volume-05

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 antichi dubbi, che scompare con il decreto tridentino.
V. Destinatari, scopo e data di composizione. L'opinione che l'e. agli E. fosse destinata ad enricocristiani, emessa da E. M. Höth nel 1836 e ripresa più tardi da E. Schürer, quindi da H. von Soden, E. Pfleiderer, R. Perdelwitz, M. Dibelius, J. Moffatt ed altri, tra i non cattolici; prospettata come possibile dai cattolici J. Quentel e A. M. Dubarle, è in contrasto con il largo uso della Bibbia, con le allusioni a persone, cose e fatti del Vecchio Testamento, con i raffronti minuziosi tra la vecchia e la nuova economia, con la mancanza d'accenni ad una conversione dal paganesimo, infine con il pericolo, combattuto dalla lettera, di un ritorno al giudaismo. Destinazione giudeo-cristiana importano positivamente l'accenno ai ·Padri» ( 1,1 ), la nozione di popolo di Dio (2, 17; 5, 3; 7, 27; 9, 7; 11, 25; 13, 12),
il diffuso parallelo con il popolo incredulo del deserto (3,7-4,13), la formula caratteristica ovégua 'Aßgaṇ̃ (s, 16; cf. 11,11,18).

L'antichità cristiana non ha esitato sulla destinazione dell'e. agli E. a fedeli venuti dal giudaismo, a ritenne pure che luogo di destinazione fosse in Palestina, anzi, più precisamente, Gerusalemme. Per questo secondo punto molti nomi sono stati fatti nei tempi moderni, perfino quello di Ravenna; ma due soli, altre Gerusalemme, con una carta fondorace: Alessandria e Roma. Per Alessandria il fondamento è assai labile: il colorito alessandrino della lettera. Per Roma si preme sull'accenno a precedenti persecuzioni ( 10,32 mathrm{sgg}.), sul saluto di "qualii dell'Italia" ( 13,24 ). Th. Eaha pensa a una minoranza della comunità di Roma, e cui si riferirebbe anche Roma. 14, 1.

Accertando la destinazione gerosolimitana, si spiega meglio l'uso continuo e minuzioso del Vecchio Testamento, l'allusione a particolari del culto giudalco, la lavenica espressione che Gesù "puol fuori della porta" (13, 12) e l'invito ad andargli "incantro fuori dell'accampamento" ( 13,13 ), il persistente pericolo di ricaluta nel giudaismo, le pressioni dei non convertiti che giungono talvolta alla violenza. La comunità destinataria ha già avuto dei martiri nella persona delle "guide" ( 10,32 sgg. a 13, 7); mentre i fedeli non hanno ancora "lontato fino al sangue" ( 12,4 ), ma hanno subito spoliazione di beni e molteplici vessazioni ( 10,32 mathrm{sgg}.).
K. Bornhäuser ritiene che l'e. agli E. non sia indirizzata a tutta la comunità di Gerusalemme, bensì al gruppo di sacerdoti convertiti, di cui in Act. 6, 7. La sua argomentazione, per quanto ingegnosa, non convince. Che la lettera sia indirizzata a tutta una comunità risulta dal cap. 13, che suppone varie categorie di persone, tra le quali anche le "guide" (vv. 7. 17. 24), distinte dalla massa dei lettori e superiori ad essa.

Scopo della lettera è quello, dunque, d'impedire un ripiegamento verso il giudaismo e rinfrancare nella fedeltà alla nuova alleanza, della quale si esaltano la dignità, il carattere definitivo e i vantaggi.

