tali unioni, come, p. ea., fece il re di Prussia nel 1817 con i luterani ed i riformati del suo Regno. Questi tentativi sono venuti aumentando di numero e di importanza fino ai giorni nostri.
II. SOCIETÀ INTERESTTANIE. - Un passo in avanti, o se si vuole un aspetto nuovo, diedero al movimento ecumenico nei secc. xviri e xix le società intersettarie o interdenominazionali. Era un movimento sui generis, che appena merita il nome di ecumenico.
Tali società accoglievano qualsiasi individuo di qualsiasi sorta senza badare alle dottrine che i singoli individui o candidati professassero : bastava che volessero lavorare direttamente o indirettamente per lo scopo che la società perseguiva. Cosi, con il solo fine di evangelizzare i pagani, sorsero la London Missionary Society in Inghilterra (1799) e l'American Board negli Stati Uniti (1810). Con lo scopo di tradurre in tutte le lingue, stampare e diffondere la Bibbia, nacquero in Inghilterra nel 1801 le British and Foreign Bible Society a in America del nord la American Bible Society (1823). L'inglese Religious Tract Society (1799) e l'American Tract Society (1823) non ebbero altro fine che di pubblicare ogni sorta di stampati religiosi e morali. Per unire tutte le Chiese, meno la cattolica, si fondò nel 1846 la World Evangelical Alliance. Nello stesso anno si organizzava a Parigi la Young Men Christian Association per procurare il benessere religioso, fisico e intellettuale dei giovani, seguita più tardi (1895) dalla Confederazione mondiale e ecumenica dagli studenti criazioni, che si dedicava specialmente agli studenti.
Tutte queste società, che ancora perdurano, per il loro carattere universale o quasi universale (alcune escludevano chiaramente o velazmente i cattolici) avevano una certa presenza di ecumenicità, giacché implicavano una qualche forma di governo universale sui soci, esercitato da uno o da parecchi dirigenti; ma mostrandosi indifferenti o prescindendo dalla fede e religione dei singoli soci, toglievano all'ecumenicità il perno principale, la unità di fede; nella pratica però hanno avuto buon esito quanto allo scopo che pretendevano raggiungere.
III. UNIONI TERRASI. - Nel sec. xix e specialmente al principio del xx le sètte protestanti, mosse oltre che dall'assillo del a Ut unum sint a anche dalle continue divisioni che in questo tempo sgretolavano sempre più il protestantesimo, idearono una nuova specie di unione, non già di individui isolati, come nelle società intersettarie sopra menzionate, ma di sètte o Chiese intere, formandosi le cosiddette unioni federali o federative. In tali unioni possono entrare tutte le sètte, conservando le proprie dottrine, il proprio regime e il proprio culto.
Vi è un board o segretariato comune che non può promulgare leggi, ma solo dare norme e suggerimenti per proteggere e fomentare gli interessi comuni, ma le
## Page 66
singole sètte sono libere di ammetterli a respingerli. A questo board ogni setta manda due suoi delegati, che insieme a quelli delle altre sètte formano il consiglio superiore; vi manda pure altri deputati, più o meno numerosi secondo il maggiore o minore numero di affilieri alla setta. Cs. 30 sètte americane si unirono nel 1908 in questa maniera per formare il Federal Council of the Churches of Christ in America; ma queste unioni ebbero esito migliore tra le sètte di una stessa origine e separate tra di loro piuttosto per questioni di disciplina o regime. Gli anglicani ed episcopaliant celebrano ogni 10 anni le Conferenze di Lamberti (v. lamberti conferences) fin dal 1867; i presbiteriani nel 1877 fondarono l'« Alleanza delle Chiese riformate che nel mondo si reggono con il sistema presbiteriano»; i metodiati assunsero addirittura l'epiteto "ecumenico a quando nel 1881 stabilirono l'Ecumenical Methodist Conference; nel 1905 si formò tra i battisti le Baptist World Alliance, e finalmente tra i luterani, nel 1923, la Lutheran World Convention. La unione federativa, rispettando praticamente l'indipendenza delle singole sâtte solo unite con un debole vincolo, fu abbastanza in uso tra molte sètte anche di origine differente.
Il sec. xx si può chiamare il secolo dell'e, p. Difatti questa aspirazione dell'e, si ricava dalle pubblicazioni, dalla nuova teoria dell'unione organica o corporativa, dalle conferenze pancristiane che culminano nel grande Congresso ecumenico di Amsterdam nel 1948. In tutto questo movimento ecumenico spiccano ancora le due tendenze primitive : tendenza all'unione, ostacolata sempre e ovunque dalla tendenza al libero esame.
La nuova teoria dell'unione organica e corporativa riconosce la Chiesa di Cristo in una società in cui tutti abbiano la stessa fede nello stesso Signore, gli stessi Sacramenti, gli stessi ministri. Questa unione non sarebbe ottenibile nel presente stato del protestantesimo ma forse nel futuro: a percio aggiungono che la Chiesa risultante da questa unione rappresenterebbe nel futuro ciò che vi era al principio; l'unità organica e visibile del genere umano redento (cf. K. Mackenzie, Union of Christendom, Londra 1938). Quando si presentò, questa teoria subito trovò seri oppositori : alcuni volevano assolutamente escludere i cattolici o i quaccheri o gli antitrinitari (i quali di fatto furono esclusi dal Congresso ecumenico di Amsterdam) e la Chiesa composte da negri. Non manco chi volesse fare l'esperienza almeno tra alcune sâtte e così si formarono le cosiddette Chiese unite. Nei Canadà sorse la Chiesa unita del Canadà tra presbiteriani, metodisti e congregazionalisti, ma le lunghe trattative (1908-25) che ebbero luogo ne manifestarono le difficoltà. Nella Cina si riunirono nel 1927 battisti, congregazionalisti, presbiteriani, riformati, a fratelli uniti e a alcuni altri. Le dottrine nelle quali tutti devono convenire sono: fede in Cristo come Redentore; fede nel suo Regno; ispirazione e autorità della S. Scrittura; il Credo apostolico come espressione fondamentale della fede. Questa nuova Chiesa inciampa ancora in varie difficoltà e non può essere considerata come modello di unione corporativa. Presbiteriani, congregazionalisti, weskiani a alcune diocesi anglicane dell'India del sud dovevano fare l'esperimento di unirsi dal 1929 al 1959; l'indipendenza del'India fu l'occasione per cui, invece di terminare l'esporimento nel 1959, lo terminarono nel 1947: ma ancora rimangono tra loro serie difficoltà e non si sono osservate tutte le condizioni per una solida e vera unione organica.
