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dei benefici non concistoriali, riservati alla S. Sede (v. MENEfICIO ECCLESIATICO).

Con Sisto V (1585-90) la D. A. raggiunse la sua massima importanza. Egli infatti il 5 apr. 1588, con il breve Decet Romanum Pontificem, definì le competenze della D., le quali, da allora in poi, per un secolo e mezzo, furono le seguenti :
I. conferimento dei benefici vacanti non concistoriali, riservati alla S. Sede, e dei medesimi benefici non ancora vacanti, con diritto di aspettativa.
2. Composizione circa i beni ecclesiastici, usurpati dal potere laico, e riduzione degli oneri relativi.
3. Concessione di pensioni ed imposizione di oneri sopra i benefici e beni ecclesiastici; sanazione, commutazione e riduzione di oneri relativi ad istituti pii.
4. Dispense di fòro esterno dagli impedimenti matrimoniali e dalle irregolarità, ferme restando le attribuzioni spettanti alla S. Penitenzieria per i poveri.
5. Concessioni di grazie e favori spirituali.

Poiché, sia nel conferimento dei benefici, sia nella concessione delle grazie, veniva imposta una tassa, che variava secondo l'importanza del beneficio o del favore ottenuto, e secondo le diverse possibilità economiche del richiedente, le entrate della D. erano molto cospicue, e servivano, nelle mani del sommo pontefice, a diversi scopi di bene e di carità. Era la D. che somministrava i fondi per le Penitenzierie Vaticana e Lateranense; che aiutava molti collegi ed istituti pii; che dava contributi ai tribunali, alla S. Congregazioni, ecc.; che dava i fondi per le numerose elemosine annuali per i poveri; che pensava ad aiutare ecclesiastici, parroci, vescovi bisognosi e benemeriti della Chiesa. Inoltre, nei tempi di pubbliche
calamità, era la D. che aiutava generosamente le popolazioni colpite; ed era sempre la D. che forniva i mezzi per le ordinarie necessità del sommo pontefice.

Benedetto XIV, che diede nuove norme alle S. Congregazioni, con la cost. Gravissimum, in data 26 nov. 1745, ridusse di non poco le attribuzioni di questo dicastero e ne fissò i limiti di competenza con la Segreteria dei Brevi. Da allora fu assegnato in modo speciate alla Segreteria dei Brevi ciò che si riferiva alla composizione dei beni ecclesiastici non riservati alla S. Sede, e degli oneri pii; alla licenza di concedere in enfiteusi ad tempus i beni ecclesiastici, purché il canone annuo non eccedesse la somma di dieci ducati d'oro; all'erezione di monti, di collegi e province per i religiosi, di arciconfraternite, ecc.; alla facoltà di concedere l'altare portatile, la dispensa dall'astinenza, la commutazione della recita del breviario in altre preci, di assolvere nei casi riservati, ecc. Fra le facoltà che i due dicasteri avevano in comune, sono da ricordare la dispensa dalle irregolarità ex delicto vel ex defectu corporis; l'indulto di poter esercitare la medicina e la chirurgia; le conferme di statuti, privilegi, ecc.; la concessione di indulgenze perpetue per le confraternite; la licenza di passare ad un ordine di più stretta osservanza. Per il resto la costituzione lasciò immutata la competenza della D.

Nel 1872, con un rescritto del 3 marzo, Pio IX concesse alla D. di poter interpretare nomine ipsius Pontificis le regole che si riferivano al conferimento dei benefici; e con ciò il suo potere veniva, in un certo modo, ampliato.

Ma negli anni 1878-93 Leone XIII, con tre diversi atti, soppresse molti benefici riservati alla S. Sede, e stabili norme precise circa il conferimento dei restanti benefici. In conseguenza, la competenza della D. veniva ridotta di molto, perché veniva a mancare la parte più importante di ciò che fino allora aveva formato oggetto della sua attività.

Lo stesso Sommo Pontefice, l'i i giugno 1901, ordinò e divise l'ufficio in tre sezioni diverse : una per la collazione dei benefici; un'altra per le dispense matrimoniali; e una terza per la parte amministrativa.

Con la riforma di Pio X (cost. Sapienti Consilio del 29 giugno 1908) fu tolta alla D. ogni facoltà riguardante le dispense dagli impedimenti matrimoniali e dalle irregolarità, e ogni concessione di grazie e di favori. Ebbe però il compito di inviare direttamente le bolle (nelle materie di sua competenza), mentre prima esse venivano spedite dalla Cancelleria apostolica.

La competenza di questo dicastero venne cosi definita nell'importante documento pontificio: «E compito della D. esaminare l'idoneità di coloro che aspirano a benefici non concistoriali, riservati alla S. Sede; redigere e spedire le lettere apostoliche per il conferimento dei medesimi; dispensare, nel conferire i benefici, dalle condizione richieste dal diritto; avere cura delle pensioni e degli oneri, che il sommo pontefice avesse imposto nel conferire i benefici».

Il CIC ha confermato queste norme, ripetendo nel can. 261 quasi ad litteram le parole della Sapienti consilio.

A capo della D. è un cardinale, che si chiama appunto cardinale datario. E dubbio se tale carica sia sorta con il sorgere dalla D., oppure se sia ad essa preesistente. Sembra accertato che in principio il datario era un officiale della Cancelleria apostolica, con l'incarico di apporre la data sui documenti pontifici; poi esso fu l'officiale preposto ad una sezione speciale della Cancelleria; ed infine tale nome fu dato al prelato, capo della D., indipendente dalla Cancelleria, e con una propria sfera di attività ben determinata.

Il nome di datario è dovuto alla distinzione, introdotta dai tempi dello scisma d'Occidente, tra la

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firma (signatura) delle lettere apostoliche e l'apposizione della data, affidata ad una persona determinata.

Anticamente, per lo più, questo officio era prelatizio, affidato ad uno degli uditori di Rota. Se avveniva che a capo della D. venisse nominato un cardinale oppure il datario fosse elevato alla dignità cardinalizia, allora prendeva il nome di pro-datario. Dai tempi di Innocenzo X, a capo della D. si trova costantemente un cardinale quasi preotisionoliter seu iure eiusdem commendationis. Attualmente, dopo la riforma operata da Pio X, e secondo il CIC (can. 261), il datario è sempre un cardinale.

Gli officiali maggiori, che erano alle dirette dipendenze del datario e pro-datario, anticamente erano: il sotto-datario, che fungeva da sostituto, con la facoltà di sostituire il datario anche nelle udienze pontifice; un prefetto per obitum, per i benefici vacanti in seguito a morte naturale o civile del beneficiato; e un prefetto per concessum, per le grazie e i favori. Vi erano poi vari altri officiali minori, alcuni dei quali avevano l'incarico di esaminare le suppliche per le dispense matrimoniali; altri poi di scrivere le bolle, di custodire il denaro, ecc.

