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dipendenti da tale E. dei d. e.

Attualmente l'E. dei d. e. è composto di un cardinale presidente (sarica che è attribuita al Segretario di Stato, presidente della commissione cardinalizia per l'amministrazione dei beni della S. Sede), di un vice-presidente (che è mons. segretario di detta amministrazione), di un cassiere e di un verificatore.

Guglielmo Felici
ECONOMIA. - Amministrazione retta e prudente dei beni. Etimologicamente (dal greco obcowoμ i α; obroc = casa; vé μ ε ν= amministrare) e. vorrebbe significare amministrazione della casa, cioè dei beni, del patrimonio e delle risorse familiari. Ma il significato andò ampliandosi e accolse anche, oltre alla nozione di società domestica, anche la nozione di città e di Stato. Anzi, fino a non molto tempo fa, l'e. era considerata soltanto in rapporto con le Stato e la ricchezza pubblica (e. politica); ora invece la si considera anche in rapporto alla società e alle classi sociali (e. sociale) e ai vari campi, in cui viene esercitata (e. morale, industriale, ecc.) e finalmente in rapporto alla famiglia ( e. domestica).

L'e., pertanto, abbraccia il complesso dei beni utili e adatti a soddisfare alle nostre necessità, allo scopo di conservare e migliorare la nostra esistenza; e si attua con l'esercizio volontario delle forze fisiche e intellettuali per la conquista di essi. Ora, questi beni (chiamati con termine generale: ricchezza) non solo si producono; ma, una volta prodotti, circolano e si distribuiscono nella massa sociale e vengono applicati a soddisfare alle nostre necessità (consumo); donde quattro fenomeni economici primordiali : produzione, circolazione, distribuzione, consumo.
E. sarà, percio, il complesso sistematico delle cognizioni sicure riguardanti l'ordine, l'attività, i fenomeni economici; e può considerarsi come scienza (esposizione, riscontro, sistemazione delle leggi generali della produzione e del consumo dei beni) e come arte (applicazione delle leggi alla vita individuale, familiare, sociale e nazionale).

In quanto attività umana, l'e. non può pretendere di essere economa, ma deve necessariamente sottostare alle leggi morali che regolano la vita e le relazioni degli uomini, sotto pena di produrre tristi e deplorevoli conseguenze.
E. e morale. - La scienza economica nacque amorale con Adamo Smith (An inquiry into the nature and causes of the wealth of nations, 1776). In seguito - per merito di altri illustri maestri sempre sul piano dell'assoluta libertà, ebbe sviluppi fiorentissimi. Scesa quindi dalle sfere della speculazione sul campo pratico, anche qui, potenziata dalla tecnica perfezionata e senza freni etici, dominò libera, fino a degenerare in tirannia. L'e. pubblica, specie in Gran Bretagna e, un po' dovunque, anche l'e. privata, soprattutto nel settore industriale, favorì immensamente lo sviluppo del capitale; ai danni però del lavoro umano. Il quale, non considerato affatto come fattore di produzione al fianco del capitale ingigantito, da questo fu ridotto a misera schiavitù. Nella fase di produzione fu sfruttato con il massimo di 14 e fino di 16 ore giornaliere; nella fase di distribuzione delle ricchezze prodotte fu tacitato con il compenso minimo del salario di fame.

Questi eccessi, un po' generalizzati ed anche giustificati dalla dottrina liberistica, esasperarono i proletari, i quali, forti della sola forza del numero, si unirono per scattare alla rivolta. La lotta fu aperta con il celebre manifesto di C. Marx dal 1848; fu proseguita abilmente al comando del socialismo; oggi è insidiosa ed aspro più che mai. Nonostante le molte rivendicazioni assicurate, il lavoro umano si batte ancora ad oltranza o non più soltanto contro il capitale. Molti altri oscuri elementi si sono insinuati nella lotta. La forza numerica dei lavoratori è sostenuta dalla poderosa macchina politica del comunismo russo, al quale però essi devono pagare il tributo di un'altra forma di schiavitù.

I cattolici, mentre sempre ed in tutti i modi si sono adoperati di riportare capitale e lavoro sulla loro posizione naturale di collaborazione, in sede scientifica hanno presto riconosciuto all'e. il carattere di scienza propria, pur sostenendo insieme la sua subordinazione alla morale.

Solo pochi autori della seconda metà del secolo scorse, p. es., il p. M. Liberatore, spinsero agli estremi questa subordinazione, riducendo l'e. ad un semplice capitolo dell'etica. Fu forse la spontanea reazione alla tirannide capitalistica, figlia del liberalismo dilagante, combattuto in tutti i settori con la intransigensa del primo fervori dalla rinascente scolastica. Oggi, la costante tesi cattolica è espressa in termini limpidi e sancita dalla suprema autorità nella Quadruggsima anno: Sebbene l'e. e la disciplina morale, ciascuna nel suo ambito, si appoggioa su principi propri, sarebbe errore affermare che l'ordine economico e l'ordine morale siano così disperati ed estranei l'uno dall'altro, che il primo in niun modo dipenda dall'altro *.

Sulla sponda opposta non si difende più l'assoluta libertà economica, ma neppure ci si rinuncia del tutto. Si accetta generalmente una posizione, che, nell'età d'oro del liberalismo, sapeva di compromesso. Si distingue cioè tra e. speculativo ed e. pratico, e si ammette che questa debba sottostare ai precetti etici, quella no. E così la prova di grandi disordini, da esso stessa provocati, ha costretto il liberalismo economico a battere ritirata sul campo pratico e difendersi almeno sulle alte vette della speculazione. Ma anche qui è impossibile la sua resistenza. Appartrà chiaro da quanto sarà detto in giustificazione delle tesi cattolica.

Come l'e. provvede ai bisogni materiali, cosi l'etica ai bisogni spirituali dell'uomo, in quanto persona cosciente e libera e quindi responsabile dei suoi atti. Nell'evidente distinzione e differenza delle loro finalità si giustifica la distinzione e la differenza delle due discipline e dei loro relativi principi e procedimenti. Ma tale differenza non riesce a rompere il loro contatto su un punto comune.