Quanto alla data di composizione pochi critici oltrepassano il 90 , per la ragione che s. Clemente Romano (tra il 95 e il 97) usa quasi certamente l'e. agli E. Sìe manca, anche tra scattolici, chi resta entra a limite del 70 . La maggioranza dei critici cattolici non va oltre il 66-67. Allo scoppiare, infatti, della guerra giudalca le condizioni dei giu-deo-cristiani cambiarono radicalmente in Palestina: la comunità di Gerusalemme avrebbe cercato scampo altrove (a Pella, secondo Eusebio, Hist. eccl., III, 3: PG 20, 22: sg., ed Epifanio, Haer., 29, 7: PG 41, 401 sg.; 30, 2: PG 41, 408; De mensuris et ponderibus, 15 : PG 43, 261). Inoltre, l'e. agli E. suppone il culto giudalco praticato ( 9,25 ; 8,5 sgg., ecc.), in modo da costituire ancora un pericolo di seduzione. Che l'occasione sia stato il martirio di Giacomo fratello del Signore ( 62 ea.) non è senza fondamento, ma non si può dimostrare. Ci sarebbe stata, allora, una crisi nella comunità di Gerusalemme per fattori esterni e per discordie intestine. Le "guide" ( 13,17.24) potrebbero essere una specie di governo collegiale, nella vacanza (sembra: parlume Eusebio, Hist. eccl., III, 11 : PG 20, 245) tra la morte di Giacomo e l'elezione del successore Simeone. Ma siamo nel campo delle ipotesi; come quando si tenta di stabilire il luogo donde l'e. agli E. sarebbe stata scritta partendo da 13,24 , testo ambiguo anche grammaticalmente.

Bias.: Per i commenti dei Padri, degli scolastici e dei moderni, cattolici e pentecostri, cf. Teodorico da Caroti S. Pietro, La Chiesa nella lettera agli Ebrei, Torino-Roma 1945, pp. viII-2V e 13.80 .

Commenti recenti più rappresentativi. Cattolici: A. Bisping, 2* ed., Münster 1864; L. Sill, Magonza 1870; A. Schaefer, Münster 1895; I. A. van Steenbrug, Commentarius in ousser s. Pauli Epistolas, II, 6* ed., Brugga 1809; C. Haegho, Gand 1901; M. Sales, La S. Bibbia, Il Nuovo Testamento, II, Torino 1914, pp. 456-502; I. Graf, Friburgo in Br. 1918: I. Rohe, Der Hebräerbrief und die geheime Offenbarung des bl. Johannes. 4⁴ ed., Bonn 1922, pp. 1-60: A. Mädsbellie, in La Ste Bible

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di L. Pirot, XII, Parigi 1938, pp. 269-372; J. Bonsirven, Paririg: 1943.

Non cattolici: F. Bleck, 3 parti, Berlino 1828-40; J. Chr. K. von Hofmann, Nördlingen 1873; G. Lünemann, 4* ed., Gottinys 1878; H. Allard, The Greek Testament, IV, Londra 1894, pp. I (187) e 1-273; B. Weiss, 4* ed., Gottinys 1897; H. von Soden, 6* ed. Friburgo in Br. 1899; B. F. Westcott, 3* ed., Londra 1907 (ristampa 1948); E. Rugenbach, 27-37 ed., Lipsio-Erlangen 1922; J. Moffett, Edimburgo 1924; H. Windisch, 2* ed., Tubinus 1931; T. H. Robinson, Londra 1933; O. Michel, Gottinus 1936.

Per le questioni introduttorie e per la teologia, oltre le note introduttori, le enciclopedie bibliche e teologiche, da scomitare tra i cattolici: S. Heigl, Verfasser und Adresse des Briefes an die Hebräer, Friburgo in Br. 1903; J. Quattel, Les destinataires de l'Eglise aux Hebreux, in Revue biblique, 9 (1912), pp. 39-68; I. Schuster, I destinatari dell'c. agli E., in Scuola cattolica, 66 (1938), pp. 641-65; A. M. Duharic, Rédacteur et destinataires de l'Eglise aux Hebreux, in Revue biblique, 48 (1939), pp. 926-29; K. Pieper, Verfasser und Empfänger des Hebräerbriefes, in Westectromodiche Untersuchungen, Paderborn, 1939, pp. 46-65; W. Leonard, The authorship of the Epistle to the Hebrews, Roma 1939; J. Unschauer, Der Graue Priester über dem Hause Gottes, Würzburg 1939; Teodorico da Cassel S. Pietro, op. cit., Torino-Roma 1945; C. Spicu, L'authenticité du chapitre XIII de l'Eglise aux Hebreux (Constitutions. Nosteriamontes, 11), Lund 1947, pp. 226-30; C. Spicu, La théologie des deux alliances dans l'Eglise aux Hebreux, in Revue des sciences philosophiques et théologiques, 33 (1949), pp. 13-30. Non cattolici: E. K. A. Ruchm, Der Lehrbegriff des Hebräerbriefes, 3 voll., Ludwigshurg 1838-39; E. Metelger, La théologie de l'Eglise aux Hebreux, Paris 1804; G. Milligan, The theology of the Epistle to the Hebrews, Edimburgo 1899; A. Harnack, Probabilia über die Adresse und den Verfasser des Hebräerbriefes, in Zeitschrift für die neuest. Wiss., 1 (1900), pp. 16-41; R. Perdeiwuz, Das literarische Problem des Hebräerbriefes, ibid., 12 (1910), pp. 39-78, 105-23; K. Bornhäuser, Empfänger und Verfasser des Briefes an die Hebräer (Beiträge zur Forderung christlicher Theologie, 74, III), Citterstim 1932.

