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 § 2, 2187).

Nel campo processuale sono indicati con questo termine i vari provvedimenti del giudice non aventi nome e valore di sentenze (cann. 1868, 1840); nel campo legislativo mantengono questo nome le leggi disciplinari e le decisioni dottrinali dei Concili (cann. 227, 291).

Particolare importanza hanno i d. delle Congregazioni romane, i quali si distinguono in generali e particolari, a seconda che le decisioni date o le norme stabilite riguardino persone e casi particolari, oppure siano dirette alla generalità.

I d. disciplinari particolari equivalgono a precetti, ed obbligano i soli destinatari, pur restando per gli altri autorevole norma direttiva per l'interpretazione della legge nei casi simili. I d. generali, invece, purché approvati dal pontefice e legittimamente promulgati, costituiscono norma giuridica generale.

Altrettanto va detto dei d. dottrinali, sia generali che particolari, ai quali, pur non essendo articoli di fede, non è lecito negare l'assenso, essendo atti del magistero ordinario.

BibL.: E. Maroto, Institutiones iuris canonici, Madrid 1910. p. 303 sgg., n. 272 sgg.; Werra-Vidal, I, p. 282 sgg., n. 208 sgg.

Zaccaria da San Mauro
DECRETO di Gelasio: v. Gelasio i PAPA.
DECRETO di GRAZIANO: v. CORPUS IURIS CANONICI.
DECRETUM AD ARMENOS. - Bolla Exultate Deo, per l'unione degli Armeni alla Chiesa cattolica, pubblicata nel Concilio di Firenze il 22 nov. 1439 .

Storia. - I primi contatti per condurre gli Armeni dissidenti all'unità della Chiesa risalgono al 1433-34 e si devono ai legati del Concilio di Basilea

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(let. Biblioteca Vaticana)
Decretum ao Armenio - Bolla Exultate Deo, Firenze 22 nov. 1439 - Biblioteca Vaticana, cod. Reg. lat. 350, f. 5^{°} (sec. xv).
e al papa Eugenio IV, che il 13 luglio 1434 invitò all'unione il patriarca armeno Costantino VI e incaricò Cristoforo Garatoni, suo nunzio in Oriente, di agire nello stesso senso. Nell'ag. del 1439 giunsero a Firenze i 4 legati del patriarca armeno. Ripetutamente ricevuti dal Papa, discussero con i teologi cattolici i punti controversi. Il 22 nov. 1439 la bolla Exultate Deo sanciva definitivamente l'unione.

Nel facilitare l'unione si acquistò particolare benemerenza la Repubblica di Genova (G. Hofmann, De Unione Armenarum, Roma 1935 [documenti]; id., Die Einigung der armenischen Kirche mit der katholischen Kirche auf dem Konzil von Florenz, in Orientalia christiana periodica, 5 [1939], pp. 149-85 e passim; Concilium Florentinum. Documenta et scriptores [Pont. Inst. Orient., series A]; Epistolze pontificiae, parte 2^{2}, ed. G. Hofmann (Roma 1944], n. 226, pp. 139-40).

Contenuto. - Il D. ad A. contiene la dottrina e le prescrizioni che il Papa e il concilio imposero agli Armeni nell'accettarli all'unità della Chiesa.

Esso consta di 8 parti : 1) Simbolo niceno costantinopolitano; 2) professione di fede del Concilio di Calcedonia; 3) definizione del Concilio di Costantinopoli sopra le due volontà e le due operazioni in Gesù Cristo; 4) ordine di accertare il Concilio di Calcedonia e tutti i seguenti concili celebrati sotto l'autorità del papa e di venerare come santo il papa Leone Magno; 5) compendio di dottrina sui Sacramenti; 6) Simbolo (equestano; 7) decreto di unione con i Greci promulgato dal Concilio il 6 luglio 1439 ; 8) decreto sulla data di alcune feste.

Valore. - Prima di procedere all'unione, le due parti vollero intendersi con precisione sulla dottrina da tenersi v tanto circa l'unità dell'essenza divina e la Trinità delle Persone, quando sulla natura umana di Gesù Cristo, i sette Sacramenti della Chiesa e
altre cose riguardanti la retta fede e i riti della Chiesa universale \%. Il D. ad A. è redatto per offrire un "breve compendio" della dottrina della Chiesa su questi medesimi punti. Il D. non è però solamente dottrinale. Esso contiene anche "precetti e statuti", ad ex., fissa la data di alcune feste (bolla Exultate Deo, cd. cit. del Conc. Florentinum, loc. cit., pp. 125, 135, 134, 125).

Il punto 8^{°} ha carattere disciplinare, i punti 1^{°}, 2^{°}, 3^{°}, 4^{°}, 6^{°}, 7^{°}, hanno carattere dogmatico, benché anche in essi non tutto sia strettamente dogmatico (ad es., il punto 1^{°} contiene il precetto di cantare il "Credo" con il "Filioque" nelle Messe solenni delle domeniche e delle maggiori feste). E discusso il valore del punto 5^{°}. Alcuni teologi lo ritengono una esposizione ufficiale, perché fatta da un Concilio esumenico, dalla dottrina cattolica sui Sacramenti. Altri vi scorge un atto del magistero ordinario, nel quale la infallibilità della Chiesa non sarebbe impegnata. Altri pensa che sia una istruzione pratica ad uso degli Armeni, ai quali impone le cerimonie e i riti di ordinazione già in uso tra gli Armeni cattolici. Motivo della diversa valutazione è quanto il decreto dice della materia e forma dei sacramenti della Cresima e dell'Ordine e l'avere a base l'opuscolo di s. Tommaso: De articulis Fidei et Sacramentis Ecclesiae, con aggiunte e variazioni adatte alle necessità degli Armeni. La costituzione apostolica Sacramentum Ordinis del 30 nov. 1947 non fissa il valore di questa parte del D. ad A.

Nel suo insieme il D. ad A. è un decreto conciliare, avente pieno valore giuridico perché promulgato in una sessione solenne del concilio. Ma non è imposto a tutta la Chiesa e non stabilisce conciliarmente per tutta la Chiesa la materia e la forma di ogni Sacramento (F. Hürth, Commentarius ad Const. Apost. [Sacramentum Ordinis], in Periodica de re morali et canonica, 27 [1948], pp. 17-18).

