a, perché ha il senso della giustizia (ibid., 2, 26; 3, 16 sgg.; 8, 5 sgg.; 11, 13); non è uno scettico, perché toda la Sapienza (ibid., 3, 10-12; 9, 16 sg. 18) ed ha una dottrina sicura su Dio e sulla vita (ibid., 3, 10-17; ecc.). Questa morale del giusto mezzo, infine, non è mediocre, volgare, borghese; la eleva, infatti, la trasforma e l'incorpora in una morale soprannaturale il pensiero costante di Dio, che la domina e la pernora (ibid., 3, 10-13; 5, 17-19; 7, 13 sg. 18; 9, 7; 11, 9; 12. ecc.). Non è meno impregnata di pietà che di buon senso" (Busy, p. 200). L'E. è quanto mai adatto per "muovere al disprezzo di questo secolo e far stimare un nulla quel che il mondo offre" (s. Girolamo, Comm. in E., proefatio: PL 23, 1062; cf. s. Agostino, De Civitate Dei, XX, 3: PL 41, 661).
Il qähaleth presenta la sua dottrina con forti antitesi e tesi, completando qua e là il suo pensiero con le caratteristiche massime (mêEallos) che si riscontrano nei Proverbi e nell'Escleziastica. Modo di composizione affatto particolare che, a ragione, fa avvicinare l'E. e a quel genere di filosofia spicciola, che col titolo di Pensieri è conosciuto pure nelle antichità profane, antiche e moderne" (Vaccari). E difficile pertanto rintracciare in essa un ordine logico nello svolgimento delle idee, e spesso ci si ferma a ciascuna sentenza, quasi a ramo staccato, senza innervarla nel piano che solo l'esame attento del libro svela. Così per la pericope 3, 18-21, che sembra negli all'uomo qualsiasi vita oltre la morte. L'E., che sullo E C A l afferma la stessa concezione degli altri libri sacri del Vecchio Testamento (cf. Eccle. 9, 3-10 ed i passi citati sopra), ammette necessariamente che qualcosa sopravvive alla persona umana (nephot) che finisce, al corpo che si disgrega; persona, corpo, che qui presenta in una delle sue frequenti antitesi, realisticamente e sarcasticamente nella loro fragilità, nel loro destino morale. Nasce l'uomo allo stesso modo che gli altri animali,
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emette ugualmente come essi l'ultimo respiro (rûch). Sembra un animale al par di loro. Quindi la conclusione (ibid., 3, 22) invita a fruire della vita, dono di Dio, senza fissar lo sguardo oltre la tomba. Il pensiero di Dio, datore della vita, è fonte di felicità; lo sguardo nelle tenebre dello E^{′} E; fonte di inutile e dannoso turbamento.
- L'E. è misto di riflessioni in prosa intercalate da gruppi di sentenze in versi, il tutto preceduto da un prologo seguito da un epilogo» (Vaccari).
Prologo (1, 1-11). 1^{°} Sviluppo: tutto quaggiù è vanità ( 1,12-2,26 ). 2^{°} Sviluppo : vanità degli sforzi dell'uomo per modificare l'inaluttabila varietà degli eventi (cap. 3); gruppo di sentenze ( 4,1-3,8 ) su varie anomalie. 3^{°} Sviluppo: vanità delle ricchezze ( 5,9-6,21 ); gruppo di sentenze ( 7,1-12 ) sui valori della vita, pazienza e calma, vantaggi della Sapienza. 4^{°} Sviluppo: impotenza della virtù ad assicurare la felicità ( 7,13-9,10 ). 5^{°} Sviluppo: vanità degli sforzi per assicurare il successo ( 9,11-16; 10, 5-9); gruppo di sentenze ( 9,17-10,4 ; 10,10-11,8 ). 6^{°} Sviluppo: felicità della gioventù, in opposizione ai mali della vecchiaia (11, 7-12, 7). Epilogo: 12, 9-14 (altro schema di A. Miller, p. 116 sg .).
Tale genere di composizione, come indusse fin dall'antichità ad un'esegesi spezzettata, cosi spinse alcuni tra i moderni a negare l'unità letteraria dell'E., che consorrebbe di varie parti, opera di diversi autori. Il primo a distinguere nell'E. più scritti originari fu C. Siegfried (1898), la cui teoria fu ripresa e ritoccata da A. H. Mc Neile (1904), G. A. Barton (1908), E. Podechard (1912), D. Buzy (1946, pp. 193-197). Viene attribuita al qôbektîh la maggior parte dei 12 capitoli, con la tesi fondamentale. Ad un altro ( 8 -epiloghista 9), sono attribuiti l'epilogo e 1,2 ; 7,27 sg.; 12, 8*; che vi si parla del qôbektô in terzo persona; l'epiloghista inoltre avrebbe raccolto e distribuito tra le riflessioni le sentenze del primo: 1, 3,4-14. 13; 2, 14; 3, 8; ecc. Le parti riguardanti il timer di Dio e la dottrina della retribuzione sarebbero completamenti a ritocchi di un "pio" o hàrîdh. Infine ad un "sapiente" o hâkîdm apparterrebbero alcuni tra i principali gruppi di sentenze: 2, 9-12; 4, 17-5, 8; 7, 1-12, 19-22; 8, 1-4. 7 sg.; 9, 17-10, 4; 10, 10-11b.
Tale molteplicità di autori, se questi sono ritenuti ispirati, non intacca il carattere divino del libro. Ma gli argomenti addotti sono tutt'altro che probativi. E un dato innegabile che io stile delle diverse parti è identico. L'uso della terza persona potrebbe confermare la pseudepigrafia a svelare l'espediente retorico. La mancanza di connessione logica tra le varie pericopi, la imperfezione e varie antinomie apparenti, si spiegano essorientemente con il genere di composizione speciale dell'E., con lo sviluppo del tema centrale mediante forti antitesi che precedono e mettono in risalto la tesi, e tenendo presente che la dottrina morale esposta è di molto inferiore alla evangelica. In eil sono quasi concordi i cattolici (A. Condamin, V. Espletal, A. Vaccari, A. Allgeier, ecc.) e moltissimi scarmilici (E. Sellin, Einleitung..., 4ᵉ ed., Lipsia 1936, p. 150; D. Eissfeldt, K. Galling, ecc.).
Il testo ebraico è ben conservato (cf. S. Euringer, Der Messeroktext des Koheleth kritisch unterrucht, Lipsia 1890). "La versione greca dei Settanta è letterale, anzi servile, al modo del traduttore Aquila, cui erroneamente fu attribuita da alcuni (cf. B. Klostermann, De libri Koheleth versione Alexandrina, Nisi 1892). S. Girolamo, nel commento all'E. (PL 23), emendò sull'ebraico l'antica versione latina derivata dalla precedente. Nel 307 tradusse l'E. direttamente dall'ebraico, in un sel giorno. Questa versione abbiamo nella Volgata" (Vaccari). - Vedi tav. II.
