si attua, se non quando le idee, gli affetti, le nozioni, le relazioni, pur essendo molteplici, non sgorgano da una medesima sorgente e non possiedono un'anima vivificatrice.
VII. E. religiosa. - Una considerazione tutta particolare merita l'e. religiosa, massime di fronte a teorie e sistemi, che la vorrebbero relegare in soffitta tra le cose indifferenti o inutili o addirittura nocive, come quella che non è possibile attuare senza la soppressione o menomazione delle facoltà naturali e senza rinuncia alle opere della vita terrena e quindi aliena dal vivere sociale e dalla pressperità temporale, contraria ad ogni progresso nelle lettere, nelle scienze, nelle arti e in ogni altra opera di civiltà. L'e. cristiana ha come fine proprio e immediato di cooperare con la Grazia divina a formare il vero e perfetto cristiano, per cui la vita è Cristo (Col. 3, 4) e tutte le operazioni sono manifestazioni in lui di Cristo (II Cor. 4, 11) e perciò comprende tutto l'ambito della vita umana,
sensibile, spirituale, intellettuale, e morale, individuale, domestica e sociale, non per menomarla, ma per elevarla, regolarla e perfezionarla. Quindi il vero cristiano, non che rinunziare alle opere della vita terrena, o menomare le sue facoltà naturali, le svolge, anzi, ele perfeziona coordinandole alla vita soprannaturale per modo da nobilitare la vita stessa naturale e da procurarle più efficace giovamento, non solo di ordine soprannaturale ed eterno, ma anche materiale e temporale.
- Non siamo estranei alla vita, nessun frutto delle opere di Dio noi ripudia-

(Inf. Bull. Vival. l'atival).
mio: soltanto ci moderiamo per non usame smodatamente o malamente. E cosi non senza il foro, i maselli, i bagni, le botteghe, le stalle, i mercati nostri e tutti gli altri traffici noi viviamo in questo mondo. Noi pure con voi navighiamo e miliciamo, coltiviamo i campi e regneriamo e perciò scambiamo i lavori e mettiamo a vostra disposizione le opere nostre" (Tertulliano, Apolog., 62).
L'e. religiosa, se ci fa tenere presente che l'uomo è decaduto per opera del peccato originale, e percio è rimasto indebolito nella sua volontà e scosso da tendenze disordinate, se però aggiungere l'antidoto necessario; perché ai mezzi naturali e ai motivi umani, che hanno la loro incontestabile utilità, sa aggiungere i mezzi soprannaturali di un'efficacia assai più intima e profonda: la vita e la dottrina di Gesù Cristo; la preghiera, il culto, i Sacramenti, tra cui la Penitenza e l'Eucaristia di altissimo valore pedagogico, i suoi riti, le sue feste e la sua arte. Del resto ne è mirabile testimonio la storia della Chiesa, che si identifica con la storia della vera civiltà a dal genuino progresso fino ai nostri tempi. E i santi restano pur sempre i modelli più perfetti in ogni classe e professione, in ogni stato e condizione di vita, dal contadino, semplice e rusticano, allo scienziato e letterato, dall'umile artigiano al condottiero di eserciti, dal privato padre di famiglia al monarca reggitore di popeli, dalle semplici fanciulle e donne del recinto domestico alle regine e imperatrici.
Concludendo si deve dire che nella formazione del cristiano non si deve vedere la religione come una pratica o un abito aggiunto o indossato ad una vita, che si atteggi al vivere secondo il modello offerto dalla volubilità mondana; ma come principio coesivo ed unitario, che di sé impronta tutta la vita e le sue singole azioni a professioni.
VIII. Il diritto di educare. - Essendo l'opera dell'e. un'attività eminentemente sociale, in quanto non mira al perfezionamento dei singoli individui, considerandoli come esseri solitari, ma come elementi che formano e a loro volta potenziano il perfezionamento degli altri, con cui convivono, sorge spontanea la domanda a quale delle tre società distinte e necessarie (famiglia, Stato e Chiesa) in mezzo a cui nasce e vive l'uomo, spetti il diritto di educare.
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La dottrina cattolica è chiara e precisa; il diritto di educare spetta a tutte e tre, ma in modo diverso; tutte e tre devono pertanto fondere in un complesso armonico le loro attività, operando in mutua comprensione delle proprie e altrui prerogative, non solo, ma anche dei propri limiti.
r. Alla famiglia l'e. spetta di diritto naturale. Alla famiglia, infatti, Dio comunica immediatamente la fecondità, che è non solo principio di vita, ma anche di e. alla vita e di autorita. Il figlio è naturalmente qualcosa del padre e della madre, e come la loro estensione; è strettamente cosa loro tanto che nessuno ad essi può toglierlo. Essi hanno dunque il diritto non soltanto di allevarlo, ma anche di educarlo secondo i loro desideri e le loro preferenze.
E vero che la famiglia è una società imperfetta e non ha in sé tutti i mezzi necessari a formare compiutamente il cittadino, l'uomo colto, il professionista, ecc., secondo il fine e le esigenze proprie della vita sociale e perciò deve ricorrere alla competenza e all'aiuto dello Stato; ma eio non le toglie il diritto primordiale e ingenito di iniziare questi diversi aspetti della e., di vigilare e di ricorrere a quelle istituzioni e persone particolari che essa

(Int. Coll. Metri Vattiani)
Educazione - La Senectus mala che accarezza i vizi. Affronchi simboleggianti la buona e la cattiva e. (sec. xvr) - Vaticano, terra loggia.
pensa più conformi al proprio modo di pensare. Diritto, tuttavia, non dispotico, ma subordinato, come ogni altro diritto umano, alla legge naturale e divina e al fine ultimo, stabilita per tutti dal Creatore. Questa verità, che trova consensiente e concorde il senso comune del genere umano, è confermata e sanzionata dal CIC (can. 1113), secondo il quale i genitori sono gravemente obbligati a curare a tutto potere l'e. sia religiosa e morale, sia fisica e civile della prole, e fu sempre apertamente difesa dalla Chiesa.
2. Alla Chiesa l'e. spetta di diritto positivo divino. Esso, infatti, è stata costituita dal suo Divin Fondatore maestra di tutte le nazioni (Mt. 28, 18-20); possiede inoltre una maternità spirituale, perché genera a Cristo, nutre ed educa le anime nella vita divina della Grazia per mezzo dei Sacramenti e della sua dottrina. Donde il diritto di compiere la sua missione, indipendente da ogni autorità terrena, sia riguardo al suo oggetto proprio (fede e costumi), sia riguardo ai mezzi necessari a convenienti per raggiungere il suo scopo, tra i quali la cultura a l'insegnamento. Di pieno diritto, pertanto, essa promuove la scienza, le lettere e le arti; fonda scuole e istituzioni proprie in ogni disciplina e in ogni grado di cultura; si occupa anche di e. fisica, di sport, perché tutti questi sono altrettanti mezzi, che possono giovare o nuocere alla e. cristiana; e di pieno diritto vigila, in ogni istituzione pubblica o privata, non solo riguardo all'insegnamento religioso, ma anche ad ogni altra disciplina ed orientamento (CIC, cann. 138 mathrm{r}-82 ).