Il datario, il sotto-datario e il prelato per obitum costituivano il congresso, che si adunava tutte le mattine. In esso venivano esaminati tutti gli affari in corso, ed il datario, avuto il voto consultivo degli altri due, emetteva il decreto. Se la questione presentava una certa difficoltà, veniva mandata pro-voto o alla Congregazione del Concilio, o dei Vescovi e Regolari, o dei Riti, e qualche volta anche alla S. Rota. Nelle questioni più importanti veniva richiesto anche il parere di alcuni prelati, che con il sottodatario e con il prefetto per obitum avevano il voto consultivo.

Era nella prassi della D. che si potesse impugnare il conferimento di un beneficio. Se un aspirante voleva fermare il corso della grazia già concessa, si presentava in D. e con il permesso del sotto-datario e del per obitum, apponeva il nihil transeat alla supplica del primo richiedente. Questi, che si vedeva trattenuta la spedizione della grazia, citava l'altra parte davanti al datario, affinché fosse tolto il nihil transeat. Il datario, sentiti in contraddittorio i procuratori dei due contendenti, dava la sua decisione definitiva. Dai decreti del datario non era ammesso appello o ricorso ad altro tribunale o Congregazione.

Per quanto riguarda la giurisdizione del datario, quantunque fosse assioma che "Papa, non datarius concedit gratiae», è certo che egli aveva un determinato potere sia per concedere quelle grazie che erano solite concedersi a tutti, sia per sciogliere le cause contenzioss, spettanti al suo dicastero. Di più era il datario, che, per la costituzione di Urbano VIII: In supremo, attestava e redigeva in forma adatta le grazie concesse dal Papa, e poteva influire o per annullare la concessione di grazie o per apporvi delle clausole.

Con Leone XIII la D. ebbe una nuova sistemazione, per cui tra gli officiali non figurano più i prefetti per obitum e per concessum, ma invece, subito dopo il sottodatario, vediamo il prefetto della sezione delle collazioni beneficiali, il prefetto delle dispense matrimoniali e l'amministratore, oltre ad altri officiali minori.

L'odierna costituzione organica della D. A. comprende, oltre il cardinale datario, cui segue il reggente, vari aiutanti di studio ed impiegati minori; inoltre alcuni teologi consultori per la revisione dei concorsi.

Pio X, tra le altre innovazioni, stabili che, se il cardinale datario fosse impedito, le bolle fossero firmate dal cardinale Segretario di Stato; volle poi che il cardinale datario, o altri per lui, controllasse le condizioni dei depositi, almeno una volta ogni tre mesi.

Il cardinale datario, come tale, è il primo dei cardinali palatini.

Durante il tempo in cui la Sede Apostolica è vacante, i poteri del cardinale datario e della D. cessano del tutto.

Bibl.: G. B. De Luca, Relatio Curiae Romanae forensis eiusque tribunalium et Congregationum, Colonia 1683; R. Marchetti, Natizis delle giuridiziani che sono in vigore nella Stata pontificia, Roma 1830; D. Bouls, Trastatus de Curia Romana, Parigi 1880; A. Chiari, Memoria giuridico-storica sulla D., Cancellerie, Rev. Camera Apostolica, Roma 1900; N. Hilling, Die Römische Kurie, Paderborn 1906; J. Simler, La Curie Romaine, Parigi 1910; L. Celler, Les dataires du X V^{e} siècle et les origines de la D., ivi 1910; J. B. Ferrares, La Curia Romana regdu la novisima reformacida decretada par Pio X, Madrid 1911; F. M. Cappello, De Curia Romana, tacita reformatitionem a Pio X sapientissime induciam, II, Roma 1912; N. Del Re, La Curia Romana, ivi 1941.

Sebastiano Fraghi
DATHAN. - Israelita della tribù di Ruben che nel deserto, con il fratello Abiron, si ribellò a Mosè, accusandolo d'ingannare il popolo con promesse ilIusorie e di condurlo alla rovina. S'affiancò alla rivolta, piuttosto limitata e di casta, del levita Core (v.) contro i privilegi della famiglia di Aaron. La punizione divina fu terribile: D. ed Abiron furono inghiottiti dalla terra con le loro famiglie: Num. 16, 1.12.24-27; cf. 26, 9; Deut. 11, 6; Ps. 105 (ebr. 106), 17; Eccli. 45, 18 sg.

Bibl.: A. Clamer, Les Nombres, in La S. Bible, ed. L. Pirat, II, Parigi 1940, pp. 339-45. 412.

Piancocca Spadafora
DATI, Leonardo. - Vescovo domenicano umanista, n. a Firenze nel 1408. Segretario prima dei cardd. G. Orsini e F. Condulmer, poi di Callisto III, di Pio II, di Paolo II, che celebrò con un inno per la pace del 1468 , di Sisto IV, al quale fu caro per l'attività svolta nella biblioteca Vaticana. Vespasiano da Bisticci ritiene che se Pio II fosse vissuto più a lungo avrebbe elevato il D. al cardinalato. Nel 1467 fu nominato vescovo di Massa. M. in Roma nel ' 72 e fu sepolto in S. Maria sopra Minerva. La sua lastra tombale fu trasportata, non si sa né quando né come, al Gesù, per servire di chiusura alla tomba di un vescovo polacco.

Fine umanista tentò la tragedia morale : Hiempsal, dal racconto di Sallustio, sulle conseguenze dell'invidia; due egloghe latine, una delle quali, Mirilia, celebra le feste di s. Giovanni a Firenze, Epitole (Firenze 1743) e poesie, un poemetto su s. Girolamo, una narrazione storica: Traphneum Angloricum sulla battaglia di Anghieri, il commento latino alla Città di vita del suo amico Matteo Palmieri. Per il certame coronario del 1441, presentò il De amicitia, sperimentando nella metrica volgare l'esametro e la strofa saffica.

Bibl.: G. Corducci, La poesia barbara nei secc. XV e XVI, Bologna 1881, p. 7; F. Flamini, L. di Pietro di D., in Giornale storico d. lett., 16 (1890), pp. 1-107; id., ibid., 22 (1893), pp. 413-17; id., Spigolature di erodizione e di critica, Pisa 1895, p. 70 sgg.; F. Tacchi-Venturi, Il ritrovamento della pietra tombale di L. D., in Civ. Cutt., 1930, II, pp. 414-21; Pastor, II, p. 327.

Giovanni Fallani
DATIVO, santo, martire: v. satURNINO, DATIVO, FELICE, AURELIO e CONSOCI, santi, martiri.

DATTILI. - Divinità minori della religione greca, al seguito di Cibele e di Rea, probabilmente preellenici, frigi o cretesi.

Erano mitici nani, abilissimi fabbri, i primi che avevano lavorato il ferro, inventori della musica, esperti nelle arti magiche. Il loro numero varia : per alcuni erano 5 maschili e 5 femminili, secondo altri molti di più. A Creta erano messi in rapporto con l'infanzia di Zeus, da ciò la loro identificazione con i cureti, i coribanti, ecc. Uno di essi, Eracle, era creduto il fondatore dei giuochi di Olimpia.

Bibl.: O. Kern, s. v. in Pauly-Wissowa, IV, it, col. 2018 sgg.

