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 parte in ebraico ( 1 , 1-2,4ª ; 8,1-12,13 ) e parte in aramaico ( 2,4^{b}-7,28 ) e costituiscono il libro "protocanonico"; i capp. 13 e 14 e un complesso di elementi narrativi e lirico-religiosi, connessi con il racconto del cap. 3 (ivi inseriti come vv. 24-90), sono tramandati solo in greco e sono chiamati parti "deuterocanoniche".

L'analisi del libro offre il primo mezzo per esaminare le questioni che intorno a questo materiale narrativo e profetico si addensano.

I racconti (capp. i-6) rispondono al fine di mostrare come la potenza e superiorita del Dio d'Israele di fronte alle divinità pagane si fosse manifestata al tempo dell'esilio. La speciale sapienza goduta da D. e messa in azione nei racconti successivi fu conferita al profeta e ai compagni per la fedele osservanza della legge di Jahweh (cap. 1). I cinque episodi seguenti (capp. 2-6) terminano con il solenne riconoscimento del Dio d'Israele da parte dei re habilonesi: D. spiega il sogno di Nabuchodonosor sulla statua di materiali diversi, infranta da un masso che cade dal monte, come simbolo di quattro imperi mondiali, che cedono all'avvento del regno messianico (cap. 2); egli ed i compagni escono illesi dal fuoco, in cui sono stati gettati per non aver voluto adorare un idolo (cap. 3); Nabuchodonosor guarisce da una malattia mentale che l'ha colpito, conformemente alla predizione di D., ricavata dalla spiegazione di un sogno dello stesso re (cap. 4); D. spiega al re Baltassar (v.) le parole che una mano misteriosa ha scritto su una parete durante un banchetto, come preannunzio dell'imminente fine del regno e morte del re (cap. 5); D. esce indenne dalla "fossa" dei leoni, in cui è stato gettato per aver pregato il suo Dio, nonostante la proibizione (cap. 6).

La 2^{\text {a }} parte (capp. 7-12) contiene quattro grandi visioni, il cui oggetto comune è l'annunzio di un momento avvenire, in cui deve avverarsi un trapasso da male a bene, dopo la vittoria su un complesso di forze avverse, che determineranno una lotta estrema. Il momento negativo, già figurato nella statua del cap. 2, è sviluppato accanto all'aspetto positivo di vittoria nella visione dei quattro mostri marini, che significano quattro regni mondiali, e della figura umana ("come un Figlio d'Uomo»; 7,13), che fonda un nuovo regno universale ed eterno (cap. 7); particolari aspetti del momento negativo sono poi ripresi nelle visioni del caprone e del montone (cap. 8), in quella dell'angelo Gabriele che reca al profeta il vaticinio delle 70 settimane (cap. 9) e in quella degli avvenimenti che trascorreranno dalla fine dell'impero persiano fino al termine della persecuzione del "popolo dei santi" e alla morte del persecutore (capp. 10-12), con un cenno finale al momento positivo (cap. 12).
III. Problemi critici. - Questo esposto già mostra la salda unità che lega le varie parti del libro, in forza del pensiero che tutto lo pervade e sorregge : il costituirsi del regno universale di Dio, che in qualche modo ha un precedente storico nel riconoscimento di Jahweh da parte dei pagani dell'antico Oriente (capp. i-6), ma che nelle visioni (capp. 7-12) è profetizzato minutamente e messo in stretto rapporto con la storia da poco trascorsa o ancora in via di sviluppo. Più precise osservazioni di particolari stilistici e ideologici confermano questa impressione del carattere fortemente unitario del libro, che è il primo indizio anche dell'unità d'autore.

Però i dieci episodi di cui il libro consta si presentano singolarmente come unità a sé stanti, per la forma generale sempre compiuta (osservare le formole d'introduzione e chiusa), per leggere vicendevoli incoerenze interne e minute particolarità di ognuno, sia nei racconti che nelle profezie (p. es., lo schema visionistico dei regni universali). Un'ulteriore complicazione porta il fatto, accennato sopra, dell'alternanza delle lingue ebraica e aramaica.

Si ammette oggi da tutti che i singoli episodi siano stati scritti originariamente come unità indipendenti, riunite in un secondo tempo in collezioni minori, da cui in
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(lat. Aliwari)
Daniele - D. tra i leoni. Lato di sarcofago del sec. v. Ravenna, Museo.

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seguito fu messo insieme il libro. Il modo in cui ciò avvenne è connesso con i problemi dell'origine del libro e delle sue vicende, che spiegano anche l'alternanza linguistica.
IV. Origine del libro. - Di questo problema la critica delle varie tendenze propone soluzioni diverse.

Un tempo non solo si ammetteva incondizionatamente l'autenticità danielica dei vaticini (cf. già Mt. 24, 15), ma si riportava volentieri tutto il libro a D. stesso, che l'avrebbe scritto da vecchio (fine del sec. vi a. C.): valeva a conferma l'esattezza delle informazioni su persone (per i problemi relativi ai re Baltassar e Dario il Medo [v.] e cose babilonesi).

Oggi un concetto così rigido dell'autenticità del libro non è più in vigore: si osserva il notevole differenciamento dell'elocuzione ebraica da quella di Ezechiele (esilio babilonese) e l'uso di voci greche nell'aramaico del cap. 3, uso non pensabile in territorio semitico anteriormente all'invasione di Alessandro il Macedone.

Il razionalismo, in genere, scende notevolmente oltre quest'epoca fino agli anni dell'oppressione esercitata -da Antioco Epifane (175-164 a. C.) contro l'indipendenza civile e religiosa dei Giudei, in cui un pio israelita, utilizzando tradizioni gia diffuse su fatti della vita e visioni di un "profeza "D., avrebbe steso il libro (protocanonico), per incoraggiare la resistenza dei connazionali perseguitati e confortarli, mostrando come fosse imminente l'avverarsi di antiche profezie che avevano preannunziato la persecuzione stessa, la sua crescente intensità e rapida soluzione con la fine del persecutore. Si osserva che in tutte le visioni, dopo una descrizione, talvolta precisa, di uno stato d'angustia ( = persecuzione), si prospetti a un certo punto l'annunzio, anch'esso più o meno velato, della fine del male e inizio del bene a scadenza fissata in dati numerici (7,25 ; 8,14 ; 9,24-27 ; 12,7,11,12). In coerenza con ciò la critica radicale modifica profondamente i dati espliciti o impliciti della tradizione sulla persona del profeta (di cui non ritiene del tutto dimostrabile la storicità), sulla storia del libro, sul significato religioso delle profezie.

