di muovere i piedi e per le varie posizioni delle persone anche le parti inferiori del corpo dei componenti la coppia facilmente si incontrano. Per la diversità di certe movenze nella danza questi balli moderni hanno vari nomi : one-step, two-steps, turqucy-irst, pas de l'ours, tango, spira, charleston, foxtrot, rumba, carioca, bnogie-tnongie, samba, raspa, ecc.
2. Comunque il ballo in sé non è un atto illecito : è una manifestazione e quasi un'esplosione di gioia; il godimento si realizza nel vedere il proprio corpo e l'altrui rispondere con movimenti ritmici, sincronizzanti alle note della musica. La malizia non è intrinseca nel ballo, a meno che non prescriva atti volutamente osceni, ma può essere aggiunta da chi lo attua; favorita da circostanze, spesso, oggi in particolare, perfidamente studiate e combinate da ideatori, compositori ed organizzatori, perché facilitino e rendano

(da V. Leroyeuts, Les soorameniaires et miserts des bibl. publiques de France, Parigi (92), (ar. 8))
Danza - D. campestre. Messale di Poitiers (sec. XV) - Parigi. Biblioteca Nazionale, ms. Lat. 873, f. 21.
Da queste d. solenni si sviluppò fin dal Rinascimento il ballo di salotto, che nei secoli successivi venne sempre più impoverendosi di foldore ed individualizzandosi tra il singolo cavaliere e la singola dama. Dal punto di vista morale poi la grande rivoluzione si ebbe nei secc. xvili e xix, sotto l'influsso di un liberalismo attuantesi anche nei costumi : dalla d. in cui il cavaliere toccava solo la mano della dama, si venne all'abbraccio nella parte superiore del corpo della coppia moventesi in continui giri (dames tournantes). I balli cosi attuati presero nomi diversi secondo le varie movenze del corpo: sadzer, polka, galop, mazurka, violowa, scottish, caucan, cotillon, cake walk, ecc.
Da allora si nota pure l'interesse dell'autorità ecclesiastica al ballo, come problema morale, nei decreti delle SS. Congregazioni e nelle lettere dei pontefici, come pastori universali e come sovrani del territorio pontificio, senza parlare poi dei provvedimenti pastorali presi dai vescovi.
Veramente non mancano forti richiami contro il ballo anche nella letteratura patristica(s. Pier Crisologo, Serm., 127, 174: PL 52, 452, 654; s. Ambrogio, De Elia et istunio, cap. 12; In Ps. 40, 24: PL 14, 711, 1078; s. Gerolamo, Ep. 70 ad Heliodorum: PL 22, 601 ecc.) e nella legislazione conciliare dell'età di mezzo. Però quegli scritti rispecchiano una situazione diversa. Mentre i Padri hanno di fronte il ballo quale resto di paganesimo (Arnobio, Adversus gentes, cap. 6: PL 5, i118) e spesso, a testimonianza degli stessi pagani, quale diversivo di osceaità rivoltanti (Ammiano Marcellino, XIV, cap. 5, 6), i concili del medioevo condannano i balli che si facevano nei cimiteri e nelle chiese più che altro ratione loci.
quasi inevitabile il peccato. Le movenze stesse del corpo prescritte sono a volte quasi espressione di commozione ed atti sessuali.
Quando la d. degenera apertamente non è più ballo; è un atto osceno o una serie di atti osceni che come tali vanno valutati. Cosi si deve, ad es., dire del cosiddetto «ballo angelico», in quo nuditas est totalis, e di certi entr'actes in cui il ballo è un pretesto. Se ancora conserva l'aspetto di d., il ballo rimane un'occasione di peccato prossima o remota, in dipendenza dalle circostanze soggettive ed oggettive.
Prescindendo dalle circostanze soggettive, che variano secondo il sesso, l'età, l'educazione di ciascuno, e la preoccupazione che si pone nell'osservare le regole della d., le circostanze oggettive che hanno principalmente peso nel giudizio morale, sono le seguenti : a) la maggiore licenza delle donne nel vestire; b) la maniera di conversare spesso libero e provocante; la facilità ad osare certi atti più o meno libidinosi, specie negli intervalli di riposo; c) l'aspetto degli altri ballerini che può essere a volte più provocante che non gli stessi istanti di attiva partecipazione al ballo; d) la musica spesso lasciva, come è frequentemente lo jazz, a cui non rare volte in origine era congiunto un testo di canto osceno, rievocato dalle note stesse; e) l'uso di bevande inebrianti o troppo eccitanti; f) il difetto di luce, specialmente in alcuni angoli dedicati al riposo delle coppie, quando poi non si aggiungono improvvise interruzioni di luce previste o predisposte;
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g) il ritrovarsi insieme dopo il ballo solus cum sola e le susseguenti eccitazioni provocabili nella fantasia.
Queste circostanze in tutto o in parte possono essere più facilmente eliminate nei balli privati che nelle sale pubbliche, dato che nei primi si procede per invito, rimesso ordinariamente a persone, almeno esternamente, oneste.
3. Dire quando il ballo è occasione prossima o remota di peccato, non si può determinare a priori, con regole fisse, ma solo ricostruire in base alla esperienza, cioè alla frequenza delle cadute o meno, e secondo queste il confessore deve regolarsi con i penitenti. L'esperienza collettiva dimostra che bene spesso (non sempre s'intende) i balli più moderni, di cui sopra si è fatto cenno, sono un'occasione prossima di peccato. Da ciò le frequenti pastorali dei vescovi contro il ballo, e il forte richiamo di Benedetto XV nella enciclica Sacra propediem del 6 genn. 1921, che classificava i balli moderni come "barbari, uno peggiore dell'altro" e degli stessi asseriva "non si potrebbe trovare un mezzo più adatto per togliere ogni

(da F. Calot, i. M. Michon, P. Angoulreul, Lurs du livre en France des origines a nos jours, Parigi ftil, p. 37)
Rub.: G. Vuillier, La danse, Parigi 1899: B. Oietti, Chorece, in Synopsis rerum mor, et iuris paul., 3^{4} ed., Roma 1912, coll. 750-51: T. Ortolan, Danse, in DThC. IV, coll. 107-34; F. Vuillezmet, Les catholiques et les dames nouvelles, Parigi 1924; J. Knians, The organization of dances by the clergy for ecclesiastical purposes, in The irish ecclesiastical record, 36 (1930), pp. 531 532: J. Brys, De oblectamentis status clericalis decestiae repugnantibus, in Coll. Brug., 35 (1935), pp. 283-87; L. Goodby, Dancing in Church, in The catholic Digest, 3 (1939), pp. 31-33; F. Ter Hare, Canto conerication, I, 2^{4} ed., Torino 1939, pp. 91-106; C. Jeglot, La giovane e il piacere (I toccaini della giovane, 4), Torino 1943; A. Shechan, Dancing before the Lord, in The catholic Digest, 10 (1946), pp. 23-24; J. Th. Dramavan, The clerical obligations of canons 1: 3^{8} and 14^{°}, Washington 1948, pp. 163169.