Potrebbe parere che tale vigilanza sia indebita,
e tale diritto sovraeminente della Chiesa sia nocivo al progresso dell'umanità. Che non è vero, perché questa vigilanza è tutela dei suoi figli contro ogni veleno dottrinale a morale; e questa preminenza rispetta ogni giusta libertà della scienza, degli studi, dei metodi scientifici, delle ricerche; in una parola, di ogni cultura profana. E non si oppone a che le sue proprie istituzioni e scuole, quando sono in favore dei laici, si adattino in ciascuna nazione alle disposizioni legittime dell'autorità civile, pronta sempre ad accordarsi con esse nelle insorgenti difficoltà. Non solo: ma l'ordine soprannaturale, da cui derivano i diritti della Chiesa, ben lontano dal distruggere o anche solo menomare l'ordine naturale e i diritti, che ad esso appartengono, lo ricva, lo perfeziona e lo completa, procedendo ambedue gli ordini dallo stesso Dio.
3. Allo Stato l'e. spetta per titolo di autorità. - Lo Stato ha come fine suo proprio il bene comune temporale, che consiste nella pace e sicurezza dei cittadini, nell'esercizio dei loro diritti e nel benessere spirituale e materiale quanto è possibile nella vita presente. Però, come esso non è padre, perché i cittadini li suppone e non li genera, cosi non crea l'e.; ma già la trova come diritto anteriore naturale della famiglia e soprannaturale della Chiesa. Non può quindi avere né pretendere nella e. una funzione primaria e tanto meno esclusiva; la sua funzione è secondaria, rispetto a quella della famiglia e della Chiesa, pur restando necessaria e importantissima.
Allo Stato spetterà quindi : a) proteggere e perfezionare l'opera della famiglia e della Chiesa in tutte quello che si attiene al vantaggio del bene comune, favorendo le loro attività, creando le condizioni adatte perché queste possano svolgersi nel modo migliore; b) supplire ai difetti della famiglia, quando venisse a mancare fisicamente e moralmente l'opera dei genitori; c) integrare l'opera della famiglia e della Chiesa (soprattutto dove essa non arriva o non basta) per mezzo di scuole e istituzioni proprietario più che esso è più d'aggi altro fornito di mezzi, messi a sua disposizione dai cittadini per la necessità comune, ed è quindi giusto che lo adopari a vantaggio di tutti; d) lo Stato ha il pieno diritto di risertiare e se l'istruzione e la direzione di quelle scuole che preparano alla retta amministrazione della cosa pubblica (funzionari civili, dicasteri, ministeri) e alla difesa interna ed esterna della patria (esercito), perché questi fini da ottenere concernono appunto direttamente il bene comune temporale, a cui esso presiede. Naturalmente dovrà in questo guardarsi dal ledere i diritti anteriori e superiori della famiglia e della Chiesa; quindi evitare una militarizzazione eccessiva, un impiego di tempo o troppo ampio o non tempestivo che impedisca l'adempimento dei doveri religiosi o domestici. Non si deve infatti confondere lo spirito di fortezza, il sentimento del valore militare, l'arte di offesa e difesa legittima con lo spirito di violenza, con l'istinto
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o l'amore delle lotta per la lotta, con l'atletismo esagerato a spesso brutale. e) Lo Stato ha pure il diritto di esigere - e percio di adoperare i mezzi convenienti - che tutti i cittadini abbiano la conoscenza necessarie e conveniente dei loro doveri civici e nazionali e un certo grado di cultura intellettuale, morale e fisica, qual'e richiesto dalle condizioni e dai progressi del tempo e del bene comune. Quanto alla cultura superiore e specifica, che non si può imporre a tutti, lo Stato dovrà cercare di renderla possibile a quanti la richiedono.
Ma da tutto questo non segue che esso abbia il diritto di monopolizzare l'e. e le scuole (v. scuola, libertà della).
Ci vorrà, pertanto, da parte dello Stato e della Chiesa una giusta cooperazione e un'intesa la più perfetta. Né si può ammettere che le due società vadano per due vie parallele, come se lo Stato non fosse soggetto a Dio e alla sua legge naturale o divina, senza creare conseguenze assai persiciose per l'e. della gioventù e per la sicurezza della stessa società civile. Come, d'altra parte, nulla si puo temere di nocivo o disdicevole da questa collaborazione. - Coloro che dicono essere la dottrina di Cristo nemica dello Stato, ci diano un esercito tale, come la dottrina di Cristo insegna do-

(1el. Goll. Mani Valiveni)
cvr essere i soldati; ci diano tali sudditi, tali mariti, tali coniugi, tali genitori, tali figli, tali padroni, tali servi, tali re, tali giudici, infine tali contribuenti ed esattori del faso quali comanda di essere la dottrina cristiana... e vedremo se dubiteranno un istante di proclamarla, ove si osservi, la grande salvezza dello Stato - (S. Agostino, Ep., 1383, 15: PL 33, 532).
IX. Corducazione. - E. simultanea di individui dei due sessi, in un medesimo ambiente, e sotto i medesimi educatori. Accolta con favore da pochi pedagogisti nei tempi più antichi (Piatone, T. Campanella, J. M. Condorcet, J. Fichte) e avversata dalla maggioranza, la coeducazione, come fatto, cominciò a prendere voga sugli inizi del sec. xix negli Stati Uniti di America, più per motivi economici e ristrettezza di personale, che per altro; e non fece, durante il secolo, che lenti progressi, nonostante si cercasse di giustificarla con nuove teorie di unione e benessere sociale, di livellamento dei due sessi, di migliore preparazione alla vita, di emancipazione della donna.
La teoria della Chiesa, anche senza voler determinare una prassi che sia univoca, è tuttavia in linea di principio nettamente avversa alla coeducazione. E non senza ragionevoli motivi : la teoria della coeducazione è infatti fondata o sul naturalismo che nega il peccato originale e le sue conseguenze o sulla confusione di idee, che scambin la legittima convivenza umana, quale avviene nella famiglia e nella società, con la promiscuità e un'uguaglianza livellatrice, che non è conforme alla natura e perciò diventa perico-
losa. Nell'intenzione dei Creatore la convivenza perfetta dei due sessi è stata disposta soltanto nell'unità del matrimonio. La natura, poi, ha fatto i due sessi diversi nell'organismo, nelle inclinazioni, nelle attitudini, per cui essi non possono dirsi né considerarsi uguali, ma complementari. Ora appunto questa complementarietà esige che vi sia una distinzione anche nell'e., se si vuole che i futuri coniugi giungano al matrimonio nella loro piena formazione maschile e femminile. Inoltre nell'ordine psicologico-didattico i due sessi si differenziano nel modo d'intendere, nella concezione e nella interpretazione dei fatti, nell'attitudine alla profondita dello studio; differenziazione che s'accresce al sopraggiungere della pubertà, che ha epoche diverse nei due sessi. Si comprende quindi facilmente come l'e. debba necessariamente differenziarsi e nel metodo e nel contenuto.
