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nte, non diffondendosi l'autore, come nella E. (2, 11-18), sul particolare dell'unione tra giochi e gratili. Per la cristologia, prevale nella E. la concezione di Cristo capo del Corpor mistico, mentre nella Colossesi la funzione di Cristo capo è più universale, si direbbe cosmica; là è la Chiesa nei suoi rapporti con Cristo, qui è l'intera creazione. Nel quadro prevalentemente ecclesiologico della E. è sviluppata anche la dottrina del matrimonio, accennata ap-
pena nella Colossesi, che tratta assai più brevemente anche gli altri punti della morale domestica.
IV. Luogo e data di composizione. - La determinazione del luogo e, conseguentemente, del tempo approssimativo di composizione rientra nell'impostazione generale delle lettere dalla prigionia. I rilievi fatti sulla profonda somiglianza tra la Colossesi e la E. suggeriscono per ambedue le stesse circostanze di composizione. La E. parrebbe composta dopo la Colossesi, come la Romani dopo la Galati. Infatti tanto quest'ultimo che la Colossesi affrontano il proprio tema nel fervore di una lotta vissuta, mentre nella Romani e nella E. l'ardore polemico ha ceduto il passo ad una considerazione più calma e più dottrinale degli stessi problemi. Poiché latore, come nella Colossesi, fu Tichico, in breve tempo dovettero essere scritte l'una e l'altra. Ritenendo che la prigionia di cui ambedue le lettere parlano apertamente sia quella romana, si è portati ad assegnare la E. al biennio 61-63, piuttosto verso la fine che al principio, a motivo delle speranze di liberazione manifestate nel biglietto o Filomone (v. 22), che E. certamente gruppo con la E. e la Colossesi.

Bina. Vengono indicate le pubblicazioni più rappresentative degli ultimi decenni. Commenti cattolici: J. E. Belser, Der Ephestchrist des Apostels Paulus. Friburgo in Br. 1906; J. Kassenbauer, Commentarius in s. Paul's Apostels Epistles IV. Epistolae ad Ephesim, ad Philippenset et ad Colosseum, Parisi 1912. pp. 1-174; M. Sales, Le Sezon Bibbin. Il Nuovo Testamento, II, Torino 1914, pp. 268-300; M. Mislovitz, Die Gellensmichsstchrirfe des beil. Paulus, 4* ed., Bonn 1931, pp. 30-106; J. M. Vosté, Comment. in Epist. ad Ephesim, 2* ed., Rome-Parma 1932; J. Huby, Les Epiltres de la supériorité (Verbum Galati), 8), Parigi 1933; A. Médelpielle, Epiltre aux Ephésiens (La Ste Bible di L. Form. 12), ivv 1936, pp. 9-74; P. Benoit, Les Epiltres de si Paul aux Philippiens, a Philémon, aux Colossiens, aux Ephésiens, in La Ste Bible trad. fr., Ecole biblique de Jérusalem, Patizi 1940, pp. 71-103. Acamulici: H. Von Baden, Der Brief an die Epheser, in Hand-Kommentar, III, 1, 2* ed., Friburgo in Br. 1895, pp. 79-124; T. K. Abbott, Epistles to the Ephesians and to the Colossians, Kaimburgo 1872, ultima ristampa 1926; P. Ewald, Die Briefe des Paulus und die Epheser, Kolosser und Philomon (Kommentar zum N. Test. di Th. Eden, 12) Lipsia 1905, pp. 56-266 sgg; B. F. Westcott, S. Paul's Epistle to the Ephesians, Londres 1906; J. A. Robinson, St. Paul's Epistle to the Ephesians, 2* ed., Londra 1914; M. Dibelius, An die Kolosser, an die Epheser, an Philomon, in Handbuch zum N. Test., XII, 2* ed., Tubinga 1927; E. F. Scott, The Epistles of Paul to the Colossians, to Philomon and to the Ephesians, Londres 1930, ritsampa 1948, pp. 117-247.

Agli studi citati nel corso di questo articolo si aggiunga: H. Coppieters, Les récentes attomes contre l'authenticité de l'Epitre aux Ephésiens, in Revue biblique, 9 (1912), pp. 316-19; A. Vatt, Millinus Christi Regis arma lauta S. Paulum, in Verbum Domini, 7 (1927), pp. 110-18; W. Koester, Die Idee der Kirche beim Apostel Paulus (Neolestamentliche Abhandlungen, 14, 1), Münster 1928, pp. 51-60.

Teodorico da Cesari San Pietro
EFESO ("Eyeson). - Città della costa ionica dell'Asia Minore, di origine micenea come è attestato dal trovamento archeologici, situata quasi alla foce del Caistvo e fornita di un ottimo porto per il commercio che sempre alimentò dal mare alle montagne del Tauro. Occupata successivamente da Cress, ra di Lidia, dai Persiani (545), dai Macedoni (334), nel 133 per testamento del re Attalo III, passò ai Romani sotto i quali divenne la più ricca e commerciante città anatolica.
E. fu patria di Eraclito, del giambografo Ipponatée, dell'alegisco Celino e del pittore Parosao. La divinità principale adorata ad E. era la Grande Madre raffigurata in piedi a mani strette sui fianchi, fornita di molte mammelle a significare la sua inessuribile fecondità. I Greci l'assimilarono ad Artemide, assimilato a sua volta alla italica Diana. Il suo tempio ionico diptero bruciò nel 356 ad opera di Erostrato ma fu riedificato più splendido (Strabone, XIV, I, 22; Pausania, IV, 31, 8; VII, 2, 6). Nel recinto del tempio era edificato un santuario ad Augusto, simbolo della unione del culto provinciale con l'imperiale (cf. V. Chaput, Le province romaine provenzulaire d'Aix, Parigi 1904). Dal santuario efesino prendono il nome le Ephesia grammata, formole dotate di forza magica a beneficio di chi le pronunziava o le portava

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ARCO TRIONFALE DELLA BASILICA DI S. MARIA MAGGIORE CON SCENE MUSIVE RELATIVE ALLA M. da Sisto III (432-40); i museici dell'abside sono di Jacopo Turriti (fine sec. xirr). Da sinistra a destra: I. Annunciazione; al tempio; S. Giuseppe riceve l'ordine di recarsi in Egitto. II. Adorazione dei Magi; Incontro della Sacra Famiglia con il re Betlemme. - Abride: Incoronazione di Maria S.ma - da sinistra a destra: S. Francesco, ss. Paolo e Pietro, Niccolò V papa, di Maria S.ma, Adorazione.

