Verbo) inteso a dimostrare l'attualità del miracolo nel mondo moderno.
Birk.: Carl S. Petersen e W. Andersen, Illustreret dansk Litteraturhistorie, ivi 1925 sgg; J. Burgdahl, Dansk Digting fra den industr. Revolution til vore Dage (La poesia danese dal periodo della rivoluzione industriale fino ai giorni nostri), Copenhagen 1920.
Alda Manghi
IV. Ordinamento scolastico. - L'istruzione è ispirata alle dottrine di M. Montessori, F. G. Fröbel, N. F. S. Grundvig e H. Ravuholt. La frequenza è obbligatoria dai 7 ai 14 anni, ma può essere prolungata fino al 15^{°} anno di età. Particolare importanza, non solo educativa, ma pure politica hanno assunto le altre scuole popolari ideate da Grundvig che ne fondò la prima a Rødding nel 1844, e sono diventate i centri del movimento cooperativo danese con lo scopo di coltivare lo spirito di autogoverno e di solidarietà cristiana. Per incrementare questo movimento è
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stata fondata da Ravuholt l'Alta scuola cooperativa a Middelfart nel 1932. L'intero sistema scolastico è diviso in giardini d'infanzia di primo grado che seguono l'insegnamento della Montessori; in giardini d'infanzia di secondo grado che seguono l'insegnamento di Fröbel; in scuole popolari di campagna, divise in scuola preparatoria triennale e in scuola primaria quadriennale; in scuole popolari cittadine che comprendono le scuole elementari quadriennali e le scuole primarie triennali. Il sistema scolastico comprende inoltre le scuole complementari divise in giovanili serali, giovanili professionali agrarie, e in scuole popolari superiori, alle quali è annesso un internato della durata di 5 mesi per ragazzi e di 3 mesi per ragazze. Lo scopo di questo tipo di scuole è di formare il carattere e la personalità, e di provvedere all'insegnamento cristiano e nazionale dei giovani oltre i 18 anni di età. Il doposcuola obbligatorio che segue lo stesso indirizzo educativo della scuola superiore popolare è destinato agli scolari al di sotto dei 18 anni. La istruzione media comprende la scuola media quadriennale. Ad essa si aggiunge la scuola reale della durata di un anno o la scuola ginnasiale della durata di 3 anni che può seguire l'indirizzo scientifico o il moderno o il classico. L'istruzione superiore viene impartita nella Università di Copenaghen fondata nel 1479, nella Università di Aarhus fondata nel 1928, nel Politecnico di Copenaghen fondato nel 1829. Fra gli istituti superiori sono da citare inoltre: Alti Studi di veterinaria, Scuole di agricoltura, Istituto di ginnastica, Reale Accademia di musica, Reale Accademia delle belle arti, Reale Accademia di navigazione. - Vedi tav. LXXIX.
Bibl.: H. Ravuholt, The Danish Cooperative Movement, Copenaghen 1947.
Miroslav Stumpf
DANISI, Ignazio (Ignazio della Croce). Teologo agostiniano, n. a. Castellaneta (Taranto) nel 1717, m. a Napoli il 29 genn. 1784. Definitore e restauratore dell'Ordine, fondò l'Accademia Aletina (illustrata dal Muratori, Metastasio, Mazzocchi) per difendere ed esaltare l'Immacolata Concezione. Fu professore di dogmatica all'Università di Napoli.
Pubblicò varie opere oratorie e teologiche, tra cui: Dissertazione collo schiaffo e il pannolino che si usa nella Confermazione (ivi 1758); Revelatae religionis vindiciae (Napoli 1773); De veritate religionis chistianae (ivi 1776); De Deo Gratiae auctore (ivi 1782). Ha il merito di aver vigorosamente affermato i criteri oggettivi (miracolo e profezia) della Rivelazione divina contro il naturalismo e il delamo del sec. xviri.
Bibl.: Lorenzo da S. Michele, Elogio funebre di p. I., Napoli 1784; D. Capasso, Vita p. Ignatii a Cruce, ivi 1784; E. Borbo, La dottrina apologetica del p. I. D. della Croce, Roma 1944 (a pp. 3-20 la più recente biografia). Antonio Piolanti
D'ANNIBALE, Giuseppe. - Cardinale, tra i maggiori moralisti del secolo scorso, n. a Borbona (L'Aquila) il 22 sett. 1815 , m. ivi il 17 luglio 1892 . Compì gli studi nel seminario di Rieti, e, ordinato sacerdote nel 1839 , fu inviato come coadiutore dal parroco al paese natio dove, salvo una breve parentesi di insegnamento di teologia dogmatica nel seminario, rimase fino al 1851 , quando tornò in seminario professore di teologia morale. Vicario capitolare (18661872), indi vicario generale (1872-81), fu eletto vescovo titolare di Caristo il 1^{°} ag. 1882, e lasciò Rieti per assumere nell'Urbe l'ufficio di canonista della S. Penitenzieris. Consultore (25 apr. 1883) e poi assessore ( 14 marzo 1884) del S. Uffizio e canonico di S. Pietro, fu nel 1889 creato cardinale e poco dopo (maggio del 1889) nominato prefetto della S. Congregazione delle Indulgenze.
Ingegno sottile e profondo, stampo a Rieti il suo primo lavoro In const. "Apostolicae Sedis» commentarii (1873) che fu una rivelazione per l'erudizione e l'esattezza della dottrina, non che per la concisione dell'espressione, dote caratteristica del D'A. L'opera "di poca mole
e di gravissimo peso" (Civ. Catt., 8ª serie, 1873, III, p. 584) ebbe altre edizioni ( 1874,1880 ) vivente l'autore e parecchie postume. Furono pure stampate le sue dotte conferenze al clero reatino degli anni 1878 , 1879, 1880. Ma la sua opera "principale" è la Summula theologiae moralis, intorno alla quale lavorò 20 anni, ricopiando il manoscritto per 12 volte senza esserne tuttavia contento, quando la diede alle stampe: I (Rieti 1874), II (ivi 1875), III (ivi 1876).
La 3ª ed. fu dedicata a Leone XIII nel suo anno giubilare e all'ultima (Roma 1908) fu anche aggiunto un Supplementum (ivi 1909) per opera di D. Mannaioli, vescovo di Montefiascone e già professore di teologia morale nel seminario romano. Purtroppo è mancato a tutt'oggi chi abbia saputo adattare il libro al nuovo CIC ed ai nuovi codici di diritto civile.
