lles Lettres " a cui appartenne e della Pontificia Accademia romana di Archeologia, della quale fu socio effettivo dal 1932 con uno studio su L'ambon de Solonique, l'arc de Galère et l'ambon de Thèbes (Memorie della Pont. accad. rom. di Arch., 3ª serie, 3 [1932], pp. 109-32); con Osservazioni coll'origine del quadrato magico "Sator orepa" (Rendiconti della Pont. Accad. rom. di Arch., 3ª serie, 12 [1937], pp. 401-404) e con La véritable interprétation d'une plaque aujourd'hui perdue de la chaire d'ivoire de Ravenne (ibid., 14 [1939], pp. 29-46). Ultimi suoi lavori furono:
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Les miniatures du manuscrit syringue n. 539 de la Biblinthèque Vaticane (Città del Vaticano 1940); Vieilles croix des Monts du Lyonnais; Les croix de Larajane et autres lieux voisins (Lione 1942); Le Missel de la Ste Chapelle à la Bibliothèque de la Ville de Lyon (ivi 1944). La bibliografia completa è stata pubblicata in Orientalia Christiana Periodica (13 [1947], pp. 6-17).
BibL.: A. Racs, Le r. p. G. de 7., in Orientalia Christiana Periodica, 14 (1948), pp. 418-23. Enrico Josi
DELAGROIX, Eugène. - Pittore n. a Charenton St-Maurice il 25 apr. 1794, m. a Parigi il 13 ag. 1863 .
Allievo dapprima del Guerrin (1816) e poi della Scuola di belle arti di Parigi (1818) dopo un viaggio in Italia si orientò decisamente verso ricerche di nuovi mezzi espressivi. Ritenuto in genere il rappresentante tipico del romanticismo pittorico francese in opposizione ad Ingres stimato la più caratteristica espressione del classicismo E. D. oltre ad essere un grande colorista va considerato per il suo potere di realizzare immagini a mezzo di una energica pennellata che disegna e modella le forme in una densa massa cromatica. Spontaneo, passionale, enfatico, oppone ai modi caratteristici descrittivi e conchiusi della accademia tradizionale intellettualistica i diritti della libera fantasia, l'ardore per le pure ricerche pittoriche. Dopo aver dipinto mirabili piccoli quadri ricchi di foga e di eroici slanci e grandi composizioni di soggetto storico o d'ispirazione letteraria quali la Barea di Dante (1822), la Morte di Sardanapalo (1827), la Battaglia di Taillebury (1837) D. si dedicò anche a vaste composizioni murali quali gli affreschi di palazzo Borbone e del Lussemburgo, alcune anche di soggetto religioso, quali gli affreschi della cappella dei SS. Angeli nella chiesa di S. Sulpizio a Parigi (1861).
BibL.: Opere : Lettres, a cura di Ph. Burry, 2 voll., Parigi 1880; Journal a cura di P. Flat e R. Piot, 3 voll., ivi 1893-95. Studi: J. Meier-Graefe, D., 2^{°} ed., Monaco 1923; A. M. Brizio, Ottocento-Novecento, Torino 1939, pp. 119-32.
Emilio Lavagnino
DELAFORGE, Louis: v. la forge, louis de.
DELAGE, Yves. - Zoologo e biologo francese, n. ad Avignone il 13 maggio 1854, m. a Sceaux il 7 ott. 1920, direttore del laboratorio di zoologia di Roskoff.
Gli si devono ricerche e studi sulla partenogenesi artificiale, sui processi di maturazione del citoplasma ovulare e sullo sviluppo dei cirripedi. Nella sua opera sull'eredità e i problemi della biologia, riconosce che la teoria dell'evoluzione non è dimostrabile e che soltanto la pregiudiziale filosofica può decidere ad accettarla. Scrisse: L'hérédité et les grands problèmes de la biologie générale (Parigi 1903) e, in collaborazione con M. Goldsmith, Les théories de l'évolution (ivi 1909), La parthénogénèse naturelle et expérimentale (ivi 1913).
BibL.: Lavanse mensuel, 187 (1921), p. 335; A. Ruffini, Fisiogenia, Milano 1923, pp. 207, 145. Luigi Scremin
DE LAPIDE, Joannes Heynlein : v. heynlein, johannes von stein.
DELAGORTE, Victor. - Gesuita e letterato francese, n. a St-Wandrille (Orne) il 6 nov. 1846, m. a Rennes il 25 apr. 1910. Gesuita nel 1866 e sacerdote nel 1882, fu applicato nel 1887 alla redazione del periodico Les études, al quale diede, fino al 1906, non meno di 113 articoli.
Fuori della rivista, la sua ricca produzione comprende volumi di critica letteraria, vigorosamente cattolica: L'art poétique de Boileau, commenté par Boileau et par ses contemporains (Parigi 1888); Classiques païens et chrétiens (ivi 1894); De la rime française (Bruxelles 1898); Etudes et causeries littéraires (4 voll., Lilla 1899); Mélanges de littérature et d'histoire (2 voll., Bruxelles 1907). Ma dovette la fama soprattutto ai suoi versi, di una fattura impeccabile : teatro di collegio, poesie di circostanze e in particolare 3 voll. di Récits et légendes (ivi 1887, 1890 e 1900), le cui numerose edizioni attestano un successo raro in quel genere. Pubblicò pure alcune biografie o monografie
religiose, come: Un patron chrétien (Parigi 1895); Le monastère des oiseaux (ivi 1899); Le p. Le Talles (ivi 1904).
BibL.: A. Brun, Le p. V. D. L'homme et l'oeuvre, in Etudes, 123 (1912), pp. 599-620. Edmondo Lamalls
DE LA TAILLE, Maurice: v. la taille, maurice de.
DELATTE, Paul. - Benedettino, n. a Jeumont (Cambrai) nel 1848, m. nell'isola di Wight nel 1977. Nel 1890 fu eletto terzo abate del monastero di Solesmes, dove aveva fatto la sua professione nel 1885. Pio X, con il breve Ex quo tempore del 22 maggio 1904, affidò a lui e ai suoi monaci la codificazione della edizione romana dei libri di canto gregoriano.
Oltre a numerosi articoli su poreccble riviste, scrisse: Vie de Dom Guéranger (2 voll., Parigi 1912); Commentaire sur la règle de si Benuil (ivi 1913); Commentaire sur l'Evangile (2 voll., 'Tours 1922; trad. it., Roma 1932); Commentaire sur les Epîtres de st Paul (3 voll., Essechen 1924; trad. it., 2 voll., Torino 1935-36), dimostrando sempre non soltanto vasta crudizione, ma anche un senso profondo della psicologia religiosa e dell'ascetica.
