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ichieste dal popolo a suffragi dei d. Parimente Giulio III confermò "vivac vocis oraculo" nel 1553 l'antico privilegio vigente nella provincia d'Aragona (comprese Catalogna, Valencia, Navarra e le isole delle Baleari, Sardegna ed Ibiza), e nell'Ordine domenicano di celebrare tre Messe al 2 nov. allo stesso fine. Ed il 25 giugno 1571 Pio V confermò lo stesso privilegio per la provincia dominicana di Spagna (con la Navarra distaccata dalla provincia d'Aragona). Frattanto Ladislao IV, re di Polonia (1632-48), ottenne nel giorno della sua incoronazione per il suo regno lo stesso privilegio, ma in seguito rimase dimenticato. Alla richiesta dei re di Spagna e Portogallo, Benedetto XIV estese il privilegio di tre Messe al clero regolare e secolare dei loro regni e colonie (Benedicti XIV Bullarium, II, Venezia 1748, n. 225), Leone XIII nel 1897 lo concesse a tutta l'America latina.

In conseguenza del privilegio delle tre Messe, Benedetto XV ha elevato ( 28 febbr. 1917) il giorno 2 nov. a festa di rito doppio per la Chiesa universale.

Biol.: B. Albers, Consuetudines monasticae, I. Friburgo in Br. 1000, p. 124 sgg.: V. Morter, Note sur la date de réduction des coutumes de Cluny, dites de Farfa, in Millénaire de Cluny, Mâcon 1910, pp. 142-45; C. A. Kneller, Geschichtliches über die 3 Messen am Allerzeilentage, in Zeitschr. für hoth. Theologie, 42 (1918), p. 74 sgg.; A. Wilmart, Le consent et la bibliothèque de Cluny versle milieu du XIr siècle, in Revue Multiline, 11 (1921), pp. 123-24; K. J. Merk, Die mestliturgische Totenebrung in der römischen Kirche, Lipsia 1926, pp. 108-36; M. Righetti Storia liturgica, II, Milano 1946, pp. 350-52; J. Hourlier, St Odilan et la fête des morts, in Revue grégorienne, 28 (1949), pp. 208-12.

Pietro Siffrin

## V. Nel diritto canonico e civile.

Il diritto canonico e civile prendono qui in considerazione non solo il corpo umano, integro o mutilato, privo di anima con un'organizzazione almeno apparente, ma anche le parti separate dal corpo umano, le ossa e le ceneri (S. Congregazione del Concilio, 10 dic. 1927, in AAS, 20 [1928], p. 261; S. Uffizio, 3 ag. 1897, in P. Gasparri, Fontes iuris canonici, IV, Roma 1926, n. 1100).
I. Diritto canonico. - Conformemente alla legge romana (Legge X delle XII Tavole: Hominem mortuum in urbe ne sepelito, nece urito) i cristiani nei primi secoli tumularono i d. fuori delle mura cittadine lungo le vie pubbliche, sul suolo e nel sottosuolo (catacombe). Solo per eccezione dal sec. iv si cominciò a seppellire i d. anche in città, attorno alle chiese; in seguito (secc. vi-xiII) come privilegio sempre più esteso, fino a divenire uso comune, i cadaveri furono tumulati anche nell'atrio e poi nell'interno delle chiese, sempre però ad una certa distanza dall'altare e mai sotto di esso (c. 15, C. XIII, q. 2; can. 1202 § 2).

I cadaveri debbono essere sepolti in cimiteri (v.) o tombe benedette con un particolare rito (cann. 1205-1206); solo la salma di persone costituite in speciale dignità ecclesiastica o di famiglia regale può essere tumulata in chiesa (can. 1205 § 2). La tumulazione non deve farsi che dopo un tempo sufficente a togliere ogni dubbio circa la morte (can. 1213), e la salma tumulata non può essere riesumata senza licenza dell'Ordinario (can. 1214). Il cadavere viene trasportato in chiesa per il rito del funerale dal sacerdote e poi alla sepoltura (cann. 1224 sgg.). Qualunque sia la dignità del d. è vietato ai chierici di portare a spalla o a mano il cadavere di un laico (can. 1233 § 4). Mentre verso tutti i d. deve praticarsi la pietà, solo ai cadaveri di coloro che dalla Chiesa sono stati innalzati agli onori degli altari è lecito e doveroso rendere culto e venerazione liturgica (v. reliquie).

La Chiesa verso tutti i cadaveri professa rispetto, esclude però dagli onori della sepoltura ecclesiastica il cadavere di coloro che non fanno parte di essa o, pur

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facendone parte, se ne sono resi indegni (v. sepolrura ecclésiastica).

A garantire il rispetto dovuto al cadavere ed al luogo ove esso viene deposto, il CIC considera delitto e punisce severamente la loro violazione fatta per furto o per qualsiasi cattivo fine (can. 2328 ).

Bibl.: S. Many, De locis sacris, Parigi 1004; G. Rossi, La - sepulturaecclesiaatica e il sius funerum s, Bergamo 1920; F. B. Najeva, Devoche funeral, Madrid 1930: A. Bernard, La sepulture en droit ecclésiastique du Décret de Grotien au Couclle de Troate, Parigi 1933.

Elio Gambari
II. Diritto civile italiano. - La legislazione italiana, come quella di quasi tutti i paesi, ammette sia l'inumazione sia la cremazione (v.)., questa però soltanto se il d. abbia espresso in testamento la volontà di esser cremato, e sia escluso il sospetto di morte dovuta a reato (art. 59 del R. D. 21 dic. 1942 n. 1880). La sepoltura, di regola, si deve fare nel cimitero (v.), o in cappelle private o gentilizie non aperte al pubblico, poste a non meno di 200 metri dai centri abitati; però il Ministero per l'interno può autorizzare la tumulazione di cadaveri in località diverse, quando concorrano motivi di speciali onoranze. La cremazione è fatta in crematoi autorizzati dal prefetto; e le urne cinerarie contenenti i residui della completa cremazione possono essere collocate nei cimiteri, o in cappelle o templi appartenenti a enti morali, o in colombari privati che abbiano destinazione stabile e siano garantiti contro ogni profanazione (artt. 337-43 del Testo Unico 27 luglio 1934, n. 1265).

Nessun cadavere può esser chiuso in cassa, né essere sottoposto ad autopsia, ad imbalsamazione, a trattamenti conservativi, congelazione o conservazione in frigorifero, né inumato, tumulato o cremato, prima che siano trascorse 24 ore dal momento del decesso, salvo i casi di decapitazione, maciullamento, ed altri con note tanatologiche assolutamente sicure, accertate dal medico necroscopo; nei casi di morte improvvisa o se si dubiti di morte apparente, l'osservazione deve esser protratta fino a 48 ore, salvo che il medico necroscopo non accerti prima sicuri segni di iniziale putrefazione del cadavere; in caso di morte dovuta a malattia infettiva-diffusiva, o se il cadavere presenti segni di iniziata putrefazione, o quando altre ragioni speciali lo richiedano, il sindaco, su proposta dell'ufficio sanitario, può ridurre il periodo di osservazione a meno di 24 ore (artt. 7-8 del R. D. 21 dic. 1942, n. 1880 ).