Tutti questi ostacoli previsti a sperimentati hanno indotto alcuni ad una soluzione originale; supporre che l'unione organica già esista, ma occulta, con la forma convinzione che a suo tempo si manifesterà. Gli anglo-cattolici suppongono la Chiesa di Cristo formata dalle tre grandi Chiese che hanno conservato l'episcopato, cioè la cattolica, l'orientale e l'anglicans. Tale unione non è accertata dalla Chiesa cattolica, né dall'Oriente, né dalla maggior parte dell'anglicans, ma è considerata come esistente dagli anglo-cattolici, che senz'altro si chiamano cattolici e dànno alla loro Chiesa suppositizia il nome di Chiesa cattolica ed anche ecumenica. I pancristiani, allargando il campo degli anglo-cattolici, racchiudono nella
loro «Senta Chiesa cattolica», che dicono esistere benché occulta, tutte le Chiese cristiane, cioè quei cristiani che professano le verità fondamentali (Incarnazione, ecc.), credono libere le verità secondarie (se i Sacramenti siano 7 o solo 2) e respingono le verità laterali (l'Immacolata Concezione, l'infallibilità pontifical. Tale teoria è stata condannata dal sommo pontefice Pio XI con l'encicl. Afarinfiam unione del 6 genn. 1928. Una tale concezione, che suppone già esistente l'unione di tutte le Chiese cristiane, sembra essere assunta dalle conferenze pancristiane, che portano dal principio che la sette riunitesi nella conferenza rappresentino l'Uma Sinuta, ed in nome di questa Chiesa parlano nei loro manifesti a tutti i cristiani (v. conferenze pancristiane).
Trovare l'unione organica tra le sette protestanti è una impresa impossibile finché esse non riunzzino al loro principio fondamentale del libero esame. Altre ragioni rendono il problema ardua. Molte sette, p. es., pur vivendo forse di una vita languida, comunicano però al loro membri ciò che hanno: dottrina, pietà, amore a Gesù Cristo, stima della Bibbia, direzione, aiuti esterni ed interni cosi che i fedeli si sentano offesi se si parla loro di un cambio in campo religioso. Non poche sette inoltre sono persuase che Dio stesso vuole diversità di dottrine nella sua Chiesa, affinché ciascuna setta faccia spiccare in sé qualche speciale verità rivelata che è invece trascurata o dimenticata dalle altre, e credono che ognuna ha almeno una parte delle verità rivelate ed a queste si attacca con tutte le sue forze. Di più molti protestanti credono di essere giustificati a che questa giustificazione si manifesti in una vita buona e morale che li inonda di un gaudio e d'una libertà, la quale li rende indipendenti da tutto ciò che è contingenza storica ed esteriore. Quindi temono che l'unione organica abbia a turbare l'interna e tranquilla unione che dicono di sentire con Dio, e rigettano l'idea di dover sottoporre tale intima unione alle leggi d'una rigorosa unità di dottrina e di governo. Aggiungansi a tutto questo l'incrssia naturale che si oppone a qualunque cambiamento, soprattutto in materia religiosa; l'ignoranza che le singole sette hanno della dottrina, della storia e della vita delle altre; lo strascico inevitabile dello polemiche e dei pregiudizi, sistematicamente conservati a periodicamente ravvivati, di una setta contro l'altra e di tutte contro la Chiesa cattolica; i molteplici schemi di unione e il linguaggio ambiguo in essi adoperato, che molti non hanno il tempo di esaminare e sul quale non arrivano ad intendersi : tutto questo costituisce un ostacolo per l'unione organica tra i protestanti.
Le conferenze pancristiane (v.) furono i frutti più importanti di tutto il movimento unionistico del sec. xx. Previdero i protestanti non essere prudente trattare subito nelle loro prime riunioni generali delle questioni dottrinali, che avrebbero destato un «sapato; percio nella prima conferenza d'Edimburgo del 1910 si occuparono solo delle missioni "conferenze mondiali missionarie", nel 1925 si riunirono di nuovo a Stoccolma, chiamando questa unione «Conferenza di vita a azione», e discussero solo questioni sociali; quindi, animati dal relativo buon esito delle due conferenze anteriori, decisero di riunirsi a Losanna (1927) per affrontare le questioni dottrinali "conferenze di fede a disciplina». Con prudente accordo, frutto dell'esperienza nelle due ultime conferenze di Oxford - Vita a azione e di Edimburgo - Fede e discipline -, celebrate quasi a continuazione l'una dopo l'altra (1937), fu determinato di unire i due movimenti nel Concilio mondiale delle Chiese (World Council of Churches), del quale si dà più ampia notizia.
IV. Assemblea di Amsterdam. - L'Assemblea pancristiana celebrata ad Amsterdam ( 22 ag.-4 sett. 1948) è conosciuta con il nome di Concilio ecumenico; ma il suo titolo ufficiale è World Council of Churches (W.C.C.) o Concilio mondiale (ecumenico) delle chiese. Benché detto a mondiale?, di fatto non fu tale. Vi mancarono infatti le sette antitrinitarie, escluse espressamente, e alcuni gruppi importanti, come i battisti del sud degli Stati Uniti, i luterani
## Page 67
del Missouri ecc. La Chiesa russa si rifiutò ufficialmente di prendervi parte e la Chiesa cattolica si astenne completamente.
Nelle due precedenti conferenze panceristiane del 1937 (Oxford ed Eclimburgo), celebrate separatamente, apparve chiara la convenienza di unire i due movimenti detti - Vita e azione - e - Fede ed ordine - per non distaccare religione e pratica, Credo e Comandamenti.
Difetti - Vita e azione = correce il pericolo di ridursi ad attuazioni pratiche e sociali con discapito della religione; = Fede ed ordine = a limitarsi a sole discussioni dottrinali senza badare alla pratica. Ma poiché con questi due movimenti era intimamente legato quello delle missioni, ci incluse nel concilio delle chiese l'International Missionary Council (I.M.C.), dal quale, benché non fosse "Chiesas ma semplice "società", dipendeva praticamente quasi tutto il movimento missionario protestantenel mondo.
Il Concilio ecumenico doveva riunirsi nel 1941, ma per la guerra che scoppiò nel 1930 si dovette rimandare fino al 1948. Durante l'intervallo 8 comitato provvisorio sviluppò grande attività in opera di soccorsi e preparò accuratamente ció che poteva servire al buon esito dell'impresa commessagli.
Lo scopo era di trovare la Chiesa (l'« Una Sancta") tra le Chiese, cioè di trovare tra tutte le dottrine professate dalle Chiese convocate quelle che dovevano tenersi dall's Una Sancta".
Gravissima difficoltà non sfuggirono all'intelligente ed equanime segretario del Concilio, W. A. Wisser't Hooft: "Noi tutti crediamo - egli scriveva - che esiste una Chiesa nelle Chiese, ma non conveniamo come e dove esiste, come e dove essa si attui", e in un'altra occasione scriveva: "Il Concilio ecumenico non deve pretendere di rappresentare l'" Una Sancta", ma può a deve proclamare che è un corpo nel quale e per il quale, quando piaccia a Dio, l'" Una Sancta" si manifestarà».