L'importanza dell'opera del D'A. è data soprattutto dall'aver egli portato negli studi di morale e di diritto canonico la poderosa formazione civilista, che aveva iniziata sotto la guida di un maestro autentico, D. Carlo Latini di Rieti, ed aveva perfezionato nel dibattito per i beni paterni, maturandola poi in 30 anni di cattedra. Quattro doti il Ballerini riscontrava nell'opera del D'A., recensendola in occasione della 1^{\text {a }} ed. su La Citsità Cattolica: ordine (favorito dal suo metodo sintetico, che va dal generale al particolare, dai principi alle conclusioni), precisione, brevità, chiarezza. Nelle sentenze rotali emesse dal 1909 ad oggi non c'è forse teologo o canonista più citato e tranne alcune posizioni oggi abbandonate (il suo systema possessionis, la liceità dell'embriotomia, ecc.) egli è tuttora uno dei maestri più studiati e seguiti nel campo della teologia morale.
Bibl.: P. De Sanctis, Biografia del card. G. D'A., Roma 1898; T. Ortolan, Annibale, Giuseppe d', in D'TIC, III, coll. 290393; S. Romani, Il card. D'A. moralista e giurista del sec. XIX, in Rassegna di morale e diritto, 1 (1935), pp. 456-75. Pietro Palazzini
DANNO. - Indica, in genere, ogni diminuzione dell'essere e dei beni sia materiali che spirituali (fama, ecc.). Si estende quindi anche alle cose immateriali, quantunque trovi la sua applicazione più vasta e più frequente nel campo delle cose materiali. Per tale motivo spesso viene definito come "diminuzione patrimoniale ". Può avvenire sia come perdita di beni che già si posseggono (damnum emergens), sia come mancato acquisto di beni che non si posseggono ancora, ma che altrimenti si sarebbero acquistati (lucrum cessani). Non si identifica quindi con il furto, quantunque talvolta (p. es., nella formulazione del settimo comandamento del Decalogo) con quest'ultimo termine si intenda ogni forma di d. L'entità di esso risulta dalla differenza fra ciò che si ha e ciò che si avrebbe se l'evento dannoso non si fosse verificato.
Dal punto di vista morale e giuridico è di grandissima importanza la distinzione fra d. giusto e d. ingiusto e fra d. imputabile ad agente libero e d. non imputabile ad agente libero. Infatti solo il d. ingiusto causato da un agente libero obbliga questi alla restituzione (v. però a questo riguardo RESTITUZIONE).
Particolare interesse ha destato per lungo tempo nel diritto italiano la questione del risarcimento dei d. morali, ossia del patema d'animo e del dolore ingiustamente causati. La questione è stata decisa nel 1930 per il d. cagionato da resti e nel 1942 per il d. cagionato da altre cause. Infatti l'art. 185 del Codice penale italiano del 1930 dice: "Ogni reato che abbia cagionato un d. patrimoniale o non patrimoniale obbliga al risarcimento il colpevole e le persone che a norma delle leggi civili debbono rispondere per il fatto di lui»; e l'art. 2059 del Codice civile del 1942 : "Il d. non patrimoniale deve essere risarcito solo nei casi determinati dalla legge ". E stata così abbandonata su questo punto la corrispondenza fra i due campi vivacemente sostenuta da parecchi giuristi.
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Bibl.: Per la parte generale, v. la bibl. delle veci giustizia e restituzione. Cf. inoltre: per il periodo del diritto comune : Edenos Brochardus, Tractatus de damnorum culpa cataque fortuito factorum, itemque infectorum praestatione, Strasburgo 1646; Fr. (A) Siggenhausen, Disputatio de damus iniuria data, Ingolstadt 1649. Per quanto riguarda il diritto italiano, la bibl. in Enc. Ital., App. I, p. 497. In ogni trattato di teologia morale si tratta della damnificatio iniusta, sebbene diversa sia a volte la collocazione. Cf. tra l'altro: Th. A. Iorio, Theologia morale, 6ª ed., II, Napoli 1939, nn. 709, 780, 898-99, pp. 431, 474, 548549; D. Schilling, Theologia moralis, II, Rotterdam; 1940, pp. 520-22, n. 447; B. H. Merkelbach, Summa theologiae moralis, 9 ed., II, Parigi 1947. nn. 288-308, 336, 316, 378, pp. 291 312. 338-39, 335, 609.
G. Battista Guzzetti
D'ANNUNZIO, Gabriele. - Poeta, n. a Pescara il 12 marzo 1863, m. a Gardone (Lago di Garda) il 1^{°} marzo 1938.
La sua vita ebbe spesso una risonanza che ne oltrepassava l'intrinseca forza, e talvolta la stessa volontà: schivo, in qualche occasione, del vano clamore che gli ondeggiava intorno. Ma, sia che sollecitasse con gesti ora preziosi, ora audaci, la curiosità della gente, sia che a maggiore gloria si ricingesse di solitudine, egli diventò presto, sin dalla prima giovinezza, e restò sino alla morte, il promotore, più che l'indice, di un costume (estetismo edonizzante). Fra panegirici e sdegni, gli poté essere talvolta rimproverato quel che fu non tanto di lui quanto del suo tempo cui soggiaceva nel tormento di accumulare in sé ogni esperienza.
Difficile scegliere nella sua opera poetica quello che più gli appartiene: ogni vicenda della letteratura dell'ultimo Ottocento l'ebbe partecipe, dalla poesia «barbara» carducciana, in cui fece le prime prove, all'intimismo dei tardi crepuscolari che pur rinnegava la violenza della sua gesta poetica, dal naturalismo del secondo Ottocento europeo al decadentismo, dal vitalismo americano di Whitman ai trascendentali processi di Dostojevskij; ed ogni voce ascoltava da qualunque zona del tempo o dello spazio gli giungesse. Né è comprensibile la letteratura moderna senza tenerlo presente, in tutte le direzioni dove i contemporanei si muovono, dall'epopea mondana di Marcel Proust all'immaginismo di Sergej Esenin, da R. M. Kilke a T. S. Eliot, dal teatro di Lorca al romanzo di Morgan.
La cronaca biografica può essere sommariamente circoscritta in alcuni luoghi d'elezione; e occorrerà tener presente che i dati esterni dei luoghi e degli anni in chi volle essere artefice della propria "vita inimitabile", valgono meno, che la trasfigurazione cui sottopose le sue memorie. V'è un periodo d'infanzia e di fanciullezza, fra Pescara e il collegio Cicognini, a Prato di Toscana, visitato poi sempre dai ricordi; un periodo romano, dal 1881 , con lunghe dimore a Napoli e in terra d'Abruzzi; un periodo fiorentino, dal 1897; poi, dal 1910, l'« esilio» in Francia, la guerra, la "gesta» fiumana (una linea che alterna estetismo e contemplazione della morte, tenta un'offerta di dolore alle sofferenze di un popolo in armi, e declina nella grande avventura della parola politica); e dal 1921 Gardone, fino alla morte. Se della sua vita fece la sostanza per una celebrazione poetica, più pronta fu l'efficacia che esercitò sul costume, e dal costume passando alla vita politica, fu il primo che s'avviò per la direzione battuta poi dalle dittature popolari, quasi imponendo con la violenza di una suggestione artistica il colloquio della moltitudine con l'«unico»: soluzione promossa dall'anarchismo di Stirner e dal superominismo di Nietzsche, ma esemplata da lui, che l'aveva meditata, in prose di romanzo (Le Vergini delle rocce) e in figure di teatro (La gloria): opere che, per la verità della poesia, contenevano limiti e presagi che il costume politico doveva audacemente varcare. Ma seppe anche procedere oltre l'estetismo edonizzante e la va-

(da L'Urbe, marzo 1888, p. 7)
D'Annunzio, Gabriele - Autografo de "L'alberello", Sonetto scritto alla stazione di Segni-Paliano (2 apr. 1889).