La promiscuità poi, se talora può effettuinare il giovane, più facilmente mascolinizza la giovane, che perde quella grazia, quella femminilità, quella riservatezza, che, oltre a formarne l'incanto, ne è la migliore difesa. Donde un camminismo esagerato, che può essere foriero di altri danni peggiori. Senza dire che la vicinanza assidua dei due sessi può causare facilmente irritabilità premature, massime nell'età della evoluzione e dell'adolescenza.
Questi principi a queste osservazioni vanno, com'è naturale, applicati con discernimento, a tempo e luogo, con prudenza, secondo le varie età e le varie circostanze; soprattutto nelle esercitazioni ginnastiche, nei divertimenti, nei bagni, dove distilce, soprattutto alla gioventù femminile, ogni esibizione ed ogni pubblicità. Del resto i risultati della coeducazione, quali si possono apprendere dall'esperienza, specialmente nei paesi dove essa più è praticata, non sono davvero confortanti.
Brec.: I documenti pontifici circa l'e. sono riassunti e coordinati nell'enciel. di Pio XI: Divini illius Magistri del 31 dic. 1929 (AAS, 2: [1929], pp. 723-62 [in ital.], e 22 [1930], pp. 49-66 [in lat.]). Cf. anche, dello stesso Pontefice, il Chirurgente al Segretario di Stato, del 24 gann. 1947, intorno all' Opera nazionale Balilla - Libid., 19 [1927], pp. 41-46); il Chirurgente al Vesc. di Viterbo, del 2 maggio 1928, intemo all'atletica femminile libid., 20 [1938], pp. 139-37). Anche i Discorsi e radionessaggi di S. S. Pio XII (coll. L-VII, Milano 1940-46; VIII-XI, Roma 1947-50) riferiscono abbondantemente le parole del Pontefice, che dichiarano, ad ogni occasione propizia, i vari aspetti e argomenti trattati in questa voce. Cf. inoltre: R. Lambraschini, Dell'e., Firenze 1849; N. Tommaso, Dell'e., Torino 1827; id., Studi morali, Milano 1858; G. Allieva, Studi pedagogici, Torino 1893; H. Hofmann, Gemeinsame Erziebisse von Kamben u. Mädchen, Berlino 1901; A. Woods, Co-education, Nueva York 1902; L. Mitteneway, Koobleration beider Geschlechter, Langensalza 1909; G. Calà, Fatti e problemi del mondo educativo, Pavia 1911; F. W. Förster, L'istruzione etica della giuscatè, vera, it., Torino 1911; A. Oldrà, L'e., ivi 1911; R. Ruiz Amado, La educacida femenina, Barcellona 1912; G. Burross, La coeducation dans les écoles secondaires, Lilla 1912; V. Vasis Allmayor, Baggi di filosofia della e., Firenze 1912; R. Ruiz Amado, La educacida moral, 2² ed., Barcellona 1913; G. Calà, L'e. degli educatori, Napoli 1914; id., Il problema della coeducazione e altri scritti pedagogici, Roma 1914; G. Lombardo Radice, Pedagogia generale, Palermo 1915; O. Vidari,
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Elennati di pedagogia, I, 2^{°} ed., Milano 1921; G. Lombardo Radice, E. e diseducazione, Firenze 1923; F. Olgiati, Pedagogia cristiana, Milano 1924; G. Vidori, L'e. dell'uomo, Torino 1926; J. de La Vassilere, La codducation des sears et la science paatine, Parigi 1928; R. Plus, Le problème de l'éducation, Famille, Eglise, Etat dans l'éducation, Parigi 1934; A. Franchi, Lezioni di pedagogia, Siena 1898; nuova ed., Pedagogia, Firenze 1941; M. Cavatti, Maestro e scelera, Brescia 1943; R. Resta, Filosofia dello e., Padova 1944; M. Casutti, Pedagogia generale, I, Brescia 1947; A. Baroni, L'e. cristiana, encicl. di Pio XI con introduzione e commento, ivi 1948; M. Casutti, E. cattolica, 2^{°} ed., ivi 1956; J. Marizain, L'e. al biscia, 1929, it., ivi 1950; A. Agazzi, Panorama della pedagogia d'oggi, 2^{°} ed., ivi 1950.
Celestino Teatore
X. L'e. fisica. - L'e. fisica moderna è la
scienza che si serve del movimento per educare la facoltà psichiche dell'uomo e per assecondare lo sviluppo armonico del corpo, al fine di migliorare il rendimento generale psichicofisico dell'individuo.
Essa si differenzia notevolmente dallo sport inteso sia nel significato di diporto, che in quello agonistico, spettacolare (v.GINNASTICA; SPORT),
benché comprenda molte delle pratiche sportive.
La conoscenza dell'anatomia, della fisiologia, della antropologia, della costituzionalistica, dell'igiene, della cinematica, della pedagogia, della psicologia, della patologia dell'apparato locomotore e della terapia fisica rappresenta la base su cui si fonda la teoria e la pratica dell'e. fisica; ed è in virtù di tale fondamento che essa assurge al valore di scienza.
Molti autori respingono la dizione e. fisica per il contrasto dei termini, in quanto si sostiene che la cultura fisica è allevamento, addestramento o qualcosa di simile. Ciò sarebbe vero se l'e. fisica si rivolgesse all'allevamento di animali, ma, dato che oggetto della e. fisica è l'uomo, e solo l'uomo, nella inscindibile unità di spirito e corpo, se è vero che ogni atto dello spirito ha ripercussione sul corpo e viceversa, è anche vero che l'esercizio fisico, disciplinato entro certi limiti (e. fisica), oltre ad offrire l'armonia del corpo, rappresenta spesso un effettivo trionfo dello spirito sul corpo stesso.
Cenni storici. - Come scienza l'e. fisica conta poco più di un secolo a mezzo di vita, mentre come arte è antichissima. Le radici dell'e. fisica affondano alle stesse fonti della civiltà. Già alcuni millenni prima dell'èra cristiana gli esercizi fisici si praticavano presso i Cinesi con veri intendimenti igienico-curativi.