Il tema generale delle discussioni fu compendiato in questo motto: disordine dell'uomo a disegno di Dio. Questa ampia materia fu divisa in quattro punti principali, da studiarsi da uomini competenti e poi da esaminarsi da quattro commissioni: 1) la Chiesa universale nel disegno di Dio; 2) disegno di Dio e testimonianze dell'uomo; 3) la Chiesa e il disordine della società; 4) la Chiesa a le questioni internazionali. Sui quattro argomenti furono presentati studi profondi a accurati, anche sulla Chiesa cattolica ve ne furono alcuni abbastanza favorevoli (K. E. Skydsgaard e F. H. Villain); essi furono tutti diligentemente esaminati dalle quattro commissioni alle quali appartenevano, e se ne ricavarono le conclusioni che poi furono presentate alle discussioni dell'assemblea generale. Il Concilio si inaugurò con grande solennità il giorno prestabilito ( 22 ag.), e vi assistettero, insieme con i coto delegati ufficiali di 196 Chiese, ca. 3000 persone, tante quante poterono entrare nella Niews Kerk di Amsterdam. Tutto procedette con ordine e pace, solo turbato leggermente dal dibattito tra l'americano G. Foster Dulles, che attaccò il comunismo, ed il secoslovacco Hromadka, che dissertò sui benefici derivati alla religione del medesimo, e dagli scarti del Bartle, dentro e fuori delle riunioni, contro la Chiesa cattolica. Alcune parole sul capitalismo lasciarono una impressione poco gradita ad alcuni. Si concluse il Concilio tranquillamente e, cosa notata e deplorata da tutti, le Chiese adunate per unirsi non poterono celebrare insieme la Cena del Signare.
Dai rapporti a dalle conclusioni del Concilio si ricava che si è formato il Concilio ecumenico delle Chiese, cioè un organismo di collaborazione fra le Chiese conventive, collaborazione che si estende alla missioni, alle varie opere filantropiche e a fomentare la vita cristiana. Le Chiese proclamarono bensì la loro unità nel Cristo, ma confermarono che l'unità di dottrina non l'hanno nei sacerdotis, nei Sacramenti, nella Chiesa e nel suo Capo visibile. Tutto l'insieme ha causato ottimismo in alcuni, scoraggiamento in altri: ottimismo per l'amoree la sottomissione che vennero manifestati verso il Cristo, per l'umile confessione delle molte divisioni, per il desiderio di cercare
l'« Una Sancta». Scoraggiamento perché si previde purtroppo, che questa non si troverà che nei cieli.
Il Concilio nel suo messaggio finale, tra le altre cose, augura che la Chiesa che esso vagheggia e che spera di vedere nascere dalla Conferenza di Amsterdam sia la cosa nelle quale tutti trovino la loro casa. Per noi cattolici tale casa già esiste, è aperta a tutti, è quella di Gesù Cristo, è la sua Chiesa fondata sulla roccia di Pietro.
Bmc.: M. Barbera, Il vero significato di alcune correnti protestanti o proposito della Unita religiosa, Milano 1928; G. Jackson Slosser, Christian Unity, Londra 1929; M. Prihilla, Um Kirchliche Eisdatt. Friburgo in Br. 1929; Ch. 8. Macfarlane, Christian Unity in Practice and Prophecy, Nuova York 1933, pp. 178-328; K. 8. Douglass, Church Unity Movements, ivi 1934; M. J. Congar, Christano disunti, Parigi 1937; C. Boyer, Le problème de la réunion des chréliens, in Unitas, 2 (1947), pp. 319 338; J. C. Bennet, Mon's Disoules and God's Design. Outline of Preparation for the First General Assembly, Londra 1947; J. W. Kennedy, Venture of Faith, Nuova York 1948; ancm., The Message and Reports of the First Assembly of the W. C. C., Londra 1948; C. Crivelli, Sguardi sul mondo protestante, I, Roma 1949 (Manuali del pensiero cattolico, 39 s); G. Corsi, L'Assemblea di Amsterdam, in La Scuola Cattolica, 77 (1949), pp. 263-85.
Camillo Crivelli
EDDA. - E il titolo, dei due più famosi monumenti dell'antica letteratura nordica, il cui significato più probabile è quello di «arte poetica» oppure di «avola», di cui l'uno, in versi, più antico ma scoperto più tardi, tra il 1639 e il 1643 , ebbe, per l'affinità del contenuto, il nome dall'altro più recente, ma già noto fin dal 1628 , e che porta a buon diritto il titolo di E.
Il primo, detto E. poetica o E. antica, è una raccolta anonima, non omogenea né organica, di una trentina di canzoni mitiche ed eroiche, redatte per la maggior parte in Islanda tra il 12 e il xill sec., la più importante delle quali è la Vóluspa o profezia della veggente, che narra l'origine del mondo e degli uomini e la fine di tutte le cose nel cosiddetto "corpuscolo degli dèi", ed è pertanto, in un certo senso, una specie di Genesi e di Apocalisse del paganesimo germanico.
Notevoli, tra le canzoni eroiche, anche per pregio artistico, sono quelle che ci conservano la forma autentica della saga nibelungica.
Il secondo, detto E. prosastica a Suorra E. per essere stato composto dall'islandese Snorri Sturluson intorno al 1230, consta di tre parti, di cui basti qui citare la Gyfjeginning o «delusione di Gyllc", che contiene una rappresentazione evanescistica della cosmologia a della mitologia nordiche, con frequenti riferimenti alle canzoni dell'E. antico.
Circa l'autenticità e la purezza dei miti tramandati da quest'ultima, già ammesse universalmente allorché si ritenevano quei carmi di data remotissima, si è ora concordi nel riconoscere in più luoghi non poche indicazioni di elementi stranieri, classici, critici e specialmente cristiani, pervenuti nel settentrione al tempo delle scurrerie dei Viehinghi. I quali elementi, facilmente inizibili, non scemano, d'altra parte, il valore incomparabile della raccolta come fonte delle antiche credenze e tradizioni nordiche, né il pregio della particolare poesia, spesso alta e solenne, che riveste il complesso delle rappresentazioni originarie; che sono quelle di un mondo di passioni e di destini implacabili, cupo a fosco, come tutto ciò che è senza trascendenza e perciò senza gioia.
Bmc.: Tutto originario: G. Keckel, E., vers. red., Heidelberg 1936 (con glossario); F. Genzmer, E., 2 voll., Jena 1921-22; buona trad. it. di passi arabi: G. Gogola. Canti dell'E., Torino 1939. Studi: una bibliografia dell'E. è stata coesta da H. Hermsensson, Ithaca (Nuova York) 1920. Cf. inoltre: G. Marusorola, L'E. ovvero del benicnismo, in La Scienza e il Teogio, Firenze 1933, pp. 9-27.