Celestino Testore
DELATTRE, Alfred-Louis. - Archeologo, n. a Deville nella diocesi di Rouen il 26 giugno 1890, m. a Cartagine l'i i genn. 1932. Entrò nel 1874 nelle Missioni dei pp. Bianchi in Africa, e, mandato poco dopo a Cartagine dal card. Lavigerie, fece d'allora dell'antica metropoli africana la sua residenza e il campo, oltre che del suo ministero religioso, anche delle sue ricerche archeologiche. Il suo nome è infatti legato all'esplorazione di Cartagine, e in particolare delle sue memorie cristiane. Si debbono a lui la scoperta e lo scavo del vasto complesso di Damus-e]-Karita, poi delle altre basiliche di S. Cipriano e delle SS. Perpetua e Felicita (o basilica maiorum), nonché di tombe puniche e di monumenti pagani, come l'anfiteatro, il cosiddetto muro delle anfore, ecc.
Dai numerosi ritrovamenti nacque, nella stessa casa dei pp. Bianchi presso la Primaziale, il Museo Lavigerie, che nelle sue tre sezioni, punica, romana e cristiana, illustra tutta la storia secolare della città. Il D. ne curò il catalogo, pubblicato nella serie dei Catalogues des musées de l'Algérie et de la Tunisie (Parigi 1899-1900). Altri scritti egli dedicò all'illustrazione dei molti scavi da lui compiuti; uno alle Lampes chrétiennes pubblicato a più riprese prima nelle Missions catholiques (1880) poi nelle Revise de l'art chrétien (1890-92) e in parte ripubblicato in fascicolo separato; un altro, cui diede motivo la scoperta di alcuni interessanti rilievi cartaginesi, su Le culte de la Ste Vierge en Afrique d'après les monuments archéologiques, Parigi-Lilla s. d. [1907]. Il rigore critico di tali scritti non uguaglia sempre il fervore che il D. aveva spiegato nelle sue ricerche. Il D. mori a Cartagine, dopo aver vista coronata la resurrezione cristiana della città, da lui con tanto ardore perseguita, dal Congresso eucaristico internazionale del 1930. Fu membro corrispondente dell'Académie des Inscriptions et Belles Lettres e della Pontificia Accademia di Archeologia (v. G. P. Kirsch, in Riv. arch. crist., 9 [1932], p. 159 sgg.).
Pietro Romanelli
DE LAUDE MARTYRII. - Panegirico retorico (secondo Dupin, esercitazione scolastica) in onore del martirio.
L'opera è già nell'elenco degli scritti di Cipriano (elenco di Choltenham) e da Lucifero di Cagliari attribuita a s. Cipriano, ma non può essere opera sua, e nemmeno di Novaziano, come sostenne l'Harnack, ma di uno sconosciuto in Africa, che conosceva gli scritti di Cipriano e che credeva in vista di una grande epide mia vicina la fine del mondo. Secondo U. Koch fu scritto verso il 253.
BibL.: Ed. di G. Hartel dell'Opera omnia Cypriani, III, Vienna 1871, pp. 26-52. Per la critica del testo v. G. Mercati,
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D'alcuni nuovi ussidi, ecc., in Opere minori, 11 (Studi e Testi, 77). Città del Vaticano 1937, p. 156 sg.; H. Koch, Cyprianische Untersuchungen (II. Lictzmann-Holl, Arbeiten zur Kirchengeschichte, 4), Bonn 1926, p. 334 sg.; id., ibid., p. 354 sg. anche contro A. d'Alés che voleva attribuire l'opera al discano Ponzio.
Erik Peterson
DE LA VASSIÈRE, GIOVANNI : v. LA VASSIÈRE, GIOVANNI de.
DELAZIONE. - Manifestazione degli atti di una persona, fatta ad un'altra, allo scopo di eccitare o nutrire nell'animo di quest'ultima sentimenti di odio e di vendetta contro la prima. Quindi la d. s'ispira all'odio o all'interesse personale del delatore; si prefigge l'odio contro il denunziato e spesso il danneggiarlo nel suo buon nome o nei suoi beni; mancera tutti i mezzi, anche i più vili, come la maldicenza, la calunnia, la violazione dei segreti, che dovrebbero essere invece rispettati. Tutt'altra cosa è la denunzia.
La moralità della d. si deduce dai principi generali della morale. Per l'odio, che sempre ricerca ed al quale spesso si ispira, la d. è sempre colpa contro la carità e generalmente è colpa grave, perché ferisce l'animo del prossimo con dispiacere grave. Quasi sempre è anche colpa contro la virtù della giustizia, sia per i mezzi ingiusti di cui si serve, sia per il danno che direttamente infligge o indiretamente provoca. Se c'è ingiustizia, oltre l'illecito morale, sussiste l'obbligo della riparazione dei danni. La gravità di questi misura la gravità dell'ingiustizia e dell'obbligo relativo di riparazione.
Le d. anonime non vanno mai prese in considerazione; ma non perciò sottraggono il delatore alle sue responsabilità morali. Queste, almeno per ragione di cooperazione, sono condivise anche da chi accetta la d. oltre quelle altre responsabilità che egli contraesse con atti di propria iniziativa.
BibL.: Cf. i trattati di teologia morale, sulla lesione della fama del prossimo e della correzione fraterna, p. es. : D. M. Prömmer, Manuale theologiee moralis, II, 4^{°} e 5^{°} ed., Friburgo in Br. 1928, pp. 170-79, nn. 187-98; O. Schilling, Theologia moralis, II, Rottenburg 1940, pp. 303-40, n. 358; B. H. Merkebach, Summa theologiee moralis, 5^{°} ed., II Parigi 1948, pp. 440 452,675, \mathrm{nn} .423-34,640.
Leonardo Azzolini
DELBECQUE, NORBERT: v. Elbecque, NORBERT d'.
DELBOS, Est'Édan-Mabie-Victor. - Filosofo, n. a Figeac (Lot) il 26 sett. 1862, m. a Parigi il 16 giugno 1916. Professore dal 1886 in parecchi licei (Limoges, Tolosa, Vanvres, Parigi) e dal 1902 alla Sorbona. Nella sua opera, che è piuttosto di storico, che non di teorico della filosofia, seppe staccarsi dai vieti canoni della imperante storiografia hegeliana e ancorarsi alla tradizionale filosofia francese, specialmente nella sua orientazione cattolica.
Profondo conoscitore della filosofia moderna, oltre alla collaborazione prestata a molte riviste (Revue universitaire, Revue métaphysique et de morale, Annales de philosophie chrétienne, ecc.); lasciò numerosi scritti, alcuni giudicati capolavori di chiarezza e di precisione e definitivi; si possono ricordare: Le problème moral dans la philosophie de Spinoza et dans l'histoire du spinozisme (Parigi 1893); La philosophie pratique de Kant (ivi 1905); Le "cogito" de Descartes et la philosophie de Lache (ivi 1907); Le spinozisme (ivi 1916).
BibL.: Eud.-Eur. Am., Appendice prima, III (1931), p. 1510; J. Vehrlé, V. D., Parigi 1932; B. Verhaeghe, Bibliogr. de V. D., in Revue néo-scolastique de Philosophie, 35 (1933), pp. 555-64.