EBREI, VANGELD secondo gli. - Apocrifo sorto nell'ambiente giudeo-cristiano. Si discute se sia da identificare con altri vangeli apocrifi detti dei Nazarei (v.), degli Ebioniti (v.), dei Dodici Apostoli (v. apocrifi libri).

La soluzione classica* (così chiamata da E. Amann), comune fino al 1900 a sostenuta ancora da G. Bonaccorsi, raggruppa quegli apocrifi in due vangeli: uno ortodosso (v. secondo gli E., da identificarsi con il vangelo dei Nazarei); l'altro eterodosso (vangelo degli Ebioniti, da identificarsi con il vangelo dei Dodici Apostoli).

In questa soluzione il v. secondo gli E. sarebbe quello che gli Ebrei convertiti chiamavano semplicemente "il vangelo ". Sarebbe stato composto in aramaco verso la fine del sec. 1, poi presto tradotto in greco. Questo greco sarebbe già conosciuto da s. Eprezio Martire e citato da Clemente Alessandrino a Origene. Al tempo di Eusebio non se ne conosceva più la versione greca, ma si conservava l'originale aramaco nella biblioteca di Cesarea di Palestina. S. Girolamo (le cui asserzioni sono poste in dubbio da G. Bardy in Mélanges de science reil, 3 (1946), pp. 3-36) lo avrebbe consultato, ne avrebbe trovata una copia anche a Beres (Aleppo) presso i nazarei (vangelo dei Nazarei), e ne avrebbe fatta una versione in greco e in latino. Alcuni ritengono ai tratti di versioni parziali ad uso personale; Bardy sostiene che s. Girolamo ebbe solo l'intenzione di tradurlo. Nei commenti e nelle opere di s. Girolamo sarebbero conservati frammenti della versione latina, nelle note marginali di certi codici greci di Matteo si conserverebbero frammenti della versione greca, con la rubrica: v6 'Iositatiev.

S. Girolamo (seguito da Zahn a Hilgenfeld) lo considerava addirittura come l'originale aramaco di Matteo. Harnack lo considera indipendente dai sinottici, Lagrange invece ne sostiene la dipendenza.

I pochi frammenti giunti a noi (undici nell'ed. di Bonaccorsi, pp. 1-7) non permettono di risolvere adeguatamente la questione.

Altre soluzioni sono date da A. Schmidtke (1911) e da H. Waitz (1912). Il primo distingue tre vangeli:
a) dei nazarei (versione aramaca (o 'Targōm) del nostro Matteo canonico =76 ' 'Iositatiev); b) v. secondo gli E., da identificare con quello degli ebioniti (eretico); c) dei Dodici (erntico-cristiano, infetto di parisiose).
b). Waitz distingue pure tre vangeli, ma diversamente: a) dei Nazarei, giudeo-cristiano ortodosso, scritto originariamente in greco, dipendente da un Matteo precanonico ( =76 'Iositatiev); b) degli Ebioniti = vangelo dei Dodici, eteredosso, che avrebbe influenzato gli scritti pseudoclementini (II Cires); c) v. secondo gli E., ricordato da Clemente Alessandrino (Strom, V, 14, 98), imparentato con i 2,6712 'I7706 (del papiro di Ossirinco 632 , di cui sarebbe la fonte); sarebbe stato scritto in greco da un giudeo-cristiano verso la metà del sec. 11, in opposizione all'eretico vangelo secondo gli Egiziani (v.).