Bruno Vignola
EDEN. - Luogo in cui trovavasi il paradiso terrestre (Gen. 2, 8. 13). L'ebraico 'adhen, secondo gli antichi, significa "delizia, piacere" (II Sam., 1, 24; Ps. 35 [36], 9); per i moderni, "steppa", "pianura incolta", come l'aecadico edinu, o "campo fecondo", come il sumerico edin. Nei Libri Sacri indica anche :
## Page 68
1) una regione sull'Eufrate, ad est di Aleppo (II Reg. 19, 12; Is. 37, 12: Ex. 27, 23; Am. 1, 5): è la Bit-Adini dei monumenti assiri; a) un levita discendente di Gerson, del tempo del re Ezechia (II Por. 29, 12; 31, 15).
Sull'ubicazione dell'E. potrebbe giovare l'indicazione di 4 fiumi: "Ad iniziare il giardino esce da E. un fiume, che di is dividesi in quattro capi (Phison, Gehon, Tigri, Eufrate) : (Gen. 2, 10-14). Ma si ignora l'identificazione del Phison e del Gehon. Altre difficolta sorgono per Hevila e Chus, le terre bagnate: Gen. conosce due Hevila: una asiatica ( 10,29 ) e una africana ( 10,7 ), e due Chus ( 10,6-8 ). E poi verosimile che, con le migrazioni
dei popoli, i nomi dei fiumi siano passati da una ragione a un'altra.
Le innumerevoli opinioni sul luogo dell'E. possono ridursi a quattro gruppi: 1) presso il corso del Tigri e dell'Eufrate, e precisamente: a) sull'altipiano dell'Armenia (tra gli altri Hohorg, Hetzenauer, Strack, Kalt, Sanda): il Chus s'identifica con l'Araxse, e il Phison, che circonda la terra di Hevila, in cui trovansi oro, bdelilo, gemme (regione della Colchide, di col tratta il mito degli Argonauti), con il Fasi: si suppone il cambiamento delle conformazione del suolo; b) sul corso medio dell'Eufrate, dove confluiscono il Belich e il Hábú (P. Kiessler); c) sul basso corso del medesimo Eufrate, presso Babilonia, dove esso si congiunge con il Tigri, mentre poi di nuovo i due fiumi si separano mediante canali, di cui due sarebbero appunto il Phison e il Gehon: cf. néhar hébhár di Ex. 1, 1 (F. Delitzsch e S. Theis).
2) Staccandosi dal bacino mesopotamico, gli antichi, poco conosciuri di geografia, parlavano di Eufrate, Tigri, Gange e Nilo (Plavio Giuseppe, Antiq. Ind., I, 13). All'Arabia pensano F. Hommel, J. Feldmann; ai pressi di Damasco Niebuhr, Engel. 3) A. Ungnad pone E. nel firmamento, che i Sumeri chiamavano gá-edin-na. 4) Filone e la scuola alessandrina pongono E. nel mondo delle idee a i moderni mitologi e folkloristi tra i prati della fantasia. Sono da scartarsi le due ultime interpretazioni, poiché in Gen. 2 si descrive un vero luogo. Tra le varie ubicazioni proposte, quella del Delitzsch presenta le minori difficoltà. "Probabilmente l'autore non volle determinare un luogo preciso, ma solo attribuire a quattro rivi del giardino paradisíaco i nomi e la benefica fecondita delle acque (non il corso) dei quattro più grandi fiumi allora conosciuti. In tale interpretazione nulla osta che con gli antichi per Fison s'intenda il Gange (o meglio l'Indo come più vicino agli Ebrei) e per Gehon il Nilo" (A. Vaccari).
Biel.: Ford. Delitzsch, We lag das Paradies, Lipsia 1881; O. Zöcker, E.-Ophir-Ephraim, Monaco 1893; J. Feldmann, Paradies und Sündenfall, Münster 1913; A. Delizel, We lag das Paradies, in Orientalia, 15 (1925), pp. 44-45; S. Theis, Das Land des Paradieses, Traviri 1028; A. Bea, Institutiones biblica, II, 1, De Pentateecho, 2² ed., Roma 1923, pp. 149-52; A. Vaccari, s. v. in Enc. Ital., XIII (1932), p. 456 sg.
Vincenzo M. Iacono
EDERA: v. interpunzione.
EDESIO, santo, martire. - La storia di questo martire ci è nota da Eusebio; n. ad Araxa nella Licia verso la metà del sec. in da nobile e ricca famiglia, ma pagana. Studio filosofia insieme con il fratello Affieno a Berito dove probabilmente abbracciò la fede cristiana. Per essa sostenne il carcere durante la persecuzione di Diocleziano e fu anche condannato alle miniere in Palestina. Liberato, si trovava ad Alessandria quando nel 306 Massimino riprese la persecuzione. Assistendo ai processi contro i cristiani, santamente indignato per le crudeltà del giudice lo affrontò apertamente rimproverandogli la sua ferocia. Fa perciò preso, sottoposto ad acerbi tormenti e quindi gettato in mare. E commemereto l'8 apr.
Biel.: Eusebio, De materibus Palacitivae, s. cf. anche cap. 4: PG 20, coll. 1476-80; Acta SS. Assilio, I. Parig: 1866, p. 743 ; Martyr. Romanum, D. 139.
Agostino Amore
EDESSA ("E. 8e00e). - In origine Orhai, donde il nome Geroene alla regione di cui fu capitale, era situata a nord-ovest della Mesopotamia sul fiume Sautus; dagli Arabi fu chiamata ar-Ruhā, oggi Urfa. Fu fondata dal re Seleuco I che le dette il nome
dell'omonima città macedone; Antioco IV la chiamò Antiochia "presso Callirroe". Fu capitale dell'Oscoene dal 137 a. C. al 216 d. C. Divenuta romana sotto Pompeo, fu poi contesa nelle guerre romanopartiche finché nel 217 divenne colonia romana. Caracalla vi fu ucciso nel 217. Distratta da un terremoto, fu riedificata dall'imperatore Giustino I che la chiamò Giustinopoli. Nel 609 fu espugnata dai Persiani. Nel 1097 Goffredo di Bugione la elevò a contes e i conti vi si succedettero fino al 1144. Dopo esser passata dai Mongoli di Hūlāgū si musulmani d'Egitto, fu conquistata dai Turchi ottomani nel 1637. Tra i suoi 15 sovrani, che avevano il titolo di abgar, è noto quello dell'abgar Ublcāna per la leggenda cristiana che lo riguarda (v. ADDAI, dottmina di).