I bisogni, cui rispettivamente provvedono, benché differenti nel loro contenuto, sono pure egualmente bisogni umani. E evidente. E questo carattere umano è essenziale all'etica non solo, ma anche alla scienza economica. E tanto vero che essa è scienza esclusivamente umana; né esiste una scienza economica per le bestie o per le energie naturali. Queste hanno un loro posto nell'e.; ma, senza prendere parte nella sua fase finale, esauriscono il loro compito nella sua fase strumentale. Tutt'altra cosa è per l'uomo. Anche le forze fisiche e psichiche dell'uomo, secondo le leggi proprie del loro rendimento, sono impegnate alla produzione delle ricchezze; e, fin qui, l'uomo è sullo stesso piano strumentale delle forze fisiche ed animali. Ma l'e. non è tutta nella produzione, la quale ne rappresenta solo una delle fasi a neppure la più importante. Le è essenziale anche l'altra fase della circolazione e distribuzione delle ricchezze, in vista del loro consumo. Questa seconda fase costituisce il fine dell'e., mentre la prima ne è solo il mezzo. E si sa che i mezzi debbono proporzionarsi al fine. Nell'e. dunque la fase di-

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stributiva, non solo é essenziale, ma anche la principale, perché è la fase finale, della quale deriva alla fase strumentale della produzione e la ragion d'essere e la natura e i limiti.

Ora è proprio in questa fase finale della distribuzione che l'e. si affurma come scienza esclusivamente umana, perché in essa prende parte solo l'uomo; macchine, bestie no. Certo anche le macchine sono riparate e le bestie nutrite; ma a quale titolo? Non a titolo di retribuzione e distribuzione delle ricchezze realizzate nel ciclo produttivo precedente; ma soltanto per conservarlo, quali mezzi efficenti, per un successivo ciclo di produzione. Per l'uomo non è cosi. Egli prende parte alla distribuzione delle ricchezze, in vista delle quali si apri il ciclo produttivo precedente, il quale ora, in essa, raggiunge la sua finalità, cioè : procurare all'uomo i mezzi necessari al suo sviluppo, secondo le esigenze della sua natura. Anche l'uomo ripara la macchina del suo corpo, più o meno logorata in un ciclo produttivo; ma ciò non fe solo per conservarsi come valido strumento di produzioni ulteriori. Per lui, conservare le forze fisiche è, nella scala dei suoi umani bisogni, il meno nobile, ma il più necessario. Quindi con i beni produrti e divenuti propri con la distribuzione egli immediatamente ripara le forze fisiche; onde procedere poi a soddisfare i suoi bisogni superiori, fino a raggiungere, per quanto gli sarà possibile, la perfusione completa della sua natura, cosciente e libera.

Chi non vede cosi che l'e. è essenzialmente ed esclusivamente scienza dell'uomo, in quanto egli si distingue e si eleva al di sopra degli altri esseri?

Seguono tre conclusioni evidenti:
1) Perchè l'uomo è un ente unitario, nonostante la dualità delle sue parti integranti, corpo e spirito, è chiaro che le esigenze del corpo vanno soddisfatte senza contrasto, anzi in armonia positiva con le esigenze dello spirito. Conseguentemente la scienza economica, che provvede ai bisogni materiali, è inferiore e subordinata alla morale, che provvede invece ai bisogni superiori dello spirito. Perciò essa in senso negativo ne deve scorrere i limiti; in senso positivo ne deve adottare le direttive.
2) Non può ammettersi la distinzione tra e. speculativa e pratica. Quella sarebbe il complesso dei rapporti di coass-olfatto, relativi alla produzione, circolazione, distribuzione e consumo delle ricchezze; tali rapporti però sarebbero considerati nel loro valore assoluto, indipendentemente da ogni relazione con l'uomo. Gli stessi rapporti invece, visti operanti nella vita umana, costituirebbero l'e. pratica, la sola soggetta alla morale.

Ma - è stato constatato sopra - tutte l'e. è scienza umana, cioè in relazione con l'uomo e quindi dipendente dalla morale. Si, ci sono nell'e. delle parti, le quali, staccate dalle altre e considerate isolatamente, possono prestindere da ogni relazione con l'uomo: p. es., i rapporti di produzione e circolazione come tali. Ma cosi considerati sono solo rapporti matematici o meccanici o tecnici, sfrutabili dell'e. senza essere ancora rapporti formalmente economici. La scienza economica non è nella somma delle sue parti, ma nell'armonia di tutte quelle; e tale armonia le deriva dalla sua finalità ultima, che è certamente nel provvedere all'uomo i mezzi materiali per il suo sviluppo completo, materiale e spirituale.

Quindi ogni parte dell'e., come ogni somma delle sue parti, e la si considera avulsa da questa finalità ed allora non è l'e., ma solo elemento pre-economico; o la si considera in funzione di questa finalità, ed allora essa diviene nello stesso tempo scienza economica, umana, e in quanto tale, subordinata alla morale.
3) La morale, cui l'e. deve subordinarsi, non può essere una morale qualsiasi, ma deve essere la vera morale. Ora l'unica vera morale - dopo la redenzione di Gesù

Cristo - è quella che si eleva alle altezze della teologia ed in essa si trasfigura. Ogni l'e. deve procurare i mezzi materiali, con i quali l'uomo possa soddisfare ai bisogni del corpo e dello spirito, naturali ed anche soprannaturali. E poiché i valori soprannaturali da Gesù Cristo furono affilisti alla custodia infallibile della Chiesa Cattolica romana l'e. - per essere davvero tale - la deve interpellare ed ascoltare. Per la storia e lo sviluppo dell'e., v. SISTEI! ECONOMICI.

Bin.: Encicl. Rerum mecarum (15 maggio 1891): Quadragesimo anno (15 maggio 1931): Nova impender (a ciu. 1931); Caritate Christi compulsi ( 3 maggio 1932); C. Antoine, Corso di e. sociale, trad. it., Siena 1901; S. Deplonge, Le conflict de la morale et de la sociologie, Parigi 1923; H. Weber-P.Tischlader, Handbuch der Sozialethik. I. Wirtschaftsclisk. Essen 1931; M. Marvili Libelli, La moralita nelle azioni economiche, in La moralità e le professioni, Firenze 1934, pp. 123-45; G. Bechjersi, Il mondo degli affari e la morale, Brescia 1933; F. Vito La concezione biologica dell'e., Milano 1935; I. Aspizzu, Maest professioni economica, Madrid 1940; G. Goncharry, The moral basis of social order, Washington 1941; A. Fanfani, Per l'orientamento cristiano della vita economica, in Rie. internazionale di scienze sociali, 51 (1943), pp. 27-31; F. Vito, Di alcuni concetti basilari della teoria economica, ibid., 51 (1943), pp. 338-48; G. Stummati, A proposito dei rapporti tra etica, politica ed e, ibid., 51 (1943), pp. 288-92; G. Gonella, Principi di un ordine sociale, Città del Vaticano 1944, pp. 147-58; J. Aspizzu, La moral del hombre de negarito, Madrid 1944; A. De Marco, L'aspetto morale dei piani economici, in Civ. Catt., 1946, 11, pp. 11-21; G. Tuomio, L'odierno problema sociologico, Città del Vaticano 1947, passim; I. Demmec, Jugement moral sur le capitalisme, in Revue d'oeès, de Tournai, 2 (1947), pp. 229-34; R. Goor, Economie et humanisme, ibid., pp. 437-45. Leonardo Azzolini