nagloria politica dell'egocentrismo: tentando un'offerta di sé che, dove non si risolveva in autolatria, insisteva in una macerazione quasi ascetica (dalla Contemplazione della Morte [1912] alle Cento e cento pagine del libro segreto di G. d'A. tentato di morire [1935]): il vertice di questa parabola è nella poesia del Notturno (1916: edito nel 1921): la vita che, risolta in parola si cercava nell'ombra e, alla luce, si dissolveva in polvere. Ma egli scriveva «non a confessione, ma a rivelazione di se medesimo»: e come cercava le esperienze ascetiche e frequentava i luoghi dei mistici non già per incamminarsi verso la loro meta, ma per arricchire il proprio senso umano, così anche nel tentarsi in profondo evitava ogni metanoia risolutiva, e di uscir dal cerchio di un panteismo che di continuo ricorreva nella sua opera di «imaginifico».
L'opera rimarrà proiezione di questa parabola: da Canto novo e Terra vergine (1882), che raccolgono con le esperienze carducciane, esasperate in un senso panico e ingenuamente barbarico della terra, l'attenzione del naturalismo alle forme della vita primitiva, smemorata negli impulsi primordiali, al Piacere (1889) che è il documento più immediato del suo edonismo; dall'Isttero e La chimera (1889) al Poema paradisiaco (1893); dai romanzi (L'innocente, 1892; Il trionfo delle morte, 1893; Le vergini delle rocce, 1893; Il fuoco, 1900; Forse che sì, forse che no, 1910) ai drammi (Sogno di un mattino di primavera, 1897; Sogna di un tramonto d'autunno, 1898; La città morta, 1898; La Gioconda, 1899; Francesca da Rimini, 1901; La figlia di Iorio, 1903; La fiaccola sotto il maggio, 1905; Più che l'amore, 1906; La
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nave, 1908; Fedra, 1909; Le martyre de st Sébastien, 1911; La Pisauelle on la mort parfumie, 1903; e Le chèvrefenille, 1913); e si riassume nei suoi aspetti più intensi e in una compiutezza formale più direttamente ottenuta nelle Laudi del cielo del mare della terra e degli eroi (Laus vitae, Elettra, Alcyone, 1903; e Merope, 1912). E l'aver tanto scritto a chiarezza di sé, la presenza stessa dei suoi miti nelle parole dei contemporanei, l'ingenuita del suo destino, accettato e scontato, non impediscono, anzi accrescono la fermezza del giudizio di condanna che lui stesso, quasi inconsapevolmente, pronunzia su di sé, disperdendosi "senza fede e senza tema... polvere, non ombra».
Bres., Opera omnia, ed. nazionale in 49 voll., Milano 1927 1937. Guide bibl.: R. Forcella, D'A., 4 voll., Roma-Firenze 1926-27; G. De Medici, Bibl. di G. D'A., Roma 1929; J. G. Furilla e J. M. Carriere, D'A. abroad. A bibliographical essay, Nuova York 1932-37; E. Falqui, Bibl. dannunziana, Firenze 1941. Biseralle e studi : B. Croce, G. D'A., in La lett. della nuova Italia, 3^{2} ed., IV, Bar: 1929, pp. 7-70; A. Sodini, Ariel armato, 3^{2} ed., Milano 1931; G. A. Borgese, G. D'A., 2^{°} ed., in 1932; C. Antona Traversi, Vita di G. D'A., 2 voll., Firenze 1934; T. Antongini, La vita segreta di G. D'A., Milano 1938; C. Bo, Ombra, non polvere, in Otto studi, Firenze 1939; P. Barzellini, D'A., in Ritetto virile, Brescia 1939, pp. 199-227; B. Croce, L'ultimo D'A., in La lett. della nueva Italia, VI, Bari 1940, pp. 249-63; A. Gargiulo, G. D'A., 2^{°} ed., Firenze 1941; G. Nicodemi, Testimonianze per la vita inimitabile di G. D'A., Milano Mario Apollonio
It. D'A. e la Chiesa. - La produzione letteraria del D'A., tanto lontana, nel suo contenuto, dalla ideologia e dall'etica cristiana, sia per la visione cosi immanentistica della vita, che la ispira, e sia per la prassi che proclama e difende, è stata condannata dalla Chiesa (cf. Index libror. prohibit.: decr. 8 maggio 1911: Omnes fabulae amatoriae. Omnia opera dramatica. Prose scelte; decr. 27 giugno 1928: Reliqua opera (tragédie, commedie, misteri, romanzi, novelle, poesie) fidei et morum offensiva; decr. 3 luglio 1935: A. Cocles, Cento e cento.... pagine del libro segreto; decr. 21 genn. 1939: Solus ad solam).
Il porsi sulle orme del superuomo del Nietzsche, al di là e al di sopra del bene e del male, facendo dello spirito umano come un dio autonomo e tirannico, che si risolve, in fondo, nell'istinto (cf. Cento e cento... pagine del libro segreto, pp. 325, 351-52); l'indulgere alla rappresentazione della immoralità, anche la più sfrontata, con affermazione di errori spesso empi e blasfemi (cf. AAS, 27 [1935], p. 304), non possono che recare danni gravissimi alla formazione ed educazione spirituale e morale delle anime. Si trovano nelle opere del D'A. episodi e figure e riti sacri; ma sono assunti a pretesto creativo e si risolvono talora in profanazione e bestemmia; e non fanno comunque, dimenticare quel reprimere diuturno, a "denti serrati", per paura di perdersi, qualche affioramento di preghiera a Cristo il "bellissimo nemico" (cf. Contemplazione della morte, Roma 1939, p. 76). Cf. G. Busnelli, Sulla tomba di G. D'A., in Civ. Catt., 1938, II, pp. 193-209.
Celestino Testore
DANTE, Alighieri. - Il più grande poeta del cattolicesimo.
Sommario: I. L'uomo. - II. Le opere minori. - III. La Commedia.
