volume-04

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ggio di ricostruzione dalla quale si possono facilmente dedurre alcuni cavollari, che gettano sufficente luce sull'insegnamento di maestro D. Il quale fu certamente un materialista, e s. Tommaso coglie con precisione questo carattere del suo sistema.
"Fu errore - dice l'Aquinate - di alcuni antichi filosofi credere che Dio entrasse come elemento essenziale in tutte le cose. Ritenevano essi che tutte le realtà fossero una, e non differissero fra di loro, come diceva Parmenide, che secondo il senso e l'opinione. Queste antiche dottrine furono adottate da alcuni moderni, e, fra questi, da D. di Dinant». D. raggruppa le sostanze in tre categorie : quella dei corpi, quella delle anime e quella delle sostanze separate ed eterne; nega fra di esse qualsiasi distinzione ed afferma che formano una sola ed identica realtà, una sola essenza. Tuttavia D. non è materialista nel moderno senso della parola, perché pone a fianco della materia anche un secondo principio di esistenza.

Nel mondo dei corpi, secondo la sua dottrina, l'unica realtà indivisibile è la materia prima, nella quale si iden-

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tificano i molteplici esseri della natura fisica, ma nella sfera degli spiriti umani e delle sostanze separate lo stesso ruolo è sostenuto dal voús e da Dio. Ma una identica realtà è da porsi fra Dio, l'intelletto e la materia, e, per conseguenza, unica è da considerarsi la sostanza esistente, non soltanto di tutti i corpi, ma anche di tutte le anime: ed essa non è altro che Dio. E poiché la sostanza dalla quale provengono i corpi si chiama tale, e quella dalla quale derivano le anime si chiama ratio o mens, si deve dedurre che Dio è la ragione di tutte le anime e di tutti i corpi. E la conclusione della critica di Alberto Magno all'insegnamento di D. di D. nei passi citati della Summa de creaturis e della Summa theologica.

Tre gli antichi filosofi che hanno maggiormente influito su D. di D. si deve porre lo Stagirita. Tutta la filosofia, infatti, di D. di D. è a base di aristotelismo. Egli argomenta sull'atto e la potenza, sulla sostanza e l'accidente, sulla distinzione delle csuse: il suo sistema ci appare escogitato allo scopo di salvare il doppio principio della materia e della forma di Aristotele. E giunge alla teoria dell'unicità dell'essere, chiave di volta del suo edificio dottrinale, per avere frainteso alcuni capisaldi del pensiero del grande maestro. Alla fine del sec. xir egli fu uno dei rappresentanti del movimento filosofico che introdusse nell'Occidente cristiano l'aristotelismo passato attraverso la filosofia araba. Questo fu il motivo che richiamò su di lui l'attenzione e la condanna dei contemporanei.

BibL.: G. Théry. Autour du décret de 1210, 1: D. de D. Etude sur son monlucisme matérialiste, Parigi 1925: R. Arnou, Quelques idées néoplatonicknues de D. de D., in Philosophia perennis (Festgabe 7. Geyzer), I, Ratisbona 1930, pp. 115127: M. De Wulf, Storia della filosofia medievale, vers. n., I. Firenze 1944, pp. 233-37.

Quivi infatti, mentre da un lato veniva attratto dalle idee che sospingevano gli uomini di pensiero verso gli ideali di una antichità, sia pure di maniera, e rinnovavano gli entusiasmi per le eroiche virtù civili esaltate da Plutarco nelle sue Vite, dall'altro si interessava particolarmente alle pitture del Caravaggio, del Valentin e del Guercino, soprattutto per la violenza delle loro ombre e luci che ponevano in evidenza i contrasti delle masse. Condotto dal suo temperamento eccessivo, declamatorio, tribunizio, ad una pittura programmatica, questa gli servì dapprima per esaltare le virtù repubblicane dei rivoluzionari francesi e quindi per divulgare i fasti della dittatura napoleonica. Il suo Belluario del museo di Lilla, che è del 1785 , il Giuramento degli Orazi (Louvre), che è del 1784, La morte di Socrate(1787), il Marat assassinato (Bruxelles 1798) rappresentano con chiarezza i suoi proponimenti iniziali, mentre la grande tela con la Consacrazione di Napoleone (Louvre) è la chiara espressione della sua sostanziale incapacità a comporre con intimo sentimento ritmico i propri quadri. Migliori quasi sempre i ritratti, tra cui quello di Pio VII, dipinto durante la permanenza in Francia di quel pontefice.

BibL.: I. B. Delécluse, L. D., son école et son temps, Parigi 1855: H. Vollmer, s. v. in Thieme-Becker, VIII, pp. 456455: A. M. Brizio, Ottocento-Novecento, Torino 1939, pp. 12-17. Emilio Lavagnino

DAVIDE. - Katholikós armeno del sec. xir, detto Althamartzi, cioè di Althamar, per essere stato vescovo egumeno del cenobio armeno omonimo nell'isola sud-orientale del lago di Van. Oriundo della famiglia del principe di Sassoun, Tornik, di cui era nipote, fu anche chiamato D. Tornikian. Ricusando di sottomettersi al katholikós Gregorio III Pahlavouni nominato canonicamente in Cilicia, per essere questi troppo giovane, si fece proclamare katholikós in un sinodo di 5 vescovi dell'Armenia orientale, convocato nel cenobio di Tzorovankh (1113). Lo scisma diede inizio ad una serie di katholikoi althamaresi, accettati praticamente dagli Armeni di Vaspourakan per la loro tendenza dissidente, e suscitò per un tempo titubanze in quasi tutti i vescovi residenziali dell'Armenia maggiore, quando, fra i secc. xir-xiir, si procedette alla scelta del katholikós.

BibL.: Vardan lo Storico. Storia, Venezia 1862, p. 116; Kirakos lo Storico, Storia, ivi 1865, pp. 55-70; L. Alikan, S. Sivses Grazioso e l'Epoca, ivi 1873, p. 54 sg. (in armeno); T. Ardzzouni, Storia, Pietroburgo 1887, pp. 349-53 (versione francese degli ultimi due storici : cf. M. Brosset, in Collections d'historiens arndnires, ivi 1874); P. N. Akinian, Serie dei katholikoi d'Althamart, Vienna 1920, pp. 20-32 (in armeno). Gucsbed Amadani

DAVIDE. - Katholikós armeno del seC. xir, detto Althamartzi, cioè di Althamar, per essere stato vescovo egumeno del cenobio armeno omonimo nell'isola sud-orientale del lago di Van. Oriundo della famiglia del principe di Sassoun, Tornik, di cui era nipote, fu anche chiamato D. Tornikian. Ricusando di sottomettersi al katholikós Gregorio III Pahlavouni nominato canonicamente in Cilicia, per essere questi troppo giovane, si fece proclamare katholikós in un sinodo di 5 vescovi dell'Armenia orientale, convocato nel cenobio di Tzorovankh (1113). Lo scisma diede inizio ad una serie di katholikoi althamaresi, accettati praticamente dagli Armeni di Vaspourakan per la loro tendenza dissidente, e suscitò per un tempo titubanze in quasi tutti i vescovi residenziali dell'Armenia maggiore, quando, fra i secc. xir-xiir, si procedette alla scelta del katholikós.