Il fenomeno si presenta di volta in volta come un fenomeno religioso, politico, sociale. In Grecia l'esercizio fisico raggiunge una maturità notevole e si realizza in atto di perfezione ed e. per il corpo e lo spirito nell'unità armonica dell'individuo. Nel Ginnasio l'insegnamento della cultura fisica primeggia con quello della filosofia, della retorica e della musica fino a quando non degnore, nel culto dell' Atletismo a scapito dei valori dello spirito. Rotto l'equilibrio tra spirito e corpo, l'esercizio fisico viene violentemente ripudiato. Non diversamente accade, benché con orientamento diverso, in Roma, deve l'esercizio fisico è posto al servizio del fine di Stato. E quando le esercitazioni sul campo di Marte vengono a mancare e
l'evolversi dei costumi dei Romani porta il cittadino nello splendore delle tarme e all'idolatria per l'uomo del circo, il declinare dell'esercizio fisico è in atto. Il sorgente cristianesimo accelera i tempi di tale sfaldamento, quando energicamente e tenacemente reagisce all'obbrobrioso spettacolo del circo e delle tarme, proclamando la preminenza di tutto ciò che è conquista dello spirito su quanto è invece cura del corpo. Tcodosio nel 393 , vietando i giuochi olimpici, dà un colpo decisivo alla pratica degli esercizi fisici.
Nel medioevo gli esercizi fisici non fanno parte della e. scolastica prepriamento detta, riducendosi solo ad esercitazioni spontanehe, come i terzai. Con l'epoca della cavalleria l'esercizio fisico diventa privilegio e necessità del cavaliere.
A due umanisti, Guarino Veronese ( 1374-1460 ) a Vittorino da Feltre ( 1373-1446 ) spetta il merito di aver riportato l'esercizio fisico nella pratica dell'insegnamento. Soprattutto il secondo con la e casa solosa e riesce a realizzare quel meraviglioso sistema di e. che è venio della migliore tradizione italiano. Vittorino, alternando agli studi letterarie scientifici gli esercizi fisici (lotta, corsa, nuoto, equitazione, danza)
ed il canto, prepara non soltanto uomini dotti e buoni, ma anche robusti e ricchi di pancia nel portamento. Ritarne, ad opera dei Rambaldoni, quell'armonia nel binomio spirito-corpo che s'era dipartita. L'esempio non rimane isolato se, più tardi, Moffeo Vegio ( 1407 1458) nei suoi sei libri «De educazione liberorum et eorum claris moribus» comprende tutto il processo educativo, dalle cure fisiche dell'allevamento alle forme più alte dell'istruzione, e Leon Battista Alberti ( 1404 1472) fa dire a Lionardo nel primo libro «Della Famiglia che al exercitio conserva la vita, accende il caldo et vigore naturale, schiuma le superfice et cattive materie, fortifica ogni virtù et nerbo e, e, più tardi Girolamo Mercantale ( 1530 -1606), medico ed umanista, giovandosi della sua vasta erudizione per aver tradotto in latino, dai migliori codici, le opere di autori greci, specialmente d'Ippocrate, compila quel suo celebre trattato «De arte gymnastica», che è una vera raccolta enciclopedica dell'esercizio fisico.
Anche Francesco Bracciolini (1566-1645) nell's Instruzione alla vita civile" (1637) consiglia gli esercizi fisici cosi come più tardi farà il Parini. E con la fine del '700 che l'interesse dell'esercizio fisico diventa sensibile. L'Endle del Rousseau, con il ritorno alla natura, è del 1762; nel 1774 Basedow fonda a Dessau il primo sphi-lanthropinuro, nel 1793 Gutz-Muths scrive Gymnastik für die Jugend, nel 1794-95 viene fuori la Enzyklopädie der Leibesübungen. Nel 1798 F. Nachtegall fonda a Copenaghen la prima Tornanstalt. Enrico Pestalozzi (1746-1827) nella scuola di Burgdorf e di Overden, matura il suo sistema di e. nel quale l'educatore deve aver cura di tutto l'uomo: corpo, intelletto, cuore, volontà. In Germania Luigi Federico Juhn (1788-1854), valoroso patriota e padre della ginnastica tedesca, fonda il primo istituto di ginnastica ed il sistema cosiddetto tedesco o di "infrarimento" basato sulla pratica di attrezzi come parallele, cavallo, anelli, ecc., tendente alla formazione bellica della gioventù nello spirito della riscossa nazionale. Intanto a Stoccolma nel 1813 Pchr Henrik Ling (17761893), già allievo del Nachtegall, fonda, per incarico del governo, l'Istituto centrale di ginnastica, dando inizio a quel sistema di ginnastica igienica che va sotto il nome di
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- sistema svedese e che si basa sulla conoscenza dell'anatomia e della fisiologia, prefiggendosi di ovviare alla deficenze organiche e d'irrobustire i giovani. A Parigi l'esule calunniello spagnolo Amorós, proveniente da Madrid dove ha già fondato un istituto militare, per incarne di Carlo IV, secondo il metodo del Pestalozzi, crea l'insegnamento della ginnastica razionale e pratica, pubblicando nel 1838 un "Manufi d'education physique, gymnastique et morale ". Nel 1868 in Francia l'insegnamento della ginnastica entra nei licei e collegi rimanendo sotto l'influenza del metodo credese, finché, più tardi, trionfa il metodo naturale di Georges Hébert che consiste nella pratica di esercizi naturali, come la marcia, l'arrampicata, il salto, la corsa, il lancio e il nuoto. In Inghilterra, retaggio di uno secolare tradizione, prevale il cosiddetto sistema sportivo.
In Italia è lo svizzero R. Obermann che nel 1833, per incarico del Governo di Torino, introduce la pratica sistematica di esercizi fisici nell'addestramento dei militari, in quanto fino a quest'epoca l'esercizio fisico viene praticato solo nei collegi, particolarmente in quelli tenuti dai religiosi. Soltanto nel 1878 , con la legge De Sanctis, l'insegnamento della ginnastica viene reso obbligatorio nelle scuole secondarie, normali, magistrali ed elementari.
L'interesse per l'e. fisica si fa sentire vivissimo anche tra gli uomini di Stato e di scienza i personalità quali il senatore Francesco Todaro, Angelo Mosso, Luigi Pogliani ed altri professori universitari dedicano molta della loro attività scientifica a favore della diffusione e dello studio della fisica. I contrasti sono evidenti circa la via da seguire: i seguaci del metodo svedese sono in contrasto con quelli del sistema tedesco, mentre quello inglese trova, in parte, fautore il Mosso. In un clima arroventato di idee e di azioni, una figura di studioso e di precursore sovrasta tutti, il dottore in medicina Emilio Baumann (1843-1917) da Canonica d'Adda (Bergamo), allievo dell'Obermann.
Il Baumann, che è il vero fondatore della ginnastica italiana, pone come postulato del suo insegnamento il concetto di coltivare il corpo come mezzo per educare lo spirito.