Nicola Turchi
I. Il cristianesimo in E. - Lasciando da parte le leggende di Abgar (v.) e di Addai, si deve ritenere che il cristianesimo, introdotto probabilmente nel tempo apostolico, fosse già organizzato in E. nella metà del sec. II. Oltre alla testimonianza dell'epitaffio di Ahercio, Eusebio (Hut. earl., V, 23) ci dà notizia di un Sinodo dell'Oscoene verso il 197, che inviò una lettera sulla controversia della Pasqua. Non è fondata l'opinione che il re Abgar IX (179216) e la corte si facessero cristiani. Certo è che verso quel tempo E. ricevette da Serapione d'Ara-
## Page 69
tiochia il primo vescovo cattolico, Palùt. Con questa consacrazione la Chiesa di E. entra nell'orbita delle Chiese greche, essa che probabilmente fino al. lora aveva fatto parte della corrente giudeo-cristiana.
E. divenne il centro di Irradiazione del cristianesimo nella Sinta orientale e quindi anche in Persia durante il sec. III. Il suo dialetto arameico, cioè il siriaco letterario, servì per la versione diretta siriaca del Vecchio Testamento chiamata pólirat, che ivi probabilmente vide la luce verso l'inizio dell'ćra cristiana. Più tardi Tiziano componeva in sirisco, forse ivi stesso, il suo Dialessaran. Le persecuzioni di Decio e di Diocleziano fecero in E. dei martiri fra cui vanno ricordati: Sarbil, Gärlä, Sömönä, c. Jabbib. Al Concilio di Nicea partecipò Ajtaflähā (Ethi-
lans), vescovo di E. Durante il sec. IV la Chiesa edessena fu illustrata dall'opera di s. Efrem (v.). Le controversie cristologiche portarono gravi turbamenti nella Chiesa di E. : a Rabbölä (412-35), strenuo difensore dell'ornodossia, successe Hībā (435-57), assolto dal Concilio di Calcedonia, ma autore della lettera a Märl condannata nel V Concilio ecumenico. Con Giacobbe Baradeo però (541-78) vi si stabilil monofisismo e da allora si ebbe quasi sempre in E. una doppia gerarchia (monofisita ed ortodossa). Della gerarchia latina ivi costituita al tempo delle Crociste resta come ricorda l'attuale sede titolare metropolitana di E. di Osroene. Analoga sede, sempre titolare, vi è per i Siri cattolici. Pochi i Latini (curati dai Cappuccini) e pochi anche i maroniti, caldei e armeni cattolici.
Per i monumenti cristiani di E., v. Osroene.
Bull: R. Duval, Histoire politique religieuse, et littéraire d'E., jusqu'à la première Croisono, Parigi 1802: A. Harnack, Mission und Ausbeutung des Christentums, Lipais 1524, pp. 480 , 613-15,626,670,678-83 : I. Ortiz de Urbina, Le origini del cristianesimo in E., in Gregorianum, 15 (1934), pp. 82-91.
II. Scrola di E. - E la figlia diretta dell'antica scuola di Nisibi (v.) e madre della nuova scuola nisibena. Quando nel 363 Gioviano cedette Nisibi ai Persiani, una parte della popolazione cristiana andò verso Oriente; cosi la scuola fondata da

(Int. Biblioteca Vaticana)
Enes - L'E. con i quattro flumi. Miniatura dell'Ottateano, contenuto nei cod. Vat. grec. 746, f. 35 (sec. xxi)-Biblioteca Vaticana.

EDESSA - Incipit della cronaca di E., contenente gli avvenimenti fino all'anno 525 - Biblioteca Vaticana, Vat. siriaco 183, f. I'. (sec. viI).
Giacomo di Nisibi sotto la direzione di s. Efrem si recò ad E., ove, della sua origine, fu detta scuola dei Persiani, o d'E. S. Efrem la diresse dal 363 al 373; a lui successe Qijōrē «direttore e interprete», che la governò fino al 437; dopo la sua morte tutta l'assemblea chiese Narxaj, perché non v'era nessuno che potesse con lui competere in perizia e dottrina (PO 4,3^{82-83} ). La scuola di E. prese attivissima parte alle controversie cristologiche del sec. v, e sotto l'episcopato di Hībā (453-57) divenne un focolaio del nestorianesimo.
Nel 457, sotto l'episcopato di Nomo, i monofisiti si ripresero e i nestoriani, in prevalenza d'origine persiana, ritornarono a Nisibi e ricostituirono la loro antica scuola. Nel 489 , dietro istigazione del vescovo Ciro, la scuola fu distrutta per ordine dell'imperatore Zenone.
A noi sono rimaste le regole della neo-scuola di Nisibi (496), che probabilmente rispecchiano fedelmente quelle della scuola di E. Vi si conduceva una vita monastica diretta da un superiore e da un maggiordomo. Le discipline che vi si insegnavano erano: la letteratura, la scrittura, il canto e il commento alla S. Scrittura; la Bibbia formava base essenziale dell'insegnamento.
Numerosi e minuziosi articoli trattano della condotta degli allievi (v. istatat, scuola di.). E esagerano riportare alla sola scuola di E. tutto il movimento letterario dei secc. IV, v e vi intorno a questa città. Essa forse è la più bella manifestazione di questo movimento, però il grande merito che le si attribuisce è forse dovuto al fatto che alla epoca del fiorire di questa scuola e alla città di E. si riferiscono i più antichi manoscritti siriaci a noi conservati nel bellissimo carattere estrangēté. Fra le opere originali della letteratura siriaca possono riferirsi alla edessena una parte delle poesie di s. Efrem e Narxaj (quelle scritte in E.), le opere dei discepoli di Efrem (Cirillona, Iacoco d'Amida, Iacoco d'E.), quelle degli edesseni contemporanei
## Page 70

(fol. attanti
Edicola - E. funeraria proveniente dalla necropoli di Sulcis (arte punica) - Cagliari, Museo archeologico.
(Giacobbe di Sèrùg, Filossano, Stefano bar Sùda]le, ecc.), numerosi scritti sulle controversie teologiche (Rabbulà, Hibà), e numerosi documenti agiografici (ss. Alessio, Giovanni e Paolo, Sarbìl, Gòrjâ, Sèmònâ, Habbìb, Eufemio, ecc.) e di carattere apocrifo (leggenda d'Addaij e in generale tutto il movimento letterario sirisco dal sec. v al vi.
Sembra che la scuola di E. abbia creato un movimento in favore degli studi greci, come ne fanno fede le numerose traduzioni di opere ecclesiastiche dal greco; tra esse le seguenti : Ricognizioni, traduzione sirisca in un manoscritto di Londra, scritto ad E. nel 411 ; Discorsi di Tito di Bostro contro i manichei, ibid.; Teofania di Eusebio, ibid.; Storia ecclesiastica di Eusebio, in un manoscritto di E. del 462 a Pietroburgo. Rabbùlà, vescovo di E., tradusse il De recta fide di Cirillo; Hibà le opere di Teodoro di Mopsuestia a Diodoro di Tarso.