BibL.: Vardan lo Storico. Storia, Venezia 1862, p. 116; Kirakos lo Storico, Storia, ivi 1865, pp. 55-70; L. Alikan, S. Sivses Grazioso e l'Epoca, ivi 1873, p. 54 sg. (in armeno); T. Ardzzouni, Storia, Pietroburgo 1887, pp. 349-53 (versione francese degli ultimi due storici : cf. M. Brosset, in Collections d'historiens arndnires, ivi 1874); P. N. Akinian, Serie dei katholikoi d'Althamart, Vienna 1920, pp. 20-32 (in armeno). Gucsbed Amadani

DAVIDE ARMENO. - Filosofo neoplatonico cristiano, n. in Armenia (provincia di Hark), sconosciuto, o quasi, in Occidente fino al principio del sec. xix. Pare che la sua attività scientifica si sia svolta verso la fine del sec. v e al principio del vi.

Studiò ad Alessandria e ad Atene, e tornato in patria, vi diffuse la filosofia greca. B. St-Hilaire recensisce un nutrito elenco di opere di D., ma la critica moderna tende a ridurlo di molto. Pare debbono attribuirsi a D. i seguenti scritti in lingua greca: Introduzione alla

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filosofia; Commento all'ciaxyuŗ́ di Porfirio (ed. A. Busse in Commentaria in Aristotelem Grueca, XVIII, parte 2ª, Berlino 1904); Commento alle Categorie di Aristotele. Queste opere esistono pure in lingua armena ma con varianti cosí cospicue da far ritenere improbabile che risalgano a D. Comunemente vengono attribuite a D. anche le seguenti opere conservate soltanto in lingua armena: Distinzioni filosofiche (commentate nel sec. xit dal patriarca Narsete); Grammatica, Sermone sulla Croce contro i nestoriani (cf. Corinnis Mambre et Davidis philosophi opera, Venezia 1833). Sembra che soltanto il Sermone sia autentico.

BibL.: Ed. delle opere attribuite a D., Venezia 1833 e 1932 ; Fr. C. Comebear, A Collation with the ancient Armenian Vervinus of the Greek text of Arist. Categories.... Oxford 1892; H. Manadian, Studio delle opere filosofiche attribuite al filosofo D. Harbhari (in armeno), Valarsspat 1904; M. Kostikian, D. der Philosopb. Lipsia 1907; H. Manadian, La scuola greciuzante e i periodi della sua evoluzione (in armeno), Vienna 1928. Policissimo Tinivella

DAVIDE di Augusta. - Francescano, scrittore mistico e predicatore tedesco, n. a Augusta (Augsburg, Baviera) ca. il 1200 , m. ivi il 15019 nov. 1272. Poco si sa intorno alla sua vita. Fu per alcuni anni maestro dei novizi a Ratisbona, dove nel 1246 fu incaricato di una visita a due monasteri. Piú tardi viveva a Augusta, scrivendo e predicando al popolo insieme al discepolo (?), il famoso Bertoldo (v.) da Ratisbona.

Importanti sono i suoi scritti, non tutti editi, pieni di santa dottrina, talvolta attribuiti a s. Bernardo o a s. Bonaventura. Si vedano, ad es., 3 opuscoli in Maxima Bibliotheca Veterum Patrum, XXV, Lione 1677, pp. 867 939; De exterioris et interioris hominis compasitione, Quaracchi 1899. Un trattato contro i valdesi, che oggi si vorrebbe attribuire a s. Alberto Magno (Zeitschrift für Kath. Theologie, 14 [1921], pp. 609-27). Una Expositio Regulae O. F. M. inedita è stata studiata da E. Lempp, in Zeitschrift für Kirchengeschichte, 19 (1898), pp. 345359. Scrisse inoltre vari trattati mistici in tedesco.

BibL.: F. Hecker, Kritische Beiträge zu Davids von Augsburg Persbalkibheit und Schriften, Gottinga 1905; D. Stöckert, Bruder D. von Augsburg; Monaco 1914; J. Neerinckz, Theol. mystica in scriptis fratris Davidis ab Augusta, in Antonianum, 8 (1935), pp. 49-83, 161-92.

Divario Oligot
DAVIDE Dishýpatos. - Polemista bizantino del sec. xiv. Si ignorano i particolari della sua vita; è certo però che era oriundo di Tessalonica e che probabilmente abbracciò la vita monastica nel monastero di S. Atanasio del monte Athos. Il Du Cange lo fa membro della nobile famiglia dei Dishýpatos (cf. Historia Byzantina. I, Familiae Augustae Byzantinae, Venezia 1729, p. 207). Nelle lotte sull'esicavmo, alle cui dottrine si era votato del tutto, ebbe frequenti rapporti con i personaggi più in vista della corte di Bisanzio e con gli stessi imperatori.

Fu appunto per illustrare all'imperatrice Anna Paleologa (Giovanna di Savoia) le appassionanti controversie fra Palamas e Accindino, suoi contemporanei, che dietro domanda di lei scrisse una breve ed oggettiva narrazione sull'inizio storico-dottrinale di quella lite. La conoscenza di quest'opera, edita prima dell' Uspenskij e poi criticamente dal Candal, è di importanza per la storia ideologica del palamismo. Il D. scrisse pure due altri trattati palamitici, di cui uno in metro giambico, contro l'Accindino e il calabrese Barlaam.

BibL.: E. Candal, Origen ideológico del palamismo en un documento de D. D., in Misceldnea Comillas, I (1943), pp. 487-525. Emanuele Candal

DAVID REUBENI. - Cioè · D. discendente di Ruben s. Strana figura di ebreo orientale, di cui si ignora il luogo di origine e molti particolari della vita movimentata. Compare a Venezia nel febbr. del 1504, dopo avere percorso diverse regioni dell'Oriente. Presto suscitò un interesse immenso, accompagnato in molti da entusiasmi messianici.

Dicendosi invato particolare di un fantastico regno di tribù ebraiche dell'Arabia, ch'egli affermava governato da suo fratello Giuseppe, D. frequento varie corti di Europa, particolarmente quella di Giovanni III del Portogallo. Ottenne anche un'udienza dal papa Clemente VII e riscosse promesse di aiuto, specialmente nella corte portoghese, per la sua progettata impresa di strappare la Palestina ai maomettani. Presto, però, si occupò alacremente di lui l'Inquisizione spagnola, che vedeva malvolentieri l'entusiasmo diffuosi fra i marroni per D. R., in cui vedevano il preannuncio di mirabolanti tempi messianici. Perduta la protezione della corte portoghese, specialmente per opera dell'inquisitore Selsza e di Michele De Silva, D. R. erro per la Francia e l'Italia finché fu arrestato con il suo fanatico seguace Salomone Molcho (Diego Penes) a Ratisbona (1532) da Carlo V. Sembra che D. finisse i suoi giorni in una prigione spagnola. Di lui resta una minuta relazione dei suoi viaggi, edita in ebraico da A. Neubauer (Mediceval Jewish Chronicles, II, in Analecta Oxoniensa, I, parte 6a, Oxford 1895, pp. 133-225).