Bull. Documenti: Concilium Florentinum. Documenta et scriptores (Pont. Inst. Studiorum Orientalium, series A) Epistolae pontificiae, ed. G. Hofmann, parti 10 e 2^{°} (nella parte 2^{°}, a pp. 124 138, il testo del D. ad A. secondo l'originale conservato alla Laurenziana di Firenze), Roma 1940-46; G. Hofmann, De unione Armenarum (Textes et documenta, series theol., n. 19i, Roma 1935. Studi: J. de Guibert, Le décret du Concile de Florence pour les Arméniens, sa valeur dogmatique, in Bull. de littérature ecclésiastique, 10 (Tolosa 1919), pp. 81-93, 130-62, 195215; G. M. Van Rossum, De Essentia Sacramenti Ordinis, 2^{°} ed., Roma 2. d., pp. 173-208; M. Quota, El decreto de Eugenio IV para los arménios, y el Sacramento del Orden, in Estudios ecclesiasticos, 4 (1922), pp. 138-53, 237-30; id., Mds acrece del decreto de Eugenio IV para los armenios y el sacramento del Orden, ibid., 6 (1927), pp. 54-78; 157-70; G. M. Perrella, Il decreto di Eugenio IV per Armenis relativo al Sacramento dell'Ordine, in Divus Ticonos, 13 (Piacenza 1936), pp. 448 483; G. Hofmann, Die Einigung der armenischen Kirche mit der katholischen Kirche auf dem Konzil von Florenz, in Orientalia christiana periodica, 5 (1939), pp. 151-85; P. Galtier, Encore un mot sur la nature du décret "pro Armenis», in Gregorianum, 22 (1944), pp. 171-85; M. Quota, Una palabra más sobre el decreto "pro Armenis», in Estudios eclesiásticos, 21 (1947), pp. 187207; F. Hürth, Commentarius ad Consth. Apost. (Sacramentum Ordinis), in Periodica de re morali et canonica, 27 (1948), pp. 16-18.

Giuseppe Rambaldi

## DECRITTAZIONE: v. CRITTOGRAFIA.

DECROLY, Ovide. - N. a Renax (Fiandre orientali) il 23 luglio 1871 e m. a Bruxelles il 12 sett. 1932, è uno dei più eminenti rappresentanti del movimento delle "scuole nuove». Dai risultati ottenuti sui fanciulli anormali egli fu indotto ad applicare gli stessi metodi ai fanciulli normali, per i quali, nel 1907, aprì a Ixelles un istituto detto, dalla via in cui sorse, Ecole de l'Ermitage. Nel 1914 il D. ottenne la cattedra di pedagogia nell'istituto superiore di Bull Temps e nel 1920 quella di psicologia dell'infanzia nell'Universalis di Bruxelles. Il D. fonda il suo metodo su basi psicologiche (a questo fine aveva fondata nel 1905 la Società belga di pe-

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dotecnica) e parte dai noti principi della scuola attiva, dando un sistema che si basa su alcuni punti, quali l'ambiente, la composizione delle classi, i locali, e prende valore e significato soprattutto nei cosiddetti «centri di interesse». L'interesse nella concezione del D. è una partecipazione attiva dello scolaro alla vita della scuola, anzi alla vita, perché la scuola, cioè l'interesse del fanciullo, si identifica con la vita stessa dell'uomo nelle sue primordiali e fondamentali necessità. Se il centro di interesse è, poniamo, la lana, esso può dar luogo ad una grande varietà di esercizi, che possono tener desta l'attenzione e la mente dei fanciulli per un considerevole periodo di tempo. Il sapere - e quindi il metodo che ad esso porta - non verrebbe più disperso in una serie di discipline le une staccate dalle altre, ma legato ad un principio, ad un centro, da cui si verrebbe articolando per riconoscersi in ogni sua parte come aspetto di un tutto. Da questo principio nasce nel D. l'altro particolare aspetto del suo sistema, che è il metodo globale oggi adottato nelle scuole di molti paesi. Si tratta di cogliere la parola nella sua totalità, che è la realtà stessa della parola, e non nella sua frammentarietà sillabica, che non ha ragione di essere nella coscienza del fanciullo. Il fanciullo impara a pronunciare la parola normale, non la sillaba, quindi deve imparare a leggere e a scrivere, non scomponendo analiticamente la parola in sillabe, ma inserendo la parola nella frase. L'adulto può fare l'analisi perché già è pervenuto ed ha coscienza della sintesi.

Il metodo di D., con i suoi centri di interesse, non manca senza dubbio di affascinare; ma, a ben guardarvi dentro, esso mostra, per lo meno, una sua particolare limitatezza e insufficenza. Non c'é dubbio che se è valevole il principio che non c'è scuola ove manchi l'interesse, bisogna dire però che l'interesse deve essere vivo e reale e non solo deve partire dal centro della vita dell'uomo, ma deve investire tutto l'uomo, che è natura ed è spirito; è corpo ed è pure anima; cammina sulla terra, ma sente che la meta del suo cammino non può esaurirsi o conchiudersi in questo mondo. Il fanciullo avverte che la sua interiorità è ricca di affetti che lo legano alla famiglia, alla società, alla tradizione, alla religione, a Dio. Se dal punto di vista metodologico può essere bene che il fanciullo sia posto al centro della scuola, bisogna pure avvertire, ed il fanciullo stesso lo avverte, che fuori, e al di sopra di lui c'è una verità a cui pur bisogna tendere con tutto lo slancio e le forze dell'anima. La scuola non deve dare al fanciullo soltanto la capacità di disimpegnarsi nell'ambiente in cui vive, ma deve fare in modo che il fanciullo stesso riconosca in sé una più concreta umanità che lo innalzi a un mondo ideale che invano cercherebbe nel cerchio della sua vita tutta intessuta di esigenze biologiche.

BibL.: Opere: Vers l'école rénovée (in collab. con G. Boon). Bruxelles-Parigi 1921; Le traitement et l'éducation des enfants irreguliers, Bruxelles 1922; Introduction à la pédagogie quantititative (in collab. con R. Buysé), ivi 1928; La fonction de globalisation et l'enseignement, ivi 1929; La statistique appliquée aux problemes pédagogiques, ivi 1929; Épreuves de compréhension, d'init tation et d'expression (completem de R. Jadot-Desenly-I. E. Segers), ivi s. d.: Etudes de psychogénèse, ivi 1932; Comment l'enfant arrive à parler, ivi 1934; L'exploration du langage de l'enfant (in collab. con R. Jadot e I. E. Segers), 1937; La pratique des tests mentaux (in collab. con R. Buysé), Parigi 1938.

Studi: A. Hamaldo, La méthode D., Fénuchâtel-Parigi 1922; E. Euguenin, La méthode D., in L'éducation, 1923; I. Dechamps, L'autodduation à l'école appliquée au programme du dr. D., Bruxelles 1924; E. Flayol, Le dr. D. éducateur, Parigi 1934;
E. Devaud, Le système D. et la pédagogie chrétienne, Bruxelles 1936 (trad. it., in Per una scuola attiva secondo l'ordine cristiano, Brescia 1940); A. Ferrière, D., in Education, parte 2^{4}, febbr. 1936, p. 68; Fr. De Moor, L'école active par la méthode de D., Bruxelles 1937; G. Gabrieli, La scuola in cammino, Firenze 1938, pp. 102-33; E. Codignola, Le "Scuole nuove " e i loro problemi, ivi s. a., pp. 74-79; E. Flonchard, La pédagogie scolaire contemporaine, Tournai-Parigi 1948, pp. 263-68 e passim. Nino Sammartano

DE CRUCE (De pascha; De ligno vitae). - Poemetto di 69 esametri, che si trova fra le opere di Tertulliano (PL, 2, 1113 sgg .) o di Cipriano (ed. di Hartel in CSCL, III, pp. 305-308). Canta del legno piantato sul Golgotha (virga de radice Jesse, Is. 11, 1), che è diventato il grande albero della vita. Ai suoi piedi si trova la fontana (simbolo del Battesimo).