Luisa Banti
DAUDET, Léon. - Scrittore e uomo politico, figlio di Alphonse, n. a Parigi il 16 nov. 1867, m. a St-Rémy (Parigi) il 30 giugno 1942.

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(da Socar Mondava, L'Hotel-Dieu premier bégoial de Montréal BIB.-BIB, Montréal BIB, p. 51) Dauversiere, Jérôme Le Royer de la = Il suo più antico ritratto. Laval, Hôtel-Dieu.

Seguace di E. Drumont, iniziatore in Francia dell'antisemitismo, e poi di E. Vaugeois, sostenitore del nazionalismo monarchico, fu redattore capo, fin dall'inizio, del giornale L'action jranquise, che poi diresse con il Manreas. Fu deputato di Parigi dal 1919 al 1924. Imprigionato per diffamazione nel 1927, il D. riusci ad evadere dal carcere e a rifugiarsi nel Belgio, dove nel 1930 lo raggiunse la grazia del presidente della Repubblica. Dal 1900 fu membro dell'Académie Goncourt. Scrisse opere di psicologia e medicina, di critica e di politica. Dei suoi romanzi, infetti qual più qual meno di sensualismo, sono all'Indice : Le voyage de Shakespeare (decr. 14 dic. 1927) e Les bacchantes (decr. 17 febbr. 1932).

BibL.: Léon Jules, s. v. in Diction. pratique des connaissances religionas, II, Parici 1925, coll. 705-707; Autori vari, L. D. de l'Académie Goncourt, Parigi 1926; E. Mas, L. D., son neuve, ivi 1928; J. Charpentier, L. D., in Mercure de France, 228 (1931), pp. 69-72; J. Sauvunier, L. D., un humaniste rubelusien, Bruxelles 1933; P. Dresse, L. D. vivant, Parigi 1947.

Giovanna Fusco
DAUMER, Georg Friedrich. - Filosofo e poeta, n. il 5 marzo 1800 a Norimberga, m. a Würzburg il 14 dic. 1875 .

A Norimberga subì da studente l'influsso dei suoi maestri Hegel e Schelling. Continuò poi gli studi a Lipsia, ove abbandonò la teologia per la filosofia. Tornato a Norimberga, vi insegnò dal 1822 al collegio, dal 1827 al ginnasio. Per malattia e dissidi col rettore si ritirò nel 1830 per dedicarsi unicamente alla poesia ed allo studio, specialmente della filosofia e della storia delle religioni. Dopo aver tentato una conciliazione del panteismo col teismo (Andeutung eines Systhemes spekulativor Philosophie, Norimberga 1831), cercò di ideare una nuova religione dell'avvenire (Rüge einer neuen Philosophie der Religion und Religionsgeschichte, 1835; Die Religion des neuen Weltalters, 3 voll., Amburgo 1850). Nel 1858 si convertì al cattolicesimo che aveva prima combattuto.
D. lasciò molte opere, sia di carattere religioso-filosofico, sia di carattere poetico. Tra le prime meritano speciale menzione: Philosophie, Religion und Altertum (2 voll., Norimberga 1833); Die Geheimnisse des christlichen Altertums (1846 [all'Indice col decr. del 5 marzo 1857]), elaborato in francese da Hermann Ewerbeck sotto il titolo : Qu'est-ce que la Bible d'après la nouvelle philosophie allemande? (Parigi 1850 [all'Indice col decr. 2 dic. 1857]). Dopo la sua conversione pubblicò, tra l'altro: Meine Konvertien (Magonza 1859); Die dreifache Krone Roms (Münster 1859); Das Wunder (ivi 1874); Der Zukunftsidealismus der Vorwelt (ivi 1874). Tra le opere poetiche eccellono: Die Glorie der hl. Jungfrau Maria (1841), che ebbe una seconda edizione molto diffusa sotto il titolo Marianische Legenden und Gedichte nach alten latein., italien., span., französ. u. deutschen Darstellungen u. Original- Poesien (Münster 1859); Blumen und Früchte aus dem Garten christl. Weltanschauung und Lebensentwicklung (Magonza 1863). La sua migliore lirica si trova in Frauenbilder und Huldigungen ( 3 voll., Lipsia 1853 e 1858), tra cui Brahma scelse parecchie poesie come testo per i suoi componimenti musicali.

Bibl.: M. Birkenbihl, G. F. D., Aschaffenberg 1905; H. Esselberger, D. und die westöstliche Dichtung, Marburgo 1920; A. Brecht, G. F. D., in Die Religion in Geschichte und Gegenwart, I, Tubinga 1927, coll. 1794-95; H. Kern, G. F. D., Berlino 1936; A. Kühns, Der Religionsphilosoph D., ivi 1956.

Anselmo Musters
DAUVERSIÈRE, JÉrôme Le Royer de la. Fondatore della Congregazione delle Figlie ospitaliere di S. Giuseppe e promotore della fondazione di Montréal, n. a La Flèche (Anjou, Francia), da famiglia appartenente alla piccola nobiltà, il 18 marzo 1597, m. ivi il 6 nov. 1659. Esattore di imposte a La Flèche, sposò nel 1618 Giovanna Baugé, dalla quale ebbe 5 figli. Questo modesto esattore, detto comunemente "le saint homme de La Flèche", fedele esecutore d'una precisa missione affidatagli dalla divina Provvidenza, maturò tra il 1630 e il 1640, con il consiglio del p. Stefano, recolletto, dei gesuiti Francesco Chauveau e Carlo Lalemant e del sulpiziano Gian Giacomo Oliet, il progetto della duplice ardita fondazione sopra ricordata, presto tradotta in realtà. Infatti cominciò con il dare origine a La Flèche, il 23 dic. 1639, grazie al concorso della signorina Maria de la Perre, alla Congregazione ospitaliera delle Figlie di S. Giuseppe con voti semplici e senza clausura, eretta canonicamente dal vescovo di Angers il 19 ott. 1643. In seguito, onde contribuire in modo fattivo all'evangelizzazione dei selvaggi, promosse la fondazione della città di Ville-Marie, oggi Montréal, nell'isola omonima, di cui era, sin dal 1640, comproprietario con il barone Pietro Chevrier di Fancamp.

L'esistenza della città ebbe inizio il 17 maggio 1642, giorno in cui approdarono all'isola i 40 coloni, guidati dal valoroso Paolo de Chomedey, signore di Maisonneuve, e dall'intrepida signorina Giovanna Mance, fondatrice e prima direttrice dell'Hôtel-Dieu dell'incipiente città. Il D., pur rimanendo in Francia, provvide a tutti i bisogni dei coloni, dal loro viaggio ai loro strumenti di lavoro, con le sue sostanze, con prestiti e con le generose offerte date per un puro ideale missionario, dai componenti la "Compagnia di Montréal ", creata all'uopo e di cui era procuratore. Queste due fondazioni gli procurarono infinite preoccupazioni d'ordine morale e finanziario, però alla sua morte la Congregazione dirigeva 5 Hôtels-Dieu (a La Flèche, Moulins, Laval, Baugé, Ville-Marie) e la cittadina di Ville-Marie già contava qualche centinaio d'ab. Morì atrocemente tormentato da pene morali e sofferenze fisiche, lasciando una precaria eredità, posta subito sotto sequestro dal fisco e dai numerosi creditori che gli avevano concesso, quale procuratore della "Compagnia di Montréal", ingenti somme

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Davenport - Collegio di Stato dello Jowa.
di denaro, somme che essi ricuperarono più tardi grazie all'intervento di vari personaggi e in particolare della signorina Anna di Melun, principessa d'Epinoy, fattasi religiosa ospitaliera. Il processo di beatificazione del D. e della Ferre è depositato alla S. Congregazione dei Riti.

