giorni tra la diffidenza generale.
BibL.: Esposizione dei fatti relativi al card. D'A. dal maggio all'ott. dell'a. 1866 (s. n. t.); C. Passaqlia, La causa del card. G. D'A. esposta e difesa, Torino 1867; Anon., Esposizione storico giuridica della vertenza del card. G. D'A., Italia 1867; G. Bozselli-Manieri, It "casus belli" di un cardinale, L'Aquila 1913.
Niccolò Del Re
DANEL (Dān'él). - Personaggio orientale, menzionato in E x .14,14-20, per dimostrare l'inesorabilità del giudizio di Dio contro una terra infedele nonostante una ipotetica presenza di Noè, D. e Giobbe, cioè dei più grandi giusti (e quindi interces-
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sori) della terra; poi in E z .28,3 per commisurare la pretesa onniscenza divina del näghldh ("principe") di Tiro Ithobaal III.
Dai due passi si deduce che D. doveva essere un personaggio storico, padre di figli e figlie, vissuto dopo Noé, ma prima di Giobbe, probabilmente al tempo dei patriarchi, famoso fra i Fenici ed i popoli del vicino Oriente, non ebreo, dotato di virtù tali da non sfigurare in confronto a quelle di Noè e di Giobbe, e di una sapienza divenuta proverbiale.
Una tradizione molto antica giudaico-cristiana lo confuse con il profeta Daniele per la somiglianza del nome (i Masoreti in Ez. 14, 14-20 e 28,3 propongono Ddni'el invece di Ddniél del testo attuale) e della sapienza e per l'ignoranza di altri D. famosi dell'antichità.
La leggenda ugaritica di D. (o di Aqhat), riesumata a Rās Samrah, descrive un personaggio di nome Dnl detto Mt Rpe e Gzr Mt Hrnmi nell'atto di amministrare la giustizia : "Ecco qui Dnl Mt - Rpe / Ecco là Gzr Mt Hrnmj! / Egli si alza (poi) si siede davanti alla porta, / sotto gli alberi magnifici che (sono) presso dell'nia, / e la giudica il processo della vedova e stabilisce il diritto dell'orfanello» (I D 19b - 25 a).
In II D 6, 43 la dea "Anat lo designa: "Il più sapiente (o la sapienza) degli uomini \%. La sapienza, la rettitudine di questo D. e la sua notorietà tra i Fenici indussero Dussaud, Albright, Virolleaud ecc. ad identificarlo con il D. di Ezechiele. C. Barton invece avvicina D. a Zabulon capostipite degli Zabuloniti; Dhorme a Dan capostipite dei Daniti; H. Stocks fa discendere il D. di Ezechiele, quello del libro canonico di Daniele e degli apocrifi di Enoch e dei Giubilei da un'unica tradizione. I razionalisti considerano Daniele profeta una derivazione letteraria da D., divenuto già leggendario in Ezechiele. Le ipotesi di Barton, di Dhorme, di H. Stocks e dei razionalisti non hanno solido fondamento. Si può (o si deve) escludere l'indentificazione di D. con il profeta Danicle. Tra il D. di Ezechiele e quello ugaritico esistono evidenti somiglianze, però, non possedendo una versione sicura della leggenda ugaritica di D. e difettando di altri dati di controllo, non sembra prudente per ora concludere con tutta sicurezza all'identificazione dei due personaggi. Ezechiele quindi rimane l'unica fonte sicura intorno a D.
Bibl.: T. H. Caesar, The Story of Aqhat, in Studi e materiali di storia delle religioni, 12 (1936, 11-15), pp. 126-49; 12 (1937, 1-11), pp. 5-56; 14 (1938, 111-1v), pp. 212-12; R. Dussaud, Les découvertes de Ras Shamra et l'Ancien Testament, Parigi 1937; U. Cassuto, La leggenda fenicia di Daniel e Aqhat, in Rendiconti della Reale Accademia dei Lincei, 6e serie, 14 (1938), pp. 264-68; A. C. F. Schaeffer, Ugaritica. Mission de Ras Shamra, III, Parigi 1939; G. Furlani, La religione dei Fenici, in P. Tacchi Venturi. Storia delle religioni, II, Torino 1939, pp. 111-12; G. A. Barton, D., a pre-israelite hero of Galilee, in Journal of Biblical Literature, 60 (1941), pp. 213-23; id., in Mémorial Lagrange, Parigi 1940, pp. 29-37; H. Sooks, D., die südkobylonische und die nordpolästinisch-phänibische Überlieferung, in Zeitschrift der deutschen morgendäodischen Gesellschaft, 97 (1943), pp. 122-49; B. Mariani, D. «il patriarca sapiente» nella Bibbia, nella tradizione, nelle leggende (Spicilegium Pont. Athenaei Antoniani, 5), Roma 1942; H. L. Ginsberg, The north-commanite myth of Anath and Aqhat, in Bulletin of the American Society of Oriental Research, 97 (1943), pp. 3-10; 98 (1942), pp. 13-23; R. De Langhe, Les textes de Ras Shamra-Ugarit et leurs rapports avec le milieu biblique de l'Ancien Testament, GémblouxParigi 1942; J. Obermann, How Daniel was blessed with a son. An incubation scene in ugaritic (Suppl. to the fournal of American Oriental Society, 6), Baltimore 1946.
Bonaventura Mariani
D'ANGELO, Sosio. - Canonista, n. a Mondragone (Caserta) il 22 febbr. 1887, m. a Roma il 22 luglio 1930.