BibL.: M. Manitius, Genik. der christ.-lassin. Poster les zur Mitte des 8. Jahrh., Stoccarda 1891, p. 116 sgg.; C. Weyman, in Mieterssches Jahrbuch der Gütresgesellschaft, 28 (1907), p. 174; ibid., 31 (1910), p. 380 .

Etik Peterson
DE CRUCE, Pietro. - Compositore e teorico della musica del sec. xili, n. forse a Amiens (e perciò detto Ambianensis).

Pur essendo un pure rappresentante del periodo dei due Franconi, segna una spiccata tendenza verso il sec. xiv, perché il suo contributo alla tecnica della notazione musicale è da lui fatto progredire con importanti innovazioni, quali la divisione della breve perfetta in 4 semibrevi e l'uso del "punctum divisionis" per indicare gruppi di semibrevi equivalenti ad una breve; svincolò il "triplum" dal ritmo modale e avvio decisamente la notazione verso un più spiccato mensuralismo. Un suo "triplum" è stato stampato da J. Wolf, in Geschichte der Mensuralnotation (Lipsia 1905; II, pp. 1-2 e III, pp. 1-3), poi da J. Rokseth, Polyphonies du XII { }^{e} siècle, Le ms. II. 196 de la faculté de Médecine de Montpellier (Parigi 1936: I, facs. f. 273-75; III [trascrizione], n. 254, pp. 81-84). Luisa Cervelli

DECURTINS, Gaspar. - Sociologo, n. il 23 nov. 1855, a Truns (Cantone dei Grigioni), m. ivi, il 30 maggio 1916. Studiò presso il monastero di Disentis, poi al ginnasio di Coira ed infine alle Università di Monaco, Strasburgo ed Heidelberg. Capo del partito cattolico svizzero, iniziò, nel 1878, la sua vita pubblica quale presidente del Circolo di Disentis e deputato del Consiglio dei Grigioni; nel 1881 fu deputato al Consiglio nazionale svizzero.

Resosi presto conto dell'importanza dei problemi economico-sociali, li studiò attraverso un esame comparato delle dottrine cristiane e di quelle socialiste, divenendo rapidamente uno dei maggiori esponenti del movimento cattolico sociale svizzero. Fu critico severo delle direttive liberali allora predominanti, e convinto fautore dell'intervento dello Stato per la tutela del lavoro.

Cattolico fermamente convinto, non escluse la collaborazione con le organizzazioni socialiste, tanto politiche che sindacali, quando ciò risultasse necessaria premessa per l'attuazione di riforme sociali : in questo spirito fu infatti istituito, nel 1886, l'Arbeiterbund, vasta organizzazione operaia con lo scopo di tutelare gli interessi dei prestatori d'opera, senza distinzioni di partito o di fede. Il D. prese anche l'iniziativa per l'istituzione del "Segretariato del popolo", con il compito di promuovere la tutela degli interessi operai e di garantirne la effettiva attuazione. Ai fini di incoraggiare lo studio e lo sviluppo, anche teorico, del movimento sociale cristiano, organizzò, nel 1889, l'Università cattolica di Friburgo.

Il nome del D. rimane particolarmente legato alla legislazione internazionale del lavoro: nel 1888, d'accordo con il deputato socialista Favon, fece approvare dal Consiglio nazionale svizzero una mozione invitante il Governo a riprendere le trattative (iniziate nel 1880 dallo svizzero Emilio Frey) con i governi europei per preparare una comune legislazione sul lavoro (La question de la protection ouvrière internationale. Mémoire présenté au Département fédéral de l'Industrie et de l'Agrif

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culture par le dr. G. D., conseiller national, Berna 1889). Il D. fu anzi incaricato di preparare il programma della conferenza internazionale che il governo svizzero si proponeva di convocare a Berna nel 1889; ma, quando già numerosi paesi avevano adorito, intervenne l'Imperatore di Germania, Guglielmo II, con il progetto di un'analoga conferenza, che ebbe infatti luogo a Berlino nel 1890. L'Arbeiterbund, nel suo Congresso di Bienne dal 1894, diede mandato al D. di convocare una riunione di delegati dei lavoratori organizzati dai vari paesi, e l'iniziativa fu espressamente approvata dal pontefice Leone XIII in un breve indirizzato al D. L'invito fu limitato a coloro che ammettevano il principio dell'intervento dello Stato per la tutela del lavoro; e il Congresso, dopo varie difficoltà, poté esser convocato a Zurigo (23-28 ag. 1897), con la partecipazione, sia di rappresentanti delle organizzazioni cristiane (abate Hitze, abate Bock, De Vliart, Axmann, ecc.), che delle organizzazioni socialiste (Bebel, Vandervelde, ecc.). Il Congresso si chiuse con l'approvazione unanime della proposta D. per la istituzione di un ufficio internazionale per la protezione operaia, con funzioni di studio, documentazione ed informazione, e per la convocazione di un congresso internazionale per la legislazione operaia. Infatti il Congresso internazionale per la legislazione del lavoro, tenuto a Parigi nel 1890 , portò all'istituzione, con sede in Svizzera, dell'Associazione internazionale per la protezione legale del lavoro.

Con l'inizio del pontificato di Pio X, il D. si ritirò quasi completamente dal campo dell'azione, per dedicarsi agli studi e tenne la cattedra di storia della civiltà, istituita per sua iniziativa sin dal 1889 : per la sua recisa opposizione al modernismo (Tre lettere ad un giovane amico, trad. it., Roma 1911; A study ou modernism, in The catholic Review, luglio 1913, p. 191), ebbe una lettera di lode dal pontefice Pio X in data 15 sett. 1910 (AAS, 2 [1910], pp. 738-40).

Bibl.: F. S. Nitti, Il socialismo cattolico, Torino 1891, p. 231 sgg.; T. Veggian, Il movimento sociale cristiano nella seconda metà del XIX secolo, 2^{2} ed., Vicenza 1902, p. 230 sgg.; G. Gregoire, Le Pope, les catholiques et la question sociale, 4^{2} ed., Parigi 1907, pp. 22 sgg. e 229 sgg.; F. Meda, G. D. e la legislazione internazionale del lavoro, in Trittico, Roma 1916, p. 49 sg. Luisa Riva Sanseverino

DEDAN (DADAN) e DEDANIM. - Nome di una località e di una tribù. Quest'ultima viene annoverata da Gen. 10, 7 assieme ai Sabei fra i discendenti di Chus (Etiopi) al di là del Mar Rosso; un'altra volta viene menzionata assieme ai Madianiti (Gen. 35, 3), il cui territorio si trovava al settentrione del Higaz.