BibL.: Introduzioni particolari: L. Bigot, s. v., in DThC IV, coll. 1998-2008; A. Vaccari, Imitizdiones bibl., 2ᵉ ed., Roma 1922, pp. 19-84; H. Häpfl, Introd. specialis in Vet. Test., 2ᵉ ed., ivi 1946, pp. 325-38. - Numerosi furono i commenti dell'E. fin dall'antichità; tra i recenti, i più notevoli sono quelli di D. Caselli, Pios 1866; G. Vegni, Firenze 1871; G. Morpurgo, Padova 1898; C. Siegfried, Prediger und Hoheelied, Gottings 1898; G. Gietmann, Parigi 1890, 2ᵉ ed. 1901; A. v. Schulz, Lipsia 1901; G. A. Barton, Edimburgo 1908; V. Espletal, 2ᵉ ed., Friburgo 1911; E. Podechard, Parigi 1912; L. Levy, Lipsia 1912; M. Thilo, Bonn 1923; A. Allgeier, ivi 1923; A. Vaccari, I libri poetici della Bibbia, Roma 1925, pp. 269-82; G. Kuhn, Gieszen
1926; H. W. Hertzberger, Lipsia 1932; B. Afrink, Bruzge 1932: I. Carlstaech, Friburgo 1936; W. Eimmerli, Berlino 1936; M. Nicolangelo, Napoli 1938; E. T. van den Born, Kampen 1936; K. Galling, Die fünf Mephillisch, Tubinga 1940, pp. 4790; D. Buzy, in La S. Bible, ed. L. Pirro, VI, Parigi 1946, pp. 151-280; G. C. Aulders, Kammen 1948; P. Nitzscher, Nitzsburg 1948. - Studi: A. Monais, Saltonen et l'E. Etude critique, 2 voll., Parigi 1876; D. Leimdorfer, Der Prediger Saltonens in historischer Beleuchtung, Amburgo 1892; W. Batzner, Optimismus und Persimismus im Buch Kohelet, Halle 1901; L. Lane, Das Buch Kohelet und die Interpolationshypothese Siegfrieds, Wittenberg 1900; Fr. Savoldi, Der Prediger, Schopenhauer, and E. v. Hartmann, 2820 bibl. und med. Passimismus, Fulda 1903; A. H. Mc Neile, An introduction to Ecclesiastes, Cambridge 1904; P. Haupe, Koheleth oder Weltrahmens in der Bibel, Lipsia 1905; P. Torge, Seelenglaube und Unsterblichbeirbloffung im Alt. Test., ivi 1909, pp. 237-45; A. Lamnere, Le linee de Quidleth. Etude critique et philosophique de l'Ecclésiscle, Parigi 1931; R. Gordis, The wisdom of Ecclesiscles, Nuova York 1945; A. Schulz, Traurigkeit und Gietgebergescheit im Alt. Test. Die Bücher Kohelet und Habehuk und eine Auswahl aus den Problem, Warendorf 1947. Articoli: A. Condamin, Etudes sur l'Ecclésiscle, in Revue biblique, 8(1899), p. 403 sgg.; 9(1900), pp. 30-44, 324-77; L. Hugo, Die Unsterblichbeirblohre im Buch Kohviet, in Zeitschrift für katholische Theologie, 37 (1913), pp. 400-14; E. Podechard, La pensée de l'Ecclésiscle, in L'Université catholique, 7 (1913), pp. 289-310; G. B. Gray, Peb. Ecclesiastes, and a new Babylonian literary fragment, in The Expostures Times, 31 (1919 25), pp. 440-43; A. Fernandez, Es Ecclesiastes non versión?, in Biblica, 3 (1922), pp. 45-50; P. Dharma, Ecclésiscle en 3667, in Revue biblique, 22 (1932), pp. 3-27; P. Iubon, Notes philologiques sur le texte hébreu de l'Ecclésiscle, in Biblica, 11 (1939), pp. 419-25; J. Pedersen, Scepticisme (traditio, in Revue d'iciative et de philosophie religieuses, 10 (1930), pp. 317-70; L. Alloni, Il messaggio spirituale dell'E., in Scuole cattolica, 60, (1932, 16, pp. 143-56; A. Dondagne, De animae humaniellisice locto Ecole, 31 18-21, in Colleliamos Brugentes, 32 (1932), pp. 10-15; A. Miller, Aufbun und Grundproblete des Predigers, in Mitteilungen biblica, II, Roma 1932, pp. 104-22; R. H. Pfeiffer, The peculiar skepticism of Ecclesiscles, in Journal of Biblical Literature, 50 (1934), pp. 100-109; D. Buzy, La notion de bonheur dans l'E., in Revue biblique, 43 (1934), pp. 494-511; L. Di Fonzo, "Quis novit si spiritus filiorum ascendat serrum...?" (Ecole, 3, 21), in Verbum Domini, 19 (1939), pp. 257-88, 280-99; 20 (1940), pp. 166-76; W. E. Staples, The "sanity" of Ecclesiscles, in Journal of Near Eastern Studies, 2 (1943), pp. 95-104; W. A. Irwin, Ecole, 4, 13-16, ibid., 3 (1944), pp. 257-57; J. Schildenberger, Alttest. Senteitsverstellung und Irrtumslosigkeit, in Biblica, 25 (1944), pp. 343-45; R. Weil, Le liere du "Déespéré". Le nom, l'intention et la composition de l'ouvrage, in Bulletin de l'Institut Français d'Archéologie orientale, 43 (1947), pp. 89194; S. De Ascuin, El género literario del Eubosnisto, in Estudios biblicas, 7 (1948), pp. 369-406; C. C. Torres, The question of the original language of Kohelet, in The Jewish Quarterly Review, 39 (1048-50), pp. 151-60.
Transcese Spedalina
ECCLESIASTICAL REVIEW, THE AMERICAN. - Pubblicazione mensile per il clero degli Stati Uniti. Fondata a Filadelfia nel 1889, si propone di fornire ai sacerdoti un corredo di notizie e di informazioni utili allo svolgimento della loro missione. Trovano posto nella rivista, oltre agli atti ufficiali della S. Sede, seri studi sulla storia della Chiesa, sulla S. Scrittura, liturgia, arte e simbolismo cristiano dovuti alle migliori penne dei sacerdoti americani e alla collaborazione di eminenti personalità del mondo cattolico.
Giuseppe Graglia
ECCLESIASTICO. - Il più notevole dei libri sapienziali del Vecchio Testamento, per il numero e la diversità degl'insegnamenti; ben può dirsi un trattato di morale abbastanza completo, per tutti gli stati e le circostanze della vita (s. Agostino, Speculum de Scriptura Sacra: PL 34, 948); da ciò l'appellativo ἠ naváperos (s. Girolamo, Comm. in Dan., 9: PL 25, 545) a raccolta di tutte le virtù » o a virtutum omnium capax " (Cassiodoro, De instit. die. litt., V: PL 70, 1117). Dopo i Salmi, è il libro del Vecchio Testamento più utilizzato dalla liturgia.
Il titolo E., preso dal greco (ms. 248), risale alla versione latina (acc. 11-111) e già in s. Cipriano (Testim. ado. Indaeos, 2, 1; 3, 1; ecc.; PL 4, 696, 729). Esprimo l'uso che la Chiesa ne faceva nel culto, per la preparazione dei catecumeni, quasi loro catechismo ufficiale
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[Rufino, In symbolum apostolicum, 38: PL 21, 374]. Probabilmente (i manoscritti ricuperati mancano dell'inizio) il titolo ebraico fu suċ̃̌̌̌̌̌im ("Proverbi del figlio di Sira'», cf. ebr. 50, 27). I manoscritti greci hanno: Zogda 'Togod uloż Zatpily o solo Zogda Zatpily (cod. B). Cosi l'antico titolo latino Sapientia Salomonts, in quanto l'E. appartiene alla letteratura sapienziale, che quel re coltivò (s. Girolamo, Proef. in l. Salem.: PL 28, 1242; s. Agostino, De doctrina christ., 2, 8: PL 34, 41); e nella liturgia Liber Sapientiae (cf. s. Girolamo, Contra peleg., 1, 33: PL 23, 527). I moderni amano citare l'E. con il semplice pannoturico dell'autore: «Il Siracide».