DEL BUFALO, GASPARE, beato. - Apostolo della devozione al Preziosissimo Sangue, n. a Roma il 6 genn. 1786 da nobile ma decaduta famiglia, m. ivi il 28 dic. 1837 . Canonico coadiutore della basilica di S. Marco sin dal 24 nov. 1807, ordinato sacerdote il 31 luglio 1808, si consacrò con mirabile zelo al-
l'apostolato. Quando Roma, nel 1808, fu invasa dalle truppe francesi, non avendo voluto, sebbene per due volte gli fosse richiesto, prestare il giuramento di fedeltà a Bonaparte (1810), fu esiliato e poi chiuso in carcere a Piacenza, Bologna e infine nel 1813 in Corsica.
Appena libero, il 26 genn. 1814, tornò a Roma e, dopo aver rinunziato al canonicato della basilica di S . Marco, concentrò ogni sua energia per fondare una congregazione ecclesiastica destinata alla predicazione delle missioni e degli esercizi spirituali; superando contraddizioni e lotte, appoggiato validamente da Pio VII, aprì la prima casa dell'Istituto del Preziosissimo Sangue a Giano nell'Umbria, il 15 ag. 1815. Percorse quindi, con i suoi figli spirituali, quasi tutta l'Italia, contribuendo largamente alla riforma del popolo e del clero. Il Beato ebbe pure cure speciali per l'ospizio di S. Galla in Roma e prestò valido aiuto alla venerabile Maria De Matthias per la fondazione delle Adoratrici del Preziosissimo Sangue. La sua beatificazione, decretata da Pio X il 24 giugno 1904, veniva solennemente proclamata il 18 dic. successivo.
Bibl.: A. Santelli, Biografia del ven. G. del B. (inedita: nell'Archivio della Congregazione del Preziosissimo Sangue); M. Armellini, Il ven. G. del B. (inedita; ivi); A. Rey, Il beato G. del B.: suoi tempi, sua opera (inedita; ivi); V. Sardi, Vita del b. G. del B. Can. della basilica Marciano, Roma 1904; G. Di Girolamo, La ven. Maria De Matthias, Geotraferrata 1916.
Amilcare Rey
DEL COLLE, Raffaellino. - Raffaello di Michelangelo di Luca di Michelangelo dal Colle, pittore, n. a Borgo S. Sepolcro nel 1490 ca., m. ivi il 17 nov. 1566. Fu scolaro di Raffaello e di Giulio Romano, con il quale collaborò alla decorazione della sala di Costantino (gli si attribuisce l'affresco con il regalo di Costantino al Papa, 1525).
Nella villa imperiale di Pesaro gli viene assegnata la decorazione della sala con la Calunnia di Apelle. Esegui numerosi dipinti dimorando a Borgo S. Sepolcro (1530); tra i quali da ricordare la Remerrazione di Cristo nel Duomo, di un manierismo tra raffaellesco e michelangiolesco, con toscanismi vasariani. Tali caratteri, talora modificati con influssi nordici, si ritrovano nella Deposizione, nella Annunciazione e nella Assunzione, opere conservate nel museo Civico di Città di Castello.
Bibl.: B. Patzak, Die Villa Imperiale in Pesaro, Lipsia 1908, p. 225; W. Bombe, s. v. in Thieme-Becker, VII, p. 215; H. Voss, Die Malerei der Spätrenaissance in Rom und Florenz, I, Berlino 1920, p. 98 sgg.
Luigi Grassi
DEL CORONA, Pio Alberto. - Domenicano, n. a Livorno il 5 luglio 1837, m. a Firenze il 15 ag. 1912. Professore, scrittore, eminente direttore spirituale, fu eletto vescovo coadiutore di S. Miniato nel 1874 con diritto di successione, che ebbe luogo nel 1897. Nel 1906 rinunciò alla diocesi e si ritirò nel convento di S. Domenico a Piesole. Aveva fondato nel 1872 l'Asilo, nuova congregazione di Domenicane.
Lasciò molte opere, oltre le lettere pastorali; degne di menzione: I quattro cordini della felicità secondo s. Tommaso di Aquino (Firenze 1874); Elevazioni sul ministero della Eucaristia raccolte dalle opere di s. Alberto Magno (ivi 1874); I misteri di G. C. secondo la dottrina di s. Tommaso d'Aquino (3 voll., ivi 1889-92); Fiori di meditazioni (ivi 1913).
Bibl.: L. Ferretti, Vita di mons. P. A. Del C., arciv. di Sardica, Roma 1927.
Celestino Testore
DEL COSSA, Francesco. - Pittore, n. a Ferrara nel 1436, m. ivi nel 1478.
Fissatosi a Bologna nel 1470, vi restaurò nel 1472 e completò con uno sfondo di paese e con figure la Madonna del Baraccano; nel 1474 dipinse il quadro del Foro dei mercanti; e in data ignota le vetrate della chiesa di S. Giovanni in Monte. La morte gli impedì di compiere la decorazione della cappella Garganelli, nella quale aveva dipinto solo la vòlta, e che venne proseguita da Ercole
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(per cortesia det dott. B. Degeabart)
del Roberti. Il Del C. fu allievo di Cosmé Tura, alle cui forme si mantenne sempre fedele, ma subì anche l'influsso di Domenico Veneziano, di Andrea del Castagno e del Baldovinetti. Il S. Girolamo della pinacoteca di Ferrara, se è opera sua e non di Ercole de Roberti, come vuole il Berenson, mostra anche riflessi dell'arte del Mantegna nelle forme statuarie della figura. Così, se uscita di sua mano, l'Allegoria dell'untunno del Kaiser Friedrich Museum di Berlino palesa chiarissime derivazioni da Piero della Francesca nella potenza della costruzione e nelle forme monumentali della figura saldamente piantata sul terreno. Dal suo maestro Tura il Del C. si distinse per la capacità di rendere il movimento, che vediamo amonare la predella con i Miracoli di s. Vincenzo Ferreri, nella pinacoteca Vaticana. Questa predella faceva parte del trittico dipinto per la cappella Grifoni nel S. Petronio di Bologna, di cui fa parte centrale era costituita dal S. Vincenzo Ferreri ora nella Galleria nazionale di Londra e i due scomparti laterali dalletavole con i SS. Pietro e Giovanni Battista adesso nella galleria di Brera a Milano. Ultima opera del Del C. è la Madonna in Trono con s. Petronio, s. Giovanni Evangelista e un committente, firmata e datata 1474, eseguita per il Foro dei mercanti, a Bologna, a spese di Domenico Degli Amorini e di Alberto de' Cattanei, raffigurato in atto di venerare la Vergine, e ora conservata nella pinacoteca di quella città. In questo quadro, che è uno dei capolavori della pittura emiliana del Quattrocento, l'artista palesa ancora gli insegnamenti pierfrancescani nel forte rilievo delle monumentali figure dei due santi.
F. Del C. è una delle più potenti individualità della scuola ferrarese; egli seppe accordare alla linea arrovellata del tardo gotico la solennità statuaria del Mantegna, e la monumentalità ieratica di Piero della Francesca.
