di un mutamento. Non andrà molto che porrà da parte la sua enciclopedia filosofica per non tornarci sopra mai più. Ma l'averla è per noi gran fortuna. Oltre a spiegarci tanti particolari della Commedia, ci aiuta a seguire da vicino lo sviluppo del suo pensiero, ci fa assistere al lavoro eroicoso e sottile della sua mente non mai szaia di sapere e ci offre pagine vive e commosse, come quelle in cui tocca dell'esilio, dell'amore alla lingua italiana e dei suoi studi. Nella Vita Nuova gode di accendere dietro le ispirazioni che gli manda la sua « angiole giovanissima»; nel Convivio, mediante gl'insegnamenti della filosofia, "li cui raggi fanno ne li fiori rinforzare e fruttificare le verace nobilitade", si arma di "virtude e conoscenza" (è un binomio che torna molto spesso e in forma solenne nell'episodio di Ulisse), a fin di poter "gridare a la gente che per mal cammino andavano, a ció che per diritto
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calle si drizzassero. Una importanza di prim'ordine bisogna attribuire ai capp. 4 e 5 dell'ultimo libro. Parlano della missione di Roma nel mondo, e sono bastevoli da soli ad aprire il senso intimo del "poema suero". Con ogni probabilità il Convivio fu scritto tra la fine del 1304 e il 1307.
III. Rime. - De' suoi amori D. parla anche nelle rime che di sui manoscritti sono state raccolte dagli studiosi, ma non formano un proprio e vero canzoniere; ché, preso interamente dal poema, D. non si è curato di riordinarle in un volume. Vi saranno state ammesse tutte e solo le rime genuine? E lecito temerc ne siano rimaste fuori o relegate fra le dubbie alcune che invece gli appartengono; senza dire che altre, di cui fa menzione lui medesimo, sono andate perdute. Comunque, cosi come si hanno, si possono distinguere in amorose, dottrinali, di corrispondenza ed extravaganti. Di notevole valore artistico, poche.
Ritessere per mezzo delle prime la storia degli amori di D. sarebbe arricchisto; ma si può cercar di coglierne i vari motivi d'ispirazione. Orbene, chi non voglia sostenere che al nostro poeta è capitato bensì d'innamorarsi di parecchie donne, ma ciascuna fornita egualmente delle stesse doti fisiche e morali della rivale, deve convenire che in quasi tutte le rime amorose s'ha da fare con una "c'ha picciol tempo", è "giovinetta e bella", ha capelli biondi e crespi, allettacon la pietà, innamora con
la malia dei suoi occhi; ma poi muta stile, diventa insensibile e crudele, si fa dura come una pietra e non s'accorge, per essere forse una "pargoleta", di condurlo a morte.
Le rime riconfermano quanto si legge nella Vita Nuova e nel Convivio. Dopo Beatrice il poeta ha amato lungamente e con vera passione, e qui sta la loro importanza, la "donna gentile giovane e bella molto", che lo riguardava assai pietosamente, ma, nota D., "quanto alla vista", cosi che "tutta la pietà parca in lei accolta"; ma purea soltanto (Vita Nuova, XXXV). E una conseguenza alla quale implicitamente aderiscono quanti, leggendo il Convivio, son portati a pensare che le canzoni, per cui temeva l'infamia di aver seguita una passione cosi violenta, devono di necessità riguardare la donna del suo
secondo amore. Non erano, naturalmente, quelle commentate nel secondo e terzo libro, composte dopo che la piatosa era stata tirata a significare la filosofia, ma le altre, quali "Io sento sì d'amor", "Al poco giorno", "E" m'incresce di me ", "Amor, da che convien", non escluse le cosiddette "pietrose" e la più nota fra queste: "Così nel mio parlar", il cui ardore sensuale è innegabile. D'un amore diverso ci parla la canzone "Tre donne intorno al cor", dove risuona forse per la prima volta l'accento stesso della Commedia.
Alle rime di corrispondenza appartengono i sonetti della tenzone con Forese Donati. L'impressione che se ne riceve non è piacevole, nonostante i tentativi fatti per attenuarla. Dato pure che scherzassero, chi nello scherzo scende a certe ingiurie dà prova d'essersi alquanto incanagliato. Sincero com'è, D. lo confessa aperto nell'incontro con l'amico di un tempo nella cornice dei golosi. Dopo quindici anni e più, ancora gli era grave il ricordo di quel genere di vita, menata nel periodo dell'errore e del traviamento.
Le rime dottrinali dimostrano che il poeta aveva da un pezzo superato il pregiudizio che in volgare si dovesse dire soltanto d'amore; ma sono ragionamenti in versi sulla nobiltà, la leggiadria, la liberalità, raramente avviati da qualche bella immagine.
Più attenzione meritano forse le stravaganti, in quanto ci scoprono certi aspetti dell'amore per Beatrice che nella Vita Nuova sarebbero fuori di posto («La dispietata mente", "Lo doloroso 'amor"), o ci rivelano sentimenti che gli sfiorano la fantasia e non risorgono più.
IV. "De vulgari eloquentia». - Fin dai primi passi D. ha sentito il bisogno di chiarire a se stesso le leggi che governano l'arte della parola. Un saggio se n'ha nel cap. 25 della Vita Nuova; e già nel cap. 5 del primo libro conviviale si legge il proponimento di comporre un trattato sull'arte di dire in volgare. Non ne viene che si sia messo subito all'opera. Sembra scritto in uno stato d'animo assai mutato da quello del Convivio. La speranza d'esser invitato a tornare in patria è quasi svanita, per cui non si fa riguardo d'usar frasi capaci di rinfocolar a suo danno gli odii dei cittadini; la filosofia non gli
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suscita nessun particolare entusiasmo; il sentimento religioso è più presente. Se non che l'allusione a un marchese Giovanni come ancora vivente ed operante, marchese dagli studiosi comunemente ravvisato nel signor di Monferrato, morto nel genn. del 1305 , ci lascia incerti intorno alla data della composizione.
Sul concetto che in italiano si può esprimere ogni pensiero, nessun dubbio più; riconosce anzi che il volgare è la nostra vera e naturale loquela. Spiega la diversità delle lingue con la confusione seguita alla costruzione della torre di Babele e con la dispersione dei popoli. Distingue quelli venuti in Europa in tre principali i popoli in lingua d'oc, d'oil e di si, derivati dallo stesso ceppo, ma via via differenziantisi nello spazio e nel tempo in lingue e dialetti diversi. Accostandosi sempre più al suo fine, che è di stabilire quale fra le molte parlate d'Italia si debba usare da chi intenda far opera d'arte, comincia con l'escludere i dialetti di Roma, della Marca Anconitana, Spolera, Milano, Aquileia, dell'Istria e della Sardegna. Esamina poi quelli che si parlano a destra e a sinistra dell'Appennino e non ne rinviene alcuno meritevole d'essere dichiarato illustre, cardinale, aulico, cortigiano, e ne argomenta che esso in qualibet redolet civitate nec cubat in ulla (I, xvI); e quindi non è proprio di questa o quella regione, ma totius Italiae.