Pietro Palazzini DANZA MACABRA. - Il tema si collega con le meditazioni comuni nel xiv e xv sec. sulla caducità dei beni e degli splendori umani e sulla cguaglianza di tutti gli uomini di fronte alla morte.
Già nel '200 nella letteratura francese era frequente il "paragone dei tre morti e dei tre vi. vi" d'altronde presto conosciuto anche in Italia come è evidente nei famosi affreschi del camposanto di Pisa, e in quelli donde essi derivano, di cui sono rimas: i frammenti in S. Croce a Firenze, attribuiti ad Andrea Orcagna.
Danza macabra - D. m. Silografa da La danse macabre, Parigi, Guy Marchand 1485.
Anche l'immagine stessa della morte intesa come uno scheletro era già comune nel sec. xiv. Nello stesso secolo fa in Francia la sua comparsa la strana parola macabre in origine macabré. "Je fis de macabré la dance" dice il poeta Giovanni Le Fèvre nel 1376. L'etimologia del termine macabre è molto discussa, sembra tuttavia certo che essa si colleghi ad un nome proprio; anzi lo si è voluto mettere in relazione con i martiri Maccabei. Ad ogni modo una d. m., cioè una sequenza di scene e quadri ove apparivano in atto di danzare immagini di morti e di vivi, era rappresentata in Francia agli inizi del sec. xv: e il duca di Dorgogna fece rappresentare una tale danza nel 1442 nel suo palazzo di Bruges. Da quelle rappresentazioni teatrali deriverebbero non solo le incisioni di Guyot Marchant e di Holbein ma anche la più celebre di tutte le antiche d. m., quella dipinta nel 1424 sul portico del cimitero degli Innocenti a Parigi poi distrutta nel sec. xvir donde a loro volta derivarono le numerose altre d. m. dipinte allora in Francia, tra le quali alcune conservate, quale quella della chiesa di La-Chaise-Dieu che è della seconda metà del sec. xv.
La figurazione venne ripetuta in Germania e negli altri paesi ove ebbero diffusione il gusto e la cultura gotica francesi e apparve anche nell'Italia settentrionale, ove la più interessante è certo quella di Clusone presso Bergamo dipinta nel 1485 .
In Italia tuttavia fin dal sec. xiv prevalse il tema del "trionfo della morte" non solo negli affreschi del camposanto di Pisa, più sopra ricordati, ma anche nella pittura riminese del ' 300 ; un "trionfo della morte" è raffigurato anche in una tavoletta della pinacoteca di Siena attribuita a Pietro Lorenzetti e in un grande affresco del sec. xv, opera di un pittore educato alle forme dell'arte catalana, già nel cortile del palazzo Sclafani a Palermo ed oggi nel municipio di quella città.
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A sinistra: BITRATTO DI DANTE, affresco di L. Signorelli (1499-1500). Cappella di S. Brizio - Orvieto, Duomo. A destra: TONDO A CHIARO. SCURO CON SCENE DEL II CANTO DEL PURGATORIO, di Luca Signorelli (1499-1500). Cappella di S. Britto - Orvieto, Duomo.
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A sinistra: DAVID E CORI DI EDITHUM, ASAPH, CORE, ETHAN E MOSÈ. Miniatura della Topographia di Cosma Indisciplinare (sec. 12) Biblioteca Vaticana, cod. Vat. grec. 699, f. 63 v. A destra DAVID FRA LA "SOPHIA" E LA "PROPHETIA". Miniatura del Salterio contenuto nel cod. Palat. grec. 381. R, f. 2 r (sec. x) - Biblioteca Vaticana.
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Bibl.: P. Vigo, Le d. m. in Italia, 2^{2} ed., Bergamo 1901; F. Neri, a. v. in Enc. Ital., XII (1931), pp. 365-70; I. Huisinga, Antunno del medioevo, Firenze 1940, trad. della 3ª ed. del 1928, pp. 192-96. Emilio Lavagnino
DANZANTI. - Seguaci di una setta fanatica apparsa nella seconda metà del sec. xiv nel Belgio fiammingo e nella Renania. Furono cosi denominati a motivo delle danze smodate che li caratterizzavano. Numerosi cronisti dell'epoca, tra i quali Radolfo de Rivo (m. nel 1483), ci forniscono notizie molto particolareggiate intorno a questo strano movimento. Sono concordi cotesti scrittori nel segnalare la presenza di tale setta per la prima volta ad Aix-la-Chapelle verso il 1374.
Si trattava di una turba di persone d'ambo i sessi, proveniente dall'alta Germania, la quale, presa da una furiosa mania di ballare, eseguira danze dappertutto, penetrando perfino nelle chiese e profanando gli altari. Il movimento contagioso si propagò soprattutto nella città di Liegi e nei suoi dintorni, tanto che in breve tempo si potcrono contare molte migliaia di d. Il volgo senz'altro attribuil la colpa di tali fenomeni al clero concubinario del luogo, accusandolo di avere malamente somministrato il Battesimo, né mancò qualche fanatico che propose il massacro di tali preti. Un rimedio efficacissimo per guarire queste persone fu trovato applicando ad essi gli esorcismi della Chiesa, preceduti dalla lettura del primo capitolo di s. Giovanni, o mostrando loro l'Ostia consacrata, oppure facendo loro bere acqua benedetta. Combattuto in tale maniera, dopo breve tempo il movimento pressoché scomparve e fenomeni di questo genere divennero sempre più rari. Dapprima questi d. vennero chia-

Danza macabra - Pianeta in velluto nero con figurazioni della d. m. (sec. xvi) - Mons. chiesa di S. Nicola.

(Int. Biblioteca Vaticana)
Danzica - Lettera del card. Girolamo Colonna relativa a questioni riguardanti il monastero cistercense di S. Maria del Paradiso in D. al nunzio apostolico Mario Filonardi (Roma 28 ag. 1639) - Biblioteca Vaticana, cod. Vat. lat. 8473, f. 310.
mati «d. di s. Giovanni»; a partire dal 1418 invece si chiamarono «d. di s. Vito», perché per poterli guarire dalla loro mania, si introducevano in una cappella dedicata a questo Santo, nelle adiacenze immediate di Saverne.
A torto qualcuno volle classificare questi d. fra le numerose sètte eretiche di quel tempo: nessuna eresia specifica infatti può venire loro imputata. A giudicare dal carattere contagioso delle loro danze, si dovrebbero piuttosto considerarli come malati di isterismo. Molto verosimilmente però alcuni di questi fenomeni rappresentano casi di vera possessione diabolica, perché soprattutto attraverso gli esorcismi i d. ottenevano la guarigione del loro stato anormale.
Bibl.: Radolfo de Rivo, Gesta Pontificum Leodiensium, inserito da J. Chapeauville in Gesta Pontificum Tongrensium, Trajectensium et Leodiensium, III, Liegi 1616, pp. 19-22; P. Frederico, De secten der Geredours en der dansers in de Nederlanden, Bruxelles 1899; G. Bareille, Danseurs, in DThC, IV, coll. 134-36.