## I. L'uomo.
N. a Firenze tra il maggio e il giugno del 1265 da Alighiero di Bellincione e da madonna Bella. La famiglia, quando egli venne alla luce, non godeva dell'agiatezza di un tempo; ma era di antica nobiltà e gli permise di gloriarsi disceso dai Romani fondatori della città e di collocare fra gli splendori di Marte il trisavolo, in cui massimamente si compiacque specchiarsi, Cacciaguida degli Elisei, per la sua devozione alla Chiesa e all'Impero creato cavaliere (è dub-

(let. Enc. Catt.)
Dante - Ritetto. Miniatura toscana del sec. xv. (Biblioteca Vaticana, cod. Urb. lat. 683, f. 38 v .
bio se da Corrado III di Svevia o da Corrado il Salico) e morto crociato.
Essendo ancora fanciullo (l'anno preciso lo ignoriamo) rimase orfano della madre. Il padre, sposata in seconde nozze monna Lapa di Chiarissimo Cialuffi, gli dette presto un fratello, Francesco, che gli si mostrò sempre benevolo e lo aiutò, come poté, avanti e dopo l'esilio e, pare, due sorelle. Della tenerezza dell'una è caro ricordo nella Vita Nuova. Dove e quando abbia appresi i primi elementi, se e quali scuole di retorica abbia frequentate, è più facile congetturare che sapere. L'ipotesi più probabile è che sia stato istruito dai Francescani del convento di S. Croce. La notizia del da Buti che «Dante fu frate minore, ma non vi fece professione, nel tempo della sua fanciullezza" (Inf., XVI; Purg., XXX) ha la sua conferma, indiretta, nel misticismo della Vita Nuova, e, diretta, nella scena della corda nel XVI dell'Inf., la quale non sembra comporti altra spiegazione.
Era quasi alla fine del suo nono anno, quando s'incontrò la prima volta con una giovinetta fiorentina di nome Beatrice, che solo con l'apparirgli lo fece suo per sempre, divenendo la "gloriosa donna de la sua mente". Critici molto sottili ritengono si tratti di una pura e semplice idea. Da una lettura spassionata della Vita Nuova si ricava che non c'è motivo di negar fede agli antichi, i quali ci tramandarono essere Beatrice di D. la Bice, figliuola di Folco Portinari, andata poi sposa a Simone de' Bardi e morta giovanissima l'8 giugno 1290 . Il dolore del poeta fu grande, e ne piangeva ancora tre anni dopo, allorché nell'ag. 1293 (Conv., II, II) gli si offerse alla vista "una gentile donna giovane e bella molto", la quale con la pietà di cui pareva piena e con il fascino de' suoi occhi gli fece a poco a poco dimenticare la "gentilissima". Avrebbe voluto resisterle, ma
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non poté e finì con l'innamorarsene credendola fornita di virtù che non aveva. L'inganno durò piuttosto a lungo; ma alla fine il poeta se n'avvide e, sebbene con pena, se ne liberò.
Qualcosa di simile gli deve essere accaduto nello studio della filosofia. Per consolarsi in qualche modo della perdita di Beatrice, in quel medesimo agosto che la "gentile" pareva volesse con la sua pietà confortarlo, egli si mise a leggere il De consolatione di Boezio e il De amicitia di Cicerone. Sulle prime gli era duro entrare nella loro sentenza, ma, superate le difficoltà che suscita l'approfondimento dei concetti filosofici, vi trovò sollievo e diletto. La filosofia parve appagargli ogni desiderio e vi si gittò con foga. Senonché col tempo si dovette convincere che la scienza non gli atteneva tutte le promesse ed era essa pure una illusione; onde tornò all'antico amore.
In seguito, o che cosi sia stato veramente, o che a D. nel ricostruire le fasi principali del suo pensiero sia piaciuto di farle coincidere e immedesimarle con i due suoi piùgran-

(ftit. Alinari)
di amori, certo è che il culto di Beatrice, nel suo primo periodo tutto sogni visioni e rapimenti, ci trasferisce in una atmosfera puramente mistica, e dura quanto l'adolescenza, fino a 25 anni; quello della "gentile", allorché maestro e signore della sua mente è Aristotele, comincia varcata da poco la soglia della giovinezza e dura, secondo la Vita Nuova, solo "alquanti di", secondo il Convivio (II, II), fin quasi al 1307. In lui amori e studi significano presso a poco la stessa cosa (Conv., II, xv, io).
Sarebbe tuttavia un errore foggiarsi un D. interamente perduto, al tempo della Vita Nuova, dietro un vago fantasticare, e al tempo del Convivio esclusivamente inteso alla filosofia. Egli è un mistico che un piede sulla terra ferma lo tiene sempre, e un pensatore che tende appassionatamente all'azione; perciò con gli studi può coltivare insieme le virtù del valore e della cortesia, che poi rimpiangerà esulate da Firenze e dall'Italia. Né la sua indole riservata e alquanto schiva lo avrà distolto dall'interessarsi agli avvenimenti d'una repubblica inquieta e faziosa come la fiorentina. Qualora non ce ne facessero testimonianza gli scritti, lo dimostrerebbe l'aver combattuto l'ri giugno 1289 a Campaldino nella schiera dei feditori a cui toccava cominciare l'assalto, e l'essere stato presente pochi mesi dopo alla resa del castello di Caprona (Purg., V; Inf., XXI e XXII). Del resto egli stesso confessa d'esser «trasmutabile per tutte guise" (Par., V, 99), d'aver cioè una mente pronta a ogni richiamo, e di tal natura da non posare se non giunge alla soluzione dei suoi problemi (Purg.,
(XVII, 51). Per vedere più addentro nella filosofia e appagar meglio il prepotente bisogno di conoscere, prende a frequentare le scuole dei religiosi, quasi certamente dei Domenicani di S. Maria Novella, e assiste alle dispute dei filosofanti, fra i quali saranno stati di sicuro Brunetto Latini, uomo mondano, e l'amico Guido Cavalcanti, averroista ed epicureo. Nessuna meraviglia che la loro famigliarità, il nuovo indirizzo dato al suo pensiero e, soprattutto, il temperamento piuttosto caldo lo abbiano via via allontanato dal sentiero di prima e fatto incontrare in compagnie non sempre lodevoli. Ma anche qui sarà bene non esagerare la gravità del suo traviamento. D. sarà vissuto come tanti altri che non credono, godendosela, di andar contro le loro convinzioni religiose, o di macchiare il proprio buon nome; e, come a tanti, gli sarà accaduto che, dato sfogo ai sensi, la delicatezza della coscienza e il ritorno graduale alle antiche pratiche gli abbiano fatto giudicare le proprie colpe con severità forse eccessiva. Una vita affatto viziosa mal si concilia con quel
poco che pur sappiamo. Non si può precisare quando, ma press'a poco durante quello che si chiama periodo dell'errore, egli sposa Gemma di Manctto Donati; ne ha tre figli, Pietro, Jacopo e Antonia, e forse quattro, qualora s'abbia a riconoscere per suo quel Giovanni, Filius Dantis Alagherii de Florentia, rivelatoci nel 1921 da un documento lucche se; si dedica alla filosofia; compone canzoni in lode della "donna gentile", e si prepara a partecipare all'amministrazione del Comune.