Non si può dar sepoltura se non con l'autorizzazione dell'ufficiale dello stato civile, il quale non può accordarla se non trascorso il prescritto periodo di osservazione e previo accertamento della morte fatto dal medico necroscopo non prima di 15 ore dal decesso (art. 141 del R. D. 9 luglio 1939, n. 1238, e art. 4-6 del R. D. 21 dic. 1942, n. 1880). I cadaveri delle persone decedute negli ospedali, o di quelle che, decedute altrove senza assistenza sanitaria, sono trasportate ad un ospedale o un deposito di osservazione o un obitorio, sono, salvo talune eccezioni, sottoposti al riscontro diagnostico, che ha finalità prevalentemente scientifiche (art. 32 del Testo Unico 31 sgl. 1933, n. 1592; art. 85 del R. D. 30 sett. 1938, n. 1631; artt. 34-36 del R. D. 21 dic. 1942, n. 1880). I cadaveri poi il cui trasporto non sia fatto a spese dei congiunti compresi nel gruppo famigliare fino al sesto grado, o da confraternite o sodalizi che possano aver assunto impegno per trasporti funebri degli associati, e i cadaveri provenienti da accertamenti medico-legali (esclusi i suicidi), che non siano richiesti da congiunti compresi nel detto gruppo famigliare, sono riservati all'insegnamento e alle indagini scientifiche; essi perciò, trascorso il prescritto periodo di osservazione, vengono consegnati alle sale anatomiche universitarie, per esser poi, dopo eseguite le indagini e gli studi, ricomposti per quanto è possibile e trasportati al cimitero per la sepoltura (artt. 37-39 del R. D. 21 dic. 1942, n. 1880 ).

Altre norme regolano: a) i requisiti delle casse mortuarie e dei carri funebri (artt. 15-16, 27-29, 32-33, 3354 e 56 del R. D. 21 dic. 1942, n. 1880); b) le autopsie (art. 16 del R.D. 28 maggio 1931 n. 602, e artt. 40 e 96 del R. D. 21 dic. 1942, n. 1880); c) l'imbalsamazione e i trattamenti per la conservazione temporanea del cadavere (art. 41 del R. D. 21 dic. 1942, n. 1880); d) l'esumazione e l'estumulazione (art. 16 del R. D. 28 maggio 1931 n. 602 e artt. 61-67 del R. D. 21 dic. 1942, n. 1880).

Il Codice penale poi (artt. 410-12) tutela l'interesse pubblico di garantire il rispetto del sentimento relativo alla pietà verso i d., comminando gravi pene contro chi : a) commette atti di vilipendio sopra un cadavere o sulle sue ceneri (reclusione da 1 a 3 anni; e da 3 a 6 anni, in caso di deturpazione, mutilazione, atti di brutalità o di oscenità); b) distrugge, sopprime o sottrae un cadavere o una parte di esso, o ne sottrae o disperde le ceneri (reclusione da 2 a 7 anni); c) occulta (cioè nasconde temporaneamente) un cadavere o una parte di esso o le ceneri (reclusione da 15 giorni a 3 anni); d) disseciona o altrimenti adopera un cadavere o una parte di esso, a scopi scientifici o didattici, in casi non consentiti dalla legge (reclusione da 15 giorni a 6 mesi o multa da lire 400 a 40.000 ).

Bibl.: V. Mansini, Trattato di diritto penale italiano. VI, Torino 1935, pp. 84-126.

Pio Cipratti

## VI. Nella medicina.

Sotto l'aspetto dell'igiene, l'allontanamento del cadavere dalla comunità sociale viene eseguito in tutti i gruppi umani, sotto le varie forme di inumazione, incenerazione, esposizione del cadavere.

Dal punto di vista affettivo, la sistemazione più ovvia che possa darsi al cadavere è senza dubbio quella della conservazione, la forma più semplice della quale fu quella d'affidarlo al seno della terra, quasi dimenticando che questa, obbedendo alle leggi della natura, riprende inesorabilmente quella materia che già prestò alla vita.

Non sono rari, però, i casi particolari in cui la terra deroga da tale legge, conservando intatta, per un tempo più o meno lungo, la salma affidatale.

Il cadavere in tali condizioni va incontro a un processo di saponificazione (adipocera) o di mummificazione spontanea provocato da processi naturali in virtù di particolari condizioni ambientali e climatiche. Così, ad es., nello stretto di Magellano, tra la Patagonia e la Terra del Fuoco, come nei deserti africani, il grado di siccità è tale che i cadaveri, anche abbandonati alla superfice del suolo, rapidamente mummificano conservandosi indecomposti per anni. A Ferentillo (Speleto), nella parrocchia del Precetto, in un cimitero di ca. 200 anni sistemato in una costruzione dei secc. XI e XII, i d. ivi deposti, dopo ca. un anno, appaiono mummificati così da conservare ben riconoscibili i lineamenti, con un peso del corpo ridotto di ca. sei settimi e quindi leggerissimo; ciò avviene per un processo naturale di sottrazione rapida di liquidi del cadavere (disidratazione), in virtù delle particolari qualità igroscopiche del terreno ricco di calcio e argilla e della forte ventilazione. Tuttavia, a parte però tali e altri casi di conservazione spontanea, sin dai tempi più antichi gli uomini tentarono metodi che garantissero meglio la conservazione del cadavere, particolarmente per quei casi in cui il d. fosse stato persona di alto rango.

Esaminando i vari metodi di conservazione, la mummificazione si presenta come il processo più antico, diffusissimo presso gli Egiziani che ne furono gli ideatori. Essa si basa principalmente sull'essiccamento dei tessuti, essiccamento che costituisce uno dei mezzi più validi di conservazione dei

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tessuti organici. Il processo di mummificazione degli Egiziani, pur variando in rapporto alla spesa che potesse esser sostenuta dai parenti del d., consisteva essenzialmente nello svuotamento delle cavità viscerali (cranio, torace, addome), con mezzi meccanici o chimici (soluzioni caustiche), nell'accurato lavaggio di queste con antisettici, nel loro riempimento con sostanze balsamiche e resinose (mire, cassia, bitume, asfalto), nell'accurato disseccamento ottenuto tenendo il corpo per molti giorni (Erodoto parla di settanta giorni) tutto immerso in una polvere disidratante composta di carbonato di sodio, solfato di sodio, cloruro di sodio. Le salme dei ricchi e delle persone d'alto rango, dopo un ulteriore lavaggio, venivano strettamente avvolte con strisce di tela incollate e verniciate con gomma e altre resine.

L'arte dell'imbalsamazione fiorì in Italia e in particolare a Roma fin dal sec. xvı, giungendo alla più alta perfezione. Successivamente i metodi tentati s'andarono orientando sempre più verso il concetto dell'imbibizione completa della salma con sostanze balsamiche e antisettiche incorporate in mezzi più o meno inerti introdotti forzatamente nello apparato circolatorio in sostituzione dei liquidi circolanti.