Dopo il primo conflitto mondiale, sotto l'influsso della guerra vinta e dei nuovi eventi, il problema dell'e. fisica diventa problema dello Stato. Con la istituzione dell'Accademia di e. fisica di Roma e quella di Orvieto, in sostituzione dei Magisteri di e. fisica, l'orientamento dell'e. fisica in Italia si afferma in una forma estetica estesa alla masse, raggiungendo risultati considerevoli. Al progresso scientifico si accompagna una legislazione adeguata. Con la ripresa dopo il secondo conflitto mondiale, nel quadro della nuova riforma della scuola, l'e. fisica si avvia decisamente verso un indirizzo educativo-igienico-sportivo. Un tale orientamento armonizza pienamente con l'idea cristiana, che nell'e. fisico vede l'ottimo mezzo per la formazione ed e. equilibrata di tutto l'uomo, tenendo presente però quanto ha ammonito Pio XII rivolgendosi nel 1945 agli sportivi romani, esaltando l'esercizio fisico, nell'esortarli ad essere: «sempre consapevoli che il più alto onore e il più santo destino del corpo è di essere la dimora di un'anima, che rifulga di purezza morale e sia santificata dalla Grecia divina *.
Bibl.: G. Demetri, Les bases scientifiques de l'éducation physique, Parigi 1902; id., Mécanisme et éducation des mouvements, ivi 1904; E. Baumann, La ginnastica italiana, a voll., Roma 1907; id., Ginnastica e scienza, ivi 1910; P. H. Linc. Parole e salute, Milano 1910; G. Pannese, Storia della ginnastica moderna, Roma 1912; id., La ginnastica in Grecia, ivi 1913; id., Metodologia applicata alle fisiologine, ivi 1913; E. Baumann, Psicocinetica, ivi 1013; F. Ravano, Storia della ginnastica, Genova 1914; G. Morri, Scommario di e. fisica, Torino 1923; P. Roncani, Storia dell'e. fisica, a voll., Torino 1923-25; R. Romagna, E. fisica del bambino, Milano 1954; N. Pende, Crescenza e ortogenesi, ivi 1938; P. Longontani, Cultura fisica d'ogni giorno, ivi 1940; S. Marzo-
rechi, Trattato di e. fisica, 3 voll., Bologna 1942; Distorsi e radionessizzi di San Santità Pio XII, VII, Milano 1946, pp. 55-63; Alli del Congresso internazionale degli amici dell'e. fisica, Venezia 1946; D. La Salle, Guide per l'e. fisica dei bambini, Milano 1919; J. P. Müller, Il mio sistema, ivi 1949. Michele Di Donato
XI. L'apporto della medicina alla e. - Se l'e. d'un individuo perfettamente normale o che poco s'allontani dalla normalità è compito della pedagogia, nei casi particolari, in pratica assai più numerosi di quanto si creda, in cui per gradi si giunge all'individuo nettamente anormale, la pedagogia divien insufficiente se non si vale della medicina. Questa le offre utili contributi diagnostici per inquadrare il soggetto nei riguardi della costituzione, del temperamento, dell'indole; validi aiuti porgendo i mezzi atti a modificare, quanto a possibile, le anormalità fisiche e psicologiche dell'educando. Inoltre lo studio medico dell'individuo, ai fini della formazione pedagogica, può riuscire assai utile per la migliore utilizzazione futura.
In particolare, nei riguardi della biotipologia dei giovani (v. TIP) individuall), cui particolarmente si rivolge l'opera dell'educatore, è possibile conoscere, attraverso lo studio medico del soggetto : a) le caratteristiche morfologiche; b) la formula endocrina; c) le caratteristiche neuro-psicologiche e le attitudini pratiche; d) le tendenze psico-passionali e le particolari inclinazioni viziose proprie a ciascun tipo individuale; e) il potersi orientare più facilmente verso questa o quella attività sia fisica che mentale. Ben più facile ed efficace sarà l'opera dell'educatore se già in precedenza, dal contributo della medicina, potrà conoscere, ad es., se l'oggetto delle sue cure nei riguardi dell'azione è "tachipragico " "bradipragico ", nei riguardi delle caratteristiche della intelligenza: "tachipsichico" o "bradipichico". Oencoli, insormontabili con mezzi soltanto educativi, possono essere vinti da un'azione medica che agendo, ad es., su squilibri endocrini, può riportare nel campo della normalità un determinato tipo individuale ai margini della variabilità e renderlo oggetto educabile dalla normale pedagogia.
L'educatore preventivamente può sapere, attraverso il contributo della medicina, che, ad es., l'ipertiroideo è tachipsichico e tachipragico, dotato di forte volontà nel momento, ma con scarsa capacità di durare nella sforzo; possessore di buon ordine mentale, ottima memoria, intelligenza prevalentemente a tipo induttivo sintetico pratico intuitivo; ricco d'affettività ed emotività che facilmente lo spinge alle manifestazioni romantiche; spesso timido e difficilmente adattabile all'ambiente; introversito a tendenzialmente pessimista; naturalmente tendente alla speranza, all'andacia, all'ira, alla superbia; prevalente lo sviluppo della fantasia e del sentimento sulla ragione.
Differenti equilibri costituzionali, endocrini, neurovegetativi inducono nell'individuo altre caratteristiche neuro-psicologiche e attitudini pratiche (v. TIP! INDIVIDUALI), donde l'utilità o addirittura la necessità per la pedagogia di giovarsi largamente dei contributi che la medicina le offre.
Si vuole così giungere a una vera "scienza dell'e. " capace di applicazioni più positive e di sviluppi più generali di quanto non possa un'arte dell'e., prerogativa di alcuni famosi educatori tali, più che per scienza acquisita, per disposizione innata, come dimostriarono sin da piccoli nell'abilità di moderare e plasmare i costantei compagni di gioco.
In modo particolare, nell'e. della castità (v.) l'opera dell'educatore dovrà essere affiancata da quella del medico. - Vedi tavv. VI-VII.
Bibl.: N. Pende, Crescenza e ortogenesi, Milano 1936; id., Scienza dell'ortogenesi, Bergamo 1939; id., La scienza moderna della persona umana, Milano 1947; M. Casotti - V. Cattlanotti, L'adolescente, Roma 1937; M. Barbera, Ortiogenesi e biotipologia, ivi 1943. Giuseppe de Hlano
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(per cartrio del dat. Popolent)
Enrice, santa - S. E. tra due devoti. Minietura del codice contenente la leggenda di Schlackenwarth (1393) - Vienna. Biblioteca Nazionale.
EDVIGE di Slesia, santa. - Duchessa di Slesia, n. 8 Andechs (Baviera) nel 1174, m. a Trebnitz il 15 ott. 1243. Suo padre fu Bertoldo di Andechs, conte del 'Tirolo, marchese di Merano, duca di Carinzia e d'Istria. E. fu sposata, a 12 anni d'età, nel 1186, a Enrico I duca di Slesia a Polonia, da cui ebbe 3 figli a 3 figlie.