I D. sono nominati in Is. 21, 13; Ier. 25, 23; Ex. 38, 13; 25, 13 e Ier. 49, 8. Questi ultimi due testi considerano D. come posta a mezzogiorno di Edom (v.); a tratterchbe di un'oasi che corrisponde alla posizione di quella denominata el-'Olā. Da un'iscrizione minea risulta che ad el-'Olā si trovava un tempio sacro al dio Wadd. Secondo Ez. 27, 15. 20 i D. si trovavano in rapporti commerciali con Tiro.

Bibl.: F. Hommel, Grundriss der Geogr. u. Geschichte des Alten Orients, 2^{2} ed., Monaco 1926 (v. indice); A. JanssenR. Savignac, Mission archéologique en Arabie, II, Parigi 1914, p. 29 sgg.; M. Lidzbarski, Ephemeris, III, Giessen 1915, p. 273. Eugenio Zolli

DEDEROTH, Iohannes. - Figura importante della riforma monastica in Germania nel sec. xv, m. vittima della peste il 6 febbr. 1439. Dalla sua città natale fu chiamato Giovanni da Münden (in Westfalia). Della sua giovinezza non si sa niente. Fu monaco benedettino a Reinhausen e a Nordheim.
J. Busch lo chiama sempre Giovanni da Nordheim, mentre il monaco cronista Enrico Bodo lo chiama Johann Dederodt (cf. Chron. Clusinum, op. cit. in bibl.).

Per tramite del priore Rembert da Wittenberg entrò in contatto con la riforma monastica di Windexheim. Il 21 luglio 1430 fu eletto abate di Clus e nel 1433 abate del monastero di Bursfeld, che diventò sotto la sua direzione il centro della riforma e della Congregazione
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(da V. Ieroquais, Les pontifcaux manuscrits..., Parigi B27, fac. 71) DEDICAZIONE, RITO della - D. d'una chiesa; il vescovo consacrante, benedetta l'acqua, si accinge ad aspergere l'edificio. Pontificale di Sena ( 2^{2} metà e fine del sec. xiv) - Parigi, biblioteca Nazionale, ms. Iat. 962, f. 63.
benedettina di Bursfeld, la quale raggruppò più tardi 90 conventi.

Bibl.: Fonti: J. Trithemius, Opera pia et spiritualia, Magonza 1604, p. 532; Chronicon monasterii Bergenzis, in H. Helbom, Rerum Germanicarum, III, Helnusadt 1688, p. 307; Henricus Bodo, Chron. Clusinum, in G. Leibniz, Script. rerum Brunsvirnatium, II Hannover 1710, p. 350; Joh. Busch, De reformatione monast., ibid., p. 841 sg. Studi; J. Evelt, Die Anfänge der Bursfelder Benedektiuer Congregation, Münster 1863 ; J. Linnemann, I. D..., in Zeitschr. f. cuterländ. Geschichte u. Altertumskunde Westfalens, 59 (1901), pp. 178-90; P. Volk, Zur Geschichte des Bursfelder Breviers, in Stud. Mitt. OSB, 46 (1928), p. 31 sg. Anaclmo Musters

DEDICAZIONE, RITO della. - E la consacrazione d'una chiesa per sottrarla all'uso profano e per farne un luogo sacro.

Le prime riunioni cristiane si tenevano nelle case private, ove era celebrata l'Eucaristia, le quali in seguito ricevettero una consacrazione dall'uso sacro cui erano adibite, come attesta la Oratio panegyrica de aedificatione Ecclesiarum (Eusebio, Hist. eccl., X, 3) che tratta della d. della cattedrale di Tiro, e il racconto della d. della basilica Costantiniana a Gerusalemme (id., Vita Constantini, 45). Nell'Occidente si aggiungeva forse già una speciale orazione di benedizione, alla quale sembrano alludere s. Optato di Milevi (De schismate Donatistarum, VI, 3) e s. Ambrogio (Exhort. virginitatis, 10). Formolari per la Messa solenne in tale occasione si trovano nei Zacramentari leoniano, gelasiano e gregoriano. Dopo la pace costantiniana, grande importanza per la solennità della d. acquistò il culto dei martiri, e sopra i loro sepolcri, ove nel giorno anniversario della morte si celebrava nelle catacombe il divin sacrificio, sorgevano le prime basiliche. In seguito, fin dalla metà del sec. IV, si eressero chiese in onore d'un martire anche in quei luoghi nei quali non vi erano sepolcri, ma dove si deponevano delle reliquie nell'altare che veniva perciò considerato come il loro sepolcro. A Roma tuttavia, fino al sec. vir, le chiese urbane

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(108 1', Leroqvols, Les pontificues manuscrits..., Parig. (527, Iar. 133)
Dedicazione, mito della - D. d'una chiesa: il vescovo consa-
crante asperge l'esterno dell'edificio. Pontificale romano (princ. sec. xvI) - Parigi, bibl. Nazionale, ms. lat. 1226, t. II f. 2.
erano senza reliquie, impedendone la legge una deposizione entro la città. Col tempo si stabili la consuetudine di dedicare la chiesa a qualche santo; con ciò anche il trasporto e collocamento delle reliquie venne a ottenere un posto fisso nel rito della consacrazione, cosi che la parte più solenne della d. era costituita dalla trionfale processione con le reliquie, come attestano s. Ambrogio (Epist., 22, 1-2), Sozomeno (Hist. eccl., VII, 21) e s. Girolamo (Contra Vigilantium, 5). In tal modo la deposiio Martyrum si confuse con la d. della chiesa e divenne legge il riporre sotto gli altari le reliquie dei martiri. Il rito della d. era allora così composto: 1) durante tutta la notte precedente si celebravano le vigilie dinanzi alle reliquie solennemente esposte in un'altra chiesa. 2) La mattina seguente le reliquie erano portate al canto dei salmi e degli inni e con molte lampade accese in solenne processione nella chiesa da dedicarsi, dove erano deposte nell'altare. 3) Con la Messa ivi celebrata finiva la solennità. Secondo una lettera di papa Vigilio a Profuturo di Braga, la consacrazione d'una chiesa consisteva semplicemente nella celebrazione in essa del divin Sacrificio; nel caso che la chiesa fosse dedicata a un santo, vi si aggiungeva il collocamento delle reliquie dei santi. Il papa inoltre già conosce, non però come cerimonia d'obbligo, un'aspersione della chiesa con l'acqua santa, detta poi acqua gregoriana (v. Gregoriana, acqua). Altre cerimonie si aggiunsero in seguito: in Oriente specialmente l'unzione dell'altare col crisma, ricordata già da s. Efrem; in Occidente tale unzione non si trova prima del Concilio di Agde (506), can. 14 (Mansi, VIII, 327); dal rito gallicano venne l'unzione delle pareti della chiesa, le abluzioni ed altro. Questi riti, deposizione, aspersione e unzione, già nel sec. vi si trovano uniti nel rito gallicano della d. (Gregorio di Tours, De gloria confessorum, 20) e crebbero in seguito sempre più come lo dimostrano, fin dal sec. vir, i numerosi Ordines dedicationis. Propa-
gandosi così e fondendosi gli usi orientali con quelli occidentali, ne risultò quel complesso di riti che fanno oggi della d. della chiesa una delle più solenni e significative cerimonie ecclesiastiche. L'attuale rito della d. d'una chiesa è contenuto nel Pontificale romann