Nel secondo libro, notato che il volgare illustre si conviene ai cantori di armi o di amore o di virtù, e che tra le forme metriche diverse la canzone è la più alta, passa a ragionare di tre stili : del tragico, che è il più nobile e vuole il volgare aulico, del comico, che ora si serve del volgare medio e ora dell'umile, e dell'elegiaco, che si serve solo dell'umile. Si occupa dei versi da adoperare nei vari componimenti e poi viene a trattare della canzone, delle stanze, della rima e del numero delle sillabe. Ma qui l'opera che pare si dovesse svolgere in quattro libri rimane interrotta. D. ha finito soltanto gli scritti che più direttamente hanno attinenza con la Commedia, con la quale sapeva di dar ciò che di più grande gli aveva ispirato il suo genio.
Pure non è piccola gloria l'aver tentato di penetrare nella natura delle lingue e del loro variare; l'aver veduto il rapporto tra le diversità dei luoghi e quella dei dialetti, attraverso lo studio del volgare l'aver intuito l'unità morale d'Italia, dandole a capo Roma. Il De vulgari eloquentia ci fa inoltre toccar con mano la cura minuta e scrupolosa dura dal poeta all'arte dello scrivere, che per lui fu un vero sacerdozio, e ci mostra con quanto studio ha cercato lo strumento più atto all'espressione del suo pensiero. La passione delle altezze la sente in tutte le sue forme.
V. "De monarchia». - Il trattato politico ci prepara alla Commedia non meno direttamente della Vita Nuova, con l'esposizione chiara e precisa di quella che si suol chiamare la sua utopia, e che è tale, se si bada agli uomini quali sono, e, nel suo ultimo significato, non è più, se a quali dovrebbero essere. Le meditazioni assidue sulle condizioni religiose morali e civili della sua età gli avevano dimostrato che il male, di cui tutti soffrivano, derivava dalla cupidigia, ossia dalla smodata bramosia dei beni mondani ricercati con più affanno, come le ricchezze i piaceri la potenza la fama la grandezza. Per essa l'uno si avventava contro l'altro, e non scorgeva più la grande felicità che c'è a formare una famiglia sola, a riconoscersi figli di un padre solo che è Dio. Bisognava liberarsi da tanto male.
Il primo e più notevole frutto delle sue riflessioni si raccoglie nei capp. 4 e 5 dell'ultimo libro del Convivio dove le linee maestre del suo pensiero politico sono già nettamente tirate. L'idea dell'Impero e della sua funzione è bell'e matura. Egli sa già dove sia «lo fondamento radicale de la imperiale maestade", e a quali necessità rispondano la famiglia, le vicinanze, le città e i regni; ma sa pure come l'anima umana "in terminata possessione di terra non si queti, ma sempre desideri gloria d'acquistare »;
e ne deduce che a toglier via i motivi di discordia e guerre sempre rinascenti, "conviene di necessitate tutta la terra e quanto all'umana generazione a possedere è dato, essere Monarchia, cioè uno solo principato e uno principe avere; lo quale, tutto possedendo e più desiderare non possendo, li regi tenga contenti ne li termini de li regni, si che pace intra loro sia, ne la quale si posino le cittadi, e in questa posa le vicinanze s'annino, in questo amore le cose prendono ogni loro bisogno, lo quale preso, l'uomo viva felicemente, che è quello perché esso è nato ". L'idea dell'Impero tiene già un alto luogo nel suo pensiero e lo esalta.
L'occasione di svolgerla si può ritenere quasi con certezza l'obbia avuta al tempo dell'impresa di Arrigo. In quei tali che, vestiti delle penne del corvo, si dànno vanto d'essere le pecorelle bianche del gregge di Dio e sono invece i figli dell'empietà che, per compiere i loro misfatti, prostituiscono la madre, la Chiesa, scacciano di casa i fratelli e non vogliono aprire le porte al giudice, all'imperatore (III, III), e facile ravviaare i Neri di Firenze, dei quali Benedetto XI nella lettera del 21 giugno 1304 esprimendo lo stesso concetto: "Chi crederebbe, scriveva, che costoro, anche mentre vanno contro la Chiesa, vogliono essere riputati i figli di lei? ". L'ardore che emana da ogni pagina, lo studio di assalire l'avversario in ognuna delle sue fortezze e non lasciargli via di scampo, la qualità della prove, non sempre persuasive per noi, ma rispondenti ai modi di ragionare di quell'età, tutto dà chiaramente a vedere che il Monarchia lo ha scritto quando combatteva la sua più fiera battaglia.
Se l'uomo, è questo il principio da cui muove, in tanto è uomo in quanto ragiona, ne deriva che la sua ultima perfezione consisterà nell'attuazione piena dell'intelletto possibile, alla quale non si giunge se il mondo non vive in pace; e la pace non si ha che sotto un unico monarca. Perché il genere umano risponda al fine per il quale è stato creato, deve dunque formare un'unica famiglia, somigliare al cielo, che è mosso con un unico movimento, e a Dio che è uno. Al bisogno di giustizia può soddisfare soltanto il monarca, come quegli che, possedendo tutto e non avendo nulla da desiderare, è libero dalla lue della cupidigia ond'è infestata l'humana civilitas. Solo sotto il monarca è concesso vivere in libertà, perché solo allora la volontà è diritta e sana.
Nel secondo libro dichiara come e perché il diritto di reggere il mondo sia stato da Dio conferito a Roma. Gli argomenti risentono naturalmente della forma di silogizzare di quell'età, sottile, dialettica, battagliera. Molti derivano dall'Eneide, che, non c'è da meravigliarsene, diventa una delle fonti più ricche del pensiero dantesco. Ma la prova forse più originale gliela presta la considerazione che se in Cristo doveva patire tutto l'uman genere, la sentenza doveva venire da chi aveva giurisdizione legittima su tutta la terra.