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(Jul. Renato Semeuini per Ruc. Calt.)
TERNITÀ DIVINA DI MARIA S.ma, PROCLAMATA NEL CONCILIO DI EFESO (431). L'arco è stato eretto Giuseppe liberato dal dubbio: Trono divino tra Pietro e Paolo e i simboli dei quattro Evangelisti; Presentazione Afrodisio (episodio apocrifo della fuga in Egitto). III. Strage degli Innocenti; 1 Magi da Erode. IV. Gerusalemme; ard. Jacopo Colonna, s. Giovanni Battista, s. Giacomo, s. Antonio - ordine inferiore: Annunciazione, Natività, Trenzito dei Magi, Purificazione.

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(4) E. Hrush, F. Kroll, J. Kell, His Morisabircha in Ephrasa, in Fetrchungen in Ephrasa II', 1, (20), 1er. 11 Efeso - Pients della chiesa di S. Maria.
come amuleti. Il luogo di E. che fu distrutto in epoca bisentina ad opera dei Turchi Selğ̆qidi (1:16) corrisponde all'attuale villaggio turco di Ayasoluk, riduzione di Eyno, Buaíyros, che si riferisce all'apostolo s. Giovanni, il quale ad E. esercito la sua asione ed ivi ebbe una basilica, ora in rovine, attorno alla quale si sviluppò la devosione del popolo cristiano, e si svolsero mercati cui presero intensa parte i mercanti italiani.

Nicola Turchi
I. E. nel Nuovo Testamento. - E. fu teatro dell'atività di s. Paolo, poi di s. Giovanni.
S. Paolo fu a E. per qualche giorno alla fine del secondo viaggio missionario (52-53). La buona accoglienza nella sinagoga l'impegnó a ritornare. Restarono intanto Aquila e Priscilla a preparare la conquista cristiana di E. (Act. 18, 18-21). Nel frattempo vi giunse l'olessandrino Apollo (v.), anima ardente di apostolo, ma imperfettamente iniziato al cristianesimo, che i due coniugi istruirono compiutamente e battezzarono. Nelle condizioni di Apollo si trovavano una dozzina di "discepoli" quando Paolo torno a E. nel 54 (terzo viaggio): istruiti a battezzati, si unirono alle nascente comunita (Act. 19, 1-7). La rottura con la sinagoga avvenne dopo tre mesi di dispute sul "regno di Dio" Paolo si trasforl nella scuola di un certo Tiranno, uno dei tanti retori di cui pullulavano le maggiori citta d'Oriente. Non risulta se l'aula, che, secondo una variante del cod. D in Act. 19, 9, ora a disposizione di Paolo dall'ora quinta alla docima ( = ore 11-16), gli fosse prestata gratuitamente. Due anni di fecondo lavoro eposonico, che per l'affluire di forestieri e per probabili invii di discepoli in altre citta dell'Asia proconsolare (Col. 1.7; 4, 13) si estese molto al di là dei confini di E. (Act. 19, 26), suscitarono la gelosia dei giudei (Act. 19, 13-17) e la preocupazione di chi era economicamente interessato a mantenere il culto di Artemide efesina (v. diana). Infatti, mentre Paolo si disponeva a lasciare l'Asia. Demetrio e la categoria degli argentieri provocarono il tumulto, in occasione del quale si adoperarono a favore di Paolo anche alcuni asiorchi suoi amici (Act. 19, 31). Per la questione se Paolo abbia subito a E. una prigionia prolungata, seguita da una condanna alle fiere (cf. I Cor. 15, 32), e abbia da questa citta scritte le lettere della prigionia, v. PRIGIONIA, EPISTOLE della.

Di ritorno dall'Acaia a Gerusalemme Paolo convocó a Mileto i presbiteri efesini, ai quali, in un discorso di commiato, fece l'apologia della propria condotta (Act. 20, 17-35) ed annunciò che quello sarebbe stato l'ultimo incontro (Act. 20, 25. 38). Tornó, invece, a E. tra la prima e la seconda prigionia romana lasciandovi come vescovo Timoteo (I Tim. 1, 3). Delle ultime cure di Paolo per
i fedeli di E. e dei dolori che ne ebbe parla II Tim. 1, 15-18. Dalla seconda prigionia romana Paolo (II Tim. 4, 12), probabilmente per facilitare il viaggio di Timoteo a Roma, mandò a E. Tichico, che vi aveva gia sostenuto altre missioni (Eph. 6, 21 sg.).

Dei monumenti di E. portati alla luce dagli scavi compiuti alla fine del sec. 212 e nei primi anni del xc gli Atti ricordano soltanto il teatro, dove si precipito la folla eccitata dal discorso di Demetrio. La cosiddetta - prigione di s. Paolo = può, tutt'al più, rappresentare il ricordo confuso di una prigionia.

L'unico passo del Nuovo Testamento che implichi un rapporto tra E. e l'apostolo s. Giovanni è le prima delle sette lettere dell' Apocalisse (2, 1-7), che è indirizzata all'angelo della chiesa di E. Da esso si può ricavare un'azione direttiva e di controllo esercitata dall'Evangelista nei confronti di questa come delle altre comunità asiatiche. Più chiaramente risulta che, verso la fine dell'età apostolica, la chiesa efesina era travagliata dalla propaganda erronea di falsi apostoli, e, pure resistendo bene, nel complesso, a questi attacchi, era tuttavia decaduta dalla primitiva carita. Della dimora e dell'attivita di s. Giovanni a E. c'è una traccia anche nel nome del ricordato villaggio Ayasoluk (Eyno; Buaióyos).

Bim.: W. M. Ramses, Ephesus, in DB. I, pp. 720-22; P. Antoine, Ephéze, in DBs. II, coll. 1076-80; R. Tonneau, Ephéze un temps de st Paul, in Revue biblique, 38 (1929), pp. 2 24. 321-62.

Teodorico da Castel San Pietro
II. Concilio di E. - E il terzo Concilio ecumenico, tenuto nel 431.

1. Occasione e preliminari. - Il Concilio di E. ripete l'origine dalla controversia agitata, sulla fine del 428, da Nestorio, patriarca di Costantinopoli, relativamente alla legittimità di chiamare 61076ros, madre di Dio, la S. Vergine; titolo con il quale, del resto, veniva già da lungo tempo onorata specialmente in Egitto e nella Cappadocia.

Nestorio riteneva nocivo il detto termine, in quanto esso poteva far credere che Maria avesse generata la divinità. Secondo lui sarebbe stato meglio usare il termine χ ρ ε ε τ σ τ o ́ x o s, madre di Cristo, poiché una tale specifisazione faceva pensare alle due nature, la divina, cioè, e l'omana, del Verbo incarnato.

La ragione di tanta repugnanza per l'aggettivo 61076ros da parte di Nestorio era nel fatto che questi era imberuto del concetto eterodosso sulla unione delle due nature in Cristo, di recente elaborato da Teodoro di Mopsuestia per combattere l'eresia di Apollinare. Secondo Teodoro, a Maria ha partorito Gesù, ma non il Verbo, il Logos; il Logos è sempre esistito, non ba

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avuto mai principio, benche abbia abitato in Gesù in maniera del tutto speciale. Maria, adunque, è la madre del Cristo e non la madre di Dio. Si può chiamare cosi in modo figurato e perché Dio era in una maniera del tutto particolare nel Cristo * (PG 66, 993).