Mentre i metodi basati sulle iniezioni vasali vorrebbero conservare al corpo una flessibilità simile a quella del vivente, un'altra serie vogliono raggiungere la conservazione della salma disseccandola, indurendola, quasi pietrificandola.

Il più famoso tra i metodi di pietrificazione è quello che si collega al nome di Girolamo Segato (1792-1836) di Vedana (Belluno).

Sembra che il Segato, che morendo portò con sé il segreto della sua scoperta, avesse raggiunto lo scopo della conservazione perpetua dei corpi organici. Ma in realtà oggi al Museo di storia delle scienze di Firenze si possono vedere i suoi lavori, al pari del famoso tavolo a musaico, tarlati e di aspetto coriaceo.

Non pochi altri tentarono la pietrificazione dei cadaveri, cercando di sostituire la materia organica con l'inorganica; così, il fiorentino Andrea Cozzi nel 1837, il pisano D. Mori e il romano D. Comi nel 1839; il dottor Paolo Gorini di Lodi nel 1849, i cui preparati possono tuttora osservarsi nel Museo dell'Ospedale della sua città. Efisio Marini di Cagliari, morto a Napoli nel 1900, sembrò aver conquistato il segreto della pietrificazione dei corpi, ma il segreto non fu rivelato e tuttora è custodito dalla figlia vivente. Tra i più recenti, nel nostro secolo, vanno ricordati i nomi di Antonio Lotteri, di C. Gregory, G. Chiarella, A. Maggia, N. Pianotti, O. Nuzzi e infine quello del prof. Francesco Spirito, attuale direttore della clinica ostetrico-ginecologica e Rettore dell'Università di Siena, il cui metodo di conservazione dei corpi garantisce, oltre la completa pietrificazione, anche una persistenza perfetta della forma e soddisfacente del colore. Un metodo segreto d'imbalsamazione delle salme è quello posto in opera dai russi Zbarsky e Vorobiev per conservare la salma di Lenin, metodo che richiede però periodiche ispezioni, continue cure e riparazioni del cadavere (G. P. Arcieri, op. cit.).

Battendo una strada differente, il Variot riusci a metallizzare i cadaveri con la galvonoplastica, infiltrandoli con oro e rame; il processo però non penetra in grande profondità e non riesce quindi a impedire per molto tempo la decomposizione.

Birl.: A. Santorelli, Post praxis medica seu de medicando defuncto, Napoli 1629; G. Maggiorani-A. Moriggià, Sulla mummificazione dei cadaveri, Roma 1872; G. Pini, Sulla conservazione dei cadaveri, Genova 1874; G. Albini, Sulla conservazione dei cadaveri mediante il dissectamento artificiale, Napoli 1881; A. Montaldi, Ricerche sperimentali intorno ad alcuni fenomeni che avvengono tra il cadavere ed il suo ambiente, Palermo 1895; G. Balbini, Studi intorno al terreno del Cimitero del Precelto in Ferentilla, Perugia 1805; A. Lotteri, Un nuovo metodo di imbalsamazione, Milano 1902; E. Omboni, Sulla sterificazione conservativa temporanea e permanente delle salme, ivi 1904; G. Chiarella, Il processo di mummificazione integrale delle salme, Roma 1907; C. Gregory, Relativo sur des procédés spéciaux pour la conservation à ses des végétaux et des animaux dans leurs formes, couleurs et flexibilité, ivi 1900; A. Corsini, Alcuni documenti inediti su G. Segato e la pietrificazione degli animali, Firenze 1913; P. G. Payen, Déontologie médicale d'après le droit naturel, Zi-ka-wei (Chang-hai) 1922, p. 474 sgg.; L. Castaldi, Vecchi tentativi di scoprire il segreto di G. Segato, Siena 1926; G. P. Arcieri, Sulla preservazione del corpo umano. Estratto dal «Columbus» del nov. 1935, n. 3; F. Blanco Nairra, Derecho funeral, Madrid 1939, p. 19 sgg.; V. Marcozzi, La vita e l'uomo, Milano 1946; A. Pazzini, Storia della medicina. II, ivi 1947, come ottimo studio sintetico storico e morale ricco di bibliografia.

Giuseppe de Ninno

## DEGER, ERNST: v. REMAGEN.

DEGLI ANTONI, PIETRO. - Compositore, n. a Bologna nel 1648, m. ivi nel 1720. Maestro di cappella in S. Maria Maggiore, S. Stefano e S. Giovanni in Monte, fu per ben sei volte principe dell'Accademia filarmonica.

Oltre a molta musica varia per strumenti, scrisse: il S. Rocco, oratorio su testo di G. L. Piccinardi (1670); Messa e Salmi concertati a 3 voci, 2 canti e basso (1670); Prigiania e morte di s. Rocco, oratorio su testo di F. Ottavi (1673); Il Nubal, ovvero l'ingratitudine punita, oratorio (1682); Sonate a violino solo con basso continuo per organo (1686); L'innocenza depressa, oratorio (1686); Mottetti sacri a voce solo con violini, viole o violoncello (1696); Messe 3 concertate a 3 voci, 2 canti e basso (1697).

Biel.: G. Fantuzzi, Notizie intorno agli scrittori bolognesi, IX, Bologna 1781-94, pp. 5-9; C. Ricci, P. d. A., in Gazzetta musicale di Milano, 44 (1889), p. 67; F. Vatielli, Il Corelli e i maestri bolognesi del suo tempo, in Riv. mus. ital., 23 (1916), pp. 173200, 390-412.

Anza Maria Gentili
DEGOLA, Eustachio. - Sacerdote, l'ultima e più originale figura del giansenismo italiano, n. a Genova il 20 sett. 1761, m. ivi il 17 genn. 1826. Educato alla scuola del Molinelli, confluiscono in lui l'avversione antirromana di fra' Paolo Sarpi (al quale dedicò uno scritto apologetico: Justification de fra' Paolo Sarpi ou Lettres d'un prêtre italien à un magistrat frampois sur le caractère et les sentiments de cet homme célèbre, Parigi 1811; all'Indice, decr. 22 dic. 1817) e la spiritualità di Port-Aloyal (sulle cui rovine tenne nel 1809 la commemorazione centomaria della distruzione).

Con i principi antiromani e le convinzioni giansenistiche ebbero ben presto presa su di lui gli ideali democratici della Rivoluzione Francese ed una politica ecclesiastica che lo apone a stringere amichevoli contatti con il B.-H. Grégoire e O. Mouton. Ebbe infatti una posizione autorevole nella politica ecclesiastica della repubblica ligure (1797-98) pubblicando gli Annali politico-ecclesiastici (1797-99), e partecipò al secondo Concilio nazionale del clero costituzionale francese, in difesa del quale redasse un compendio dell'opera del Solari : L'ancien clergé constitutionnel jugé par un évêque d'Italie (Lusanna 1804; all'Indice, decr. 26 ag. 1822). Solo dal 1791 fu in relazione col vescovo di Pistoia Scipione de' Ricci e non ebbe perciò parte nel celebre Sinodo da lui presieduto; ebbe rapporti amichevoli con i giansenisti toscani e con i teologi del Circolo universitario di Pavia. E quando con la bolla Auctorem Fidei del 1794 furono condannate le tendenze di cui tutti costoro erano fautori, mantenne vivi i reciproci rapporti viaggiando in Italia ed all'estero.