In sostanza la scuola di E. ha avuto il merito di trasmettere ai Siri nella loro lingua le teorie delle scuole di Alessandria e di Antiochia, conservando a noi numerose opere il cui originale greco è andato perduto.
Biml.: Barbadbèlabbè, vescovo di Halwân (sec. 88). La causa della fondazione delle scuole: PO 4, 280, 286; B. Duval, Histoire d'Edesse, Parigi 1892, pp. 145, 161, 176, 181; F. Nau, Hasiographie syriaque: et Alexis, Jean et Paul, Daniel de Galal, Hommad, Euphémie, Sohdâ, etc., in Revue de l'Orient chrétien, 15 (1910), pp. 53, 72, 173, 197; I. Guidi, Gli statuti della scuola di Nisibi, in Giornale della Società estetica italiana, 4 (1890), pp. 165, 192; R. Duval, La littérature syriaque, 3^{°} ed., Parigi 1907, passim.
Saverio Pericoli Ridolfini
III. Cronaca di E. - Si tratta di una cronaca scritta da un anonimo, molto probabilmente chierico ortodosso, ca. la metà del sec. vi a conservata in un codice del sec. vir (Vaticano syr. 163). L'autore descrive la storia della città dal 133 al 540 e attinge spesso a documenti ufficiali, come il resoconto notarile dell'inondazione del sto nel quale si parla della *chiesa dei cristiani *.
Biml.: La cronaca di E., pubblicata prima da Assensoni, è stata nuovamente edita e tradotta in latino da I. Guidi in Corpus script. arid. orient., 3^{°} serie, IV, Parigi 1903, pp. 1-32.
Ignazio Ortiz de Urbina
EDESSENI ATTI, v.: ATTI DEI MARTINI ORIENTALI.
EDICOLA. - La parola, derivata dal latino *sedicula*, diminutivo di *aedes* = tempio, significa propriamente tempietto, piccola cappella, per lo più soltanto come nicchia nelle parati dei templi e delle case o negli angoli degli edifici. Come termine architettonico indica quindi un organismo nel quale siano presenti i caratteri del prospetto di un tempio, ossia un frontone sostenuto da colonne o pilastri. Una specie di e. è il tabernacolo, sia che racchiuda un'immagine, sia che in forma di tempietto collocato sull'altare conservi le S. Specie.
Più genericamente si chiama e. ogni composizione architettonica che inquadra oggetti di particolare significato religioso, come immagini e reliquie. L'organismo architettonico può anche ridursi a una semplice cornice: questo significato più esteso della parola e. è quello in cui più generalmente essa è oggi usata nell'arte sacra.
I. Liturgia e diritto canonico. - Edificare un'e. sacra nella propria casa a fuori, in luogo proprio per atto di devozione o di pietà ciascuno lo può fare, senza contravvenire a speciali norme di diritto canonico, salva la proibizione per l'ostensione di immagini (v.) non ammesse al culto.
Per diritto civile sono da osservarsi naturalmente le leggi dell'edilizia (Cod. civ. ital., aa. 871-72).
Non esiste nel Rituale romano una benedizione speciale per le e., né si può applicare ad esse la benedizione propria degli oratori privati (v.), non essendo tali per sé le e.; ma solo la benedizione a delle immagini, che, se solenne, è riservata all'Ordinario, se privata, può essere data da qualsiasi sacerdote (Rit. Rom., tit. VIII, cap. 25) oppure la benedizione * omnis rei seu ad omnia * (ibid., Appendix, n. 70).
Un aspetto particolare può presentare l'e. agli effetti delle leggi canoniche e liturgiche, se vi è annesso l'altare (v.). L'altare, cosi annesso, deve considerarsi agli effetti della celebrazione della S. Messa, come altare portatile, se coperto dall'e. oppure *sub die *: si richiede quindi la licenza dell'Ordinario del luogo (sul primo caso la può dare per i suoi sudditi anche il Superiore di una Congregazione clericale esente); con le solite condizioni e cioè: ci sia un giusto e ragionevole motivo, si tratti di un esso straordinario, il permesso sia concesso "per modum actus *; ci sia la pietra sacra (can. 820 \ 4).
Il luogo, trattandosi di un'e., si suppone che sia decente, e, a pari condizione, è da preferirsi ad ogni altro per la celebrazione della Messa *sub die *. La consuetudine legittima, qualora esistesse, può legittimare la celebrazione del sacrificio della S. Messa in un altare innanzi all'e., anche fuori delle predette condizioni; ma spesso più che di consuetudini legittime, si tratta di abusi.
Riguardo alla custodia delle e., si possono per una certa analogia applicare le norme, che regolano la custodia degli oratori domestici: sia per quanto riguarda la decenza, sia per quanto riguarda la riserva al culto con esclusione di altri usi profani (can. 1196). In alcuni luoghi, come a Roma, la custodia delle e. è affidata a pie associazioni, che ne curano la manutenzione, la venerazione ed il lato estetico.
Fietro Palessini
In diritto canonico sotto il nome di e. vengono anche le e. funerarie erette nei cimiteri da famiglie a persone private per la propria sepoltura: ma queste sono considerate in diritto canonico oratori privati (can. 1190; v. Oratorio); in esse (a differenza degli altri oratori privati) l'Ordinario può permettere la celebrazione, anche abituale, di più Messe (can. 1194), a condizione però che le salme non si trovino al discoto dell'altare, bensì di lato e a distanza (misurata orizzontalmente dalla superfice
## Page 71
di proiezione dell'altare) non minore di un metro (altrimenti la celebrazione della Messa è vietata: can. 1202 \S 2 ).
Nel caso che l'e. funeraria venga colpita da interdetto (v.), non resta con cio interdetto il cimitero; mentre se viene interdetto il cimitero, ne restano colpite tutte le e. funerarie in esso esistenti.
BibL.: F. M. Cappello, De Sacramenth, I. Roma 1947. 20. 707-11.
Pio Cimotti
II. Ants. - Nell'arte classica vanno ricordate le c. nell'interno del Pantheon, con fronti triangolari o curvilinei, che ai alternano alle nicchie, e quelle che come costruzioni indipendenti sorgevano in gran numero agli incroci delle vie e accoglievano le immagini dei Lari. E. con le immagini dei Lari o scolpite o dipinte erano anche nelle case private, come si vedono a Pompei e ad Ostia. Anche nell'arte funeraria sono assai comuni le e. a forma di piccole nicchie con l'immagine scolpita del defunto o a figura intera di dimensioni ridotte o a mezzo busto, o limitata soltanto alla testa.