Bull.: E. Amann, Apocryphus du Nouveau Testament, in DBt. I, coll. 480-73; G. Bonaccorsi, Fascisti apostoli, I, Firenze 1948, pp. 8-2v, 1-13. I frammenti sono editi pure da E. Potuschen, Antilegomena, Giessen 1903; da A. Schmidtke, Neue Fragmente und Untersuchungen zu den indeschristlichen Evangelien (Texte und Untersuchungen, 37), Lipsia 1911, fasc. 1. H. Waitz presentò la sua soluzione in Das Evangelium der XII Apostol, in Zeitschrift für die Nostestum, Wissenschaft, 13 (1912), pp. 338-48; 14 (1913), pp. 38-64. Pietro De Ambrosci

EBREO ERRANTE. - Mito popolare, che con il nome "Asvero" impersona l'eterno errante, che dopo il dramma del Calvario non ha patria né riposo. Appare nella letteratura al principio del sec. XVII, quale eroe di un romanzo redatto in tedesco.

In questo racconto il vescovo di Schleswig, Paolo de Eitzen, riferisce di aver visto nel 1347 ad Amburgo in una chiesa un uomo alto, dai capelli lunghi, che emetteva dei gemiti ogni qual volta si pronunciava il nome di Gesù, percuotendosi in pari tempo il petto; nel cuore dell'inverno, era scelto e malvestito. Disse di essere ebreo nativo di Gerusalemme, di chiamarsi Ahasverus, di esercitare il mestiere di calzolaio; avrebbe partecipato al grido di Crucifige domandando la liberazione di Barabba. Avviandosi verso il supplizio, Gesù si sarebbe appoggiato al muro della sua casa per riposare, ed egli lo avrebbe esecuto via. Gesù gli avrebbe detto: "Io voglio fermarmi e riposare, ma tu dovrai camminare fino al giorno del giudizio ". Asvero avrebbe assistito alla Crocifissione. Da quella volta in poi egli era sempre in cammino. Dopo cento anni, era tornato a Gerusalemme, e aveva trovato la città distrutta.

Qualche volta portò il nome di "Cartofilo". Nella Histoire admirable du juif errant, Asvero viene detto oriundo delle tribù di Neghchali, n. nell'a. 3992 dopo la creazione del mondo; si dice anche che sua madre avrebbe cucito i vestiti per i leviti.

La figura dell'c. e. ricorre anche spesso nell'arte; cf. La légende du juif errant di G. Doré. Nella letteratura s'impadronirono dell'argomento Goethe, Schubart, A. W. Schlegel, Brentano, Camisso, Gutzkow, Lenau, Ilamering, Carmen Sylva; tra i francesi: Complainte, Béranger, E. Quinet, E. Sue, Dumas padre; tra gli inglesi: Byron, Shelley.

Bull.: B. Heller, Abanscerus, in Enc. Ind., I, coll. 1147-55, con bibl.; S. Rappaport, Abanscerus, in Fâdisches Lexikon, I, coll. 159-61. Eugenio Zolli

EBRIDI, vicariato apostolico delle: v. nuove Ebridi, vicariato apostolico delle table.

## EBRON: v. hebbon.

EQA de QUEIROZ, José Maria de. - Romanziere portoghese, n. nella Povoa de Varsim il 25 nov. 1845, m. a Parigi il 16 ag. 1900. Osservatore acuto, la cui esperienza intellettuale molto arricchì una lunga dimora in paesi stranieri, umorista sottile, ha dato l'esempio di una nuova ricchezza della lingua, di una flessibilità di stile, di una potenza creativa mai prima conosciute in Portogallo.