Bibl.: Venturi, VII, pp. 586-650; Catalogo dell'esposizione della pittura ferrarese del Rinascimento, 2^{°} ed., Venezia 1933, pp. 69-79; R. Longhi, Officina ferrarese, Roma 1934 (indice degli artisti e indice delle opere per autore e per luoghi); B. Berenson, Pitture italiane del Rinascimento, trad. di F. Cecchi, Milano 1936, pp. 133-34; R. Longhi, Ampliamenti nell'officina ferrarese, Firenze 1940, passim; S. Ortolani, Cosmé Tura, F. Del C., Ercole De Roberti. Milano 1941, pp. 83-138.
Quale architetto collaborò ed esegui i progetti mi-
chelangioleschi per Porta Pia, per il Palazzo dei Conservatori e per la strasformazione di una parte delle Terme di Diocleziano nella chiesa di S. Maria degli Angeli; per proprio conto costrui la bella porta di S. Giovanni, avvalendosi forse di un disegno di Michelangelo, il lanternino il campanile e le porte laterali della chiesa di S. Maria di Loreto, la chiesa di S. Maria in Trivio e il convento annesso. Gli vengono anche attribuiti il palazzo del Bufalo e la Villa Mattei, molto rimaneggiata.
Quale scultore, le sue opere principali sono il ciborio bronzzo decorato da otto formelle con storie della Passione destinato alla chiesa di S. Maria degli Angeli, anch'esso di ispirazione michelangiolesca, oggi nella pinacoteca del museo nazionale di Napoli, nonché la tomba di Elena Savelli in S. Giovanni in Laterano.
Ottimo fonditore in bronzo, fu anche architetto di notevoli meriti se non altro come fedele interprete delle idee di Michelangelo.
Bibl.: E. Lavagnino, Di un ciborio di 7. del D., in Rivest dell'Istituto di archeologia e storia dell'arte, 2 (1930), pp. 104114; Venturi, X. II, pp. 161-77; XI, II, pp. 563-70; Vissari, VII; G. Pullak, s. v. in Thieme Becker, X, pp. 21-22.
Emilio Lavagnino
DELECTATIO MOROSA: v. PECCATI INTERNI.
DELEDDA, Grazia. - Scrittrice, n. a Nuoro il 27 sett. 1871, m. a Roma il 15 ag. 1936. Anima insulare, anche nella più che trentennale dimora romana si circondò di solitudine, interrotta solo per assistere, come infermiera, i soldati sardi nella prima guerra mondiale, e nel 1927 per un viaggio in Svezia dopo il conferimento del premio Nobel. Sostenne con virile rassegnazione le sofferenze che la condussero alla fine edificante e volle essere seppellita nella fossa comune. Scrisse novelle, quattro composizioni per teatro e numerosi romanzi (Elias Portolu, 1903; Canne al vento, 1913; Marianna Sirca, 1915; Il Dio dei viventi, 1922; Annalena Bilani, 1927; ecc.). Del romanzo Cenere (1904) Eleonora Duse diede, nel 1913, un'interpretazione cinematografica.
L'attività letteraria della D. va dai 16 anni (Anore regale, novelle, 1891) alla morte (Cosimo, rievocazione della triste e sognante adolescenza, rimasta incompiuta
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(fel. Biblioteca Vaticana)
IL LIBER SEXTUS DI BONIFACIO VIII. Froncespisio con miniatura rappresentante l'Incoronazione della Vergine (sec. xiv) - Biblioteca Vaticana, cod. Pal. lat. 636.
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(fot. Albani)
In alto: MADONNA. Lunetta in terracotta invetriata di Luca Della Robbia - Biblioteca Vaticana, Museo Profano. In basso: CURA DEI PELLEGRINI. Fregio in terracotta policroma nell'ospedale del Ceppo, opera di Andrea e Giovanni Della Robbia - Pistoia.
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e pubblicata postuma nel 1937), e, senza concessioni alle varie mode letterarie, si alimenta della vita interiore della scrittrice. Dopo una fase "sarda ", in cui l'isola trova esemplare configurazione in un narrare fastoso di orientale sapore, si delinea una voluta estenuazione rappresentativa (La madre, 1920; Il segreto dell'uomo solitario, 1921) e un dilatarsi d'interessi spirituali. Le sue creature, di ogni età o condizione, passano squassate della passione come da una procella, accordando il loro spirituale sfacelo col paesaggio aspro e allucinante: scatenamento di forze primigenie, su cui finisce con prevalere talora la voce della coscienza e di Dio; epica in cui si è, perciò, vista un'ispirazione fondamentalmente religiosa, anche se non confessionale, e che della religione persegue una delle più alte espressioni : la pietà (Cosima, cap. 7).
Resta però nell'opera della D. una miscela di religiosità e di superstizione, uno spirito d'incomprensione grave del cristianesimo e dei suoi riti, la ripropovole scelta di alcuni temi e personaggi e la crudezza passionalmente icastica di non poche rappresentazioni. Da una visione fatalistica della natura e del "libro terribile della vita", vigilata da un Dio punitore inflessibile, la D. si placa poi nella concezione più fiduciosa di una natura amica dell'uomo, di una vita in cui è possibile che "tutto si equilibri, l'amore con la gloria, così come il dolore con la gioia" (lettera del I genn. 1891 a Stanis Manca), di un Dio più conforme al concetto cristiano, di un Redentore amico e fedele, che la consolerà all'approssimarsi della morte, con i suoi sacramenti.
Tale spirituale substrato trova espressione in una arte che, inserendosi nel momento di trapasso dal verismo di simbolismo, è caratterizzata da un'intensa espressività, fatta di immediatezza ed elementarità costruttiva, di audaci metafore, di eloquio fresco e, a volte, popolare, di perfetta immersione dei personaggi nell'ambiente, di un'aura quasi magica che avvolge, trasfigurandoli, uomini ed eventi.
Bull.: Opere: Romanzi e novelle (selezione, con prefazione di E. Cecchi), 2 voll., Milano 1941-42. - Studi: A. Bocelli, In morte di D., in Nuova Antologia, 3 (1936), pp. 88-93; A. Manca, Sogni di gloria a vent'anni. Dalle lettere di G. D. a Stanis Manca, ibid., 3 (1937), pp. 241-90; L. Falchi, L'opera di G. D., 2^{2} ed., Milano 1937; E. De Michelis, Il mativo religioso dell'arte di G. D., in Nuova Italia, 8 (1937), pp. 129-36, 271273; id., G. D., Milano 1938; R. Branca, Bibliografia deteddiana, ivi 1938 (integrata da A. Vallone in Quadriolo, 24 sett. 1939); N. Soja, G. D., 2^{2} ed., ivi 1939; R. Branca, Testimonienza a G. D., ivi 1940; B. Croce, Letteratura della nuova Italia, VI, Bari 1940, pp. 317-26; P. Pancerzi, Scrittori d'oggi, ivi 1946: I, pp. 68-76; III, pp. 49-52; M. Mundula, Ricordo di G. D. Nel decennale della morte, in Nuova Antologia, 2 (1946), pp. 379-86; per la stessa occasione, fascicolo commemorativo di Conceguo, 7-8 (1946), con articoli di vori; G. Titta Rosa, Secondo Ottocento, Milano 1947, pp. 179-84; A. Momigliano, Storia della letteratura italiana, 7 e ed., Milano-Missina 1948, pp. 272-82. Enzo Navarro.