La sera precedente la consacrazione, nel luogo ove sono depositate le reliquie dei santi da collocarsi sull'altare, si devono recitare il Mattutino e le lodi del Commune plurimorum martyrum, perché, secondo un antico uso, almeno una reliquia deve essere di santi martiri. Durante la notte si fa la guardia d'onore davanti alle reliquie. Nel giorno seguente, recitati dinanzi a queste i salmi penitenziali, si va processionalmente alla porta della chiesa da consacrare, e col canto delle litanie si implora la protezione di tutti i santi, poi si benedice l'acqua e il sale e, data la benedizione con l'acqua santa, la consacrazione comincia con la solenne presa di possesso della nuova casa di Dio da porte del vescovo, il quale al principio, facendo tre volte col suo clero il giro esterno della chiesa, ne asperge le mura; alla fine di ogni giro batte alla porta della chiesa chiedendo: Attollite portas, ecc. (Ps. 23, 7). Al terzo giro la chiesa si apre e il vescovo fa sulla soglia col pastorale il segno di croce fugando i demoni, perché Cristo crocifisso prende così possesso della chiesa, pensiero questo che viene poi ancor più illustrato con altre cerimonie. Il vescovo entra allora nella chiesa col solo clero e con gli inservienti e, chiusane la porta, invoca lo Spirito Santo, recita di nuovo le litanie dei santi, e mentre si canta il Benedictus, scrive col pastorale l'alfabeto greco e latino in due strisce di cenere, a forma di croce decussata, partenti dai quattro angoli della chiesa. Era infatti uso presso i Romani di segnare con una grande X sulla terra lo spazio destinato alla costruzione di una nuova casa, e gli agrimensori romani solevano tracciare linee trasversali, segnate all'estremità con lettere, nel misurare i terreni; e poiché questa X aveva la forma della croce decussata e della prima lettera del nome di Cristo (Xpıoıs), questa cerimonia venne ad indicare che Cristo prendeva possesso di quel luogo; il ricordo poi della frase di Apoc. 22, 13 ("Io sono l'alfa e l'omega") suggerì l'idea di iscrivere nelle due linee della X l'alfabeto greco, cui più tardi si aggiunse quello latino, e in alcuni luoghi anche l'abraico (v. ABBCEDARIO).

L'edificio, ormai proprietà di Dio, riceve una speciale santificazione, e prima nell'altare. Dopo aver invocato Dio, il vescovo prepara e benedice l'acqua gregoriana, in cui è frammischiato sale, vino e cenere, probabilmente ad imitazione del rito di Mosè (Ex. 24, 6 sgg.). Con essa il vescovo segna una croce sulla parte superiore ed inferiore della porta per santificarla e lava le cinque croci dell'altare, una in mezzo, le altre in ciascuno dei quattro angoli; asperge l'altare sette volte, poi girando nella chiesa asperge anche tre volte le pareti interne ed il pavimento; passando dall'altare maggiore alla porta e da una parte laterale all'altra dal mezzo della chiesa effonde l'acqua santa nei quattro punti cardinali, indicando così simbolicamente i quattro fiumi del paradiso che escono dal nuovo paradiso, cioè dalla chiesa. Con queste aspersioni, unite ad orazioni di origine molto antica, sono espressi gli effetti lustrali o purificatori della consacrazione. Segue un solenne Prefazio che implora la santificazione del luogo. Il resto dell'acqua viene poi versato alla base dell'altare, insieme con la calce. Quindi il vescovo col

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clero esce dalla chiesa, va alla cappella ove sono conservate e solennemente esposte le reliquie. Si forma con esse la solenne processione, cui prende parte il popolo, facendo il giro attorno alla nuova chiesa. Dopo l'unzione della porta col crisma, il vescovo, fatto il solenne ingresso, unge nei quattro angoli il sepolcro, o piccola fossa dell'altare col crisma e vi depone dentro le reliquie e lo chiude ungendone col crisma anche il coperchio in forma di croce al disopra e al disotto. La consacrazione dell'altare cosi già iniziata, viene perfezionata nelle numerose unzioni che si compiono: due volte si unge con l'olio dei catecumeni ed una volta col crisma nei cinque luoghi indicati da una croce, quindi l'intera mensa con l'olio dei catecumeni e poi col crisma; durante queste unzioni si cantano antifone e salmi che ne spiegano il senso profondo e simbolico. Dopo l'unzione della mensa dell'altare il vescovo consacra le pareti interne della chiesa, facendo su esse, o sulle colonne o sui pilastri, dodici unzioni col crisma tre volte incensando ciascuna croce. Tornato all'altare, vi brucia un sacrificio simbolico, composto di grani d'incenso e candele di cera, e mentre tutti s'inginocchiano, si invoca lo Spirito Santo. Tutte le orazioni fin qui recitate o cantate dal vescovo, sono ora riassunte in un nuovo Prefazio. Il vescovo unge poi col crisma la parte anteriore dell'altare e il punto di congiunzione della mensa col corpo dell'altare ai quattro angoli. Con questa ultima unzione termina la consacrazione dell'altare e della chiesa. Quindi, benedette le tovaglie e le altre suppellettili, pulito l'altare e rivestito dei suoi ornamenti, dopo un'ultima incensazione e alcune orazioni, si inizia la Messa solenne, nella quale, dopo la consacrazione, si accende la lampada che deve ardere in perpetuo davanti al Santissimo. Cosi ha fine la cerimonia. Per l'anniversario della d., v. anche cIIESA, in Enc. Catt., III, coll. 1508-11.

Bibl.: J. Baudot, La dédicace des éclises, 4^{2} ed., Parigi 1909; D. Stiefenhofer, Die Geschichte der Kirchweihe von 1-7. Jahrhundert, dissert., Monaco 1909; A. Franz, Die bischlichen Benediktionen im Mittelalter, I. Friburgo in Br. 1909, pp. 54-60: P. De Funiet, Dedicace des éclises, in DACL, IV, coll. 374-402: R. Hindringor, Kirchweihe, in LThK, V, coll. 1023-56; F. Interlandi, La consacrazione della chiesa, 100 concetto, 200 cerimonie, Caltagirone 1913: L. Duchesne, Origines du culte chrétien, Parigi 1925: R. Aigrain, Liturgie, ivi 1930, pp. 143-57: R. W. Munecz, History of the Consecration of Churches, Londra 1930; F. De Funiet, Le Pontifical Romain, II, Parigi 1931, pp. 229300; L. Eisenhofer, Handbuch der katholischen Liturgik, II, Friburgo in Br. 1923, pp. 448-68; I. Cronjsson - R. Van Wezel, La liturgie de la consócration des éclises, in Bulletin paroissial liturgique, 8 (1936), pp. 11-32; C. Callewaert, Liturgicne institutione, III: De missalis Romani liturgia, I. Bruges 1937, pp. 1019: M. Righetti, Storia liturgica, I, Milano 1945, p. 323 sgg.; Ph. Oppenheim, Dedicatio ecclesiae et altaris, Torino 1949. Filippo Oppenheim
D. "angelica". - Con questa espressione si suole designare la d. miracolosa di una chiesa attribuita a Cristo con l'assistenza di angeli e di santi.

