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in loro favore. Vivace fu l'attività legislativa di Giuliano l'Apostata che per quanto riguardava la politica religiosa agi in senso del tutto contrario al cristianesimo, ma di essa

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quasi nulla e rimasto nelle raccolte ordinate da Teodosio II e da Glustiniano.

Biel.: Oltre alla bibl. antecedente, v. R. Orestano, Gli r. imperioll, in Bollettino dell'Istituto di diritto romano, nuova serie, 3 (1937), p. 219 sgg . Ruberto Pariboni
III. Nel diritto canonico. - In dirito canonico ebbero e conservano tuttora l'appellativo di e. le citazioni giudiziali fatte per pubblica affazione a per inserzione nel commentario ufficiale della S. Sede (citationes edictales o per edictum: cf. cann. 1720, 1721 § 3), talvolta pure, nella prassi, le citazioni estragiudiziali, fatte in comune a più interessati, per la trattazione di un affare o per la risoluzione di una vertenza in sede amministrativa.

Anticamente ebbero questo nome alcuni atti legislativi dei sommi pontefici relativi al governo del loro dominio temporale e, in genere, le pubbliche proclamazioni fatte al popolo dai papi e dai vescovi circa avvenimenti, indulti e deliberazioni interessanti la collettività.

Zecaria da San Mauro

EDITTO DI MILANO. - Dopo la vittoria su Massensio del 312 , gli imperatori Costantino e Licinio si incontrarono a Milano nei primi mesi del 313. Il loro buon accordo fu rinsaldato anche con vincoli di parentela, ché Licinio sposò Costanza sorella di Costantino. E tra i provvedimenti liberali e munifici presi in quel convegno ve ne furono certamente anche di relativi al problema cristiano. Eusebio (Hist. ecel., N, 5) e Lattanzio (De mort. persec., 48) riportano con lievi varianti una lettera di Licinio ai governatori delle province da lui dipendenti, lettera scritta in nome dei due imperatori, e che molto impropriamente fu da scrittori moderni chiamata E. di M., mentre tutt'al più essa presuppone un atto legislativo, e lo spiega. I passi essenziali del documento sono quasti: "Mentre io Costantino Augusto ed io Licinio Augusto eravamo felicemente riuniti a Milano a discutevamo insieme di tutto quello che riguarda l'interesse e la sicurezza dello Stato, fra le cose che ci parvero utili alla moltitudine credemmo dovere assegnare il primo posto a quanto concerne il culto della divinità, concedendo ai cristiani e a tutti la libertà di seguire la religione che vogliono, affinché tutto ció che vi è di divino in cielo potesse esserci favorevole e propizio, sia a noi come a quanti sono soggetti alla nostra autorità... Inoltre, per quanto concerne i cristiani, abbiamo deciso che i luoghi dove solevano radunarsi - intorno ai quali già erano state indirizzate ai vostri uffici lettere di istruzione - se qualcuno li ha comprati dal nostro foco o da chiunque altro, debba restituirli ai cristiani senza denaro né esigere prezzo, senza cercare pretesti o sollevare discussioni; quelli che li hanno ricevuti in dono li restituiscano pure quanto prima ai medesimi cristiani. Coloro, poi, che li hanno comprati o ricevuti in donazione, se desiderano ottenere qualche cosa dalla nostra benevolenza, si rivolgano al vicario (della diocesi) affinché si possa provvedere premurosamente alle loro domande dalla nostra clementa. Avrete cura che tutto ciò sia restituito alla comunità dai cristiani (corpori Christianorum) e senza ritardo..." (Fliche-Martin-Frutas, III, p. 22).

Il documento pertanto non è una professione di fede cristiana, né crea ai cristiani una situazione di privilegio, ma ad essi come ai seguaci di qualunque altra religione riconosce libertà di culto. Lo Stato non ritiene più necessario un atto di ossequio alle divinità della religione ufficiale; la grande conquista della libertà dei pen-
siero religioso è compiuta, e per conseguenza la precedente politica delle persecuzioni è sconfessata e condannata. E un grande progresso rispetto all'editto di tolleranza di Galerio del 311 ; mentre questi riprove e biasima coloro che hanno abbandonato la religione dei padri per seguire la dottrina di Cristo, a solo per ragioni di opportunità, e, come egli dice, di clementa, fa cessare le persecuzioni, il documento di Milano rinnega tutta la politica persecuzione dei predecessori. Penso il principio che seguire la religione cristiana non è più colpa verso lo Stato, la restituzione dei beni confiscati ai cristiani ne deriva quale legittima conseguenza.

Notevole è in ogni modo, che le restituzioni sono fatte alle comunita (contemtionlis, dice il testo di Lattanzio) sicché le comunità cristiane sono riconosciute come enti capaci di possedere.

Dara la celebritè del documento imperiale, al quale scrittori cristiani attribuirono una maggior portata di quanto esso non abbia, lasciando nell'ombra casi l'editto di Galerio come la partecipazione di Licinio per conferire al solo Costantino tutto il merito delle disposizioni favorevoli ai cristiani, si comprende come tra i critici degli ultimi cinquanta anni siano sorte delle reazioni. Alcuni hanno esagerato impugnando addirittura come falsificazione cristiana tutto il documento; il che non può essere perché i due scrittori che lo riportano sono contemporanei agli avvenimenti, e se avessero inventato un atto della cancelleria imperiale, avrebbero esposto i loro scritti a vittoriosa amantita. Altri meno radicali sono più nel vero: O. Seeck ha dimostrato, che il testo conservatoci non può esser chiamato editto; H. Grégoire ha aggiunto la dimostrazione, che fatto non è stato promulgato a Milano, ma a Nicomedia nel giugno e non nel febbr. del 313. E ha voluto trarne la conseguenza, che esso si debba non a Costantino, ma soltanto a Licinio al quale dovrebbe riconoscersi una priorità nelle disposizioni favorevoli al cristianesimo. Il che forse è troppo, ed è stato ribatuito da J.-B. Palanque.

Biel.: O. Seeck, Das sogenannte Edikt von Mailand, in Zeitschrift für Kirchengeschichte, 12 (1891), p. 381 sgg.; G. Witrig, Das Toleranzredcrips von Mailand, in Römische Quartalschrift, 1913. Supplementheft; H. Grégoire, La concertion de Constantin, in Revue de l'Université de Bruxelles, 1930-31, p. 263 sgg. e in Bysonilon, 7 (1932), p. 628 sgg.; A. Piganidi, L'empereur Constantin, Parigi 1932, p. 91 sgg.; J. B. Palanque, A propos du prétendu Edil de Milan, ibid., 10 (1935), p. 607 sgg. Roberto Paribeni

EDMONDO, santo, martire, re d'Estangula. N. a Nordenbergs nell'840, m. il 20 nov. 87c. Di antica stirpe reale sassone, fin da fanciullo professò il cristianesimo: a 15 anni cominciò a regnare nell'Estanglia, di cui fu l'ultimo re. Ca. l'a. 866-67 i Danesi invasero le province orientali inglesi e nessuno dei principî poté resistere. E. stesso, rifiutando di sottomettersi, fu catturato e, dopo il supplizio delle saette, decapitato.