Bibl.: [J.-J. Olicr ?]. Les véritables motifs de MM. et Dames de la Société de N.-D. de Montréal pour la conversion des sauvages dans la Nouvelle-France, Parigi 1643, ed. Montréal 1880; E.-L. Cousnier de Launay, Histoire des Religieuses hospitalières de St-Joseph (France et Canada), 2 voll., Parigi 1887; [Socur Mondoux], L'Hôtel-Dieu, premier hôpital de Montréal, 1641 1942, Montréal 1942 (vi si parla a lungo del D. con ricca bibl.); C. Bertrand, Monsieur De La D., ivi 1947. A. Pietro Frutaz

DAVANZATI, Bernardo. - Erudito, n. a Firenze il 31 ag. 1529 , m. ivi il 29 marzo 1606. Fece parte dell'Accademia fiorentina, poi di quella degli Alterati - il D. fu il decimo reggente - prendendo il nome di Silente e, per insegna, un cerchio di botte con le parole "Strictius arctius", che furono il suo vero codice letterario. L'attività accademica non gli impedì di attendere alla mercatura, ch'egli esercitò a Lione e a Firenze.

In risposta al grecista francese Enrico Stefano, a provare la concisa forza del volgare italiano tradusse il primo libro degli Annali di Tacito (1596). Confortato dall'accoglienza continuò la traduzione di tutta l'opera tacitiana, pubblicata 31 anni dopo la sua morte dagli accademici della Crusca. Il D., uomo religioso - nei suoi quaderni dedicò un'ampia rubrica alle S. Scritture e ai Padri della Chiesa per provare che "philosophia et coeterae artes deserviunt theologiae " - curò una versione italiana della Fera et sincera historia schismatis Anglicani (Colonia 1586, Roma 1586), del gesuita Niccolò Sanders, opera che egli ridusse a semplice narrazione modificando l'originale, levando cioè "le sciamazioni e i discorsi ". Come prosatore il D. fu ammirato dall'Alfieri, dal Giordani, dal Tommaso, dal Leopardi, che definì le traduzioni da Tacito nervosissime e originalissime.

Bibl.: Opere: Scisma d'Inghilterra, Firenze 1638; Opere di B. D., 2 voll., Firenze 1852, con bibl. di C. Binni.

Studi: C. Guasti, Ameddato biografico sul Tacito del D., Prato 1883; G. Quintarelli, Il Tacito fiorentino, Verona 1894; G. C. Noare, La teoria dei cambi esteri di B. D., Roma 1920; F. Flora, Storia della lett. ital., II, 1. Milano 1948, pp. 238-42.

Giovanni Fallani
DAVANZATI, Chiaro. - Rimatore fiorentino della seconda metà del ' 200 . Restano di lui quasi 200 poesie, le più d'amore, ma anche morali, teologiche, politiche : alcune di stretta imitazione provenzale, altre non prive di vaghezze stilnovistiche o di originali tocchi realistici ed anche di nobili e robusti accenti, come quando il D. piange Firenze sfiorita e maledice le fazioni.

Bibl.: C. De Lollis, Sul canzoniere di C. D., in Giorn. stor. d. lett. ital., suppl. 1 (1898), pp. 82-117; S. De Benedetti, Nuove ricerche sulla Giuntina di rime antiche, Città di Castello 1912; R. Palmieri, Studi di lirica toscana anteriare a Dande, Firenze 1913, pp. 3-33; C. Moscato-Caracci, La poesia palitira di C. D., Napoli 1925; A. Chiari, La scuola poetica siciliana e i toscani prima dello "stil nuovo, in Storia d. lett. ital. illustrata, Milano 1942, pp. 47-55.

Alberto Chiari
DAVANZATO, beato. - Terziario francescano, n. a Poggibonsi nel 1200, m. nel 1295. L'anno stesso (1221) in cui s. Francesco istituiva a Poggibonsi il Terz'ordine, il pio giovane v'entrò, ricevuto dal b. Lucchese, primo terziario. Iniziato al sacerdozio, resse per 70 anni la parrocchia di S. Lucia di Casciano in Val d'Elsa, consacrando la sua vita alla preghiera, alla penitenza, alla cura delle anime.

Sull'esempio del b. Lucchese, fu di una carità inesauribile; tutte le rendite della sua chiesa passavano ai poveri. La sua casa era aperta a tutti, e tutti ricevevano pane ed ospitalità. Il suo corpo riposa nella chiesa di S. Bartolomeo di Barberino in Val d'Elsa. Festa il 7 luglio, però il suo culto non è resto ancora confermato.

Bibl.: P. Leone, Aureola scrafica. Vite dei santi e bensi dei tre Ordini di S. Francesco, 111, Quaracchi 1898, p. 17; I. Beschin-G. Palazzolo, Martyrologium Franciscanum, Roma 1938, p. 232 .

Raniero Lucani
DAVELUY, Marie Nicolas Antoine. - N. il 16 marzo 1818 ad Amiens (Francia). Ordinato sacerdote (1841), entrò (1843) nel seminario delle Missioni Estere di Parigi e nel 1844 partì per la Corea, ove giunse il 16 febbr. 1846. Nel 1857 fu consacrato vescovo coadiutore di mons. Siméon Berneux. Nel 1861 diede inizio ad un vasto movimento di conversioni nella provincia di Kyeng-Syang. Scoppiata la persecuzione nel 1866, mons. Berneux fu ucciso ed il D., divenuto vicario apostolico di Corea, fu a sua volta incarcerato e quindi decapitato il 30 marzo dello stesso anno.

Compose un disionario latino-coreano e opere di religione, indicate nel Mémorial de la Société des missions étrangères (parte 2ª, Parigi 1916, pp. 174-75), scritta da A. Launay.

Bibl.: C. Salmon, Vie de mgr D., Parigi 1883.
Antonio Anage
DAVENPORT, diOcesi di. - Nello stato di Iowa negli Stati Uniti d'America, cretta in diocesi da Leone XIII in data 8 maggio 188 r , suffraganea di Dubuque, con un territorio di ca. 29.700 kmq .