ECONOMIA POLITICA. - Dell'e. p. si sono date tante definizioni quante sono state le sue fasi di sviluppo dottrinario; infatti la natura di ogni definizione deriva dall'intera concezione che in un dato momento prevale in merito all'e. p. Le prime definizioni sistematiche si sono dimostrate tutte insoddisfacenti o perché non a sufficenza comprensive o per il loro esatto fondamento. Un passo decisivo si è compiuto quando si è riusciti ad esprimere le complesse caratteristiche dell'e. p. nei termini di "scienza che studia l'adeguamento di mezzi limitati a fini umani». Tale formulazione è molto più vasta e precisa di quanto non sembri a prima vista, in quanto da essa vengono messi a fuoco gli elementi costitutivi stessi del problema economico: da una parte l'esistenza di fini diversi che i soggetti economici, individui e gruppi sociali, si propongono di raggiungere e, dall'altra, la limitatezza dei mezzi e disposizione per conseguire i fini medesimi.

Fondamentale importanza ha agli affetti della formulazione dell'e. p. la valutazione dei fini. Assumendo fra i termini del problema economico quello del conseguimento di fini umani, e data la natura essenzialmente etica di questi, ne deriva che l'e. p. si trova indubbiamente collegata all'etica e, in particolare, secondo un rapporto di subordinezione a quest'ultima (Vito). Tale concezione rappresenta la fase più moderna dello sviluppo dottrinario dell'e. p. Infatti l'opinione prevalente fino a pochi decenni fa sosteneva l'assoluta separazione dell'e. dall'etica o, quanto meno, la neutralità di quella rispetto a questa. Sotto il primo punto di vista si distingueva fra "e. pura" o "scienza economica", di carattere teorico ed avente lo scopo esclusivo di studiare i fenomeni, ed "e. applicata" e "politica economica", di carattere normativo ed avente il compito di individuare l'attività economica pratica; l'e. pura sarebbe completamente indipendente dall'etica, dato che si limita a ricostruire la fenomenologia economica cosi come si realizza, mentre se ne ammette la dipendenza per l'e. applicata, in quanto l'esplicazione dell'attività economica non può mai essere contraria ai dettami morali. Ciò sarebbe giusto tuttavia solo se la presenza distinzione fra scienza e politica economica avesse una giustificazione concettuale e non derivasse dalla semplice opportunità di una specializzazione scientifica (in base alla quale si distinguono anche una

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statistica e una storia economica e la scienza delle finanze). A sostegno della tesi che propugna la neutralità dell'e. rispetto all'etica si osserva che per il carattere di satrat. tezza della scienza economica è indifferente che le ipotesi da cui prende le mosse il processo logico deduttivo siano o meno in accordo con i principi stici; ciò che conta è che il processo sia esatto (Pantaleoni). Ma non si può in questo caso che condividere l'opinione di chi obietta che vi sono dei limiti da rispettare anche nell'assunzione delle ipotesi (Vito). Bisogna concludere che effettivamente fra e. ed etica vi è un rapporto di dipendenza della prima di fronte alla seconda, senza che si sia costretti a negare la possibilità di autonomia dell'e. nei riguardi dell'etica. Basta che si attribuisca all'etica il significato di a scienza dei fini ed all'e. quello di a scienza dei mezzi ; nel proprio ambito ciascuna resta autonoma, avendo uno specifico oggetto di ricerca (Toniolo, Vito).

Non tutti i fini hanno rilevanza economica; vanno considerati come tali solo quelli che vengono più precisamente definiti con il nome di "bisogni", per il cui conseguimento siano disponibili mezzi limitati e capaci di impiego alternativo. In altre parole sono bisogni unicamente quei fini di fronte ai quali sorge un problema di scelta; se i mezzi infatti esistessero in misura illimitata a fossero suscettibili di un unico impiego non vi potrebbe addirittura essere alcun problema. Analogamente non tutti i mezzi hanno rilevanza economica, ma solo quelli che si trovano in quantita limitata e sono capaci di impiego alternativo, ossia quei mezzi a proposito dei quali si impone ancora un problema di scelta. A questi si dà il nome generale di "beni", che compete in senso stretto ai mezzi di natura materiale, mentre a quelli che, pur essendo di natura immateriale come le prestazioni individuali ecc., servono con le stesse modalità al soddisfacimento dei bisogni, si dà il nome di «servizi».

Nella ripartizione di tutte le scienze fra scienze fisiche o naturali e scienze sociali è fuori discussione che l'e. p. appartenga a queste ultime, le quali a loro volta possono essere distinte in storiche o teoriche. L'e. p. ha tutti i caratteri di quelle teoriche; le sue leggi hanno perciò in generale quelle medesime caratteristiche che qualificano le leggi naturali. Le differenze principali risiedono nel fatto che, essendo i fenomeni economici essenzialmente fenomeni umani, le leggi economiche tendono a non avere quel grado di assoluta determinatezza che hanno le altre, a inoltre non sono suscettibili di una precisa riprova induttiva, dato che i fenomeni economici non sono riproducibili sperimentalmente.