La scienza critico-csegetica conservatrice, con un'analisi assai più approfondita del libro e delle testimonianze esterne, respinge come superficiali queste conclusioni. Studi di vari autori protestanti (Heischer, Haller, Noth) e cattolici (Junker) hanno intanto dimostrato l'esistenza sicura nei racconti e nelle visioni di elementi arcaici, di varia ampiezza, che l'«autore" utilizzò rielaborandoli e incorporandoli in un'opera organica che è il libro attuale. Se questi elementi derivavano da resoconti di visioni e profezie, oltre forse a memorie in prima persona e in lingua ebraica risalenti all'esilio, nulla vieta che essi siano riconosciuti come opera di D. L'« autore" successivo non avrebbe fatto che divulgare in forma nuova i vecchi racconti e le visioni.

Gli episodi furono raccolti dapprima in collezioni minori, tuttora riconoscibili (comunemente si segnalano quella dei racconti, capp. 1-6, e quella delle visioni, capp. 7-12, effettivamente ordinate in serie cronologiche indipendenti), che formarono poi il libro, capp. 1-12. In queste vicende può trovare spiegazione l'alternanza linguistica: p. es., supponendo che il redattore (o autore) raccogliease in aramaico i racconti dei capp. 2-6; accrescesse successivamente la raccolta con la visione del cap. 7 (usando ancora l'aramaico), poi con quelle dei capp. 8, 9, 10-12 (conservando l'originario ebraico); infine premettesse a tutta la raccolta il cap. i in ebraico (traducendo anche i vv. 1-4 del cap. 2, in modo che l'aramaico avesse inizio in 2,4^{2}, ove cominciano a parlare i maghi caldei).

A fissare la data di questo lavoro al sec. II a. C. la critica fu mossa specialmente dallo scopo consolatorio che essa credette di riconoscere nel libro. Ma se questo scopo è ammissibile fino a un certo punto per i capp. 7-12, non lo è affatto per i capp. i-6, da cui gli altri non sono separabili : i re Nabuchodonosor (capp. 1-4) e Baltassar
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(per carticio del grid. E. Juii)
Daniele - D. tra i leoni. Musaico del sec. v - Sfax, museo.
(cap. 5) non sono degli "antisemiti", finiscono con il riconoscere Jahweh, onorano D. e i suoi compagni; Dario il Medo (cap. 6) ha un esplicito atteggiamento di simpatia verso D. che "ha pregato il suo Dio ".

Alcuni studiosi cattolici, sia per il complesso (Junker), sia per parti singole (p. es., per il cap. 9: Szydelski), ammisero una stesura definitiva da materiali più antichi verso l'età di Antioco IV, ma comunemente si pensa che fissando la data a ca. il 300 a . C., quando veniva composto il libro delle Cronache (il cui ebraico è ben comparabile con quello di D.) e il giudaismo andava raccogliendo il suo patrimonio letterario, storico e profetico, si darebbe la più soddisfacente giustificazione a tutti i problemi che riguardano questo libro.

La precisione di alcune profezie, specialmente del cap. 11, è certamente singolare: ma non è da escludersi che il testo abbia assunto la forma attuale in seguito a ritocchi (v. dario il medo), per cui anche le profezie furono rivedute e ampliate in base al loro adempimento.
V. Le parti deuterocanoniche. - Sono per lo più giudicate ulteriori fioriture di scritti intorno al nome del grande profeta, avvenute quando il libro protocanonico era già compiuto. Sicura è sia la loro origine semitica, sia l'appartenenza fin dall'antichità al canone giudaicoalessandrino e a quello cattolico delle Scritture ispirate.
VI. Profezia e apocalisse. - Notevoli particolarità di impostazione letteraria e ideologica tengono distinto Dan. da tutti gli altri libri profetici e lo accostano invece a un gruppo di altri scritti, estranei al canone, del genere "apocalittico"; tra queste particolarità : il gusto per complicate visioni, l'interesse per argomenti escatologici, un vasto impiego di espressioni tendenti a velare il pensiero e a creare un'atmosfera misteriosa, simboli, numeri, ecc. L'applicazione al caso di Dan. oggi è da molti ammessa; ma notevoli riserve sono imposte dal fatto che lo "stile" di questo libro non ha quelle esagerazioni che sono proprie del genere letterario delle "Apocalissi».

La incomparabile superiorità di D. sugli apocalittici appare specialmente dall'altezza del suo pensiero. D. predice una futura affermazione di forze associate del

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bene, come frutto di lotte vittoriose sulle forze del male, che pure descrive nel loro aspetto storico di entità organizzate ("regni"). Elementi disparati che costituiscono i due aspetti preannunziati nell'avvenire, male e bene, hanno fatto riconoscere all'esegesi che tre sono le lotte e vittorie da lui vaticinate: la liberazione maccabaica con la fine dell'eppressore Antioco IV, la fondazione del regno eterno ed universale messianico e la vittoriosa affermazione finale del regno di Dio contro l'Anticristo, con la risurrezione dei morti e la trionfale assegnazione del castigo e del premio eterno.

BibL.: Commenti cattolici: s. Girolamo, in PL 25, 491 seg.; P. Rieasler, Das Buch Daniel, Vienna 1902; J. Goetteberger, Das Buch Daniel, Bonn 1928; I. Linder, Commentarius in librum Danielis, Parigi 1939; G. Rinaldi, D., Torino 1947. Non cattolici: G. Behrmann, Das Buch Daniel, Gottinga 1894; S. R. Driver, The Book of Daniel, Cambridge 1900; J. A. Montgomery, A crittical and exegetical commentary on the book of Daniel, Nuova York 1927; A. Bentzen, Daniel, Tubinga 1937. Studi particolari: G. Hölscher, Die Entstehung des Buches Daniel, in Theol. Stud. und Krit., 92 (1919-20), pp. 113-58; M. Haller, Das Alter von Den. 7. ibid., 93 (1920-21), pp. 83 97; M. Noth, Zur Komposition des Buches Dan., ibid., 98-99 (1926), pp. 143-63; H. Junker, Unters. über liter. und exeg. Probleme des Buches Dan., Bonn 1932; S. Szydelski, De recto sensu vaticinii Dan. 70 babd., in Collectanea Theol., 18 (1938), pp. 59 114.

Giovanni Rinaldi
VII. Iconografia. - Il profeta D. appare fin dalle prime rappresentazioni dell'arte cimiteriale nudo fra i due leoni, secondo l'interpretazione di Dan. 14, 30-31. Talora è raffigurato nella fossa e, più di rado, mentre abbatte l'idolo, con chiaro riferimento al valore profetico dal gesto. Nell'iconografia danielica è, infatti, assai evidente il riposto significato simbolico dell'accostamento del martirio del profeta a quello del Redentore.

Il tema di D. fra i leoni entra nel repertorio iconografico dei primissimi pittori cristiani: lo si trova allora in molti affreschi delle catacombe, dal cimitero di Domitilla alla cripta di Lucina, alla vigna Cassia a Siracusa; nelle sculture dei sarcofagi, nei vetri istoristi, in piccole lucerne di terracotta e in molte altre suppellettili funerarie, assai copiose dopo il sec. III. La stessa scena si ripete in un potente rilievo bizantino, assegnato al sec. vi sulla facciata della chiesa dei SS. Giovanni e Paolo a Venezia e in un frammento di ambone marmoreo, del sec. ix, nel chiostro del duomo di Novara.