BibL.: H. Graetz. Geschichte der Juden, IX, 4^{2} ed., Lipsia 1907, p. 218 sgg . Angelo Penna

DAVILA, Enbico Caterino. - N. a Piove di Sacco (Padova) il 30 ott. 1576 , nel 1583 è in Francia paggio della regina Caterina; a 18 anni entra nella milizia, nel 1599 è al servizio di Venezia; è assassinato da un servo il 26 maggio 1631 .

Deve la sua fama alla Storia delle guerre civili di Francia. Nel suo stile fermo e distaccato raccoglie il pensiero estremo della region di Stato: «Non è cosa né lodevole né salutare il volersi fermare ed appagare nel mezzo e (Storia ecc., 2^{\text {a }} ed., Pistoia 1852, p. 85): si deve poter compiere il delitto fino in fondo. Sente intimamente la polemica machiavelliana e guicciardiniana, nonché quella della controriforma, sulla miglior forma di governo, propendendo verso una forte monarchia, consapevole com'è del tramonto delle forze nobiliari e della germinazione dei grandi Stati nazionali. Spirito schiettamente politico, prospetta la religione, nonostante le apparenti frasi di gran reverenza, quale instrumentum regni. In un noto passo ricco di sottintesi la conversione di Enrico IV è sentita sub specie politica: «il re, ricevuta instruzione sufficente in preposito degli articoli controversi nella fede, mostrò di rasserenar l'animo e di comprendere visibilmente la mano di Dio, che richiamandolo dagli errori lo riconduceva nel grembo della Chiesa" (op. cit., V, p. 179) : non si preoccupa tanto della sincerità di una conversione e nemmeno delle vaste conseguenze religiose che tale conversione determinava nel groviglio delle lotte francesi e del cristianesimo europeo, quanto delle forze politiche espressione di umana astuzia e cupidigia.

BibL.: L. Ranke, Französische Geschichte, V, Stoccarda 1861, pp. 3-35; H. Hauser, Les sources de l'histoire de France. XVI e siivile, III, Parigi 1912, pp. 132-33; G. A. Andrielli, E. C. D., in Il messaggero, 18 ott. 1931 e bild. ivi cit.; E. Fuster, Storia della storiografia moderna, trad. it., di A. Spinelli, I. Napoli 1944, pp. 152-54; G. Spini, La istoria del baracce italiano, in Belfagor, I (1946), pp. 324-37; H. Jedin, Das Kancil von Trient, Roma 1948, p. 56 sgg. Massimo Petrucchi

DAVINO, santo. - N. nell'Armenia maggiore, ca. il 1000, m. nel 1050. Scelse ancora giovane la vita della solitudine. Visitò la Terra Santa, donde passò a Roma, sempre quale pellegrino ad limina, e di qui volle recarsi in Spagna al santuario di S. Giacomo; però, giunto a Lucca, nel maggio del 1050 , si ammalò nell'ospizio dei pellegrini. La nebildonna Ata lo ospitò in casa propria, finché mori il 3 giugno; fu seppellito vicino alla chiesa di S. Michele.

Alessandro III, probabilmente nel 1159, dichiarò D. santo. Le sue reliquie vennero allora trasportate nell'altare di S. Luca, nella stessa chiesa, in un reliquiario riccamente adornato, trasferito poi nel 1592 sotto l'altare maggiore. Nel 1647 furono esposte le reliquie si fedeli, fra i quali numerosi i notabili e i mercanti della colonia armena di Livorno.

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![img-23.jpeg](img-23.jpeg)

A sinistra: MOSE CON LE TAVOLE DELLA LEGGE. Dipinto di J. de Ribera (1588-1652) - Napoli, Certosa di S. Martino. A destra: STATUA DI MOSE CON LE TAVOLE DELLA LEGGE. Opera di A. Tantardini (sec. xix) - Milano, cortile del Palazzo arcivescovile.

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![img-24.jpeg](img-24.jpeg)
(da Wilpert, Pitture, inv. 31)
(A sinistra: PARTICOLARE DELLA DECORAZIONE PITTORICA con fiori, uccelli e vendemmia del lucernario della cripta detta di S. Gennaro (sec. mi) Roma, Cimitero di Pretestato. A destra: PARTICOLARE DELLA DECORAZIONE IN "OPUS SECTILE MARMOREUM" lungo le pareti della navata centrale della basilica di S. Sabina (sec. v) - Roma.

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BibL.: Acta SS. Innii, I, Anversa 1695, p. 327; C. Baronio, Annales, XI, Lucca 1742; XVII, ivi 1745 (v. indice) ; L. Saministi, Riflessioni sopra la vita di s. D. Armeno, ivi 1700; E. Ferahian, La vita di s. D. Armeno, Venezia 1883, pp. 9-47.

Serafino Akelian
DAVY, HUMPHRY. - N. a Penzance, in Cornovaglia, il 17 dic. 1778, m. a Ginevra il 29 maggio 1829. Di famiglia modesta, fu dapprima apprendista di farmacia e poi assistente e più tardi capo del laboratorio della Pneumatic Institution di Bristol per lo studio dell'azione fisiologica e terapeutica dei gas. Scoprì l'azione inebriante del gas esilarante o protossido di azoto, che fu uno dei primi anestetici generali: tale risultato gli aperse la via all'insegnamento della chimica alla Royal Institution di Londra, ciò che gli permise di dedicarsi alla ricerca scientifica con risultati veramente eccezionali. Fu con Hisinger e Berzelius tra i primi elettrochimici.

Studiò l'elettrolisi dell'acqua; per mezzo della corrente elettrica isolò i metalli alcalini ed alcalino-terrosi (potassio, sodio, calcio, bario e stronzio), il boro ed il cloro, del quale riconobbe la natura di elemento chimico: contemporaneamente a Gay-Lussac isolò lo iodio e ne riconobbe la natura di elemento. Inventò la lampada di sicurezza che porta il suo nome e per la quale non volle prendere brevetti. Fu membro e poi presidente della Royal Society di Londra.

Di salute cagionevole (anche a causa delle esperienze fatte su se stesso con i gas), divenuto ricco per un matrimonio e celebre per le sue scoperte, fece due viaggi in Italia dove soggiornò a lungo e conobbe Volta e Morichini.

Di mente filosofica e di animo religioso, trovò le orme di Dio creatore e provvido nella natura e nella scienza; avversò il materialismo, e, benché protestante, mostrò schietta simpatia per il cattolicesimo; pubblicò un diario: Consolazioni di viaggio e gli ultimi giorni di un filosofo (trad. it., Milano 1928) dove espose le sue idee spiritualistiche; sulla sua tomba volle si scrivesse una sola parola: "spero".

BibL.: Opere ; J. Davy, The collected works of Sir H. D., 12 voll., Londra 1839-48 (a cura del fratello). Studi: J. Davy, Memoirs of the life of Sir H. D., 2 voll., Londra 1836; C. L. Kneller, Il cristianesimo e i naturalisti moderni, vers. it., Brescia 1906, p. 5 se; W. Ramsay, Chimica e chimici, Palermo 1913.

Giulio Provenzal
DAVY DU PERRON, JACQUES: v. DU PERRON, JACQUES DAVY.