Biel.: J. B. Machinley, St Edmund, king and martyr, Londra 1892; F. Hervey, The history of king Edmund the martive and of the early years of his abbey, Oxford 1929; H. Kjelleman, La vie selor Edmand le rei, Gönborg 1932. Ulderizo Vicentini

EDMONDO RICH, santo. - Arcivescovo di Canterbury, n. cs. il 1180, m. il 16 nov. 1240. Detto anche E. di Abingdon per il luogo di sua nascita nella contea di Berks, o di Pontigny per quello della sua ultima dimora (mentre il nome R. sembra sia tardo e sospetto: cf. Anal. Balland., 46 [1928], p. 437), era figlio di un mercante di nome Edoardo o Rinaldo, il quale più tardi, con il consenso della moglie Mabel, si ritirò a vita monastica nel monastero di Eynesham. Educato cristianamente dalla madre, giovanissimo (sui 15 anni) fu mandato con il fratello Roberto a studiare a Parigi, dove divenne maestro nelle arti che insegnò per ca. 6 anni, ritornando quindi in Inghilterra, a Oxford.

Tornò più tardi nuovamente a Parigi (la Vita vogliono che ciò avvenisse dietro una visione avuta della madre

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defunta, che l'incitò a dedicarsi allo studio delle cose sacre invece che alle scienze profane), dove studiò teologia e fu ordinato sacerdote. Sembra certo che egli abbia insegnato teologia a Parigi. Tornato a Oxford dopo essere stato cancelliere della Chiesa di York, nei 1222 fu fatto tesorioré di quello di Salisbury a più tardi da Gregorio IX fu incaricato di predicare la Crociata in Inghilterra. Per la difesa dei diritti della libertà ecclesiastica dovette sostenere lunghe lotte, specialmente contro il re Enrico III e i grandi del regno. In conseguenza di esse, negli ultimi anni della sua vita si trovò costretto ad abbandonare l'Inghilterra e passò nel continente, nell'abbazia estesecense di Pontigny, quindi a Soisy, dove santamente moriva.

Un intenso amore alla castità, difesa con aspre penitenze emortificazioni fin dalla sua fanciullezza, caratterizza la sua vita, e a questo proposito si narra come egli consacrase la sua verginità alla Madonna. Fu favorito in vita del dono dei miracoli ed ebbe frequenti comunicazioni con il mondo soprannaturale. L'11 genn. 1247 fu canonizzato da Innocenzo IV e alcuni mesi dopo ( 7 giugno) si fece la traslazione delle sue reliquie.

Lasció anche qualche scritto: Speculum Ecclesiae (Bibliotheca Patrum, V, Parigi 1624, p. 765), testimonio della sua attività episcopale; si restano pure le Constitutiones Provinciales 1. Edmundi Cantuariensis Archiepiscopi circa an. 1236 (Mansi, XXIII, 416-28), ed una Summa Abendmensis, inedita. Altre opere, frutto specialmente degli anni d'insegnamento, sono andate perdute.

Bibl.: C. Wisch, Bibliotb. Script. Ord. Citerc., Colonia 1638, p. 88; Pedro Maurini, Hist. litter. de la France, XVIII, Parigi 1832, pp. 223-69; W. Wallace, Life of St. Edmund of Canterbury, Londra 1893; M. R. Newbolt, E. R. archbickep and saint, ivl 1928; P. Glorieux, Répertoire des maîtres en dirologie de Paris en XIIIe silleie, I, Parigi 1939, p. 261; cf. anche Extraits du Diarism Itineris Romani de Papobrach, in Anal. Boll., 65 (1947), p. 94 se.

Alberto Ghinato
EDMONTON, ARCIDIOCESI di. - Capitale della provincia di Alberta nel Canada, con suffraganee le diocesi di Calgary e di S. Paolo e i vicariati apostolicí di Gronard e Mackenzie.

Nel 1948 contava 60.000 cattolici, su 325.000 ab., sotto la direzione di 96 sacerdoti diocesani e 53 regolari, con 178 chiese, 103 missioni, 75 stazioni, i seminario, 2 collegi, 16 scuole a accademie, 3 scuole per Indiani, 5 comunità religiose maschili (Francescani, Oblati di Maria Immacolata, Redentoristi, Fratelli delle Scuole cristiane e Francescani della Espiazione) e 22 comunità femminili.

La diocesi di E. deve la sua esistenza agli Oblati di Maria Immacolata, infaticabili organizzatori della Chiesa nel Canada occidentale. Infatti il 22 sett. 1871 si distaccava dalla diocesi di S. Bonifacio che conteneva le attuali province civili del Manitoba, dell'Alberta e del Saskatchewan, un territorio di ca. 1.000 .000 di kmq . e si creò una nuova diocesi con sede a S. Alberto e suffraganea della nuova provincia ecclesiastica di S. Bonifacio, esetta lo stesso giorno e affidata alle cure degli Oblati di Maria Immacolata; primo vescovo fu un santo e zelante oblato, il servo di Dio Vitale Grandin. Dalla nuova diocesi il 20 genn. 1891 veniva smembrato il vicariato
![img-15.jpeg](img-15.jpeg)

Edmonton, arcidocesi di - Veduta di E.

EDMUNSTON, DIOCESI di. - Città e diocesi del Canada eretta il 16 dic. 1944 da papa Pio XII con la cost. ap. Ad animarum bonum, per amombramento della diocesi di Bathurst, quale suffraganea di Moncton. Si estende per 4957 kmq . Ha una popolazione di 74-342 \mathrm{ab}. dei quali 44.089 cattolici (1949).

Contiene le contes di Medawaska (con 16 parrocchie e 3 missioni), di Victoria (con 4 parrocchie e 3 missioni), di Restigouche (con 4 parrocchie), in totale 24 parrocchie e 13 missioni. Conta 46 sacerdoti diocesani e 28 regolari, un seminario, 4 comunità religiose maschili e 11 femminili. La Cattedrale è dedicata all'Immacolata Concezione.

Bibl.: AAS. 37 (1942), pp. 177-79; Le Canada ecclésiastique, 1949, Montréal 1949, pp. 969-79.

Carrado Morin
EDOARDO d'Alençon. - Storiografo cappuccino, n. ad Alençon (Orne) il to apr. 1859, m. a Roma il I sett. 1928. Si fece religioso nella provincia di Parigi il 6 genn. 1879, e fu archivista generale a Roma (1892-1914), nonché definitore generale (19241926).