DELEGATO APOSTOLICO. - Secondo il concetto attualmente corrente, il d. a. è un prelato, arcivescovo titolare, che viene inviato dal romano pontefice come suo rappresentante, con incarico permanente, ma privo di carattere diplomatico, presso le comunità cattoliche di una determinata nazione (cf. Comunicato della Segreteria di Stato, 8 maggio 1916: AAS, 8 [1916], p. 213). Il d. a. non è quindi, generalmente, il vescovo residenziale di una diocesi del territorio in cui egli adempie le sue funzioni, benché non manchino esempi di d. a. che sono stati o, secondo decreti pontifici, dovrebbero essere vescovi di una diocesi compresa nella loro circoscrizione territoriale; secondo la nozione che viene data dallo stesso CIC (can. 267 § 2), neppure il carattere episcopale è necessariamente congiunto con l'ufficio di d. a. Questi inoltre, come si è accennato, non esercita funzioni diplomatiche: è cioè rappresentante del romano pontefice presso i vescovi e le comunità cattoliche, non presso il capo dello Stato, in cui viene inviato, ed esercita mansioni religiose, non politiche. I rappresentanti del romano pontefice presso i governi, deputati in modo stabile a funzioni di ordine politico, non hanno difatti il
nome di delegato, ma di nunzio o interminzio. Perché si abbia però una delegazione apostolica in senso proprio, si richiede che la rappresentanza di cui essa è rivestita, sia di natura sua stabile, e non limitata nel tempo o da circostanze già previste all'atto della sua costituzione.
I d. a. hanno come loro funzione quella di vigilare sulle comunità e opere cattoliche di una determinata nazione o regione e tenerne informata la S. Sede; di comunicare ai vescovi, ai vicari o prefetti apostolici, ai superiori di missione o missionari le istruzioni della Sede Apostolica, e di vigilare sull'adempimento di esse, come in generale sulla esatta osservanza di tutte le leggi ecclesiastiche (can. 267 \S 2 ).
L'impossibilità di trattare e risolvere personalmente tutte le questioni, e di essere presenti in più luoghi, costrinse fin dai primi tempi i romani pontefici a commettere ad altri l'incarico di rappresentarli. Tale uso divenne ancora più frequente quando, acquistata la libertà, i sommi pontefici furono in grado di esercitare con maggiore efficacia il loro primato universale. Si trattava però il più delle volte di delegazioni speciali e transitorie, designate secondo le espressioni romane in modo diverso : missio, legatio, delegatio. E evidente la sostanziale differenza che passa tra queste rappresentanze, prive di continuità e permanenza, e le odierne delegazioni apostoliche, come pure la distinzione tra i d. a., i legati missi e i legati a latere. Più profonda invece è l'analogia con le altre forme di rappresentanza stabile e permanente, quali furono in antico i vicari apostolici, gli apocrisari (v.) e i legati nati, e, in tempi più recenti, i nunzi e gli internunzi. Come gli odierni d. a., anche gli antichi vicari apostolici rappresentavano il romano pontefice, erano rivestiti di dignità episcopale, anzi metropolitana, non avevano incarichi di natura politica né funzioni diplomatiche, ma vigilavano sulla disciplina ecclesiastica del loro territorio, e per le questioni più gravi fungevano anche da organo di trasmissione e informazione della S. Sede. A differenza però degli odierni d. a., gli antichi vicari erano vescovi residenziali, e, sebbene ogni nuovo titolare abbisognasse della conferma apostolica per i poteri propri del suo ufficio di vicario, questi venivano dati unicamente ai vescovi di sedi determinate, e non ad altri. Infine gli antichi vicari esercitarono una vera e ampia giurisdizione, sia pure vicaria, anche sulle diocesi del loro territorio. La figura dell'apocrisiario concorda con quella dei d. a. odierno per la sua qualità di rappresentante stabile del romano pontefice, privo di giurisdizione ordinaria e incaricato di vigilare sull'integrità della fede e d'informare su questo la Sede Romana; ne differisce peraltro, oltre che per l'ordinaria mancanza di carattere vescovile da parte di quello, per un altro aspetto sostanziale: mentre il d. a. è il rappresentante del romano pontefice presso la chiesa e i vescovi, l'apocrisiaria era il rappresentante del romano pontefice presso la corte imperiale, sia pure per affari di ordine religioso. I legati nati differiscono dai d. a. per gli aspetti medesimi che si sono rilevati a proposito dei vicari apostolici, e per un altro motivo non meno fondamentale : i d. a. hanno il titolo e le prerogative di rappresentanti del romano pontefice per una concessione fatta direttamente alla loro persona, i legati nati ottenevano invece tale titolo e la giurisdizione ad esso inerente attraverso l'ufficio a cui venivano eletti. Nella loro qualità di rappresentanti del romano pontefice presso le comunità cattoliche, i nunzi e gli internunzi apostolici adempiono una funzione identica a quella dei d. a., ma oltre a questa, essi sono investiti della rappresentanza del papa presso i governi civili. Si deve infine osservare che, mentre gli antichi vicariati apostolici, gli apocrisiariati, le legazioni nate, le nunziature e le internunziature, presuppongono, per la loro stessa origine e lo svolgimento della loro attività, una gerarchia di diritto comune, le delegazioni apostoliche sono invece sorte in territorio di missione, ed esercitano generalmente le loro funzioni nelle regioni dove la con-
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versione degli infedeli, eretici o scismatici, costituisce il compito precipuo dell'azione della Chiesa.
Prima che sorgessero le delegazioni apostoliche odierne, i mezzi di cui i pontefici si servirono per informarsi delle possibilità di vita e di sviluppo della Chiesa nel mondo pagano, eretico o scismatico, furono i vescovi latini, i vicari apostolicí latini o i prefetti di missione che già esistevano ed esplicavano la loro opera in quelle regioni. Particolarmente i vescovi e i vicari apostolici latini dell'Impero ottomano costituirono il tramite normale dei pontefici per corrispondere con le persone investite del supremo potere civile, per iniziare, proseguire e qualche volta condurre a termine l'opera diretta alla conversione dei capi delle Chiese scismatiche e dei loro seguaci, e per informarsi dello stato della Chiesa cattolica. Con ciò non si può concludere che questi vescovi e vicari fossero fin dagli inizi dei veri e propri d. a. nel senso odierno, perché erano privi di un mandato ufficiale e stabile che li costituisse rappresentanti dell'autorità suprema, e gli incarichi che venivano loro commessi, e che ora sono ordinariamente espletati dai d. a., erano generalmente occasionali, e non inerenti a un precedente e generale mandato di rappresentanza. Fu però da questi vicari apostolici e vescovi che ebbero origine le odierne delegazioni.