DAX : v. Aire.
DAZIO, santo. - Successe a Magno nella cattedra vescovile di Milano verso il 530 . Nel 535 una lettera di Cassiodoro lo autorizzava a prendere vettovaglie dai granai statali per far fronte alla carestia. Verso la fine del 537 si recò a Roma a chiedere aiuto contro i Goti, e vi rimase fino al 544 quando parti per Costantinopoli. Venuto in Sicilia l'anno successivo per informare il papa Vigilio sulla questione dei cosiddetti Tre Capitoli, ritornò in Oriente insieme col Pontefice che aiutò e confortò durante la famosa controversia. Morì dopo il febbr. del 552 , ed il suo corpo fu trasferito a Milano e tumulato nella chiesa di S. Vittore. Nel Martyrologium Romanum è commemorato il 14 genn.

BibL.: Acta SS. Ianuarii, II, ed. Parigi 1869, pp. 249-53; F. Savio, Gli antichi vescovi d'Italia. La Lombardia, I: Milano, Firenze 1913, pp. 224-33; Lanzoni, pp. 1023-25; Martyrologium Romanum, p. 21.

Agostino Amore
DEA DIA. - Divinità romana antichissima, come si deduce da alcuni elementi del suo culto, quali l'assoluto divieto di usare strumenti di ferro nelle cerimonie (la potatura delle piante nel bosco sacro alla dea, come pure l'incisione sul marmo
degli atti rituali ecc., dovevano essere purificate con un duplice piaculum), l'uso di venerare antiche olle (uso che da altri autori si sa essere proprio d'età arcaica, cf. Dionisio d'Alicarnasso, II, 23); inoltre il suo legame con l'antichissimo sodalizio dei Praires Arvales, i cui Acta (appartenenti però solo all'età imperiale) sono le uniche fonti che tramandino notizie di essa.

Essendo la divinità venerata da questo sodalizio, il quale aveva carattere essenzialmente agrario, facilmente si è potuto riconoscere in D. D. una divinità agreste (come Cerere, Tellus ecc.), di cui essa sarebbe un'indigitazione, in quanto il suo non è un nome proprio bensì un soprannome. Anche le offerte che ad essa si facevano, vino, frutta secca, incenso, scrofe (queste ultime particolarmente sacre a Cerere) ecc., confermano il suo carattere agrario. La feste della D. D. annualmente erano stabilite con la cerimonia della indictio (tra il 7 e il 12 genn.) dal magister degli Arvali, e cadevano nel mese di maggio (27, 29, 30). Esse si iniziavano in città, proseguivano nel bosco ed in città, e finivano nel terzo giorno in città. Il bosco era il Incus Deae Dioe (su di un colle della via Campana a 5 miglia ca. da Roma), nel quale si trovava il tempio della dea; si piedi del colle c'era l'ane ed il Jaculus, per i sacrifici, ed altri edifici sacri; nelle immediate vicinanze un circo in cui, terminate le cerimonie in onore della dea, si facevano le corse.

Di recente si è anche voluto accostare D. D. (da una forma *Divia) a Diana, e vedere in essa una dea lunare.

BibL. G. Honzen, Acta fratrum Arvalium, Berlino 1874; G. Gatti, Arvales, in E. De Ruggiero, Decimaria epigrafica, I, pp. 690-702; su più recenti ritrovamenti di Acta degli Arvali, con particolari sulle cerimonie della dea, v. G. Mancini e O. Marucchi, in Not. d. seavi, 1914, p. 464 regg., e N. Turchi, La nuova tav. arcalica, in Riv. di scienza d. relig., 1916, p. i seg.; M. Marconi, Riferii mediterranei nella più antica relig. faciale, Messina 1930, p. 344. Sulla nuova teoria riguardante D. D., Fr. Altheim, Terra mater, Giessen 1931, pp. 129-32; id., A hist. of rom. relig., Londra 1938, p. 169.

Cesare D'Osodrio
DE ALEATORIBUS. - In questa omelia, che fa parte del grosso bagaglio delle opere falsamente attribuite a s. Cipriano, un vescovo, dopo un forte esordio sulla responsabilità dei pastori d'anime, biasima energicamente il giuoco dei dadi come sorgente d'innumerevoli mali, come invenzione del demonio, dichiarando che chi vi è dedito non merita il nome di cristiano, esortando ad affidare invece a Cristo il proprio denaro, col farne dono ai poveri della Chiesa.

L'opuscolo ha interesse storico e particolarmente linguistico, come uno dei più antichi documenti dell'antica oratoria cristiana e del latino volgare. Il silenzio dei testimoni più antichi e le peculiarità di lingua e di stile impediscono di attribuirlo a Cipriano; esduta la prima tesi del Hornack, che l'attribuiva a s. Vittore papa, si colloca oggi fra il 260 e il 300.

Bibl.: G. Hartel, s. v. in CSEL, III, parte 3^{4}, pp. 92-104; P. Monceaux, Histoire littéraire de l'Afrique chrétienne, II, Parigi 1902, pp. 112-18.

Michele Pellegrino
DEAMBULATORIO. - Per d. o peribolo o ambulacro, s'intende generalmente un corridoio anulare, che si svolge intorno all'abside spesso continuando le navate minori.

In edifici a pianta centrale il d. si trova tra il muro perimetrale e il vano centrale. La chiesa del S. Sepolcro in Gerusalemme fu imitata in costruzioni circolari provviste di un d. che gira attorno a tutto il muro perimetrale dell'edificio. Analogamente nel mausoleo di Costantina o chiesa di S. Costanza a Roma il d. si svolge tra le pareti esterne e le dodici coppie di colonne che reggono gli archi sui quali poggia l'alto tamburo della cupola; anche il battistero Lateranense, presentava una cupola e un d. a volta, con una disposizione simile a quella

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di S. Costanza. A questo stesso tipo si collegano a Roma la chiesa di S. Stefano Rotondo e a Perugia quella di S. Angelo.

Come corridoio curvilineo che si svolge intorno all'abside il d. esisteva già nelle più antiche basiliche, così a Porto e a Parenzo negli avanzi della chiesa primitiva, nei resti della basilica urbana di Salona, probabilmente del sec. IV, limitato da un parapetto semicircolare che si svolgeva intorno all'abside; a Roma, nella primitiva basilica di S. Maria Maggiore, in S. Giovanni in Laterano, in S. Lorenzo fuori le mura, e in S. Severo a Napoli, il d. risultava dalla stessa struttura dell'abside aperta con colonne e arcate. Così pure a Nola nella basilica di S. Felice, e nella chiesa di S. Giovanni Maggiore e di S. Giorgio Maggiore a Napoli. Più tardi si trova un d. nell'abside aperta da arcate della basilichetta di Prata presso Avellino, forse del sec. vir. In alcune costruzioni posteriori al sec. viII l'ambulacro si sviluppa tanto da apparire come la continuazione delle navate minori; nell'età carolingia, nel S. Martino di Tours si ebbe un d. con cappelle radiali, che si aprono cioè sul d. stesso. Forse del sec. x è l'abside di S. Stefano a Verona, con ambulacro a due gallerie sovrapposte. Un ampio d. si trova nel duomo di Ivrea, edificato tra il 969 e il 1002. Assai posteriore va ritenuto il peribolo di S. Sofia a Padova, dove l'abside è internamente aperta da nicchie.