Fra i più noti cultori moderni di storia francescana, divenne apprezzato collaboratore delle principali riviste storiche francescane a pubblicò numerose monografie, che si distinguono per la ricerca documentaria e l'esattezza critica. Studio con predilezione le origini del francescanesimo (pubblicò, l'opera di Tommaso da Celano, S. Francisci est. vita et miracula, additio opusculis liturgicis, Roma 1906; Sacrum commentum b. Francisci cum domina Panpertate, estr. da Anal. Ord. Min. Cap., 15 [1899]; Spicilegium franeicanum, ibid., 14-17 [1898-1901]; La legende de si François dite des Trois Campagnans, Parigi 1903; Frère Jacqueline... de Settezoli, ivi 1899 e iviRoma 1927; Les origines de la Portimucule et ses diverses denominations, Parigi 1904, ecc.) e quelle della riforma cappuccina, che espose con una documentazione nuova (De origine Min. Cap. Chronica Ioannis Romani de Terrauma, Roma 1908; Glon Pietro Carufa e la riforma nell'Ordine dei Min. dell'Osservanza, Foligno 1912; Tribulationes Ord. Min. Cap. [1534-4r], Roma 1914; De primordiis Ord. Min. Cap. commentarium historicum [1525-

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2534], ivi 1921 ; Primigenius legitionis (Ord. Min. Cap. rectus originales, ivi 1928 ; ccc.). Illustro sepctti interessanti dell'ativita e delle persone dell'Ordine (Les premiers pompiers de Paris, Parigi 1892; S. Laurentii Brunclutior de rebus Autitiae et Bohemiae commentariolum autographum, Roma 1910; Collegii S. Fidelis pro missionibus Ordinis conspectus littoriens, ivi 1926; ccc.) a raccolse un ricco materiale bibliografico, tuttora compul. sato, di cui pubblicò qualche saggio (Bibliotheca Maritian Ord. Min. Cap., Rome 1910; Essai de bibliographie copu-cine-congolaine, in Neerlandia Franc., 1 [1914], pp. 3342, 251-65; 2 [1919], pp. 101-26). Sotto la voce Prévez Miseurs del DThC, VI, coll. 509-63, dà un erudito compendio della produzione letteraria dei Francesconi nelle discipline sacre. Il suo esempio e il suo metodo fermantarono l'indirizzo critico delle ricerche storiche francescane.

Bibl.: Jean de Dieu, Le réccbendissime p. E. d'A., in Etudes Franc., 40 (1928), pp. 575-94; Le p. E. d'A.. in Revue d'Hist. Franc., 5 (1928), pp. 412-18; P. Theobald, Le p. E. d'A., Parig1 1925; Eccevendissimus p. Edcundus Alcmounieno, in Analecta Ord. Min. Cap., 45 (1929), pp. 21-26.

Ilarino da Milano
EDOARDO [I] re d'Inghilterra. - Primogenito del re Alfredo il Grande, regno dall' 899 al 17 luglio 925 , anno della morte. Sebbene non colto come il padre, fu uno dei migliori artefici dell'unità nazionale, per aver liberato gran parte dell'Inghilterra dai Danesi.

Quando ascewe al trono, il regno era ristretto alla sola regione dal Wessex. Ma dal 918 intraprese la campagna contro gli invasori, con l'aiuto della sorella Etelfeda, coraggiosa e audace, signora della Mercia inglese. Mentre costei conquistò Derby e Leicester, E. liberò Northampton, Huntington, Cambridge, l'Estanglia e, negli anni successivi, Stamford, Nottingham e Lincoln. Anche gli Scozzesi cercarono la sua amicizia e protezione.

Si rese anche benemerito per la riorganizzazione della Chiesa nella regione del Wessex.

BibL.: L. E. Beaven, The regnal dates of Alfred. Edward the Elder and Atheistm, in The waghish listarival reviews, 32 (1917), pp. 517-31; W. S. Angus, The chronology of the reign of Edward the Elder, ibid., 13 (1938), pp. 194-420; A. Fliche, L'Europe occidentale de 868 à 1125 , Parigi 1942, pp. 277-79.

Ulderico Vicentini
EDOARDO [II] il Martire, re d'Inghilterra. N. nel 961-63, 10. il 18 marzo 978. Figlio primogenito del re Edgaro e della sua prima moglie Etelfeda, battezzato giovanissimo da Dunstano vescovo di Canterbury, ereditò il regno nel 975. Un forte

![img-16.jpeg](img-16.jpeg)
(per cortesia dell' p. Ularino da Milano)
Edoardo d'Alencon - Rirotto.
partito di baroni si oppose alla sua coronazione, ma ebbe il sopravvento Dunstano.

Il suo regno fu agitato da lotte intestine tra i partigiani e gli avversari della riforma religiosa. Continuò con qualche successo la guerra contro gli invasori danesi. Amato dai sudditi, cadde nell'invidia della matrigna Elfritta che lo fece assassinare a Corffe in Dortezia, nel 978 , per assicurare il regno al proprio figlio Etelredo. Dal 1001 gode venerazione di santo martire, come fanno fede antichissimi martirologi.

Bibl.: Acta SS. Martii, II. Parigi 1662, pp. 627-46; B. Neuendorff, Das Gedicht auf den Tod Eudoxords des Märtyrters ecc., in Archiv f. d. Studium der neueren Sprachen und Lit., 28 (1912), pp. 44-94; A. Fliche, L'Europe occidentale de 868 à 1125 , Parigi 1941, p. 281 .

EDOARDO [III] il Confessore, santo, re d'Inghilterra. - N. a Islip (Oxfordshire) nel 1002, m. il 5 genn. ro66 a Westminster. Figlio del re Etelredo e di Emma di Normandia, per una nuova invasione di Danesi fu portato da bambino in casa della madre, ov'ebbe un'educazione completamente normanna. Nel 1042 ottenne la corona degli avi e, tornato dall'esilio, fu consacrato re (1043). Carattere mite, non ebbe l'energia necessaria per ricomporre e mantenere in pace l'Inghilterra. Scelse segretari e cappellani normanni, creò primate d'Inghilterra il normanno Roberto di Jumièges, e ai Normanni consegnò alcuni porti, per cui divennero padroni del commercio inglese e costituirono nel regno di E. un forte partito. Non tardò la reazione e Godwin, conte del Wessex, che gli aveva dato dapprima la figlia Editta in sposa,

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si mise a capo del partito opposto nell'intento di usurpare per sé e per la propria casa la corona.

Il regno si divise in due parti : il nord, favorevole al re, il sud, a Godwin. Dopo un momentaneo insuccesso, il pretendente, che era stato esiliato con tutta la famiglia, nel 1051 ritornava vincitore, dettando condizioni al re.

Nel 1053 Godwin moriva, lasciando un forte partito e una potente famiglia che tuttavia il partito del re seppe bene equilibrare fino alla morte di E. Allora il regno toccò a Guglielmo il Bastardo, duca di Normandia.

Durante il regno E. rimise in vigore le leggi del suo avo Edgaro che da lui presero il nome di "leggi di s. E. " (Edwardinus); molte erano leggi ecclesiastiche. Trasportò la capitale del regno da Winchester nel Wessex a Westminster nell'Estanglia, ove costrui il nuovo palazzo reale presso la chiesa di S. Pietro da lui iniziato. Dopo la morte fu venerato in Inghilterra come santo e Alessandro III lo canonizzò il 7 febbr. 1161 dandogli il rituio di Confessore; festa il 13 ott. in ricordo della traslazione.