Da un iniziale atteggiamento modernista (le Prozas barbaras sono del 1875), si converti con entusiasmo a

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![img-8.jpeg](img-8.jpeg)

Ido T. Uourby, Sacrifice a Heraiz. Reilet on hiemor. Fondation E. Pret. Hovoravich... XVIII, Parlin Std. 1er. 81 Ecate - Sacrificio a E. Rilievo (tri sec. c. C.) - Atene, Plesso.
un realismo negatore a pessimista, per liberarsene più tardi quando aspirazioni di riforma e di ricostruzione dirigeranno le sue preoccupazioni verso più vasti problemi : cosi nel Crime do Padre Amaro (1875), suo primo successo, studiava al lume dell'osservazione e dell'esperienza il problema del celibato religioso, ma nel Prima Barilio (1878) e più nei Maias (1888) l'interesse si estende alla vita della capitale, alla sua morale, alla sua religione, - l'acutezza di osservazione e l'emozione talora intensa non sono aminuite dall'esagerazione caricaturale. Il motivo autobiografico delle di poco posteriori Memorias de um atomo, reso amaro dal senso della vanita della vita, si accentua nella Correspondencia de Fadrique Morales (1889), un esteta sensibile alle idee nuove ma incapace di realizzarle.

Il Mandarino (1880) presenta in un quadro esotico una divertente satira della burocrazia portoghese, mentre La Religua, caricatura del bigottismo ipocrita, è occasione ad una stupenda evocazione della Passione e dei Luoghi Santi. In un'ultima fase, e particolarmente nei romanzi A llustre casa de Ramires a A cidade e a serra (La città - la montagna), tale posizione appar superata: l'orizzonte si allarga e si rischiara di un ottimismo sereno; libero dai canoni dell'arte realistica, lo scrittore non si diffonde ormai nella notazione minuta del particolare, ma attorno ad un tema reale crea quadri di ideale bellezza: I Contos ne segnano l'ultima vetta. Fra le cose minori, il racconto A catastrofe assume un particolare significato in quanto esaltazione di quella esperienza di dolore che sola è capace di svegliare le migliori energie di un popolo come di un individuo.

BibL.: T. Braga, E. de O. e a sua obra, Lisbona 1901; L. Siciliani, E. de O. e la sua opera, in Studi e saggi, ivl 1910; L. E. V. Sylvania, Realism in the novels of E. de O., in Todd Memorial, 2 (1930), pp. 193-205; L. Perjas Trigunirca, O nacionalismo de E. de O., Lisbona 1915; P. Hourcade, E. de O. e a França, ivi 1936; I. Fierro, Il realismo di E. de O., in Quaderni tbero-convicami, 2 (nov. 1946 -genn. 1947), p. 33. Jole Scudieri Ruggieri

ECATE. - Divinità minore della religione greca; secondo alcuni di origine caria. Omero non la conosce; Esiodo la dice figlia del titano Perseo e di Asteria, sorella di Latone; protettrice degli uomini e di ogni loro attività, dà vittoria ad onori in guerra e nelle gare, è protettrice delle donne, dei cavalieri,
pastori e pescatori. In queste funzioni cosi estese si deve forse vedere l'influsso orfico.

Ebbe culto diffuso: santuari famosi furono quelli di Egina e di Argo, ad Atene ebbe culto sull'Acropoli. Fu molto popolare come dea degli spiriti e degli spettrri, identificata con Artemide e Persefone e connessa con l'oltretomba (v. cytoriche, divinità). Come dea infernale era invocata dagli stregoni per azioni magiche ed incantesimi.

Brut.: E. Rohde, Psyche, II, 9²-10² ed., Tubinga 1929. p. 407 sgg.; G. Giannelli, t. v. in Euc. Itod., XIII (1931), p. 384 sgg.; M. Nilsson, Geschichte der Griechiscbre Religion, I, Monaco 1941, p. 684 sgg.

Loisa Banti
EGBÄTANE ('Eвßátane). - Due città della Media, di cui una era la capitale della Media dei nord (Media Atropatene), l'altra più a sud era la capitale della grande Media. La prima è stata identificata con le rovine di Taht-i Sulajman; la seconda si suppone doversi localizzare nella città odierna di Hamadán.

Erodoto dice della prima che è la cttá a delle sette mura di cinta e ne dà una lunga descrizione. Questa somiglia in parte a quella che ne dà il libro deuterocnononico di Judi. 1, 1-4.