Nel periodo romanico questo motivo architettonico in Italia fu usato solo saltuariamente, mentre in Francia prese forme complesse, specialmente con l'aprirsi di cappelle a raggiera sul d. Queste cappelle, in Italia, si trovano nella chiesa dell'abbazia benedettina di S. Antimo in Toscana, sotto influenze straniere, e ancora soltanto in S. Maria a Piè di Chienti (Marche), alla S. Trinità di Venosa, nel duomo di Acerenza e nel duomo di Aversa, dove però il d. presenta vòlte a costoloni, diverse perciò da quelle dei d. coperti da vòlte a crociera.

In Francia il d. si riscontra in un gran numero di chiese romaniche. Tuttavia non si trova che raramente nelle scuole provenzale, germanica e normanna. Per le più sul d. si aprono le cappelle absidali, ma si trovano anche d. senza cappelle e cappelle che si aprono direttamente sull'abside, senza il d. (questa disposizione si potrebbe fare risalire a costruzioni romane, quali il Pantheon e il Ninfeo della villa Liotniana). Nel periodo gotico il d., sempre sviluppatissimo fuori d'Italia, appare frequentemente anche da noi; lo si trova nella chiesa francescana di S. Lorenzo Maggiore a Napoli, costruito sotto influssi francesi e nel S. Francesco di Bologna che ha intorno all'abside un peribolo con nove cappelle radiali. Peribolo absidale con cappelle raggianti è anche nel S. Antonio di Padova; abside con d. presenta pure il duomo di Milano.

Nelle chiese fornite di ambulacro e absidi raggiate, il coro raggiunge un grande effetto, che all'esterno diviene ancora più grande per il modo col quale vengono a disporsi le varie parti che lo compongono, e per l'eleganza della decorazione, più ricca che nell'interno. Così nella chiese di Notre-Dame-du-Port a Clermont Ferrand, nella chiesa di Orcival, nel S. Saturnino di Tolosa, ecc.

Dopo il periodo gotico il d. scompare insieme alle altre particolarità degli edifici romanici e gotici. A Roma nel Seicento si trova affatto eccezionalmente un d. nella chiesa nazionale lombarda dei
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(da Tovara, Storia dell'arte italiana, II, p. 27, 29. 67) Deambulatorio - Abside della chiesa di S. Fede con d. (sec. 20). Conques.
SS. Ambrogio e Carlo al Corso, forse dovuto a un ricordo del duomo di Milano.

Bibl.: G. Dehio-G. V. Bezold, Die birchliche Baukunst des Abendlandes, Stoccarda 1892-1901, passim; R. De Lasterrie, L'architecture religioase en France à l'époque gotique, Parigi 1926; P. Tuscica, Storia dell'arte it., I, Il medioevo, Torino 1927, passim; P. Enfort, Manuel d'archiologie francaise, parte 14, Architeture religioase, t. I, 2^{e} ed., Parigi 1927; R. De Lasterrie, L'architecture religiense en France à l'époque romane, 2^{e} ed., Parigi 1929; V. Golzio, Architettura bizantina e romanica, Milano 1939.

Vincenzo Golzio
DE AMICIS, Edmonno. - Scrittore e giornalista, n. a Oneglia il 31 ott. 1846, m. a Bordighera l'i i marzo 1908.

Frequentò la Scuola militare di Modena, donde uscì, nel '65, sottotenente di fanteria per partecipare l'anno successivo alla guerra contro l'Austria. Nel 1867 dirigeva a Firenze il giornale L'Italia militare, pubblicandovi i Bazzetti, raccolti poi in volume (La vita militare, Milano 1868). Il Manzoni, del quale De A. ambi sempre considerarsi discepolo, lo incoraggiò nella carriera delle lettere. Con le Novelle (Firenze 1872) e i Ricordi del 1870-71 (ivi 1872 ) il De A. confermò le sue qualità di narratore dal corto anelito ma dalla chiara visione.

Tra il 1870 e l' '8o affettuò in Spagna, Olanda, Marocco, a Londra, Costantinopoli, Parigi, viaggi descritti poi in libri di vivaci impressioni. Al mediocre volume di Poesie (Milano 1880) fece seguire una raccolta di profili (Gli amici, a voll., ivi 1883). Ma il suo libro più noto è Cuare, edito a Milano nel 1886.

Su uno schema diaristico il De A. costruisce un racconto variato e avvincente, che ritrae la vita di una scolaresca, pretesto per saggiare il clima morale delle famiglie, studiare i caratteri dei giovanetti, le loro reazioni reciproche e in rapporto agli adulti, moraleggiare attraverso le vie del cuore. L'opera non esente da difetti (fra cui la quasi totale assenza dell'idea religiosa) più di tutte le altre testimonia l'importante funzione sociale e nazionale svolta dal De A. nel tentativo di delineare l'essenza e i limiti della borghesia italiana in un periodo delicato della vita del Paese. Nel 1891, fuori del campo della politica attiva, il De A. aderì al socialismo come ad una fede nel progresso per l'elevazione della umanità.

Bibl.: T. De Vita, E. De A., Napoli 1906; G. Cecchi, De A. educatore, Firenze 1908; G. Bertolini, Come nacque il - Cuare - di E. De A., in La lettura, 8 (1908), pp. 398-402; C. De Lollis, E. De A., in La cultura, 27 (1908), p. 197; G. Bertacchi, Marmi vestilii eroi, Milano 1912, v. indice; L. Russo, E. De A., in I narratori, Roma 1923, pp. 88-90; M. Mosso, I tempi del - Cuare -, Milano 1922; L. Ferretti, E. De A., in Celebrazioni liguri, Urbino 1938; A. Baldini, Fine Ottocento, Firenze 1947, pp. 93-103; B. Croce, La letteratura della suona Italia, Bari 1947, pp. 161 sgg.; I. Vitale Laurio, E. De A., Roma 1948.

Giovanni Cecchini
DE ANDREIS, Felice. - N. a Demonte (Cuneo) il 12 dic. 1778, m. ai « Barrens» (Luisiana, U.S.A.) il 15 ott. 1820. A 19 anni entrò nella Congregazione della Missione (I nov. 1797) a Mondovì. Per la soppressione napoleonica delle comunità religiose in Piemonte, il De A. riparò a Piacenza, dove continuò gli studi teologici. Ordinato sacerdote ( 19 giugno 1802), dopo un periodo di predicazione, fu richiesto

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nel 1815 da mons. L. Du Bourg, vescovo di Nuova Orléans, per lavorare con altri confratelli nella sua diocesi. Dopo un viaggio di 2 anni, i missionari raggiunsero la mèta stabilendosi a St-Louis nel Missouri. In breve crearono una compatta organizzazione religiosa. Il De A. si recò più volte anche fra i pellerossa.

Il suo nome resta legato soprattutto ai «Barrens», regione stepposa a So miglia da St-Louis, trasformata da lui in un centro rigoglioso di vita. Qui aprì la prima casa americana della sua Congregazione, che diresse fino alla morte. Il 25 luglio 1918 ne fu introdotta la causa di beatificazione.