Lo sviluppo scientifico dell'e. p. è molto recente e coincide con l'aprirsi dell'età moderna. Fino a questo periodo si sono avute solo delle trattazioni frammentarie: è soltanto nel medioevo che lo studio di argomenti economici si presenta con qualche frequenza, in quanto la concezione cristiana della vita che ne dominava tutti i settori portava naturalmente a discuterne anche gli aspetti esclusivamente economici; temi di notevole interesse pratico, oltre che dottrinario, come il giusto prezzo, il giusto salario a l'usura, erano l'oggetto di larghe analisi e discussioni. La prima trattazione autonoma che va appunto dall'inizio dell'età moderna alla prima metà del sec. xvir e stata svolta dalla scuola marcanellista, la cui preoccupazione tuttavia si limitava a fornire delle norme empiriche di buon governo economico. La sua posizione era sintetizzata dalla massima a pecunia nerbus rei publicae r, con la quale si intendeva stabilire che tutta l'attività degli organi responsabili dovrebbe esser rivolta all'aumento della massa di moneta, in quanto questa misurerebbe la ricchezza di un paese. La critica a questa concezione è stata mossa innanzitutto dalla fisiocrazia, che realizza il primo tentativo di trattare l'e. in base ad
un criterio razionale, anche se tale criterio si palesi del tutto inconsistente. Infatti i fisiocratici subordinano all'asservanza di un ordine naturale immanente alla società il buon andamento della vita economica e, poiché l'attività economica conforme a natura è l'agricoltura, tutto il sistema andrebbe costruito su di essa. Spetto ai fisiocratici il merito di aver per primi cercato di riconnettere tutti gli elementi particolari del sistema economico ad un unico fattore ordinatore, e di aver cosi aperto la strada della trattazione scientifica sulla quale si avranno decisamente gli studiosi inglesi dalla scuola classica. Con questa l'e. p. entra nella fase dell'analisi sistematica. I classici (Smith, Malthus, Ricardo, Stuart Mill. ecc.) cominciarono ad individuare alcune fondamentali connessioni tra i fenomeni economici; arrivarono alla formulazione di diverse proposizioni di carattere generale aventi il valore di leggi, a colsero infine l'importanza della funzione del prezzo quale elemento centrale del sistema economico. Il loro massimo interesse fu rivolto infatti alla risoluzione del problema della formazione del valore e del prezzo, che costituirà anche in seguito il problema fondamentale della scienza economica. Il valore dei beni viene interpretato come costituito dal costo di produzione, che a sua volta rappresenterebbe il lavoro incorporato nei beni stessi (da questa enunciazione prenderà le mosse in teoria matatistica). Per il suo ricorso a fattori oggettivi, come il costo di produzione e il lavoro incorporato, la scuola classica è anche definita "ad indirizzo oggettivistico". Fanno parte delle sue premesse le tipiche concezioni fondate sull'utiliterismo, sull'individualismo e sul liberismo. La "scuola storica", ad opera soprattutto di studiosi tedeschi (List, Bücher, Schmuiler, ecc.), si propone invece di negare la possibilità di leggi economiche in nome dell'affermazio carattere di contingenza di ogni fenomeno e di ogni sistema economico; il loro tentativo risulta però infecendo. Con la "scuola austriaca" si venne a riconfermare il carattere scientifico dell'e. a da allora in poi le indagini si orientarono sempre in questo senso; questa scuola è chiamata "psicologica " perchè i suoi seguaci (Menger, Böhm-Beverk, von Wieser, ecc.) spiegarono il valore dei beni in base al valore attribuito ad essi dai soggetti (criterio soggettivistico). Con tale formulazione è stata resa possibile alla più moderna scienza economica la definitiva spiegazione del valore, in quanto oggi lo si ritiene formato dalla sintesi dell'elemento oggettivo e di quella soggettive. L'ultima scuola che si possa classificare da un punto di vista sistematico è quella "matematica", che si distingue dalle precedenti, oltre che per aver adattato sul terreno metodologico l'indirizzo matematico, soprattutto per aver costituito alla ricerca causale dei fenomeni economici l'indagine funzionale. Spetta agli economisti matematici (Courant, Walras a sopra tutti Pareto) di aver enunciato il principio dell'interdipendenza dei fenomeni economici e la nozione di "equilibrio generale" del sistema, a realizzare il quale concorrono simultaneamente tutti i dati economici. Sarebbe piuttosto difficile cercar di dare un giudizio intorno alle correnti contemporanee; quanto è certo è però che tutte differiscono dalle precedenti nel riconoscere che alla base delle vita economica non è possibile ammettere moventi utilitaristici o edonistici, ai quali va invece sostituita la concezione delle finalità sociali di natura etica, mentre dal punto di vista delle premesse vengono assunti i postulati della preminenza del lavoro rispetto agli altri fattori della produzione, della necessarietà dell'intervento dello Stato nella vita economica, e l'obbligo della salvaguardia della personalità umana al di sopra di ogni altra considerazione economica.

Brea.: C. Antoine, Cours d'éen. sociale, Parigi 10s:; H. Pesch, Lehrbuch der Nationalökonomie, Friburgo 1025; Ch. Bodin, Principes de science économique, Parigi 1926; M. Pantaleoni, Eretemi di e., Bari 1926; F. Vito, E. ed etica, in Riviste intemazionale di scienze sociali, 42 (1938), pp. 244-71; L. Balshino, da essay on the nature and significance of economic science, Londra 1938; F. Vito, L'oggetto della scienza economica, in Giornale degli economisti, 12 (1938), pp. 89-103; G. Piroa, Introduzione a l'elude de l'éon. politique, Parigi 1944; V. Peccia, Corso di e. politica, Torino 1944; F. Vito, Introduzione all'e. politica, Milano 1948;

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Ecuador - 1) Confini di Stato; a) Confini di circoscrizione ecdesiastica; 3) Ferrovie.
G. Toniolo, Scritti di e. statistica (2* serie dell'Opera Omnia). Roma 1040; autori vari. Eivdes d'ecomonte malisiane et sociale a la múmoire de Eugène Duthuis, Parigi 1949; W. Röpke, Sponzazione economica del mondo moderno, Milano 1940. Ercole Calcaterra

ECTENIA. - In greco 'Eкrevḥs (sottointeso cúzḥ), in slavo ektonjá. E una delle litanie recitate dal diacono nella liturgia e in altri affici. E chiamata estesa (orazione), perché contiene suppliche estese a tutte le persone e a tutti i bisogni spirituali della comunità cristiana.

Sono commemorati i capi gerarchici della Chiesa, i principi regnanti, i membri del clero e del monacato, i fedeli, i catecumeni, i vivi ed i morti secondo l'oggetto principale della preghiera. Per ciò si distingue una formula prolissa ed una più breve. Ogni supplica comincia con le parole: Ancora preghiamo per... e il popolo risponde con Kyrie eleissa una volta o più volte ripetuto. Durante questa litania il sacerdote recita segretamente una breve orazione detta cúzḥ rñs éкrevós e conclude con l'ecfonesi o dossologia ad onore della S.ma Trinità.

Ecuador. - I. Grografa. - Il più piccolo degli Stati andini, cosiddetto perché attraversato
dall'Equatore. La sua superfice, dopo che fu chiusa con il trattato del 28 genn. 1942 la lunga contesa con il Perú, che interessava oltre 400 mila kmq. di territorio, si è ridotta a 236.074 mathrm{kmq}. Essa comprende un tratto delle Ande con inclusa una serie di elevati bacini, e fra questi l'altopiano di Quito ( 1 / 2 ca. del paese), una zona costiera ( 1 / 8 del paese), in parte bassa e malsana, ed un lembo della pianura orientale, solcata da grandi affluenti dell'Amazzoni e rivestita da imponenti foreste. Appartiene all'E. l'arcipelago della Galápagos.

La popolazione ammontava nel 1948 a 3,4 milioni di ab. ( 13 per kmq.), costituita in maggioranza di indiani ( 48 \% ) e di meticci ( 30 \% ). Europei e orcoli ne rappresentano appena 1^{′} 8 \%, e altrettanto i negri; i mulatti il 6 \%. Gli Italiani sono ca. 2000.