Fin dagli inizi della S. Congregazione di Propaganda Fide furono prese in esame idee e progetti che, se non si possono dire propriamente anticipazioni delle delegazioni apostoliche, prepararono ad esse la strada. In data 2 marzo 1622 p. Diego Collado, vice provinciale dei Domenicani nel Giappone, p. Diego di S. Francesco, commissario dei Francescani, p. Antonio di S. Bonaventura, commissario dei Carmelitani scalzi e altri missionari indirizzarono una supplica al Sommo Pontefice, nella quale era chiesto che si designasse un prelato a rappresentare nelle Indie orientali il Capo supremo della Chiesa, con autorità superiore anche ai vescovi e con potere di definire tutte le controversie, dato che, per la lontananza dei luoghi, era impossibile sottoporre le cause al giudizio dei tribunali apostolici; il progetto fu ripetutamente discusso dalla S. Congregazione di Propaganda Fide, e poi abbandonato, sia per le difficoltà derivanti dal patronato della corona di Spagna, e sia per le persecuzioni che tormentarono la Chiesa nell'Impero del Sol Levante.
Il delegato apostolico da costituirsi nelle Indie orientali avrebbe dovuto rivestire prevalentemente il carattere di un giudice di appello, delegato dalla Sede Apostolica, ma s'intendeva attribuirgli anche l'ufficio di esecutore dei mandati di questa, la vigilanza sulle missioni e sui vescovi, e il compito di informare il Sommo Pontefice. Il suo ufficio sarebbe stato legato a una sede residenziale e i poteri relativi avrebbero dovuto essere temporanei.
Il progetto che non aveva potuto essere attuato nel Giappone fu tradotto in realtà altrove, e con notevoli variazioni, più tardi. Nelle congregazioni particolari di Propaganda Fide in data 17 e 27 luglio 1678 fu deciso, conforme alla proposta di F. Pallu, vicario apostolico di Tonchino, di sottoporre i sei nuovi vicariati, nei quali erano state divise le missioni dell'Estremo Oriente, compreso il Giappone, a due amministratori generali : uno per le missioni della Cina, l'altro per quelle dei paesi limitrofi. La suprema amministrazione delle missioni di Cina fu affidata a mons. Pallu, quella dei paesi limitrofi a mons. Pietro de La Motte Lambert. A questi amministratori chiamati d. a., furono attribuiti ampi poteri : di visitare i vicariati, d'istruire e ordinare i chierici, di convocare in amodo i sacerdoti indigeni, di esaminare e decidere le controversie che potevano sorgere tra i vicariati, e anche, in seconda istanza, le cause sorte tra i vicariati stessi, fra gli ecclesiastici sia secolari che regolari e tra i fedeli. Questi d. a. avevano il compito di stabilire la destinazione dei missionari e potevano trasferirli da un vicariato ad un altro. Erano nominati per sette anni, ma potevano essere revocati anche prima del termine, e, in caso di morte, potevano trasmettere ad altri le loro facoltà. Nella congregazione particolare del 5 dic. 1689 ,
morti entrambi gli amministratori, fu deciso che non venissero più sostituiti.
Tali delegazioni erano simili alle odierne, perché più che nelle precedenti erano in esse notevoli le funzioni di organo trasmettitore degli atti e della volontà della S. Sede, di vigilanza sulle missioni sottoposte, d'informazione del supremo potere; ne differirono però sostanzialmente sia perché l'ufficio mancava di stabilità, e sia anche perché esercitavano la loro giurisdizione nell'àmbito stesso dei vicariati.
Il primo d. a. nel senso odierno fu mons. Arnoldo Bossù, eletto vicario apostolico di Aleppo con breve del 17 giugno 1762. Nelle istruzioni annesse, oltre le facoltà derivanti dalla sua giurisdizione ordinaria di vicario apostolico latino, gli veniva commesso il mandato di vigilare su tutte le comunità cattoliche esistenti nel territorio, a qualunque rito appartenessero, di sorvegliare nell'esecuzione delle costituzioni pontifice, e d'informare la Sede Apostolica. Nelle Istruzioni era detto espressamente che le funzioni di sorveglianza delle comunità orientali, compravano al nuovo vicario latino come rappresentante della S. Sede nel territorio che comprendeva i patriarcati maronita e armeno. L'incarico non aveva limite di tempo, ed era destinato a continuare anche dopo le morte della persona che ne era stata la prima volta investita. Sebbene dunque mancasse un atto formale di erezione come ufficio distinto da quello di vicario apostolico di Aleppo, si trattava di una vera delegazione apostolica nel senso odierno : e i documenti ufficiali, in occasione della nomina dei successivi vicari apostolici di Aleppo, li designano espressamente, per l'esercizio dei loro poteri presso le comunità orientali, come d. a. L'esperimento compiuto felicemente in Siria, fu poi ripetuto in Mesopotamia, dove la delegazione apostolica pro Notione catholica Claddaeorum fu affidata al vescovo latino di Bagdad; poi in Costantinopoli, quindi fuori dei confini dell'Impero ottomano.
Il d. a. è dunque innanzi tutto l'organo ufficiale e ordinario, attraverso il quale la S. Sede comunica la sua volontà e le sue direttive ai vescovi, ai superiori religiosi, al clero regolare e secolare, e ai fedeli: in virtù infatti del suo divino primato, il romano pontefice ha giurisdizione ordinaria e immediata su tutti i fedeli e sui loro pastori (can. 218). La delegazione apostolica è inoltre il tramite ordinario per mezzo del quale la S. Sede trasmette i suoi rescritti, concede i suoi favori, invia i soccorsi, ed è anche il mezzo normale per inoltrare alla Sede Apostolica le richieste e i ricorsi provenienti dal territorio della delegazione. La funzione di vigilanza e di ispezione commessa al d. a. si riferisce a quanto può interessare la S. Sede per essere edotta sia sullo stato, lo sviluppo, i bisogni, i pericoli delle singole Chiese, sia sull'ottemperanza alle sue leggi, ai suoi comandi, alle sue direttive, sia sull'opportunità di un suo diretto intervento. Precipuo oggetto di tale funzione sono la fede, i costumi, la disciplina degli ecclesiastici, i disordini generali e pubblici, la concordia nel clero e tra i cattolici in genere, perché abbiano ad esercitare nel modo più efficace il loro benefico influsso. Al d. a. è affidato anche lo svolgimento di un'azione ufficiosa, di consiglio cioè, in forma amichevole, sui vescovi, i superiori religiosi, e anche sui laici, allo scopo di dirimere questioni, togliere abusi, impedire pericoli, promuovere lo sviluppo della vita della Chiesa.