Nel medioevo, specialmente nel periodo dell'arte romonica e poi gotica, le e. vengono adoperate nell'interno e nell'esterno degli edifici, dei quali costituiscono una caratteristica particolare. In Roma sulla facciata della chiesa di S. Tommaso in Formis una e. incornicia un musaico cosmatosco raffigurante Gesù tra due schiavi; sul campanile romanico di S. Croce in Gerusalemme nella zona inferiore a monofore un'e. pensile ripara la croce patriarcale, intricamente adorna di decorazione cosmatosca conservata solo in piccola parte, e all'ultimo piano si vede un'altra e. pensile, forse aggiunta nel sec. xiv; altre e. si trovano sul campanili di S. Maria Nova e del SS. Giovanni a Paolo; anche nel campanile di S. Maria in Trastevere all'ultimo piano c'è un'e. che custodisce un musaico raffigurante la Madonna con il Bambino.
Nel Rinascimento possono considerarsi e. le terracotte robbiane, che adornavano in forma di tabernacoli, racchiudenti immagini sacre, gli edifici nelle città della

Edicola - E. sul fianco di S. Maria in Trastevere (sec. xII).
Toscana. Cosi tra le e. possono annoverarsi il tabernacolo che racchiude l'immagine della Madonna della Febbre nella sacrestia di S. Pietro in Vaticano, quello che contiene l'Annunciazione nella chiesa fiorentina di S. Croce a l'altra, ora nel Kaiser Friedrich Museum di Berlino, con l'immagine della Vergine con il Bambino in stucco dipinto, opere tutte di Donatello.
Cosí possono anche considerarsi e. i sepolcri quattrocenteschi formati da una incorniciatura a rilievo che inquadra un vano ricavato nel muro e ove trovasi il sarcofago. Tali le tombe di Leonardo Bruni, opere di Bernardo Rossellino, e quella di Carlo Marsuppini, lavora di Desiderio da Settignano, in S. Croce a Firenze.
Roma dal Rinascimento fino ai giorni nostri ha visto sorgere una fioritura di e. sulle facciate e sugli angoli delle sue case : opere per lo piú modeste, mostrano tuttavia il fervore religioso del popolo e animano le vecchie strade con l'esuberanza barocca delle loro ricche cornicí di stucco adorne di angeli e di putti piú che con le immagini dipinte spesso offuscate e scarsamente visibili. Molte sono scomparse, anche in seguito alle demolizioni, ma molte restano ancora; specialmente nei vecchi rioni; né la pia costumanza di collocare immagini della Vergine nelle pubbliche vie e pizzze è ora dimenticata, ché nuove e. si pongono anche nei quartieri moderni.
La piú artisticamente notevole di queste e. romane è quella che contiene l'immagine di Potite, architetura da Antonio da S. Gallo, che sorge sull'angolo di via dei Coronari con il Vicolo Domizio e racchiude una pittura, purtroppo rovinata, di Perino del Vago, raffigurante l'Incoronazione della Vergine.
Tre le e. barocche, che sono la maggior parte, vanno ricordate quella in Via dell' Anima nel tergo della chiesa di S. Agnese che contiene un frammento d'affresco con una immagine cavalliniana, l'altra sull'angolo della Piazza dell'Orologio con Via del Governo Vecchio, quelle in Via del Pellegrino, in Via Maria de' Fiori, in Via di Tor Sanguigna, in Via del Plebiscito sulla facciata del Palazzo Doria. - Vedi tavv. IV-V.
Bibs. : P. Parsi, E. di fede e di pietà nelle Vie di Roma, Milano-Roma 1920.
Vincenzo Golzio
EDICTUM THEODORICI : v. TEODORICO I, re degli ostrogoti.
EDIFICI SACRI : v. basilica.
EDIMBURGO, DIOCESI di: v. SANT'ANDREA ed EDIMBURGO, DIOCESI di.
EDITTO. - Etimologicamente (dal latino edicere) significa ciò che è reso noto al pubblico mediante comunicazione orale.
I. Nel diritto romano. - In diritto romano ebbero il nome di e. (edicta o leges ediciales) le ordinanze dei magistrati con cui si promulgavano taluni provvedimenti o si comunicavano al popolo le norme relative all'esercizio di una determinata magistratura.
Il diritto di emanare e. (ius edicendi) competeva propriamente ai magistrati forniti d'impertum, cioè al consola, al pretore e, in provincia, al governatore; era esteso pure ai censori, agii edili curuli, ai tribuni e al pontefice massimo; piú tardi spettò in particolare all'imperatore.
Originariamente la pubblicazione avveniva per comunicazione orale (edictio) fatta dal magistrato in pubblica assemblea di popolo (contio); al che ben presto si può far seguire, fin da epoca remota, la pubblica affissione del testo relativo scritto in lettere nere su apposite tavolette bianche (proponere in albo).
Fra tutti gli e. dei vari magistrati, quello del pretore urbano, ai quale è dato per annosomasia il nome di edictum, è rimasto famoso e molto importante, per la storia del diritto romano, come base e fonte principale del cosiddetto ius honorarium a proestorium. Venivo emanato dal singolo magistrato all'inizio dell'ufficio ed era detto edictum perpetuum in quanto restava in vigore per tutta la durata della magistratura. Constava di un complesso di principi relativi al diritto processuale (ma che
## Page 72
in realta si risolvevano praticamente in norme di diritto sostanziale), che il pretore avrebbe seguito nel concedere le azioni e le eccezioni processuali. Mentre nell'e. generale o perpetuo si provvedeva ai casi ordinari espressamente in esso elencati, con gli edicto repentina veniva provvisto ai casi di emergenza (pront res incidit) in quello non contemplati. Il nucleo centrale dell'e. perpetuo che, collaudato ormai dall'esperienza, solevasì tramandare intatto da pretore a pretore, ebbe il nome di edictum traIaticium o vetus.
L'imperatore Adriano, ca. il 130 d. C., avvalendosi dell'opera del giurista Salvin Giuliano, codificò definitivamente l'e. che da allora fu detto perpetuo nello stretto senso della parola (edictum perpetuum).
BibL.: P. Bonfante. Storia del diritto romano, 3^{°} ed., I, Milano 1913. pp. 238 sec. 339 sec.; II, pp. 23. 265 sec.; P. De Francisci. Storia del diritto rousano, II, parte :*, Roma 1929. pp. 264 sgr. 328 sgg.