Prese grande parte alla vita politica, ma soprattutto alla cristianizzazione delle genti slave della Slesia e della Polonia, in modo particolare con la fondazione dei monasteri di Naumburg (1217), Heinrichau (1227), Kamenz (1210), Bunzman (1212), Breslau (1212), Goldberg (1212) e di Trebnitz (1202), nel quale si ritirò quando rimase vedova. Venne canonizzata il 26 marzo 1267 dal papa Clemente IV. Festa il 17 ott.
Bun.: Acta SS. Octobris, VIII, Parigi 1870, pp. 198-279; E. Promnita, Reduce die Heilige, Bredovia 1906; P. David, Les sources de l'histoire de Pologne à l'époque des Piasts (963-1386), Parigi 1934, v. indice.
Stumpf Mireslav
EFESINI, EPISTOLA agli. - Letterz di s. Paolo, la prima, nel canone tridentino, del gruppo della prigionia.
Sommario: 1. Contenuto. - II. Destinatari. - III. Autenticità paslina. - IV. Luogo e data di composizione.
1. Contenuto. - E una lettera calma e di largo respiro, che sviluppa con ampiezza - anche se non sempre secondo un evidente ordine logico - il tema fondamentale del piano divino per cui tutti, giudei e gentili, vengono salvati mediante l'inserzione in un unico corpo di cui Cristo è capo. La stessa azione di grazie con cui si apre la lettera, la dichiarazione sul contenuto della missione affidata a Paolo sono
parti integrative della trattazione dogmatica. Per il suo tono sostenuto, quasi liturgico, la E. fa pensare, più di ogni altra lettera di s. Paolo, all'Epistola agli Ebrei. Ma il contenuto è profondamente diverso. Qui, infatti, il tema è decisamente ecclesiologico, con larghissimo campo all'unione nostra con Cristo; onde si può dire che sia, per eccellenza, la lettera del Corpo mistico (v.), tanto nella parte dogmatica che in quella morale.
Un breve esordio ( 1,1 mathrm{sgl} ), strattamente epistolare, contiene l'intestazione e l'indirizzo della lettera, con il consueto augurio di grazia e di pace.
1. Parte dogmatica (1,3-3,21). - Dopo a) una diffusa azione di grazia ( 1,3-23 ) per il dono della Redenzione unificatrice, segue b) un'esposizione d'indole strettamente dottrinale sulla vocazione di tutti gli uomini nell'unità del Corpo mistico di Cristo (cap. 2); quindi c) una dichiarazione della missione particolare affidata a Paolo, di annunciare il mistero di questa unione divina (cap. 3).
a) Paolo benedice Dio Padre per averci destinati dall'eternità ad essere suoi figli adottivi mediante l'unione nel suo Eilesto ( 1,1-6 ); nei quale tutti, giudei e pagani, abbiamo ottenuto il dono della filiazione divina, previa la Redenzione e la remissione dei peccati, e il suggello dello Spirito Santo, pagno dell'eredità eterna ( 1,7-14 ). Non cessa pertanto di ringraziare Iddio per quello che vede realizzato nei lettori, e di pregare perché il piano salvifico di Dio sia da loro sempre meglio compreso e si attui pienamente ( 1,15-19 ), "in Cristo", capo esaltato al di sopra di ogni creatura terrena e celeste, capo della Chiesa, che è la "pienezza" di lui ( 1,20-23 ).
b) Abolita ormai ogni distinzione tra giudei e gentili, anche questi ultimi sono chiamati, dalle tenebre delle colpe, da cui neppure i primi erano immuni (cf. Rom. 2), alla luce della vita in Cristo; nel quale tutti sono stati constrificati e consuustisti e destinati a sedere (casi, sono virtualmente assisi) con lui nelle altezze dei cieli (2, 1-6). Ciò Iddio ha fatto per mostrare la magnificenza della sua Grazia, per la quale - non per le opere, affinché nessuno abbia a gloriarsi - tutti sono stati salvati e fatti nuova creatura in Cristo ( 2,7-10 ). Cosi, dunque, i gentili, estranei, un tempo, alle promesse, abbattuto, ora, il muro di divisione e distrutta ogni inimicizia in virtù della Croce, formano con Israele una sola famiglia, una sola casa, di cui appunti e profeti sono il fondamento e Cristo la pietra collocata al vertice (o angolare?): casa che è anche templo e abitazione di Dio (2, 11-22).
c) Paolo, prigioniero di Cristo Gesù, ha ricevuto una particolare conoscenza del disegno divino, per cui i pagani sono coeredi e consorporci e compartecipi della promessa ( 3,1-7 ). A lui, minimo tra i santi, è stato commesso di annunciare le ininvestigabili ricchezze di Cristo e di illuminare tutti intorno al mistero nascosto in Dio dall'eternità; per questo, per la gloria dei gentili, egli soffre (3, 8-13). Implora dal Padre di ogni paternità che i lettori abbiano la grazia di vivere pienamente e di comprendere le incommenaurabili ricchezze della vita in Cristo. Gloria, nella Chiesa e in Cristo, a Colui che tutto può fare, con una pienezza superiore a quanto è dato a noi di chiedere e d'intenderci ( 3,14-21 ).
2. Parte morale (4, 1-6, 20). - Consta di tre sezioni: a) esortazione a vivere in armonia con la nobiltà della vocazione cristiana ( 4,1-24 ); b) precetti riguardanti la condotta del cristiano, in generale, e, in particolare, la vita domestica ( 4,25-6,9 ); c) la battaglia del cristiano e la sua armatura ( 6,10-20 ).
a) Il punto essenziale è mantenere l'unità dello spirito nel vincolo della pace, in armonia con i molteplici motivi di unità, che sono fondamento e condizione della vita del Corpo mistico (4, 1-18). Assai diversa dalla condotta dei gentili dev'essere quella del cristiano: questi ha il dovere di spogliarsi del vecchio uomo e di rivestirsi del nuovo ( 4,17-24 ).
b) Riallacciandosi a questa idea, l'Apostolo indica i vizi da fuggire e le virtù da praticare ( 4,25-30 ), così da essere imitatori di Dio e vivere in maniera degna dei figli della luce, riguadagnando il tempo, perché giorni cattivi
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incombono, e riempiendosi, anziché di vino, di Spirito Santo, per vivere in una santa ebbrezza spirituale ( 5, mathrm{r}-20 ). I presenti riguardano la vita domestica ( 5,2 mathrm{r}-6,9 ) sono precoduti da un monito generale di sottomissione ( 3,2 x ). Le raccomandazioni vengono indirizzate prima alla parte inferiore e naturalmente sottoposta : alle mogli prima che si moriri, ai figli prima che ai genitori, agli schiavi prima che ai padroni. Nell'esporre i doveri delle mogli verso i moriti e viceversa, l'Apostolo si eleve ad una concezione altissima del matrimonio e della vita matrimoniale, che vede in rapporto al "mistero" delle relazioni tra Cristo e la sua Chiesa ( 5,22-53 ). Seguono i doveri dei figli verso i genitori e dei genitori verso i figli ( 6,1-4 ), degli schiavi verso i padroni e di questi verso gli schiavi ( 6,3-9 ).
c) Il quadro pittoresco della milizia e della panoplia cristiana s'apre con la raccomandazione d'essere forti fidando nella potenza del Signore. Per reciatere nella lotta ingaggiata, non contro creature di carne e di sangue, ma contro esseri spirituali che detengono il potere del mondo, rivestire "l'armatura di Dio" (6, 10-17), di questo aggiungene i lenori la vigilanza nella preghiera per tutti i santi, per Paolo in particolare, affinché compie la sua missione di predicatore del "mistero", come legato di Dio, per la causa del quale è prigioniero ( 6,16-20 ).