Nel 1948, su una popolazione di ca. 599.361 ab. aveva 70.259 cattolici, con 126 parrocchie, 22 cappelle, 196 sacerdoti diocesani e 23 regolari, 1 seminario diocesano, 3 collegi, 5 accademie, 51 scuole parrocchie. Nello stesso anno vi furono 391 conversioni. Questo territorio fece parte successivamente della diocesi di Nuova Orleans (1793), di St-Louis (1827) e infine di Dubuque (1837) dalla quale fu separato l'8 maggio 1881 per formare una diocesi con sede a D., in seguito alla numerosa immigrazione di irlandesi e tedeschi cattolici nella regione. Il 15 giugno 1893 passò alla nuova provincia di

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Dubuque. Nel 1911 venne smembrata per formare la diocesi di Des Moines.

Bod.: AAS, 2 (1911), p. 479; W. P. Shannahan, s. v. in Cath. Enc., IV, p. 640; Lamis XIII PP. MM. Acta, XIII, Roma 1893, pp. 177-79; J. H. O'Donnell, The catholic hierarchy of the United States 1750-1922, Washington 1922 (v. indice); D. C. Shearer, Pontificia americana... 1783-1884, ivi 1923 (v. indice): The official catholic directory 1547, Nuova York 1947 parte 2*, pp. 418-22.

DAVID (cbr. Dāicldh «vezzeggiato, diletto»). - Secondo re del popolo d'Israele (ca. 1000-960 a. C.), che egli portò all'apice della prosperità; rimase nella Bibbia come l'ideale del re jahwista. Nessun altro, nella Bibbia, ha il suo nome: di nessuno, Gesù eccettuato, si parla tanto quanto di lui (specialmente da I Sam. 16 a I Reg. 2; I Par. 10-29).
I. La vita. i. Fino alla morte di Saul (I Sam. 16-31). - Ultimo figlio di Isai (Iesse), D. era giovane pastore quando fu unto nascostamente re del popolo di Dio da Samuele (v.), dopo la prevaricazione di Saul (I Sam. 16).

Visse, forse mesi, forse qualche anno, prima temporaneamente come arpista, poi (dopo l'uccisione di Golia) definitivamente come ufficiale e genero alla corte di Saul, che però dall'amore più entusiasta presto passò, per invidia, all'odio più forsennato. Cercato a morte ripetutamente, e sempre, per palese assistenza divina, uscito incolume, dovette infine fuggire. Pensò di recarsi presso i Filistei, forti nemici del suo popolo; là Saul non avrebbe potuto raggiungerlo. Ma il tentativo fallì, ché troppo viva era ancora il ricordo di Golia ucciso da lui. Si dette allora a vita randagia nelle regioni desertiche del sud, accompagnato da una banda di 400-600 uomini. Inseguito anche laggiù, ebbe Saul a tiro della sua spada ben due volte, ma lo risparmiò. Dopo forse un anno o più di questa vita, per liberarsi dalla incessante persecuzione, ritentò il passaggio in Filistea, e questa seconda volta fu accolto da Achis (v.) re di Geth insieme alla sua banda. Considerato un fuoruscito, gli fu dato il villaggio di Siceleg, con l'obbligo di contribuzioni sul bottino delle sue razzie. Da qualche anno era in terra filistea quando, scoppiata la guerra tra Filistei ed Israele, anch'egli dovette partire con i suoi contro Saul; ma, per giustificati timori dei colleghi di Achis, fu rimandato. A Gelboe (ca. il 1000) perì Saul con il figlio Gionata, amico intimo di D.; questi pianse sinceramente i due morti e la catastrofe d'Israele in un celebre canto.
2. D. re di Giuda (II Sam. 2-4). - Alla morte di Saul D. aveva 30 anni (II Sam. 5, 4). Per subito riaccostarsi al suo popolo, dietro indicazione divina venne con i suoi a Hebron (tribu di Giuda) ove, giudea di nascita, benefattore dei gruppi giudei durante l'osilia, fu accolto con entusiasmo e unto re: laggiù non avevano speciali motivi per rimanere fedeli alla semidistrutta dinastia di Saul e d'altra parte ormai un'autorità s'imponeva.

Continuò però, quantunque re, a tener Siceleg e a dimostrarsi vassallo dei Filistei. Né questi avevano nulla da temere dal nuovo piccolo Stato, il quale favoriva i loro disegni di dominio su Israele diviso in due e quindi indebolito. Nel nord, con sede in Transgiordania, fu re un figlio di Saul, Isbaal (o Isboseth); di nome solo però: di fatto, per 5 anni, fu re il suo generale Abner, che a poco a poco riuscì ad allontanare i Filistei invasori. Quando Abner, avendo capito che vincitore della competizione sarebbe stato D., negoziò segretamente con costui, fu ucciso a tradimento da Ioab, nipote di D., che temeva di perdere la sua supremazia sull'esercito. Dopo altri 2 anni l'inetto Isbaal fu tolto di mezzo da due suoi ufficiali che passarono a D., ricevendo però subito la morte in premio del loro regicidio. D. era re da 7 anni e 6 mesi.
3. D. re di tutto Israele (II Sam. 5 - I Reg. 2). L'unione tra il regno settentrionale e quello di Giuda fu pacifica: l'iniziativa parti dal nord, appena scom-
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(du V. Leroquais, Les briciaires mss. des bibl. publ. Parigi 1811, taz. III)
David - D. ringrazia il Signore dopo una vittoria. Diurnale e Breviario di Renato II di Lorena (fine del sec. 21) - Parigi, biblioteca Nazionale, ms. lat. 10491, f. 147^{°}.
parso Isbaal, e D. l'accolse volentieri (II Sam. 5, 1-5) : era ca. il 993. I Filistei, volendo ridurre all'obbedienza il vassallo ribelle, invasero più volte il territorio di Giuda; ma D. non accettava battaglia, si accontentava di scaramuccie e dava duri colpi agli attaccanti. Dopo due vittorie decisive riportate sui Filistei nella valle dei Rèphā'im presso Gerusalemme, fu raggiunta la superiorità definitiva sul secolare nemico, che dalla Pentapoli mediterranea aveva premuto insistentemente per aprirsi la via verso le grandi arterie mercantili di Damasco e della Mesopotamia. Fu probabilmente subito dopo che D. compì la sua impresa più celebre, la quale ne mise in piena luce l'accortezza politica e l'abilità strategica : scelse a capitale ed espugnò Gerusalemme, fortezza centralissima rimasta fino allora in potere d'un superstite gruppo cananeo, gli Iebusei; vi pose la sua residenza, arricchendola di costruzioni e fortificandone la cinta (II Sam. 5, 6-25). Alla nuova capitale però mancava ancora di essere il centro religioso della nazione. L'Arca Santa era lontana, mentre vicino c'era l'antico e venerato santuario di Gabaon, officiato dal sacerdote Sadoc. Si venne ad un compromesso: a Gerusalemme fu costruito un tabernacolo nuovo e vi fu introdotta l'Arca, cui prestò servizio la famiglia di Abiathar, il sacerdote che, scampato alla strage della sua famiglia (v. achintelek), aveva seguito D. nel deserto; il tabernacolo mosaico di Gabaon continuò ad essere servito dalla famiglia di Sadoc: strana situazione (due pontefici

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David - D. che soggioga il leone. Frammento di ambone (primi del suc. xili) - Amalfi.
simultanei) che si scioglierà all'avvento di Salomone con la caduta di Abiathar: Sadoc passerà a Gerusalemme con gli arredi mosaici di Gabaon, e questo luogo sacro andrà in disuso.