Bib.: Acta SS. Ianuarii, I. Parigi 1863, pp. 290-304; J. H. Round, The Officers of Edward the Confessor, in The english historical review, 10 (1924), pp. 90-92; F. Carlson-Britton, Edward the Confessor and his coins, in The numismatice cronicle, 1905, pp. 179205; K. Pearson, A myth about Edward the Confessor, in The english hist. rev., 25 (1910), pp. 317-20; G. E. Moore, The middle English curse life of Edward the Confessor, Filadelfia 1942; R. W. Soutere, The first life of Edward the Confessor, in The english hist. rev., 58 (1943), pp. 385-400; E. R. Heningham, The genuineress of the este Aedwardi regis, in Speculum, 21 (1948), pp. 419-56; Martyr. Romamon, pp. 7-8, 451. Ulderico Vicentini

EDOARDO I, re d'Inghilterra. - Primogenito di Enrico III Plantageneto, n. a Westminster il 18 giugno 1239 m. a Burgh (Scozia) il 7 luglio 1307. Partecipò negli aa. 1270-72 all'ultima Crociata e fu a Tunisi con Luigi IX di Francia, indi a S. Giovanni d'Acri.

Successo al padre nel 1272, iniziò importanti riforme, riordinando l'amministrazione economica e giuridica, e meritandosi il titolo di Giustiniano inglese. E. I promosse anche la formazione del Parlamento nella sua forma moderna, convocando (1295) i rappresentanti dei Comuni, perché collaborassero all'opera legislativa. Benché profondamente cattolico, E. I dalla sua politica centralizzatrice fu trascinato a conflitto con la Chiesa. Una lotta con Giovanni Peckam, arcivescovo di Canterbury, causata dallo statuto della "mort-main" (1279) che vietava la concessione di terreni ad enti religiosi senza previa licenza del re, si concluse con la limitazione della giurisdizione ecclesiastica alle cause puramente spirituali. Un nuovo contrasto si ebbe nel 1297, quando il successore di Peckam, l'arcivescovo Winchelsea, appoggiandosi alla recente bolla Clericis laicos, negò i contributi richiesti al clero da E. I per l'impresa di Guascogna. Il re, piegatosi in un primo momento, riusci più tardi ( 1306 ) ad esiliare Winchelsea, rimasto isolato nella lotta. Un anno dopo E. I mori durante una spedizione contro la Scozia ribelle.

Bull.: G. Stubbs, Chronicles of the reigns of Edward I and Edward II (Rev. Britton, med. news scripence), a voll., Londra 1882 1883; T. F. Tout, The First Edward, ivi 1893 (importante la recensione fattate da A. Zimmermann, in Zeitschrift fur hath. Theologie, 18 (1894), pp. 372-74); E. Jenks, Edward Plantagenet, ivi 1902; W. E. Lunt, Papal taxation in England in the reign of Edward I, in The engl. histar. review, 30 (1912), pp. 298-417; G. M. Trevelyan, Storia d'inghilterra, trad. it. di M. Merlini, 3 e ed., Milano 1945, pp. 213-21.

Stanislao Malarelli
EDOARDO II, re d'Inghilterra. - Primogenito di E. I, n. a Carnarvon il 25 apr. 1285, m. a Berkeley Castle (Gloucestershire) il 21 sett. 1327. Nel 1301 fu nominato principe di Galles, titolo divenuto usuale dal quel momento agli eredi del trono inglese; a nel luglio 1307 successe al padre. Carattere leggero e indolente, governò con estrema debolezza. Sotto di lui la Scozia, guidata da Roberto Bruce, si assicurò la libertà (battaglia di Bannckburn, 24 giugno 1314). La regina Isabella, con l'aiuto del fratello Carlo IV di Francia, riusci a provocare una
rivolta, in seguito alla quale il re E. II, costretto ad abdicare il 24 genn. 1327, qualche mese più tardi fu assassinato.

Bib.: C. Dawis, The baran, opposition to Edward II, Cambridge 1919; T. F. Tout, The place of the reign of Edward II in English history, 2* ed., Manchester 1957; R. Fortier, L'Europe occidentale de 1270 à 1360 , parte 1*: 1770-1727, Pario: 1940, pp. 337-46,439-52.

Stanislao Malarelli
EDOARDO III, re d'Inghilterra. - Figlio e successore di E. II, n. a Windsor il 13 nov. 1312 e m. in Sheen il 21 giugno 1377. Iniziò la guerra dei Cento Anni contro la Francia, sul cui trono vantava diritti. Nel 1340 assunse il titolo di re di Francia, occupandone vasti territori con una serie di imprese fortunate in cui ebbe gran parte il suo figlio omonimo, detto il "principe nero".

Per finanziare le sue imprese, E. III impose tributi gravissimi, che esaurirono l'Inghilterra, provocando forte malcontento. Verso la Chiesa E. III riprese la politica del suo antecessore Edoardo I, intese a limitare in Inghilterra il potere del Papa; nel 1353, con il decreto Proveninire, proibì che si ricevessero benefici dalle mani del Papa. Tale atteggiamento, quantomque non muitasse in questione il compito spirituale della Chiesa e del papato, favorì l'opera rivoluzionaria di riforma promossa da Giovanni Wiclef, il quale trovò alla corte potenti sostenitori.

Bun.: G. M. Trevelyan, England in the age of II',cifile, Londra 1899; J. Mackinnon, History of Edward III, ivi 1000; B. Wilkinson, The chonvery under Edward III, Manchester 1909.

Stanislao Malarelli
EDOARDO IV, re d'Inghilterra. - N. a Rouen il 25 apr. 1442, m. nell'apr. del 1483. Iniziatore della dinastia della casa di York, come discendente più
![img-17.jpeg](img-17.jpeg)
(per cortesia del duit. B. Ingmbert)
Edoardo II - Giovanni di Mandeville prende congedo dal re d'Inghilterra E. II. Arte francese (principio del sec. XV) - Parigi, Biblioteca Nazionale, Nouv. acquis, franc. 4515.

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prossimo di Edoardo III, avanzò protese al trono contro il re Enrico VI e da Calais, dove era fuggito nel 1449, tornò in Inghilterra nel giugno 1460 per iniziare la lotta. Riuscì a farsi proclamare re il 4 marzo del 1461, vincendo definitivamente nel 147: il suo avversario, che fece assassinare. Da questo momento poté regnare incontrastato, accentuando la sua tendenza al potere assoluto. Le sue pretese al trono di Francia furono mandate a
vuoto da Luigi XI con il trattato di Picquigny (1475).

Boll.: L. Stratford, Edward the Fourth. Londra 1010; C. L. Schollack, The life and reign of Edward IV, ivi 1523 .

Staniolac Majarelli
EDOARDO V, re d'Inghilterra. - M. a Westminster il 3 nov. 1470 , m. a Londra nel giugno 1483 . Eredito tredicenne il trono del padre E. doardo IV il 9 apr. 1483. Ma lo zio paterno Riccardo, duca di Gloucester, dopo aver
![img-18.jpeg](img-18.jpeg)
(da E. Huntington, Palestine and its transformation, Londra 1511, p. 522) Ecom - Parte del teatro e tombe - Petra.