Queste parole in sostanza esprimono tutta la dottrina cristologica di Nestorio (v.) e ne costituiscono l'eresia. Egli sdoppia Gesù Cristo in due soggetti di attribuzione, in due persone, senza dubbio strettamente unite, ma nello stesso tempo coesistenti distinte nell'unione. Si può ben parlare di una sola personalità, di un solo presuppon del Verbo e dell'uomo Gesù, della divinità e dell'umanità : ma questa personalità unica è di ordine morale e giuridico e non sopprime la dualita nelle persone fisiche; nel Cristo vi sono due esseri che dicono: io, me, su differenti piani, Nestorio traduceva bene il suo pensiero, quando diceva che il * Verbo non è nato due volte *.

Già sufficientemente visibile nelle omelie da lui pronunciate al principio della controversia, tale concezione si manifesta maglionella sua opera, ritrovata ai nostri giorni nella versione sirisca, dal titolo: Il libro di Eraclide di Damasco (pubblicata nel testo originale da P. Bedjan e in traduzione francese da F. Nau, Parigi 1910).

La predicazione di Nestorio contro il theotokos fece molto rumore e sollevò proteste da ogni parte, giungendone subito l'ero a Roma e ad Alessandria.

Messo sull'avviso dei rappresentanti che aveva a Costantinopoli, s. Cirillo d'Alessandria amascherò senza indaglo la nuova eresia, sul principio non facendo allusione all'autore di essa, poi indirizzandosi direttamente a questi (v. cirillo d'alessandria, santo). Il papa Celestino, ampiamente informato tanto dall'africano Mario Mercetace, residente a Costantinopoli, che da Cirillo e dallo stesso Nestorio, si pronunciò contro il novatore al Concilio romano dell' 11 ag. 430 , intimandogli, sotto pena di scomunica e di deposizione, di ritrattarsi durante i dieci giorni che avrebbero seguito la notifica della sentenza romana da parte del vescovo di Alessandria. Cirillo non si fece premura di eseguire la delicata missione affidatagli e complicò grandemente tutta la situazione, sottomettendo alla firma di Nestorio una serie di 12 anatematismi, in cui si notavano delle espressioni mai udite fino ad allora ed urtanti in piena la terminologia usata dalla scuola di Antiochia. I latori della sentenza romana e della lettera degli anatematismi arrivarono a Costantinopoli soltanto il 7 dic. 430. Nel frattempo Nestorio, prevedendo il colpo che lo minacciava, l'aveva abilmente stornato, ottenendo dagli imperatori Teodosio II e Valentiniano III la convocazione di un concilio ecumenico per esaminare il suo caso. L'edito di convocazione, diretto a tutti i metropoliti dell'impero, fu emanato il 19 nov. 430. Il Concilio doveva aprirsi ad E. nella Pentecoste del 431, che cadeva il 7 giugno. Il Pontifice, per il bene della pace, accettò la convocazione del Concilio, mentre scriveva a Cirillo il 7 maggio 431 che l'esecuzione della sentenza romana contro il novatore era ritardata. Inoltre nominò tre legati, i due vescovi Arcadio e Proletto ed il discono Filippo, per rappresentarlo alla
futura assemblea, dando loro precisissime istruzioni sulla condotta da tenere. Con ciò non veniva revocata l'ante. riore delegazione di Cirillo; tuttavia il Papa esortava questi a fare tutti gli sforzi per regolare in pace la controversia, con il concorso degli altri prelati (Mansi, IV, 1292). Invero l'assemblea si annunciava tempestosa, avendo gli anatematismi di Cirillo scatenato una vera buvvasca tra gli Orientali del patriarcato di Antiochia.
a. Storia del Concilio. - Non essendo ancora giunti molti vescovi, il Concilio non si poté aprire il 7 giugno 431 , giorno stabilito, e si attese per due settima no. Infine, il 22 giugno, pur non essendo ancora presenti né gli Orientali del patriarcato di Antiochia né i legati romani, Cirillo tenne la prima sessione, senza far conto delle proteste del magistrato imperiale, il conte Candidiano, e della domanda di un nuovo rinvio, avanzata da un imponente gruppo di più che 130 vescovi. Cristo per tre volte a comparire, Nestorio rifiutò. Allora si istruì il processo, dando lettura di numerosi documenti che lo riguardavano, lettere da Roma e da Alessandria, lettere ed estratti di scritti dello stesso Nestor
rio. La seconda lettera di Cirillo a Nestorio (quella che comincia con Kanapluepolos) fu dichiarata conferme al Simbolo di Nicea e solennemente approvata, mentre la risposta di Nestorio ad essa fu condannata come eretica. Si disse anche lettura della terza lettera di Cirillo al novatore, quella che terminò con i 12 anatematismi, che dovettero certo esser letci; ma niente indica negli atti che ottenessero una speciale approvazione dal Concilio, come avvenne per la lettera Kanapluepolos. Fura seguito un lungo florilegio patristico sull'unione delle due nature in Cristo, ove si notano alcune citazioni di scritti pseudopigrafici di origine apollinariara. Si venne, infine, alla sentenza di deposizione e di scomunica: a Necessariamente forzati, dissero i Padri, dai canoni e dalle lettere del nostro S. Padre e collega Celestino, vescovo della Chiesa dei Romani, noi siamo venuti con lacrime a portare questa triste sentenza contro Nestorio: Nostro Signore Gesù Cristo che egli ha bestommiato, decide col presente santissimo Concilio, che egli viene escluso dalla dignità di vescovo e da tutto il collegio sacerdotale * (Mansi, IV, 1212). Il popolo di E., devotissimo della Vergine Maria, accolse con entusiasmo le condanna dell'avversario del Gecrónoc; la città fu illuminata ed i vescovi vennero accompagnati alle loro dimore con fiaccele ed incensieri (cf. l'epistola by Cyrilli ad cleroze populumque alnusundrinum PG 77, 138).

In tal modo il trionfo dell'arcadossia si ottenne in una sola giornata. Ma le formalità non erano state osservate. La precipitazione non poteva che suscitare uno scisma tra i vescovi. Il 26 giugno giungeva con i suoi Giovanni di Antiochia. Massi al corrente di quanto era avvenuto ed invitati a sottoscrivere la deposizione di Nestorio, gli Orientali si rifiutarono. Anzi si unirono in conciliabolo, deposero come colpevoli di eresia ariana ed apollinarista Cirillo e Memnone vescovo di E. e scomunicarono i loro partigiani.