La grande teca eburnea del Museo Cristiano di Brescia, del sec. IV, che riprende motivi dei sacrcofagi di Roma, presenta invece la scena di D. nella fossa con Halsecuc che gli porge il cibo; la stessa connessione dei due episodi, con l'allusione all'Eucaristia, si ritrova in una scultura della prima metà del sec. xir sulla porta posteriore della chiesa di S. Pedele a Como.

Con il decadere dell'uso delle rappresentazioni bibliche, le storie di D. furono poche volte oggetto di interesse per gli artisti rinascimentali e moderni. Ma nel novero dei profeti, spesso raffigurati dal Cinquecento in giù nei pennacchi delle cupole, negli interspazi delle finestre ecc., a scopo di decorazione delle parti architettoniche, non manco mai D., anche se la trattazione si limitò alla sola figura del profeta in atto di leggere o scrivere i sacri testi. Se ne veda l'esempio mirabile di Michelangelo nella vòlta della Cappella Sistina.

Bibl.: E. Le Blant, Notices sur quelques représentations antiques de D. dans la fosse aux liens, in Mélanges de la Société antia., 1874, pp. 67-78; Wilpert, Pitture, passim; id., Sarcofagi, passim; P. Toesca, Il Medioevo, Torino 1927 (v. indice).

Giovanni Carendente
VIII. Apocripo di D. - Libro attribuito a D. sotto vari titoli (profezie, visioni, interpretazioni di D.), attestato a partire dal sec. viri d. C. Sostanzialmente, nelle diverse forme, rifà la serie dinastica dei re di Costantinopoli, imitando il libro sacro di D.

Degli originali, in greco, fu edita un' «apocalisse di D. ", opera di Metodio di Patara, nei Monumenta SS.PP., I, Basilea 1569, pp. 93-99. Vari manoscritti boheirici
del D. canonico ne conservano una versione copta (G. Baldelli, Daniel captomemphiticus, Pisa 1849, pp. 103-12); i manoscritti della versione armena l'aggiungono al testo canonico, con il titolo "settima visione di D." (G. Kalemkiar, Die siebente Vision Daniels, in Wiener Zeitschr. f. die Kunde d. Morgenl., 6 [1892], pp. 109-36).

Un'altra "apocalisse di D. ", di forma diversa, pubblicò E. Klostermann, Die Apokalypse des Propheten Daniel, in Analecta zur Septuaginta, Lipsia 1895, pp. 113 -20.

Bibl.: C. Tischendorff, Apocalypses apocryphae, Lipsia 1866; E. Klostermann, Zur Apokalypse Daniels, in Zeitschr. f. altt. Wiss., 13 (1895), pp. 47-50; F. Macier, L'apocalypss arabe de Daniel, Parigi 1904.

DANIELE, santo. - Stilita del sec. v. Si è bene informati delle vicende di questo anacoreta, il primo a introdurre in Bisanzio l'uso delle colonne di penitenza, da una Vita contemporanea, la quale, malgrado il suo carattere taumaturgico e leggendario, comune all'agiografia orientale, collima ottimamente con le date e con i fatti storici del tempo. D. nacque a Meratha (Samosata in Siria) il 409, e fanciullo di 12 anni abbracciò la vita monastica. Conobbe il primo stilita s. Simeone e ne fu ammiratore; arrivò a Costantinopoli e abitò dapprima come solitario in un antico tempio pagano, poi montò sulla prima colonna (ne ebbe tre) l'a. 460 , e in questo genere di vita, ammirato dal popolo, dai vescovi e dagli imperatori, perseverò fino alla morte, nel 493.

Tra i fatti della Vita di D. il caso più interessante per gli usi ecclesiastici di quell'epoca viene dato dalla sua ordinazione sacerdotale a distanza, e perfino contro l'umile riluttanza del Santo, eseguita dal vescovo Gennadio per volontà di Leone I imperatore.

Bibl.: H. Delchaye, Vita s. Danielis Stylitae, in Analecta Bolland., 32 (1913), pp. 131-229; id., Les saints stylites, BruxellesParigi 1923, con l'ed. critica della Vita antica; E. Dawes-N. Baynes, Three Byzantine saints, Oxford [1948], pp. 1-87.

Emonuele Candel
DANIELE. - Abate in Scete, vissuto nel sec. vi e m. dopo Giustiniano (565). Nei testi che ci restano sulla vita di D. è difficile distinguere i fatti storici dai leggendari. I seguenti potrebbero sembrare storici. Ancor giovane si fece monaco nello Scete (Wadi en-Najriin). Fu fatto schiavo dai nomadi, ma poi poté ritornare in Scete. Fatissi una gran fama, abbandonò Scete e pose la sua dimora nel Delta presso il villaggio di Zambok (cf. E. Amélineau, La géographie d'Egypte à l'époque copte, Parigi 1893, p. 476), dove costruì un piccolo monastero; ivi morì e fu sepolto. E molto venerato dai Copti e dagli Abissini (Sinassario arabo, 8 del mese di basceno e Sinassario etiopico, 8 del mese di Gēnbôt).

I testi che ci sono restati sulla vita di D. sono i seguenti : il testo greco, originale, edito da L. Clugnet Vie et récits de l'abbé Daniel (in Revue de l'Orient chrétien, 5 [1900], pp. 50, 254-370); il testo siriaco edito da F. Nau (ibid., p. 391); quello copto da I. Guidi (ibid., p. 553 e 6 [190 I, p. 51); quello arabo, ancora inedito (cf. G. Graf, Geschichte der christlichen arabischen Literatur, Città del Vaticano 1944, p. 405); quello etiopico edito da L. Goldschmit e E. Pereira (Vita de Abba Daniel, Lisbona 1897) e corretto da I. Guidi Vie de l'abbé Daniel (in Revue de l'Orient chrétien, 6 [1901], p. 54).

Bibl.: Oltre le note premesse dai vari editori alle edizioni suddette, cf. P. van Cauwenbergh, Etude sur les moines d'Egypte depuis le Concile de Chalcédoine jusqu'd l'invasion arabe (641). Parigi-Lovanio 1914, pp. 10-29, 84-85; L. T. White, The monasters of Wâdi en-Natnûn, Nuova York 1922, pp. 541-48.

Saverio Pericoli Ridolfini
DANIELE e compagni, santi. - Francescani, martirizzati in Ceuta nel Marocco il 19 ott. 1227. I loro nomi sono D., Agnello, Samuele, Donnulo,

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CHIESA DETTA "DI MARMO, riedificata nel 1894 da F. Meldahl - Copenaghen.