Il libro più significativo del sistema di D. è il terzo, in servizio del quale si può dire siano fatti gli altri due. La quistione dell'indipendenza dell'autorità civile dalla pontificia nella contesa tra Filippo il Bello e Bonifacio VIII era risorta a dividere gli animi di uno stesso popolo e di una stessa città. D. esordisce dichiarando che dirà il vero, accada quel che vuol accadere; e posti chiaramente i termini del problema, passa senz'altro a confutare le prove recate cosi dai sostenitori dell'autorità pontificia supra reges et regna, come da quanti sono figli del demonio (la stoccata va ai fiorentini) e dai decretalisti. E tutte le demolisce con logica implacabile e talvolta sofistica. L'autorità dell'Impero deriva direttamente da Dio, il quale avendo fatto l'uomo in modo che per sua natura tende a due felicità, la temporale e l'eterna, ha preposto ad esso l'imperatore, che lo guidi alla prima mediante gli ammaestramenti filosofici, e il papa alla seconda per mezzo delle verità rivelate. E giusto tuttavia, essendo la felicità di questa vita ordinata all'altro, che quegli usi verso questo la riverenza del figliolo maggiore verso il padre. Con la qual concessione, poiché riverenza non è
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(7ipr. Post)
(1ot. Gall. mesti Vati-ani)
Particolare dell'affresco di Raffaello raffigurante il Parnaso nella stanza della Segnatura (1509-11) - Vaticano.
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Dante - I tre cerchi della Trinità e l'Aquila secondo Gioacchino da Fiore (cod. Vat. lat. 3822 - sec. xitl). La 1^{°} fig. è spiegata nella Expositio in Apocalyptim (biblioteca Antoniana di Padova, ff. 23-28). Ne derivano la descrizione della Trinità (Par., XXXIII) e l'idea che con I nella lingua d'Adamo s'indicasse la Divinità (Par., XXVI, 123 e sgg.). Dalla 2^{\text {a }} figura, che nel cod. Reggiano risulta più chiaramente da un mazza di gigli rovesciato, deriva la descrizione dell'Aquila (Par., XVIII-XX).
suggezione, ma rispetto dell'altrui dignità, il poeta è tanto lontano dall'idea di derogare in parte alcuna al suo concetto, che termina tranquillamente il trattato raffermando che l'imperatore è stato posto al governo del mondo ab illo solo... qui est omnium spiritualium et temporalium gubernator.
Dal Catecivisio al Monarchia l'atteggiamento del poeta è assai mutato. Il trattato filosofico ignora il papa e non conosce altra autorità che quella dell'imperatore e della ragione; il politico all'autorità pontificia dà il primo posto inter pares con l'imperiale.
VI. Epistole. - Se ne possiedono soltanto 12; ché quella a Cangrande è da ritenere spuria. Tutte importanti, ma non tutte nella stessa misura; preziosissime le tre scritte per l'impresa di Arrigo, l'altra, tra il giugno e il luglio del 1314 , ai cardinali d'Italia, adunati in Conclave, e quella all'amico fiorentino, con il grido magnanimo: «Non è questa, o padre, la via di tornare alla Patria» che è quasi sicuramente del 1315 , quando D. già sapeva di aver diritto a un ritorno glorioso.
VII. Ecloghe. - Verso la fine del 1319, quando Inferno e Purgatorio erano già noti, D. ricevette da Giovanni del Virgilio, maestro di latinità allo Studio di Bologna, un'ecloga che lo esortava a mettere da parte il volgare e cantare in latino qualcuno dei temi che lui stesso gli suggeriva. L'avrebbe potuto così presentare ai Ginnasi con le tempie coronate d'alloro. D. rispose in esametri latini, che dimostrano la sua familiarità con la lingua dei dotti, ma non accolse l'invito. Il del Virgilio replicò con altra ecloga; ma D. non si mosse. In Bologna c'era l'antro di Polifemo, viveva cioè e aveva ufficio di comando uno, forse Fulcieri da Calboli, che nel Purgatorio uccide, come fiera avvezza alle stragi, i lupi della triste selva ch'era diventata Firenze, e nella risposta è descritto assuetum rictus humano sanguine tingui.
VIII. «Quaestio de aqua et terba». - Il 19 genn. 1320, con l'autorizzazione del vescovo, D. discusse a Verona
nella chiesetta di S. Elena la quistione, allora viva, se il livello delle acque sia più alto di quelli della terra emersa, o quarta abitabile. Ai cinque argomenti più meritevoli d'attenzione contrappose cinque dimostrazioni per provare il contrario. Si è dubitato non sia opera sua, ma l'ordine, la chiarezza e, specialmente, certi modi di sentire e di esprimersi propri di lui, ci assicurano che gli appartienc. III. La Commedia.
I. Genesi e data di composizione. - Alla piena intelligenza del poema nulla val meglio che studiarne la genesi. Ora i canti dello Stige, se si confrontino con le epistole V, VI e VII, dimostrano ineluttabilmente che l'ispirazione delle scene così drammatiche, a cui quelli ci fanno assistere, D. l'ha tratta dagli avvenimenti cui dette luogo la resistenza dei fiorentini ad Arrigo; e quindi che la composizione della Commedia va rimandata a dopo il 1313. La stessa situazione, gli stessi particolari, fin le stesse immagini; tanto che al lume di quell'epistole tutto nei canti VIII, IX e X si spiega e riman chiaro, anche i versi dal poeta chiamati «strani»; senza, rinascono la leggenda dei primi sette canti scritti avanti l'esilio e, con tante altre, le discussioni sull'incomprensibilità del contegno crudele e vendicativo del poeta contro l'Argenti.
In uno stato d'animo affine a quello in cui la Commedia fu concepita, D. s'era trovato un'altra volta a causa della lentezza con cui il suo novello Mosè conduceva la campagna. Preso dal ben fondato timore che gli indugi non facessero fallire l'impresa, con le parole del Precursore: Tu es, gli chiedeva, qui venturus es, an alium expectamus? La certezza che la restaurazione dell'Impero e il conseguente risorgimento dalla universale miseria era immancabile, gli suggeriva già che, qualora Arrigo non fosse stato
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Dante - Trattato IV, canzone III del Comivizio. Manoscritto del sec. xiv - Biblioteca Vaticana, Cod. Barb. lat. 4086, 51 .
Iui l'aspettato, ebbene, a eseguire i disegni divini sarebbe venuto un altro di sicuro.
Il medesimo ripete in una situazione senza confronto più grave: all'improvvisa scomparsa del lussemburghese. Il mondo in cui aveva riposto tutte le sue speranze era caduto infranto d'un colpo, le tenebre avevano sopraffatta la luce, sulla verità aveva trionfato l'errore, sulla giustizia l'iniquità. Sognare che presto si sarebbe risorti dalle rovine, anche a lui per alcun tempo sarà parsa follia. Nondimeno, quando il dolore gli concedette di far le sue considerazioni sull'accaduto, la fede in ciò che sempre aveva invocato, aspettato vagheggiato, rivisse più salda di prima; per cui, fatto tacere ogni dubbio, si levò in mezzo alle genti a profetare vicino l'avvento del liberatore. Si augurava che il venturo, diversamente dal suo Arrigo, fosse rapido nell'azione, come conviene a un portatore dell'aquila, sempre fulminea nelle sue imprese, e glielo raccomandò con il nome, chiamandolo il Veltro.