Guglielmo Zannoni
DANZICA (Gdansk, Danzio), diocesi di. - Fondata nel 1925, immediatamente soggetta alla Sede Apostolica. Primo vescovo: Edward O'Rourke. Eugenio III con lettera del 1148 segnando i limiti della diocesi di Włocławek (Wladislavia o Kujavia) menziona in quest'ultima «castrum Gedanum in Pomerania». D. fu sede dell'arcidiaconato di Pomerania nella diocesi di Włocławek fino al 1818. Dal 1818 al 1824 fu sede del vicariato apostolico di Pomerania. Nel 1824, per la bolla De salute animarum di Pio VII, l'arcidiaconato di Pomerania fu incorporato alla diocesi di Chelmno (Culma). Dal 1945 è amministrazione apostolica.
Superfice, kmq. 1926; ab. 275.000 dei quali : cattolici 265.000 ; parrocchie 56 ; chiese, 85 . Sacerdoti diocesani 61 ; sacerdoti regolari 40 , religiose 94 ; sacerdoti di altre diocesi 46 ; seminaristi, 17. Case religiose : maschili 8 , femminili 18 (1948).
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Chiese notevoli: S. Giovanni del 1214; pp. Domenicani del 1226; S. Caterina del 1227-29: di N. S. del 1343-1503: cappella reale fondata dal re polacco Jan Sobieski nel 1681. A D. nacquero: Jan Dantyszek (Dantiscus, 1483-1548), vescovo di Warmia; Jan Heweliusz (1611-87), astronomus. Trovasi a Oliwa l'abbazia dei Cistercensi fondata nel 1173.
D., porto principale alla foce della Vistola (Wisla), apparteneva alla Polonia dal sec. XI. Nel 1308, dopo la strage compiuta dall'Ordine teutonico dei Crociferi, in cui perirono 10.000 ab., la città passò sotto la loro dominazione; tornò alla Polonia dal 1454: dopo il secondo smembramento della Polonia nel 1793, passò alla Prussia. Eratta a stato libero con un piccolo territorio circostante dalla Società delle Nazioni nel 1919-20 e incorporata alla Germania nel 1939, ritornò alla Polonia nel 1945.
BibL.: M. Balinski i T. Lipiński, Starożyina Polska, I, ivi 1844, pp. 675-709; A. Theiner, Vetera monumenta Poloniae et Lituaniae, I, Roma 1860, pp. 272-73; J. Diugosz, Opere sumia, Cracovia 1867, II, p. 482; III, pp. 96, 181, 218, 410, 509, 521; A. Bielowski, Monumenta Poloniae historica, II, Leopoli 1872, p. 13; Słousiċe Geograficzny Królestwa Polskiego, II, ivi 1884, pp. 313-32; M. Walicki i J. Starzyński, Dzieje Sztuki Polskiej, Varsavia 1938, p. 74; H. de Manfort, Dantzig port de Pologne, Parigi 1939, pp. 3-64; M. Pirozynski, Statystyka Katciola Katolickiego w Polsce, in Homo Dei, Breslavia 1946, pp. 80-82, 464-67, 578-79; Seminario Duchesne w Polsce, ivi 1948, p. 84; X. M. Nowodworski, in Encyklopedia Katcielna, IV, 64-65; XX, 396-414; S. Orgelbranda, Encyklopedia Powszechna, XI, 772-78; XVI, 859-60. Adamo Macielinski
DA PONTE, Lorenzo. - Letterato, n. a Ceneda (Belluno) nel 1749. Ebreo, fu battezzato dal vescovo Da Ponte, che l'aveva raccolto per carità e di cui assunse il nome. Abbracciò, per calcolo, la carriera ecclesiastica (1773). Per la sua vita dissipata dovette fuggire da Venezia e poi fu espulso dall'Austria, dove era stato poeta di corte e aveva composto per il Mozart i libretti di Le nozze di Figaro, Don Giovanni e Cosi fan tutte. Da allora andò ramingo in Inghilterra e in America, dove diffuse la cultura italiana. Le sue Memorie (1829-30) lo rivelano uno di quegli avventurieri dell'ultimo Settecento, la cui fondamentale genialità fu infirmata dalla carenza di senso morale e dall'irrequietezza della vita. Alcuni Salmi religiosi ne denunziano la povertà spirituale. M. riconciliato con la Chiesa a Nuova York nel 1838.
BibL.: Opere : Memorie, a cura di G. Gambarin e F. Niccolini. Bari 1918. Studi : J. L. Russo, L. Da P., Nuova York 1922; U. Liberatore, L. Da P. scrittore, in Profili storici, Roma 1936 (v. indice).
Enzo Navarra
DA PONTE, Luigi: v. puente, luis de la.
DAPRÀ, Agapito. - Orientalista francescano, n. il 22 maggio 1653 a Tesero (val di Fiemme, Trento), m. nel nov. del 1687 a Padova. Nel 1680 era a Roma nel collegio missionario di S. Pietro in Montorio per apprendere l'arabo. Non risulta se sia stato mai missionario in Egitto.
Professore di arabo nel seminario vescovile di Padova dal 1682 fino alla morte, pubblicò una grammatica araba Flores grammaticales arabici idiomatis... (Padova 1687), che per essere molto utile ai missionari fu ristampata da Propaganda. Nella parte 2ª, di 70 pp., ha Rudimenta grammaticae Persicae.
BibL.: P. L. Rosat, in Contributi alla storia dei frati Minori della provincia di Trento, Trento 1926, p. 258 agg.; A. Kleinhans, Historia studii linguae Arabicae..., Quaracchi 1930, pp. 206208. Bonaventura Mariani
DARBITI (Plymouth Brethren). - Setta protestante, sorta in Irlanda tra il 1827 e 1829 e diffusasi in Inghilterra. I suoi aderenti (tra cui A. N. Groves, fondatore della missione di Bagdad, Mr. Parnell [Lord Cogleton] e J. Nelson Darby [v.], che diede alla setta nome e impulso) si riunivano privatamente per «spezzare il pane» e pregare. Dal loro centro inglese di Plymouth si dissero anche plimuttisti.
Si proposero di rimediare ai mali della Chiesa anglicana col ritorno alla semplicità della Chiesa primitiva, senza vescovi, senza liturgia, senza confessioni di fede. Tra le loro dottrine spicca quella dell'assoluta sicurezza dell'eterna salvezza, sotto obbligo però di fare buone opere, come pegno della perseveranza finale. I minuitri sono designati dai fedeli senza cerimonia speciale. Preferiscono celebrare il culto in case e sale private. L'Eucaristia o «la frazione del pane» è un semplice ricordo di Nostro Signore. Le numerose missioni dei d. hanno organizzazioni differenti dalle altre missioni protestanti e, per sottrarsi a qualsiasi controllo, respingono l'appoggio di società od organizzazioni estranee. Vi è tuttavia una società detta «Christian Missions in Many Lands» (C.M.M.L.), formata dai d., la quale riceve le relazioni dei missionari e le pubblica su alcune riviste con notizie sui paesi e sulle missioni, dove lavorano; ne manifesta i bisogni, raccoglie tutte le elemosine e i doni che spedisce ai missionari senza punto intromettersi negli affari loro. I plimuttisti o d. americani pubblicano la rivista Faire from the Vineyard e gli inglesi gli Echoes of Service. In quest'ultima si trovano abbondanti notizie delle loro missioni in Italia (sui plimuttisti o d. italiani v. GUCCIARONI, PIERO).