L'E. della Sapienza prende l'argomento e la divisione. Vi si distinguono dieci parti, che tutte cominciano con l'elogio della Sapienza o con un inno a Dio autore di essa.
1. Elogio della Sapienza. Doveri verso Dio, verso i genitori, verso il prossimo: umiltà e mansuetudine, compassione per gl'infelici (capp. 1-4, 10).
2. Elogio della Sapienza. Sincerità e franchezza, non presunzione; amicizie ( 4,11-6,17 ).
III. Invito alla pratica della Sapienza. Contro l'ambizione; contagio con varie classi di persone. Doveri dei governanti; dei ricchi; non fidare nelle ricchezze, ma in Dio. Persone da schivare. Contro l'avarizia ( 6,18 14, 19).
IV. Frutti della Sapienza. Il peccato viene dal libero arbitrio, non da Dio, e non va mai impunito ( 14 , 20-16,23 ).
V. Inno a Dio creatore. Generosità e previdenza. Prenar le passioni e far buon uso della lingua: cantinenza dell'anima, disciplina della bocca ( 16,24-23,27 ).
VI. Inno della Sapienza. Tra cose amabili a tre odiose, tre da temere e due pericolose; sulle donne buone e cattive. Prestiti, doni e malleveria; educazione dei figli; sanità e vizi che la guastano; temperanza; conversazione a tavola. Timor di Dio; provvidenza divina (24, 1-33, 17).
VII. Invito ad ascoltare. Come trattare i servi. Superstizioni: buona e cattiva religione. Preghiera per il trionfo della religione d'Israele (33, 18-56, 22).
VIII. Esatto del meglio: donna, amico, consigliere. Cura della sanità : come portarsi nelle malattie e verso i morti. La più nobile professione: lo studio della Sapienza (38, 23-39, 11).
IX. Inno a Dio creatore, che tutto ottimamente dispone a bene dei giusti, a punizione dei malvagi. Infelinità dalla vita umana, specie per gli empi. La vergogna: quale buena e quale cattiva. Le meraviglie del creato: altro inno ( 39,12-43,37 ).
X. Inno di fede ai patriarchi, che vissero secondo la sapienza loro comunicata da Dio, da Adamo a Simone, figlio di Onia, sommo sacerdote al tempo dell'autore (44-50).
Seguono due appendici: inno di ringraziamento a Dio per la ottenuta liberazione da molti a gravi mali (51, 1-12); carme alfabetico in cui l'autore descrive le cose da lui pure nello studio della Sapienza ed invita ad imitarlo ( 51,13-30; cf. A. Vaccari, I libri poetici..., Roma 1925, p. 327 sg.). Tra le due appendici, il manoscritto ebraico è interpone un salmo simile a P_{1}, 133 (ebr. 136); per quanto antico, non è genuino, ma derivato dall'uso liturgico.
Nella versione greca, il traduttore - nipote del Siracide - premise un prologo, importante per le notizie offerte sul nonno, sul tempo della composizione e della traduzione e sul canone del Vecchio Testamento, i cui libri dice già in massima parte tradotti in greco.
L'E. è il solo libro del Vecchio Testamento, eccettuati quelli profetici, che, oltre a numerose indicazioni sulla persona, dia con sicurezza il nome del suo autore: Gesù, figlio di Eleazar, figlio di Sira' (50, 29: cf. prologo). Il nome a Simeone a nell'ebraico (ibid.) è dovuto ad una glossa.
Originario di Gerusalemme (come precisa è nipote: 50,27 greco), Gesù vi passo gran parte della sua esistenza, e, in sulla fine, vi redasse probabilmente la sua
opera (cf. la sua assiduità al Tempio: 50,5 sgg.; 51, 14). Uomo di fede profonda, il Siracide, fin dall'infanzia assidue studioso dei libri sacri (prologo; 38, 24) e ricercatore sagace della sapienza ( 51,13-30 ), arricchì la sua esperienza con i visaggi; osservò uomini a cose (cf. 34, 11; 51, 13); forse da giovane fu alla corte di qualche re straniero (cf. 8, 8; 11, 1; 41, 17); sperimentò la malvagità umana; ma Dio lo salvò da ogni pericolo ( 34,12 ; 51, 2-14). L'ardente fedeltà al jubwismo lo spinge a comunicare agli altri la sua dottrina (24, 30-34). Aduna nella sua scuola ( 51,23,29 ) la gioventù aristocratica di Gerusalemme, cui insegna il culto di Dio, le tradizioni, la Legge, cioè la religione, la morale, la giurisprudenza, e le vie della saggezza. Questo spiega nel Siracide il perfetto possesso dell'ebraico, la conoscenza profonda della letteratura sacra, la larghezza di vedute, il senso realistico della vita, il tono cattedratico del suo insegnamento a soprattutto la molteplicità dei soggetti, trattati secondo i principi rivelati e l'umana esperienza, che hanno per scopo di dare ai giovani l'educazione civile a morale, necessaria per ben vivere e piacere a Dio.
Due dati ci permettono di stabilire quando visse il Siracide: a) il cap. so descrive in modo cosi vivo e concreto il sommo sacerdote Simone, figlio di Onia, che tutti si è concordi nel ritenerlo contemporaneo dell'autore. Ci furono due scomni sacerdoti con tal nome, uno verso il 300, l'altro dal 218 al 198 a. C.; il passo so, i-5 quasi esclusivamente si adatta al pontificato di Simone II (Florio Giuseppe, Antig. Ind., 12, 4), che coincise con le gioventù del Siracide, il quale lo vide officiare nel Tempio; b) nel prologo, il nipote dice d'esser venuto in Egitto nel 380 anno del re Evergete, cioè Tolomeo II (170-116 a. C.); ché il 10 Tolomeo Evergete regnò solo 25 anni (247-222). Siamo pertanto al 132 a. C. a poco dopo iniziò la versione greca dall'E. E nonno visse dunque tra il sec. III e il II, a distanza di due generazioni, cioè di ca. 60 anni; è il tempo di Simone II. Probabilmente ca. il 180 il Siracide terminò il suo libro.
La scrisse in ebraico; non di getto, ma secondo le circostanze ne compose le diverse parti. Il Siracide persegue lo stesso fine dei profeti e dei "sapienti": la formazione morale e religiosa del "resto" ritornato in Giudea, del nuovo Israele; con un particolare riguardo (come scrive il nipote nel prologo) ai Giudei della diaspora, per preservarli dall'influsso dell'ellenismo. Il Siracide medita a riprende tutta la Rivelazione precedente e la espone nel suo genere letterario sfruttando l'esperienza e il lavoro della ragione umana (A. Robert, in Rev. bibl., 44 [1935], pp. 304-306; A. Druhbel, in Biblica, 17 [1936], pp. 414-28).