Che la società umana si dovesse reggere sopra le due guide, come il veglio di Creta sopra i due piedi, era per lui una di quelle convinzioni delle quali non si discute. Credeva fermamente d'averla letta nel libro "du' non si muta mai bianco né bruno", e supporre che non si sarebbe avverato quanto è nei disegni della Provvidenza, non era possibile.
Con questa fede inconcussa nell'animo tornò agli anni del suo primo amore, non mai del tutto cadutigli di mente e, riandando quei tanti segni misteriosi venuti ad accentuarne i momenti più sacri, si conferma nell'idea che "l'angiola giovanissima" era stata
mandata ad annunziare l'età nuova, di cui egli sarebbe stato il vate. Ora capisce perché una mano invisibile gli aveva scritto al principio del libro della sua memoria la rubrica: Incipit vita nova; e si spiega come mai avesse avuto la rivelazione che un giorno sarebbe sceso all'inferno e avrebbe detto ai malnati di aver veduta la speranza degli angeli e dei dannati (Vita Nuova, XIX, 8); ora intende a qual fine gli fosse stato conceduto di gustare la beatitudine del suo saluto (ibid., XI), di ammirare l'ascendere di quell'anima benedetta al cielo (ibid., XXIII, 26) e di salire con lo spirito pellegrino fin sull'empireo a contemplarne la gloria (Oltre la spera, ibid., XLI, 10). Il senso riposto delle visioni di allora gli si manifesta intero soltanto ora.
Allorché scriveva "l'amoroso libello", non prevedeva che Beatrice lo avrebbe ricondotto a sé e per sempre. Perché il racconto rispondesse a verità, conveniva riprenderlo, modificarlo e continuarlo. E lo riprese, spezzando la narrazione al punto che "la gentilissima" col riapparirgli aveva spezzato il suo secondo amore e s'era di nuovo impossessato della sua mente. Dopo si diede anima e corpo all'opera a cui Dio lo aveva destinato. Da questa convinzione e da una sete di giustizia senza pari nasce la Commedia.
II. L'Inferno. - Su quali fondamenta sarebbe sorto l'immenso edificio lo sapeva già. L'idea che il diritto cammino fosse stato smarrito da tutti gli s'era affacciato anche altre volte (Conv., IV, 1); ma in seguito all'inganno del Guasco (Par., XVII, 82) nessuno poteva più dubitare che il male, onde il mondo era stato daccapo distrutto, aveva la sua radice nella cupidigia tornata a corrompere la terra dal giorno della donazione di Costantino. Senza volerlo, dividendo l'Impero, questi aveva "con bestemmia di fatto" scerpata e derubata la seconda volta la pianta del paradiso terrestre (Purg., XXXIII, 52 sgg.; Par., XX, 55-60); e "la frode ond'ogni coscienza è morsa" era naturalmente rientrata negli uomini.
E siccome alle medesime cause seguono i medesimi effetti, ecco che la terra si è convertita in una "selva fonda", irta di "triboli e spine" (Gen. 3, 18), come quella dove fu esiliato il nostro progenitore. E come allora "ne' termini suoi" la creatura umana era stata insufficente a rilevarsi, cosi ora. L'inferno ha dilatate le sue fauci (Is. 5, 14) e spediti nel mondo i suoi satelliti; di maniera che, anche se uno faccia il passo "che non lasciò già mai persona viva " ed esca dalla selva, non perciò è in grado di salire alla cima del monte dove l'uomo è felice. Glielo impediscono le potenze del male, che rimanendo uno, assume forme via via più gravi, e le combatte ora sotto l'aspetto di lanza (incontinenza), ora di leone (violenza) e, finalmente, di lupa (frode), la fiera invincibile che non lascia passar nessuno "per la sua via" e tanto fa che l'uccide. Non rimane che confidare nel soccorso del cielo e invocarlo: il potente, fornito della virtù di liberare la terra dalla lupa verrà senza dubbio. D. n'è certo, come della verità dei principi primi della ragione. Invero Maria ha infranto già il "duro giudicio" che pesava sugli uomini, ottenendo che il mondo sia un'altra volta redento dalla nuova colpa originale.
Intorno al modo che sarebbe stato tenuto, era impossibile ingannarsi : data la immutabilità dei decreti divini, la nuova liberazione dalla colpa umana si sarebbe di certo modellata sull'« alto e magnifico processo" dell'antica. Allora operarono "congiuntissime" le tre Persone divine (Conv., IV, v, 3); ora ope-
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rano unite le tre donne di paradiso, specchio delle tre virtù per eccellenza divine. E come allora Dio ordinò due popoli, quello della pietà, di cui fece ministra la Chiesa, e quello della giustizia, di cui fece ministro l'Impero; cosi alla liberazione d'ora, ottenuta da Maria (Inf., II, 93-96), concorrono la pietà, impersonata in Beatrice, e la giustizia, impersonata in Lucia.
Perché non si equivocasse sull'ufficio proprio di costei, essa nell'antipurgatorio scende com'aquila, ha nel nome la stessa radice del minor luminare (lurina), ed elege suo rappresentante Virgilio, amico del silenzio e fioco. Ragione e fede, verità umana e divina, eroce e aquila, Chiesa e Impero, tutte insieme le potenze del bene debelleranno quelle del male e la lupa sarà ricacciata nell'inferno.
Non basta. Come Paolo ed Enea andarono a secolo immortale, quegli per conforto della fede, questi per apparecchiar Roma e l'Impero, cosi ora, per decreto divino "in pro del mondo che mal vive", va D. a ripigliar la missione dell' uno e dell'altro, essendo le due istituzioni, rimedi del peccato, ambedue cadute. E un fine al quale il poeta s'era sentito chiamare sin dal tempo del Convivio, e vi s'era anche applicato, ma con mezzi inadeguati (Conv., IV, i, 9).