Nel frattempo arrivarono anche i legati romani, che rimisero al Concilio cirilliano una lettera del papa Ce-

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lestino, mentre domanderano comunicazione degli atti della prima sessione. Con loro si tennero quattro sessioni (Iro, II, 16 o 17 luglio) e nell'ultima del 17 luglio, che era la quinta nella serie, venne acomunicata Giovanni di Antiochia con i suoi, che avevano rifiutato di comparire e di spiegarsi. Si arrivò cosi ad avere due gruppi contrari, che si smenterazzevano a vicenda. Ciascuno di essi si fece diligente nell'infornare l'imperatore, per attirarlo dalla sua parte. Questi, assai malcontento, ordinò a ciascun partito d'inviare alcuni delegati a Costantinopoli per discutere davanti a lui, che avrebbe poi deciso in conseguenza. Cosi fu fatto. Le due delegazioni si riunirono non a Costantinopoli, ma a Calcedonia senza giungere ad una intesa, mentre Teodorio II, contrariato, dichiarò subito il Concilio (fine ort. 431). Lungi dal ricondurre la concordia, questo aveva maturato uno scisma, a l'unione poté essere ristabilita soltanto dopo due anni, attraverso lunghe e fastidiose discussioni. Invero nel. Pag. 433 venne finalmente sottoscritta da
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una parte e dall'altra quella formola di compromesso, che si chiamò l'atto di unione. In conclusione restarono acquisite le decisioni della prima sessione: la proclamazione, cioè, della maternità divina di Maria e la deposizione di Nestorio, ossia quanto il papa Celestino aveva già deciso prima del Concilio, di cui si sarebbe potuto fare a meno.
3. Principali decisioni. - La principale decisione del Concilio di E. fu evidentemente la proclamazione della divina maternità di Maria, la canonizzazione, cioè, del theotöhos, che minava alla base cio che si chiamava l'ercsia nestoriana.

Un'altra decisione, destinata a divenir celebre nella storia della controversia sul Filioque tra Greci e Latini, e che ebbe anche importanza nella controversia monofisita, è quella presentata alla sesta sessione (22 luglio 431) sulla composizione di formule di fede diverse del Simbolo di Nicea: «Il santo Concilio ha deciso che non sarà permesso ad alcuno di presentare, di scrivere o di comporre una formola di fede differente (śvépav niotiv) da quella che fu fissata dal SS. Padri, riuniti con lo Spirito Santo a Nicea...» (Mansi, IV, 1361 sgg.). Su questo decreto e la sua importanza nella storia delle controversie teologiche cf. M. Jugle, Le décret d'Ephèse sur les formules de foi et la polémique anticatholique en Orient in Echos d'Orient, 30 (1931), pp. 257-70.

Dalla storia tanto complicata e movimentata di questo Concilio, il primato romano, la superiorità del Papa sul concilio ecumenico a piuttosto l'impotenza di tutto il Concilio senza la partecipazione a la presidenza del Papa, sono messe in viva luce.

In fondo il Concilio fu l'esecutore delle decisioni romane. Poiché tutto ciò che fece al di fuori del programma tracciato dal Papa, anche con l'approvazione dei legati di questo, al fine divenne caduco, non avendo né Celestino né il successore Sisto III approvato gli anatemi che reciprocamente si scagliarono i due gruppi avversari.

- Spinti dalla lettera di Celestino", i Padri pronunciano, durante la prima sessione, la deposizione di Nestorio; come pure si legge negli atti, al principio di ogni sessione, che Cirilio di Alessandria - tiene il posto del vescovo della Chiesa dei Romani». I legati romani, giunti in ritardo, vollero che si ripetesse innanzi a loro la prima sessione, e vennero abbiditi. E quando tutto fu terminato, uno di costoro, il diacono Filippo, fece la seguente solenne dichiarazione, che l'assemblea accolse con 8 suo silenzio probatorio: "Nessuno dubita, o piuttosto, è un fatto noto in tutti i secoli che il santo e felice Pietro, il pescatore e capo degli Apostoli, la colonna della fede, il fondamento della Chiesa cattolica, ha ricevuto da Nostro Signore Gesù Cristo, il Salvatore ed il Redentore del genere umano, le chiesi del Regno e che gli è stata donata la potestà di legare e sciogliere i peccati; agli stesso fino ad oggi e per sempre vive a giudice nei suoi successori» (Mansi, IV, 1296). Il Concilio Vaticano, come è risaputo, ha fatto sue le parole del legato di E., inserendole
tali e quali nella trama del cap. 2 della sect. Pastor astemus.

Tra le decisioni del Concilio vanno ancora segnalate: la condanna dei pelagiani ed in particolare di Celestio, il cui nome è accoppiato a quello di Nestorio, nei cana. I e IV, presentati alla sessione VII del 30 ag. (Mansi, IV, 1471; ma gli atti non dànno alcuno particolare su tale condanna, cf. M. Th. Diedier, Le pélagianisme au Concile d'Ephèse in Echos d'Orient, 30 (1931), pp. 314-33); la dichiarazione di autonomia della Chiesa di Cipro nei confronti del patriarcato di Antiochia, ratificata nella stessa settima ed ultima sessione (Mansi, IV, 1465-70).

Il ricordo del Concilio di E. è perpetuato a Roma dalla grande basilica di S. Maria Maggiore, che il papa Sisto III (432) fece costruire dopo il Concilio e dedicò alla Madre di Dio, ormandola di preziosi museici, che sono stati recentemente restaurati; ed anche dall'iscrizione che uno dei legati di Celestino, il diacono Filippo, fece incidere nella chiesa di S. Pietro in Vincoli. (cf. G. B. De Rossi, Inscriptiones Christ., II, Roma 1887, p. 110).

Il XV centenario del Concilio venne solennemente celebrato a Roma nel 1931. Per l'occasione il papa Pio XI pubblicò l'encicl. Lux veritatis del 25 dic. 1931, con la quale estendeva alla Chiesa universale, sotto il rito doppio di seconda classe, la festa della divina maternità della s. Vergine fissata per l'11 ott.