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[⁰]
[⁰]:    Disegno sequerellato di Sandro Botticelli - Biblioteca Vaticana, Cod. Regin. Int. 1896.

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Leone e Niccolò. Secondo il Wadding, D., ministro provinciale di Calabria, era oriundo di Belvedere nella stessa regione, s. Niccolò di Sassoferrato, e s. Donnulo di Montalcini. Degli altri si ignora la provenienza. Nei primi mesi del 1227 partirono per il Marocco, e sbarcarono a Ceuta, stabilendosi dapprima nei sobborghi della città. Ai primi di ott. entrarono in città a predicarvi il Vangelo. Tratti in arresto, il ro ott., dopo vari processi e tentativi per farli apostatare, confessatisi e animatisi reciprocamente, furono decapitati. La festa si celebra lo stesso giorno.

Biol.: Acta SS. Octobris. VI, ed. Parigi 1868, pp. 384-92; Chronica XXIV Generalium Ordinis Minorum, in Analecta Franc., III, Quaracchi 1897, pp. 32 sg., 613-16; D. Zangari, I sette frati minori di s. Francesco d'Ascisi martirizzati a Ceuta nel Marocco, Napoli 1926; Wadding, Annales, II, p. 29 sgg.; F. Russo, Le fonti della passione dei ss. Martiri di Ceuta, in Miscell. Franc., 34 (1934), pp. 113-17, c 350-56.

Alberto Chinato
DANIELE da Samarate. - Missionario cappuccino, al secolo Felice Rossini, n. l'ri giugno 1876, entrò fra i Cappuccini lombardi nel 1891, parti per la missione dell'Alto Brasile nel 1898. Si distinse in modo particolare nella direzione della colonia di S. Antonio do Prata. Nella cura degli infermi contrasse la lebbra. Dopo inutili tentativi di guarigione in Italia, volle far ritorno nella missione, per rinchiudersi nel 1914 nel lebbrosario di Tocunduba (Pará), dedicandosi all'assistenza spirituale dei malati. Questa carità eroica, nella quale perdurò fino alla morte ( 19 maggio 1924) gli meritò il titolo di "apostolo dei lebbrosi".

Biol.: Annali Francesconi, 55 (1924), pp. 161-80, 441-83; Ezechia da Isco, P. D. da S., 2^{°} ed., Milano 1938.

## Torino da Milano

DANIELE da Volterra (Daniele Ricciarelli). - Pittore e scultore, n. a Volterra ca. il 1509, m. a
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(fot. Alinari)
Daniele da Volterra - L'Assunta. Affresco nella Cappella della Rovere nella Chiesa della Trinità de' Monti. L'ultima figura a destra, in atto d'indicare l'Assunta, è Michelangelo - Roma.

Roma il 4 apr. 1566. La sua prima educazione pittorica, attestataci dal Vasari e soprattutto dal giovanile dipinto della Giustizia (Volterra, pinacoteca), avvenne alla scuola del Sodoma e del Peruzzi. Recatasi giovanissimo a Roma fu scolaro di Pierin del Vaga e suo aiuto nella cappella del Crocifisso in S. Marcello, la cui decorazione condusse a termine.

A contatto con l'ambiente artistico romano, sentì profondamente l'influsso di Michelangelo pur accogliendo nella sua arte motivi ed accenti raffaelleschi, come è possibile riscontrare nel bellissimo fregio con le Storie di Fabio Massimo (Roma, palazzo Massimo) ineguale di tono e pieno ancora di ricordi del Sodoma e del Beccafumi. Tra il 154 I e il ' 46 , D. da V. affresca con Storie della Croce la cappella Orsini nella chiesa della Trinità dei Monti in Roma: non ne resta oggi che una Deposizione - assai male conservata - nella quale l'arte di D. da V. raggiunge la sua più alta espressione nell'ambito di una intelligente e profonda aderenza spirituale e formale al mondo di Michelangelo. Esegui nella stessa chiesa un'Assunta (unico dipinto di sua mano nella decorazione della cappella Della Rovere interamente condotta da scolari), opera meno sentita e macchinosa. La tavoletta degli Uffizi con la Strage degli Innocenti da lui firmata, se nel digradare dei piani e nel rigoroso bilanciarsi delle masse fa pensare piuttosto a Raffaello, nella potenza scultorea dei singoli gruppi è sempre profondamente michelangiolesca. Per ordine di Paolo IV, D. da V. rivesti i nodi nel Giudizio universale di Michelangelo onde fu detto "Braghettone". Michelangiolesco anche come scultore, le uniche opere di scultura che di lui ci restino sono il vigoroso busto in bronzo del Buonarroti e le eleganti decorazioni in stiocco della sala Regia in Vaticano.

Biol.: G. Vasari, Vite dei più eccellenti pittori, scultori, et architetti, ed. Milanesi, VII, Firenze 1881, pp. 35 sg., 49 sgg.; L. Langi, Storia pittorica dell'Italia, II, Bassano 1796, p. 103; Venturi, IX, 6, p. 249 sgg.; H. Voss, Die Malerei der Spätrenoissance in Rom und Florenz, I, Berlino 1920, pp. 120 sg.; M. L. Mez, D. da V., in Bollettino d'arte, 27 (1933), p. 459 sgg.; W. Stechow, Rietisnelli, D. da V., in ThiemeBecker, XXVIII, p. 257 sgg. (con ampia bibliografia).

Luigi Grassi
DANILEVSKIJ, Nikolaj Jakovlevic. - Scrittore politico russo, n. a Mosca il io dic. 1822, m. a T'iflis il 19 nov. 1885 , famoso soprattutto per un suo libro La Russia e l'Europa (Pietroburgo 1871) nel quale, forse non a torto, si volle vedere espresso, da un uomo che non ricopriva cariche politiche, un pensiero gradito ai dirigenti della politica estera russa.

Fautore di un ideale panslavo, egli sognava una grande federazione dei popoli slavi, racchiudente pure la Grecia e la Romania, con la Russia a capo e Costantinopoli per capitale. Minore importanza ha un suo lavoro intitolato Il darsinismo (ivi 1885). La figura del D. è stata rievocata frequentemente in epoca recente per taluni spunti del suo pensiero che sembrano adombrare orientamenti attuali della politica estera dell'U.R.S.S.

Biol.: N. Miliukov, Iz istorii russkoj intelligencii (Dalla storia dell'sintelligenza "russa), Pietroburgo 1902; E. Lo Gatto, Storia della Russia, Firenze 1946, pp. 615-16; W. Giusti, Il panslavismo, ivi 1946.