Ai tempi di Sargon II d'Assiria il modo Dioce aveva raggruppato molte tribù daperse di Elamiti, Samaritani, Ardaniti, s'era fatto proclamare re ed aveva scelto E. come capitale. Proorte (Procorre), ca. il 847 -23, gli succedette, ebbe sottomesse ed aderenti anche altre regioni e trionfo di Teispa, re dei Persiani che aveva approfittato della distruzione di Susa (640) per impadronirsi del resto di Elam e proclamarsi re di Apatia. Proorto (l'Arphazad di Judi. 1, 1) si insedio solo qualche anno nella sua capitale E., poiché mori in una guerra contro l'Assiria.
L'E. del nord è ricordata anche in Tob. 3, 7; 7; 8. Il testo della Volgata, che invece di E. dà il nome di Rages, è unico contro tutte le altre versioni e si deve quindi correggere: ciò che è anche richiesto dal contesto dei capp. 7 e 8 , dove Raffaele parla di una città (non nominata) per recarsi a Rages dove abitava Gabelo.

L'E. del sud fu la capitale dell'Impero dei Parti. Prima, sotto Dario I, era la residenza d'estate dei re di Persia. La Bibbia vi eccome probabilmente in Eid. 6, a, ove fu rinvenuta la copia dell'editto di Ciro che permetteva agli Ebrei il rimpatrio e la ricostruzione del Tempio e della loro capitale.

Giustino Boson
ECCARDO (Eckehart, Aychardus). - Scolastico e predicatore mistico domenicano, n. a Hochheim presso Gotha ca. il 1260 , m. tra il 22 febbr. 1327 e il 27 marzo 1329.

Discendente dai nobili di Hochheim, domenicano a Erfurt, E. studio a Strasburgo a Colonia. Tra il 1290 e il 1298 priore a vicario in Turingia, scrisse la Rede der Unterscheidung. All'Università di Parigi conseguì il magistero (Meister E.), insegnò, disputò e predicò. Primo provinciale della provincia di Sassonia nel 1303, fu dal Capitolo generale del 1307 nominato anche vicario di Boemia. Eletto, nel 1310, provinciale di Germania, ma non confermato, fu mandato di nuovo a Parigi per insegnarvi (13111313). Se E. consacrò gli anni migliori all'amministrazione, non tralasciò mai di scrivere (Buch der göttlichen Tröttung per la regina d'Ungheria; Quaestiones, ecc.) e di predicare. Questa era la sua vocazione. Nel 1313 si trova a Strasburgo. Molti i suoi sermoni, tramandati in a reportationes : di uditori e uditrici. Il pensiero formato nella scuola si effuse in prediche d'alto pregio dinami al ciero, al popolo, alle beghine ortodosse e soprattutto dinanzi alle comunità religiose, specialmente domenicane che ebbero in Strasburgo 7 monasteri. Percorse pure altre

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contrade alemame e bavaresi. Incaricato dal maestro generale, visitò nel 1322 il monastero d'Unterlinden, segno probabile che stava ancora a Strasburgo. Poi visse a Colonia. Nel 1325 il Capitolo generale di Venezia ammonisce certi predicatori tedeschi d'astenersi dal proporre temi che si prestano a malintesi o errori. Nel 1326 da parte avversa fu intentato un processo contro E. dinanzi all'arcivescovo di Colonia. Due commissari tra i quali un francescano estrassero 49 tesi da scritti e sermoni d'E., il quale il 26 sett. 1326 presento una giustificazione. Dopo una seconda lista di 59 proposizioni rimproverategli, E. il 24 genn. 1327 s'appellò al Papa e il 13 febbr. sotto condizione ritratto nella chiesa dei Predicatori a Colonia, recandosi poi ad Avignone, ove una commissione riguardo le tesi estratte a Colonia (votum Avenioneuse) e Giovanni XXII, benche con riguardo per la persona d'E., condannò, nella bolla In agro dominico del 27 marzo 1329, 25 proposizioni nel senso oggettivo, dichiarandone 17 intinte d'eresia e 21 malsonanti o sospette (Denz-U, 501-29).