Visse in comunione con la Chiesa scismatica di Utrecht (1794-96) che professava "santa" e diceva di amare di

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- un tenerissimo amore \times. Considerò la Francia sempre come una seconda patria, ed affine a quello degli appellanti e dei gallicani francesi fu il suo pensiero religioso, ripetendo le ambiguità di P. Quesnel, il gallicancsimo del Grégoire, e, come già detto, l'anticurialismo di Paolo Sarpi. Iniziò la sua attività giansenistica nel 1792 traducendo con lo pseudonimo di Ireneo Filarete l'opera del Guibaud: Gemiti di un'anima penitente ricavati dalla S. Scrittura e dai SS. Padri, collaborò agli Annales de la Religion del Grégoire, e, con quest' ultimo, in Parigi (1819-22) alla Chronique religieuse dando infine alle stampe in Lipsia (1820) il Catechismo dei Gemiti. Compilò altri vari opuscoli, tra i quali alcuni ancora manoscritti (biblioteca Vaticana, codd. Vat. lat. 13136) sul millenarismo, sull'infallibilità pontificia, ecc., i quali confermano il suo contrasto con la dottrina della Chiesa.

Tra le varie amicizie ebbe quella insigne di Alessandro Manzoni. Apostolo per la conversione dei calvinisti, dopo quella della famiglia Geymüller (18051808), contribuì alla conversione di Enrichetta Manzoni Blondel ( 18 io) e di Adele Sellon marchesa di Cavour. Anima di singolari dati spirituali, distinto per cultura e purezza di vita, nel 1820 fondò con l'Assarotti in Genova l'Istituto dei sordomuti. Rimane di lui il copioso epistolario, vera miniera d'informazione sulle controversie ecclesiastiche del suo tempo, e documento decisivo delle sue aberrazioni dottrinali.

Bib.: A. De Gubernatis, E. D., il clero costituzionale e la conversione della famiglia Manzoni; spogli di un carteggio inedito, Firenze 1882; P. Savio, Descezione di nome. Adeodato Turchi alla Santa Sede, Roma 1938; E. Codignola, Carteggi di giansenisti liguri, 3 voll., Firenze 1942, passim; F. Ruffini, Studi sul giansenismo, Firenze 1943.

Benvenuto Matteucci
DEGRADAZIONE. - Etimologicamente privazione del grado o retrocessione ad un grado inferiore, è in diritto canonico la più grave delle pene vendicative applicabili soltanto ai chierici, in quanto essa importa la deposizione del colpevole, il divieto perpetuo di usare l'abito ecclesiastico (v.), e la riduzione allo stato laicale: gli effetti della d. sono perciò simultaneamente quelli di queste tre pene (cf. CIC, can. 2305 \S 1 ).

Nel diritto vigente possono essere puniti con la d. soltanto i chierici colpevoli di uno dei seguenti delitti : a) ascrizione ad una setta acattolica e persistenza in essa sebbene ammoniti (can. 2314 § i, n. 3); b) violenza personale contro il sommo pontefice (can. 2343 § i n. 3); c) omicidio (can. 2354 § 2); d) sollecitazione, nei casi più gravi (can. 2368 § i); e) matrimonio, se si tratta di chierico maggiore (can. 2368 \S I); e inoltre tutti quelli che, dopo essere già stati deposti e privati dell'abito ecclesiastico, continuino a dare grave scandalo per almeno un anno (can. 2305 \S 2 ).

La d. può essere inflitta solo in seguito a processo giudiziario, mediante sentenza pronunciata da un tribunale di cinque giudici (can. 1576 § i n. 2). Nel Pontificale Romanum (parte 30) è prevista una solenne cerimonia, per la d. di un chierico; esso viene spogliato delle vesti sacre, gli si rade la tonsura, gli si tolgono di mano gli instrumenta consegnatigli nell'ordinazione; la d. seguita da tale cerimonia si chiama d. reale, quella invece applicata mediante la sola pronuncia della sentenza si chiama d. verbale (can. 2305 § 5).

Quando per un delitto è prevista dalla legge la pena della d., non è applicabile il rimprovero giudiziale (v.; can. 1948 § i); e non può essere disposta la sospensione condizionale della pena della d. (can. 2288).

Fino al sec. xir non fu distinta dalla pena della deposizione (v.); ma con Innocenzo III e Bonifacio VIII (cf. nel Corpus Juris Canonici: c. 7, X, V, 20; c. 27, \mathrm{X}, \mathrm{V}, 40 ; \mathrm{c} .2, \mathrm{~V}, 9 in Sext.) la distinzione fu posta nettamente, e rimase poi nei secoli successivi. Il CIC ha
ridotto il numero dei delitti punibili con la d., ed ha equiparato in tutto gli effetti della d. verbale e di quella reale (distinzione introdotta da Bonifacio VIII).

Bun.: Werne-Vidal, VII, pp. 371-72, 384-95; E. Jombart, Degradation, in DDC, coll. 1071-74.

Pio Ciprotti
DE GREGORIO, Emanuele. - Cardinale, n. a Napoli il 18 dic. 1738, m. a Roma il 7 nov. 1839. Al tempo della Repubblica romana del 1798, fu, con grande suo orrore, designato dal generale francese Dallemagne e dal governo repubblicano quale antipapa da opporsi a Pio VI, prigioniero a Siena. Scampato da tale frangente, si rifugiò presso il Papa per protestargli la sua incondizionata devozione. Durante la prigionia di Pio VII a Savona esercitò per qualche tempo in Roma le funzioni di delegato apostolico, finché non gli fu intimato di recarsi a Parigi, ove il 2 genn. 1811 fu arrestato, e detenuto fino alla caduta di Napoleone. Liberato, si fermò ancora in Francia al fine di recuperare i tesori vaticani rapiti dai Francesi. Pio VII lo creò cardinale l'8 marzo 1816 ed in tale qualità fece parte di numerose Congregazioni.

Bibs.: G. Barhassi, Elogio storico del card. E. de G., Roma 1840.

Niccolò Del Re
DE GROOT, Johann Vincent. - Apologista domenicano, n. a Schiedam (Olanda) il 4 luglio 1848, m. ad Amsterdam il 26 febbr. 1922. Tenne per oltre 25 anni la cattedra di filosofia tomistica, allora fondata, all'Università di Amsterdam. Si distinse anche come conferenziere e direttore di spirito. Scrisse molto: notissima è la Summa apologetica de Ecclesia catholica ad mentem s. Thomae Ag. (Ratisbona 1890).

Bun.: B. H. Malkanbner-A. H. van Rooy, Pater d. G.-Alerdenhing en Hable, Hertogenbosch 1923; G. Lèhr, s. v. in L'TML, IV, col. 709.