Considerata inizialmente in senso universalistico (1, 10, 25), la Sapienza è identificata con il jubwismo: per l'E., come per la Sapienza, la salvezza o la sapienza è privilegio d'Israele. Per le stesse circostanze d'ambiente politico e culturale (predominio dei Seleucidi e invasione dell'ellenismo: Spicq, p. 552 sg.), l'E. insegna esplicitamente quanto è implicito e accennato qua a là nei Proverbi, circa l'elezione d'Israele, il porto del Sinai, il rapporto particolare Jahwele-Israele. La sapienza è il monoteismo Jahwista; le sue regole sono contenute nei libri sacri, specialmente nella Töröh. Israele ha la missione d'illuminare le genti, le quali possono partecipare della sapienza, aderendo al jubwismo (cf. 17, 1-17; 24: 36, 1-17; ecc.; Spicq, pp. 653, 684-86, 746 sg.; A. Vaccari, in DFC, IV, col. 1204 sg.). Inoltre il vero culto è a Gerusalemme ( 32,14 sgg.; 50); si fa l'elogio dei pii jubwisti (44-50); sono maledetti i Pilistei e i Samaritani (50, 25 sg.). Il nuovo Israele è l'erede della teocrazia mosaico ( 50,13 mathrm{sg}. greco); e viene accennato il suo passaggio nel Regno del Messia (36, 14-17). Altri elementi della speranza messianica: la perpetuità d'Israele (37, 25; 44, 13); la discendenza davidica (47, 11); il precursore del Messia (48, 10 sg.) tipicamente annunziato nel profeta Elia (v.).
Jahweh, che governa con sapienza l'universo (cf. 39, 12-40, 27), scruta le coscienze ( 42 , 18 sg.), discerse i suoi cultori (cf. 16, 16-23; 33, 11 sg.), li
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siuta a restar fedeli ( 2,17 mathrm{sg} . ; 22,27-23,6, ecc.). Il timor di Dio provoca le benedizioni celesti (23, 1; 40, 26) e forma la felicità della vita (23, 27). Non bisogna lasciarsi influenzare dal prestigio degli empi ( 4,27 mathrm{sg} . ; 7,14 mathrm{sgg} . ; ecc.), né cercare la loro amicizia ( 9,16 ). Dio perdona gli sviati che fan penitenza ( 17,24 mathrm{sgg} . ; 18,13 ), ma punirà gli empi e avrà gloria difendendo il suo popolo ( 35,19-36, 17; 50, 23 sg.).
Il cap. 24, culmine e sintesi dottrinale di tutto il libro, presenta la Sapienza come una realtà che è sempre stata con Dio creatore o supremo legislatore; e che Dio comunicò ad Israele sua eredità. Realtà che parla, quasi fosse una persona; abita stabilmente tra gli Israeliti, e produce in essi i suoi effetti salutari.
I Giudei, per nulla speculativi, rappresentano, personificandoli, anche la Legge, la Parola, lo Spirito di Jahweh, entità non vedute come semplici astrazioni, ma come realtà concrete, cui mai però è attribuita una esistenza personale, cioè effettivamente distinta ed indipendente da quella del soggetto che le possiede. Si tratta di personificazione poetica d'un attributo divino o della sapienza essenziale divina; che tuttavia orienta lo spirito verso l'idea di una persona autonoma (cf. Prov. 8; Sap. 7). Dopo la venuta del Cristo, Verbo eterno (Jo. 1, 1-14; cf. I Cor. 1, 24 sg.; Col. 1, 15 sgg.), era facile riconoscerlo nelle caratteristiche della Sapienza eterna, descritte dal Siracide, nel senso pieno (pleuior). Infine venne spontanea l'applicazione alla Vergine Maria a sede della sapienza e di quanto è detto della Sapienza partecipata dagli uomini, in senso spirituale allegorico.
Il testo ebraico dall'E. (cf. il prologo), conosciuto da s. Girolamo (Praef. in lib. Salom. : PL 28, 1242), citato nella sua forma ebraica ed in aramaico nella letteratura talmudica e rabbinica fino al sec. X, sembrava definitivamente perduto. Tra il 1896 e il 1900, nella gēnîzāh o ripostiglio della vecchia sinagoga di Mosè al Cairo, furono ritrovati alcuni frammenti del testo ebraico, prima adoperati per il culto nella sinagoga ed ormai fuori uso.
I manoscritti ritrovati sono cosi classificati: ms. A (sec. XI), 6 ff. : 3, 6-16, 26; ms. B (sec. XII), 19 ff. : 30 , 11-33, 3; 35, 11-38, 27; 39, 15-51, 30; ms. C (secc. x-xi), 4 ff. : un florilegio dei capp. 4-7, 18-20, 23-27; ms. D 1 f. : 36, 29-38, 1. Nel 1930 tra i manoscritti della collezione E. Adler, a Nuova York, nella Biblioteca del Seminario teologico giudaico, fu trovato un nuovo foglio, ms. dell'E.: 32, 16-33, 32; 34, 1. Così sono stati scoperti i tre quinti del testo originale: 40 capitoli su 51, esattamente ropo versetti su i 1616 contenuti nella versione greca. L'edizione completa di tutti i suddetti frammenti è stata fatta da M. S. Segal (Liber Sapientiae filii Sira, Gerusalemme 1933). Il testo ebraico, offerto da questi manoscritti, è meno perfetto di quello degli altri libri sacri. Scrivani e recensori si permisero con l'E. assai più libertà o negligenza che con le S. Scritture del canone ebraico (Vaccari). L'ebraico, il greco, il siriaco offrono una triplice recensione indipendente del testo originale; per la cui ricostruzione sono testimoni preziosi e sostanzialmente sicuri.
La versione greca rende in genere felicemente l'ebraico, da un codice dall'ottima forma testuale. E pure nel cod. Vaticano B, in molti altri codici e recensioni; interpolata nel ms. 248 ed altri pochi. Nei manoscritti greci è comune, per un errore di trasposizione di fogli, lo spostamento di 30, 26-33, 16a dopo 36, 13. Gli editori (H. B. Swete, A. Rahlfs) rimettono l'ordine attestato dall'ebraico, nonché dal siriaco, dall'antica latina e dall'esame interno.
La versione siriaca, fatta direttamente dall'ebraico, ma con poca cura e intelligenza, suppone un testo meno
perfetto del precedente; ha omissioni e parafrasi, armonizza lezioni con la forma meno pura del greco.
Nella Volgata è conservata l'antica versione latina, neppure ritoccata da s. Girolamo; deriva da un codice greco della seconda forma, abbastanza interpolato. Con il tempo subì aggiunte, duplicati, glosse. Emendata, però, ed a ciò aiutano le citazioni dei Padri, offre non di rado ottime lezioni (Vaccari).
L'E. è tra i deuterocanonici del Vecchio Testamento, cioè tra i pochi libri sacri sulla cui canonicità, in un dato momento, vi furono dubbi: che mancava al riguardo una definizione da parte della Chiesa. Cagione di tali dubbi era l'esclusione dell'E. dal canone giudaico, fissato dai farisei verso la fine del sec. I d. C., perché posteriore agli uomini della "grande Sinagoga", dopo i quali, spentasi la profezia, non si sarebbero avuti più libri sacri. Motivo futile e arbitrario, che l'Ecclesiaste, p. es., è del sec. III-II a. C., mentre si era convenzionalmente posta la cessazione della profezia nel sec. IV. Ingiustificato è quindi l'atteggiamento dei protestanti, che si fermano al canone giudaico. Lo stesso Siracide si presenta come profeta ed ispirato (cf. 24, 33 ; 39, 12; 51, 16; ecc.), e nel prologo il traduttore avvicina l'E. agli altri libri sacri e attesta l'uso che ne facevano i Giudei di Palestina.