Wolf Giusti
DANIMARCA. - Stato dell'Europa settentrionale, costituito da una parte continentale, la penisola dello Jutland, saldata alla Germania, e da un arcipelago di ca. 500 isole.
I. Geografia. - Nel paese, tutto pianeggiante o appena ondulato (altezza massima 172 m .), le isole e le regioni orientali dello Jutland, caratterizzate dalla fertilità delle fini argille glaciali che le ammantano, contrastano con il settore aperto verso il Mare del Nord, dove dominano sterili lande sabbiose. Il clima è temperato

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Danimarca - 1) Confini di Stato; 2) Confini di circoscrizione ecclesiastica; 3) Ferrovie.
marittimo, ma con evidenti riflessi continentali (inverni assai rigidi ed estati calde) e scarse precipitazioni. Mancano corsi d'acqua notevoli.

L'economia della D. è fondata su di un'agricoltura specializzata (orzo, avena, frumento, patate, foraggio), ed un allevamento (bovini, suini, animali da cortile) destinato alla esportazione di prodotti (burro, formaggio, carne, lardo, salumi ed uova) richiesti dai mercati vicini (Inghilterra, Germania, Svezia, Norvegia, ecc.). Con questi la D. mantiene un commercio attivissimo, che le garantisce le materie prime di cui manca e che sono necessarie alle sue industrie.

La popolazione, assai più densa nelle isole, conta 4,2 milioni di ab., etnicamente molto omogenei ( 96,5 \% Danesi), e per la quasi totalità ( 98,8 \% ) protestanti. Tre sole città superano i 100 mila ab. La capitale, Copenaghen, nell'isola di Själland (oltre I milione di ab.), è uno dei più attivi porti dell'Europa settentrionale; Aarhus ( 110 mila ab.), la città più importante ed il principale porto dello Jutland. Frederiksberg ( 115 mila ab.) rientra nell'agglomerato urbano di Copenaghen.

La D. è una monarchia costituzionale ereditaria con rappresentanza bicamerale, eletta a suffragio universale esteso anche alle donne. Possesso danese è la Groenlandia. Fär Öer, arcipelago di 22 isole con 29.000 ab., era un tempo governato da un prefetto danese. Dal 30 marzo 1948 si reggono in forma autonoma.

Bibl.: D. Bruun. Danmark, Land og Folb, Copenaghen 1919-24; J. F. Trap. Kongeriget Danmark, 191920-30; T. Norling. Danmark, Geografi, ivi 1922; C. Holland, Denmark, a modern Guide to the Land and its People, Londra 1927; A. Nielsen, Dämische Wirtschaftsgeschichte, Jena 1933; M. Edelberg, Denmark in Wood and Picture, Copenaghen 1932; A. Rothery, Le Danemark dans le monde, Parigi 1938; P. Palmer, Denmark, Londra 1945; Minist. des affaires étrangères, et Départm. des statistiques, Le Danemark (annuale).

Giuseppe Caraci
II. Storia civile ed ecclesiastica. - Il cristianesimo penetrò relativamente tardi in D. La Chiesa cattolica vi toccò il suo fastigio nell'alto medioevo. La riforma luterana con un atto di violenza politica le preparò nel 1536 una rapida fine.

La legge sulla libertà di culto del 1849 creò le condizioni d'una silenziosa e lenta ripresa.
I. La Chiesa nel medioevo (8261536). - I primi tentativi di evangelizzazione della D. furono fatti da s. Willibrordo di Utrecht (710) e da Ebbo arcivescovo di Reims (822), ma il merito di aver posto le basi dell'opera missionaria che doveva conquistare il paese, spetta a s. Ansgario, che, venutovi nell'826, fondò le prime due chiese di Hedeby nello Slesvig e di Ribe. La sua opera fu continuata, sebbene con poco successo, dagli arcivescovi di Ambur-go-Brema, e fu solo dopo la conversione del re Harald Blaatad ( 960 ) che la missione poté progredire. Nel 948 erano stati intanto istituiti i tre vescovati di Slevig, Ribe e Aarhus nel Jylland : nel 965 segui l'istituzione di quello di Odense nell'isola Fyn. Sotto Knud il Grande (1018-35), il cui dominio si estendeva anche all'Inghilterra e alla Norvegia, la vita religiosa prese un potente sviluppo, aiutata dall'opera missionaria di monaci anglosassoni. Così nel 1022 venne istituito il vescovato di Roskilde nello Själland. Sotto Svend Estridsen (1047-74) e l'arcivescovo Adalberto l'organizzazione della Chiesa poté dirsi compiuta. Nel 1048 sorsero nella Sveania (Svezia) i vescovati di Lund e Dalby (riunito a Lund nel ro6o), nel ro6s quelli di Viborg e di Vestervig (trasferito più tardi a Borlom). Nel 1104 gli otto vescovati vennero staccati dalla dipendenza metropolitana di Amburgo-Brema e costituiti in provincia autonoma sotto l'arcivescovato di Lund. Sotto il re Valdemaro II, il Vincitore (1202-41), la D., nell'intima collaborazione della Chiesa e dello Stato, giunse al più alto grado del suo sviluppo politico e culturale.

L'arcivescovo Anders Sunnesøn (1221-23) si distingue nella letteratura, Saxo Grammaticus nella storia, Gunners di Vibory (1222-51) nel diritto (v. sotto). Studenti danesi frequentano in gran numero le Università di Parigi, Bologna, Padova; e gli scritti logici di un Simone, di un Martino, di un Boethius, d'un Giovanni de Dacia acquistano fama nel campo della scolastica. Nel solo sec. XII vennero costruite ca. 2000 chiese in muratura, e a quel secolo e al seguente risalgono tutte le cattedrali romaniche e gotiche del paese. Durante questo periodo i rapporti culturali con la Francia sono ampi e profondi. Questo moto d'ascesa s'arresta nell'età seguente e decade. Gli anni dal 1241 al 1340 sono contrassegnati dall'interno dissoluzione delle forze della Chiesa e dello Stato, agitati da violente discordie e dalla lotta dei due poteri. Essa toccò il suo culmine durante il

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vescovato del coraggioso difensore dei diritti della Chiesa, l'arcivescovo Jakob Erlandson (1254-74), e sotto il suo successore Jens Grand. Fu solo con l'avvento di re Valdemaro Atterdag (1340-75) che la situazione potr dirsi superata. La figlia di questi, la saggia e pia regina Margherita (13751412) riunì con l'unione detta di Kalmar (1397) i tre regni del nord, e creò le condizioni al rifiorire della Chiesa. Nel 1523 la Svesia sotto la guida di Gustavo Vasa si rese indipendente, mentre la Norvegia rimase unita alla D. fino al 1814. Nel 1479 Cristiano I fondò, con l'approvazione del Pa pa, l'Università di Copenaghen. Durante questo periodo la vita religiosa, malgrado non poche difficoltà csterne, ebbe una nuova, per quanto breve fioritura nella letteratura e nell'arte. La D. aveva nel medioevo ca. 24 monasteri di Benedettini, 15 di Cistercensi, 7 di Premostratensi, 26 di Domenicani, 30 di Francescani, 11 di Carmelitani, 9 di Agostiniani, 2 conventi di Brigidine. Tra i santi
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Danimarca - Cartina storica ecclesiastica della D.
danesi meritano speciale menzione: il re Knud (m. nel 1086), il duca Knud (m. nel 1131), Kjeld di Viborg (m. nel 1150) e l'abate Guglielmo (m. nel 1203).
2. Dalla riforma del 1536 alla legge del 1849. - Sotto il regno di Federico I (1523-33) la riforma tedesca cominciò a diffondersi anche in D., acquistandovi sempre più larga influenza. Nel 1527 i luterani ottennero la parità con i cattolici. Il moto di riforma cattolico guidato dal provinciale dei Carmelitani, Paolo Helgesen, non ebbe la forza di contenere la rivoluzione politico-religiosa. Nel 1536 re Cristiano III con un colpo di Stato proclamò il luteranesimo religione nazionale: i vescovi vennero arrestati, i beni della Chiesa confiscati e i monasteri aboliti. Il riformatore tedesco G. Bugenhagen ordinò i primi vescovi protestanti, e la successione apostolica venne interrotta.