Nell'esercizio di queste funzioni, il d. a. deve però lasciare libero agli Ordinari locali l'esercizio della loro giurisdizione (can. 269 § 1), a meno che non sia munito di facoltà speciali e straordinarie per intervenire nel governo delle loro comunità.
Ordinariamente il d. a. è insignito, come si è detto, di un titolo arcivescovile. Ma anche se fosse privo di carattere episcopale, in qualità di rappre-
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sentante del Capo supremo della Chiesa, avrebbe la precedenza su tutti gli Ordinari non insigniti di dignità cardinalizia (can. 269 \ 2 ), quindi anche sui patriarchi. Qualora sia vescovo può impartire la benedizione al popolo nelle chiese degli Ordinari, eccetto nella cattedrale, senza loro licenza, e celebrare in csse funzioni, anche pontificali, con trono e baldacchino (can. 269 \ 3 ).
A questa funzione di rappresentanza è stato sapientemente congiunto un cumulo di facoltà, di per sé riservate alla S. Sede. L'esercizio di esse, mentre implica il riconoscimento del primato pontificio, tende a conciliare l'affetto e la devozione alla S. Sede c alla stessa delegazione apostolica, perché i fedeli, i sacerdoti e i vescovi trovino in quest'ultima un mezzo facile e pronto per ottenere le necessarie dispense, grazic e favori, senza essere costretti a ricorrere alla Sede Apostolica, con ritardi molte volte pericolosi o dannosi.
Attualmente (1950) le delegazioni apostoliche sono in tutto 23, di cui 5 (Canadà, Filippine, Gran Bretagna, Messico, Stati Uniti d'America), dipendono dalla S. Congregazione Concistoriale; 8 (Bulgaria, Etiopia, Gerusalemme e Palestina, Grecia, Irān, 'Irāq, Siria, Turchia) dipendono dalla S. Congregazione Orientale; in (Africa francese o Dakar, Africa meridionale, Africa orientale e occidentale britannica, Albania, Arcipelago indonesiano, Australia, Nuova Zelanda e Oceania, Congo Belga e Ruanda Urundi, Corea, Giappone, Indocina), dipendono dalla S. Congregazione di Propaganda.
Bibl.: Le notizie contenute in questa voce sono state tratte da documenti esistenti negli Archivi della S. Congregazione di Propaganda Fide, della Segreteria dei Brevi Apostolici e della S. Congregazione pro Ecclesia Orientali.
Dino Siuffa
DELEGAZIONE : v. giurisdizione.
DELEHAYE, Hippolyte. - Gesuita e bollandista, insigne rinnovatore della scienza agiografica, n. a Anversa (Belgio) il 19 ag. 1859, m. a Bruxelles il 1^{°} apr. 1941. Entrato nella Compagnia di Gesù nel 1876 a Aarion, studiò lettere a Tronchienne e dal 1879 al 1882 , filosofia a Lovanio. Nel Collegio dei Gesuiti di Gand insegnò tra il 1882 e il 1885 lingua fiamminga, matematica e chimica e fu direttore del coro.
Il suo primo saggio letterario Les plantes de la Bible, pubblicato nel 1885 nei Précis historiques (34 [1885], pp. 353-72), manifestò in lui uno spirito d'iniziativa ed una facilità di lavoro, che il p. Costantino Van Aken, colpito dal suo talento, lo diresse sulla via delle ricerche storiche. Cosi, ispirandosi ad un articolo di Fr. Ehrle, allora prefetto della Biblioteca Apostolica Vaticana nel1'Archio für Litteratur und Kirchengeschichte (I [1885], pp. 365-401), di recente fondato, che diceva: «Desidero che le tradizionali biografie dei nostri grandi scolastici seguano i progressi contemporanei della critica e del metodo storico ", il D. iniziò uno studio sul "doctor solemnis» Enrico di Gand: Nouvelles recherches sur Henri de Gand, in Messager des scieucas historiques en Belgique, 60 [1886], pp. 328-55, 438-55; 61 [1887], pp. 39-85, confermando la superiorità del metodo dell'Ehrle. Poi, dopo ricerche negli archivi di Gand e di Tournai, aggiungeva: Notes sur Henri de Gand, ibid., 62 (1888), pp. 421-56. Mentre l'Ehrle, che reclutava allora "scrittori» per la Vaticana, metteva gli occhi sul D., un altro l'aveva prevenuto: Carlo De Smedt, dietro le raccomandazioni del p. Van Aken.
Sotto la direzione del De Smedt, il D. faceva l'ingresso nel mondo scientifico con un lavoro critico su Gilberto di Gembloux ed il legato Pietro di Pavia: Guibert, abbé de Florennes et Gembloux (in Revue des gucstious historiques, nuova serie, 46 [1889], pp. 5-90); Pierre de Pavia, legat du pape Alessandre III en France (ibid., nuova serie, 49 [1891], pp. 5-61); Le légat Pierre de Pavi

(da Anatecta Bollandiana, 68, 1211)
Delehaye, Hippolyte - Ritratto con firma autografa.
chanoine de Chartres (ibid., nuova serie, 51 [1892], pp. 244 252).
Intanto il D. fu mandato, per la formazione specifica degli studi di teologia, parallela a quella delle ricerche storiche, a Innsbruck, dove brillavano L. von Pastor ed H. Grisar; ma vi rimaneva soltanto l'anno accademico 1886-87. Pare che il duro clima del Tirolo non convenisse alla salute del D., cosicché fu richiamato nel Belgio dove riprese l'insegnamento della matematica, con un corso superiore al Collegio St-Michel a Bruxelles.
Il 1887 fu l'anno decisivo della vita scientifica del D., poiché, entrando nella società dei Bollandisti, vi trovò il suo vero ambiente. Fece il suo ingresso negli Analecta Bollandiana con una dissertazione latina: Guiberti Gemblacensis epistula de S. Martino et alterius Guiberti item Gemblacensis carmina de eodem (in Analecta Bollandiana, 7 [1888], pp. 265-320), primo di 113 altri articoli. Quando parti nell'autunno del 1888 per Lovanio a continuare gli studi cominciati a Innsbruck, il suo avvenire di bollandista era deciso. Ordinato sacerdote il 24 ag . 1890, dopo l'esame finale di teologia, ritornava il 4 genn. 1891 al "Museum Bollandianum ".
Il primo lavoro di bollandista fu il commentario della vita di s. Wolfango : De S. Wolfango episcopo Ratisponensi (in Acta SS. Novembris, II, I [1894], pp. 527-97. In seguito rivolse il suo lavoro anche alla parte grecobizantina in cui divenne presto un maestro. Era il tempo in cui Krumbacher fondava la Byzantinische Zeitschrift (1892) e attirava nella sua orbita giovani come A. Ehrhard e Pio Franchi de' Cavalieri. Dal 1891 il De Smedt meditava il progetto di una Bibliotheca hagiographica Graeca, attuata dal D. nel 1894-95 (seconda edizione nel 1909 con una Sympais Metaphrastica). Nel 1896 il D. iniziò le ricerche sull'agiografia greca, che frustrarono la pubblicazione di diversi cataloghi dei manoscritti greci esistenti nelle biblioteche d'Europa, Asia Minore ed Egitto, ma soprattutto l'edizione critica del Synaxarium Ecclesiae Constantinopolitanae e codice Sirmondiano nunc
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Berolinensi, adiectis synaxariis selectis (Propylacum ad actu SS. Novembris, Bruxelles 1902) che è stata giudicata un vero capolavoro.