Inoltre l'E. viene utilizzato come libro divino da Enoch, dai Salmi di Salomone, dalla liturgia giudaica (nelle Diclotto benedizioni, nell' Iuno per la fine del sabato), e specialmente dal Talmud che lo cita anche con la formula scienze "sta scritto" (Iărābhā̄b, 48c). Qualcuno ha, ma senza fondamento, scoperto nell'E. una tinta sodducea (cf. Spicq, p. 336 sg.) e opina che i farisei l'esclusero anche per questo motivo.
Il Nuovo Testamento non cita esplicitamente l'E., ma ad esso ha importanti riferimenti: cf. Mt. 11, 25-30= Eccli. 31, 13 sgg.; I Cor. 15, 8-10 = Eccli. 33, 16 sg.; I Cor. 7, 36 = Eccli. 42, 9; ecc. (Spicq, p. 546); così ancora nella Epistola Barnabae o Didache (cf. S.-M. Zarb, De historis canonis, Roma 1934, p. 130 sg.). I Padri pongono esplicitamente l'E. tra i Libri Sacri, eccettuati i pochi (s. Anatasio, s. Cirillo di Gerusalemme [sec. IV], s. Girolamo [sec. v]), che riconoscono il valore dottrinale e morale dell'E., anzi lo citano come Escritura Sacra (s. Atanasio, Contra arianos, 2, 79: PG 26, 313; s. Girolamo, Epist. ad Iulian.: PL 22, 961; In Is., 3, 13: PL 24, 67), ma quando si tratta di dare ai catecumeni un elenco indiscusso dei libri sacri (o, per s. Girolamo, sotto l'influsso dei suoi rabbini), dànno la lista dei soli protocanonici, confermato dal canone giudaico. Questi dubbi, sarsi al sec. IV nelle chiese più e contatto con i Giudei, presto svanirono.
I moderni son d'accordo sulla non ispirazione del prologo (fa eccezione lo Spicq).
BibL.: Introduzioni : A. Vaccari, Institutiones bibl. Vet. Test., II, 20 ed., Roma 1935, pp. 44 sg., 54-65; H. Höeß, Intr. spec. in Vet. Test., 5 ed., ivi 1946, pp. 371-81; C. Spicq, L'Ecclesias. tique (La S. Bible, ed. L. Pirot-A. Cianter, 6), Parigi 1046, pp. 331-36. - Per il testo ebraico: N. Peters, Liber Iun filii Siracb. sive Ecclesiasticas hebraica, Friburgo in Br. 1909; R. Smend, Die Weisheit des Jesus Siracb. hebräisch und deutsch. Berlin 1906; I. Lévy, Un nouveau fragment de Ben Sira, in Revue des études juives, 95 (1932), pp. 136-45; G. R. Driver, Hebrew notes of the wisdom of Jesus Ben-Sirach, in The journal of biblical literature, 23 (1934), p. 273 sgg. - Versione greca: J. H. A. Hart, Ecclesiasticus. The Greek text of Codex 248, Cambridge 1909; A. Rohlfs, Septuaginta, II, Stoccarda 1932, pp. 377-471. - Versione latina: D. de Breyno, Etude sur le texte latin de l'Ecclésiastique, in Revue bémolictine, 40 (1928), pp. 5-48. Ottima la versione italiana dall'originale: A. Vaccari, I libri poetici... Roma 1925, pp. 327-408. - Tra i commenti: R. Smend, op. cit.; N. Peters, Das Buch Jesus Siracb. Münster 1912; G. H. Box e W. O. E. Oesterley, in R. H. Charles, The Apocrypha and Pseudopigrapha of the Old Testament, Oxford 1913, pp. 268-317; A. Eberbatter, Bonn 1925; B. Alfinis, Brugge 1935; A. D. Power, Londra 1059; C. Spicq, op. cit., pp. 557-841. - Per il cap. 24: A. Vaccari, Il concetto della Sapienza nell' Ant. Test., in Gregorianum,
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1 (1920), pp. 219-21; B. Bote, La Sconste dans les liores raplentiows, in Revue de scierres philosophiques et chlobaiques, 10 (1936), pp. 83-94; P. von linschout, La Sngerse dans l'Aul. Test, et-elle une bygastore?, in Coll. Gumbaventes, at (1934), pp. 80-92; id., Sngeste et esprit dans l'Aul. Test., in Reme bibliqne, 47 (1938), pp. 34 49; F. Ceunpene, De conceptie - Sopientine divince - in libris didacticis clat. Test., in Angelicum, 12 (1935), pp. 332-34; H. Renard, Le lhre des Procerbes (S. Bible, ed. L. Foret-A. Clamer, 6), Parigi 1943, p. 78 2p. - Altri studi: W. Baumarther, Die literarischen Gattungen in der Writhcit des 3 eaus Sirach, in Scrivin di f. d. citrizi, Wissenscbaft, 34 (1914), pp. 161-98; S. Liebermann, Ben-Sira d la lussire du 3 ercunbalut, in Rev. des et. luscs, 97 (1934), p. 36-47; T. Vargus, De Poelmo hebraico Ecclesias(1), in Assunzione, 10 (1935), pp. 1-10; P. Szcazsiel, Doniel et Indith in libro Sirach, in Prazglud Bibl., 1 (1937), pp. 117-47; H. Truhuserler, Des Weizes curriculum vitae nach Sirach (39, 1-13), in Theologizhpeditiche Quarialshrift, 94 (1941), pp. 140-47; T. Gallus, - A mallece initium pecenti et per illius numer mariume (Str. 13, 74-75), in Verbum Domini, 13 (1943), pp. 272-77; C. Schorr, Traces of the - Saysings of the Seven Sages in the Libos Ecclesiasitica, in The Catholic Bibl. Omitrivity, 2 (1943), pp. 284-74; id., A study of Ecdi., 17, 10-19, ibid., 8 (1946), pp. 306-14; L. Santoro, L'ima al Crentere di Gesù Ben Sirat, in Citiz di Vita, 2 (1947), pp. 233-61.
Francesco Spadafors
ECHOS D'ORIENT. - Rivista mensile iniziata dagli Agostiniani dell'Assunzione nel 1897 come continuazione degli Echos de Notre-Dame de France. L'autorevole rivista si propose di illustrare le questioni dell'Oriente cristiano; essa ha preso sempre più un carattere strettamente scientifico e si è segnalata egregiamente nel campo dagli studi bizantini. E. d'O. si è pubblicata a Parigi e ultimamento a Lione, mentre la redazione era a Bucarest. Sospesa con il 39^{°} volume nel 1942 essa ha trovato una continuazione nella Revue des études byauntines che dal 1943 esce due volte all'anno e la cui redazione, prima a Bucarest, si trova ora a Parigi.
Ignazio Ortiz de Urbina
ECHTER, Julius. - Vescovo, n. a Mespelbrunn (Spessart) il 28 marzo 1545, m. a Würzburg il 13 sett. 1617. Studió a Parigi, Angers, Paviz e altrove; licenziato in diritto, il 1^{°} dic. 1573 fu nominato vescovo di Würzburg, dove era decano della cattedrale dal 1570 ; fu ordinato sacerdote e vescovo nel maggio del 1575 ).