20, 14 sgg.; Jude. 5, 4; 11, 17 sg.; II Sam. 8, 14; I Reg. 9, 26; 11, 14 sgg.; II Reg., 3, 8 sg.; 8, 20-22, ecc.). L'ebraico 'Edhôm (trascritto nei documenti assiri Uduum, in egiziano Adama) è reso dai Settanta ora 'Eôû̀s, ora 'Lôwquala.
E. e Seir si equivalgono. La dimora di E. è nella regione e montagna di Seir: qui viene Esau dopo aver lasciato Giacobbe e la terra di Canaan, si che "terra di E." (Gen. 32, 4; 36, 8; Judz. 5, 4) diventa sinonimo di "terra di Seir", nel sud palestinese. Una teoria antica, che conta ancora molti sostenitori, identifica il monte Seir con il Sera', a est della 'Arabah (v.) tra il Mar Morto e 8 Golfo Elanitico. E invece molto più sicuro considerare il centro del monte Seir nel Gebel Magrà, ad occidente della 'Arabah. I documenti egiziani, versoil 1300 s. C., presentano gli Adama che passano la frontiera per pascolare i greggi nella terra del faraone. Non è dunque una
tribù venuta da lontano, ma un popolo che vive vicino all'Egitto. Anche le lettere di el-Amámah pongono il paese Seeri a sud della Palestina. Il confine nord dell'Idumea è la tribù di Giuda (Ies. 15, 1. 21), il cui limite meridionale è costituito dalla linea che parte dal Mar Morto, raggiunge Cadesbarne ( = "Ajn Qadeje) e arriva a Wâdi el-'Ariâ. Il deserto di Sin, a nord del deserto di Pharan (Badjet et-Tilh), era "lungo il fianco di E. e: "occorrono undici giorni di cammino dall'Orch fino a Cadesbarne per la via dei monti di Seir" (Deut. 1, 2). Ancora in questi paraggi ci porta la penetrazione dei simacotiti nel Seir, a spese di Amalee (I Par. 4, 42). Nei primi tempi, dunque, E. era situata ad ovest della 'Arabah. Questa zona è un pianoro calcareo, che un ciglio a sud di Hebron separa dell'altipiano della Giudea. Zona predesertica, serve di passaggio al deserto sinaitico.

Ma il senso storico e geografico di E. cambia con il tempo. All'epoca dei re di Giuda è certa l'esistenza di un E. orientale, che comprendeva il tratto tra il Wâdi el-Hesâ e il golfo di 'Aqabah con i pendii del Gebal (Eusebio e s. Girolamo ritengono Gebalene= Idumea) e del Sera': Bosra (v.) era la capitale (Am. 1, 12; Is. 34, 6; 63, 1; Ier. 49, 13. 22); Ier. e Abd. nelle loro invettive contro E. alludono ai buchi di Petra (Sela) e ai nidi di aquila, che formivano le sue creste dentellate. Alla regione di E. si riattaccano i Sâconiti di II Par. 20, 1, il paese di Hus, la patria di Giobbe, e Theman (il paese di Eliphaz), a 15 miglia da Petra. E. nel Vecchio Testamento era diviso da Moab dal Wâdi el-Hesâ, dal neghêh e dal deserto di Sin, e si estendeva sino al Golfo elanitico e al deserto di Pharan. La parte orientale della 'Arabah era la più nobile. La Bibbia cita una diacina di città come Petra (v.) o Sela, Phunon (Num. 33, 42), Bosra, 'Tbophel (Deut. 1, 1), Elath e Asiongaber, insieme ad altre la cui identificazione è incerta. Dopo l'esilio babilonese l'Idumea, sotto la pressione dei Nabatei, si estende a Hebron. Ador, Maresa, Azoto, si da potersi stabilire come confine settentrionale la linea che da Azoto, per Eleuteropoli ( = Bejt Gibrín), conduce a Hebron (v. Edomiti).

Vincenzo M. Jacono
EDOMITI. - Abitanti di Edom (v.), detti anche Idumei (Settanta: 'I8ouquîm). Esau, abbandonata la

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terra di Canaan, viene a stabilirsi nella montagna di Soir. I suoi discendenti dovettero cacciare dalla sede l'antica popolazione dei Hurriti (v. Deut. 2, 12. 22).

Gen. 36, 31-39 dà una lista di 8 re e., l'ultimo dei quali, Adad II, è probabilmente il contemporaneo di David e di Salomone, nel corso del sec. x, e di cui il primo potrebbe aver iniziato quest'èra regale nel sec. 101, o anche prima. Nessuno di questi re è presentato come figlio del precedente. Forse, arrivati al potere per qualche impresa notevole, i re e. conservarono poi l'autorità come capi militari. Edom si organizzò a arrivò al regime monarchico prima d'Israele: al tempo dell'esodo il re di Edom si oppose al passaggio degli Ebrei per quella regione (Num. 20, 12. 21: Iude. 11, 17).

Sin dal principio della monarchia in Israele scoppiarono i confinti tre E. ed Ebrei. Soul combatté contro gli Idumei, e aveva come servo l'idumeo Doeg (v.); David sottomiss il paese di Edom e vi stabili guarnigioni (II Sam. 8, 13 sg .) : Essù diveniva, secondo la profesia di Giacobbe (Gen. 27, 40), il servo del fratello. Salomone continuò a governare le regioni e allestì la flotta a Asiongaber e ad Elath sul Mar Rosso. Anche dopo lo scisma gli E. rimasero sotto Giuda. Essi si ribellarono sotto Ioram, spinti dall'esempio del re Mesa (II Reg. 3, 4-27 e stele di Mesa); riacquistarono l'indipendenza e stabilirono una monarchia nazionale (II Reg. 8, 20-22; II Par. 21, 8 sgg.). Vinti da Amasia, che occupò Sela e Petra (ibid. 16, 7-10), riconquistarono la libertà sotto Achaz. Nei monumenti assiri, Qausmalaka di Edom compresi con Achaz tributario di Theglathphalazar III. Da Abdia e Malachia gli E. sono sferzati a sangue, come oggetto dell'ira divina per l'odio che portavano ai discendenti di Giacobbe: Dio destina gli E. a una distruzione eterna (Mol. 1, 4). Nemici implacabili d'Israele, si rallegrarono della distruzione di Gerusalemme e durante l'esilio occuparono la spopolata Giudea fino a Hebron (Eo. 36, 3; I Mash. 3, 65). Verso il 300 a. C. l'Idumea orientale, con la capitale Petra, fu conquistata dai Na batei; l'occidentale, con Hebron, fu totalmente sottomessa da Giovanni Ircino ( 126 a. C.), che constrinse gli Idumei alla circoncisione.

Con Antipatro e il figlio Erode una dinastia idumea sale fin sul trono di Giudea. In Mc. 3, 8 l'Idumea è ricordata ancora una volta tra le contrade di quelli che seguivano Gesù. Gli Idumei accorrono in difesa di Gerusalemme assediata da Tito (Plavio Giuseppe, Bell. Jud., IV, 4, 1. 5); indi scompaione dalla storia.