L'E. è potenzialmente assai ricco, ma ancora poco valorizzato. I prodotti principali sono il cacao (di cui il paese è uno dei maggiori esportatori mondiali), il caffè, la canna da zucchero e il cotone; tra i minerali il primo posto è tenuto dal petrolio, anch'esso esportato.

Tolte poche tribù pagane viventi nel bassopiano ama-

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zonico, la stragrande maggioranza della popolazione è cattolica. La lingua ufficiale è lo spagnolo.

L'E. è una repubblica parlamentare (bicamerale) unitaria; amministrativamente divisa in 16 province ed i territorio (regione orientale). Due sole le città importanti; la capitale Quito ( 560 mila ab.), che sorge sull'altipiano a 2830 m . s. m. e Guayaquil ( 216 mila ab.), che ne costituisce lo sbocco sul Pacifico.

Bim.: T. Wolf, Geografia y gealogia del E., Lipsia 1802; R. Riccardi, E. Condizioni naturali ed economiche, Roma 1924; S. E. Imurata - Marchán, Die wirtschaftliche Entwicklung. E.'r von 1900 bis zur Gegenwart, Lipsia 1930; A. S. Franklin, E.: Portrait of a people, Nuova York 1943.
II. EvangeliZZAHONE. - Con Scbastiano de Belalcazar Francescani e Domenicani arrivarono in Quito. Le ribú indiane del paese dal sec. xv avevano fatto parte del regno degli Inces. Sotto il dominio spagnolo Quito formò dal 1563 una audiencia (provincia) del viceregno del Perú e dal 1739 del viceregno della Nuova Granada. Già nel 1545 fu eretta la diocesi di Quito. I Francescani e Domenicani eressero
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(b) Dianetimento del Turimio - Eirundar)

Ecuador - Monte Turgurahua (m. 3087).
dente Alfaro. Nel 1904 fu proclamara la soparazione tra Chiesa e Stato e dal 1906 la religione cattolica non è più riconosciuta come religione dello Stato. I Domenicani e Salesiani poterono rimanere nelle loro missioni di Canelos e Mendez y Gualaquiza e fondarono parecchi centri di missione; i Francescani invece riuscirono soltanto nel 1921 a riprendere la missione di Zamora e nel medesimo anno il vicariato apostolico di Napo fu affidato alla Pia società di s. Giuseppe di Torino. Nel 1924 la parte settentrionale di Napo fu eretta a prefettura apostolica di S. Miguel de Sucumbios e affidata ai Carmelitani Scalzi; a loro pure fu affidata la prefettura apostolica di Esmeraldas eretta nel 1945 lungo l'Oceano Pacifico. Nel 1948 si eresse la diocesi di Amabato e il vicariato apostolica di Los Rios, affidato all'istituto spagnolo di S. Francesco Saverio per le missioni estere.

Bim.: J. Chautre y Herrera, Historia de las misiones de la Compañia de Jesús en el Marañon-Equolof 1717 -1767, Madrid 1901; J. M. Vargas, Historia de la provincia de S. Catolica singen y martir de Quito de la Orden de Predicadores, Quito 1942; J. Jonsson, Historia de la Compañia de Jesús en la unifona provincia de Quito, 1, 1774, 2 voll., iv: 1941 1943; G. Arvila Roblesmariáa, La Orden franciscano en la América mariáa, 1948, pp. 71-108.

Giovanni Rommerskirchen
III. Storia moderna. - Gli indiani di Quito, che avevano la loro sede nelle vicinanze dell'odierna capitale, vennero sottonessi verso il sec. x da una popolazione guerriera, i cui capi avevano il nome di Seysis. Questi ultimi a loro volta dovettero riconoscere la sovranita degli Incas. Diviso alla morte dell'Inca Huayna-Capar. l'impero tra i figli Atahualpa e Huascar, di cui il primo ottenne il regno di Quito ed il secondo Cuzco e l'impero meridionale, si ebbe ben presto un conflitto tra i fratelli, conflitto scoppiazo nell'imminenza dell'arrivo degli Spagnoli di Francesco Pizarro.

La guerra fratricida facilitò grandemente la conquista spagnola e Quito cadde nelle mani di un luogotenente del Pizarro, il capitano Belalcázar. Nel 1563, a richiesta del consiglio municipale il quale lamentava la debolezza del governo reale in quella lontana provincia e gli abusi di giustizia ai quali questa circostanza dava luogo, fu creata l'audiencia di Quito: dal punto di vista amministrativo essa dipendeva dal viceré del Perú. L'estensione territoriale dell'audiencia era ben superiore a quella del. l'E. odierno. Nel 1718 essa fu soppressa ed annessa al vicereame della Nuova Granata, ma, ricostituita quattro anni dopo, fu nuovamente posta alle dipendenze di Lima, finché nel 1740 ritornò sotto la giurisdizione della Nuova Granata, e tale rimase fino alla proclamazione dell'indipendenza.

Bim.: F. González Suárez, Hist. general de la República del E., 7 voll., Quito 1890-93; C. Pereyra, Hist. de la América española, VI, Madrid 1927, passim; C. Alcázar Molina, Los vicreinales en el siglo XVIII, Barcelona-Romero Aires 1943, passim; C. H. Herring, The Spanish Empire in America, Nuova York 1947, passim.
IV. Storia contemporanea. - Tra la Nuova Granata e l'E. si iniziò subito, per questioni territoriali, una guerra che terminò con la sconfitta dell'E. e con l'annez-