Bibl.: R. Ricciardelli, Vita del servo di Dio F. De A., Roma 1923; A. Bozuffi, F. De A., Piacenza 1929. Annihale Bugnini

DE ANGELIS, Filippo. - Cardinale, n. il 16 apr. 1792 ad Ascoli, m. l's luglio 1877 a Fermo. Visitatore apostolico della diocesi di Forlì, vescovo titolare di Leuca il 6 luglio 1826 , quindi nel 1830 arcivescovo titolare di Cartagine, fu inviato da Pio VIII nunzio in Svizzera. Rimase a Lucerna fino al 1835 , difendendo con energia i diritti della Chiesa cattolica di fronte alle ingerenze del liberalismo. Da Lucerna dovette passare a Schwyz e poi lasciare l'incarico diplomatico, e per qualche tempo fu vescovo di Montefiascone e Corneto.

Creato da Gregorio XVI cardinale in pectore nel Concistoro del 13 sett. 1838 , fu pubblicato in quello dell's luglio 1839 , e poi nominato arcivescovo di Fermo nel 1842. All'avvento di Pio IX, non fu favorevole alla
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(da Rivista di archeologia cristiana, II [1822], p. 26, fig. 6) Deambulatorio - Pianta della chiesa del S. Sepolcro con d. Gerusalemme.
concessione dell'amnistia, e nemmeno alla politica inaugurata dal nuovo Pontefice. Alla fuga di Pio IX a Gaeta, il card. De A., per ordine di Mazzini, fu nella notte dell' 1 marzo 1849 arrestato e rinchiuso nella fortezza di Ancona fino al 19 giugno, quando gli Austrisci lo liberarono. Nel 1860 , all'ingresso delle truppe piemontesi in Fermo, il cardinale fu deportato a Torino, data la sua intransigente posizione nei riguardi del liberalismo. Ritornò nella sua diocesi nel 1866, temperando con una maggiore indulgenza la sua intransigenza. Per le sue benemerenze fu nominato camerlengo di S. Chiesa.

Bibl.: Eusebio da Monte Santo, Elogio funebre del card. F. De A., Roma 1872; G. Lati, Fermo e il card. F. De A., ivi 1902; G. Minozzi, t. v. in Diz. Ritorg., II, pp. 847-48. Sulla nunziatura in Svizzera cf. G. Moroni, Dizionario di erudizione storicoecclesiastica, LXXII, Venezia 1825. pp. 119-21. Silvio Furlani

DE ANGELIS, Francesco Antonio. - Gesuita, missionario, n. a Napoli nel 1566, m. a Callelà il 21 ott. 1622. Inviato nell'Etiopia, fu dapprima superiore a Fremona (1604), donde nel 1611 passò nel Goggiam, presso il fratello del re, Se' elà Crestós, che confermò nella fede e che ripuse in lui tanta fiducia e tanto affetto, da farlo governatore dell'Agaumeder da poco conquistato. In mezzo agli Agau, ancora pagani, riuscì a fondare una scuola e una chiesa. Per una caduta nel fiume Adia contrasse una malattia che lo condusse alla morte.

Esperto conoscitore delle lingue agau, amarica ed etiopica, tradusse in quest'ultima i vangeli di Marco, Luca e Giovanni; il commento del p. B. Pereira al Genesi, del p. G. Maldonado ai vangeli e dal p. B. Viegas all'Apocalisse.

Bibl.: C. Beccari, Relaciones et epistolae variorum (Rerum Aethiopie. scriptores occidentales, 11), Roma 1911, v. indice. Celestino Testore

DE BAETS, Maurice. - Teologo, n. a Gand il 17 apr. 1863 , m. ivi il 19 sett. 1931. Laureatosi in teologia all'Università Gregoriana, insegnò dogmatica all'Università di Lovanio dal 1896 al 1906. Ritornato a Gand vi ebbe delicati uffici.

D'ingegno brillante e personale aderi alle idee fondamentali del tomismo, che svolse nelle opere: Les bases de la morale et du droit (Lovanio 1892); De ratione et natura peccati originalis (ivi 1899); De Gratia Christi (ivi 1901); Quaestiones de operationibus divinis quae respiciunt ereaturas (ivi 1903); De libera Christi oboedientia (ivi 1905); De Sacramentis in genere (ivi 1907). Stampò in fiammingo molte opere d'indole apologetica.

Bibl.: J. Coppens, Necrologia de M. de B., in Ephemerides theologicue Lovanientes, 9 (1932), p. 209; J. Bittremieux, La théologie dogmatique à Louvain, ibid., 10 (1935), pp. 637-38. Antonio Piolanti

DE BARBARI, Jacopo. - Pittore e incisore veneto, n. verosimilmente a Venezia tra il 1440 e il 1450 , m. dopo il 1511 . Noto in Germania dove visse a lungo con il nome di Jacopo Walsch o Walch, nel 1500 incideva una grande veduta di Venezia per conto di Antonio Koll. Dallo stesso anno, fino al 1504, fu presso l'imperatore Massimiliano, probabilmente a Norimberga. Dal 1504 era pittore di corte del principe elettore di Sassonia, Federico il Saggio, e quindi del conte Filippo di Brandeburgo. Nel 1508 era a Francoforte sull'Oder al servizio di Gioacchino I di Brandeburgo. Nel 1509 andò alla corte di Margherita d'Austria reggente dei Paesi Bassi; la quale nell'anno successivo gli concesse una pensione. Lavorò anche a Torgau, Nauburg, Weimar, Wittemberg e Dresda.

Tra le opere sue più antiche è da porre una Madonna col Bambino, due santi e una donatrice del museo Federico di Berlino alla quale può collegarsi come schema figurativo, ma è certo più tarda, una Sacra conversazione che è al Louvre. Stilisticamente più avanzati sono il Ritratto di giovane datato del 1502 che è in una colle-

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zione ungherese, il Cristo di Dresda (1503) contemporaneo alle immagini delle ss. Barbara e Caterina nella stessa galleria. Ugualmente del 1503 è il Vecchio che abbraccia un giovane nella collezione Johnson di Philadelphia, mentre è del 1504 la prodigiosa Natura morta della galleria di Monaco di Baviera. L'anno successivo dipingere un ritratto di giovane nella galleria di Vienna; nel 1507 il ritratto di Enrico di Mecklenburg oggi nella collezione Heldring di Amsterdam e nel 1508 quello del card. Alberto di Brandibuogo nella galleria di Basilea. A questa serie di dipinti tutti firmati o siglati dal maestro, pochi al.ri se ne possono aggiungere : una Testa di Cristo nel museo di Weimar, un ritratto di giovane nella galleria di Berlino, una Galatea in quella di Dresda. Interessantissimo è anche il campo della sua attività di incisore. Si conoscono 33 sue opere delle quali 30 in rame e 3 su legno. Tale produzione si può dividere in tre gruppi. Ad un primo periodo, anteriori all'influsso esercitato su di lui dal Dürer, andrebbero assegnate opere quali il Redentore, la Giuditta, la s. Caterina, l'Apollo soettante, ecc. Ad un secondo periodo la Veduta di Venczie del 1500, la Presentazione al Tempio, l'Adorazione dei Magi ecc., opere nelle quali il maestro tenta di abbandonare la sua sottile tecnica lineare per perseguire effetti tonali a mezzo dello sfumato reso a tratti incrociati. Al terzo periodo infine dovrebbero appartenere le incisioni che mostrano caratteri analoghi al Pegaso, al Marte e Venere, al Centauro perseguitato dai dragoni e cosi via.