Abele Redigonda
DE GUIBERT, Joseph. - Gesuita, scrittore di ascetica, n. a. Montaigu (Haute Garonne) il 14 sett. 1877; m. a Roma il 23 marzo 1942. Professore di teologia dogmatica per vari anni, fu, nel 1922, chiamato a Roma alla Università Gregoriana per la cattedra di teologia spirituale, dove alla erudizione cospicua seppe congiungere un grande senso di rettitudine e di discrezione.

Fondò nel 1920 a Tolosa la Revue d'ascétique et de mystique; fu pure tra i fondatori del Dictionnaire de Spiritualité (Parigi 1937 sgg.). All'una e all'altro forni numerosi articoli assai apprezzati. Le sue opere principali sono: Etudes de théologie mystique (Tolosa 1930); Documenta ecclesiastica Christianae perfectionis studium spectantia (Roma 1931); Theologia spiritualis ascetica et mystica (Roma 1937) Legum de théologie spirituale (Tolosa 1946). Frutto del suo magistero di teologia dogmatica rimane De Christi Ecclesia (Roma 1928).

Bun.: E. Lamalle, Necrologia, in Archiv. historis. S. I., II (1942), p. 211.

Celsstino Testore
DEHARBE, Joseph. - Gesuita, n. a Strasburgo in Alsazia il 1^{°} apr. 1800, m. a Maria Laach l'8 nov. 1871. Professore a Briga e nel seminario di Lucerna, con qualche parentesi di predicazione, si persuase ben presto della stringente necessità di un catechismo più adatto ai bisogni del tempo, più semplice e popolare; perciò, seguendo da vicino i migliori modelli e specialmente i testi di s. Pietro Canisio, pur dividendo altrimenti la materia, pubblicò anonimo il suo Katholischer Katechismus (Ratisbona 1847), svolto in quattro modi differenti, per i fanciulli, gli alunni dei diversi ordini di scuole, gli adulti.

L'opera raccolse subito l'universale approvazione; quell'anno stesso e nei successivi venne adottata come testo ufficiale in molte diocesi della Germania, Svizzera, Austria, Ungheria, Stati Uniti di America. Il che molti-

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plicò le edizioni, con o senza nome dell'autore, e le traduzioni; le une e le altre con sempre nuovi adattamenti e rimaneggiamenti, fino ai nostri giorni. Pregio dell'opera sono, con l'esattezza teologica, la brevità e la precisione della espressione, la chiarezza e l'ordine.

Il D. compi più tardi l'opera sua catechetica con l'Erklärung der katholischen Katechismus ( 4 voll., cui volle aggiungerne un quinto: Religionsgeschichte, succinta storia della Chiesa, che si risolve nello stesso tempo in una limpida dimostrazione della sua origine divina [Ratisbona 1857-61]); che poi ridusse a compendio con Kürzeres Handbüch für Religionsunterricht (2 voll., ivi 1865-68). Tra le molte traduzioni italiane delle sue opere è degna di nota quella dell'Erklärung col titolo: Spiegazione del catechismo gronde, illustrata con esempi e disposta secondo l'ordine del Catechismo di Pio X a cura di G. Perardi ( 6 voll., Roma 1908-1909).

Delle altre opere ascetiche è bene ricordare: Examen ad usum cleri (Ratisbona 1849) e Die Vollkommene Liebe Gottes (ivi 1836).

Bim.: Sommervogel, II, coll. 1873-84; IX, coll. 182-84; F. X. Thalhofer, Entwicklung der hath. Katech. in Deutschland von Cautrian bis D., Iriburgo in Br. ibad.; J. Lando, Der mittlere ILeche Katech., als. Versuch zur Laune der Katechismusfrage neu bearbeitet, mit einer bist.-hrit. Abhandlung, Rarolama 1900; id., s. v. in Lemb. der Pädagogik, I (1913), coll. 715-17.

Celestino Testore
DEHON, Jean-Léon. - Sacerdote e fondatore, n. a La Chapelle (Soissons) il 14 marzo 1843, m. a Bruxelles, il 12 ag. 1925. Fu nel 1869 tra gli stenografi del Concilio Vaticano, e poi, negli studi teologici superiori, condiscepolo, alla Gregoriana, del futuro Benedetto XV. Tornato in patria, esercitò il ministero parrocchiale a St-Quintin fondando una serie di opere sociali assai feconde.

A perpetuare queste forme di apostolato moderno fondò una congregazione di Oblati del S. Cuore (1878) che in seguito, dopo varie vicende, si poté affermare definitivamente sotto il nome di Congregazione dei Sacerdoti del S. Cuore (1883). La diffusione dell'istituto fu notevole in Europa, in America e nelle missioni del Congo belga e del Camerun francese. Assai interessante l'attività del D. per la divulgazione dell'azione sociale secondo l'encicl. Revium novarum; un suo libro, Catechismo sociale, largamente diffuso nel mondo cattolico corrisponde a tale scopo. Al D. si deve l'iniziativa della costruzione, a Roma, del tempio internazionale di Cristo Re sull'antica piazza d'Armi.

Bim.: A. Du Camp, Le p. D. et son oeuvre, Parigi 1936; A. Prelut, L'oeuvre sociale du chanoine D., ivi 1936.

## DE HONDT : v. PIETRO CANISIO.

DE IESU CHRISTO DEO ET HOMINE. Centotrentasette esametri, attribuiti a un Vittorino, come il carme De fratribus VII Macchabaeis, ma certamente di altro autore, il quale pare abbia copiato Sedulio e Prudenzio.

Bim.: Ed.: C. Fabricius, Veterum poetarum ecclesiastico. rum opera, Basilea 1546, p. 761; Sanctae reliquiae daum Pictorimorum... cum notis et praefacioue D. Anch. Riteini, Gotha 1652, p. 124. Non esiste una edizione più recente. M. Manitius, Geschichte der Christlich-lateinischen Poesie bis zur Mitte des 8. Jahrhunderts, Stoccarda 1891, p. 115 sgg. Erik Peterson

DE INDURATIONE GORDIS PHARAONIS. - Trattato che nel sec. IX circolava sotto il nome di s. Girolamo, ma che certamente non è opera del Santo Probabilmente l'autore è Pelagio. Il trattatello fu scoperto dal benedettino Germain Morin, ed il suo testo pubblicato dopo la morte del grande studioso da De Plinval.

Bim.: G. de Plinval, Essai sur le style et la langue de Pilage, suivi du traité indéli: De i. c. ph. (Collectanea Priburgensia, 31), Friburgo 1947, p. 120 sgg. Erik Peterson

DE IONA. - Poema tramandato sotto i nomi di Tertulliano e Cipriano, e che è stato attribuito da Brewer al poeta Cipriano Gallico.

Ma a torto: può essere che sia l'opera di un contemporaneo e compaesano di quest'ultimo. Pare sicuro che l'autore del D. I. sia anche l'autore del poema De Sodoma. Del poema D. I. si è conservata solo la prima parte ( 105 esametri), manca il racconto della penitenza di Ninive. Probabilmente è del sec. v.