Nell'età seguente il cattolicesimo venne interamente sradicato con una serie di misure violente. La «legge danese" del 1683 proibì sotto pena di morte ai preti cattolici di soggiornare nel paese; contro il passaggio alla religione cattolica venne comminato l'esilio e la confisca dei beni. Solo agli ambasciatori stranieri e al loro personale, ai cattolici stranieri e al loro personale era concesso l'esercizio privato del loro culto. I cattolici stranieri ottennero limitata libertà di culto nella città libera di Fredericia. Sorsero così stazioni missionarie in Copenaghen e in Fredericia, e la loro cura fu tenuta dai Gesuiti. Isti-
tuito il vicariato apostolico delle Missioni del nord, esso venne esteso nel 1678 anche alla D. sotto il vescovo danese Niels Stensen, che nel 1667 era passato in Firenze alla fede cattolica.
3. L'età moderna. - La legge del 1849 diede ai cattolici intera libertà di culto. Il 7 ag. 1868 venne istituita in D. una prefettura apostolica sotto H. Gruder. Sotto il suo successore, il vescovo Giovanni von Euch, e precisamente il 15 marzo 1892, la prefettura venne trasformata in vicariato apostolico, e da allora la giovane missione prese sviluppo.

Alla morte di von Euch, nel 1922, la D. contava 29 comunità cattoliche, con 19.750 fedeli. Nel 1849 erano non più di 500 . Al von Euch successe il vescovo Giuseppe Brems, premostratense, e tra il 1922 e il 1938 vennero costruite ca. 30 tra chiese e cappelle. Nel 1931 venne ripresa la missione nelle Fär Öer, mentre in Islanda venne istituita, nel 1923, una prefettura apostolica. Dal 1938 il vicariato di D. è tenuto dal vescovo G. Teodoro Suhr, benedettino danese, che, malgrado le difficoltà della guerra, riuscì a mantenere immutata la posizione raggiunta dalla Chiesa. Nel 1942 il vicariato aveva alle sue dipendenze: 37 parrocchie, di cui 9 in Copenaghen, 30 scuole cattoliche e 19 ospedali. Delle parrocchie, 14 erano tenute da clero secolare, e 23 da Ordini religiosi. La Chiesa contava 22.000 anime, di cui 7000 nella capitale. Si calcola che le conversioni procedano con una media di 150-200 l'anno. Le comunità sono quindi in gran parte costituite da convertiti.
A. Otto

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III. Letteratura - Accenni ad un popolo danese, nettamente differenziato dalle altre popolazioni germaniche e scandinave, si trovano sin dal sec. Iv, ma nessun'opera di questo periodo sussiste nella sua forma originale. Iscrizioni runiche contengono echi di canti orali in onore di dèi e di eroi, e qualche saggio di questi ultimi rimane nella traduzione latina di Saxo Grammaticus.

I primi documenti letterari, per lo più in latino, risentono degli influissi del cristianesimo, introdotto in D. verso il rooo. Depositaria della cultura sara, per diversi secoli, la Chiesa, che immette la D. nella cultura europea.

Tra le opere di edificazione religiosa in latino è da ricordare l'Hexaemeron di Anderz Sunneson, racconto della creazione del mondo e "summa" della dottrina cristiana del tempo; in danese si hanno alcune leggende di santi (v. la vita di s. Knud), preghiere, salmi (famoso Den signede Dag) ed inni alla Vergine.
Interesse letterario e storico offrono le raccolte di leggi composte nel sec. xiri : la scienza del diritto tocca il suo vertice nel codice dello Jutland (Tyshe Law) redatto dal vescovo Gunners di Vibory. A sacerdoti sono in gran parte dovuti dizionari latino-danesi e opere di divulgazione. La storiografia, in origine cronaca di chiostri (tranne la Cronaca di Roskilde, che va dall'826 al 940) vanta all'inizio del sec. xiri un'opera fondamentale per la conoscenza della più antica storia danese (dal mitico re Dan al 1185 ca.) nelle Gesta Danorum dell'ecclesiastico Saxo Grammaticus.

Con l'affermarsi del cristianesimo la nobiltà danese, entrata nell'orbita internazionale del mondo cavalleresco, partecipa alle Crociate, conosce, almeno nella poesia, l'amor cortese e si compiace di racconti cavallereschi e di romanze di origine francese (Eufemia Viserne).

Più originali, nella intonazione e nel contenuto, le numerose canzoni a ballo (Folkeviserne) ugualmente sorte nel mondo dell'aristocrazia e tramandate oralmente per secoli in ogni strato della popolazione; raccolte e pubblicate per la prima volta da Anders Sorensen Vedel nel 1591, formeranno materia di ispirazione per i poeti romantici danesi. Interessante notare che esse sono legate, nella melodia, al ritmo del canto gregoriano.

L'influenza della Chiesa sulla cultura si indebolisce con l'Umanesimo e con il Rinascimento, quando gli studi biblici intrapresi dai laici ed una nuova indifferenza di fronte all'autorità ecclesiastica preparano anche in D. un terreno favorevole alla Riforma, che nel 1536 è un fatto compiuto : ai testi cattolici subentra una nuova letteratura religiosa di intonazione protestante di origine tedesca, ben presto tradotta e assimilata. Ultima voce del cattolicesimo danese è quella del carmelitano Poul Helgesen, accanito difensore della Chiesa di Roma, pur tra censure alla corruzione di alcuni suoi membri.

Da parte protestante si ricordano, oltre gli scritti di teologia di Niels Hemmingsen, le due raccolte di salmi di Hans Tausen e di Claus Mortensen, e la cosiddetta Bibbia di Cristiano III, opera per la maggior parte dell'umanista Christian Pedersen, fondamentale per la
storia della lingua danese. Infatti, come in Germania, cosi anche in D. il moltiplicarsi di traduzioni e di scritti religiosi nei primi anni della Riforma molto contribui allo sviluppo della lingua. Valido alleato del nuovo assetto religioso fu il teatro, allora agli inizi : basti menzionare i drammi biblici di Hieronymus Justesen Ranch (m. nel 1603 ).