Perché si sappia che ora muove da altri principi e va con l'aiuto di ben altre virtù, egli prima finge di essersi arreso presto e volentieri all'invito di Virgilio, nella supposizione che questi, come riteneva durante l'amore alla donna gentile, possedesse quanto bisognava a salvarlo dalla lupa, la "laida morte" a cui si correva e dalla quale liberava, allora, la filosofia. Ma ora il suo pensiero è mutato; si che, lungo il cammino per la spiaggia deserta, assalito dal dubbio che la sua non sia una follia "disvuol ciò che volle", e consuma l'impresa a cui s'era cosi prontamente risoluto. Torna nel suo proposito soltanto dopo aver saputo che Virgilio viene a lui mandato
dalle tre donne benedette. Accingersi a una cosi solenne missione senza una grazia specialissima dell'alto, sarebbe stato un voler volare senza ali. Andrà dunque, ma per merito di una donna gentile, ben diversa da quella in cui aveva errato, e assistito da un'altra veramente pietosa (Inf., II, 94, 133). Poi, quando la mirabile visione sarà cessata, egli la ridirà fedelmente agli uomini, e questi vi apprenderanno ciò senza cui ogni scienza diventa vana: in che consiste il male, in che il bene, e come dall'uno si possa, da vivi, risorgere e tornare all'altro; non secondo il suo, ma secondo il giudizio eterno e immutabile.
Nei primi due canti è una pagina autobiografica in cui le linee fondamentali del gran disegno sono tirate. Servirsi, però, di un'architettura che apparisse frutto della sua fantasia, non poteva: il "poema sacro" non avrebbe prodotto se non la commozione che dà la bellezza; e doveva indurre gli uomini a riconoscere il loro errore e ripigliare il retto cammino. Il principio ordinatore di quei mondi bisognava scaturisse da un concetto rigoroso della legge data da Dio agli uomini per conseguire la felicità temporale e l'eterna, alle quali aspirano. Dal modo con cui il comandamento divino sarà stato osservato o vilipeso dipenderà la qualità dei premi e delle pene.
Per non errare in una materia di tanta

(Art. Biblioteca Vaticana)
Dante - La Vita Nuova, § XIX, canzone t. Manoscritto del sec. xiv. Biblioteca Vaticana, Cod. Vat. lat. 3793, f. 99^{\text {V }}.
importanza il consiglio più sicuro era di attenersi all'insegnamento delle sacre carte, le quali affermano che il male è entrato negli uomini con Adamo per non aver sofferto di rimanere sottomesso alla legge, con cui Dio aveva posto un freno alla sua volontà. Sedotto dalla cupidigia, violò l'interdetto e divenne empio ed ingiusto (Par., VII). Ora poiché dalla sua derivarono tutte le colpe, queste saranno naturalmente figlie dell'empietà e dell'ingiustizia, com'è ripetuto nell'epistola ai cardinali d'Italia: Cupiditatem vanuquisque sibi duxit in ucorem quemadmodum et vui, quae annquam pietatis et equitatis, ut caritas, sed semper impietatis et iniquitatis est genetrix (Ep., XI, 14). Da questo semplice concetto del bene che nasce dal diritto amore, e del male, che è amor torto, ossia cupidigia,
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(Ivi. Alinari)
Dante - Inf., XVIII, 1-21. Codice Palatino 313 (sec. xiv) con chiose di Jacopo di Dante - Firenze, Biblioteca Nazionale.
e dà luogo a due specie principali di peccati, ha tolto non solo l'immagine della lupa che s'ammoglia a molti animali, ma anche l'asse, intorno a cui ha girato il suo pensiero morale civile e religioso, e quindi i tre regni dello spirito (Par., XV, 1-3). Ed ecco come.
Nell'inferno ci sono cerchi digradanti a guisa degli scaglioni di un immenso anfiteatro, dei quali Virgilio parla esaurientemente nel canto XI; e cerchi quasi pianeggianti a guisa di grandi campagne, come l'antinferno che comprende il vestibolo e il limbo, la regione stigia costituita dal quinto e sesto cerchio, e il Cocito, intorno ai qusli il maestro ha poco da dire. Ciascuno di questi ultimi, mediante un passo di morte, è costantemente distinto in due zone : la prima per le anime che han peccato contro la giustizia; la seconda per quelle contro la pietà.
Perché non sfuggisse la relazione in cui queste tre regioni infernali sono fra loro, nel vestibolo, stendentesi intorno a una "livida palude" (III, 98), ci fa incontrare in un danzato, quello del "gran rifiuto", che egli riconosce, sebbene brutto di sangue e di lagrime, ma del quale sdegna di dire il nome; nella palude stigia in un altro, Filippo Argenti, con il volto similmente lordo di lagrime e di sangue, il quale non vorrebbe essere riconosciuto, e il cui nome è invece gridato in tutto il cerchio; e nello stagno di Cocito - prima di scendervi finge di veder "molte alte torri", che gli ricordano quelle dello Stige, poi, sceso, trova anime cui vinse l'ira (XXXII, 51), come nel quinto cerchio (VII, 116) - finalmente inciampa in Bocca degli Abati, che vorrebbe rimaner celato, ma incontra la stessa sorte di Filippo Argenti (XXXII, 106); senza dire che il dialogo tra lui e il poeta si svolge quasi alla stessa maniera di quello con il "fiorentino spirito bizzarro ". E, questo dei paralleli, un accorgimento usato da D. in tutto il poema per mettere in rapporto le varie parti onde si compone.
Ora, che i traditori della Caina e dell'Antenora abbiano violato la giustizia, su cui riposa la famiglia e la patria, nessuno vorrà dubitare; ma che giustizia hanno
offesa gli orgogliosi dello Stige e i vilissimi del vestibolo? Altro mezzo di saperlo non pare ci sia, se non scoprendo la dottrina nascosta "sotto il velame de li versi stranis (IX, 63). E forse il luogo meno inteso della Commedia; ma poiché questa è pensata così che, chiarita una parte di maggior impegno, come i cani: VIII, IX e X dell'Inferno, rimane chiarita in tutto il resto, se ne tenterà la spiegazione, nella speranza di metter nelle mani degli studiosi il filo conduttore per orientarsi nell'interpretazione delle allegorie. Eliminate le difficoltà che, al porere di tanti, queste presentano, ciascuno potrà meglio da sé gustare la bellezza dell'opera; ché di esposizioni della Commedia se ne hanno più che non bisogni.
Fino allo Stige il cammino dei poeti è stato per il regno della lonza, e percio non difficile a superare; ma arrivati che sono alle sponde del quinto cerchio, le cose accennano a metter male. E chiaro che l'inferno è alle vedette e si prepara a resistenza più fiera. Ci avviciniamo all'inferno del leone e della lupa. Ai "cenni di castella", dati sulla cima delle torri, più rapido d'una ssetta, accorre il navicellaio Flegias con attitudine risolutamente ostile. Se non che Virgilio gli fa ringoiar la rabbia e lo costringe a riceverli nella sua barca. Mentre corrono "la morta gora" sulle cui rive, giovi notarlo, son cani e porci (VIII, 42, 50), come su quelle dell'Arno (Purg., XIV, 43, 52), uno di quei furiosi si prova a tuffar D. "in quella broda", ma Virgilio, pronto, lo respinge nel brage; e poi, in un impeto di commozione, abbraccia e bacia l'alunno sdegnooo, esclamando: "Benedetta colei, che in te s'incione".