BibL.: The Principles of Christians called "Open Brethren", Glasgow 1913; United States Department of Commerce, Religious Bodies, Washington 1926; T. S. Welch, The Story of the Brethren Movement, Londra 1934; C. Crivelli, I protestanti in Italia, II, Isola del Liri 1938, pp. 139-47. Camillo Crivelli
DARBOY, Georges. - Arcivescovo di Parigi, n. il 16 genn. 1813 a Fayls-Billot (Haute-Marne), m. il 24 maggio 1871 a Parigi.
Ordinato sacerdote nel dic. del 1836, fu nominato vicario della parrocchia di Notre-Dame a S. Dizier. Insegnò poi teologia al grande seminario di Langres e pubblicò una traduzione delle opere di Dionigi l'Areopagita, con una interessante introduzione. Si trasferì nell'autunno del 1845 a Parigi ove divenne elemosiniere del collegio di Enrico IV. Ucciso l'arcivescovo di Parigi mons. Affre nel giugno del 1848 , il suo successore mons. Sibour nel 1854 lo nominò vicario generale onorario di Parigi e gli affidò la suprema direzione religiosa di tutti gli istituti d'educazione della diocesi. Per lui il D. redasse una relazione sulle condizioni della diocesi di Parigi da presentarsi a Pio IX nel 1854 che fu poi pubblicata con aggiunte: Statistique religieuse du diocèse de Paris, mémoire sur l'état présent du diocèse (Parigi 1856). Eletto vicario capitolare dopo l'assassinio del Sibour, rimase vicario sotto il successore di lui, il card. Morlot; ed alla morte di questo nel 1863 fu nominato arcivescovo di Parigi.
Pubblicata nel 1863 la Vie de Jésus del Renan, il D. nella pastorale di Quaresima del 1864 ne confutò gli errori. Offuscarono i grandi meriti pastorali del D. i sentimenti gallicani, per cui pretesce di poter esercitare i diritti episcopali sui religiosi esenti, meritandosi il rimprovero di Pio IX nel 1865 , cui presentò le sue scuse. Nel Concilio Vaticano del 1870 stette insieme col Dupanloup nel gruppo degli antinfallibilisti e con essi lasciò Roma alla vigilia della definizione; si sottomise però il 2 marzo 1871. Arrestato durante la Comune, il 4 apr., come ostaggio, venne fucilato nella prigione della GrandeRoquette.
Fra le opere sono da segnalare: Les femmes de la Bible, 2 voll., Parigi 1846, 8^{\text {a }} ed., ivi 1876; Les saintes femmes, ivi 1847; S. Thomas Bechet, 2 voll., ivi 1858; Oeuvres pastorales, 2 voll., ivi 1876.
Bibl.: J. Guillemin, Vie de mgr. D., Parigi 1888; J. A. Foulon, Histoire de la vie et des oeuvres de mgr D., ivi 1889; A. Largent, s. v. in DThC, IV, coll. 141-44. Silvio Furlani
DARBY, John Nelson. - Uno dei principali fondatori della setta dei darbiti (v. DARBIT) o fratelli di Plymouth, n. a Londra il 18 nov. 1800 , m. a Bournemouth il 29 apr. 1882. Studiò giurisprudenza a Dubli-
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no, ma poco dopo si dedicò al ministero pastorale nella Chiesa anglicana. Avendo cominciato a dubitare sull'autorità di questa Chiesa, alcuni anni dopo l'abbandono e si riunì in Dublino con un gruppo di persone delle sue idee. Nel 1830 si trasferì a Plymouth dove era già vigoroso un altro gruppo somigliante.
Per propagare la nuova setta visitò la Svizzera dove si trattenne due anni ( 1838-40 ) fondandovi le Congregazioni plimuttiste di Vaud, Ginevra e Berna. Ritornato a Plymouth scelse questa città come centro della sua attività : visitò la Germania, la Francia, e per sei volte fu negli Stati Uniti; nel 1871 si trova in Italia e nel 1872 nella Nuova Zelanda. Fu scrittore instancabile, come lo dimostrano i 32 volumi delle sue opere. Scrisse non solo in difesa delle sue dottrine e sulla S. Scrittura, ma anche contro i wesleiani, i puscisti, contro l'apologia di Newmont e compose vari inni e canti religiosi, ecc. La sua idea principale era che la sua setta, senza intralci di organizzazione ecclesiastica, con la sola Bibbia ma guidata da Dio, riunirebbe tutte le altre. Il suo carattere intransigente però gli alienò alcuni dei suoi collaboratori (G. Müller, B. P. Tregelles, A. N. Graves) e perciò la setta dei darbiti è tra quelle che hanno avuto più scissioni.
BNL.: W. Blair Neady, A History of the Plymouth Brethren, Londra 1901 (per tutum); Th. Schaft-Hersog, s. v. in Encyclopedia, III, Nuova York e Londra 1909, pp. 356-57; T. S. Veitch, The Story of the Brethren Movement, Londra s. d., p. 43 sgg.: Anon., The Principles of Christians called "Open Brethren", Glasgow 1913, p. 89 sgg.
DAR-ES-SALAAM (arabo Dâr-es- Saldan), vicariato apostolico di. - Questa missione africana (Tanganica) fu creata come prefettura apostolica il 16 nov. 1887 con territorio distaccato da Zanzibar (v.), fu denominata Zanzibar meridionale e affidata ai Benedictini tedeschi di S. Ottilia: il 10 ag. 1906 essa fu elevata a vicariato apostolico col nome attuale.
Nella insurrezione degli indigeni del 1905, oltre il vescovo, furono massacrati un padre, 4 fratelli e 4 suore. Nel 1913 se ne staccò al sud la nuova prefettura apostolica di Lindi, attuale abbazia nullius di Peramiho (v.). In seguito alla guerra 1914-' 18 , i missionari tedeschi furono rimpatriati, e nel 1921 il vicariato fu affidato ai pp. Cappuccini svizzeri, che lo conservano e dirigono tuttora. Nel 1921 la parte orientale formò la nuova prefettura apostolica di Iringa (v.), passata ai padri della Consolata. La missione ha una superfice di 130.000 kmq . ed una popolazione di mezzo milione di ab., dei quali più di 340.000 musulmani, 110.000 pagani, 3400 protestanti. I cattolici sono 30.009 e i catecumeni 6476. I missionari sono (1948) 51, i fratelli 43 e le suore 54; essi sono coadiuvati da 244 catechisti e 203 maestri, le scuole primarie ( 60 ) sono frequentate da 6322 ragazzi, l'unica scuola media da 100 studenti, le altre scuole (6) educano ca. 700 alunni. Vi sono pure orfanotrofi, asili per vecchi e lebbrosi.