Tra gli storiografi, meno legati al rigido criterio cronologico dei predecessori, si segnalano Anders Sorensen Vedel e Arild Huitfeldt, autore di una cronaca
dell'egno di D. (Danimarka Riges Kronike).

Dopo l'invenzione della stampa, grande diffusione ebbero tra il popolo avventurose storie (traduzione per la maggior parte di Volksbücher tedeschi) su Carlomagno, Oggeri il danese ed altri eroi popolari.

Il '6oo rappresenta per la D. il secolo della erudizione: la poesia tace quasi del tutto; sovrani dominano:l'ortodossia protestante, il più rigido formalismo religioso e gli studi scientifici, svincolatisi ormai dalla teologia e dalla superstizione.

Sia negli scritti scientifici che in quelli storici continua a dominare la lingua latina: in latino viene pubblicata da Erik Pontoppidan la prima grammatica della lingua danese ( 1658 ). Unico vero poeta il vescovo Thomas Kingo (1654-1703) i cui salmi, pieni di forza pur nell'esuberante forma barocca, si cantano ancora nelle chiese protestanti danesi. Dimenticate sono invece le altre opere poetiche del secolo, di un freddo gusto classicheggiante o di un falso tono pastorale alla francese. In versi alessandrini è il primo giornale danese (Den danshe Mercurius, 1666-77). Al di fuori del mondo della scienza e della letteratura sono le vivaci memorie di prigionia (Tannners Mlinde) di Leonora Christina Ulfeldt l'infelice figlia di Cristiano IV.

Nel '700 più forte si fa in D. l'influsso del grand siècle francese. La figura più notevole del secolo è quella di A. Holberg ( 1684-1754 ) norvegese di nascita, danese per educazione, cosmopolita sia per la sua formazione spirituale illuministica e settecentesca che per la sua diretta conoscenza dell'Europa contemporanea. Con lui, la D. ha finalmente uno scrittore di significato europeo. Se i suoi scritti storici, filosofici e satirici in prosa e in versi sono oggi noti solo agli studiosi, le sue commedie (Den politishe Kandestafer [ \times Il calderato polittcante ·], Jean de France, feppe paa Bjerget ed Erasmus Montanus) vengono tutt'ora rappresentate con successo in Scandinavia; esse associano una rozza e rapida sis comica di tono popolaresco a un freddo e raffinato razionalismo di tono aristocratico. L'illuminismo settecentesco di Holberg è tutto nel suo romanzo satirico in latino Nicolai Klimii iter subterraneum, ispirato alle Lettere persiane di C. L. di Montesquieu e si Viaggi di Gulliver di J. Swift.

Come il '6oo, anche il '700 non è un secolo favorevole alla poesia: si ricordano i salmi di intonazione pietistica di H. A. Brorson (1694-1764) rielaborati in gran parte dal tedesco, e le fresche composizioni poetiche di Ambrosius Stub (1705-58).

Il periodo di pace e di benessere che va dal 1720 al 1801 favorisce il consolidarsi di una borghesia colta, attenta lettrice di giornali e di riviste (diffu-

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sissimo Den danske Spectator), interessata ad opere di divulgazione scientifica ed a riforme sociali, più che alla poesia ed alle speculazioni del pensiero, vagamente deista in religione. In un paese che pacificamente ricercava il suo equilibrio sociale, le ideologie della Rivoluzione Francese non potevano trovare che scarsa eco; unica voce favorevole è quella del liberale P. A. Heiberg (1758-1841), autore anche di note canzoni conviviali.

Non pochi giovani tuttavia, insoddisfatti dell'ottimismo illuministico, soffocati dalla rigida ortodossia della Chiesa di Stato ed entusiasmati dalla lettura di Klopstock, di Young e di Ossian, fecero propria la reazione alla letteratura ed al teatro francesi iniziatasi in Germania. Le regole del dramma classicistico furono scalzate soprattutto dalla parodia Kærlighed uden stramper "Amore senza calze» di J. Wessel ( 1742-85 ), norvegese di nascita e morto giovane dopo una vita irrequieta e disordinata, il quale, con J. Ewald (1743-81), poeta sentimentale e drammaturgo di ispirazione "nordica", anticipa il romanticismo danese, che prevarrà nel secolo seguente, nonostante l'opposizione di K. L. Rahbek.

Figura di transizione tra classicismo e romanticismo è J. E. Baggesen (1764-1826), che concilia il gusto settecentesco con la nuova tendenza al sentimento e all'entusiasmo. Della sua numerosa produzione, sia in lingua danese che tedesca e comprendente poesie liriche ed epiche, epistole in versi, descrizioni di viaggio e polemiche letterarie, varrà ricordare specialmente Labyrinthen (1792-93). Attirato e respinto nello stesso tempo dal romanticismo, si oppone ad esso in una feroce e sfortunata polemica di 6 anni contro A. Geldenschläger (1779-1850), l'iniziatore ed il principale rappresentante del romanticismo danese. Lettore appassionato di Goethe, di Schiller, di Klopstock e di J. Ewald, egli fu convertito alle idee romantiche nel 1802, dopo un colloquio con il norvegese H. Steffens. Nella sua opera si ravvisano la tendenza principale del romanticismo danese ad evadere dalla realtà, sia nel tempo (verso le antichità nordiche: Guldhornene; drammi e racconti ispirati all'Edda, o il medioevo: ballate, romanze, drammi), sia nello spazio (verso l'oriente : Aladdin; o l'Italia: Correggio). Con Jesu Christi gentagne Liv iden aarlige Natur riporta il cristianesimo dal mondo del razionalismo a quello della poesia, mentre in Set. Hansaften Spil rappresenta magistralmente un idillio romantico nella cornice della Copenaghen contemporanea.

E questa l'età dell'oro per la letteratura danese in cui operano A. W. Schack Staffeld (1769-1826) tedesco di origine ma danese per elezione, D. S. Ingemann (1789-1862) autore di tristi elegie, di lunghi romanzi storici e di delicati salmi pervasi di amore per la natura, e Carsten Hauch (1790-1872) scienziato e poeta.

La figura più significativa del secolo è però forse quella di N. F. S. Grundtvig (1783-1872), risvegliatore della coscienza popolare danese nel campo nazionale e religioso, anima dello scandinavismo, annunciatore di un "cristianesimo lieto", autore di salmi ispirati e di poderose opere storiche. Alle scuole superiori per il popolo, da lui ideate e subito diffusesi anche in Svezia ed in Norvegia, è in gran parte dovuto l'alto livello di educazione politica e sociale dei popoli scandinavi.