Si dedicò con zelo all'applicazione della riforma tridentina, cosi da restituire stabilmente la sua diocesi al cattolicesimo. Dotato di spirito religioso, di volontà decisa e intelligente acuta, fondò un seminario, cresce in Università il Collegio dei Gesuiti di Würzburg (1582), istituí tre convitti, costruí ca. 300 chiese e il celebre 3allungital (1579). L'influenza della sua azione rifarmatrice si estese anche nei territori confinati di Fulda e Bambergs. Rese la diocesi per 43 anni, ed è ricordato come il vescovo più insigne della sua città.
Bux.: J. N. Buchinsee, 7. E. v. M. Bischof v. Würzburg v. Herazg v. Franken, Würzburg 1843; v. scritti vari, in occasione del centenario, di T. Henner, Monaco 1948; Pastor, IX, pp. 227-14 e passim; X-XIII. passim; Eubel, III, p. 209.
Antonio Cistellini
ECK, Jokann. - Teologo e polemista antiluterano, s. a Egg, nella Svevia, il 15 nov. 1486, m. a Ingolstadt il 10 febbr. 1543. Il suo cognome era Maier, però è meglio conosciuto con l'appellativo di E. da lui stesso scelto e derivato dal luogo di origine. Studió in varie università (Heidelberg, Tubinga, Colonia, Friburgo) e si laureò in teologia nel 1510 . Nel 1508 era divenuto sacerdote. Chiamato a insegnare teologia a Ingolstadt, tenue quella cattedra per 32 anni, e vi ebbe anche l'ufficio di decano e di rettore, dal 1512 di cancelliere, e infine anche di parroco accademico. Con l'attività sorprendente e la solida dottrina fu il principale sostegno del cattolicesimo in Baviera. Deciso e tenace avversario di Lutero ne sollecitò da Roma la condanna. Nel 1520 Leone X affidò la pubblicazione della bolla Exurge a Giro-

Iper curtesis di mens. A. P. Fruter: EcK, Jomann - Epitaffio e ritratto di E. (s. 1523). Frauenkirche - Ingolstadt.
lano Aleandro (v.) e all'E., nominato per questo protonotario. L'E. venne accreditato presso molti vescovi e principi tedeschi. La sua missione fu quanto mai difficile e delicata; egli adoperò ogni mezzo per riuscire nell'intento, sopportando disagi, persecuzioni, ingiurie e calunnie. Nel marzo del 1523 era di nuovo a Roma per affari politico-ecclesiastici dei duchi di Baviera, ma non dimenticò la questione della riforma, che discusse minutamente con Adriano VI.
D'accordo con gli uomini più illustri del tempo e soprattutto con il Papa, esigeva vaste riforme a Roma stessa; nel suo memoriale, senza alcuna reticenza, mise a nudo gli abusi esistenti nella Curia e fece un vivo ritratto degli intrighi dei esecatori di prebende. Nel 1626 si recò anche nella Svizzera per partecipare a una disputa contro Zuinglio. Per il suo ardore nel combattere, a ragione il card. Pols (v.) lo definí l'e Achille dei cattolici a.
Numerose le sue pubblicazioni, e tutte, se si eccettua l'affrettata traduzione della Bibbia in tedesco, s'impongono all'attenzione dello studioso. Le principali sono: Chryséparcus praedestinationis (Augusta 1514); De primatu Petri (Ingolstadt 1520); De paenitentia et confessione secretu (s. 1. 1523); De Purgatorio (Roma 1523); De Satisfactione (ivi 1523); De initio paenitentiae (ivi 1523) e soprattutto l'Eschiridion locorum communium (Landslust 1525) e il De Sacrificio Missae (ivi 1527). Cf. H. Jedin, Storia del Cancilio di Trento, vers. it., I, Brescia 1949 (v. indice).
Bux.: J. Greving, 7. E. als junger Gelehrter, Münster 1906; id., 7. E. Pfarrbuch, ivi 1908; J. P. Kirsch, s. v. in Cath. Euc., V (1909), pp. 271-73; A. Humbert, s. v. in DThC, IV, 11 (1911), coll. 2056-57; J. Metzler, s. v. in DThE, III (1931), coll. 223-26 (con scelta bibl.). Il Greving ha iniziato l'edizione critica della opere di E.
Francesco Spedalieri
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## ECKART: v. sccardo.
ECKSTEIN, FERDINAND von. - Uomo politico e scrittore, n. ad Altona (Amburgo) nel sett. del 1790, m. a Parigi it 25 nov. 1861.
Trovatosi a Roma nel 1809 , si commesse vivamente alla deportazione di Pio VII ed abbracciò la fede cattolica. Avverso a Napoleone, si arruolo nel 1812 nel corpo franco di Lützow e partecipò alla battaglia di Lipsia. Alla caduta del Bonaparte, prestò servisio ai ministeri della guerra e degli esteri francese. Convinto che non vi fosse antitesi fra cattolicesimo e libertà, sostenne per tutta la vita tale assioma con una azione pubblicistica inesauribile. Fondò e diresse dal 1826 al 1829 il Catholique e fu collaboratore di Le correspondent.
Bim.: T. Feinest, Le baron d'E., in Le correspondent, 55 (1862), pp. 118-28; W. Koch, s. v. in LThK. III, coll. 271-32.
## ECLIETTISMO. - Da èxléyus (trascelgo). E, in
genere, ogni indirizzo filosofico e scientifico che sceglie, da vari e opposti sistemi, dottrine diverse, coordinandole in una nuova sintesi. Fu talvolta confuso con sincretismo (da ouyxepávvųis, " mescolo " che ne è, se mai, la forma deteriore.
Il termine è accolto anche dalla storia delle religioni; ma ha uso più comune a più proprio in filosofia. Raro presso i Greci, e, negli scritti rimastici, solo in forma aggettivale o avverbiale. Riferito alla filosofia, si trova in un unico testo di Diogene Leerzio (sec. III d. C.), che accenna (Vitae, Prooemium, 21) a una éxkexvukí xípens (scuola eclettica) fondata da Potamone Alessandrino, contemporaneo, secondo la Suda, di Augusto. Una scuola eclettica di medicina è nominata in un testo attribuito a Galeno. Completamente ignoti tanto e, che eclettico presso i Latini (cf. il Thesaurus linguae latinae, Lipsia 1900 sgg.). Riappare del sec. xv: in poi, tuttavia sporadicamente e senza raggiungere un significato tecnico ben preciso. E Reinhold (1758-1829) critica a una presunta filosofia che dai suoi seguaci è chiamata eclettica, perché lascia la più completa libertà... di scegliere da tutti i possibili sistemi ciò che ogni singolo scrittore crede possa accordarsi con l'ordinaria intelligenza umana a (Über das Fundament des philosophischen Wissens; Jena 1791).
Maggior concretezza acquista l'e. col Cousin (v.). Egli lanciò il suo e. nella lezione di apertura del corso del 1818 (tenuta nel dic. del 1817); il termine l'aveva trovato probabilmente presso i Tedeschi; il primo germe dell'idea forse l'abbe dal Leibniz. Dell'e. di V. Cousin sono da distinguere due periodi: nel primo, che va fino almeno al 1839 , è non soltanto un metodo di ricerca, ma anche un sistema; nel secondo, attestato chiaramente dal 1853 , è negato come sistema e sussiste solo come metodo. Dopo il Cousin il termine e., meno usato dai suoi seguaci, è frequente negli avversari, che ne fanno un equivaleus a quasi di sincretismo, oppure semplicemente un sinonimo di spiritualismo. Passè invece stabilmente nella storia generale della filosofia a designare un pensiero filosofico non originale, che, senza la guida di profondi e fermi principi metafisici, crede poter discernere col solo criterio del buon senso quanto v'è di vero nei contrastanti sistemi.