Educato nell'ambiente veneziano che aveva in Giovanni Bellini il rappresentante più significativo e tuttavia sensibile anche all'arte di Bartolomeo Vivarini e di Antonello, Jacopo dovette avere prestissimo contatti con il mondo germanico, forse dapprima con frequenti viaggi periodici e quindi stabilendosi definitivamente oltrolpe. Tanto che nelle sue immagini, oltre che nell'acuta maniera di disegnare anche nei tipi fisionomici, appaiono spesso caratteri schiettamente alemannici. Tuttavia il suo modo di colorire consistente e fondo che modella realmente le immagini rimase sempre veneto. Vissuto al confine di due epoche e di due mondi artistici e spirituali cosi diversi, quali quello veneto e quello tedesco, lascia intendere d'aver sentito e tentato di risolvere i contrasti che ne derivavano, e questo non fu certo per lui piccolo merito.

Bibl. G. Fiscco, s. v. in Eur. Ital., XII (1931), pp. 434-35; P. K.. s. v. in Thieme-Becker, II, pp. 461-64; E. Lavagnino, L'opera del genio italiano all'estero. Gli artisti in Germania, III, Roma 1943, pp. 13-26.

Emilio Lavagnino
DE BARDI, Giovanni di Antonio Minelli. Scultore e architetto, n. a Padova intorno alla metà del sec. xv, m. nel 1527. Si ha notizia di lui come addetto al ripristino della cappella della Madonna Mora e come costruttore della cappella Leoni nella chiesa di S. Bernardino a Padova. Dal 1500 al 1519 diresse i lavori della cappella antoniana, nella basilica orizz. nima.

Fra la sua principali opere scultoree van ricordate, oltre le statue di Cristo e tre Apostoli (ora al museo Civico) e le decorazioni della cappella antoniana, la Pietà della Chiesa di S. Sarmego a Vicenza e la Deposizione di Gesù Cristo ora a Boston. Dietro l'esempio del Bellano il De B. coûrta e deforma le sue figure, spesso trattate con una reale esagitazione, con atteggiamenti affrettati e retorici. Per questi caratteri stilistici, si è inclini a negare a Giovanni l'attribuzione della Madonna in terracotta, conservata nella sacrestia di S. Giustina a Padova, opera che rispecchia una sensibilità affatto diversa. Più eminente è la figura del De B. quale decoratore, come mostrano i marmi che fanno da cornice ai rilievi del Bellano e le già citate decorazioni (gli uni e le altre nella Basilica antoniana). Di Antonio, figlio di Giovanni, debole ripetitore delle forme paterne, è da ricordare, oltre all'infelicissimo rilievo della vestizione di s. Antonio, il monumento di Giovanni Calfurmio (chiostro di S. Antonio).

Bibl.: C. V. Fabriczy, Ein Paduaner Bildner vom Ausgang d. Quattrocento, in Jahrb. der preuss. Kunstsammlungen. 78 (1907), p. 53 sgg.; A. Mosehetti, s. v. in Thieme-Becker, II, pp. 487-

489; P. Planiscig, Andrea Riccio, Vienna 1927, pp. 126-30; C. Re, I chiostri del convento del Santo, in II Santo, 2 (1930, II, III); G. Fiscolo, Note d'arte, Vicenza 1939.

Pietro Gazzola
DEBATE, EL. - Giornale quotidiano cattolico spagnolo, fondato nel 1910 a Madrid da un fervente convertito, Sebastiano de Loque, ebbe dapprima, per mancanza di appoggio, un'esistenza piuttosto stentata con una tiratura di appena 4500 copie. Fu acquistato l'anno seguente dalla Associazione nazionale dei giovani propagandisti, vero movimento di Asione Cattolica, che erasi costituito nel 1908 per combattere un'insensata compagna anticlericale, ma per difficoltà finanziarie non potè raggiungere in un primo tempo lo scopo prefisso.

Verso la fine del 1912 entrò a far parte della direzione del D. Angelo Herrera, capace organizzatore e maestro del giornalismo cattolico spagnolo. Fino al febbr. del 1933, allorquando fu chiamato dalla gerarchia ecclesiastica alla direzione dell'Azione Cattolica, egli dedicò tutta la sua fervida ed intelligente attività al quotidiano, riuscendo a farlo diventare uno dei migliori giornali e meglio redatti. Per ottenere questo risultato egli creò una società cattolica indipendente che fosse a sua volta la salvaguardia dell'indipendenza redazionale e volle assicurata al giornale la garanzia di cattolicità, inserendo nello statuto una clausola che concede agli arctvescovi metropolitani spagnoli ed al vescovo di Madrid la facoltà di intervenire, quando occorra, non solo cambiando il direttore e qualunque redattore, ma sospendendo perfino il quotidiano per lo spazio di due mesi. Assicuratosi cosi contro ogni possibile deviazione, il D. visse nello spirito dell'Azione Cattolica, e lavorò nel campo politico per portare i cattolici ad una ingerenza positiva nel governo, secondo le grandi tradizioni religiose della Spagna.

La diffusione del giornale, sotto la direzione di Herrera, andò continuamente aumentando fino a raggiungere le 200 mila copie giornaliere. Collaboravano ad esso i migliori elementi della cultura nazionale, tra cui si possono ricordare in particolare modo Calvo Sotelo, morto tragicamente nel 1936, e Gil Robles che furono redattori del D. fino al giorno in cui entrarono nella vita politica. Dal 1936 il D. ha cessato la pubblicazione.

Giuseppe Graglia
DE BAY, Michael: v. baius, michel.
DE BELDEMANDIS, Prosdocimo. - Teorico della musica, n. a Padova tra il 1370 e il 1380 . Studiò a Padova e a Bologna, divenendo «magister artium» e «medicinac magister», rispettivamente nel 1409 e nel 1411. Tenne cattedra di astrologia e forse anche di musica nell'Università di Padova dal 1422 al 1428 , anno della sua morte.

La sua opera teorica è non soltanto un compendio della teoria di tutto il Trecento musicale italiano, che st era schiuso con Marchetto da Padova, ma anche uno sguardo verso i nuovi orizzonti della musica e specialmente del contrappunto che allora sorgeva dalle primitive forme polifoniche della "diaphoria ", dell'«organum e del discanto. Egli teorizza sulla ritmica e sulla notazione musicale in uso durante tutto il secolo precedente, illustrando ampiamente e strenuamente difendendo quella tradizione tipicamente italiana che stava per cedere dinanzi alla dilagante ondata dell'arte polifonica francese del Quattrocento.