Bim.: Ultima ed. di R. Peiper, Cypriani Galli poetae Heptateuchos, Vienna 1891 : CSEL, XXIII, pp. 212-26; H. Brewer, Uber den Heptateuchdichter Cyprian, in Zeitschrift für hochei Thool., 28 (1904), p. 98 sgg.; Manitius, Gesch. der Christl. lutein. Poesie, Stoccarda 1891, pp. 52-54. Erik Peterson

DEI PITATI, BONIPazio: v. BONIPACIO VERONISE.

DEISIDAIMONIA. - Voce greca che significa "rispettoso timore, pietà verso gli dèi" (Senofonte, Aristotele), ma è anche usata con significato sfavorevole per «il timore esagerato degli dèi e dei presagi», cioè per una religione scrupolosa, inquieta di se stessa e anche superstiziosa e bigotta.

E notevole il ritratto che Teofrasto (Caratteri, XVI) fa dell'uomo che esagera e moltiplica pratiche religiose e purificazioni, e vive nel terrore dei presagi e delle impurità. Le pratiche ricordate sembrano a noi moderni superstiziose, per i Greci erano riti usuali : nel ritratto di Teofrasto sono eccessive e esagerate.

Bim.: H. Bollestein, Theophrastos' Charakter der D. (Religionsgesch. Vers. und Vororb., 21, 11), Giessen 1929; P. J. Koets, Sacrofasciofis. A contribution to the knowledge of the religious terminology in Grech, Utrecht 1929. Luisa Banti

DEISMO. - Etimologicamente d. (da Deus) è identico a teismo (da \partial ε δ ξ ); ma ne è diverso il senso filosofico e storico. Il significato filosofico oggi comune è quello già precisato da Kant: il deista «ammette che noi... possiamo conoscere con la semplice ragione l'esistenza di un Essere originario, ma... soltanto come un Essere che ha ogni realtà, della quale però non possiamo dare più precisa determinazione»; il teista «afferma che la ragione è in grado di determinarne ulteriormente l'oggetto secondo l'analogia con la natura, cioè: come un Essere che contenga in sé il primo principio di tutte le altre cose mediante intelletto e libertà. Quello si rappresenta quindi in tale essere soltanto una Causa del mondo (se mediante la necessità della sua propria natura, o mediante libertà, rimane non decivo), questo un Autore del mondo»; e poco oltre : «il deista crede in un Dio, ma il teista in un Dio vivente (summam intelligentiam) " (I. Kant, Kritik der reinen Vernunft, { }^{2} ed., Riga 1781, pp. 631-33; cf. trad. it., 2ª ed. Bari 1925, pp. 493-94).

Come fatto storico il d. non ha un senso così determinato e ristretto. Indica in genere quel movimento filosofico-religioso dei secc. XVII-XVIII, o preliminare o intrecciantesi o confluente nell'illuminismo, che tendeva a eliminare ogni elemento soprannaturale della religione e a stabilire una religione puramente naturale. In concreto prese aspetti diversi. Sull'inizio del sec. xvili Samuel Clarke (1675-1729), oppositore del d., in A demonstration of the Being and Attributes of God (Londra 1705) distingueva quattro classi di deisti : 1) Quelli che ammettono Dio, ma ne negano ogni provvidenza: Dio, causa intelligente, tratto il mondo dal caos, lo ha lasciato completamente a se stesso. 2) Quelli che ammettono anche la provvidenza, ma limitata ai soli eventi fisici: Dio non s'interessa del bene e male morale, che deriva solo dalle leggi positive; non esiste per l'uomo una vita futura. 3) Quelli che ammettono la provvidenza anche per la vita morale: la legge morale è da Dio; ma non c'è immortalità, né quindi sanzione in una vita ulteriore. 4) Quelli che professano tutte le verità naturali su Dio; ammettono la vita futura; ma rigettano ogni autorità religiosa e la rivelazione.

Il termine deista appare nel sec. XVI. Il pastore calvinista M. Viret, nell'Epitre didicatoire della parte 2ª dell'Instruction chrétienne (1564), ne parla come di «un

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mot tout nouveau, lequel ils (i deisti) veulent opposer à Athéisme». Delle loro idee dice : «Riconoscono Dio, ma non ammettono Gesù Cristo. L'insegnamento degli Apostoli e degli Evangelisti è per essi pura favola e fantasticheria n. L'uso della parola si va diffondendo nel sec. xvir. Fino al sec. xviri, e anche agli inizi del xix, talvolta è usato nello stesso senso anche teismo (termine di origine inglese, messo in voga specialmente da Ralph Cudworth, [1677-88]).

Il d. ebbe i suoi assertori sistematici dapprima in Inghilterra, dove però, almeno fino a D. Hume e E. Gibbon, fu, sia per valore scientifico che letterario, movimento di secondaria importanza. Fra i principali rappresentanti sono particolarmente degni di rilievo: J. Toland (1670-1722) e M. Tindal (1676-1733). Il Toland nel Christianity not mysterious (Londra 1696) intende dimostrare, come dice il sottotitolo dell'opera, "che nulla vi è nel Vangelo contrario alla Ragione, né al di sopra di essa, e che nessuna dottrina cristiana può chiamarsi propriamente un mistero \%. La rivelazione vi è ammessa, ma «la rivelazione serve soltanto a informarci, mentre la dimostrazione del suo oggetto è quel che ci persuade». Il Tindal nell'opera (spesso denominata la Bibbia del d.), Christianity as old as the Creation: or the Gospel a Republication of the Religion of Nature (Londra 1730), vuol dimostrare che la religione naturale fu assolutamente perfetta fin dall'inizio; che la rivelazione non fu potuto aggiungervi nulla; che Cristo ha ristabilito la religione naturale o legge di natura. Altri notevoli rappresentanti del d. inglese furono: A. Collins ( 1676-1729 ); Th. Chulb (1679-1747); Th. Morgan (m. nel 1743); Lord H. Bolingbroke (H. St. John, 1678-1751), amico del Voltaire, che conobbe durante il suo esilio in Francia, e ospitò poi per tre anni in Inghilterra.

Il d. inglese derivava in parte dalla Francia. In Francia ritornò più sviluppato, e vi fu diffuso specialmente per opera del Voltaire, del Rousseau e degli Enciclopedisti. Una rinascita vi si ebbe nel sec. xix con il Cousin e gli spiritualisti.