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sione alla Nuova Granata dei territori contestati. Primo presidente dell'E. fu il generale Flores. Nel 1835 gli successe Roculuerte. Durante il mandato quadriennale di quest'ultimo, furono fatti approcci presso la S. Sede per il riconoscimento del nuovo Stato. Sebbene già nel 1827, con la provisita meta proprio alle sedi episcopali di Quito e di Cuenca, vi fosse stato un riconoscimento de facto del tramonto della sovranità spagnola in quelle terre, mancava tuttavia un riconoscimento ufficiale dell'indipendenza ecuadoriana; esso fu notificato nell'ag. 1838 dal card. Lambruschini, segretario di stato di Gregorio XVI, al ministro degli Esteri ecuadoriano. Nella politica interna della repubblica predominò la corrente radicale ed anticattolica fino alla presidenti di Garcia Moreno. Salito quest'ultimo al potere, la religione cattolica godette di una posizione di privilegio. Furono fondate scuole, ospedali, ed altre opere assistenziali ed educarive, che furono affidate ai Gesuin, alle Dame del S. Cuore, alle Suore
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(1st. Dipartimento del Turismo - Eirondari
Ecuador -'Pacchea della chiesa detta - La Compagnia (sec. XVII) - Quito.
delle Carrià. In seguito it nuove presidente invio a Roma un plenipotenziario per trattare la conclusione di un concordato che fu firmato il 26 sett. 1862. La religione cattolica fu dichiarata religione dello Stato, l'istruzione e l'insegnamento dovevano essere conformi alle dottrine cattoliche, I vescovi potevano liberamente comunicare con Roma e non dovevano incontrare alcun ostacolo nell'amministrazione delle loro diocesi. Nel 1865 Garcia Moreno dovette lasciare la presidenza, e gli avversari ne approfittarono per dichiarare decaduto il concordato e per confessare i beni ecclesiastici. Ritornato 4 anni dopo al potere, la Chiesa cattolica fu restituita nella sua posizione di privilegio, e l'E. per opera dei suo presidente fu l'unica paese che protestò vivamente contro l'occupazione di Roma nel 1870 , e contro l'illegitima situazione
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cosi imposta alla S. Sede. Neppure dopo l'assassinio di Garcia Moreno (1875) la Chiesa ebbe troppo a soffrire, sebbene le correnti anticattoliche di tanto in tanto riuscissero ad avere il sopravvento.

Il 2 maggio 1881, sotto la presidenza del generale Veintemilla, si procedette a Quito, da parte del delegato apostolico Mocenni e del ministro degli Esteri Vernaza, alla firma di un nuovo concordato, in complesso quasi identico a quello del 1862 , salvo modificazioni introdotte all'articolo riguardante il foro ecclesiastico sul trasferimento ai tribunali civili delle cause non canoniche. L'8 nov. 1890 fu concluso un trattato sulla sostituzione delle decime. All'inizio del nuovo secolo le correnti radicali ottennero nel 1904 la denuncia del concordato e la separazione della Chiesa dallo Stato. La religione cattolica non è più considerata religione dello Stato, ed è semplicemente riconosciuta e tollerata alla pari di qualsiasi altro culto. Nel 1927 furono emanati alcuni decreti con cui si vieta a qualsiasi ecclesiastico straniero il soggiorno nella repubblica. Nel 1942, dopo una controversia durata oltre un secolo, l'E. ha definito i suoi confini con il Perù.

Biel.: Una particolareggista storia dell'E. è quella in 8 voll. di F. González Suárez, Historia general de la república del E., 2 voll., Quito 1890-1904. Sulla relazioni con la S. Sede e sulle condizioni della Chiesa cf. J. Schmidlin, Papstgeschichte der neuersten Zeit, 4 voll., Monaco di Baviara 1933-39, passim. Sul riconoscimento della repubblica da parte di Gregorio XVI cf. P. Leturia, Gregorio XVI e le emancipación de la deniriva española, in Gregorio XVI. Miscellanea commemorativa, II, Roma 1948, pp. 229-352. Su Garcia Moreno un breve profilo in F. Meda, Statisti cattolici, Napoli 1926, pp. 47-80, e la relativa voce. Il testo dei concordati trovasi nella Raccolta di concordati su materie ecclesiastiche tra la S. Sede e le autoritii civili, a cura di Angelo Miercati, Roma 1919, pp. 983-99, 1001-13, 1079-88. Silvio Parfani
V. Ordinamento scolastico dell'E. - Dal 1914 si cominciarono da parte delle autorità scolastiche dei tentativi di dare alla scuola dell'E. la caratteristica di una educazione moderna secondo gli esempi all'estero. Dal 1914 al 1919 e dal 1921 al 1924 si segue l'istruzione tedesca e si formano escuelas del trabajo, pur risentendo anche l'influsso francese che si mescola alle tradizioni spagnole.

La fondazione dell'Istituto superiore di Pedagogia e Lettere a Guayaquil ha aperto le porte alla dottrina pedagogiche di Dewey, Kilpatrick, Washburn e Kandel che hanno contribuito alla riforma della istruzione del 1947 che ha per scopo un rinnovamento culturale morale e sociale dei gruppi etnici del paese e degli Indii principalmente. Particolare importanza nella riforma come nella

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vita del paese assumono il Colegio Bolívar a Tulcán, l'Instituto Mejía a Quito e la Escuela de Artes y Oficios a Quito. Il sistema scolastico comprende giardini d'infanzia, 31:4 scuole primarie, di cui 302 scuole private, e 35 scuole secondarie divine in Escuela de Enseñanza media e Colegios de Segunda Enseñanza. Gli studi secondari si dividono in umanistici classici, in scienze d'educazione a studi umanistici moderni. L'istruzione superiore viene impartita nella Universidad Central a Quito, nella Universidad del Azuay (Cuenca) e nella Universidad de Guayas (Guayaquil). Esistono 30 scuole di catechismo e preghiera, 26 scuole primarie e 7 scuole professionali che dipendono dalle missioni catoliche. L'educazione del clero cattolico viene impartita in 3 seminari minori, in a collegi-seminari e in 3 seminari maggiori. - Vedi tav. III.

Bib.: J. C. Larrea, Problemas de la Educación Ecuatoriana. Quito 1920; Bollettino di Legislazione scolastica comparata, a cura del Ministero della Pubblica Istruzione. 6 (1948), pp. 23 seg., e 263 sge.

Miroslav Stumpf
ECUMENICO. - Dal greco γ ἠ sixoupévq (c terra abitata n), e vuol dire «universale». Il titolo di «patriarca e. o lo diede a se stesso il patriarca bizantino prima ancora di separarsi del Pontefice romano, il quale dopo qualche tempo protestó contro un tale uso (v. costantinopoli, patriarcato di). Il titolo sembra che in principio volesse alludere al primato del patriarcato bizantino, non sopra tutto il mondo, ma soltanto entro l'impero d'Oriente. Finora «e. o è il titolo del patriarcato dissidente di Costantinopoli.

Si parla anche di concili «e. ", ossia universali, per contraddistinguerli dai sinodi provinciali o nazionali (v. concilio).

ECUMENIO. - Comes di Issuria nella prima metà del sec. vi, corrispondente ed aderente del monofisita Severo. Autore di un commentario sull'Apocalisse, pubblicato da C. H. Hoskier (The complete Commentary of Oecumenius on the Apocalypse (University of Michigan Studies, Humanistic series, 23], Ann Arbor 1928). Fra le sue autorità teologiche nomina: Atanasio, Basilio, Gregorio Nazianzeno, Metodio, Cirillo ed il commentario di Ippolito, su Daniele. Inoltre ha conosciuto Eusebio di Cesarea, Evagrio Pontico, Clemente Alessandrino ed Irenae.