I suoi trattati, sono in parte editi da C. H. de Coussemaker negli Scriptores, III, 1864-76, pp. 193-261, da L. Baralli e L. Torri, Il "trattato" di P. De B. contro il "Lucidario" di Marchetto da Padovc in Riv. mus. it., 20 (1913), pp. 707-62, e da C. Sartori, La notazione italiana del Trecento in una redazione inedita del "Trattatus practice contus mensurabilis ad modum Italiaurum" di P. de B. (Firenze 1938) e in parte inediti nelle biblioteche di Bologna di Lucca, ecc.

Bibl.: A. Favaro, Intorno alla vita ed alle opere di P. de B. Roma 1879; appendice, ivi 1885 .

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Desors - Parte centrale del *Canticu di D. (Iudc. 5, 6b-23a). Biblioteca Vaticana, ms. Vat. cbraico 3, f. 174^{°} (sec. xili).

DE BlIC, Jacques. - Gesuita, teologo, n. a Pommard (Costa d'Oro) il 5 maggio 1887, m. a Strasburgo il 19 luglio 1948. Fu professore di morale prima a Vals (1923); indi, all'inizio della guerra, nel seminario di Soissons; poi, per alcuni mesi (1942) all'Istituto cattolico di Parigi; donde lo stesso anno passò alla Facoltà teologica di Lilla.

Fondò il periodico della Facoltà, Mélanges de science religénse (dal 1944), allo scopo di portare un valido contributo scientifico al progresso della cultura cristiana nel campo della filosofia religiosa, della morale e della teologia propriamente detta. Egli stesso vi pubblicò numerosi articoli; altri ne sparse in vari periodici e dizionari di alta cultura religiosa.

BibL.: Neurologia, in Mélanges de science religínse, 5 (1949), pp. 137-38, con bibl. completa a pp. 139-40. Celestino Testore

DE BONO, Gaspare, beato. - N. a Valenza il 5 genn. 1530, m. ivi il 14 luglio 1604. Vestì l'abito domenicano nel 1545. Per aiutare la sua famiglia poté abbandonare il convento.

Nel 1550 si arruolò nell'esercito di Carlo V e fu in Italia fino al 1560 . Ferito a Firenze promise, se avesse fatto ritorno in Spagna, di entrare tra i Minimi. Tornato in Spagna pronunziò i voti nel convento di S. Sebastiano di Valenza (1665). Fu ordinato sacerdote nel 1666. Nel 1680 era previnciale dei Minimi. Fu uomo di vita susterissima. Fu beatificato da Pio VI il 10 ott. 1786. Festa il 14 luglio.

BibL.: S. Ruiz, Bono G., in DHG, IX, col. 1085 e bibl. ivi citata.

DE BONO PUDICITIAE. - Lettera pervenutaci tra le opere di s. Cipriano, in cui un vescovo, con linguaggio fortemente retorico, addita ai suoi fedeli i motivi della castità, ne fa l'elogio, ne indica i tre gradi nella verginità, nella continenza, nell'onesto matrimonio, mostra la malizia dell'adulterio, pro-
pone gli esempi di Giuseppe e Susanna, condanna il lusso e gli artifici muliebri, esorta a lottare e pregare per mantenersi casti.

Vi sono chiare imitazioni del De pudicitia di Tertulliano e del De lodiitu virginum di s. Cipriano. Che non sia di quest'ultimo, appare dal fatto che non figura nell'elenco delle sue opere dato da Ponzio, né nel catalogo delle medesime scoperto dal Mommsen, nonché dalla differenza di stile, dalla scarsezza di citazioni bibliche, cosi frequenti in s. Cipriano, dall'assenza d'ogni allusione alle sue agitate vicende, mentre gli scritti autentici del vescovo di Cartagine hanno tutti vivo sapore di attualità. Il Weyman, seguito dai più, fondandosi sulle analogie di situazione e di forma e sul modo di citare la Bibbia, ritiene Novaziano autore di quest'opuscolo e del suo gemello, De spectaculis; il Monceaux, con il Moricca, vede nei due opuscoli delle contraffazioni dovute a un retore, probabilmente un chierico della scuola di Cipriano.

BibL.: Edizioni: PL 4, 819-28; CSEL, III, parte 2^{2}, pp. 1322 (Hortel). Studi: O. Weyman, Uber die dem Cypriana beigelegten Störriften De spectaculis et De pudicitia, in Historisches Jahrbuch, 13 (1892), pp. 737-48; 14 (1893), p. 330 sq.; P. Monceaux, Histoire littéraire de l'Afrique chrétienne, II, Parigi 1902, pp. 106-12; Schanz, p. 370 sq.; Moricca, II, pp. 322-25; B. Melin, Studia in Corpus Cyprianeum. Commentatio académica, Uppade 1946.

DĖBORA (ebr. Débhârâh "ape»; Settanta Δ ε β β δ ω α; Vol. Debbora). - Profetessa, eroina e poetessa, terza con Barac fra i «Giudici» d'Israele (Iudc. 4, 1-5, 31), che riscosse dalla oppressione di Iabin, re di Asor (Hâsôr, presso il lago di Hûlek, secondo i vari dati biblici e Flavio Giuseppe, Antiq. Jud., IX, 11, 1), animando l'impresa di Barac e delle tribù nordiche nella battaglia di Thanach (presso Megiddo nella pianura di Esdrelon), e celebrandone quindi le gesta con il suo cantico (Iudc. 5, i-51), uno dei più preziosi documenti biblici.
D., sposa di Lapidoth (non menzionato altrove), risiedeva fra Rana e Bethel, a nord di Gerusalemme, nel territorio della tribù di Ephraim. Per l'autorità profetica che godeva, a lei, sotto «la sua palma» divenuta celebre, accorreva Israele per averne i responsi. Testimone dalla oppressione che gravava sulle tribù settentrionali, Nephthali, Zabulon, Issachar, e la metà cisgiordanica di Manasse (Machir), ella suscita la riscossa, ordinando a Barac della tribù di Nephthali di concentrare 10.000 uomini, specie di Nephthali e Zabulon, sul Taber, e vi accorre anch'essa. Vi si uniscono altri volonterosi di Machir, Issachar, Ephraim e Beniamin, fra la ignava o forzata assenza della tribù restanti. A parare la minaccia, Sisara, capo delle milizie meridionali di Iabin, si schiera sul torrente Cison, che traversa la pianura di Esdrelon, fiera dei suoi 900 carri falcati. Ma l'impero degli Israeliti animati da D. e Barac, e una procella provvidenziale che ingrossa il torrente, lo travolgono in rotta completa. Sisara fugge verso il sud, e, sfinito, si rifugia presso Cades (di Esdrelon, probabilmente l'odierno Tell Abú Qudeb) ospite nella tenda di Giaele, moglie di Haber qenita. Ma Giaele, nel sonno, gli trafigge la tempia con un martello e un piolo di tenda, inchiodandolo al suolo.

Nella festa celebrativa dopo la vittoria, assistendo con Barac al corteo trionfale dei vincitori, D. intona il suo celebre cantico (Iudc. 5, 1-31), epinicio solenne e inno religioso, di cui è concordemente proclamato lo splendore letterario. L'analisi del testo permette di ricostruirne la tessitura in sette sezioni, ciascuna di due strof