Attese dapprima alla cura di anime, poi a Roma, dove aveva conseguita la laurea in utroque iure, svolse apprezzata attività nelle S. Congregazioni e nella facoltà giuridica di S. Apollinare, promuovendo anche, con altri professori, la fondazione della rivista Apollinaris. Oltre a vari notevoli studi pubblicati in periodici, sono da ricordare tra le sue opere: Ius Pandectarum (Roma 1923); Ius Digectorum (I, ivi 1927; II, Torino 1928).
Bibl.: A. Larraona, In memoriam, in Apollinaris, 3 (1930), p. 492 sgg.
Alberto Scola
D'ANGENNES, Alessandro: v. angennes, alessandro d'.
DANIEL Antoine: v. canado americani, martiri.
DANIEL, Charles. - Gesuita, scrittore, n. a Beauvais il 31 dic. 1818; m. a Parigi il I genn. 1893. Fondò nel 1857, con il concorso del p. Ivan Gagarin, il periodico Etudes de théologie et d'histoire e lo diresse fino al 1870, quando ne fu impedito dalla vista indebolita.
Oltre ai molti articoli forniti alla rivista, sono degni di menzione anche: Des études classiques dans la société chrétienne (Parigi 1853) in difesa degli studi classici contro le esagerate asserzioni dell'abate G. Gaume; Histoire de la b. Marguér. Marie et des origines de la dévotion au S. Coeur (ivi 1865); Les jémites instituteurs de la jeunesse française au XVII e XVIII e siècle (ivi 1880). Una raccolta di suoi scritti importanti, preceduta da una biografia, fu pubblicata col titolo: Questions actuelles: Religion, Philosophie, Histoire, Art et Littérature (ivi 1893).
Bibl.: Sommervogel, IX, coll. 166-70; R. de Sessalle, Le p. C. D., in Etudes, 58 (1893, 1), pp. 3-7; J. Burnichon, La Comp. de feins en France, II, Parigi 1916, p. 411 ; III, iv) 1919, p. 77 sg.
Celestino Testore
DANIEL, Gabriel. - Gesuita storiografo e polemista, n. a Rouen l'8 febbr. 1649; m. a Parigi il 23 giugno 1728. Dopo un periodo di insegnamento fu, nel 1683 , nominato storiografo reale da Luigi XIV.
Frutto del suo incarico fu l'Histoire de France, depuis l'établissement de la Monarchie Française dans les Gaules, comparso a Parigi (in I vol. nel 1696; che per ulteriori aggiunte si trasformò in 3 nel 1713 ; in 7 nel 1721; in 10 nel 1729). La migliore edizione è quella in 17 voll., curata e condotta fino al tempo di Luigi XIII e XIV del p. H. Griffet (Parigi 1755-60). L'opera, naturalmente sorpassata dagli studi posteriori, non ha tuttavia ancor perduto il suo valore. Un riassunto in 8 voll. apparve nel 1724, tradotto in varie lingue (in it., Venezia 1737). Ancora fondamentale l'Histoire de la milice française (Parigi 1721). Arguto e vivace spirito di polemista dimostrò nella confutazione delle teorie di Descartes: Voyage du monde de Descartes (ivi 1690); nel ribattere le calunnic delle Provinciali di Pascal: Entretiens de Cléandre et d'Eudoxe sur les lettres au provincial (Rouen 1694) che ebbe parecchie edizioni, suscitò recriminazioni e fu messo all'Indice nel 1701. Altri scritti polemici : Recueil de divers ouvrages philosophiques, historiques, apologétiques et de critique (ivi 1724).
Bibl.: H. Griffet, Reertissement, all'inizio dell'edizione della Histoire de France del 1772-60; Sommervogel, II, coll. 17931812; IX, coll. 170-71; Hurter, IV, coll. 1076-77, 1081-82, 1182; J. Brucker, a. v. in DThC, IV, coll. 104-105. Celestino Testore
DANIELE. - Profeta, che ha dato il suo nome a un libro sacro del Vecchio Testamento.
Sommario: I. Il profeta. - II. Il libro. - III. Problemi critici. - IV. Origine del libro. - V. Le parti deuterocanoniche. VI. Profezia e apocalisse. - VII. Iconografia. - VIII. Apocrifo di D.
I. Il profeta. - D. apparteneva alla tribù di Giuda (Dan. 1, 6) e, nella deportazione del 605 a. C., fu condotto a Babilonia ( 1,1 ), ove fu scelto con altri giovani a prestar servizio presso il re neobabilonese, sotto il nome di Baltassar, previa una opportuna preparazione. Al periodo della gioventù si riferisce il fatto di Susanna (cap. 13 Volg.). Non si sa quando abbia lasciato la corte, con cui appare saltuariamente in relazione per la fama di profeta. Si conoscono episodi della sua vita e profezie datate tra gli anni di Nabuchodonosor II (605-562) e il 3^{°} anno di Ciro (539-529). Tradizioni non controllabili segnalano la sua tomba in Susa.
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Daniela - D. tra i leoni. Affresco nel cimitero dei Giordani ( 2^{2} metà del sec. III).
II. Il libro. - Contiene la narrazione di sei fatti (capp. i-6), più o meno miracolosi, e quattro visioni profetiche (capp. 7-12). Narrazioni stilisticamente simili a quelle dei capp. i-6 contengono i racconti di Susanna e di Bel e il dragone, numerati nella Volgata come capp. 13 e 14.
I capp. i-12 sono scritti parte in ebraico ( 1 , 1-2,4ª ; 8,1-12,13 ) e parte in aramaico ( 2,4^{b}-7,28 ) e costituiscono il libro "protocanonico"; i capp. 13 e 14 e un complesso di elementi narrativi e lirico-religiosi, connessi con il racconto del cap. 3 (ivi inseriti come vv. 24-90), sono tramandati solo in greco e sono chiamati parti "deuterocanoniche".
L'analisi del libro offre il primo me