L'esempio più celebre è la d. angelica di Einsiedeln, che si celebra annualmente il 14 sett.; se però tale giorno cade in domenica, la solennità durò otto giorni consecutivi (fino al 1853 per 14 giorni), con grande affluenza di pellegrini. La cappella primitiva fu dedicata il 14 sett. 948 da Corrado, vescovo di Costanza. A questo proposito la leggenda narra che il prelato, vegliando le notte precedente la d., sentì nella cappella canti angelici, e precisamente quelli del rito della d. La mattina una voce celeste gridò per tre volte che il santuario era stato consacrato con l'intervento divino. Tale fatto è riferito da una bolla di Leone VIII, dell'1 1 sett. 964 (Jaffé-Wattenbach, n. 3708), esistente solo in copie del sec. xiv, di autenticità assai discussa e discutibile. La leggend poi, pienamente sviluppatasi nello stesso sec. xiv, narra
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(100 r., Liturgionis, 122 pæstipidæe mæsæeritis..., Parigi BII, tæ. 7) Dedicazione, erro della - D. d'una chiesa: il vescovo consacrante bassa alla porta col piede del pastorale. Disegno del Pontificale di St. Germans in Cornwall (sec. x) - Rouen, biblioteca Municipale, ms. 368 (A. 27), f. 27.
come Cristo, sceso dal cielo, prendesse la pianeta violacea (ancora oggi si celebra la Messa solenne in violaceo), e con l'assistenza di santi (s. Stefano avrebbe cantato l'epistola, s. Lorenzo il vangelo) e di angeli procedesse alla consacrazione. Le prime notizie generiche di questa d. miracolosa risalgono solo al sec. XI. Nei secc. xvIxviII la d. angelica divenne una solennità straordinaria per tutta la Svizzera, e ancora oggi la festa è popolarissima. Il fondamento di questo racconto rimane puramente leggendario.

Altre d.angeliche si asseriscono, per es., per le chiese di St-Denis (Parigi), St-Pierre-le-Vif (Sens), per le cattedrali di Westminster (Londra), Augusta, Praga, Vercelli, Avignone, e per il santuario del monte Gargano.

Bibl.: Quanto ad Einsiedeln, tutta la biblografia e tutta la documentazione si trova riunita nel libro del p. O. Ringholz, Wallfahrtsgeschichte Univer Lieben Frau von Einsiedeln, Friburgo in Br. 1896, pp. 7-9, 49-65, specialmente l'appendice particolare, pp. 311 -61, dove si parla anche delle d. angeliche di altre località, e delle discussioni teologiche dei sec. xvI-xviI. Cf. anche Acta SS. Septembris, VIII, Anversa 1762, p. 61 (monte Gargano) e F. Segmüller, Einsiedeln, in LThK, III, coll. 603-604.

Giuseppe Löw
DEDICAZIONE DEL TEMPIO (ebr. hdnuhh d h ). - Festa giudaica, che ha luogo il 25 del mese di caslen, corrispondente a dic., e dura 8 giorni, per ricordare la purificazione del Tempio di Gerusalemme avvenuta nel 165 -164 a.C. per opera di Giuda Maccabeo.

Per ordine di Antioco IV Epifane il culto fu interrotto nel 168 a. C. Dopo la vittoria degli Ebrei presso Bethsur, Giuda e i suoi guerrieri fecero prima lutto per la profanazione avvenuta. Fu allontanato l'altare reso impuro, fu costruito un altare nuovo, fu purificato il Tempio tutto e poi furono collocati arredi sacri nuovi. In tale occasione si iniziò una festa della durata di 8 giorni; .la ordinò che fosse celebrata ogni anno (I Mach. 4, 36-59; II Mach. 10, 1-9). I dottori palestinesi ingiun-

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Dedicazione del Tempio - D. del T. di Salomone. Opera di Giuseppe Bonito (1707-89) - Napoli, pinacoteca.
sero a mezzo di lettere apposite di celebrare questa festa nelle comunita ebraiche della diaspora. In una di queste lettere dirette agli Ebrei egiziani (II Much. 1, 1-2. 18), Giuda viene posto per la sua importanza storica accanto a Mosè, Salomone e Neemia.

Anticamente si considerava come perno della solennità il ritorno del sacro fuoco sull'altare per gli olocausti. La festa fu poi accostata a quella del versamento dell'acqua sull'altare, che si celebrava con l'accensione di torce (Sukhôth, V, 3). Per il fatto che la festa dell'inaugurazione del Tempio sotto Salomone (I Reg. 8, 2) e Zorobabel (Esd. 3, 4) ebbe luogo nella festa di sukhôth si creò un nesso anche tra la festa della dedicazione e quella dei tabernacoli o capanne. Flavio Giuseppe definisce la festa come oúva, mentre l'autore di II Maccabei la definisce festa del (sacro) fuoco ( τ v jmatĥ mupóç). Giuseppe pensa che i lumi simboleggiassero l'inaspettato aiuto di Dio (Antiq. Jud., XII, 325). L'accademia di lamnia dispose che la prima sera fosse acceso un lume solo e ogni sera se ne aggiungesse uno fino a raggiungere il numero di otto. Nel periodo talmudico si conosce già il racconto del prodigio secondo cui la provvista di olio sacro per l'illuminazione del Santuario, sufficente per un giorno solo, miracolosamente durò per otto giorni, il tempo cioè necessario per preparare dell'altro olio sacro.

Ellenisticamente, questa festa era detta è γ α α^{′} ν α, Volg. encaenio. Nella settimana della d., l'ultimo anno del suo ministero, Gesù affermava la sua divinità nel "portico di Salomone", al Tempio (Io. 10, 22-39; "era inverno ").

Biel.: E. Meyer. Urspr. des Christentums, II, Stoccarda e Berlino 1923, p. 209 sgg.; H. L. Strack-P. Billerbeck, Kommentar z. N. Test., II, Monaco 1924, p. 239 sgg.; R. Kittel, Die hellenist. Mysteriemeligion u. das Alte Test., Stoccarda 1924, p. 17 sgg.; J. Elbogen, Der jüd. Gottesdienst, 2^{2} ed., Francoforte 1924, p. 130 sgg.; M. Zobel, Das Jahr der Juden, Berlino 1936, p. 131 sgg.

Eugenio Zolli
DE DOMINIS, Marcantonio. - Arcivescovo di Spalato, quindi apostata ed infine di nuovo cattolico, n. probabilmente nel 1560 (o nel 1566) nella città di Arbe (Rab) nell'omonima isola dell'arcipelago dalmata e m. a Roma l'8 sett. 1624. Allievo dei Gesuiti entrò quindi nell'Ordine. Coltivò da prima le scienze fisiche e matematiche di cui fu pure in-
segnante a Padova. Di temperamento irascibile ed insofferente usci dall'Ordine nel 1596. Nominato vescovo di Zengg (Scgna) nell'ag. del 1600 vi agi energicamente contro gli Uscocchi; fu quindi arcivescovo di Spalato ( 15 nov. 1602) ed ebbe anche il pallio. Frutto dei suoi studi scientifici è l'opera De radiis visus et lucis in vitris perspectivis et iride (Venezia 1611) relativa alla scomposizione della luce. Nella questione dell'« Interdetto» parteggiò per Venezia contro Roma. Venne quindi a contrasto con il Capitolo ed i nobili della sua diocesi.