Sulla loro religione idolatrica (II Par. 25, 14 sgg.) non abbiamo indicazioni particolareggiate (v. PETRA).

BIBL.: F. Subl. Geschichte der Edomiten, Lipsia 1899; A. Musil. Arabia Petrasa, II. Edom, Vienna 1907-1908; G. A. Smith, The Historical Geography of the Holy Land, 2^{4} ed., Londra 1531. pp. 122-76; F.-M. Abel, Géographie de la Palestine. I. Perici 1922. pp. 281-82: A. Legendre, Idumés, in DB. III. coll. 820-27. Vincenzo M. Iacono

EDONISMO. - Dal gr. \dot{η} δ \mathbf{v} \mathbf{h}, piacere, godimento, è, in senso generico, ogni dottrina che pone il piacere, comunque inteso, a norma e fine ultimo dell'attività umana, facendo in esso consistere il valore stesso del bene morale. L'e. è un derivato nel campo etico dell'empirismo gnoseologico: negata infatti alla conoscenza umana la possibilità di raggiungere, oltre i fatti d'esperienza, valori d'ordine spirituale assoluto (Dio, anima, bene, ecc.), ne consegue logicamente l'impossibilità, o, quanto meno, l'inopportunità di porre questi supposti valori a fondamento e norma della vita morale e della felicità; ed è facile sostituire ad essi il criterio immediato e concreto della soddisfazione, piacere, godimento che le singole azioni sono in grado di procurare all'individuo. E., questo, in senso proprio, distinto da altri sistemi etici affini come l'eudemonismo (v.) e l'utilitarismo (v.).

L'e. compare sistematicamente nella filosofia occidentale con Aristippo (435-360), il fondatore della scuola
cirenaica. Concretando il concetto del bene rimasto alquanto indeterminato in Socrate, Aristippo le polarizad verso il godimento individuale, inteso ancora in senso abbastanza largo, come l'appagamento di ogni desiderio e tensione dell'animo; tutti i piaceri sono buoni, qualunque ne sia la fonte e l'oggetto; criterio di preferenza è solo il loro maggior grado di raffinatezza e intensità, quale è proprio, secondo Aristippo, dei piaceri del senso, nella monedicia concretezza del momento presente. La virtù del sapiente non è che arte del godere, ossia di procurarsi il maggior godimento possibile, padroneggiando il piacere e pur seguendolo come unica e suprema norma dell'agire (cf. Diog. Laert., II, 86 sgg .); il piacere è desiderabile e bene per se stesso: \dot{η} \dot{η} δ \mathrm{v} \dot{η} δ \dot{ε} \dot{ε} \dot{ε} \dot{η} \dot{η} \dot{ε} \dot{ε} \dot{ε} \dot{η} \dot{η} \dot{ε} \dot{ε} \dot{ε} \dot{ε} \dot{ε} \dot{ε} \dot{ε} \dot{ε} \dot{ε} \dot{ε} \dot{ε} \dot{ε} \dot{ε} \dot{ε} \dot{ε} \dot{ε} \dot{ε} \dot{ε} \dot{ε} \dot{ε} \dot{ε} \dot{ε} \dot{ε} \dot{ε} \dot{ε} \dot{ε} \dot{ε} \dot{ε} \dot{ε} \dot{ε} \dot{ε} \dot{ε} \dot{ε} \dot{ε} \dot{ε} \dot{ε} \dot{ε} \dot{ε} \dot{ε} \dot{ε

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gomeno to Ethies, Oxford, 1883; 2* ed., ivi 1884: J. Marticosa, Types of cthical theories, II, ivi 1886: J. B. Watson, Hyalomistic theories, Nanos York 1893: H. Gomoors, Kritik des Hyalominen, Jena 1898: A. Tildner, Filiondla delle morali, Roma 1837, pp. 98-104.

Ugo Vialino
EDRAI (ebr. 'Eddire')). - 1. Città della Transgiordanio, residensa di Og, re di Basan (Dent. 1, 4; Ios. 12, 3: 13, 12). Occupata dagli Israeliti, E. fu assegnata alla tribù di Mernesse (Ios. 13, 31). Ne parlano pure Tolomeo (V, 12, 23), Eusebio e s. Girolamo nell'Omomasticon; essa è indicata nella carta di Peuringer. Il suo nome è conservato nella moderna ed-Der'á, città del Hawrán sito a 123 km . a sud di Damasco; vi si vedono notevoli resti dell'antichità.
2. Città della tribù di Nephthali (Ios. 19, 37), situata fra Cedes (Kedhaš) e Enhasor ('Én-Hâyâr). E identificata verosimilmente con l'odierna 7 o'ter.

Amedo Panca
EDUCAZIONE. - L'arte di formare nel fanciullo l'uomo, in quanto tale: cioè con tutta la perfezione che la sua natura comporta.

Soccorso: I. Concetto dell'e. - II. Rapporto fra educando ed educatore. - III. Le facoltà umane da sviluppare. - IV. Azione coordinata e metodica. - V. Il fine dell'e. - VI. E. totalitaria. VII. E. religiosa. - VII.I. Il diritto di educare. - IX. Conducazione. - X. E. fisica. - XI. L'apporto della medicina alle e.
I. Concetto dell'e. - Etimologicamente il termine e. si fa da alcuni derivare del latino educare, che in senso proprio significa "curare, allevare, alimentare e per estensione: "formare, istruire"; e in questo senso è adoperato di preferenza dagli antichi, ad es., Quintiliano: "nec aliter quam si mihi tradatur educandus orator" (De instit. or., I, 1); "de pueris, inter quos educabitur ille, huic spei destinatus" (ibid., I, 1); altri, e meglio, lo fanno derivare da educere, "trar fuori, estrarre alla luce ciò che sta dentro, è occulto ", perché più significativo del concetto caratteristico dell'azione educative.