Quando è tale, l'e., sia come sistema sia come metodo, cade inevitabilmente nel sincretismo: "Io stimo, - scriveva non a torto il Rosmini nel 1837 che sarebbe troppo difficile al signor Cousin evitare la taccia di quel sincretismo, che è certamente diverso dall'e., sebbene da questo non sia difficile lo sdrucciolo a quello " (Lettera al dr. Luigi Gentili, in Opere, ed. naz., II, Roma 1934, p. 380). Quando invece la scelta a coordinamento di elementi vari tratti da sistemi diversi è fatto in base a solidi e approfonditi principi che valgono come norma direttiva per una nuova sintesi, può dirsi che in sostanza ai su-
pera l'e. Infatti se e. dovesse dirsi la ricerca e assimilazione, nella misura in cui si è riconosciuto giusto, del pensiero altrui, nessuno dei più vigorosi filosofi potrebbe non dirsi eclettico. Nel primo caso, dunque, si fa e, ma non genuina filosofia; nel secondo caso, genuina filosofia ma non a.
Bim.: A. Fresneau, L'electisme, Parigi 1847; P. Janet, Virtue Cousin et son univers, ivi 1889; A. Lalande, s. v. in V'e. cab. de la philos., 3^{°} ed., ivi 1947, pp. 248 - 59 e 12, 17-18 (appendice).
Felsee Cenci
E. in arts. - In arte e. designa un concetto riguardante periodi e personalità diversi. Impropriamente infatti si è parlato di c. a proposito dei Carracci (v.), per indicare un movimento figurativo storicamente determinato.
Intorno, il famoso sonetto di Agostino Carracci, in Iode di Niccolò dell'Abate, è probabilmente un falso del Molvasia; né i Carracci stessi muovevano da una linea programmatica altrettanto precisa quanto artisticamente inattualile, quale è quella indicata nel sonetto: "chi farsi buon pittore cerca e desia - il disegno di Roma abbia alla mano - la mossa, coll'ombrar Veneziano - e il degno colorir di Lombardia - di Michelangelo la terribil via il vero natural di Tiriano, - del Correggio lo stil puro e sovrano - e di un Rafael la giusta simetria - del Tibaldi il decoro e il fondamento - del dotto Primaticcio l'insontare - e un po' di grazia del Formigianino...". Del punto di vista teorico, la posizione dei Carracci è solamente critica e non artistica e cosi il loro e, non ha un fondamento particolare. In realtà può definirsi eclettica in generale l'artista che subisce ed assimila rapidamente l'influsso figurativo, pur senza esser privo di personalità. Sotto questo aspetto, anche un grande pittore come Raffaella è stato un eclettico.
D'altra parte, la esigenza di una posizione eclettica per l'artista appare già un fatto chiaro nella teoria artistica del manierismo, segnatamente presso l'Armenino (Veri precetti della pittura, I, Milano 1820, p. 74), là dove tratta della doria maniera, che consiste nel "conoscere ed imitare il buono per le fatiche dei più eccellenti", ossia la possibilità di raggiungere il grado dell'arte ricavando il meglio dall'utile dei grandi del Rinascimento.
Bim.: L. Venturi, Storia della critica d'arte, Roma-Firenze, Milano 1945, p. 181 sgg. Luigi Grassi
ECLOGA. ISAURICA ('Ecloayh vüv vóusv). Compilazione, eseguita con materiale tratto soprattutto dalle quattro parti del Corpus iuris civilis (v.), per ordine dell'imperatore Leone III Isaurico e del figlio di lui Costantino V Coprónimo a promulgata nel 739-740.
È divisa in 18 titoli o libri e tratta quasi esclusivamente materie di diritto civile; doveva servire essenzialmente per la pratica giudiziaria. Nell'E. profonde modificazioni sono state introdotte, specialmente nella materia del diritto di famiglia e del matrimonio, rispetto a quella che era la disciplina giustinianca; p. es., accogliendo una decisione del III Concilio di Costantinopoli (Trullano), viene considerato «dolterio il matrimonio con la fidanzata sirtui; e inoltre è vietato il matrimonio fra cattolici ed eretici (decisione del Concilio di Laodicea). Per quanto successivamente ripudista - perché opera degli imperatori iconoclasti - l'E. fu usata largamente nella pratica e servil di base ad altre compilazioni, quali l'Ecloga priuaia, l'Ecloga prioata aucta e l'Ecloga ad Prochiron mutato, guoste due ultime molto importanti per la storia del diritto italiano, perché furono composte nel sec. xII, nell'Italia meridionale, durante la dominazione normanna.
L'edizione principe dell'E. è quella dello Zachariae von Lingenthal nella Collectio librarum iuris Graeco-romani ineditorum (Lipsia 1852, pp. 9-52); la ristampa più recente, con traduzione francese, è quella di C. A. Spulber.
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Birl.: C. E. Zachariae von Lingenthal, Geschichte des Griech.-Röm. Rechts, 3⁰ ed., Berlino 1892, p. 16 e passim; C. A. Spalber. L'Eclogue des Inoutrons (Texte, tradacrion, histoire), Cernhoti 1909; V. Grumel, La dote de promulgation de l'Ecloge de Léon III, in Echos d'Orient, 34 (1933), pp. 327-31; A. d'EmiLis, Appunti di dirlito bizantino, Le fonti, Roma 1943, p. 35 sgg. Rodolfo Danieli
ECO DI BERGAMO, L'. - Quotidiano cattolico, fondato come una delle espressioni del movimento sociale dei cattolici italiani, che aveva in Bergamo uno dei centri principali, da un gruppo facente capo a Niccolò Rezaara e a Stanislao Medolago Albani. Il primo numero uscì il 1^{°} maggio 1880 ; il primo direttore fu G. B. Csironi, che era stato direttore del "Cittadino di Brescia ".
Il giornale ebbe subito l'atteggiamento assai vivace che ha sempre conservato, ma il suo periodo più florido cominciò col 1888 e la sua importanza, benché locale, è andata sempre aumentando. Ora è diretto da don. Andrea Spada ed è il giornale più diffuso in Bergamo nella diocesi; è collegato, con gli altri quotidiani cattolici italiani, nel S.I.R. (Servizio informazioni romano) dal quale ha il notiziario romano e vaticano.
Bibl.: anon., L'E. di B., in Ragguaglio dell'attivild culturale e letteraria dei cattolici in Italia, Firenze 1930, pp. 243-48. Enrico Lucatello
ECOLAMPADIO (Oekolampad, Heuregen), Johann. - Uno dei riformatori minori, o. a Weinsberg (Würtemberg), allora nel Palatinato, nel 1482, m. a Basilea in Svizzera il 24 nov. 1531. Fatti gli studi umanistici a Heilbronn, Bologna, Heidelberg, Tubinga a Stoccarda, ed ordinato sacerdote, E. ebbe l'ufficio di precettore dei figli dell'elettore palatino, e con la sua egregia conoscenza del greco e dell'ebraico collaboro con Erasmo di Rotterdam alla nuova versione latina del Nuovo Testamento dal greco (1515-16). Nel 1521 passò tra i riformatori dopo aver subito in un primo tempo l'influsso delle dottrine di Lutero. Divenuto pastore a Basilea, vi si dittinse per il vigore della predicazione, specialmente nella chiesa di S. Martino, con grande proselitismo, finché nel 1529 ottenne, dopo grandi lotte, il trionfo della Riforma sul cattolicesimo e favorì una costituzione eligo-democratica della Chiesa (assemblea mista di pastori e laici). A lui si appoggiarono i valdesi ( 1530 ) e molti altri riformatori, ad Ulms, Memmingen e Biberach. Nel 1528 prese moglie, e il 24 nov. 1531, poco dopo la conclusione della laga Smalcaldica, mori a Basilea. La vedova passò tosto a seconde a terze nozze con Capitone a Bucer.