Si è parlato di una crisi della sua fede e di una setta, di cui sarebbe stato anche a capo; ma le prove non sono mai venute fuori. D. è uno degli uomini più sinceri che si conoscano. I suoi errori non li nasconde a nessuno; è stato un po' troppo sensibile alle attrattive femminili e ha esaltato oltre i limiti la potenza della ragione, credendola capace di saziargli ogni sete. In tutta la sua opera non una parola, non una frase che valga a incrinarne la cristallina ortodossia. L'enciclica di papa Benedetto XV, In praesilava del 30 apr. 1921 (AAS, 13 [1921], pp. 209217), in occasione del sesto centenario della morte del poeta, lo colloca definitivamente fra le glorie più grandi della Chiesa. In che e in qual misura D. abbia peccato lo fanno intendere, sotto l'aspetto dei costumi, la tenzone con Forese, e, sotto quello intellettuale, il Convivio e la Commedia.
I profondi rivolgimenti sociali prodotti in Firenze dagli Ordinamenti di giustizia del 1293, le condizioni stesse della famiglia, nobile ma senza presidio di larghe e forti consorterie, e il suo innato bisogno di azione, unito al desiderio di giovare con l'in-
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gegno al bene della città, lo spinsero a profittare della facoltà, il 6 luglio 1295 concessa ai Grandi, d'esser chiamati agli uffici, purché fossero iscritti a una delle arti, anche se non la esercitavano; e, come culture di filosofia naturale, dette il suo nome a quella dei medici e speziali. Nei vari consigli a cui fu eletto, se ne contano circa sei, le consulte della repubblica ce lo mostrano ben presto occupato in questioni molto diverse da quelle che erano state in cima de' suoi pensieri. Nondimeno, a dispetto del laconismo dei notari, aggravato dalla mancanza dei verbali dal luglio 1298 al febbr. 1301, più cose appaiono chiare: la costante rettitudine, la fiducia riposta in lui dai reggitori e l'amore alla libertà e indipendenza del Comune, insidiate, allora, dalle mire ambiziose di papa Bonifazio. Ma l'essersi mantenuto fedele ai suoi principi, se gli frutto qualche soddisfazione, non gli portò fortuna. Nel bimestre dal 15 giugno al 15 ag. 1300 , in uno cioè dei momenti più difficili e tempestosi della storia fiorentina, fu dei priori. Ma troppi e troppo potenti erano i nemici interni ed esterni, dai quali il reggimento dei Bianchiceri combattuto.

(fot. Gab. fet. naz.)
La Curia di Roma aveva bensì mandato paciaro il card. Matteo d'Acquasparta, apparentemente per accomunare gli uffici, ma in realtà per favorire il partito di Corso Donati; e la Signoria, non avendo agito con la necessaria risolutezza, fu non molto dopo travolta dai Neri. Quando, nella speranza di sventare le macchinazioni degli avversari, l'ott. del 1301, D. con altri due ambasciatori giunse a Roma a perorare la causa della libertà di Firenze, dovette presto accorgersi che ormai era tardi. Il Papa, d'intesa con i Neri, aveva già chiamato in Italia, perché venisse, anche lui, a metter pace, ossia a far sì che Firenze si affidasse al suo governo, Carlo di Valois, il quale il 1^{°} nov. entrò nella città dove subito dopo cominciarono le proscrizioni e le vendette, innanzi a tutti, contro coloro che più erano in vista. Si può ritenere quasi certo che, quando il 27 genn. 1302 fu emanata contro D. la sentenza di bando, egli era sulla via del ritorno. Alla pari degli altri lo accusavano di baratteria, di guadagni illeciti e di opposizione al Papa e al Valois. Naturalmente, né si pre-
sentò a scolparsi, né pagò i 5000 fiorini piccoli a cui lo avevano condannato. Sarebbe stato un mettersi nelle mani dei nemici e riconoscere la verità delle accuse. Per cui il to marzo, insieme con altri 15, fu condannato, ove fosse caduto in potere del Comune, a essere bruciato vivo: igne comburatur sic quod moriatur. Per sua e nostra ventura non vi cadde.
Gli esiliati da principio si illusero di rientrare in patria con la forza delle armi. E D. fu con loro. Con quali intendimenti si argomenta dall'epistola al card. da Prato, senza dubbio sua, dove, fra l'altro, scrivendo a nome dell'Università dei Bianchi: "Noi - dicealtro non abbiamo voluto, non vogliamo e non vorremo che la pace e la libertà del popolo fiorentino". Ma le trattative con il messo pontificio fallirono e i fuorusciti, perché qualcuno su cui riversar tutta la colpa ci deve esser sempre, si rivoltarono unanimi contro di lui. A quali eccessi siano arrivati e come egli se ne sia difeso, il poeta non dice. Consta bensì che essi, dopo non molto, avendo tentato anche una volta la sorte delle armi, nell'impresa cosiddetta della Lastra, il 20 luglio 1304 furono sconfitti e si sbandarono. D., che si era già staccato da quella "compagnia malvagia e scempia" (Par., XVII, 46-69), rimase più che mai solo a considerare con tristezza le vie dolorose che gli si paravano innanzi; ma per quale si sia messo, ci sfugge. Sappiamo da lui stesso che il suo primo rifugio fu la corte degli Scaligeri di Verona; ma quando vi sia approdato, "come legno sanza vela e sanza governo..., portato dal vento secco che vapora la dolorosa povertade ", non c'è modo di appurarlo. E neppure è facile stabilire se ci sia rimasto a lungo. Menandovisi una vita per gli ospiti non troppo dignitosa, né conveniente a' suoi studi, è lecito credere ne sia venuto via relativamente presto.
Con la notizia d'un'epistola che cominciava Popule meus, quid feci tibi?, dettata dalla speranza d'essere richiamato spontaneamente, ci resta il sospiro fermato nel Convivio (I, III) di riposare quando che sia nel seno "de la bellissima e famosissima figlia di Roma... l'animo stancato e terminare lo tempo* che gli era dato, a cui fa eco ben più dolorosa il
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grido del De Vulgari Eloquentia che ormai «il mondo gli è patria come ai pesci il mare» (I, vi).
Nel 1306 lo troviamo accolto ospitalmente per qualche tempo nella corte dei Malaspina in Lunigiana. Poi le sue tracce si perdono. Può anche darsi sia andato a Parigi e "nel vico de li strami" abbia ascoltato qualcuno dei maestri di quello Studio famoso.