Bim... Gli atti relativi al Concilio si sono giunti in diverse collezioni, ineguali di valore e di contenuto. Tutta l'enorme massa di documenti si può chesificare in tre gruppi : prima del concilio; riunioni di E. riunioni di Calcedonia ed abboocamenti che sfoclarono nella firma dell'atto di unione nel 433. La prima edizione degli atti greci fu quella di Commelino, Heidelberg 1991. Fu eseguita dall'Editio Vaticana. Roma 1608, per ordine di Paolo V, edizione riprodotta, con più a meno consideravoli aggiunto, nelle posteriori collezioni dei Concili da Labbe, Hardouin e Mansi. Con il blasanto titolo Synodicon adversus (raguellam Irenaei, E. Balcce (Nueva calicetio Conciliorum, I, Parigi 1683) pubblicò una raccolta di 235 documenti relativi ad

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ogni sorta di avvenimenti, dal 431 alla metà del sec. vi, tra i quali le controversie immediatamente seguite al Concilio occupano il maggior spazio. Fu redatta in latino da Rustico, discorso di papa Vigilio e di lui compagno di viaggio a Costantinopoli, e contiene molti documenti noti soltanto in grazia di questa traduzione latina. Tutte queste collezioni e versioni latine, più o meno frammentate, sono state recentemente pubblicate in veste critica da Ed. Schwartz, Acta conciliorum aecumusorum, I. Concilium Ephesinum, 3 fascc., Lipsia 1922-29, edizione di non facile consultazione, con essendo stati classificati i documenti. Frammenti autentici degli Atti copti del Concilio, misti a pezzi specifif, sono stati pubblicati da U. Bourlant, con una traduzione francese non molto fedele, in Mémoires de la mission archéologique française au Caire, 8 (1892), e da W. Krantz, con metodo critico e traduzione tedesca: Kapitzehe Akten zum ephesinischen Konail von Jahre 431, Lipsia 1904. Sugli Atti semoni e georgiani cf. A. Rucker, Ephesinische Koncilsabten in armeniadsgeorgischer Uberlieferung, in Sitzungderichte der bayer. Akad. der Wissensch., Morsen 1930; dello stesso: Ephesinische Koncilzabte in lateinischer Uberlieferung, Ozzabrano 1931.

Fonti antiche: Socrate, Hist. eccl., VII. 29-34; Evagrio, Hist. eccl., I. 2-7; Teodoreto, Hecretia, fabellarum compositione, IV, 12; Liberato, Breviarium causae Nestorianorum et Eutychianarum, 2-9. Altre fonti recentemente edite e completate: F. Loofs, Nestoriana, Die Fragmente des Nestorios gesammelt, untersucht und herausgegeben, Halle 1909: Nestorio, Il libro di Eneidio di Damasco, edito da P. Bediac con traduzione francese di F. Nau, Perini 1910. Sul numero dei membri del Concilio: E. Gerland e V. Laurent, Corpus notitianum episcopatuum Ecclesiae orientalis gramma. I: Le liste conciliori, fascn. 2, CédiKéy 1936; Berhadbétabhâ (vescovo nestoriano dal principio del sec. viI), Storia dei SS. Padri perseguitati per cuma della verita: PG 2, 439-631.

Tra i numerosi studi e monografic relativi alla cusszione nestoriana ed al Concilio di E. cf. per gli antichi: Hefele-Lecken, II, pp. 234-48, 295, 339. Per i recenti: M. Jugie, La primauté romaine au Concilio d'Ephése, in Echos d'Orient, 14 (1911), pp. 136-46; id., Nestorius et la controverse nestorienne, Parigi 1912: F. Loofs, Nestorius and his place in the history of christian doctrine, Cambridge 1914; R. Devreesse, Les actes du Concilio d'Ephése, in Revue de sciences philosophiques et théologiques, 18 (1929), pp. 233-42, 408-31; id., Après le Concile d'Ephèse: Le retour des Orientaux à l'unité, in Echos d'Orient, 30 (1931), pp. 271-92; E. Amann, Nestorius, in DThC, XL cull. 76-197; A. d'Alès, Le dogme d'Ephése, Parigi 1931; V. Grunert, Le Concile d'Ephèse: le Pape et le Concile, in Echos d'Orient, 30 (1931), pp. 293-313; U. Th. Disdier, Le pliegianisme au Concile d'Ephèse, ibid., pp. 314-33; H. du Mornis, Le Spondele de Nicée au Concile d'Ephèse, in Gregorianum, 12 (1931), pp. 104-37; P. Galtier, Le centenaire d'Ephèse: Rome et le Concile, in Recherches de science religieuse, 21 (1931), pp. 160 169; J. Lebon, Autour de la définition de foi du Concile d'Ephèse, in Ephemerides theologicas Locaniratus, 8 (1931), pp. 399-412; A. Bernareggi, S. Ambrogio davanti al Concilio di E., in Scuola cattolica, 2 (1931), pp. 42-57; E. Stéphanou, L'Eglise orthodoxe et la préconité romaine à Ephèse, in Echos d'Orient, 32 (1932), pp. 57-78, 103-217; Flicho-Martin-Frutes, IV, pp. 172-101, Martino Jugie III. Latrocinio di E. - Il papa s. Leone I chiamò con questo appellativo il Concilio tenuto ad E. dall'8 al 22 ag. 449, presieduto da Dioscore, vescovo di Alessandria. L'assemblea era stata convocata da Teodosio II il 30 marzo 449, per riesaminare il processo di Eutiche, archimandrita d'un monastero di Costantinopoli, condannato come eretico nel Sinodo perosamente di Costantinopoli (nov. del 448), presieduto da Flaviano, vescovo della città. Secondo l'idea dell'Imperatore, questo Concilio doveva essere ecumunico. Il papa s. Leone, benché avesse già approvato la sentenza del Concilio di Costantinopoli, dopo il controllo degli atti e della lettera di convocazione inviata dallo stesso Eutiche, accondiscese a farsi rappresentare nel futuro concilio da tre legati: Giulio, vescovo di Pozzuoli, il prete Renato, che mori in viaggio, e il discorso Dario. Fra le lettere affidate ai legati vi era quella per il vescovo Flaviano, che diventò poi famosa con il titolo di Tamo di Leone a Lettera a Flaviano. Vi era esposta magistralmente la dottrina cattolica sull'Incarnazione, prescindendo dalle terminologie orientali circa il mistero. I legati avevano l'ordine di leggerla nella riunione plenaria.