Donde derivano subito alcune conseguenze: 1) l'e. importa un dualismo di elementi : uno attivo, che forma, cioè l'educatore; l'altro passivo, che viene formato, cioè l'educando; ziprogramente parlando, non si può trattare di e. se non tra uomo e uomo, tra uomo perfetto e uomo perfettibile. E vero che il termine e. si adopera anche parlando di pianta e di animali (educare le rose, il cane, il cavalle); ma, applicato al regno vegentis, il termine e. equivale semplicemente a "coltivazione" che è l'opera con cui si pongono le condizioni necessarie e favorevoli perché il germe si svolge in fiori e frutti il più perfettamente possibile; e questa opera non si può denominare e. se non per riguardo alle cure che vi adopera un essere ragionevole, il coltivatore. Applicato al regno animale, il termine e. equivale ad "allevamento", se l'opera è rivolta a conservare a potenziare le energie fisiche; ad "addomesticamento", se è rivolta a frenare ed eliminare determinati atti psichici; ad "addestramento" se si mira a favorire ed accentuare lo sviluppo di particolari qualità (p. es., addestrare un cane da caccia, un cavallo da corsa). E anche in questi casi, in tanto si può parlare di e., in quanto le attenzioni e le cure adoperate provengono da un essere razionale, che conosce il fine a cui tende e la relazione dei mezzi al fine, cioè l'allevatore, l'addomesticatore, l'addestratore. Quando, invece, è razionale a spirito non solo il soggetto che adopera cure e premure, ma anche l'oggetto di queste, allora si ha la vera e., perché solo in questo caso l'educando partecipa attivamente all'opera dell'educatore con la sua coscienza, la sua volontà e la sua libertà. L'e., infatti, non tende né deve tendere a formare un essere che agisca o reagisce meccanicamente o istintivamente alle varie impressioni provenienti dall'esterno a dall'interno, ma una persona, la quale conosca il mondo esteriore ed interiore, sia cosciente di quello che conosce e fa; possa quindi giudicare le azioni, riconoscerle conformi o differenti dai dettami della coscienza; 3) se l'e. è un perfezionamento, non si può dire che ogni perfezionamento sia e., perché questo,
come insegna l'esperienza quotidiana, richiede un'influsso che provenga da un agente, il quale lo eserciti di proposito, con metodo e continuità, razionalmente. Quindi occorre un ordine sistematico di azioni e di influssi per poter ottenere quel determinato effetto, che è lo sviluppo armonico, intellettuale, morale a fisico dell'uomo.

Di qui la definizione complessiva dell'e. : l'arte con cui un individuo umano adulto (meestro, educatore) esercita la sua azione su di un individuo adolescente e minore (scolaro, educando) per metterne in atto tutte le facoltà, sviluppando determinati abiti intellettuali (scienza) e pratici (moralità) in ordine al fine vero e completo della vita umana.

Con ciò si sono annoverati tutti gli elementi dell'e.: rapporto fra educando ed educatore; concetto degli abiti e delle facoltà umane spirituali da sviluppare e insieme dei mezzi adatti allo scopo; concetto di azione coordinata e metodica o influsso concretato in un metodo; concetto del fine a cui mitare, che non è poi se non il fine stesso integrale della vita umana.
II. Rapporto fra educando ed educatore. Costituisce l'intima essenza della e. Si ha, infatti, nella e. da una parte il fattore soggettivo, colui che ne è il soggetto attivo, cioè l'educando con tutti i suoi istinti, facoltà, tendenze naturali ed ereditarie, indole, temperamento. Egli forma, si, l'oggetto, intorno a cui si esplicano le norme dell'azione educativa; ma non ne è tanto oggetto, che non ne sia nello stesso tempo e prevalentemente il soggetto, perché per la legge della spontaneità egli viene a poco a poco educandosi da sé, organizzando in sé tutto il mondo delle sue esperienze, conquistando così se stesso e la personalità. Dall'altra parte ci ha il fattore extrasoggettivo, che è l'azione dell'educatore, cosciente a voluta. Ma questa non sostituisce né deve sostituire l'azione dell'educando, bensì cooperare con essa. Un altro fattore extrasoggettivo è dato dall'ambiente fisico, in cui si nasce, dall'ambiente familiare e sociale, in cui si vive, con tutte le conquiste raggiunte, le sue tradizioni, la sua cultura.

Si ha perciò nella e. un'azione in cui entrano in gioco fattori fisici, spirituali e morali, che, influendo con una serie di atti coordinati, ne determina un'altra nell'educando, il quale, per cosi dire, reagisce sviluppandosi ed educandosi gradatamente. Non tutto fa l'educatore quasi dovesse versare nell'educando tutto quello che è scienza e virtù; alla sua azione non corrisponde una semplice passività o recezione; ma si esplicano due attività, di cui l'una aiuta l'altra, la controlla, la guida, la fa sviluppare.

Di qui deriva la soluzione della questione: "autoe. o eteroe. ?". Alcune teorie pedagogiche, fondate su idee filosofiche errate, vogliono insinuare o sostenere che nella e. l'opera dell'educatore è affatto secondaria e tutto il processo educativo consiste nel libero sviluppo delle attività dell'educando, o nell'adartamento di esse alla realtà esteriore (natura) che le circonda a preme su di esse (materialisti e positivisti). Altri vanno ancora più oltre e sopprimono senz'altro l'educatore, dichiarando che ogni e. è semplicemente "auto-educazione" (idealisti). L'alternativa accennata non ha riscontro nella realta. Nel rapporto educativo si devono distinguere, come s'è detto, due fattori che si integrano a vicenda e cosi integrati concorrono a produrre un unico risultato, la formazione dell'uomo completo. Questo risultato è certo qualcosa di immanente nel soggetto educato (perfezionamento fisico, morale, intellettuale), non deriva nell'educando soltanto dall'esterno; ma d'altra parte è certo che non può attuarsi senza l'influsso del fattore educatore. Si avrà quindi autoe. ed eteroe. insieme. L'autoe. va intesa come serie di atti per mezzo dei quali l'educando realizza se stesso, attua il proprio perfezionamento, ma sotto l'influsso necessario della eteroe.; questa, a sua volta, va intesa come serie di atti, i quali non spengono, né si sostituiscono all'attività autosvilup-

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patasi nell'educando, ma la riavegliano, la dirigono, la potenziano con l'uso di tutti i mezzi educativi.
III. La facoltà umane da sviluppare. - Il concetto delle facoltà da sviluppare fino alla perfetta fioritura dell'uomo in quanto tale (sensi esterni, fantasia, memoria, intelligenza e volontà), dei metodi da seguire per raggiungereto le scopo e degli abiti da contrarre per la formazione del carattere, vengono forniti dalla psicologia razionale a sperimentale, e se ne tratta alle singole voci. Qui è soltanto da tenere una giusta via di mezzo fra il consentorismo esagerato e l'eccessivo, indiscriminato amore alla novità per la novità. Non tutto l'antico e tradizionale è cattivo, né fra le novità e conquiste dei tempi moderni c'è solo del buone; vale percio l'aureo avviso di s. Paolo: sprovate tutto e tenete quello che è buono" ( 1 Theis. 5. i sg.). Il buono nuovo deve amalgamarsi a accrescere il buono antico; non distruggerlo per ricominciare tutto da capo. Il che è dimostrazione di un genuino senso storico, perché la storia è maestra della vita e, più che non illuminarla, e dovere attingere la luce che da essa emana.
IV. Azione coordinata e metodica. - I metodi, con cui esercitare l'atività educativa, si possono ridurre a due : soggettivo-introspettivo a oggettivo.
1) L'introspezione che serve a indurre il soggetto educando a rivolgere la sua attenzione a cose o fatti, su cui generalmente non si sofferma da sole, pud essere, per cosi dire, spontanea o provocata. Spontanea, quando uno, rientrando in se stesso, richiama le esperienze passate che riguardano il campo educativo, ne studia, alla luce del presente, gli elementi e i frutti (p. es., le Confessioni di s. Agostino, i vari diari e ricordi autobiografici). Molti pedagogisti fondano anzi le loro costruzioni sistematiche su questa introspezione, prendendo a regola ciò che hanno imparato dal loro educatori, vagliando più o meno le impressioni che ne subirono, e riproducendo gli elementi che loro appaiono buoni perché hanno dato buoni risultati. Queste costruzioni, per l'ampia parte che possono avere di soggettivo, possono però indurre in errori e valutazioni sbandate. Più utile percio è la introspezione provocata nell'educando da convenienti artifici, che l'obbligano a esprimere quello che sente, aiutandolo ad osservarsi bene, dandogli idee direttive, fornendogli un filo conduttore, correggendo quello che è svlamento dal giusto sentiero.
2) Metodo oggettivo, che consiste nello studio dei fatti educativi, in quanto esaminati al di fuori di noi : continua osservazione sull'educando, su quanto dice e fa, sul suo comportamento nelle varie circostanze della giornata, sull'atteggiamento del corpo, sulle variazioni della Eclimonia, sulle parole che sfuggono tra compagni, sul vario grado di intensità a di attenzione che egli esplica secondo i vari argomenti trattati. In questo modo si può raccogliere un vasto corredo di cognizioni, che servono ad adattare le norme generali della e. ai diversi individui.
V. Il fine dell'e. - I due metodi accennati ed altri che si potrebbero facilmente addurre, in tanto sono buoni e validamente efficaci, in quanto si ade-
guano al fine da raggiungere dalla e. Il cha non è semplicemente questione di tecnica o di determinate concezioni filosofiche, ma di logica e di coerenza con la realtà viva della natura umana. Ora, per chi prende l'uomo qual'è, il fine della e. non può essere altro che avviare l'educando alla perfezione assoluta nella vita futura mediante il suo perfezionamento relativo nella vita presente.