BNL.: O. Hock, Il vicariato ap. di D.-es-S. (Africa Orientale) amministrata dai Cappuccini della provincia svizzera, in Rivista illustrata della esposizione missionaria catièrna, 2 (1925), pp. 425-32; C. Wehrmeister, Die Benediktiner-Missionäre von St. Ottilien,
St. Ottilien 1938, pp. 47-77; GM, p. 232; Arch. di Prop. Fide, Prospectus status missionis, pos. prot. n. 4413/48. Giovanni B. Tragella
DARESTE, CAMILle. - Medico e naturalista francese, n. a Parigi nel 1822 , m. ivi nel 1899.
Diresse il laboratorio di teratologia alla «Ecole des hautes études» di Parigi.
Fu fra i pochi che, riconosciuto il carattere ipotetico dell'evoluzionismo, supicò esperimenti che risolvessero la questione. Spirito induttivo, scrisse: «Non è con l'accumulo di ipotesi più o meno verisimili, alimento di discussioni interminabili e sterili, che si riuscirà a determinare l'origine delle forme della vita. Se il problema ci è accessibile, se non supera la portata dell'intelligenza umana, l'esperimento solo può fornire elementi di soluzione».
BNL.: Opere: Recherches sur la production artificielle des mous. tronsités, Parigi 1877; Troisième notice sur les travaux scientifiques de C. D., ivi 1879-83.
Luigi Seremin
DARIA, santa, martire: v. CRISANTO e DARIA, santi, martiri.
DARIEN, vi-
CARIATO APOSTOLICO di. - La missione di D. è situata nella parte sud-orientale del Panama e comprende tutta la zona meno civilizzata del paese. L'evangelizzazione fu iniziata nei primi anni del sec. xvı da alcuni domenicani ai quali in seguito si aggiunsero i Cappuccini ed i Gesuiti che dovettero poi ritirarsi per le ostilità degli Indi ed il favore dato ai protestanti dalle autorità civili. Alla fine del sec. xviri, cessata la persecuzione ritornarono gli Agostiniani. Il vicariato apostolico fu eretto il 29 nov. 1925 per smembramento dell'arcidiocesi di Panama ed affidato ai Figli del Cuore Immacolato di Maria (Claretiani).
Approssimativamente si può eselcolare che la popolazione ammonti a 113.000 ab. sparsi su un territorio che si estende per kmq. 28.010 . I cattolici sono 64.000 , i protestanti 20.500 , i pagani 22.000 , gli ebrei, maonettani e dissidenti orientali 6500 . Il personale missionario è composto da 25 sacerdoti claretiani, 13 fratelli laici e 56 suore. Il vicariato è diviso in due distretti, 6 parrocchie, 3 stazioni primarie, 46 stazioni secondarie. Vi sono 22 chiese e 24 cappelle. Le scuole cattoliche sono così ripartite: 18 elementari, con 2280 alunni; 2 medie con 125 alunni, 2 superiori con 960 alunni. Tra le opere di assistenza si contano i capedale, i orfanotrofio, i lebbrosario e i asilo. Vi si stampano 2 riviste: El faro e Buen Pastor con una tiratura di 1000 copie ciascuna.
BNL.: AAS, 18 (1926), p. 311; Archivio di Prop. Fide, Lettera della Segreteria di Stato, pos. prot. n. 3712/22; id., Relatia quinquennalis, Città del Vaticano 1947, pos. prot. n. 2604/47; id., Prospectus status missionis 1946, pos. prot. n. 3108/48; MC, pp. 96-97.
Antonio Mazza
D'ARIENZIO, Nicola. - Musicista, n. a Napoli il 22 dic. 1842 , m. ivi il 25 apr. 1915.
Dal 1873 al 1904 insegnò al conservatorio di S. Pietro a Maiella. Compose numerose opere e musica orchestrale, oltre uno Stabat Mater a 5 voci con coro e archi, che ha parti molto interessanti; un Miserere a 5 voci; Cristo sulla Croce, per soli coro e orchestra. Scrisse opere didattiche fra cui l'Introduzione del sistema tetracordale nella musica moderna (Milano 1878), nonché studi e saggi
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(da M. Divalafog, L'art antique de la Perse, P'urigi 1825)
Dario - D. uccide il mostro. Bassorilievo del palazzo di D. a Persopoli.
su Gesualdo da Venosa, Salvator Rosa, l'opera comica, il melodramma italiano e la musica in Napoli.
BibL.: A. della Corte : Un maestro: N. d'A., in Riv. music. ital., 22 (1915), pp. 327-41.
Anna Maria Gentili
DARIO. - Nome di tre re persiani, appartenenti ad un ramo cadetto degli Achemenidi (v.).
D. I. - Re di Persia dal 522 al 485 a. C., dopo Ciro e Cambise, figlio d'Istaspe. Consolido l'Impero con riforme interne, di cui la più importante fu la divisione dell'intero dominio, specialmente a scopo fiscale, in 20 circoscrizioni, civilmente e militarmente autonome ("satrapie»). Per assicurarsi le frontiere con nuove conquiste, specialmente in Occidente, fece la spedizione contro gli Sciti ( 516 -515), praticamente nulla per la sfuggevolezza del nemico; fu autore poi di varie azioni per domare rivolte nella Ionia (499 e 494) e della prima guerra greco-persiana (492-90), terminata nel disastro di Maratona.
Nel secondo anno del suo regno i Giudei rimpatriati, mossi dalle esortazioni dei profeti Aggeo e Zaccaria, intrapresero la ricostruzione del Tempio di
Gerusalemme : le difficoltà sorte contro l'impresa, a motivo dell'ostilità dei samaritani, furono superate in seguito al rinvenimento del decreto di Ciro, che consentiva ai Giudei di ricostruire il loro Tempio (Exd. 6, 3 sgg.). Anche D. si pronunziò in senso favorevole alla prosecuzione dei lavori e fece anzi inviare un suo contributo, sia per la costruzione in corso, sia per il culto (Eud. 6, 8-10).
D. II sotto (424-405 a. C.). - Figlio illegittimo (N600c) di Arteserse I (465-424), a cui successe sul trono di Persia, dopo i fratelli Serse II (424: i mese) e Sogdiano ( 6 mesi). Uomo debole, lasciò arbitra degli affari del regno l'ambiziosissimo e intrigante moglie Parzande che lavorò specialmente allo scopo di far giungere al trono il figlio minore Ciro.
Sono datati da anni del regno di D. II i più importanti dei papiri della guarnigione giudaica, per conto della Persia, stanziata a Elefantina (v.) e la metà circa delle tavolette cuneiformi, in cui è documentata l'attività della grande casa commerciale dei Giudei «figli di Murabù», con sede a Nippur.