Per la corte, dominata dall'cunucio Crisafio, favorito da Teodosio II e gran protettore di Eutiche suo padrino, si trattava innanzitutto di ottenere la riabilitazione dell'archimandrita condannato. Dioscore di Alessandria doveva presiedere il Concilio. I prelati che avevano condannato Eutiche sarebbero intervenuti come semplici spettatori, senza diritto di voto. Il gran teologo della scuola antiochena, Teodoreto di Ciro, non doveva presentarsi se non chiamato dai Padri. Quest'esclusivismo si spiega con il fatto che Eutiche era un fervente sostenitore delle formule monofisite, quelle preferite da s. Cirillo di Alessandria, anche dopo la sua riconciliazione con gli Orientali d'Antiochia, avvenuta nel 433. Il vecchio archimandrita era stato incapace di spiegare correttamente queste formule al Concilio Costantinopolitano del 448 , per cui era nestoriano chiunque avesse parlato di due notate, 860 gósces, in Gesù Cristo, dopo le loro unione. Aveva poi approfittato della sua influenza presso Crisafio per far destituire o sospettare molti vescovi fautori delle formule disfiute. Dioscore d'Alessandria non desiderava altro che lavorare per il trionfo delle formule cirilliane; e per questo era stato scelto dall'Imperatore alla presidenza del Concilio. Egli eserciterà questo incarico da vero tiranno. L'8 ag. 449 Dioscore riunì ad E., nella chiesa di S. Maria (proprio dove Cirillo nei 431 aveva aperto il primo Concilio d'E.) i 130 vescovi presenti, per la maggior parte scelti fra gli amici di Eutiche. S'incominciò con la lettura delle lettere imperiali convocanti il Concilio. Si sarebbe dovuto continuare con quella delle lettere del Papa; ma Dioscore vi si oppose e le conservò per sé. Si fece poi venire Eutiche, che presentò una vaga professione di fede con le quale snetematizzava tutte le eresie, specialmente quelle di Valentino e di Apollinare, di cui era accusato, e dichiarava di attenersi al Simbolo Niceno, secondo il decreto emanato ad E. nel 431. Dopo la lettura degli atti del Concilio del 448 , che l'aveva condannato, 114 vescovi lo dichiararono ortodosso. Alcune rare proteste furono sopraffatte dal grido: «Se qualcheduno dice due nature, 860 gósces, sia anorma s. Dioscore voró per ultimo. Dopo di ciò sottomise al voto la condanna di Flaviano di Costantinopoli e di Eusebio di Doriles, rei di avere scomunicato Eutiche e di aver affermato due nature dopo l'unione, modificando così alquanto il Simbolo Niceno.

Dioscore, fingendosi minacciato, chiese l'aiuto dei due magistrati imperiali, addetti alla polizza del Concilio, i quali fecero entrare i soldati, i paraboloni, i marioni egiziani e i monaci di Barsuma, e questi si sengliarono contro i recalcitranti. Flaviano particolarmente fu trattato con brutalità e ne mori tre giorni dopo sulla via dell'esilio. Eusebio di Doriles poté fuggire e riparare a Roma, dove conseguò al papa s. Leone l'appello di Flaviano ed il suo. In seguito a questa scena di violenza furono chiuse le porte della Basilica. Flaviano e Eusebio furono deposti dai 135 vescovi presenti e vi sottoscrisse lo stesso Domno d'Antiochia.

La seconda ed ultima sessione ebbe luogo il 22 ag. e fu riservata a regolare i conti con i vescovi disfiuti del patriarcato d'Antiochia, particolarmente odiosi a Dioscore. Da d'Edessa, Deniale di Harán, Ireneo di Tiro, già colpiti dalla sentenze imperiali, furono nuovamente deposti. Domno d'Antiochia e Teodoreto di Ciro furono similmente colpiti, mentre Dioscore, esaltato fino al cielo, chiese la riunione facendo acclamare i dodici anatematismi di s. Cirillo contro l'eresia nestoriana.

Quest'ultimo atto rivela benissimo lo scopo prefissosi da Dioscore; far trionfare la terminologia speciale, adottata da s. Cirillo sin dal 430 , per confusare Nestorio, a bandire assolutamente la terminologia disfiata che lo stesso Cirillo aveva accettato per il bene della pace, firmando il Simbolo dell'unione nel 433 : terminologia dell'Occidente latino e degli Orientali del patriarcato di Antiochia. Qui si tratta prima di tutto di terminologia a non di dottrina propriamente detta. Si tratta del significato del termine physis (góscs) nella teologia dell'Incarnazione, che

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gli alessandrini ed i loro seguaci intendevano nel senso di soggetto concreto, di natura-persona, di ipostasi, mentre i latini, gli orientali antiocheni, Flaviano ed Eusebio l'intendevano nel senso di natura propriamente detta, considerata cioè come distinta della persona. Con il latrocinio di E. comincia la lunga logomachia monofisita, che travolse poi nello scitma e nell'eresia l'Egitto, l'Etiopia, la Siria, l'Armenia.

Bbsc. Gli atti del latrocinio di E. ci sono giunti incompleti. Il
processo verbale della sessione dell'Soc. è stato conservato in quello della prima sessione del Concilio di Calcedonia. Resta una versione sintca incompleta della sessione del 22 22... la cui migliore edizione è quella di J. Fleming, unita ad una credazione in tedesco: Abreu d. cyberischen Synode vom Jahre 125. mit Georg Hoffmanns deutscher Obersessone und seinen Anwendungen im Abhandlungen dell'Accademia delle scienze di Gomina, sezione Bick., 15). Berline 1917. Cl. tradire: P. Martin, Le pseudocynode connu dans l'histoire sous le nom de brigandage d'Ephèse, étudié d'après ses actes retrouvés, en syrienne, Parisi 1873; A. Largent, Le brigandage d'Ephèse et le Concilio de Chalcédeine, in Revue des curatious historiques, 27 (1880), pp. 83-190; G. Kelper, Monophasitische Streitigkeiten im Zusammenhange mit der Reichspolitik, Jena 1884; F. Nau, Histoire de Diancete, patrieche d'Alexandrie, écrite par son disciple Théopiste, in Journal minitique, 102 serie, I (1903); P. Haase, Patriarche Dianbue I von Alexandrin nach monophasitischen Quellen, Broderia 1908.

Per una più ampia bibliografia v. calcedonia, concilio di: troscoec. euriche.

Iv. Monumenti Cristiani di E. - Gli scavi condotti per molti anni, a cominciare dal 1895, dall'Istituto archeologico austriaco, mentre hanno riportato in luce una grande parte della città ellenistico-romana con monumenti insigni per bellezza architettonica e ricchezza di decorazione (si ricordino fra essi il teatro, l'agorà, la biblioteca, le terme e il portico di Verulano, il ginnasio di Vedio Antonino, la grande strada detta l'Arcadiana, le sculture di un grande monumento onorario di Marco Aurelio, ecc.), hanno fatto conoscere anche i due principali edifici cristiani, dei quali è memoria nelle fonti letterarie, e precisamente nella lettera del Concilio di E. al clero ed al popolo, cioè la chiesa della Vergine, che fu la sede stessa di quel Concilio, e quella di S. Giovanni Evangelista.

La prima, conosciuta anche con il nome di a chiesa doppia ", è situata nella parte piana della città, compresa tra le colline e il porto, a settentrione delle terme a del portico di Verulano. La chiesa scrive su un precedente edificio di età classica (principio del II sec. d. C.), di forma rettangolare molto allungata (m. 265 times 30 ), costituito da un ampio spazio, forse scoperto, circondato da colonne, al centro, sui due lati del quale sono, ad est una sala absidata, ad ovest un'altra sala consimile, ma divisa in tre navate: l'edificio è noto con il nome di mononim, ma è quale uso fosse adibito a tutt'altro che certo: se è pensato ad una specie di mercato, cui le due sale alle estremità bisessere da annessi: quella ad occidente poteva essere una specie di basilica, l'altra servire alle contrattazioni.