Senz'ordine cronologico le fonti bibliche ci dànno notizie di parecchie altre guerre condotte da D. contro i popoli vicini (II Sam. 8-12; I Par. 18-20). Come quella con i Filistei portò all'indipendenza d'Israele nella sua terra, cosi queste ne consolidarono ed estesero il potere. Un'offesa recata ai suoi ambasciatori diede a D. l'occasione di volgersi ad Oriente contro gli Ammoniti (v.), che si allearono con vari capi aramei del nord. In due anni la campagna si concluse con la sottomissione a tributo del regno ammonita. Si diresse poi al nord contro gli Aramei ex-alleati di Ammon: li vinse e, oltre a grande bottino di metalli e cavalli, pose in Damasco una guarnigione israelita che assicurasse il pagamento annuo del tributo ed il proprio commercio. Altri principi aramei gli si dichiararono alleati offrendo doni. Poi venne la volta dei Moabiti a sud-est, sottomessi, pare, a tributo dopo grave decimazione. La campagna più difficile fu forse quella contro gli Edomiti a sud, anche per la lontananza dai centri israelitici ed i luoghi deserti : durò alcuni mesi e fu guerra di sterminio. Risultato massimo fu di aver libera la via - vitale per il commercio e percorsa poi da Salomone - verso i mari del sud (v. asiongaber). Quei popoli eran vinti, non domati; ma Israele toccava la prima volta i confini della Terra Promessa fissati da Dio: dal varco di Emath al torrente
d'Egitto. Alleatosi poi con 'Tiro, Israele ottenne il primo posto fra gli staterelli di Siria. Raggiunta tale potenza, D. concepi il disegno di erigere un tempio sontuoso al Signore: radunò allo scopo prezioso materiale e fece, sembra, un progetto dettagliato della costruzione. Ma Dio, per tramite del profeta Nathan, disapprovò tale piano, promottendo invece a D. un regno eterno (chiara profezia del regno messianico: II Sam. 7).

Di pari passo con l'estensione dei confini, fu effettuata l'organizzazione interna dello Stato. A base di tale impresa sta certo il censimento (II Sam. 24), forse prematuro, comunque imprudente sia dal lato politico, sia da quello religioso. I sudditi di D. risultarono ca. 4 milioni: ma Dio, indignato, lo puni con una violenta peste di tre giorni. Se il censimento fu subito senza rivolte, ciò prova quanto D. avesse ottenuto sulla via dell'unificazione: ma le rivalità tra le tribù settentrionali e le meridionali eran più assopite che spente. Il censimento, oltre ad una razionale divisione delle imposte, permise a D. di organizzare meglio l'esercito. Già Saul aveva raccolto un piccolo esercito permanente che D. incrementó. Assoldò pure, specie come sua guardia personale, truppe straniere quali i Cerethei e i Phelethei, in ebraico Kérétbi e Péétbi (probabilmente d'origine mediterranea come i Filistei); ma la massa dei combattenti era sempre convocata volta per volta in occasione della guerra. Dell'organizzazione civile abbiamo solo qualche cenno nei nomi di alcuni uffici di corte, cui forse corrispondono i nostri di concelliere, incaricato d'affari esteri, sorvegliante ai lavori ed ai tributi, consigliere di Stato.

Importante fu pure l'ordinamento del culto, cui D. s'applicò ben due volte, appena trasportata l'Arca a Gerusalemme (I Par. 16) ed alla fine della vita (I Par. 23-26). A Gabaon doveva essere offerto il duplice sacrificio giornaliero ed i riti eran solennizzati da canti affidati ad un corpo di musici; ad altri leviti spettava la guardia delle porte del santuario. La stessa cosa fu fatta a Gerusalemme. La seconda volta D. ordinò un duplice censimento generale dei leviti, in seguito al quale furon registrati tutti coloro che avevan compiuto zo anni; vennero divisi i sacerdoti in 24 turni di servizio; istituiti gruppi levitici secondari per l'assistenza ai sacerdoti; scelti tre gruppi di cantori; affidate ad altri le diverse incombenze di manutenzione e sorveglianza del luogo sacro. Incominciava cosi a realizzarsi il grande piano di Mosè, benché non si fosse ancora giunti all'unicità del luogo di culto. Uno tale riforma liturgica, per il tempo in cui fu fatta, può dirsi imponente. Grande influenza su D. ebbero i profeti Samuele, Gad e principalmente Nathan : ben diverso da Saul, D. ne segui sempre docilmente i cenni.

Come ogni re orientale, in un tempo in cui era permessa la poligamia, D. ebbe una ventina di mogli. Dopo Michel, figlia di Saul, alcune avevano servito ad imparentarlo con principi stranieri, o a renderlo membro di forti clans meridionali fin da quando era proscritto (cosi la saggia Abigail). Ma la più celebre fu Betsabes, da D. tolta colpevolmente, durante la guerra ammonita, al proprio ufficiale Uria, fatto poi uccidere proditoriamente. Dai molti figlioli, che D. amava fino alla debolezza, vennero i mali; Absalom (v.) specialmente mise a repentaglio tutto il grande lavoro costruttivo del re. Tali torbidi avvennero negli ultimi tre lustri della vita di D. Aveva Absalom ucciso in un banchetto campestre il fratello Amnon, per vendicare Thamar, sua sorella uterina, da Amnon violata due anni prima. Fuggito presso il re di Gessur, suo nonno materno, ottenne di tornare dopo tre anni, e, dopo altri due, d'essere riammesso alla presenza del re. Ma dopo quattr'anni di propaganda abilissima si proclamò re in Hebron, marciò contro il padre che abbandonò in fretta la capitale e si rifugiò in Transgiordania, dove riuscl a formare un esercito: nello scontro Absalom fu sconfitto ed ucciso (II Sam. 13-18). Subito dopo, le tribù settentrionali si ribellarono; ma dopo che Seba, il capo, fu tradito dai suoi, tutto si ricompose. Rimanevano solo le rivalità tra i suoi figliuoli. D. mori di vecchiaia, a 70 anni, dopo aver fatto consacrare re Salomone, figlio natogli dalla prediletta Betsabes.