In Germania le idee del d. arrivarono sia direttamente dall'Inghilterra sia attraverso la Francia, e confluirono, sviluppandovisi, nel più vasto movimento illuminato. Propugnatori tra gli altri ne furono: H. Samuel Reimarus (1694-1768), noto specialmente per la Apologie oder Schutzschrift für die vernünftigen Verehrer Gottes, pubblicata postuma (1774-77) parzialmente dal Lessing, come frammenti di un anonimo trovati nella biblioteca di Wolfenbüttel (nel Braunschweig); M. Mendelssohn (1729-86), il più notevole rappresentate della "filosofia popolare», spesso menzionato da Kant; e specialmente G. E. Lessing (1729-81). Nella sua opera più matura, e che esercitò un influsso non limitato al suo tempo: Erziehung des Menschengeschlechtes (Berlino 1780) considera il Vecchio e il Nuovo Testamento come semplici prodotti storici, non però arbitrari, ma fondati sulla intrinseca legge dello sviluppo dell'umanità. Essi sono prodotti della sua infanzia e giovinezza; spetta alla maturità scoprire nei loro dogmi le verità razionali in essi imaginosamente adombrate. Kant è, quanto al concetto di Dio, un teista, sebbene a suo modo (l'esistenza di Dio non è dimostrabile speculativamente, ma solo dalla legge morale dell'uomo, come semplice postulato pratico); per il suo concetto di religione è invece da annoverare fra i deisti.

Il d. come fenomeno storico si spiega principalmente con la stanchezza e scetticismo causati dalle lotte religiose fra cattolici e protestanti, e più ancora degli stessi protestanti fra loro. Se ne ha la riprova nel fatto che, mentre si diffuse in Inghilterra, Francia e Germania, ebbe solo debole risonanza tanto in Italia (che pur aveva dato ai deisti inglesi suggestioni e idee) quanto in Spagna.

Fra le varie idee convogliate dalla corrente deista, è fondamentale quella di religione naturale, affermata dal d. come l'unica vera e legittima. Perché questa affermazione fosse validamente fondata bisognerebbe dimostrare: o l'impossibilità della rivelazione; o la sua non esistenza di fatto; o infine che,
ammessa pure l'esistenza della rivelazione, questa non ha tali requisiti da esigere il nostro assenso.

L'impossibilità della rivelazione potrebbe sostenersi solo sul presupposto di un Dio impersonale, che agisca non come causa intelligente e, relativamente alle operazioni ad extra, libera, ma come cieca e necessaria forza naturale; sul presupposto cioè di un Dio concepito pantcaticamente. Le sorti di quest'ipotesi sono legate a quelle del pantcismo.

A dimostrare che di fatto non v'è stata rivelazione, bisogna demolirne le prove di fatto, cioè dedotte da fatti soprannaturali. Questo potrebbe attenersi negando di tali fatti o radicalmente la stessa realtà storica o il carattere soprannaturale. Fu la via seguita dal Reimarus, nell'opera di cui pubblicò frammenti il Lessing. Sul valore di simili tentativi, v. specialmente: Gesù CRisto; Rivelazione.

Prescindendo da tale questione, si può invece cercare di dimostrare che, se anche esistessero fatti soprannaturali, da essi non può comunque dedursi la certezza delle proposizioni di fede. L'argomento passa qui nel campo filosofico; ed è stato formulato nel modo più tecnicamente preciso dal Lessing: «verità storiche contingenti non possono mai valere come dimostrazione di verità necessarie di ragione». Tale principio è strettamente connesso con il generale problema gnoseologico: se sia possibile la conoscenza dell'universale e necessario dal particolare e contingente. Kant partì appunto, com'è noto, dalla risposta negativa in cui si accordavano empiristi e razionalisti, per formulare la teoria del giudizio sintetico a priori. Nel caso nostro si può, in parte, fare astrazione da tale problema, purché si ammetta la validità oggettiva del principio di causalità. Giacché si tratta qui di provare dai fatti storici non direttamente le verità rivelate (necessarie), ma solo che Dio ha parlato; quindi da fatti contingenti un fatto contingente (la rivelazione è, come fatto, contingente, poiché libero da parte di Dio). E le verità necessarie di fede derivano, propriamente, non dalla contingenza del fatto della rivelazione, ma dalla necessaria veracità dell'autore di questo fatto.

Rimarrebbe soltanto, per arrivare alle ultime radici del problema, da esaminare se da un fatto storico si possa risalire a Dio come a ragion sufficente. Tale problema però non è che un aspetto della questione generale: se dal contingente sia possibile risalire a Dio, Essere necessario; sulla quale questione v. Dio.

Quanto al significato tecnico che ha in filosofia, il d. appare un compromesso inconseguente tra agnosticismo e teismo. Esso vuole affermare la conoscibilità dell'esistenza di Dio, negare la conoscibilità, anche analogica, della sua natura. Ma l'inconoscibilità della natura di Dio coinvolge anche quella della sua esistenza. Quando infatti di Dio s'ignori se sia trascendente o immanente al mondo, causa intelligente e libera o cieca forza naturale, s'ignora in realtà se esiste : poiché un Dio immanente (nel senso panteista) è Dio soltanto di nome, e una forza cieca non lo è nemmeno di nome. Il d. quindi possiede solo l'apparente consistenza dei concetti confusi.

Appena le si pensi fino in fondo, cioè lo si pensi davvero, si dissolve: nel puro agnosticismo, se si esplica ciò che il d. ha implicito nel suo aspetto negativo (inconoscibilità della natura divina); nel teismo o nel pantcismo e ateismo, se si precisi il suo contenuto positivo (conoscibilità dell'esistenza di Dio).

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BibL.: L. Nosck, Die englischen, französischen und deutschen Freideuber, Berna 1823-25; Th. Simon, Grundriss der Grubichte der nentren Philosophie in ihren Beziehungen zur Religion, Erlangen-Lipsia 1920; E. Cassirer, La filosofia dell'illuminismo, 2^{4} ed., Firenze 1944. Per l'Inghilterra: G. V. Lechler, Geschichte des englischen Deismus, Stoccarda e Tubinga 1841; F. Tulloch, Rational theology and christian philosophy in England in the 17 th century, 2 voll., Londra 1872; A. Sayous, Les déiters anglais et le christianisme rationaliste, Parigi 1882; J. W. Wheeler, Biographical dictionary of freethinkers, Lon. dra 1889. Per la Francia: Ph. Damiron, Mémoires pour servir à l'histoire de la philosophie au XVIIIe siècle, I-II, Parigi 1838; III, ivi 1864. Per la Germania: E. Riexsschmar, Über das Verhältnis Lestings in seiner "Erziehung des Menschengeschlechts" zur deutschen Aufhliörung, Borna-Lipsia 1904; J. Engert, Der Deismus in der Religions- und Offenbarungskritik des H. S. Reimerss (Thral. Studien der österr. Leo-Gesellschafi, 22), Vienna 1916. M. Rossi, Alle fonti del d. e del materialismo moderno, Firenze 1942.

DE IUDICIO DOMINI. - Poema che viene intitolato anche Carmen ad Flavium Felicem ed è stato attribuito nel passato a Tertulliano o s. Cipriano. Ma il Flavius Felix menzionato nel titolo è senza dubbio il medesimo che visse nei tempi del re dei Vandali Trasamundo (496-523) a Cartagine, dove compose alcune poesie (v. Manitius, Gesch. der Christl.-latein., Poesie, Stoccarda 1891, p. 342; W. Meyer, Gesammelte Abhandlungen zur Mittellateinischen Rhytmik, II, Berlino 1905, p. 122).