Un incendio, forse quello determinato dal saccheggio dei Goti del 263 d. C., danneggiò gravemente l'edificio, che non fu più restaurato: la decadenza della città e della sua economia in rendeva forse ormai superflua. In esso invece, ca. la metà del sec. IV, trovò posto una chiesa, la prima di quelle che poi quivi si succedettero attraversa varie modifiche. Essa occupò soltanto la parte occidentale dell'edificio precedente, per una lunghezza di ca. 150 m ., mentre il resto dell'edificio fu adibito ad atrio: data la sua disposizione, non furono necessarie per questo scopo che levissime medificazioni. La chiesa, a tre navate divise da colonne, ebbe una lunghezza di m. 74,50 (senza l'abside) e una larghezza di m . 23,70: singolare il fatto che, non essendo i colonnati delle navate paralleli fra loro, le navate stesse non risultarono di eguale lunghezza per tutto il loro sviluppo; i capitelli delle colonne furono in gran parte quelli dell'edificio precedente. L'abside, che aveva un diametro di m. 11,90, era fiancheggiata da due sale o cappelle, la prothesis e il diaconicon, non perfettamente simmetriche fra loro.
La chiesa era preceduta da un nartece (m. 28 times 9,65 ) pavimentato a mussico, e avanti al nartece dall'atrio. Da questo si accedeva anche a settentrione al battistero, costruito completamente ex-novo, e costituito da un edificio a pianta centrale, circolare all'interno e dodecagonu all'esterno, racchiuso a sua volta in un edificio quadrangolare; l'aula interna aveva quattro ingressi e nicchie negli spazi fra questi: la vasca aveva forma circolare, con due scale opposte alle estremità di uno dei diametri. In alzato il battistero doveva presentare un giro di finestre, al di sotto di una cupola in mattoni: le pareti erano rivestite di lastre di marmo ornate di croci scolpite, a i catini delle nicchie di stucchi.

Questa chiesa, a colonne, fu ad un certo momento modificata, non tanto nell'atrio e nel battistero, quanto nel corpo principale, in quanto nella sua parte occidentale fu costruita una seconda chiesa, lunga ca. 46 m ., pure a tre navate, con abside ad oriente, a nartece ad occidente: il nartece primitivo divenne pertanto un esonor. thex. La nuova chiesa, anziché essere coperta a tetto come la prima, fu a cupola, a questa fu impiantata su quattro grossi pilastri costruiti nel mezzo della navata centrale; mediante l'inserzione fra questi pilastri maggiori di pilastri più piccoli, furono create, da una parte e dall'altra della navata principale, a perché servissero di comunicazione fra questa e la navata laterali, delle aperture a triplice vano. Anche in questa seconda chiesa si ripeteva la particolarità, notata per la prima, della diversa larghezza delle navate laterali. Il vecchio nartece fu modificato mediante l'aggiunta avanti alle pareti, di quattro coppie di colonne e due coppie di pilastri: colonne, capitelli e lastre marmoree del pavimento furono tratti da edifici antoriori. Elemento importante per stabilire la cronologia del monumento, è l'architrave scolpito collocato su una nuova porta aperta tra il vecchio nartece (una esonorikez) e l'atrio: esso porta infatti il nome di un vescovo Giovanni, che va assegnato alla seconda metà del sec. v.

In tempo ancora posteriore, andata distrutta, per cause che non si possono determinare, la chiesa a cupola e pilastri ora descritta (la seconda), una nuova chiesa (la terza) fu ricavata in quella parte della chiesa primi-

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tiva a colonne, rimasta ad oriente della chiesa a pilastri. Quest'ultima divenne l'atrio del nuovo edificio, con cui comunicò, mediante una porta aperta al centro dell'abside. La nuova chiesa ebbe parimenti nartece, tre navate divise da pilastri, ed abside, corrispondente quest'ultima all'abside della chiesa primitiva. Nel mezzo della navata fu costruito il presbiterio, con ambone sporgente, e nel centro dell'abside una memoria impiantata su un basamento quadrangolare e ornata di otto colonne. Marronei correvano sopra le navate laterali e sopra 8 nartece. Alla basilica era appoggiata dal lato sud una piccola cappella absidata, forse sepolcrale; l'abside della cappella, come altresì le pareti della chiesa, erano ornate di pitture.

Ulteriori mutamenti subl ancora la seconda chiesa (quella a cupola e pilastri) in un periodo posteriore.

All'edificio di culto erano unite dalla parte di levante costruzioni di carattere civile (grande sala a colonne con bacino, sale minori, ecc.), nelle quali, secondo ogni verosimiglianza, si deve riconoscere il palazzo di abitazione del vescovo.

Quando tutto 8 grandioso complesso monumentale andò in rovina, e cessò di servire al culto, furono in esso dapprima adottate costruzioni profane, poi su tutto si sovrapposero delle tombe.

La chiesa decorrìte seguono tutte, come si è vista, il tipo basilicale originario e sviluppo longitudinale, con navate divise da colonne.

Elementi di maggiore originalità presenta invece il secondo grande edificio cristiano di E.: la chiesa di S. Giovanni Evangelista sulla collina di Ayasoluk (corruzione di "Ayıos Θ ε ω ́ δ yos).

Cominciato a scavare nel 1921-22 durante l'occupazione greca dell'Anatolia da G.A. Sotiriou, fu poi compiutamente esplorata fra il 1927 e il 1930 da J. Keil, Fr. Milner e H. Hörmann: dell'edificio a dello scavo si hanno però finora soltanto le piante e le notizie sommarie date nei brevi raggus. gli del Beiblatt degli Yohreshefte dell'Istituto arch. austriaco.