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David - D. di G. L. Bernini - Roma, galleria Borghese.
II. Il be teocratico, tino del Messia. - I successi di D. in ogni campo hanno certo l'ultima spiegazione nel volere divino: ma tra la cause naturali, la principale è da ravvisarsi nella potente e fascinosa personalità di lui. Il coraggio eccezionale e l'abilità nelle imprese belliche, la magnanimità con i nemici, il genio del comando e dell'organizzazione, la perspicacia e l'eloquenza, il tutto in un esteriore di maschia bellezza, gli conferirono un impero irresistibile sui soggetti anche più turbolenti. Come uomo politico ebbe occhio profondo e lungimirante : se fu Dio che lo condusse al trono, egli aiutò gli eventi con una accortezza eccezionale. Suo pregio precipuo fu la sincera pietà religiosa : visse la vita intera, malgrado la triste parentesi del suo peccato, religiosamente, sempre animato dalla stessa fede incrollabile nel Signore che già l'aveva mosso contro il gigante filisteo; umilissimo, s'abbassò talora ad uffizi (quali il danzare davanti all'Arca) ritenuti dalla superba Michol indegni d'un re; ma dove effuse tutta l'anima sua, piena d'amore e di gratitudine a Dio, fu nel Salmi (ne possediamo una settantina), con tale profondità d'accenti che dopo trenta secoli nulla hanno perduto d'attualità e freschezza. Fu insomma un vero santo, cui la crisi di peccato diede occasione di lunga penitenza. A ragione quindi D. rimase l'ideale del re israelita, tanto che, per dare un giudizio sui successori, gli storiografi sacri si limitano a dire se abbiano camminato sulle vie del "servo di Dio D.", o meno.
D. fu tipo del Messia. Ne prefigurò la mansuetudine e la generosità nel perdonare (virtù, ai
suoi tempi, sconosciuta), la gloria del regno e la missione pacificatrice. Predisse, del Messia, l'attaccamento alla sublime missione, le inenarrabili sofferenze, la resurrezione da morte, il trono eternamente duraturo malgrado le acerrime opposizioni, la divinità stessa (Ps. 2; 15; 21; 68; 108). Divenne tanto connaturata l'idea che D. e Messia erano la stessa cosa, che Geremia ed Ezechiele arriveranno al punto di adoperare il nome di D. come sinonimo di Messia (Ez. 34, 23 ecc.). L'atto di fede nella messianità di Gesù (nato di stirpe davidica; cf. Mt. I, I) era espresso nel grido: "Figlio di D.!" (Mc. 10, 48; 11, 10).

Del nome e dell'opera di D. è piena la letteratura rabbinica post-cristiana; di lui fa più volte menzione il Corano, che gli assegna uno splendido posto in Paradiso. Spesso ricorrono negli scritti dei Padri della Chiesa gli episodi della sua vita, tanto ricchi di ammacstramenti morali. I Giudei ne festeggiano la nascita e la morte il secondo giorno di Pentecoste; Greci e maroniti lo ricordano la domenica dopo Natale; gli Armeni il 22 dic.; i Copti il 19 dic.; i melchiti il 26 dic.; il Martirologio romano il 29 dic.

Bibl.: Oltre ai commenti ai libri di Sam. e I Por. (tra cui P. Dhorme, Parigi 1910, e M. Sales, Torino 1928): L. Desnoyers, Histoire du peuple bebreu, II, Parigi 1930, pp. 71-227; [vi 1930, pp. 184-88, 224-30, 306-28; G. Ricciotti, D., in Euc. Ital., XII (1931), pp. 411-14; L. Pirot, D., in DBs, coll. 287 330. Pregevole biografia letteraria è P. Bargellini, D., Brescia 1936.

Gino Bressan
III. Salmo idiografo di D. - Breve carme di 8 vv., che nei manoscritti e nelle edizioni della Bibbia greca si legge in fondo al Salterio come ps. 151. Nel titolo si ha una curiosa presentazione storica, che ne descrive la presunta origine e ne segnala, almeno implicitamente, il carattere estracanonico: "Questo salmo fu particolarmente scritto (i8ıó γ ρ α \varphi 0 ς ) per D., però fuori di numero, quando combatté da solo contro Golia».

In esso D. celebra la sua elezione a re, alludendo alla primitiva vita di pastorello ed insistendo sulla misericordia di Dio, che lo preferì ai fratelli dotati di qualità fisiche migliori. I vv. 7-8 rievocano brevemente l'intontro con il gigante Golia (cf. I Sam. 17, 4 sgg.). Di particolare il salmo non offre nulla, essendo le varie notizie desunte da testi biblici. Sulla sua origine si possono fare solo congetture molto vaghe. Con probabilità fu composto fra il sec. II a. C. ed il I d. C., l'epoca più prolifica degli apocrifi giudaici. Il salmo è stato tramandato oltre che in greco, forse sua lingua originale, in siriano, copto, etiopico, armeno, latino. I vv. 3-4 sono entrati nella liturgia (responsorio alla VI lezione delle domeniche 4^{2}-11^{2} dopo Pentecoste).

BibL.: J.-B. Frey, De Psalmo 131 apocrypha, in Verbum Domini, 5 (1925), pp. 200-202; id., in Institutiones Biblicae scholis accommodatae, I, 2^{2} ed., Roma 1927, p. 188. Una traduzione italiana si ha in A. Vaccari, I libri poetici della Bibbia, Firenze 1949, p. 342 .

Angelo Penna
IV. Archeologia cristiana. - In edifici di culto la più antica rappresentazione di D. che combatte Golia è nella domus ecclesia di Dura Europo (v.) in Mesopotamia. Una pittura nella vòlta del cubicolo III nel cimitero di Domitilla a Roma, datata alla prima metà del sec. III, mostra D. in tunica exomis, armato di fionda nella destra. Questa rappresentazione, riguardo al suo significato simbolico, è posta dal Wilpert tra quelle concernenti l'invocazione a Dio di assistenza per le anime dei trapassati. "Libera, Domine, animam eius (defuncti) sicut liberasti D. de manu regia Saul et de manu Goliath" (dall'Ordo commendationis animae). Tale simbolismo trova conferma in alcuni sarcofagi cristiani della Gallia con la scena del combattimento tra l'eroe biblico e Golia, raffigurata anche nella preziosa lipsanoteca del museo di Brescia (sec. Iv). Un affresco del presbiterio

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della chiesa di S. Maria Antiqua in Roma, eseguito sotto il pontificato di Giovanni VII (705-707), mostra D. nell'atto di tagliare la testa al gigante abbattuto. Altri momenti ed episodi della storia di D. sono raffigurati in un sarcofago di Marsiglia, con l'offerta della testa di Golia a Saul, e in un pannello della porta della chiesa di S. Ambrogio a Milano, attribuito al sec. iv, con la scena di D. che riceve il messaggero di Saul. Un gruppo di piatti d'argento cigniari del sec. vi offre un ricco repertorio di scene della storia di D., tra le quali sono da notare per la novità dei soggetti : D. che uccide l'orso, D. che uccide il leone, D. e un guerriero, l'unzione di D., la presentazione di D. a Saul, D. rivestito delle armi, il matrimonio di D. Nelle pitture delle cappelle sepolcrali di Bâwit (medio Egitto) del sec. vi o vir, ma con motivi del repertorio paleocristiano, D. appare nel ciclo degli episodi della giovinezza (unico il tipo di D. cappiere) e nella sua maestà regale. I principali avvenimenti della vita dell'eroe fino alla sua incoronazione sono rappresentati in dodici tavolette di un cofano d'avorio della cattedrale di Sens, di imitazione bizantina, ma d'età tarda (sec. xII). La sua figura di pastore e di re appare anche nelle miniature di codici dei secc. xxI. Nel campo dell'epigrafia è da segnalare un'iscrizione su di un bacino bronzeo d'arte visigota, del vi-vii sec., che ricorda la vittoria di D. - Vedi tav. LXXXII.