Nel 1897 il D. prese contatto con le antichità cristiane di Roma pubblicando il profondo ed intuitivo studio Les saints du cimetière de Commodille (in Auslecta Bollandisn a, 16 [1897], pp. 17-43). Per l'agiografia romana fece epoca lo studio L'amphithéâtre Flavien et ses environs dans les textes hagiographiques (ibid., 16 [1897], pp. 209-52). Nel 1903, nella Revue des questions historiques (nuova serie, 74 [1903], pp. 56-122) apparve uno studio su Les légendes hagiographiques che ebbe in volume a parte tre edizioni (Bruxelles 1905, 1906, 1927) e fu tradotto in! italiano (Firenze 1906, 1910), in inglese (Londra 1907) e in tedesco (Kempten 1907). L'argomento, di importanza fondamentale per la critica agiografica, fu ripreso nel 1921 con il volume Les Passions des martyrs et les genres littéraires. Lo studio Les origines du culte des martyrs (Bruxelles 1912, 2^{\text {a }} ed. 1933) che fa una trilogia con i due precedenti e dove il D. confutò con prove di fatto la tesi protestante di E. Lucius, che aveva preteso presentare i martiri di Cristo quali successori dei semidei, ebbe come supplemento Sanctus. Essai sur le culte des saints dans l'antiquité (ivi 1927).
Morto il 19 febbr. 1912 il De Smedt, il D. gli successe nella presidenza della società dei Bollandisti. Quando nel 1931, uscì il dotto Commentarius perpetuus in Martyrologium Hieronymianum ad recensionem H. Quentin (Acta SS. Novembris, II, II, ivi) si poteva credere l'operosità del D. coronata. Ma invece egli potè ancora portare a compimento un altro ardito lavoro, il commentario al Martyrologium Romanum ad formam editionis typicae scholis historicis instructum, nel Propylanum ad Acta SS. Decembris (ivi 1940) e due studi, uno: Cinq logons sur la méthode hagiographique (ivi 1934), combattendo nel capitolo Les reliques des saints recenti abusi di false reliquie; l'altro: Etude sur le Légendier Romain. Les saints de novembre et de décembre (ivi 1936), preoccupato della sana critica dei santi da trattare negli ultimi mesi degli Acta SS. Precipuo merito del D. è di aver saputo trar profitto dagli aridi elenchi spesso cosi profondamente confusi e alterati del Martirologio Geronimiano e dei Sinassari; egli ha dimostrato come le prime generazioni cristiane onorevano i martiri di Cristo, venerandone i sepolcri e celebrandone la solenne commemorazione nei loro anniversari. Il sepolcro e la commemorazione furono le due «coordinate agiografiche» del D. (La méthode historique et l'hagiographie, in Bulletin de l'Académie
royale de Belgique, 16 (1930), pp. 218-31). Il D. non si è limitato alle fonti letteraric, delle quali era profondo conoscitore, ma, primo tra gli agiografi, ha cercato costantemente le autentiche testimonianze monumentali delle tradizioni locali, usufruendo mirabilmente di ogni scoperta archeologica. In ogni suo scritto egli ha fatto tesoro e messo in evidenza gli elementi di fatto della venerazione dei sepolcri dei martiri, cioè le basiliche e gli oratori edificati sui loro sepolcri, le iscrizioni onorarie o votive, i reliquiari, le testimonianze dei pellegrini e i loro graffiti, il simbolismo delle loro immagini e perfino i nomi dei luoghi attestanti il loro patronato. L'attività del D. nell'agiografia greco-bizantina e latina è documentata dai 239 numeri che costituiscono la sua bibliografia (cf. Peeters, pp. xxxviII-12). La sua opera scientifica era cosi apprezzata da Pio XI che alla creazione della Sezione Storica della S. Congregazione dei Riti (1930), lo annoverò fra i primi Consultori.
BibL.: P. Peeters, Le r. pire H. D., in Auslecta Bollandiana, 60 (1942), pp. 1-1.11 (con elenco bibliografico completo); id., Fieures bollandiennes contemporaines, Bruxelles 1948, pp. 69-105. Da aggiungere: C. Muhlberg, Il p. Ippolito D. S. I.: cinquant'anni di studi agiografici, in Rendicta111 della Pontificia accademie romana di archeologia, 19 (1942-43), pp. 15-46; M. Scaduto, L'opera di un bollandista: il p. Ippolito D. (1859-1947), in Cic. Cult., 1943, 1, pp. 96 104, 168-76, v. anche AYYI DEI HARTINI e dOLLANDISITI.
Cuniberto Muhlberg
DE LELL1, Teodoro. - Vescovo, teologo e giurista, n. a. Teramo nel 1427, m. a Roma il 31 marzo 1466. Laureatosi a Padova in utroque

(de E. Bourguel, Les ruines de Delphr, Parigi (III)
Delfi, oracolo di - Pianta del santuario di D.
iure e divenuto ben presto uditore della Rota romana, ebbe in curia molti incarichi, che disimpegnò con prudenza e abilità. Nel 1462 Pio II lo nominò vescovo di Feltre e se ne servì per delicate missioni diplomatiche a Venezia e in Francia, presso Luigi XI. Da Paolo II, di cui fu il più intimo collaboratore, fu trasferito alla sede di Treviso, ma un male incurabile lo condusse alla tomba nel vigore delle sue forze. Fu seppellito a S. Maria Nuova, ove si legge ancora il suo epitaffio.
Dotato d'ingegno non comune, pur preso da un'intensa attività diplomatica e forense, scrisse tre opere a difesa del primato e dell'infallibilità del papa e della sua superiorità sul concilio e sul collegio dei cardinali, in un momento in cui le teorie conciliari erano accolte anche da spiriti ben intenzionati: Tractatus contra pragma-
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ticam sanctionem (cod. Vat. lat. 3878, ff. 81-96) : ribatte le obbiezioni dei regalisti francesi contro le riserve della S. Sede; Replica Th. L. pro Pio II et Sede Romana (ed. Fichier-Struve, in MGH, Scriptores, II, pp. 214-28: edizione molto imperfetta): forte argomentazione a favore del Capo della Chiesa; Contra supercilium (cod. 27, CC. bibl. Lolliniana di Belluno): trattato, in due parti, contro i cardinali, a cui richiama l'origine e l'ufficio di consultori del romano pontefice. Da buon umanista cristiano curò l'edizione dei trattati e lettere di s. Girolamo (Parma 1480). Lasciò anche un numero considerevole di orationes e di epistolas inedite