Nel 1615 passò a Venezia dove ebbe contatti con il Sarpi ed entrò in amicizia con l'ambasciatore inglese presso la Repubblica, Sir Enrico Votton e con il suo cappellano d'ambasciata Guglielmo Bedell. Non sono tuttavia completamente chiare le ragioni e le circostanze per cui, nel 1616 , il De D. lasciava Venezia per la Svizzera, donde, per Heidelberg e Rotterdam, raggiungeva il 16 dic. 1616 l'Inghilterra. Entrò quindi nella chiesa anglicana e la prima domenica di avvento del 1617 a Londra, nella cappella dei Mercedari, lanciò un pubblico violento attacco contro la Chiesa di Roma. Seguiva, poco dopo, lo scritto Scogli del naufragio cristiano quali va scoprendo la S. Chiesa di Cristo alli suoi figliuoli perché da quelli possano allontanarsi (Londra [?] 1618), tradotto poi in inglese, francese e tedesco. Roma vi era accusata di aspirare ad un dominio puramente temporale, di seminare il terrore religioso, di corrompere gli ideali evangelici. Il De D. ricevette onori e prebende sino a divenire decano di Windsor. Era intanto uscita, nel 1617 , la prima parte della sua maggiore opera De republica ecclesiastica (Heidelberg e Londra; quindi Heidelberg 1618, II. I-IV). L'opera continuò ad uscire negli aa. 1620 (II. V-VI) e 1622 (II. VI e IX: i II. VIII e X non uscirono mai). Gradita ai protestanti per ragioni polemiche, essa venne largamente tradotta ed utilizzata: ma il suo più vero significato è, in sostanza, anticurialistico e gallicano, pur con influenze protestanti. Ad un concetto " monarchico" di Chiesa, il De D. intende sostituire quello di una "aristocrazia spirituale" rappresentata dall'episcopato: il primato di S. Pietro fu di natura personale; la Chiesa di Roma non ha prerogative e la sua autorità è di origine "esterna", secondo il De D., o puramente "storica", come

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si disse in seguito. Nella seconda parte dell'opera l'influenza protestante è più accentuata, specie per la dottrina sui sacramenti. Vi è negato il Purgatorio. Trattando dei rapporti fra poteri temporali e Chiesa, il De D. perviene ad una chiara concezione giurisdizionalistica; per il D. gli ecclesiastici e il papa stesso sono legati alle leggi dei principi nelle cose temporali, anche nel regime esterno ecclesiastico. Il De D. utilizzava la narrazione ed accentuava le idee direttivei della Historia del Concilio Tridentina del Sarpi di cui egli, su copia dell'originale e senza il consenso del Sarpi stesso, aveva curato la pubblicazione (Londra 1619) dedicandola al re Giacomo I.

Ma il De D. cominciava a stancarsi del suo soggiorno inglese. Le sue idee erano sospettate di poca ortodossia protestante. Salito al trono pontificio Gregorio XV che aveva conosciuto il De D., questi, attraverso gli ambasciatori spagnoli, manifestò a Roma l'intenzione di rientrare in seno alla Chiesa, ed il 16 genn. 1622 scrisse al re dicendo di volersi allontanare per causa del clima. Il re se ne sdegnò e dopo qualche tentativo di trattenerlo gli diede venti giorni di tempo per andarsene. Da Roma aveva avuto promesse di buona accoglienza. Arrivò, dopo varie peripeste, a Bruxelles e qui scrisse il Sui reditus ex Anglia consilium (pubblicato a Roma nel 1623) in cui ritrattava completamente il suo passato e dichiarava semplice calunnia quanto aveva detto o scritto contro la Chiesa cattolica. A Roma, dove si era recato, si volle tuttavia da lui una ammenda in Concistoro. Ma avendo il D. dato di nuovo motivo a sospetti, l'Inquisizione lo trasse in arresto e si esaminò il suo caso. In questo tempo però il De D. (1624) venne a morte (cf. lettera di G. Fabro a G. Galilei, in Opere di G. Galilei, XIII, Firenze 1903, p. 207). La commissione cardinalizia a conclusione del suo esame dichiarava, soprattutto in base a certi scritti sulla S.ma Trinità trovati fra le carte del D., che questi era morto eretico. Il suo cadavere fu perciò disastterrato e bruciato insieme con i suoi libri. Tutte le sue opere sono all'Indice (decc. 1616, 1617, 1618, 1620, 1621).

BibL. Manca un'opera moderna ed esauriente sul De D., che è figura, per molti aspetti, interessante. Cf. commque: H. Newland, Life and contemporaneous Clurch history of M. d. D., Oxford 1839; K. Bennett, D., in Realese. für prat. Theol. und Kirche, IV, pp. 781-87, ed ivi ricca bibl.; Pastor, XII, pp. 126-27, 222-23; v. inoltre: A. C. Jemolo, Stato e Chiesa negli scrittori italiani del Sistennio e del Settecento, Torino 1914, passim; A. Bicotich, M. De D. Appunti biografici, in Archivio storico per la Dalmazia, annate 2^{2}, a (1927), pp. 63-77. Franco Bolgiani

DE DONIS DEI. - Formola spesso usata per lo più nel mobile liturgico, nelle antiche iscrizioni cristiane sia in Occidente che in Oriente ( τ \dot{α} σ \dot{α} \dot{ε} ε τ \tilde{ω} ν σ \tilde{ω} ν π ρ ω \varphi ε \dot{ε} ρ η μ ε v ).

Si trova anche in una iscrizione sepolcrale giudaica di Auch (De Saulcy, in Comptes rendus de l'Académie des inscripciones et belles lettres, 1869, p. 172). Si trova spesso la formola De donis Dei et Christi ovvero De donis Dei et Sice (Dei) Cunitricis Mari(n)e, ovvero et sćci Iohannis Baptist(n)e, o et Dom(i)ni Petri, o et beati Pandi. A Iulia Concordia (Portogruaro) si trova invece de data Dei o de Dei datis (CIL, V, 1718, 8677).

Nell'Unde et memores del Canone della Messa si ha: Offerimus tibi Domine... de tuis donis ac datis.

BibL.: H. Leclercq, s. v. in DÁCL. IV, coll. 1207-10; E. Diehl, Inscriptiones Christianae Latinae vateres, III, Berlino 1932 (v. indice).

Enrico Josi
DE DUODECIM ABUSIVIS SAECULI. Opera a torto attribuita a s. Cipriano. Secondo lo Hellmann che ne ha fatta una nuova edizione, questo scritto fu composto nella seconda metà del sec. viI in Irlanda. Il libro era molto popolare nel medioevo.