BibL.: Wilpert, Pitture, tav. 13, pp. 263-65, 336; id., Sarcofagi, tavv. 14, 3: 63, 2: 146, 3: 194, 1-2: H. Leclercq, s. v. in DACI., IV, coll. 293-303 (con ampia bibl.); id., Mimiatuso, ibid., XI, coll. 1222-1374; J.-D. Stefanescu, Iconographie de la Bible, Parigi 1938. Per il cofano di Sens v. Venturi, III (1904), p. 367 sec.

Luigi Maria Catteruccia
DAVID, santo. - Vescovo di Menevia (Mynyve nel Galles) del sec. vi. In un manoscritto del sec. x degli Annales Cambriae, è detto che morì nel 60 I.

La prima biografia, molto leggendaria, calcata sulla vita di s. Benedetto, fu scritta nel sec. xi da Rhygyfarch. Secondo questa, D. nacque da una carta Nonna suora, violata da Sant, principe di Cretica. Fattosi monaco evangelizzò la Britannia fondandovi 12 monasteri. Scampato poi ad un tentativo di avvelenamento da parte dei monaci, si recò a Gerusalemme, dove fu consacrato vescovo. Ritornato in patria, successe a s. Dubric nel vescovato di Caerleon donde si trasferì a Menevia esercitando un grande influsso sulla vita monastica del Galles, e presiedendo a parecchi sinodi. Morì a 147 anni di età. Nel 966 il suo corpo fu trasferito a Glastonbury; fu censorizzato da Callisto II nel 1120. Festa il 1^{°} marzo.

BibL.: Acta SS. Martii, 1, ed. Parigi 1865, pp. 38-47; A. W. Wade-Evans, Life of St D., Londra 1903; J. F. Kenney, The sources for the early history of Ireland, Nuova York 1929, p. 178 sq.; J. Rian, Irish monasticism, Dublino 1931, pp. 113 sq., 160-64.

Agostino Amore
DAVID, Armand. - Missionario e naturalista, n. ad Espellette (Bassi Pircnci) il 7 sett. 1826, m. a Parigi il 10 nov. 1900. Divenuto missionario di S. Vincenzo ( 1848 ), fu addetto all'insegnamento nel collegio di Savona, dove iniziò un corso superiore di scienze naturali. Nel 1862 parti per la Cina e vi restò fino al 1874, conciliando il ministero apostolico con la passione del naturalista. In 12 anni compì tre spedizioni, in Mongolia (1866), nel Tiber (18681870) e nella Cina centro-occidentale (1872).

I risultati sono descritti nei giornali di viaggio e nei resoconti pubblicati dal Museo di storia naturale di Parigi. Importanti e numerose le sue scoperte, di cui varie ne portano il nome, specialmente nel regno degli uccelli, che descrisse in Oiseaux de la Chine (Parigi 1876), in quelle degli invertebrati e delle piante, che descrisse nell'opera, in 2 voll. in-fol., dal titolo Plantae Davidianae (ivi 1884). D. organizzò tre collezioni di storia naturale, a Pechino, a Savona e alla Casa madre dei missionari a Parigi ed arricchì il Museo di storia naturale di Parigi.

BibL.: Anon., Le p. D., in Annales de la Mission, 101 (1936), pp. 481-508, 773-96; 102 (1937), pp. 5-26, 277-310. Annibale Bugnini

DAVID, Clément-Joseph. - Arcivescovo siro di Damasco. N. nel 1829 ad Amadia ('Iráq) dalla famiglia Zebungi, fece i suoi studi a Mossul e nel Collegio di Propaganda di Roma. Ritornato in patria, venne di nuovo a Roma, come consultore orientale del Concilio Vaticano (1879), e a Roma m. nel 1890.

Specializzato nella storia e nelle liturgie dell'Oriente cristiano, il D. pubblicò molte opere, quasi tutte stampate nella tipografia domenicana di Mossul. Singolare menzione meritano: La P'elíttá caldea di Mossul (3 voll., 1887-91); il Breviario tirisco (Froglitá) in 7 voll. (18861896); Grammatica Aramnica seu Syriaca philologica expolita, pubblicata dopo la morte di lui da mom. I. Rahmáni nel 1896. Il D. fu anche il promotore del Sinodo di Sarfé, di cui redasse il testo: Synodus Libanensis Syrorum an. 1888 habita.

BibL.: J.-M. Vosté, C.-7. D. archevêque syrien de Damar, in Orientalia Christiana Pervadica, 14 (1948), pp. 219-302.

Giovamo M. Vosté
DAVID di Dinant (Dinan). - Filosofo medievale sulla cui vita e attività siamo scarsamente informati. N. a Dinant nella provincia di Liegi, o secondo altri nella Bretagna, in un documento del 1206 è chiamato da Innocenzo III a maestro e cappellano nostro" (PL 225, 901-902). Nel 1210 un Concilio provinciale di Parigi condannava la sua dottrina insieme con quella di Amaury di Bène, e ordinava, a chi ne fosse in possesso, di consegnare, sotto pena di scomunica, i suoi scritti (quaternali), perché fossero dati al fuoco (H. Denille-A. Chatelein, Char. Univ. Paris., I, Parigi 1889, p. 70). Nel 1215 Roberto de Courçon, in una lettera indirizzata all'Università di Parigi, ripeteva la condanna: «Non siano letti i libri di Aristotele intorno alla metafisica e alla filosofia naturale, né i compendi di dette opere o della dottrina di D. di D. " (ibid., p. 79). E le sentenze furono così rigorosamente eseguite che nessuno degli scritti di D. ci è pervenuto. Il decreto stesso di condanna e vari passi di filosofi del sec. xili fanno intravedere le linee maestre del suo sistema. Alberto Magno riferisce di aver conosciuto una raccolta di proposizioni di D. (Summa de creaturis, parte 2ª, q. 5, a. 2), probabilmente estratta dalle sue opere in occasione del sinodo.

Alberto Magno ha dedicato tre recensioni al sistema del maestro di Dinant: Summa de creaturis (parte 2ª, q. 5, a. 2) e Summa theologica (parte 2ª, tr. I, q. 4, quaest. incid. 2, m. 7 ; tr. XII, q. 72, m. 4, a. 2), e cita testualmente il lavoro che ha sotto gli occhi e di cui anche riferisce il titolo Liber de tamis, sive de divisionibus. Il p. G. Théry crede con tutta verosimiglianza che questo scritto sia da identificarsi con i quaternili condannati dal Concilio di Parigi, e, utilizzando gli estratti tramandati da Alberto Magno e da s. Tommaso, ci dà un saggio di ricostruzione dalla quale si possono facilmente dedurre alcuni cavollari, che gettano sufficente luce sull'insegnamento di maestro D. Il quale fu certamente un materialista, e s. Tommaso coglie con precisione questo carattere del suo sistema.
"Fu errore - dice l'Aquinate - di alcuni antichi filosofi credere