D. III codonano (335-330). - Ultimo re di Persia, sul cui trono era stato messo dal potente eunuco Bagoas. Pare che non fosse privo di capacità : ma le mutate condizioni storiche resero inefficaci i suoi tentativi di difendere contro l'aggressione di Alessandro il Macedone il vecchio impero, che in una rapida serie di sconfitte fu sottomesso. D. III fu ucciso del suo satrapo Besso, mentre l'esercito invasore dilagava nel cuore della Persia. Nella Bibbia è menzionato appunto come ultimo a re dei Persiani e dei Medis (I Mach. 1,1).
BibL.: R. Kimel, Geschichte des Fathes Israel, III, II, Stoccarda 1929, pp. 299-329, 442-50, 488-92, 663-67.
Giovanni Rinaldi
DARIO il Medo. - Personaggio menzionato nel libro di Daniele (v.) come re di Babilonia tra la fine della dinastia neobabilonese, nella persona di Baldassarre (Dan. 6, 1), e l'avvento di Ciro il Persiano (cf. 6, 29). La notizia di un regno medo, intermediario tra quello babilonese e la conquista persiana, è in contrasto sia con i dati dei documenti orientali, sia con la raffigurazione che degl'imperi pagani dell'Oriente fa il libro di Daniele, in cui Medi e Persiani formano una sola entità storica. E probabile perciò che la menzione del fittizio personaggio sia dovuta al ritocco di un rimaneggiatore, il quale pensava a Dario I (v.) d'Istaspe (organizzatore dell'Impero persiano con il sistema delle satrapie, come in Dan. 6, 2 è detto di D. il M.), ma attribuendogli la posizione cronologica di Ciro, il vero successore dell'ultimo re neobabilonese.
BibL.: H. H. Rowley, Darius the Mede and the four World Empires in the Book of Daniel, Cardiff 1935. Giovanni Rinaldi
D'ARPINO, CAVALIERE: v. CESARI, GIUSEPPE.
DARRAS, JOSEPH-EPIPHANE. - Storico, n. a Troyes nel 1825 , m. a Parigi l'8 nov. 1878. Studio a Troyes, dove fu ordinato sacerdote ed ottenne un posto di insegnante, a cui però dovette rinunziare per un panegirico del vescovo di Troyes, Stefano Antonio de Boulogne, che al Concilio dei vescovi francesi (1811) non aveva aderito alle proposte di Napoleone ed era stato incarcerato.
D. trovò allora accoglienza presso la famiglia Bauffremont, con la quale trascorse tutta la vita, completamente dedito agli studi.
I principali lavori, difettosi sotto l'aspetto critico, sono : una traduzione della Storia del Concilio Tridentino del Pallavicino (1848); Histoire générale de l'Eglise (1854); Histoire de st Denis l'Aréopagite, premier évêque de Paris (1863); Histoire de Notre Seigneur Jésus-Christ (1864); Grande vie des saints (1873-75), 25 voll. in collaborazione con Collin; Histoire de l'Eglise depuis la création, di cui, lui vivente, furono pubblicati i primi 25 voll. che arri-
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vano fino al sec. xir (1875-77). L'opera fu continuata da J. Bareille che la portò fino al pontificato di Clemente VIII (voll. XXVI-XXVII, 1879-84) e terminata da J. Fèvre con Leone XIII (voll. XXVIII-XLIV più due di indici; 1884-1907).
BibL.: J. P. Kirsch., s. v. in Cath. Enc., IV, 636. Gabriella de Stefano
D'ARSONVAL, Arsène. - Medico, fisiologo e fisico francese, n. a Laporcherie (Haute Vienne) l'8 giugno 1851, m. ivi il 3 dic. 1940.
Iniziato alla fisiologia dal Bernard, fu preparatore di questi e del Brown-Sequard e insegnò fisiologia al Collegio di Francia. Studiò e introdusse in terapia le correnti ad alta frequenza (sdarsonvalisation-). Pren. dono nome da lui il galvanometro a quadro rettangolare, un calorimetro a compensazione, e alcuni altri strumenti di uso corrente in elettrofisiologia. I Francesi lo considerano fondatore della fisica biologica.
Il D'A. sembra esser stato un agnostico: considerava lo "spirito scientifico" e lo "spirito religioso" come due variabili indipendenti che potevan coesistere ma senza interferenze.
BinL.: Opere: Exposé de titres et travaux scientifiques, Parizi 1888 (in collaborazione con E. J. Marcy e altri); Traité de physique biologique, ivi 1901-1903. Studi: L. Chauvois, D'A., soixante-cinq ans à travers la science, Parizi 1937; L. Delhoume, De Cl. Bernard d d'A., ivi 1939.
DARWIN, DIOCESI di. - Comprende tutto il Northern Territory, che è in gran parte deserto ed è abitato da molti degli aborigeni restanti in tutta l'Australia.
Prima si chiamava diocesi di Victoria o Port Victoria, eretta il 27 maggio 1847 con territorio distaccato dall'arcidiocesi di Sydney, della quale restò suffraganca fino al ro maggio 1887 , in cui fu dichiarata suffraganca dell'arcidiocesi di Adelaide.
Il primo vescovo benedettino, mons. Salvado, non entrò mai in sede perché la città di Victoria prima del suo arrivo era stata evacuata dagli europei a causa della malaria. Nel 1882 i Gesuiti tedeschi aprirono la missione per gli aborigeni. Dimessosi mons. Salvado, che restò a Nuova Norcia, il suo vicario generale, il gesuita p. Steele, fu nominato amministratore interinale della diocesi, a cui il 10 ag. 1888 fu aggiunto anche il nome di Palmerston, dal nome del nuovo capoluogo. In seguito al ritiro dei Gesuiti la diocesi passò sotto l'amministrazione del vescovo di Geraldton fino al 1908, quando Propaganda affidò la cura degli aborigeni alla Congregazione dei Missionari del S. Cuore. Il 29 marzo 1938 ebbe il nome attuale e le furono attribuite alcune isole. Il suo territorio è di ca. 1.000 .000 di kmq . ed ha una popolazione di ca. 50.000 ab., di cui 1600 cattolici indigeni e 1500 esteri e 900 di razza mista. I protestanti sono 5000, i pagani 40.000 . Vi sono 12 padri australiani, 8 fratelli, e 36 suore che lavorano in 8 distretti, 4 parrocchie, 6 stazioni primarie e 4 secondarie. Nelle 8 scuole
elementari si educano 700 alunni. Non mancano opere di carità e di azione cattolica.
Durante la guerra ha subito danni a causa del forzato allontanamento della popolazione.
BibL.: GM, pp. 325-26; MC, pp. 97-98; Arch. di Prop. Fide, Prospectus status missionis, pos. prot. n. 3256/48; AAS, 30 (1938), pp. 331-32. Saverio Paventi
DARWIN, Charles Robert. - Naturalista e teorico della biologia inglese, n. a Shrewsbury il 12 febbr. 1809, m. a Down il 19 apr. 1882.
Un viaggio, che durò dal 1831 al 1836, decise della carriera del D., al quale alcuni fenomeni, osservati specialmente nell'America del sud, suggerirono il primo nucleo della teoria; ritornato, redasse il giornale di viaggio, che ora è noto come Viaggio di un naturalista attorno al mondo (Londra 1839-45), e elaborò le sue note di zoologia e di storia naturale.