Verso il 1824 la letteratura danese giunge ad una nuova svolta : lo stabilizzarsi della situazione politica ed
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(per cortesia del p. P. Langsted, redentorista)
DANIMARCA - Facciata della chiesa di S. Albano (soc. xx) - Odense.
economica suscita un nuovo interesse per la realtà, sopisce il desiderio di evasione. Poul Møller (1794-1838) dichiara menzogna ogni poesia che non venga dalla vita, e S. S. Bücher (1782-1838) non cerca per i suoi racconti romantici altra cornice che quella dello Jutland natale. La forma, trascurata dai primi romantici a vantaggio del contenuto, viene rimessa ora in valore specialmente per opera di J. L. Heiberg (1791-1860) banditore del verbo hegeliano, sottile critico letterario e autore di vaudevilles e di poetiche fantasie. L'aumentato interesse per la forma non pregiudica la ispirazione poetica di C. Vinter (1796-1876) e di E. Aarestrup (1800-56), fondamentalmente romantiche. Nella poesia di L. Bødtcher (17931874) l'Italia non è più evasione della fantasia, ma dolce ricordo di una esperienza vissuta.

Ultimo dei romantici H. C. Andersen (1805-75), conosciuto in tutto il mondo per le sue fiabe solo apparentemente candide ed infantili. Lontanissimo dal mondo della fiaba, S. Kierkegaard (1813-55) viveva intanto la sua esperienza religiosa intesa alla ricerca di un cristianesimo che non fosse solo dottrina, ma essenza stessa della vita; ma la sua feroce e acuta polemica contro l'hegelianesimo di Heiberg e la lieta religione di Grundtvig rimase senza eco. Per Kierkegaard tre sono gli stadi della vita umana sulla via di Dio: uno estetico, uno etico ed uno religioso : per Paludan Müller (1809-76) invece, l'autore di Adam Homo, poderoso e ambizioso romanzo di tipo faustiano, il momento che conta è quello etico. Lontana da ogni speculazione filosofica, ma aderente alla realtà quotidiana, è l'opera di

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(per cortesia del p. P. Langsted, redenterista) Danimarca - Interno della chiesa di S. Anna (scc. xx). Copenhagen.
M. A. Goldschmidt (1819-87), giornalista fortunato, autore di racconti di argomento ebraico e di lunghi romanzi. Segue un periodo non particolarmente favorevole alla letteratura; delle sorgenti tendenze liberali e scandinaviste si ha un'eco specialmente nella poesia dei giovani. Da ricordare i quadri di vita studentesca di C. Ploug (1813-94) e di J. C. Hostrup (1818-92). Rimasta per qualche decennio al margine della vita europea, la D., duramente risvegliata dai suoi sogni scandinavistici dalla sconfitta del ' 64 e dalla perdita dello Schleswig-Holstein, si inserisce nuovamente nella corrente del pensiero europeo da quando, nel 1871, G. Brandes (18421927) si fa banditore delle ultime conquiste del positivismo europeo nel campo estetico e letterario. Troppo individualista per fondare una scuola, Brandes esercita tuttavia una grandissima influenza su tutta la gioventù danese. Alle idee da lui professate si ispirano, almeno inizialmente, J. P. Jacobsen (1847-84) e H. Drachmann (1848-1908), autore il primo di racconti e romanzi naturalistici (Mogens, Niels Lyhne e Maria Grubbe), fecondo poeta lirico il secondo, cantore specialmente del mare e della donna. La loro sensibilità per la forma esercitò una grande influenza sulla lingua. Ma l'ottimismo e la fede nel progresso degli scrittori naturalistici cede presto - anche per ragioni politiche - alla stanchezza e alla delusione, e gli scrittori delle nuove generazioni si limitano spesso a constatare e a descrivere i lati negativi della vita, senza fiducia o
speranza di poter ovviare ad essi : H. Pontoppidan (1857-1943) presenta cosi in lunghi romanzi la D. del suo tempo, amaramente consapevole della sua posizione di genio mancato. Minore amarezza nella decadente rassegnazione di H. Bang (1857-1912), il più grande romanziere impressionista danese. In opposizione sia al naturalismo che al minuto realismo degli impressionisti sorge anche in D. alla fine del secolo una corrente simbolista che trova il suo mezzo naturale di comunicazione in una poesia di tono mistico e astratto, di non sempre facile comprensione. Il maggior rappresentante di questa corrente è J. Jørgensen (n. nel 1866) : la sua lirica, preziosa e melodica, molto influenzata dal simbolismo francese, è quasi sconosciuta tra noi; molto note sono invece le sue ricostruzioni agiografiche, in cui l'amore della verità storica convive con un profondo afflato poetico (Vita di s. Francesco, di s. Caterina da Siena, di s. Brigida) : grande è stata l'influenza da lui esercitata dopo la sua conversione al cattolicesimo (1886) sui circoli cattolici scandinavi. Lontani da una definita fede religiosa sono invece gli altri poeti del circolo simbolista (Viggo Stuckenberg, Sophus Claussen). Lontanissimo dalla realtà, Helge Rode effonde intanto sentimenti e stati d'animo in liriche venate di panteismo. Negli anni immediatamente precedenti la prima guerra mondiale, problemi e interessi sociali divengono nuovamente attuali nel mondo della letteratura, specialmente per opera di autori di più umile origine. Si afferma in questi anni J. Jensen, scrittore fecondo e fortunato, ricco di fantasia e di senso linguistico, interprete del suo tempo e insieme evocatore delle glorie della "rinascenza nordica" in poderosi cicli di romanzi. Problemi sociali ed etici sono sempre presenti in J. Knudsen (1858-1930), H. Kidde (1878-1918), J. Skjoldborg (1861-1936) e J. Aakjaer (1866-1930) imitatore di S. S. Blicher. Dichiarato sostenitore del comunismo sin dai suoi inizi è stato M. Andersen Nexo, autore del fortunato romanzo Ditte Menneshebarn.

Scarsi gli echi, nella neutrale D., della guerra del 1914-'18: nel dopo guerra, nel campo della lirica più che nella prosa si distingue Valdemar Rørdam per raccolte di poesie (1918) nelle quali è profuso il senso della natura. Contro la civiltà materialistica che comincia a diffondersi, si eleva l'idealismo di J. Paludan; Tom Kristensen è invece il rappresentante del pessimismo corrosivo del tempo. Kaj Munk (1898-1944), pastore protestante e drammaturgo sincero ed efficace, caduto per mano tedesca si rese noto negli anni dell'occupazione nazista e dopo la liberazione, sia come scrittore sia come eroe della resistenza. Tra i suoi drammi è notevole Ordet (Il Verbo) inteso a dimostrare l'attualità del miracolo nel mondo moderno.

Birk.: Carl S. Petersen e W. Andersen, Illustreret dansk Litteraturhistorie, ivi 1925 sgg; J. Burgdahl, Dansk Digting fra den industr. Revolution til vore Dage (La poesia d