La sua persona si rifà presente e viva in seguito alla voce della discesa in Italia di Arrigo VII di Lussemburgo, eletto re dei Romani il 29 nov. 1308. L'annunzio che questi veniva per liberare la penisola dagli odi interni e renderla di nuovo il giardino dell'Impero, esalta l'animo del nostro poeta e gli fa dimenticare ogni ingiuria. La fiducia nelle idee per le quali ha combattuto e pianto si ridesta più viva che mai; sicché, quando quegli finalmente, nell'estate del 1310, passa le Alpi, D. corre a baciargli il piede, forse a Asti, forse a Milano, e poi, come d'istinto, si reca in Toscana. Non pensa già più in quale stato, per cupidigia di dominio, ha trovato le parti quasi tutte per le quali è andato, come pellegrino, mostrando le piaghe della fortuna; e scrive l'epistola «ai re, ai senatori di Roma, principi, duchi, marchesi e popoli» d'Italia, lui, humilis ytalus Dantes Alagherii Florentinus et exul immerilus, invitandoli alla pace. In cambio di guardarsi attorno, si guardava dentro e scriveva come gli dettava, in uno stile biblico, la speranza di veder tornare sulla terra la giustizia; ma s'illudeva. Si cra sul finire del 1310 .
Viceversa, i Neri di Firenze non lasciarono nulla d'intentato perché l'impresa dello straniero fallisse. Potenti di danaro e accorti, gli rivoltarono contro buona parte dei signori e delle città. E D. a scrivere una lettera piena di sdegno, fiera e minacciosa contro gli insensati che per la loro superbia ardivano ribellarsi ai disegni divini. Inutilmente. Il suo Arrigo perde tempo in Lombardia per debellare la resistenza di Cremona e di Brescia; e D. daccapo, il 17 apr. 1311 , si volge direttamente a lui per ammonirlo che la causa principale dell'opposizione era Firenze.
Le ragioni che mandarono a vuoto il tentativo di Arrigo VII son note. Dopo lunghi indugi alla fine va a Roma e, non senza gravi contrasti, è consacrato imperatore. Poi nel sett. del 1312 muove contro Firenze. Ma D. "non vi volle essere... con tutto che confortatore fosse stato alla venuta di Arrigo» (L. Bruni, Vita). Il quale, levato il campo e tornatoseno a Pisa, poco appresso, il 24 ag. 1313, quasi improvvisamente muore a Buonconvento. Sogni e speranze, entusiasmi e timori, tutto crolla in un punto. D. è di nuovo solo in una notte senza stelle. Nondimeno, quando il dolore cominciò a dargli qualche tregua e si poté raccogliere a meditare sull'accaduto, la fede nella idea più cara e più sua risorse intera. I fatti l'avevano dimostrata fallace; ma, per lui, essa era certa e immortale. Arrigo non aveva condotto a termine il magnanimo disegno. Sarebbe venuto un altro, il Veltre, e lo avrebbe attuato. Da questa ferma convinzione nacque la Commedia.
Dov'era quando cominciò : «Nel mezzo del cammin di nostra vita»? Si ritiene quasi certo che, giungendo a Ravenna, la città per eccellenza imperiale e chiesastica, dove il suo spirito sembra tuttavia alitare, egli avesse composto già l'Inferno e parte del Purgatorio. L'episodio di Francesca autorizzerebbe veramente a supporre sia stato scritto per gratitudine alla cortese accoglienza di Guido Novello da Polenta, e quindi che Ravenna sia essa la
patria del "poema sacro". A ogni modo, fu l'ultimo rifugio. Stando là, circondato dalla venerazione e dall'affetto di discepoli devoti, sulla fine del 1319 ebbe l'invito da un maestro di latino dello Studio di Bologna, Giovanni del Virgilio, a metter da parte il volgare e cantar nella lingua di Roma qualcuno degli avvenimenti contemporanei, onde esser coronato. Rispose con una ecloga latina e che preferiva quella corona riceverla invece che a Bologna nel suo "bel San Giovanni». Nel genn. 1320 fu a Verona a tenere, nella chiesetta di S. Elena, il discorso intitolato Questio de aqua et terra. Di ritorno da un'ambasceria a Venezia, ammalò gravemente, e da una di quelle case ravegnane, piene di silenzio, l'anima di lui si mosse, a 56 anni, la notte del 13 al 14 sett. 1321, per andar «a vedere la gloria della sua donna", rimirando nella faccia di Colui qui est per omnia saecula benedictus.
Alla sua salma furono resi onori solenni; la sua morte fu pianta da molti dei rimatori del tempo, e la sua tomba è visitata in devoto pellegrinaggio da genti d'ogni paese e ogni lingua che hanno il culto dei valori eterni dello spirito.
Ma ciò che D. sogno e volle, ossia la sua vita più vera, meglio si rivela dalle sue opere; a partire da quella che per il contenuto viene prima fra le minori.
## II. Le opere minori.
I. La "Vita nuova». - E un piccolo libro misto di prose e di rime che raccontando l'amore del poeta per Beatrice, donna vera e non simbolo, mandata in terra a dar segno di una novella età che comincia, ci dà a colori lievi e sfumati un profilo della sua anima dalla fine del suo anno nono al tempo in cui, attraverso visioni e rapimenti, gioie e dolori, errori e ravvedimenti, è condotto al concepimento della Commedia, a cui fa da preludio.
Con il tono solenne dei primi capitoli già ci fa intendere che si tratta di un amore singolarissimo. Poi la narrazione scende a fatti piccoli e poco significanti, con i quali il poeta cerca giustificarsi delle sue più o meno innocenti infedeltà. Fa eccezione il cap. ir, che descrive stupito gli effetti del saluto di Beatrice. Ma è una parentesi; ché subito torna al racconto dei casi ai quali va incontro per la leggerezza con cui s'era dato a vagheggiare prima una e poi un'altra donna, dette dello schermo, in quanto dietro esse si studiava di celare l'oggetto vero del suo amore. Beatrice se ne sdegna e gli nega il saluto, né glielo rende, sebbene lui ne rimanga vivamente accorato, si umilii, chieda scusa e pianga. Invano; tanto che, pur continuando ad amarla, non sapeva più che si fare. Nel punto che tutto pareva finito, l'incontro fortuito con alcune compagne di lei, curiose di conoscere il suo cuore, gli scopre inaspettatamente il fine a cui quind'innanzi deve mirare col suo canto. E una delle pagine più fresche e deliziose del libretto : egli deve prendere per materia del suo parlare "sempre mai quello" che riesca a lode della "gentilissima ". La coscienza gli dice d'esser nato per celebrarla.