Nel 1842 si stabili a Down nel Kent, dove attese a compor. re una serie di opere fra le quali si segnalano le Osservazioni geologiche, con la celebre teoria sull'origine degli atolli, e il lavoro sui cirripedi. Mentre raccoglieva i materiali sulla variazione degli animali e delle piante allo stato domestico, ricevette un lavoro manoscritto di Wallace sulla tendenza della specie a formare varietà e
sulla "selezione naturale", nel quale questo naturalista arrivava a conclusioni analoghe a quelle che egli aveva alcuni anni prima comunicate agli amici, ma non pubblicate. Wallace sottoponeva il suo saggio al giudizio del Lyell e del D., e questi, colpito dalla «sorprendente coincidenza ( 16 giugno 1858), acconsentì che nel luglio del 1858 Lyell e Hooker presentassero alla Linnean Society i due riassunti, quello del suo saggio inedito del 1842 , ora ricordato, e quello che Wallace gli aveva allora inviato dalla Malesia. L'anno dopo (Londra 1859) vide la luce l'Origine della specie per selezione naturale, opera che ebbe 6 edizioni in Inghilterra fino alla morte dell'autore, e che fece di lui il più popolare naturalista dell'Ottocento.
Seguirono altre due sullo stesso argomento, la Variazione degli animali e piante per effetto dell'addomesticamento (ivi 1868) e l'Origine dell'uomo e selezione in relazione al sesso (ivi 1871). Ma altre ne pubblicò nel frattempo e dopo, nelle quali il naturalista sopravvanzà il teorico, sulla fecondazione delle orchidee, sulle piante insettivore, sulla fecondazione incrociata nelle piante, sulla formazione della terra vegetale per l'azione dei lombrici, opere nelle quali il talento dell'autore e l'importanza delle osservazioni restano pur sempre inferiori all'audacia del teorico delle opere precedenti.
Morto a Down, dove risiedeva da 40 anni, il D. fu sepolto a Londra, nell'abbazia di Westminster.
Dal punto di vista religioso e filosofico, il D., allontanatosi a poco a poco dalla religiosità della sua giovinezza, arrivò al dubbio radicale, fluttuando fra un larvato deismo e l'agnosticismo. Se anche nell'edizione definitiva dell'Origine della specie si parla del Creatore delle "prime" o della "prima" forma vivente, ciò dimostra soltanto che il D. opinava che
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l'evoluzionismo fosse compatibile con la credenza in Dio: «le mie vedute non sono necessariamente ateo». Certamente il D. riconosceva che il "caso" non spiega il mondo, e inclinava ad ammettere un Crcatore, ma la forza delle conclusioni era indebolita da un dubbio perfettamente logico in un cvoluzionista: "se le convinzioni di una mente umana sviluppatasi da quella degli animali inferiori son di qualche valore o del tutto degne di fiducia».
Davvisso. - Nell'opera del D. si devono distinguere le ricerche scientifiche originali dalle vedute speculative che prendono nome da lui. Il D. fu certamente uno dei naturalisti più fecondi e più chiari dell'Ottocento, anche se alcune sue ipotesi e interpretazioni, come quella sulla produzione dei banchi di corallo o sulla circumnutazione delle piante rampicanti, siano state abbandonate. Le sue ricerche sulla fecondazione nel regno vegetale ( 1858-77 ), che hanno stabilito la legge della dicogamia, e sulla importanza dei vermi nella formazione dell'homus, basterebbero a conservarne la fama. Ma sul problema della "specie", che pure lo ha constantemente occupato per 40 anni, egli nulla ha fatto che possa paragonarsi all'opera di Mendel, di Naudin o di Jordan. Nella storia della filosofia biologica e delle scienze sociali è invece importante il "davvinismo", per il quale si deve propriamente intendere la teoria delle cause della presunta trasformazione delle forme viventi. Il D. partí dai fatti offerti dall'addomesticamento delle razze di animali che l'uomo ha fatto domestici : come sono sorte le numerose razze dei piccioni, cavalli, buoi, cani? Le ha fatte sorgere la "selezione" artificiale (consapevole o inconsapevole) dell'allevatore. Ora, in natura ci sono specie che variano, e la variabilità e l'eredità dei caratteri che appaiono nelle varietà delle specie sono forse efficaci per trovarvi il fattore che corrisponde alla selezione artificiale dell'allevatore. Il D. ha postulato la selezione naturale. La selezione dell'allevatore trae dalle specie le varietà più diverse e lontane; la selezione naturale, avendo a sua disposizione un tempo assai più lungo, riesce a far varcare alle forme i confini della specie, cioè a produrre nuove specie. Nella lotta per l'esistenza gli individui non soccombono a casa; soccombono il meno adatti, i più adatti sopravvivono; la scelta naturale è conseguenza della lotta per l'esistenza fra forme in variazione continua. La natura fa una scelta di individui che presentano e accentuano le variazioni utili, e questi si modificano lentamente, fino a produrre specie nuove. Il davvinismo si fonda dunque essenzialmente sull'analogia fra selezione naturale (supposta) e artificiale; la selezione naturale rende conto dell'utilità degli organi dell'adattamento. Il D. sentiva talmente la paternità di queste concezione che a mala pena, dopo il 1859 , consentì a "diminuire la gloria della selezione" (lettera a Hooker del 24 nov. 1862) riconoscendo l'importanza dell'«azione diretta delle condizioni fisiche» (sugli organismi vivi) e facendo poi appello alla "selezione sessuale». Ma che il darvinismo puro, cioè l'efficacia della selezione naturale, sia una semplice ipotesi interpretativa, il D. stesso concedeva: «La credenza nella selezione naturale deve oggi fondarsi interamente su considerazioni generali. Quando scendiamo ai particolari, noi possiamo provare che nessuna specie ha cambiato, cioè non possiamo provare che una sola specie abbia cambiato, né possiamo provare che i supposti cambiamenti sono utili, ciò che è il fondamento della teoria" (lettera a Bentham del 22 maggio 1863). Nel secolo scorso era chiara almeno una conclusione, che con la selezione artificiale non si riesce a ottenere una specie nuova. Quindi, dal punto di vista metodologico, si imponeva all'Huxley la riserva : "Faccio mia l'ipotesi del D. con la riserva che si producano le prove della possibilità di produzione di specie fisiologiche in seguito ad un accoppiamento elettivo ". Le stesse metodo sperimentale dettava la rigorosa critica dello Spencer, che, in ultima, egli riassumeva cosi : «Non vi è alcuna prova induttiva della selezione naturale. I fatti che attestano gli effetti della selezione artificiale
sono moltissimi, ma non ne appare alcuno ad attestare gli effetti della selezione naturale. Finché non si è mostrata la produzione di una sola specie per via di selezione naturale, non v'è neppure il principio della prova induttiva n. Venne poi l'opera dei genetisti, con Johansen alla testa: la "razza pura" isolata per opera della selezione artificiale è fissa, oscilla per dati caratteri solo entro certi limiti oltre cui non è possibile andare con le piccole variazioni continue ed ereditarie.