L'espressione sembra fatta apposta per richiamarci al saluto delle donne ebrec a Gesù : Beatus venter qui te portavit (Le. 11, 27); tanto che qualcuno se n'è perfino scandalizzato. E non a torto, se il poeta, cosi schivo a parlare di sé e dei suoi, avesse inteso veramente benedir a madonna Bella, sua madre.
Per fortuna D. ha provveduto da sé a fornircene la spiegazione, nell'episodio di ser Brunetto. Come le "bestie fiesolane", che devono fare strame di sé medesime, hanno il loro preciso riscontro con l'Argenti che "in sé medesimo si volves co' denti ", cosí il lezame fiorentino lo ha nel bragó della palude, e la pianta da non toccare, perché in essa rivive "la sementa santa" di Roma, nel poeta in persona. Dopo le epistole V, VI e VII non sarebbe dovuto riuscire difficile nel "povero grande matto" dello Stige veder raffigurati i fiorentini Neri, avversi all'idea imperiale, e in D. il fiorentino serbatosi fedele alla madre Roma.
Il ricordo di aver corso pericolo di cadere sotto le branche dei fiorentini Neri, che lo avevano condannato a esser arso vivo, il poeta lo ha affidato, e in una forma più suggestiva, a un altro episodio, a quello dell'inseguimento dei diavoli nella bolgia dei barattieri, concepito in modo che il lettore, lo voglia o no, nell'immagine di Virgilio veda trasparire quella di una madre nel punto che, desta all'improvviso, vede le fiamme ardere vicino e, senza indugiare un istante, abbraccia "il figlio e fugge e non s'arresta". Rappresentatevi il maestro che, recatosi D. sul petto - "come suo figlio", si badi bene, "non come compagno" - sdrucciola supino giù per la ripa della sesta bolgia, e converrete che rende la figura di una madre, grave del suo portato.
Non si sa né quando né dove D. sia stato a un punto d'esser preso dai suoi nemici; ma si può esser certi che egli ha attribuita la sua salvezza all'intervento della sua madre ideale, pensosa di conservare al mondo il santo seme di Roma. E una notizia da aggiungere alla sua biografia, ma qui interessa soprattutto avvertire che, qualora dal discorso di ser Brunetto non risultasse evidente come nel gesto folle di Filippo Argenti sia da vedere un tentativo di affogare in quel pantano l'assertore dell'idea imperiale, e negli orgogliosi dello Stige i fiorentini, accecati dal fumo della cupidigia e sollevati contro Arrigo VII, l'analisi delle scene seguenti ci menerebbe alla stessa conclusione.
In virtù della legge impostasi, che fra le parti del poema deve correre perfetta armonia, finito di descrivere il regno della lonza, che va fino alle mura di Dite, era naturale che il poeta passasse a svolgere i motivi
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dell'assalto del leone e della lupa. In cambio di chiedere tutto alla sua fantasia, ha preferito servirsi degli elementi, offertigli dall'accanita resistenza di Firenze all'Imperatore, adattandoli ai suoi fini. Leggendo, a nessuno viene in mente che, oltre a colorire il suo disegno d'arte, egli potesse pensare ad altro. E riviveva le ore più agitate e angosciose della sua vita. Ogni frase si può commentare con le corrispondenti delle Epistole.
Quei più di mille diavoli, accorsi sulla porta di Dite a impedirgli il passo, somigliano ai fiorentini, quasi stuntes in limine corceris et miserantem quemptam, ne forte vos libaret captivatos.... propulsantes (Ep., VI, 21); come il giorno in cui rimandarono con parole "superbe e disoneste" gli ambasciatori del lussemburghese, dicendo «che mai per niuno signore i fiorentini inchinarono le corna» (D. Compagni, XXXV, iII). Cosa abbian risposto i diavoli a Virgilio non lo sappiamo. E noto solo che D. al vederlo con "gli occhi a la terra e le ciglia" case d'ogni baldanza, vorrebbe senz'altro tornare indietro, come quando, assalito dalla lupa, chinò «a ruinar le ciglia» (Par., XXXII, 138). Ma il buon duca, che poco prima non aveva potuto nascondere il suo turbamento, ha la visione di un grande che scende l'erta, e lo rianima con l'annusolo del vicino arrivo del Messo. Sulle «maligne piaggia» della palude fa quel medesimo che sulla «piaggia deserta» del prologo: - Verrà chi ricaccerà questa fiera nell'inferno dell'invidia donde prima è sbucata dicerea allora, e: - Verrà chi aprirà questa porta - dice ora. Ma il possente tarda, e Virgilio torna a dubitare (Ep., VII, 7). Quand'ecco tre furie, personificazione dei tre mali puniti nei tre ultimi cerchi, apparire sulla cima rovente della torre. Sono il satellitium snevi tyranni (Ep., VII, io), cui Arrigo avrebbe dovuto disperdere. I poeti mostrano di non temerle. Allora quelle gridano: «Venga Medusa». A tal minaccia Virgilio ordina immediatamente a D. di chiudere gli occhi, lo volta indietro e, non contento che quegli se li sia tappati con le proprie mani, glieli chiude con le sue. Rappresentava il pericolo più grave a cui il poeta un tempo era andato incontro (Purg., XXXIII, 67 sgg.). Ma l'amatore appassionato della «donna gentile» questa volta rinuncia deliberatamente a vedere, non cede alla tentazione di fissare lo sguardo in quella testa staccata dal busto, simbolo evidente del pensiero diviso dal suo principio; muore cioè alla superbia dell'intelletto; ed ecco che l'aspettato viene, simile a un vento (e vento di Soave è detto anche Enrico VI imperatore; Par., III, 19), "impetuoso per li avversi ardori" (Hac obice, scriveva ai fiorentini, tutti regi adventus inflammabitur amplius: Ep., VI, 13), "che fier la selva" (l'itala silva: De Vulgar. Eloq., XV, 1), e senza che nessuno possa resistergli (quid vallo sepsisse, quid propugnaculis et pinnis urbem armasse iovabit, cum advolaverit aquila in ouro terribilis?, Ep., VI, 12), «li rami schianta abbatte e porta fuori» (Non etenim ad arbores extirpandas valet ipsa ramorum iniisio quia iterum multiplicius virulenter ramificent, quosique radices incolumes fuerint; Ep., VII, 21), "fa fuggir le fiere" (soprattutto la lupa che gli impediva il cammino, come sulla porta di Dite i diavoli, figli autentici di lei) "e li pastori" (quelli, probabilmente, che s. Pietro vede per tutti i paschi « in vesta di pastor lupi rapaci»: Par., XXVII, 55).