Il suo commentario fu usato da Areta e da Andrea di Cesarea. I commentari sugli Atti degli Apostoli e sulle Epistole di Paolo e le lettere catoliche (PG 118, 119), di epoca più recente, sono a torto attribuiti ad E., ma contengono alcuni frammenti, che sono glosse marginali di E. sulle omelie di a. Giovanni Crisostomo (i frammenti sulle Epistole puoline presso Karl Staab, Paulschammentare aus der griechischen Kirche [Neustestamentliche Abhandlungen, 15], Münster 1933, p. 423 ag. e p. xxxvir ag. dell'introduzione). Questo E. è da distinguere dal vescovo E. di Patica, che visse nel sec. x.

Bib.: F. Dielzamp. Mitteilungen über neuaufgelund Kommentar des Oekumenius zur Apok., in Sitzungsberichte Berliner Akademie, Berlim 1901, p. 1046 sg.; id., Neue über die Handschriften des Oekumen. Kommentar zur Apok., in Biblica, 10 (1929), p. 84 sg.; I. Schmid, Die griechischen Apocalyps-Kkommentare, in Biblische Zeitschrift, 26 (1932), pp. 228 sg., 138 sg.: A. Spitaler e I. Schmid, Zur Klärung des Oecumenius-Problems in Oriens Christianus, Lipsia 1934, pp. 228-18. Erik Paurson

ECUMENISMO, teoria dell'. - Parola derivanta da "ecumenico", ossia universale, che viene adoperata nei tempi moderni per indicare ogni sorta di attività religiosa che non si limiti ai problemi interni di una Chiesa cristiana. Nel senso proprio e. è la teoria più recente escegitata dai movimenti interconfessionali, specialmente protestanti, per raggiungere l'unione delle Chiese cristiane. Qui si parla dell'e. in senso atretto.
I. Nozione dell'e. - L'e. presuppone come sua
base l'eguaglianza di tutte e Chiese dinanzi al problema dell'unione.

Ciò sotto il triplice aspetto psicologico, storico e escatologico: a) psicologicamente tutte le Chiese devono riconoscersi ugualmente colpevoli della separazione, cosicché, invece di incolparsi l'una l'altra, ognuna ha da chiedere perdona; b) storicamente nessuna Chiesa, dopo la separazione, può credersi la Chiesa unica e totale di Cristo, ma soltanto parte di quest'unica Chiesa: conteguentemente, nessuna può arrogarsi il diritto di obbligare le altre a ritornare a lei, bensì tutte debbono sentire l'obbligo di riunirsi tra loro, per ricostituire la Chiesa Una e Senta fondata dal Salvatore; c) escatologicamente la Chiesa futura, risultante dell'unione, non potrà essere identica a nessuna delle Chiese ora esistenti. La S. Chiesa ecumenica, che sorgerà in questa nuova Pentecoste, sorpasserà ugualmente tutte le singole confessioni cristiane. Si vede subito che tali teorie sono in contrasto con la fede cattolica. Esse tuttavia offrono un certo vantaggio di ordine pratico, cogliendo tra le varie Chiese ogni rivalità, e prospettando tutto l'arduo problema dell'unione in un piano senza ortodossi ed eretici, senza vinzioni e senza vinti. Perciò si sono moltiplicate le riviste unionistiche con il titolo di Oecumenico, perfino le due più importanti associazioni internazionali unionistiche, Life and Work e Youth and Order, si sono fuse nel 1946 in una sola con il titolo "Concilio ecumenico", il cui primo congresso venne celebrato ad Amstardam dal 22 ag. al 3 sett. 1948.
II. E. protestante. - Dara l'origine dell'e., esso trovò larga accoglienza nel campo protestante. Luterani, calvinisti, anglicani e le altre sette minori costituiscono l'elemento più numeroso dell'e., il quale trovò anche nei protestanti i suoi principali autori; e ciò benché non regni tra di loro un accordo perfetto (v. più sotto).
III. E. orientale. - Gli orientali separati logicamente dovrebbero prendere posizione contro l'e., giacché essi, ai pari dei cattolici, si proclamano l'unica vera Chiesa di Cristo. Nondimeno i principali esponenti delle Chiese orientali e gli autori più rinomati si dimostrano pronti a schierarsi accanto agli ecumenisti protestanti.

Il pensiero degli orientali è stato raccolto nel volume Il problema ecumenico nella coscienza ortodossa, pubblicato dall'YMCA (s. d.) di Parigi. In generale si può dire che gli ecumenisti orientali, principalmente russi, si riallacciano al concetto della "Chiesa universale", tanto frequente tra i pensatori russi del sec. xix. Alcuni distinguono tra l'essenza a natura e la forma della Chiesa (nel linguaggio della teologia cattolica questi concetti rispondono al corpo ed all'anima, ovvero alla materia ed alla forma della Chiesa), per dire che la Chiesa ecumenica futura conserverà la forma della Chiesa loro, ma in un corpo nuovo, più universale, attraverso il quale essa possa sviluppare tutte le sue pienezze di vita e di santità. Altri più radicali e senza scrupoli teologici, come Nicolao Bordjaev, distinguono lo spirito e la confessione, troppo angusta nelle formule dogmatiche. Tutte queste impalcature della Chiesa orientale, ai pari di quelle delle altre Chiese cristiane, sono destinate a scomparire nella Chiesa futura; lo spirito invece rimarrà intatto nella fusione con le altre Chiese cristiane.
IV. E. cattolico. - Per i cattolici sono precluse le vie dell'e. nel senso originario del termine, principalmente dopo che il papa Pio XI nella sua encicl. Mortalium animos ( 6 genn. 1928) e Pio XII nella Orientalis Ecclesiae (1944) hanno ribadito il genuino concetto dell'unità della Chiesa, e hanno tracciato il metodo da seguire per promuovere il ritorno dei dissidenti.

Serive Pio XII (Orientalis Ecclesiae) : «Non conduce al desiderotissimo ritorno degli erranti figli alla sincera e giusta unità la Chiesa, quella teoria che ponga a fondamento del concorde consenso dei fedeli solo quei capi di dottrina, sui quali a tutte o la maggior parte delle comunità, che si gloriano del nome cristiano, si trovino d'ac-

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(Id. Dipartimento del turismo - Ecuador)
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(Id. Dipartimento del turismo - Ecuador)
In alto: CORO IN LEGNO SCOLPITO (sec. xvili) - Quito, Cattedrale.
In basso: DECORAZIONE DELLA CAPPELLA MAGGIORE (sec. xvili) - Quito, Cattedrale.

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A sinistra: TABERNACOLD EUCARISTICO A FORMA DI EDICOLA (inizio sec. xVI) - Ferentino, Cattedrale.