Posto, infatti - e lo si dimostra in altra sede che tutta la vita umana non è chiusa nell'ambito delle cose materiali a terrene, che ci sono valori più alti, i valori dello spirito, che l'uomo è dotato di anima spirituale e imniorale, di volontà libera, di coscienza morale, e destinato alla felicità eterna; e che al di sopra degli esseri contingenti vi è un Es. sere necessario e assoluto da cui tutto procede e in cui tutto converge, Dio, la vera e piena e. non potrà prescindere da questo verità, ma dovrà conformarvisi. Maggiore rilievo ed efficacia acquistano questa considerazioni, quando venganoilluminatedalla luce della Rivelazione. La quale ci fa conoscere come l'uomo è stato elevato all'ordine soprannaturale di figlio adottivo di Dio, dotato di facoltà e di mezzi soprannaturali per raggiungere il suo fine soprannaturale, cioè il possesso di Dio mediante la visione beatifica. Con tanto maggior ragione, quindi, un'e., che voglia essere vera e completa, dovrà tener conto di questo complesso di verità superiori per condurre l'uomo a quella perfezione, che questo stato di sopraelevazione richiede.

Manchevole per conseguenza sarà ogni e. che miri a fini puramente naturalistici e consideri negativamente (trascurandoli) o positivamente (rinnegandoli o combattendoli) i più alti valori soprannaturali dell'uomo e della vita, qualunque poi sia il particolare a determinato aspetto che assume nei diversi sistemi, in quanto si rivolge unilateralmente alla cultura fisica (uomo animale) o all'intelligenza (uomo-sapere) a alla volontà (uomo-volentà di potenza) o all'aspetto civico (uomo-cittadino) o nazionale a razzistico (uomo-razziale) o economico (uomo-economico) o professionista (uomo-operaio), appunto perché partirebbe da considerazioni parziali, che non abbraccerebbero tutto l'uomo e percio neanche tutto il fine della e. Questa infatti deve essere totalitaria.
VI. E. totalitaris. - La doppia finalità dell'uomo - della vita presente e futura - caratterizza uno dei requisiti fondamentali della e., la totalitarietà. E prima di tutto quanto all'educando. L'opera educativa dovrà estendersi a tutto il fanciullo e non ad una parte soltanto o ad una o qualcuna delle sue facoltà. Ora il fanciullo ha un corpo e un'anima, a questa pensa, ragiona, vuole ed è libera; l'e. dovrà dunque essere

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(fol. Gall. Musci Valtcani)
![img-20.jpeg](img-20.jpeg)
(fol. Gall. Musci Valtcani)
In alto: PREMIO DELLA SENECTUS BONA. Affresco di F. Agricola (sec. xix) - Vaticano, Terza Loggia. In basso: CASTIGO DELLA SENECTUS MALA. Affresco di F. Agricola (sec. xix) - Vaticano, Terza Loggia.

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![img-21.jpeg](img-21.jpeg)
(Id. Biblioteca Vaticana)
S. EFREM ORANTE. Miniatura di scuola fiorentina della seconda metà del sec. xv. Sermoni tradotti in latino da Ambrogio Traversari - Biblioteca Vaticana, Urb. lat. 48r, f. I { }^{°}.

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fisica, morale e intellettuale. Il fanciullo, inoltre, è un essere destinato non ad una vita egoistica e solitaria, ma alla vita sociale, prima nella famiglia, poi nello Stato: è un essere essenzialmente religioso, che la religione deve praticare come individuo e come membro di una società, in cui vive : la Chiesa. L'e. dovrà dunque essere anche familiare, civile e religiosa (v. famiolia; istruzione felicjosa; scuola; stato).

Sotto un secondo aspetto ancora la e. deve essere totalitarie : quanto alla durata. "Essa non riguarda soltanto scuola e ragazzi. Non basta essere adulti per non abbisognare piú di e. L'e. è un dovere, dal quale ci sostran solo la morte. E come ogni altro dovere, anche questo comporta che noi pericoliamo continuamente, che ci troviamo sempre e. sposti al rischio di non soddisfarlo; giacché il dovere è un valore, che si propone ogni volta come qualcosa che deve essere e che la nostra libertà pud proibire che si av. veri - (F. Bongiovanni, Lezioni di pedagogia. I. Torino 1947, p. 10).

E poiché uno è lo spirito (del fanciullo da educare, pure nelle forme e negli aspetti molteplici, che si sono esaminati, cosi l'e. dovrà essere unitaria, possedere cioè un'unità che tutto componga armonicamente insieme ed eviti ogni eccesso di singole parti; altrimenti non si potrà avere una vera formazione degli spiriti umani. Un poema, infatti, non si crea semplicemente accostando e accaz. stando parole, rime e versi, gli uni accanto agli altri, ma permeando il tutto con il soffio ispiratore che sintetizai la molteplicità in un complesso organico, né un canto, se deve essere armonioso, può prescindere dalla unità nella molteplicità delle sue note. Allo stesso modo il poema e il canto espresso dalla coscienza umana. L'armonia della vita non si attua, se non quando le idee, gli affetti, le nozioni, le relazioni, pur essendo molteplici, non sgorgano da una medesima sorgente e non possiedono un'anima vivificatrice.
VII. E. religiosa. - Una considerazione tutta particolare merita l'e. religiosa, massime di fronte a teorie e sistemi, che la vorrebbero relegare in soffitta tra le cose indifferenti o inutili o addirittura nocive, come quell