Bibl.: S. Hellmann, Ps. Cyprianos de d. a. s. (Texte und Untersuchungen, 34, 1), Lipsia 1909; Manitius, I, p. 107 sg. Erik Peterson

DE DUPLICI MARTYRIO AD FORTUNATUM. - Questo scritto fu da Erasmo, il suo primo editore, attribuito a s. Cipriano. In realtà è un falso, scritto nel 1530 dallo stesso Erasmo per giustificare le idee della riforma degli umoristi di fronte ai protestanti e cattolici.

BibL.: Fr. Lexius, Der Verfasser des ps.-cyprianischen Traktates de d. m. Ein Beitrag zur Charakteristik des Erasmus, in Neue Jahrbücher für deutsche Theologie, 4 (1895), pp. 95-110. 184-243. Erik Peterson

DEDUZIONE. - Può intendersi diversamente: a) In senso generico, che è anche quello immediatamente suggerito dal termine, d. è il processo di ragionamento per cui da una o più proposizioni si passa a una nuova proposizione in quelle formalmente contenuta, in virtù di un legame o connessione logica. Così intesa la d. abbraccia ogni specie di ragionamento formale, tale cioè in cui la conclusione deriva per necessità di conseguenza logica dalle premesse. b) In senso più ristretto e d'uso abbastanza comune, s'intende per d. il processo di ragionamento che va da principi universali a verità particolari; come tale vien contrapposta all'induzione (v.), che procede da fatti particolari a principi universali; e costituisce il momento principale del processo sintetico, come, a sua volta, l'induzione di quello analitico (v. ANALISI). c) Infine, poiché la forma più tipica del ragionamento dall'universale al particolare è il sillogismo comune, la d. vien talora identificata, assai inesattamente però, con il sillogismo (v.).
Il senso ristretto b ) e c) prende le mosse da Aristotele in cui l'ároó̄et ξ is (sillogismo dimostrativo, e, talora, sillogismo in genere) è affermata universalmente come d. del particolare dall'universale e contrapposta a induzione: \dot{α} π \dot{δ} δ ε ι ξ ι ς e \dot{ε} π α γ ° γ \dot{η} costituiscono appunto, secondo Aristotele, le due forme essenziali dell'apprendere umano, e vanno, la prima dall'universale al particolare, la seconda, inversamente, dal particolare all'universale (Anal. pr., II, 23, 68 b 13; Anal. post., I, 18, 81 a 40). Quest'identificazione aristotelica di d. con sillogismo dimostrativo è radicata nella funzione metafisica ch'egli attribuisce all'universale, come principio essenziale del particolare e del concreto: il processo quindi di d. del particolare dall'universale è anche la via della dimostrazione, ossia cognizione scientifica del particolare ricondotto all'universalità del concetto. L'opposizione fra d. e induzione nel senso aristotelico non ha tuttavia valore assoluto. Il tipo di d. matematica può infatti procedere dal particolare all'universale come, ad es., quando da una proprietà riferentesi a un caso determinate si trae con processo logico apodittico la formula generale in cui il caso è contenuto.

Kant, partendo dalla particolare accezione del termine nel linguaggio giuridico, chiama d. trascendentale la spiegazione del modo con cui i concetti a priori o forme pure dell'intelletto si riferiscono all'esperienza e hanno valore per essa. A differenza della d. empirica che mostra soltanto come si acquista un concetto per mezzo dell'esperienza, la d. trascendentale è una legittimazione, in base alla struttura a priori della ragione, dell'uso oggettivo delle categorie. Essa si fonda, secondo Kant, sul principio che i concetti puri debbono essere riconosciuti come le condizioni a priori della possibilità dell'esperienza e dei suoi stessi oggetti (cf. Critica della Regina pura, Bari 1940, parte 1^{2}, pp. 119-28).

La d. intesa come processo di svolgimento sintetico da principi universali, ha un compito essenziale nelle scienze razionali (filosofia, matematiche, ecc.), e integrativo, ma ugualmente importante nelle scienze fisiche, nonostante i ripetuti tentativi di svalutazione da parte dell'empirismo. Pur valendo principalmente come me-

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todo di prova e di ordinamento scientifico, per cui si pone in luce la concatenazione logica dei concetti e dei giudizi, essa rivendica un valore intrinseco euristico e estensivo della conoscenza. Se infatti è vero che le verità particolari sono oggettivamente contenute nel principi universali, tuttavia esse non si rivelano al pensiero se non attraverso la fecondità dello sviluppo deduttivo (v. siluooismo).

BibL.: D. Roustan. Déductios et induction, in Revue de métaph. et de morale, 19 (1911), pp. 579-92; L. Rougier, La structure des théories didactiques, Parigi 1921; A. Lalande, s. v. in Facab. de la philos., 5^{°} ed., ivi 1947, pp. 195-98 (redazione nuova della voce in confronto delle edizioni precedenti). Per Kant, Critica della ragion pura, I, trad. ital. di G. Gentile, Bari 1940, pp. 119-54.

Ugo Viglino
DE ECCLESIA. - Del sec. IV, centodieci esametri di origine ignota in versi virgiliani (cento), che descrivono un servizio religioso con una predica sull'opera di salvezza. Questa poesia fu recitata dall'autore in chiesa.

BibL.: Ed. di F. Buecheler et A. Riese, Aethologia latina, I, 1, 2^{°} ed., Lipsia 1894, n. 16; C. Schenkl, in CSEL, XVI, pp. 621-27; M. Manitius, Gesch. der christl.-latein. Poesie, Stoccarda 1891, p. 129 sg.; Moricea, II, p. 830 sg. Erik Peterson

DÉET (DÉET). - Forma arcaica egiziana ( d^{′} .1 ) copto t \bar{e} ) designante gli inferi. Nell'età primitiva gli Egizi, vedendo gli astri levarsi e tramontare in cosí lontani punti della terra, pensarono che sotto questa ci fosse una stretta galleria rotonda per il loro transito.

Questa idea si modificò quando si sole fu attribuita una barca e si pensò che nottetempo esso attraversasse detta galleria. Il fiume è anche chiamato d. Ma poiché il d. era anche considerato come luogo di abitazione dei defunti, dalla XVIII dinastia si ha nel Libro di ciò che è nel d. (impropriamente detto A m-Duat) una guida illustrata delle dodici regioni che la barca solare nella notte percorreva. I nomi di quelle, le loro misure, gli abitanti, le diverse ciurme, dovevano essere conosciute dal morto per suo beneficio spirituale.

BibL.: G. Maspero, Etudes de mythologie et d'archdologie égyptiennes, II, Parigi 1893, pp. 27-163; G. Jéquier, Le livre de ce qu'il y a dans l'Hadé, ivi 1894; W. Budge, The egyptian Heaven and Hell, I, Londra 1923. Ernesta Bacchi

DE EVANGELIO. - Poema di 114 esametri, che tratta della nascita e della adorazione di Cristo, a torto attribuita, in un codice del sec. IX, a Ilario di Poitiers. L'attribuzione al metropol