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A sinistra: EDICOLA CON LA VERGINE E IL BIMBO, scultura in marmo della bottega di J. Sansevino (sec. xvi) - Roma, Folita di S. Sebastionello. A destra: EDICOLA CON LA VERGINE E IL BAMBINO, dipinto ad affresco del sec. xviI - Roma, Piazza dell'Orologio, sull' angolo dell'Oroterio dei Filippini.

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(1)d. (Jall. Musel Paticesi)
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(1)d. Gall. Musel Vattensil EDUCAZIONE. Affresco del sec. xVI - Vaticano, Terza Loggia. In bassa: LA IUVENTUS MALA CHE ACCAREZZA I VIZI, EFFETTO DELLA CATTIVA EDUCAZIONE. Affresco del sec. xVI - Vaticano, Terza Loggia.

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cardo, bensi l'altra che, senza eccettuarne né sminuirne alcuna, integralmente accoglie qualsiasi verita da Dio rivelato x.

Si aggiunga che la Congregazione del S. Ufficio, in data 5 giugno 1948, nel richiamare le prescrizioni canoniche che vietano le riunioni mista, dice che esse prescrizioni - maggiormente si devono osservare, quando si tratta dei cosiddetti convegni ecumenici a cui i cattolici, laici e chierici, non possono prender parte veruna senza previo consenso della S. Sede». Queste direttive sono state confermate nell'Istruzione del S. Ufficio, del 20 dic. 1949 sul «movimento ecumenico». Tuttavia alcuni cattolici fautori del movimento unionista favoreggiano l'e., non inteso alla maniera dei protestanti, ma come tattica che cerca i punti di contatto con i cristiani dissidenti, dai quali, secondo alcuni, i cattolici avrebbero diverse lezioni da imparare. Tutto questo sembra per lo meno inopportuno, poiché si presta a confusioni l'uso di un termine che, nel senso corrente, involge teorie anticattoliche.

Nel 1934 lo icromonaco Alessio van der Menschbrugghe, nell'articolo Danger du formalisme, in Oecumenica, 1 (1934), pp. 312-28, e Oscar Baulmfer nel libro Einheit u. Gönnbes, Einsiedeln 1935, mostrano aperta inclinazione in favore dell'e. Ad esso aderiscono l'abate P. Couraurier nei suoi articoli della Revue apologétique (1037) ed il p. M. J. Congar nel libro pubblicato nel 1937 e Parigi: Carations discuats. Principes d'un a oecumenisme a catholique.

Ma questo tentativo è di natura da sollevare delle gravi riserve. Infatti, se per i cattolici e, significa ció che i dissidenti intesero nel contare la parola, esso comporta l'ammissione delle Chiese separate a protestanti come parti della vera Chiesa, nonché l'affermazione che la Chiesa cattolica non possiede in se stessa attualmente la pienezza essenziale. Il p. Congar difficilmente può sottrarsi alla necessità di ammettere almeno in parte questi postulati assegnati all'e. : non solo i singoli separati di buone fede sono membri della Chiesa vera ed unica; ma anche le loro Chiese possiedono tali e tanti elementi della vera Chiesa, che i dissidenti si salvano nelle loro Chiese, le quali possono per il fatto stesso considerarsi non totalmente distaccate dall'unica Chiesa fondata da Cristo per la salvezza delle anime. In quanto alla Chiesa cattolica, ad essa, è chiaro, non manca nulla di essenziale, ma si un certo grado di perfezione. Cosi si ristabilisce un certo equilibrio ed uguaglianza : benché in maniera ed in grado diverso, tutti senza distinzione andiamo verso l'unione per integrare cio che ei difetta nelle singole Chiese.

Bisogna confessare che anche questo uso dell'e. ha urtato fra i cattolici contro una diffidenza pressoché generale. Essi lo trovano troppo ardito e pericoloso; gli ecumenici acattolici come P. G. Habert (Un a Oreumenisime a catholique, in Oecumenica, 5 [1938], pp. 10-23) si domandano se questo e. non si riduca piuttosto ad un complesso artificiale di formole ecumeniste vuote di senso reale.

Sue. : W. A. Vazier-T. Hooft. Le protestanisme et le problème oecuménisme, in Oecumenica, 2 (1925), pp. 231-44: N. von Assenien, Die Osthische und die öbumenische Bewegung, in In. 1ere. Kiochl. Seidelbift, 20 (1930), pp. 176-80: N. Berdjace. L'oecoménisme et le confectionnisme; foi et vie, Parigi 1931; C. Barth, L'Eglise et les Eglises, in Oecumenica, 3 (1938), pp. 137135; M. J. Congar. Carations discuats. Principes d'un a oecumenisme a catholique, Parigi 1937; P. Couraurier. L'universelle prêtre pour l'unité chrétienne, in Revue apologétique, 65 (1937), pp. 411-43, 382-78; S. Bulgakov, Una Sancta. Fondamenti dell'e., in 720, 58 (1938), pp. 3-14 (in canes); C. Bayer, Le problème de la réunion des chrétiens, in Unitas, 2 (1947), pp. 210238; anon. Il problema ecumenico nella coscienza prasolava (in roman), Parigi 1. d.

Maurizio Cavallo

ECUMENISMO PROTESTANTE. - I. TENDENZE. - La pseudoriforma del sec. xvr diede origine tra i protestanti a due tendenze divergenti e opposte che durano ancora ai di nostri : una apertamente anti-
cattolica, fondata sul principio del libero esame, che trascina alla divisione e allo spezzettamento; l'altra procattolica, fondata sulla preghiera di Nostro Signore al Padre suo «Ut unum sint» (Io. 17. 21), che li attrae a spinge all'unione antica ed ecumenica. Della prima tendenza sono testimoni le molteplici sètte nelle quali si è diviso il protestantesimo, tanto numerose che oggi ( 1949 ) nella sola Africa del sud se ne contano ca. 800 . Della seconda tendenza testimoniano non solo gli scritti unionistici di valenti autori protestanti come H. Grotius (1642), R. Baxter (1680), S. Werenfels (1720), ma i continui sforzi che le sette hanno fatto per unirsi sia parzialmente, p. ea., zuingliani a calvinisti ( 1546 ), anglicani ed orientali (1716-25), sia totalmente come protestanti e cattolici ( 1661-97 ). Talora si ebbe anche l'intervento del governo civile per imporre tali unioni, come, p. ea., fece il re di Prussia nel 1817 con i luterani ed i riformati del suo Regno. Questi tentativi sono venuti aumentando di numero e di importanza fino ai giorni nostri.
II. SOCIETÀ INTERESTTANIE. - Un passo in avanti, o se si vuole un aspetto nuovo, diedero al movimento ecumenico nei secc. xviri e xix le