Felice di rispondere alla chiamata, D. per amore cosi nuovo trae fuori le "nuove rime" cominciando "Donne ch'avete intelletto d'amore", d'una cosa scontento, di non valere e celebrar degnamente le virtù della sua donna, a ridir l'amore che costei porta negli occhi, "per che si fa gentil cib ch'ella mira"; e quel che pare "quando un poco sorride». Ma il padre di Beatrice muore, e alle rime della ammirazione estatica succedono quelle del dolore: non belle, a dir vero. La vena del canto torna a fluire nella canzone "Donna pietosa e di novella etade ", in cui
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a una visione di morte ne tien dietro un'altra di gloria, dove si vede l'anima di Beatrice salire al cielo, circondata, come l'Assunta, da una schiera di angeli osannanti.
Spira intorno alla "gentilissima" un'aura di mistero, che dona significati reconditi agli avvenimenti più semplici. Essa ha perfino una precorritrice nella donna amata da Guido Calvalcanti, la quale in un giorno memorabile passa per via ad annunziare il riapparire di Beatrice. Al fonte battesimale quella aveva ricevuto il nome di Giovanna, da quel Giovanni che "precedette la verace luce, dicendo: Ego vox clamantis in deserto: parate viam Domini, ma era da' suoi cittadini chiamata Primavera per la sua grande bellezza, credevono loro": in realtà, avverte il poeta, "perché prima verrà "il giorno che Beatrice gli si mostrerà di nuovo. E forse il momento più graioso del suo amore. L'omaggio che la "gentilissima" riceve passando per via "vestita d'umilitate", l'ammirazione che suscita, le espressioni che l'accompagnano poi che passata era, riempiono il poeta di letizia e di stupore insieme, da cui nasce il sonetto famoso "Tanto gentile e tanto onesta pare" e l'altro "Vede perfettamente onne salute"; e sarebbe nata la canzone "Si lungamente m'ha tenuto Amore", se dopo averne composta una stanza, al "Signor de la giustizia... non fosse piaciuta chiamare questa gentilissima a gloriare sotto la insegna di quella regina benedetta Virgo Maria».
Ci si aspetterebbe che il poeta ci comunicasse l'amarezza del suo dolore con qualcuna di quelle frasi di cui possedeva il segreto. Passa invece a ricercare con sottili ragionamenti per qual motivo il numero nove avesse avuto luogo cosi cospicuo nella vita e nella morte di lei, tanto da costituire il motivo principale: "A dare a intendere - conclude - ch'ella era uno nove, cioè uno miracolo, la cui radice... è solamente la mirabile Trinitade». Era quanto gli premeva maggiormente di far conoscere ai suoi lettori, che cosi avrebbero inteso il mistero di quella creatura di cielo, venuta a far segno che la salute non era lontana.
Assodato questo, che una vita nuova cominciava, D. ripiglia il racconto e scrive la canzone "Li occhi dolenti", da cui il grido della sua anima ci viene qua e là, a riprese. Le prose si fanno intendere meglio la profondità della sua afflizione, la quale fu tanta che tre anni non valsero a mitigarla.
Al principio del quarto entra in iscena una "donna gentile", dotata d'una particolare seduzione. Come ac-
cade a chi soffre, la pietà di costei lo richiama al pianto; e lui, per non mostrare la sua vile vita, si allontana. Ma quella con la compassione che mostra a ogni incontro finisce col vincerlo. Il poeta avverte che un sentimento nuovo nasce in lui ("Gentil pensero che parla di vui"); e gli si sarebbe di certo dedicato intero, se un giorno, improvvisamente, nell'ora di nona, non gli fosse riap. parsa Beatrice, della stessa età che la vide la prima volta e con le stesse vestimenta sanguigne. D. si limita a chiamar forte la visione avuta in quel punto; ma non descrive l'atteggiamento di Beatrice, né ci fa sapere se questa gli abbia rivolte parole di rimprovero. Dice che solo al rivederla si pente amaramente della fiducia riposta alcun tempo nella "gentile", piange, bestemmia la vanità dei suoi occhi e si rende con tutta l'anima alla "gentilissima", diventata "spirital bellezza grande». Il periodo del suo secondo amore, stando al "libello", è cosi chiuso per sempre, e i sospiri che dinanzi gli straziavano il petto, ora salgono a ricercare la sua angioia "oltre la spera che più larga gira", nell'empirea, per contemplarne la gloria. E giunto dov'è destino che d'ora innanzi miti costantemente.
La Vita Nuova è un racconto d'amore che non ha il somigliante in nessuna letteratura, e per il modo con cui quel sentimento nasce, vive, si purifica, si eleva e riesce al suo fine, e per il senso di mistero che l'accompagna. Pure è umanissimo e scopre con sufficente chiarezza la nota che domina la vita e l'opera di D. Considerata al di fuori, la passione di lui per Beatrice sembra fatta di fantasie, sognate in un'atmosfera diversa dalla nostra; in se stessa, non ve ne ha altra di pari potenza. S'impossessa dell'anima del poeta, prima che questi sia fuor di puerizia, e non la lascia più, nemmeno quand'egli sembra perdersi dietro le piccole infedeltà della prima giovinezza o quella, tanto più pericolosa, della «donna gentile». Egli è che l'amore di D. si identifica con lo spirito che nel libro della sua memoria gli scrisse la rubrica: Incipit vita nova: è sua legge e sua beatitudine l'ascendere sempre più alto, "verso l'ultima salute". Il motto che lo definisce se l'è fatto dire da Virgilio sulla costa dell'antipurgatorio: "Nessun tuo passo caggia" (IV, 37). In cambio di cercarvi significati nascosti, si prenda alla lettera, e si
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vedrà che essa mira a preparare la Commedia, dicendo di Beatrice ch'era una donna miracolo, dal cui amore fu dominato fin dalla fanciullezza e condotto, nonostante le sue infedeltà, per mezzo di rivelazioni, visioni e avvenimenti straordinari ad acquistar coscienza dell'èra nuova che si preparava, come della missione assegnatagli di annunziarla.