Nel iv, se non ancora nel 11 sec . d. C., al di sopra di un gruppo di stanze sotterranee, nelle quali evidentemente la tradizione venerava il luogo di deposizione dell'Apostolo (un pozzo quasi al mezzo di essa doveva servire per stringere la maona, e un grasso pithos di terracotta poco lontano a contenere l'acqua che la vicinanza della tomba rendeva sacra), fu costruita una memoria quadrata (m. 18 di lato) coperta da una volta a crociera impiantata su quattro colonne e con quattro porte sul lati : in un secondo momento la porta del lato orientale fu sostituita da un'abside. Il tipo della costruzione è ancora perfettamente nella linea della tradizione classica : che al di sopra della volta si alzasse un coronamento a piramide è solo un'ipotesi dettata dall'analogia del monumento con mausolei di età classica. La memoria al principio del v sec. fu racchiusa entro un'ampia basilica cruciforme, di cui essa costitui il centro e si potrebbe dire la ragion d'essere. La basilica, orientata in direzione est-ovest con la fronte a occidente, ebbe un corpo anteriore a tre navate, preceduto da un nartece, da un coo-ω thex e da un profondo protiro segnato all'ingresso da due colonne; a tre navate erano parimenti i bracci laterali della croce; cinque navate invece ebbe l'ala a oriente della memoria, quello che si potrebbe dire il presbiterio, che terminava naturalmente con un'abside : la forma dell'edificio si collega a quella di altri noti nella Siria e nella Palestina, costruiti come questo intorno ad un monumento che per un motivo o per l'altro godeva di particolare venerazione. Di dimensioni notevolmente maggiori e di una pianta ossa piú complessa, con elementi che costituiscono come un anello di passaggio dalla basilica paleocristiana alla chiesa bizantina di S. Sofia, fu l'edificio costruito da Giustiniano al disopra della chiesa del v sec. Mantenendo lo stesso orientamento, la nuova chiesa ebbe anch'essa forma a croce latina, con la memoria del Santo all'incrocio dei bracci, ma non piú, come nella chiesa precedente, chiusa nei suoi muri originari, bensí completamente aperta e quindi in diretto rapporto con tutto il resto dell'edificio. Questo era preceduto da un atrio quadrangolare circondato da colonne su tre lati, affacciandosi libera sul quarto la fronte della chiesa vera
e propria: in un secondo tempo fu preposto avanti a questa un cooanthex. Prima della costruzione di questo tre porte mettevano nel nartece, coperto da vòte a bette, o forse anche da cupolettc (la tradizione attribuiva alla chiesa undici cupole), e dal nartece cinque porte, tre in corrispondenza della navata centrale, due della laterali, davano nella chiesa; altre porte erano aperte nelle pareti lunghe meridionale e settentrionale. L'aula era lunga oltre m. 93, ed aveva una larghezza massima (in corrispondenza dei bracci della croce) di oltre m. 62. Nella parte anteriore, su sei pilastri, i due centrali piú grossi, poggiavano due cupole di forma ellittica, corrispondenti a due larghe compate della navata centrale; quattro colonne su ogni lato di ciascuna di queste campate dividevano la navata centrale dalle laterali: alcuni dei capitelli recuperati di queste colonne conservano ancora tracce di doratura e di colore e portano il monogramma di Giustiniano a di Teodora. Analogo sistema ricorsava sia nei due bracci della croce, sia nella spazio a levante della crociera centrale verso l'abside, con la sola differenza che le cupole che coprivano quelli e questo erano perfettamente circolari e non ellittiche; un'altra cupola analoga copriva la crociera centrale sopra il bena e la memoria del Santo. Anche i bracci della croce e il presbiterio erano partorito a tre navate. Ai lati del presbiterio, chiuso dall'abside, erano due camere quadrangolari (modificate da aggiunte posteriori), dietro alle quali delle scale salivano ai matronei. Le pareti erano rivestite in basso di marmo, in alto di musoni, al pari delle vòtte: elementi decorativi sono stati rinvenuti nello scavo, ma in misura piuttosto limitata. Il che può spiegarsi pensando che l'edificio, pur non più adifisto al culto, non dovette subito cadere in rovina, ma essere a grado a grado spogliato dei suoi ornamenti.

Altri minori monumenti cristiani della città sono: una piccola cappella absidata, difficilmente anteriore al v sec., adattata in una casa privata, alta sulla terrazza al di sopra del teatro; una fontana bizantina con plutei scarpiti (sec. vi), e un gruppo di quattro colonne, forse sorreggenti in origine delle statue, sulla via dell'Arcadiana, che poggiano su basi poligonali adorne di nicchie a conchiglia, secondo lo schema noto dall'ambone di Sabinica, anch'esse probabilmente del vi sec.

Di cimiteri cristiani è stato ampiamente esplorato quello situato sulla pendice orientale del Penajir Daj̧, presso la gratta dove le tradizione localizava la leggenda dei Sette dormienti. Il cimitero si sviluppò sopra e intorno ad una specie di catacomba costituite da una serie di dieci stanze a vòtte distribuite sul fianchi di un curridoio, le quali evidentemente passavano per quelle ove avrebbero riposato i sette martiri: ma se esse servirono fin dal principio come luogo di sepoltura, questa dovette essere fuori di ogni cassa o feretre, e cioè con l'uso del cadavere imbalsamato: di casse infatti non si ha traccia se non per le deposizioni piú tarde, quando sopra il piano e contro le pareti originarie di molte di queste stanze furono costruiti sepolcri in muratura. Una delle camere tuttavia sembra sia rimasta come cappella: le pareti ne erano ornate di pitture, rappresentanti probabilmente i martiri. Una nicchia sul fianco della scala che scendeva alla catacomba, pure essa decorata di pitture, conteneva forse il sepolcro venerato come quello di Maria Maddalena. Sopra alle catacombe sono, verosimilmente intorno alla metà del sec. v, quando si formò la leggenda dei sette dormienti, il primo nucleo del cimitero, costituito da un edificio in parte in costruzione, in opera a sacco e in mattoni, in parte ricavato dalle rupe stessa del monte, e formato da un ambiente quadrangolare, fiancheggiato sui due lati, ed oriente a ad occidente, da due ambienti piú piccoli della stessa forma, dei quali quello a levante, terminato da un'abside, era particolarmente destinato al culto. Tutti gli ambienti, compreso questo, erano occupati da tombe a cassa a a nicchia, costruite nel pavimento o scavate al di sotto di questo o nelle pareti. Un ampio vano quadrangolare verso occidente faceva quasi da atrio, ed era anch'esso occupato da tombe, al pari dei due grandi e irregolari nicchioni aperti sul lato meridionale.

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Attiguo verso nord era invece una specie di mausoleo quadrangolare a pianta centrale con tre nlechie nelle pareti. Successivamente a grado a grado il cimitero si ampliò sulle terrazze intorno al nucleo primitivo, centondo alla fine ca. settecento tombe. L'ultima parte di esso è rappresentata dal cosiddetto mausoleo di Abrador, cosi denominato dal nome, inciso sopra un architrave, di questo personaggio, che è detto ágyngogóko, e che lo avrebbe fatto apprezzare. Tale mausoleo, anch'esso, come tutti gli altri elementi del sepolcrato, parte in muratura e parte tagliato nella roccia, si distingue dai primi, perché mentre questi si ispirano tutti al concetto dell'edificio di forma allungata e coperto a volta, esso invece presenta le schema a pianta centrale. La possibilità che l'adozione di tale schema sia stata ispirata dalla Basilica Giustinianes di S. Giovanni indurrebbe ad attribuire questo mausoleo intorno alla metà del sec. vi, o nei decenni successivi. Tutti gli edifici erano in generale pavimentati in lastre di marmo, e avevano pareri a volte invoncate, talvolta decorate di pitture e musaici. Nello scavo del cimitero furono raccolti vasi di terracotta rozza e soprattutto un grandissimo numero di facerne; relativamente non molte le iscrizioni sepolcrali. Dalle descrizioni dei viaggiatori e dalle iscrizio