Il poeta africano ha imitato specialmente Draconzio che visse sotto il predecessore di Trasamundo (Waszink nella sua edizione, p. 33). L'attribuzione del poemetto a Verecundus non è sostenibile (Manitius, p. 155; Waszink, op. cit., p. 35). L'autore, che visse probabilmente verso il 500 in Africa, conosce le opere di Commodiano, Draconrius, Iuvencas, il Carmen adversus Marcionitas, ma pure che nelle sue idee escatologiche sia anche influenzato da una fonte orientale (Oracula Sibyllina?). Nelle sue prove per la resurrezione dei morti l'autore ha conservato una vecchia tradizione. Lo stesso vale per il suo catalogo dei vizi (Apocalisse di Pietro?).

BibL.: Ed. del testo con buon commentario di I. H. Waszink, Carmen ad Flavium Felicem de resurrectione mortuorum et de i. D. (Florilogium buricistum, suppl. 1), Bonn 1927. Erik Peterson

DE JACOBIS, Giustino, leato. - Vescovo titolare di Nilopoli e primo vicario apostolico dell'Abissinia, n. in S. Fcle (Potenza) il 9 ott. 1800, m. ad Eidale, nei pressi della valle Alighedé, il 31 luglio 1860. Entrò nella Congregazione della missione di S. Vincenzo de' Paoli, e, ordinato sacerdote a Brindisi il 12 giugno 1824, si rivelò subito missionario zelantissimo; fu vero angelo di carità nel colera che decimò Napoli nel 1836-37.

Per isvito di Propaganda Fide partì per l'Abissinia nel 1839, come prefetto apostolico, e vi lavorò indefessamente per 21 anni alla conversione degli eretici, che a migliaia ricondusse in seno alla Chiesa cattolica. Eresse in Abissinia il primo istituto per la formazione del clero indigeno, chiamandolo Collegio dell'Immacolata. Vinte molte renitarce, fu consacrato vescovo il 7 genn. 1849 dal Massaia; e il primo ordinato fu un eroe della fede, l'indigeno b. Gebre Mikā'ēi. Sostenne, in Abissinia, fatiche, privazioni, sacrifici e persecuzioni d'ogni genere. L'empio Salama di lui scrisse al re Teodoro: "Caccia via l'abuna Jacob... ma non l'uccidere: è un santo, e nessuno osserva meglio di lui la legge del Signore». Il 31 luglio 1860 placidamente spirò. "Così moriva - scrisse il Massaia - il fondatore della Missione abissina, l'apostolo infaticabile dell'Africa Orientale, il Maestro dei missionari, il tipo del coraggio e dell'abnegazione indispensabile alla buona riuscita del ministero sacro fra quella gente». Il 25 giugno 1939, nel 1^{°} centenario dalla fondazione della sua missione in Etiopia, fu beatificato da Pio XII.

BibL.: S. Aosta, Vita del beato G. De 7., Roma 1939. Giuseppe Scognamillo
DE JERPHANION, Guillainze. - N. il 3 marzo 1877 a Pontèves (Var), m. a Roma il 22 ott. 1948.
![img-8.jpeg](img-8.jpeg)
(per carterio del p. I. Ortiz de Urbana)
De Jerphatuam, Guillaume. Ritratto.

Entrato nella Compagnia di Gesù nel 1893 fu inviato nel 1903 al Collegio di Tokat per gli Armeni dell'Anatolia dove restò fino al 1907, compiendo in quell'anno una prima visita alle chiese rupestri della Cappadocia dove tornò dall'estate 1911 al genn. 1912.

Dal 1918 divenne docente di archeologia orientale nel Pontificio istituto orientale, dove insegnò anche epigrafia e istituzioni bizantine. La sua opera più poderosa è quella sopra Une nouvelle province de l'art byzantin. Les églises rupestres de Cappaduce (Parigi 1925-36) in due volumi di testo, divisi in quattro parti e 208 tavole. Seguono: Mélanges d'archéologie anatolienne. Monuments préhelléniques gréco-romains, byzantins et musulmans de Pont, de Cappaduce et de Galatie (in Mélanges de l'Université de St-Joseph de Beyrouth, 13 [Beyrouth 1928]).

Fin dal 1926 egli studiò profondamente il calice di Antiochia (v.), da alcuni datato al sec. i, dal Wilpert ritenuto falso, riconoscendo in esso un prodotto dell'arte del sec. vi (Le calice d'Antioche, Les théories du dr. Eisen et la date probable du calice, in Orientalia Christia7 [Roma 1926]). E dopo la visione diretta all'esposizione d'arte bizantina di Parigi nel 1931 egli confermò le sue conclusioni (La voix des monuments, II, pp. 19-35). Molto pregevoli sono i due volumi dal suggestivo titolo: La voix des monuments. Notes et études d'archéologie chrétienne, apparsi, il primo nel 1930, il secondo nel 1938. Essi riuniscono un certo numero di conferenze o di studi già apparsi in precedenti riviste, ma aggiornati e corredati di illustrazioni. In essi si rispecchia la profondità della dottrina dell'autore non solo nel campo iconografico ed epigrafico, ma anche in quello liturgico.

Specialmente notevoli sono gli studi che illustrano: Le rôle de la Syrie et de l'Asie Mineure dans la formation de l'iconographie chrétienne (I, pp. 201-44); Le cycle iconographique de Sant'Angelo in Fornìs (I, pp. 260-60); La représentation de la Croix et du Crucifix aux origines de l'art chrétien (I, pp. 138-64); L'image de Jésus-Christ dans l'art chrétien (II, pp. 1-26); L'attribut des diacres dans l'art chrétien du moyen-âge en Orient (II, pp. 285-98); La plus ancienne représentation de l'orarion du diacre (II, pp. 279-82). La sua attività scientifica si svolse anche in numerosi periodici, quali il Bessarione, Etudes, Mélanges de l'Université de St-Joseph de Beyrouth, Orientalia Christiana, La revue de l'art chrétien, le Recherches de science religieuse, Byzantion, les Etudes classiques, la Nouvelle revue théologique, Orientalia Christiana Periodica.

Va soprattutto ricordato il suo Bulletin d'archéologie chrétienne et byzantine nel quale l'autore prendeva in esame le recenti pubblicazioni e scoperte archeologiche. Il Bulletin apparve prima in Orientalia Christiana (dal 1928 al 1935) e poi in Orientalia Christiana Periodica (dal 1936 al 1948). Partecipò efficacemente con pregevoli studi all'attività dell' { }^{2} Académie des Inscriptions et Belles Lettres " a cui appartenne e della Pontificia Accademia romana di Archeologia, della quale fu socio effettivo dal 1932 con uno studio su L'ambon de Solonique, l'arc de Galère et l'ambon de Thèbes (Memorie della Pont. accad. rom. di Arch., 3ª serie, 3 [1932], pp. 109-32); con Osservazioni coll'origine del quadrato magico "Sator orepa" (Rendiconti della Pont. Accad. rom. di Arch.