La E. si chiude con un epilogo ( 6,21-24 ) : Tichico darà maggiori informazioni sulle condizioni di Paolo, il quale si licenzia dai suoi corrispondenti con un augurio che è anche un generico saluto.
II. Destinatari. - Da questa succinta esposizione, specialmente dall'inizio e dalla finale, si può rilevare una certa genericita, un muoversi cauto come di chi non conosce bene coloro a cui scrive. Alcune espressioni ( 1,15 ; 3,2 ; 4,21 ) sono difficilmente conciliabili con una conoscenza personale dei lettori; la mancanza di ogni accenno alla lunga dimora ad Efeso (v.), cosi laboriosa e feconda, è un argomento assai forte contro la destinazione of esina. Perciò già nell'antichità, forse all'epoca della raccolta delle lettere paoline all'inizio del sec. II, sorsero delle incertezze sui destinatari della E.
Oggi la grande maggioranza, anche dei cattolici, la concepisce o come una lettera circolare o come destinata ai Laodicesi. Ambedue le opinioni (cf. E. Percy, Die Probleme der Kälzuser- und Epheserbriefe (Acta Reg. Soc. Human. Liter. Laodensis, 39), Lund 1946, pp. 449-66) si avvalgono dell'assenza di èv 'Eqéos ( 1,1 ), in alcuni codici importanti ( mathrm{P}^{22} [sec iII], unciali mathrm{B}^{*} mathrm{~S}^{*} ) confermata da Origene (in J. A. Cramer, Catenus Graecarum Patrum in Nov. Test., VI, Oxford 1844, p. 102), da s. Basilio (Contra Eunomium, II, 19: PG 29, 612); cf. s. Girolamo, In Ephesus, I, 1: PL 26, 472 sg. Anche Marcione doveva ignorare a rigettare questa lezione, poiché sosteneva, secondo Tertulliano (Adv. Marcianem, 5, 11: PL 2, 532; CSEL 47, 614; ibid., 17: PL 2, 544 sg.; CSEL 47, 632), la destinazione ai Laodicesi; il che sarebbe confermato anche dai cosiddetti prologhi marcioniti e dal Frammento Muratoriano, il quale dice che Marcione ammetteva una lettera ad Laodicenses e un'altra "ad Alexandrinos". Di qui le due teorie accennate. Secondo la prima, la E. sarebbe stata indirizzata a varie chiese dell'Asia proconsolare; perciò senza indicazione di destinatari. Alcuni hanno pensato che si fosse, dopo roĺc oĞcu di 1, 1, uno spazio da riempire con il nome delle singole comunità a cui la lettera, secondo le disposizioni di Paolo, doveva pervenire. L'ipotesi di una lettera circolare, insinuata già da T. Beza e da J. Ussher, ha trovato, ai nostri tempi molti sostenitori. Basti ricordare: P. Lodeuze, Les destinataires de l'Epître aux Ephétiens, in Revue biblique, 11 (1902), pp. 573-80; J. E. Belser, p. 3 sgg.; J. Schmid, Der Epheserbrief des Apostels Paulus (Biblioche Studien, XXII, 3-4), Friburgo in Br. 1928, pp. 93-109; J. M. Lagrange, in Revue biblique, 38 (1929), pp. 290-93 (difende èv 'Eqéos come originale); T. K. Abbott, pp. 1-1x; J. Sickenberger, Kiesgefachte Einleitung in das N. Test., 5^{*} mathrm{e} 6^{mathrm{e}} ed., Friburgo in Br. 1939, p. 131 sg.; A. Médebielle, p. 18 sgg.;
A. Merk, Introductionis in S. Scripturos Libros Compendium, II, 12 ed., Parigi 1940, p. 874 sg.
Per quanto attracuta, a prima vista, questa ipotesi presenta varie difficoltà, per le quali cf. O. Roller, Das Formular der paulinischen Briefe (Beitrage zur Wissensch. vom A. u. N. Test., IV, 6), Stoccarda 1933, pp. 199-212, 282 n., 120-25; J. Huby, p. 130 sg. Si nota, in particolare, la costanza con cui le parole èv 'Eqéos sono attestate dai codici, fatte le secezioni suzecennate. Infondato sembra particolarmente la supposizione che Paolo abbia affidato al latore più copie di una lettera con facoltà di apporre, nello spazio lasciato in bianco, il nome delle comunità a cui lo scritto veniva successivamente consegnato. Di lettere circolari di questo tipo non si hanno, secondo O. Roller, esempi nell'antichità. Cosi il Merk, pure accettando sostanzialmente l'ipotesi di una lettera circolare, ritiene che essa uscisse dalle mani di Paolo con il nome di Efeso, la prima a la principale delle chiese alle quali era destinata.
Alla seconda ipotesi, quella della destinazione laodicesa, hanno aderito, tra i più recenti: A. Deissmann, Paulus, 2² ed., Tubinga 1925; A. Harnack, Die Adresse des Epheserbriefs des Paulus, in Sitzungsberichte der K. Preuss. Abodeais der Wissensch., Phil. Hist. Classe, 57 (1910), pp. 696-709; B. W. Bacon, St. Paul to the Laodiceans, in Epperitor, 17 (1919), pp. 19-56; J. Knabenbauer, p. 10 (con qualche esitazione); M. Meinerta, Die Gefangenschaftsbriefe des heiligen Paulus, 4² ed., Bonn 1931, pp. 54-57; J. M. Vosté, Comment. In Epistolam ad Ephesior, 2² ed., Roma-Parigi 1932, p. 19 sgg. (con particolare decisione); J. Huby, p. 131 sgg. Il suo fondamento positivo è particolarmente il testo di Col. 4, 16, in cui si parla di uno scambio di lettere che deve avvenire tra Colosse e Laodices. La lettera che i Laodicesi dovevano trasmettere a quei di Colosse sarebbe precisamente la E. Altri, però, considerano come poco adatta l'espressione èx Azoǎuxéos (r da Laodices 1), per indicare una lettera indirizzata ai Laodicesi; per cui intenderebbero il testo in favore dell'ipotesi di una lettera circolare, che i Colossesi dovevano ricevere da Laodices. Ma l'osservazione sottile non esclude che una lettera che viene da Laodices sia stata indirizzata ai fedeli di quella città; e, inoltre, è poco verosimile che Paolo abbia precisato cosi l'interrario che doveva percorrere la supposta lettera circolare. Per spiegare la scomparsa della primitiva intestazione ai Laodicesi, l'Harnack, seguito da vari critici (tra i cattolici, J. M. Vosté, p. 27 sg.; J. Huby, p. 132), risorre all'ipotesi di una soppressione provocata dal biasimo, di cui la chiesa di Laodices è oggetto in Apoc. 5, 13 sgg . In contrario, cfr. G. Rieciord, Paolo apostolo, Roma 1946, p. 534.