Nella dottrina E. abbracciò le idee antipapali della Riforma, la libera interpretazione della S. Scrittura, oscillando tra Lutero, di cui divenne in seguito un oppositore, Zwingli, con il quale entrò in amicizia e condivisa gran parte della ideologia. E. fu un sacramentario, e nella celebre questione del significato della parola di Gesù all'istituzione della S.ma Eucaristia, attribuil ad esse un puro valore di rappresentazione. Invece di a Questo è il mio corpo * (Mt. 26, 26; Me. 14, 22; La. 22, 19) la parola devovano intendersi: «questa è l'immagine (o figura) del mio corpo" (De gemina verborum Domini "hoc est Carpat meum ... expositione, 1525). E. incollob la Comunione sotto entrambe le specie ed impone nella liturgia la lingua tedesca.
Nella questione circa la dichiarazione di annullamento del matrimonio tra Enrico VIII d'Inghilterra e Caterina d'Aragona egli fu contro la sentenza papale ed in favore dello scioglimento.
Temperamento combattivo, E. Icttò non solo contro i cattolici, ma contro Lutero, Brens, Serveto e gli anabattisti, conservandosi tuttavia in una linea abbastanza moderata, in confronto d'altri riformatori.
Il suo influsso si esercitò soprattutto a Basilea e nella Germania meridionale.
Bist.: W. Hadorn, c. v. in Realencykl. f. protest. Theol. nad Kinden, 3 I ed., XIV, p. 186 sgg.; E. Stachelin, Briefe und Akten zum Leben Oeholampads, 2 voll., Lipsia 1927-34; M., Das Buch der Bader Reformation zu ihrem pro Itholzen Jubilerum, Basilea 1929; id., Das Reformatismuerh des 7. Oeholampad, Bercu-Lipsia 1932; H. Grisse, Lutero, vers. n., Torino 1934, v. italico; E. Stachelin, Das theologische Lebenswerk 7. Oeholampads, Lipsia 1939.
Arnoldo M. Lana
ECOLE BIBLIQUE. - Primo centro cattolico di studi scientifici biblici, fondato dal domenicano M.-J. Lagrange a Gerusalemme nel 1890 , per suggerimento di Leone XIII al p. M. Lecomte, che acquistò il terreno ed eresse il convento accanto alle rovine dell'antica basilica di S. Stefano. Sotto la direzione geniale ed infaticabile del Lagrange, il 15 nov. 1890 ebbero inizio i corsi di esegesi, introduzione, e di tutte le materie sussidiarie (lingue, storia, geografia, archeologia, storia delle religioni, ecc.) riguardanti la Bibbia e le antiche culture in relazione con essa. Il Lagrange era coadiuvato da scelti confratelli delle tre province francesi dell'Ordine. Conferenze di studi palestinesi ed orientali fin dall'inizio accompagnarono i corsi suddetti; una grande biblioteca s'arricchì rapidamente delle opere più preziose antiche e moderne; un museo archeologico accolse i frutti delle importanti scoperte operate. All'E. b. accorsero alunni di tutti gli ordini, sacerdoti e laici d'ogni nazione.
Nel 1892 s'iniziò la pubblicazione della Revue Biblique, per la diffusione delle ricerche e degli studi dei professori dell'E. b. Rigorosamente scientifica, abbraccia tutte le specialità del campo biblico (cf. lettera di Leone XIII al p. Lagrange: Hierarolymne in coenabia, del 17 sett. 1892, in Revue Biblique, 2 [1893], pp. 1-3). Nel 1902 si aprì la collezione esegetica Etudes Bibliques, annunziata in Revue Biblique, 9 (1900), pp. 424-22: «Abbiamo bisogno di commenti cattolici fondati su di una buona traduzione degli originali da un testo critico accuratamente ricostruito, con applicazione speciale alla critica letteraria... Sarà soprattutto la spiegazione del testo...» (ibid., p. 422). Tale programma è anche quello dell'E. b.: «la conoscenza esatta del testo, il culto del senso letterale, la ricerca del pensiero integrale e nelle sfumature degli autori sacri» (Spica), sfruttando tutti i risultati e il metodo delle ricerche scientifiche (cf. encicliche Providentissimus [1893] e Divino afflante Spiritu [1943]).
Particolare importanza l'E. attribuì a esplorazioni archeologiche in Palestina e regioni limitrofe, in Siria, Mesopotamia ed Egitto. Notevole è il suo contributo in materia, come riconobbe l'Académie des Inscriptions et Belles Lettres, affidandole nel 1900 l'Ecole française archéologique di Gerusalemme. Il frutto di tanto lavoro appare principalmente nella formazione di ottimi esegeti e di specialisti nei vari cami, nell'importanza indiscussa della Revue Biblique, nelle opere grandiose della inestimabile collezione Etudes Bibliques (volumi dei pp. Lagrange, Dhorme, Abel, Allo, ecc.), negli studi archeologici dei pp. Vincent, Abel, Jaussen, Savignac. L'E. b. ha pienamente risposto alla sua missione, operando come fermento col movimento dello studio scientifico della Bibbia nella prima metà del nostro secolo.
Bull.: R. Tonneau, L'E. b. de Jérusalem, Parigi 1928; K. S. J. Archamovici, Scbola Bibliqua, Gerusalemme 1930; C. Spica, E. b. de Yérandien, in Ubb. II, coll. 431-27; J. Chaime a abri, L'nuave exégétique du r. p. Lagrange (Cahiers de la nouvelle Yeurade, 26), Parigi 1935; L.-H. Vincent, Le père Lagrange, in Revue Biblique, 47 (1938), pp. 320-35; W. S. Reilly, A biblical jubilee (St. Stephen's Biblical School of Jerusalem), in Catholic Historical Review, 1 (1939), pp. 270-293; F. Benin, L'oeuvre du p. Lagrange, Friburgo 1943.
Francesco Spadafora
ECONOMATO DEI DICASTERI ECCLESIASTIGI. - Fu istituito da Pio X (circolare della Segreteria di Stato, 3 apr. 1909) come E. generale del d. e. ed era amministrato da una Commissione, scelta
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dal S. Padre, composta di un presidente, di un ecomomo e di un segretario ed ispettore.
Primo compito dell'E. dei d. e. fu quello di redigere un esatto inventario del mobilio a degli altri oggetti esistenti nei vari dicasteri, a cui poi provvide, come provvede tuttora, quanto poteva loro occorrere (articoli di cancelleria a affini, ecc.). Le SS. Congregazioni de Propaganda Fide e del S. Offizio sono indipendenti da tale E. dei d. e.
Attualmente l'E. dei d. e. è composto di un cardinale presidente (sarica che è attribuita al Segretario di Stato, presidente della commissione cardinalizia per l'amministrazione dei beni della S. Sede), di un vice-presidente (che è mons. segretario di detta amministrazione), di un cassiere e di un verificatore.
Guglielmo F