E la prima grandiosa variazione a cui D. ci faccia assistere del motivo posto nei vv. 88 - 111 del prologo, e rappresenta la vittoria della giustizia dell'Impero sopra tutte le forze del male congiurate insieme. Siamo al canto IX della prima cantica, ossia al canto che porta il numero del miracolo. Perché il cielo intervenisse, Virgilio aveva esortato l'alunno a non disperare, anzi a confortare e cibare lo spirito "di speranza buona" (VIII, 106); e questi, invece di confidare nella ragione, richiama al cuore la sua eroica speranza, e vince (Par., XXV, 52). In premio di questa sua fede nell'immancabile adempimento del disegno divino gli è concesso di intravedere il prossimo avverarsi del suo grande sogno. Il Messo del cielo che apre la porta di Dite e disperde i lupi fieramente schierati contro i due fedeli assertori dell'idea imperiale, a similitudine dei fiorentini levati in armi contro Arrigo, e li ricaccia là onde li aveva dipartiti l'invidia, ossia in

(fot. Alinari)
Dante - Inf., I, 1-48. Codice ministo del sec. 21 v detto "Codice Tempi" - Firenze, Biblioteca Laureaziana.
Malebolge - fuor delle quali diavoli veri o propri non s'incontrano - adempic preciso alla missione del Veltro; è la conferma del costui vicino avvento.
Quel giorno, che cosa sarebbe accaduto di Firenze, se si fosse ostinata nella sua ribellione? Videbitis aedificia vestra... tam ariete ruere, quam igne cremari (Ep., VI, 75), ammoniva il poeta. Entrano difatti nella "città del foco" che arde tutta, ed è pure un sepolcreto, di mezzo al quale suona una voce, alta, solenne, quella di Farinata, a ricordare che gli odii son durati troppo a lungo, con grave danno delle parti. Ogni tomba racchiude i seguaci di una determinata eresia, e sono tante. Città più "partite" (VI, 61) sarebbe impossibile immaginarle. Se fra le tante sète ereticali del suo tempo D. ne rammenta due solamente, si spiega. Richiamando l'attenzione sugli epicurei e sui monofisiti, impediti ugualmente per le loro dottrine di concepire la virtù teologale della speranza, supponeva si capisse che senza questa, consistente in "un attender certo de la gloria futura" (Par., XXV, 67), quella porta non si apre. Appunto perché privi di essa gli eretici sono in un "cieco carcere" ( \mathrm{X}, 58 ); e "nel primo singhio del carcere cieco" (Purg., XXII, 103) sono gli abitatori del Limbo, per non aver avuto fede. Dopo il passo dell'Acheronte i senza fede; dopo quello dello Stige, accompagnato anch'esso da un terremoto (IX, 66), i senza speranza. Sospesi gli uni e sospesi parimenti gli altri, non pur per i coperchi delle tombe (IX, 121), ma sotto ogni riguardo. La sospensione segna il ritmo del X canto.
Dal poco che si è detto e dal molto che si potrebbe aggiungere si raccoglie con certezza che nella regione dello Stige, avanti la porta chiusa di Dite, sono gli incontinenti d'irascibile, che si avventano, come cani rabbiosi, contro i fedeli dell'Impero; dentro, ma un poco più bassi, i mancanti di speranza. Analogamente, in un piano leggermente inalinato verso il centro, nel cerchio ultimo, si trova lo stagno di Cocito, distinto in due parti principali da un passo di morte, invisibile allo sguardo, e nondimeno più spaventoso di tutti (XXXIII, 127). Tradire, come
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frate Alberigo, e ruinare isso fatto laggiù sono una cosa. Il viso supino del dannato, caratteristico degl'invidiosi, il ricordo della "frutta del mal orto", il suo insistere che gli aprano gli occhi - anche il serpe aveva promesso a Eva che i loro occhi si sarebbero aperti : aperientur oculi vestri (Gen. 3, 5) - il nome della zona, tolto da quel Tolomeo che tradi Pompeo, tutto fa intendere ch'egli violò la legge universale dell'humana civilitas, la quale ordina si segga a un'unica mensa, che dev'essere d'amore (Purg., XIII, 27). Commise una colpa altrettanto grave, quanto quella di Giuda, ed è andato soggetto alla stessa pena: "E fu allora, dopo quel boccone, che Satana s'impossessò di lui" (Io. 13, 27). Perciò, "nel fondo d'ogni reo" s'incontrano, nelle due prime circuizioni, peccatori contro la giustizia che è fondamento della famiglia e della patria; nelle due ultime coloro che violarono la giustizia divina che si attua nell'Impero, e la carità su cui si fonda la Chiesa: virtù ambedue necessarie, ambedue divine, ambedue derivate eguali dal medesimo fonte (Monarchia, I, xi, 14). E allora, se nella regione pianeggiante dell'antinferno dopo il passo di Acheronte sono i senza fede, qual virtù si dirà che hanno disconosciuta i vilissimi, vissuti simili a bestie quibus non est intellectus, e quindi del tutto privi delle virtù, da cui nascono le altre, le umane e le divine? Gli estremi si toccano. E chiaro infatti che essi non conobbero né giustizia, né pietà; ed è naturale che siano sdegnati nel tempo stesso dalla misericordia e dalla giustizia (III, 50). Sono infatti invidiosi "d'ogni altra sorte", anche della peggiore di tutte.
Un semplice sguardo ai cerchi digradanti in anfiteatro dirà che dal secondo, dei lussuriosi, al quinto, degli iracondi e accidiosi, sono peccatori contro la virtù umana della temperanza; nel settimo, dell'ira mala o matta bestialità, contro la fortezza; nell'ottavo, dei fraudolenti, contro la giustizia. Si obietterà che mancano coloro che non ebbero prudenza, la virtù che vede il presente il passato e il futuro ed è guida delle altre (Purg., XXIX, 130). Ma appunto perché tale, i più autentici negatori di essa convien cercarli fra gli "sciaurati" del vestibolo, gittati a correre, né morti né vivi, eternamente invano dietro un'insegna. Considerate la loro condizione, e seaprirete che per essi tanto varrebbe starsene perpetuamente immobili. Son tanto lontani, e pur i più vicini,

(per curiscia della Biblioteca Ambrosiana)
Dante - Par., I, 1-27. Codice C. 108 inI. (1355). Milano, Biblioteca Ambrosiana.
mobilità : dalla lonza "leggiera e presta molto", si viene alla lupa che porge gravezza. La legge è scolpita perfino in quell'enorme ammasso di materia che è Dite.