Nessuna delle due opinioni presenta argomenti tali da poter prevalere sull'altra. Cf. E. F. Scott, p. 121 sgg.
III. Autenticità paolina. - Già E. Renan (St Paul, Parigi 1869, p. xxiv) dovette riconoscere che, tra le lettere di s. Paolo, la E. è, forse, quella più anticamente citata come opera di lui. Appunto perché vi sono già probabili allusioni ad essa nello PseudoBarnaba, certo in Clemente Romano, Ignazio d'Antiochia, e Policarpo, gli avversari odierni dell'autenticità paolina sono costretti a recedere dalle posizioni di F.-C. Baur e altri, che ne facevano uno scritto del sec. II. Contro di che protesta anche la testimonianza di Valentino, Basilide e di altri rappresentanti delle correnti gnostiche diffusesi nella 1² metà del sec. II; essi, al dire di s. Ippolito, citavano con insistenza la E. Marcione, che la riteneva indirizzata ai Laodicesi, non dubitava dell'autenticità paolina. Nessun dubbio che essa fosse riconosciuta come paolina al tempo del Frammento Muratoriano, di s. Ireneo, di Clemente Alessendrino e di Tertulliano, che sono, con molti altri, testimoni espliciti. Per i testi cf. J. Schmid, op. cit., pp. 16-36, e J. M. Vosté, pp. 60-63.
In questi ultimi decenni, vi è stato un movimento di ritorno alle posizioni tradizionali. Anche M. Goguel,
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uno degli avversari più in vista dell'autenticità della E., passa, tra la sua Introduction au Nouv. Test., IV, II, Parigi 1926, pp. 446-75, e lo studio Esquisse d'une solution nouvelle du problème de l'épitre aux Ephésiens, in Revue de l'histoire des religions. 11: (1935), pp. 234-84; 112 (1935), pp. 73-90, dalla semplice negazione dell'autenticità alla distinzione di due fondi: uno di Paolo, l'altro di un discopolo di lui, che avrebbe operato l'interpolazione nello scritto del maestro a distanza di dieci o vent'anni. Nettamente in favore dell'autenticità conchiude lo studio minuziose di E. Percy, particolarmente pp. 248 sgg., 355 sgg., 433.
Anche nella scelta a nella valutazione degli argomenti gli avversari dell'autenticità hanno compiuto una certa evoluzione. Oggi, p. es., s'insiste assai meno che in passato sul numero degli hapsis, i quali non sono in proporzione maggiore che nelle lettere paoline d'indubbia autenticità (cf. J. Schmid, op. cit., pp. 132-36), e, in genere, sull'argomento linguistico; poiché, se ci sono elementi che deporrebbero per la diversità d'autore, c'è anche la contropartita dei vocaboli e delle costruzioni autenticamente paolini (J. M. Vosté, p. 68 sgg.; J. Huby, pp. 138-42).
Si preme, invece, maggiormente sul contenuto dottrinale della lettera, soprattutto nei suoi problematici rapporti con Colossesi. Che la E. apra un orizzonte diverso da quello della quatito maggiori lettere paoline non reca meraviglia, se si tien conto degli anni trascorsi, delle questioni diverse che si agitavano nell'ambiente a cui le singole lettere erano destinate. Praticamente superata con la grossa questione della giustificazione per mezzo della fede, senza le opere della legge, che aveva ispirato l'Epistola ai Galati e quella ai Romani. Secondo uno studio esauriente di P. Benoit, L'horizon paulinien de l'Epitre aux Ephésiens, in Revue biblique, 46 (1937), pp. 342-61, 506-25, la E. rappresenta, senza dubbio, un'evoluzione del pensiero di s. Paolo, ma tale che ben s'innesta sulle lettere precedenti.
M. Goguel (Introd. au Nouv. Test., IV-x, p. 406) ha computato che del 133 vv. di cui constala E .73 hanno un parallelo nella Colossesi. Analoghe constatazioni aveva fatto molto prima De Werte, riferite da T. K. Abbott, p. 221 II, e da J. M. Vosté, p. 72. Con un raffronto non meno minuzioso H. J. Holtzmann, Kritik der Epheserund Kolosserbriefe, Lipsia 1872, era arrivato alla conclusione che la E. è, in generale, posteriore alla Colossesi o ne dipende, salvo i pochi casi in cui, viceversa, questa è interpolata su quella.
Un'affinità tra la E. e la Colossesi, entro certi limiti, non può meravigliare chi ottiene ambedue le lettere opera di s. Paolo, scritte nello stesso torno di tempo, a comunità che vivevano quasi nelle stesse condizioni ambientali ed esposte agli stessi pericoli di deviazione. Ma l'affinità tra i due scritti è così forte, spesso addirittura verbale, da far nascere il dubbio se lo stesso scrittore abbia potuto scrivere due lettere tanto simili tra loro. Il problema si complica, ma offre anche certi elementi di soluzione, se si tiene conto delle differenze tra le due lettere elencate accuratamente da H. Coppieters, p. 368 sg . B'aggiunga il modo quasi bizzarro con cui la Colossesi viene utilizzata nella E. : nei capp. 1 e 2 di questa si trovano concetti ed espressioni ricavati da quasi tutta la Colossesi; viceversa, figurano sparsi que e là in quest'ultima elementi uniti nella E. Né i singoli luoghi paralleli corrispondono tra loro in tutto e per tutto : identici, talora, quanto a pensiero e a parole, s'allontanano, tal'altra, particolarmente per la forma (cf. A. Mark, op. cit., p. 878 ).
Al centro delle due lettere sta il tema fondamentale del «nistero» di cui Paolo è annunciatore; ma nella Colossesi questo punto è trattato assai più brevemente, non diffondendosi l'autore, come nella E. (2, 11-18), sul particolare dell'unione tra giochi e gratili. Per la cristologia, prevale nella E. la concezione di Cristo capo del Corpor mistico, mentre nella Colossesi la funzione di Cristo capo è più universale, si direbbe cosmica; là è la Chiesa nei suoi rapporti con Cristo, qui è l'i