E vennero poi altre constatazioni suggerite agli stessi evoluzionisti dallo svolgimento di certe serie di forme fossili che dovettero chiamare "ortogenetiche", tali cioè da suggerire l'idea di un' "evoluzione" diretta fin da principio in un senso determinato, senza quella moltitudine di prove fallite, di variazioni inefficenti, inutili e non selezionate che la teoria prevede ed esige. Secondo Osborn, la paleontologia dimostra che "nell'evoluzione la legge prevale sul caso ".
E dunque comprensibile che alcuni naturalisti, evoluzionisti per principio e per pregiudiziale filosofica, si dichiarino solidarvinisti e arrivano che "il darvinismo potrebbe benissimo essere riuscito a far dimenticare, dai biologi stessi, l'ossessionante problema della vita" (Brien); v. anche EVOLEZIONE.
Bres.: The life and letters of C. D. including an autobiographical chapter edited by his son Frumcis Darwin, 3 voll., Londra 1887, con bibl. completa. Le opere del D. sono state tradotte in italiano. Esposizione in senso apologetico: G. Canestrini, La teoria di D. criticanente esposta, Milano 1887. Storia del darvinismo e biografia: D. Henshon Ward, C. D. and the theory of evolution, Nuova York 1943. Critica della selezione naturale: J. Delage, L'hividité et les grands problèmes de la biologie générale, Parigi 1903, parte 2*, cap. 17; O. Hertwig, Das Werden der Organismen, Jena 1922, pp. 605-65. Sulle cause della diffusione del darvinismo: N. Kiohl, Die Geschichte der Biologie, trad. ted., Jena 1926, p. 485. Sulla teoria del darvinismo in Italia: M. Cermenati, Nel cinquantenario dell' "Ori. gine della specie". I primi darcinisti italiani, in Nuova analogia, 5 (115), pp. 601-32. Per le citazioni fatte nel testo: T. Huxley, Proce evideni interno al pasto che occupa l'uomo nella natura, trad. it., Milano 1869, p. 142: H. Spencer, Fatti e commenti, trad. it., Torino 1903, p. 89; A. Weismann, Vorträge über Dezoundenstheorie, I, Jena 1904, p. 47; M. Kiaszewitz, Gesammelte Abhandlungen, Berlino 1914, pp. 279-80; P. Brien, Mutations corrélatives et ajustements dans l'évolution, in Scientia, 83 (1948), pp. 90-94.
Luigi Serenin
DASAM GRANTH. - E un'aggiunta all' A d i Granth, libro sacro dei Sikh (v.), compilata da Govidh Sing (1657-1701) decimo e ultimo della serie dei loro guru o maestri. Perciò è detto libro (Granth) del decimo (Dasson) guru. Vi sono raccolti canti dei diversi guru e anche di altri maestri. E riconosciuto soltanto dall'ala estremista dei Sikh.
Bres.: M. A. Macauliffe, The Sikh religion, its gurus, sacred writings and authors, 6 voll., Oxford 1909.
DASBACH, Gtono Frigunici. - Sacerdote ed uomo politico tedesco, n. a Horhausen nel Westerwald il 9 dic. 1846, m. a Bonn l'1 1 ott. 1907.
Ordinato sacerdote nel 1871 , esercitò per alcuni anni il ministero pastorale a Treviri. Durante il Kulturkampf organizzò la stampa cattolica di Treviri (Panlioubliot), Trierische Landeszeitung), della Saar e della Renania meridionale, e fu uno dei più efficaci propagatori del programma del Centro in quella parte della Germania. Si preoccupò in particolar modo degli interessi dei contadini e fondò nel 1884 la "Associazione dei contadini" a Treviri.
Depotato alla Dieta prussiana nel 1890 e membro del Reichstag nel 1898, non tralasciò mai di perorare la libertà della Chiesa e la scuola confessionale.
Bres.: G. Schurk, s.v. in Staatslexikon, I, coll. 1327-28; K. Hoeber, s.v. in LThR, III, coll. 159-60.
Silvio Furlani
DASIO, santo, martire. - E commemorato nel Martirologio geronimiano il 5 ag. ed il 4 ott. come martire di Axiopolis, mentre la Passio lo dice morto a Durostorum nella Mesia il 20 nov. 303. D. era un soldato; eletto, secondo l'uso, re della festa dei Sa-
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turnali, avrebbe dovuto essere sacrificato al termine di essa a Crono. Vedendo che doveva certamente morire, preferi morire da cristiano confessando la sua fede. Imprigionato e condotto al tribunale del legato Basso, poiché rifiutava di sacrificare agli idoli, venne decapitato. Nella seconda metà del sec. vi, quando Durostorum fu invasa dagli Avari, il suo corpo fu trasferito ad Ancona (v.).
Bibs.: F. Cumont, Les actes de s. Dasius, in Aval. Boll., 16 (1897) pp. 9-16; id., Le tombeau de s. Dasius de Durostorum in Anal. Ball., 27 (1908), pp. 369-72; H. Delehaye, Les passions des martyrs et les genres littéraires, Bruxelles 1921, pp. 321-28; id., Les origines du culte des martyrs, ivi 1933, p. 248; Martyr. Hieronymianum, p. 609 sg.;
Agostino Amore
DATARIA APOSTOLICA. - E uno degli uffici della Curia romana. Il nome deriva da datare (datum apud S. Petrum), poiché era sua attribuzione speciale apporre la data ai documenti pontifici.
L'origine di questo ufficio non è ben nota, perché mancano precise notizie storiche al riguardo. E certo però che in principio esso faceva parte della Cancelleria apostolica, la quale per molto tempo è stata l'unico organo di cui si serviva il sommo pontefice per la preparazione e la spedizione degli atti della S. Sede. Fino al sec. xili tra gli impiegati della Cancelleria ve ne era uno con l'incarico di apporre la data alle varie concessioni di grazie e ai documenti del S. Padre: in seguito (sec. xiv) questo ufficio divenne più importante e si sviluppò in modo da dar luogo ad una sezione speciale, cui fu preposto un prelato con l'incarico di ricevere ed esaminare le suppliche, sottoparle all'approvazione del papa, ed infine apporvi la data del giorno in cui la grazia veniva concessa; più tardi, questa sezione si sviluppò ancor più e acquistò grandissima autorità, tanto che nel sec. xv era già un dicastero a sé, con una competenza varia e molteplice.
Di questo ufficio si ha notizia sotto il pontificato di Martino V (1417-31). Sotto Sisto IV (1471-84) la sua competenza, già ben delimitata, si riferiva in modo speciale alla concessione di certe grazie e dispense, e al conferimento dei benefici non concistoriali, riservati alla S. Sede (v. MENEfICIO ECCLESIATICO).
Con Sisto V (1585-90) la D. A. raggiunse la sua massima importanza. Egli infatti il 5 apr. 1588, con il breve Decet Romanum Pontificem, definì le competenze della D., le quali, da allora in poi, per un secolo e mezzo, fu