Inoltre, al principio del nono cerchio i due fratelli di Mangona che si cozzano come due becchi; al principio dell'ottavo Venedico che prostituisce la sorella; al principio del settimo Obizzo da Este, spento dal figliastro; al principio del sesto Farinata, che non si commove né punto né poco alla sorte di Guido, suo genero; al principio dell'alto inferno Francesca e Paolo, uccisi da Gianciotto; se non convenga aggiungere che al principio del Purgatorio s'incontra la Pia, finita per mano del marito, e al principio del Paradiso Piccarda, dal fratello strappata via dal chiostro. La corruzione ha guastato fin l'istituto della famiglia. I peccatori carnali, commentati da Virgilio nel quinto canto, han tutti offesa la
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fede coniugale; poi vien Ciacco, che ha parole cosi amare sulla città, alla cui azione sembra attribuire la causa prima della sua condanna; seguono gli avari e i prodighi, immagine vivente delle lotte perpetue in cui il mondo si travaglia per l'acquisto degli splendoriterreni; e finalmente, nello Stige, gli sprezzatori della giustizia e della pietà. Dalla famiglia alla città all'Impero e alla Chiesa, come nel Cocito.
D. nondimeno è cosi sicuro che Dio redimerà la terra da tanto male che, trasformata quasi in certezza per mezzo del Messo del cielo la profezia del prossimo avvento del Veltro, arrivato all'inferno dell'ira mala, di cui per la donazione di Costantino siamo tornati a esser figli (Eph. 2, 3), fa che Virgilio in quel ruscello dal rossore raccapricciante gli additi la cosa più «notabile» delle vedute fin là. Scaturisce infatti dalle ferite del gran Veglio, simbolo del genere umano, che ora, in seguito alla confusione dei due regimenti, procede zoppo, poggiando sopra il piede destro di terra cotta. Al pari degli altri fiumi è effetto della colpa, e come ogni colpa, mediante il dolore, ha in sé il principio della redenzione; per cui spegne sopra di sé "tutte fiammelle", e apre cosi una via attraverso quell'incendio universale. Togliete codesta virtù a quelle acque e nessuno più potrà giungere a salvezza. Con i loro vapori adempiono all'ufficio delle ruine, che sono come altrettante brecce aperte per la morte del Cristo nel regno di Satana, perché il male si potesse assalire dentro la sua fortezza e debellare.
Non sembra, ma un'altra prova della redenzione del mondo, e non solo del mondo presente, è nel modo con cui i poeti escono a a riveder le stelle». Con D. sopra le spalle Virgilio si appiglia alle coste vellute di Lucifero, scende, curvo sotto il peso, fino al grosso delle anche del gran mostro, gita lentamente su se stesso portando il capo dove prima aveva i piedi e prende a salir su con fatica e con angoscia, fino a che non esce per il fóro

(fot. Biblioteca Vaticana)
Dante - Inf., III, 130-36. Codice con miniatura di scuola ferrareso del sec. xv - Biblioteca Vaticana. Cod. Urb. lot. 385.

(Ist. Enc. Catt.)
Dante - Inf., I, 1-21. Ed. di Foligno 1472, corretore Giovanni Andrea de' Bussi da Vigevano - Roma, esemplare della Biblioteca Angelica.
di un sasso e pone D. a sedere sull'orlo di questo. S'è uniformato ai superbi del Purgatorio e ha purgato, almeno in parte, la macchia che per effetto della colpa di Adamo ognuno porta in sé nascendo, tanto che le verità della fede gli si cominciano a svelare più aperte. Di qui a poco lo udiremo confessare i misteri principali del cristiano, facendo cosi, senza saperlo, un passo decisivo verso la sua liberazione.
Sicché nella struttura dell'Inferno è la prima prova che il pensiero di D. intorno alle due autorità, ministre delle due virtù necessarie alla vita temporale e all'eterna, risponde in tutto e per tutto alla legge di Dio. Offese contro la giustizia e la pietà nei ripiani del doloroso regno, e negli altri cerchi, che da essi muovono, o sopr'essi portano, le offese contro le virtù che in quelle hanno la loro radice o il loro fondamento.
III. It. Purgatorio. - Per una «natural burella» i poeti salgono su a ritroso di un «ruscelletto» che va ad alimentare il Cocito, e riescono ai piedi della montagna del Purgatorio. Al primo aspetto pare proprio che nell'ordinamento dei peccati il "secondo regno" obbedisca a un criterio diverso; ma la natura del male è una e le colpe, pur variando all'infinito, nascono sempre dalla stessa radice. Anzi nel secondo regno il principio ordinatore apparisce più chiaro.
Il primo personaggio che vi s'incontra è un autentico rappresentante della virtù di Roma, giunta con Catone a tanta perfezione da quasi pareggiare con lo splendore delle quattro virtù cardinali quello delle teologali simboleggiate nel sole (Purg., I, 37); perché quando l'uomo, insegna il De Monarchia, vive in tranquillitate pacis e attende all'opera più veramente sua, compie opus fere divinum (I, iv, 2). Poco appresso ecco apparire un rappresentante dell'autorità spirituale, l'angelo nocchiero che senza né remi né vele porta le anime raccolte sulla foce del Tevere al mondo intravisto da Ulisse - dove cercare la
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felicità i Greci lo sapevano (De Monarchia, I, 1, 4) - Siamo appena ai piedi del santo monte che già il poeta ci richiama alla sua idea più cara. Ma siccome la chiarezza non'é mai troppa, poco più in là, stando ancora sul «solingo piano» che circonda il purgatorio, da una parte trova anime che per troppo amore alle cose belle di quaggiù, all'arte e alla filosofia, compreso lo stesso Virgilio, tardi pensarono a Dio; dall'altro Manfredi che per troppo amore all'Impero si ribellò alla Chiesa. Varia la trama, ma l'ordito è quello dei cerchi pia. neggianti dell'Ederno: manco di giustizia e manco di pietà.
Fra la prima e la seconda coppia l'episodio di Casella, uno dei più ammiravoli ed ammirati del poema. Si ritiene comunemente che in esso abbia voluto esprimere la potenza della musica sulla sua anima. Ora la musica c'entra senza dubbio, ma non sola. La seduzione maggiore, su quelli spiriti giunti di fresco alla spiaggia del purgatorio, l'essercta la canzone «Amor che nella mente», il cui contenuto è tutto una lode tanto calda della ragione umana che, udendola, Virgilio si scorda d'ogni altra cosa e porge orecchi e anima a quel canto, come se sentisse dalle radici oscure del suo essere ris