Zaccaria da San Miarre
II. E. imperiale. - L'imperatore poteva emanare editti in forza dell's imperium proconsulare "che gli veniva conferito, e poiché il suo era un "imperium maius", i suoi e. avevano valore non per le sole province delle quali egli era proconsole (le cosiddette province imperiali, cioè le "non pacatae"), ma anche per le province lasciate al governo del Senato, e per l'Italia. La prova che fin dagli inizi dell'età imperiale sia stato cosi, è data dalla celebre iscrizione di Cirene, contenente cinque e. di Augusto riferentisi a questioni locali, valcvoli cioè anche per la provincia senatoria della Cirenaica. Cal tempo naturalmente, affermandosi sempre più il carattere di monarchia assoluta dell'Impero, le fonti del diritto non furono più "leges, plebis sctta, senatus consulta ", ma le "constitutiones principus». Il valore legislativo di ogni deliberazione dell'imperatore era anche teoricamente indiscusso nell'età dei Severi, ma in pratica già da prima le norme, le istruzioni del principe furono considerate come aventi valore ed efficacia giuridica equivalente, se non identica, a quella delle leggi (cf. Ulpiano in Dig., 1,4 : "...Quodcumque imperator per epistulam et subscriptionem statuit vel oignoscens decrevit, vel de plano interlocutus est, vel edicto preceepit legem esse constat ").
Le forme in cui queste deliberazioni erano rese, portavano i nomi di "odieta, decreta, rescripta, epistolae, mandata, allocutiones", tra le quali gli "edicta" erano al primo posto. La formula era come per gli e. dei magistrati repubblicani: "Imperator ille... dicit"; la pubblicazione veniva mediante l'affissione "in albo" a copie venivano inviate ai magistrati e ai funzionari che dovevano gerardente conoscenza e curarne l'attuazione.
Dato is estensione nello spazio e nel tempo dei poteri del principe, gli e. imperiali, a differenza di quelli dei magistrati repubblicani, hanno valore continuo, senza che sia necessario un atto di conferma del successore, e valgono non solo per attuare misure amministrative contingenti e provvisorie, ma anche per introdurre principi generali e durevoli. Come esemplari si possono prendere gli e. di Augusto ai Cirenei o, se si vuole una forma più genuina (perché degli e. ai Cirenei rimane solo la versione greca), l'e. di Claudio "de civitate Anauwarum" (cf. Fontes iuris Romani anteinstituiuni, ed. S. Riccobono, I, Firenze 1941, pp. 404 e 417).
S'intende, pertanto, che le relazioni dell'Impero con il cristianesimo furono per gran parte regolate mediante e. Non è sicuro che l'iscrizione greca intitolata Aulcrappa Kalospos probabilmente trovata a Nazareth, abbia relazione con la Risurrezione di Gesù. Minaccia, quell'editto di un imperatore non nominato, pene ai violatori di sepolture, a qualche studioso propose, che l'intervento imperiale fosse stato provocato dal clamore faticai per il sepolcro di Cristo trovato vuoto (abbondante letteratura, lavoro riassuntivo recente di M. Guarducci, in Tandic. della Pont. Accademia romana d'archaologia, 18 [1941-42], pp. 83-98). Cosi pure è dubbio, se si riferisca alla prima predicazione cristiana e alle agitazioni che ne seguivano, una Lettera di Claudio agli Alessandristi, nella quale l'imperatore ammonisce gli Ebrei di quella città e non chiamarvi altri Giudei dalla Siria o dall'Egitto per suscitare una comune pestilenza nel mondo (pubbli-
cazione recente con la bibliografia anteriore: H. Janne, Letire de Claude aux Alexandries, in Mélanges Cument, I, Bruxelles 1936, pp. 273-95).
Il grande giureconsulto Ulpiano aveva raccolto gli atti di governo relativi al cristianesimo, evidentemente rendendosi conto, anche dal punto di vista dell'interesse scientifico, dell'importanza delle questioni di nuovo aspetto che la predicazione cristiana e la reazione imperiale avevano fatto sorgere. La notizia è data da Lattanzio (Divin. Institutionum, V, 11), ma la raccolta che, se fosse stata conservata, avrebbe risparmiato tante discussioni sul fondamento giuridico delle persecuzioni, è perduta. Qualche cosa in ogni modo di questi atti di governo relativi alle questioni cristiane è rimasta, per lo più però non nella forma precisa di e. Prima in ordine di tempo e di importanza è la Lettera di Filinio a Traiano, e la risposta di detto imperatore che mostra, come ancora una soluzione chiara e rettilinea non era stata trovata (v. traiano). Si ha poi il Re. scritto di Adriano a Minacio Fundano, proconsole d'Asia, sulla traccia segnata da Traiano. Perdute son tutte le costituzioni che ordinavano le persecuzioni, conservata invece una epistola dell'imperatore Galliano ad alcuni vescovi di Asia per disporre la restituzione di beni confiscati nella persecuzione di Valeriano, e la notizia di un Decretum di Aureliano in una questione tra Paolo di Samosata e Domino per il possesso delle casa episcopale di Antiochie e altre documentazioni varie (non però i testi degli e.).
Rimane intero l'e. di tolleranza di Galerio del 311, conservato nel testo greco da Eusebio (Hist. secl., VIII, 17), nel testo latino da Lattanzio (De mort. persecut., 34) con variazioni insignificanti, né vi sono ragioni valide per dubitare della autenticità di esso. Da questo e. dipendono lettere ed atti di Massimino Daia che accetta, ma di mala voglia, le disposizioni di tolleranza. Del cosiddetto e. famoso di Milano (v. editto di milano) non si ha il testo, ma l'epistola che Licinio e Costantino inviano ai magistrati per far note le disposizioni dell'e.
Divenuto cristiano l'Impero, e. ed altri atti di governo sono rivolti a consolidare le conquiste del cristianesimo, a limitare e finalmente a vietare affatto la professione di culti pagani, a regolare questioni disciplinari, a intervenire nelle polemiche tra la Chiesa e le sitiè eretiche. Un discreto numero di queste costituzioni si trova raccolto nel Codex Theodotianus e nelle raccolte giustiniane. P. es., con la costituzione conservata nel Cod. Theod., XVI, II, 3, 6, Costantino esonera dal peso gravissimo dei "munera", ossia dall'obbligo di esercitare gratuite e costose funzioni pubbliche, gli appartenenti al clero cristiano, e definisce e riconosce quali siano le persone alle quali il privilegio si estende. Atti diversi di Costantino furono richiesti dalle contese dei donatisti e dalla questione ariana, e certo per un atto imperiale fu convocato il Concilio ecumenico di Nicas che doveva definire quale dovesse essere la genuina fede dei cristiani. Come degne di nota sono le costituzioni di Costanzo II degli sa. 340 e 346 con le quali sono vietate le pubbliche manifestazioni di culto pagano (Cod. Theod., XVI, 1, 2 e 4) e quelle di Graziano che rinnova le proibizioni di culto pubblico, ordina la chiusura dei templi, ne confisca i beni, e proibisce lasciti in loro favore. Vivace fu l'attività legislativa di Giuliano l'Apostata che per quanto riguardava la politica religiosa agi in senso del tutto contrario al cristianesimo, ma di essa
## Page 73
quasi nulla e rimasto nelle raccolte ordinate da Teodosio II e da Glustiniano.
Biel.: Oltre alla bibl. antecedente, v. R. Orestano, Gli r. imperioll, in