II. Il «Convivio». - Ma se dalla Vita Nuova si passa a leggere il Convivio, scritto in continuazione e chiarimento di quella, si rimane sorpresi. Narrava nell'ultimo capitolo del "libello" di studiare quanto poteva per prepararsi a recitar le lodi della "gentilissima"; e studia, si, molto, fino ad affaticar troppo la vista, una per celebrare quella donna "gentile", che credevamo lontana ormai dal suo cuore. Le contraddizioni tra la Vita Nuova e il Convivio, numerose e gravi, son sembrate fino a oggi insanabili; ma da un'analisi attenta delle due opere risulta evidente che la prima la conosciamo soltanto nella forma che D. le diede, quando, superata la sua crisi filosofica, la riprese e l'accomodò perché servisse, come serve, di introduzione alla Commedia. E un'ipotesi ardita; ma chi riflette senza prevenzioni sul cap. 2 del secondo libro conviviale, non può non notare che vi si parla di una Vita Nuova, in cui l'amore alla "gentile" ha uno svolgimento affatto diverso da quello che ci è stato tramandato nei capp. 35-38 della redazione che si possiede. In nessun luogo dell' "amoroso libello" è affermato, come nel trattato filosofico, che la "gentile" fosse di maggior virtù e quindi migliore amica di Beatrice; o che egli, senza più esitare, avesse consentito all'amore di lei, o tanto meno che questo fosse perfetto, come al contrario ci assicura il Convivio nell'atto stesso di rimandarci alla testimonianza della Vita Nuova. Sicché del rifacimento di questa ci è testimone D. in persona; ed è del tutto vano invocare la tradizione manoscritta che non c'é, per oppugnare quella del Convivio che c'è, e rimove ogni dubbio. Ciò posto, è facile capire, che, quando D. prende a scrivere il suo trattato filosofico, la trasformazione di Beatrice in simbolo della verità rivelata, poiché in esso si dichiara ripetutamente che quello della "gentile" simboleggia la filosofia, è bell'e compiuta; e la battaglia fra i due amori si converte in battaglia fra due indirizzi filosofici; fra il misticismo che informa la Vita Nuova, e l'aristotelismo che domina nel Convivio.
Al ricordo del primo amore aveva dedicato un piccolo libro in 42 capitoli : alla gloria del secondo consacrerà un ampio trattato in 15 lunghi libri, composto esso pure di prose e di 44 canzoni «si d'amor come di vertú materiale». La male diversa del monumento è indice della diversa stima che allora faceva dell'una e dell'altra.
A somiglianza della Vita Nuova, che esordisce con la parola in cui si nasconde il suo ultimo significato ("Nove fiate già ", ecc.), il trattato si apre con una sentenza di Aristotele, del filosofo per antonomasia, alla cui dottrina e autorità non si stanca mai di rimettersi : «tutti li uomini naturalmente desiderano di sapere». Ma visto che molti per ragioni varie rimangono "ne la umana fame", è atto di misericordia il cercar di appagarla. Ma anche un altro, motivo lo spinge. "Movemi - ripiglia - timore d'infamia e movemi desiderio di dottrina dare» (I, II). Teme che le canzoni da commentare non lo abbiano fatto apparire eccessivamente proclive ad amore, e ne vuol dichiarare il senso verace, dimostrando che non spasimava per una pargoletta bella e fiera, bensì per la sapienza che è guida suprema della vita morale e civile. Parlerà anche di sé, a volte, ma costretto da necessità; e si servirà del volgare, secondo la opinione corrente, che un tempo fu pure sua, abile solo a dire d'amore. Egli farà vedere, con l'esempio, quanto sia invece a l'age-
volezza de le sue sillabe, le proprictadi de le sue costruzioni e le soavi orazioni che di lui si fanno" (I, x), per concludere che esso è «luce nuova, sole nuovo, lo quale sorgerà dove l'usato (il latino) tramonterà" (I, xili). Ragiona della lingua materna con lo stesso affetto che d'una persona grandemente amata.
Scelte 14 canzoni, che gli offriranno la materia ai rimanenti 14 libri, si pone alacremente all'opera. Gli argomenti alle digressioni del secondo libro glieli suggerisce la canzone "Voi che intendendo", dov'è rappresentata la lotta tra la memoria di Beatrice e l'amore verso la "gentile". Diceva nel commiato che forse pochi ne avrebbero inteso bene il significato; ma il commento chiarisce ogni cosa. La "gentile" è la filosofia; la "gentilissima" colci in grazia della quale saliva spesso ai piedi del Signore degli angeli, e là "contemplava lo regno dei beati" (II, viI). L'una lo contenera con le visioni, l'altra con le dimostrazioni e persuasioni. L'esito si poteva prevedere. In una mente come la sua avida di sapere, prevalse la "gentile".
Per le questioni che si fanno intorno alle allegorie della Commedia, merita un cenno speciale la dichiarazione del poeta che tra i sensi diversi delle scritture "lo litterale dee andare innanzi, si come quello nella cui sentenza gli altri sono inchiusi, e sanza la quale sarebbe impossibile ed inrazionale intendere a li altri e massimamente a lo allegorico" (II, i).
Il terzo libro commenta la canzone "Amor che ne la mente mi ragiono ", scritta sicuramente quando lo studio della filosofia, essendo diventato una vera e propria passione, gliela dipingeva qual "figlia di Dio, regina di tutto, nobilissima e bellissima" (II, xir). Chi la possiede non ha altro da desiderare, perché è somma cosa e dà all'anima l'ultima perfezione a cui si possa aspirare; è "piena di dolcezza, ornata di onestade, mirabile di salere, gloriosa di libertade" (II, xv). Riguardando negli occhi della "gentile", ossia nelle dimostrazioni della filosofia, e nel suo riso, nelle sue persuasioni, "si sente quel piacere altissimo di beatitudine, lo quale è massimo bene in Paradiso" (III, xv). "In questo sguardo solamente l'umana perfezione s'acquista, cioè la perfezione de la ragione, de la quale si come di principalissima parte, tutta la nostra essenza depende; e tutte l'altre nostre operazioni (sentire, nutrire e tutto) sono per quella sola, e questa è per sé e non per altri; sì che, perfetta sia questa, perfetta è quella, tanto cioè che l'uomo, in quanto ello è uomo, vede terminato ogni desiderio e cosi è beato" (III, xv). Dove sono andate a finire le lodi agli occhi e al riso di Beatrice? Tornaranno, nella Commedia; ma intanto la bellezza di lei di fronte a quella della "gentile" è scomparsa. Era nella natura delle cose che il nuovo amore fosse avversario dell'antico, lo cacciare di soggio e lo distruggesse. Ai rapimenti mistici il poeta ha anteposto le dimostrazioni della ragione ragionante, "specchio sanza macula de la maestà di Dio" (III, xv).
Tuttavia nel quarto libro l'ammirazione comincia ad attenuarsi. Ci sono problemi, egli riconosce, che la filosofia non risolve; la beatitudine che dona non è più così perfetta; e a menare "a la somma beatitudine, la quale qui non si puote avere ", è via direttissima anche la vita attiva (IV, xxit). I limiti della ragione, sempre del resto ammessi, gli si fanno sentire più chiari e l'entusiasmo comincia a sbollire. Il pensiero del poeta insomma dà segni non dubbi di un mutamento. Non andrà molto che porrà da parte la sua enciclopedia filosofica per non tornarci sopra mai più. Ma l'averla è per noi gran fortuna. Oltre a spiegarci tanti particolari della Commedia, ci aiuta a seguire da vicino lo sviluppo del suo pensiero, ci fa assistere al lavoro eroicoso e sottile della sua mente non mai szaia di saper