Le opere tedesche sono: le Prediche (110), i Trattati (18, tra cui Rede d. Unterscheidung, Buch d. göttl. Tröstung), i frammenti ( 65 [60], Sprüche) editi da F. Pfeiffer (Lipsia 1857; ristampa ivi 1924), da H. Büttner (2 voll., Jena 1917), da W. Lehmann (2 voll., Gottinga 1919), da F. Schulze-Maisier (Lipsia 1936). Ci sono poi altre edizioni della Rede (Monaco 11922), del Buch (Berlino 1933), ecc. Nell'edizione della Deutsche Forschungsgemeinschaft, J. Quint ha pubblicato finora un volume di prediche (Stoccarda-Berlino 1936). Cf. anche Die deutschen u. lateinischen Werke, Untersuchungen, I, a cura di J. Quint (ivi 1940) e A. Faggin, M. E., pp. 65-68, 375-77.

Opere latine sono la Collatio in libros Sententiorum, Tractatus super oratione dominica (ca. 1298), le questioni Utrum in Deo sit idem esse et intelligere, Utrum laus Dei in patria sit nobiliter eius dilectione in sin. Il Servo die b. Augustini Paristis habitus (ca. 1302-1304), le questioni Utrum aliquem motum esse sine termino implicat contradictoasem, Utrum in corpore Christi morientis in Cruce remunerint formae elementarum (ca. 1311-14), parti dell'Opus tripartitum (ca. 1314-33), Responsio mag. Echardi
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(da A.F.W. Jackson, Persio Past and Present, Nueva York 1969) Ecratane - Iismadán, colle Musallah, sul sito dell'antica E.
ad Articulos sibi impositos (1326). L'Opus tripartitum doveva abbracciare l'opus propositionum di cui si conosce il piano esposto nei Prolegi ed una tesi svolta (Esse est Deus), l'opus quaestionum di lezioni e discussioni, l'opus expositionum di passi del testo biblico e di materiali per prediche (opus sermonum, ed. Benz, 1937). L'opus expositionum consta di prolegi, di spiegazioni In Gen. 1 (I forma), In Eceli. XXIV, In Sap. (ed. G. Thery, 1928-29), In Gen. 1 (II forma), In Ex. (II forma), In Gen. 2 (Liber parabolarum Genesia), In Jo. (edd. K. Christ e J. Koch 1936 sgg.). Degli scritti latini (cf. Faggin, M. E., pp. 68-75,377-79 ) studiati dal Denifle in poi s'occupano due edizioni recenti, l'una capitanata da G. Thèry (Lipsia 1933, finora 3 fatoc.), l'altra promessa dalla Deutsche Forschungsgemeinschaft per cura di J. Koch, B. Geyer, K. Weiss, K. Christ, R. Benz, R. Seeberg (StoccardaBerlino 1936 sgg., finora 10 fascc.).

Il pensiero d'E. si svolge intorno a 3 problemi preferiti : Dio, l'origine delle cose da Dio, il ritorno delle creature spirituali a Dio, apportando alla loro soluzione, oltre elementi neoplatonici, pseudo-dionisiaci ed altri, le dovizie della scuola classica di s. Tommaso con il contributo d'una mente originale ed ardita.
"Esse est Deus», nel senso di essere assoluto, non nel senso di essere inerente, creato. La creatura è nonessere, essere relativo, umbrale; l'essere creato è niente senza l'essere di Dio. "Deus non habet esse significa che in Dio è la pienezza, la perfezione e la purità dell'essere. Essere e essenza si distinguono realmente. Usando i procedimenti e le formule delle teologia negativa, E. predica che Dio è senza nome, che Dio non è buono, cioè secondo la bontà creata. L'essere così definito è per E. la deitò, distinta dal Dio trino della Rivelazione. La Trinità è spiegata per mezzo d'un processo d'autoconoscenza dell'essenza divina, evitando però il senso attribuitogli falsamente da J.W. Preger d'una successione temporale di potenza a atto. L'essere eminente di Dio E. lo predica come metafisico e come mistico. Lo stesso vale del suo pensare e parlare degli attributi divini : unità, semplicità, spiritualità, ecc. L'atto creativo di Dio è eterno, non la creatura. Per il suo chiaro concetto della creazione E. è per molte miglia distante dal panteismo (F. Felster).

Quanto più il pensiero umano si rende conto della sublimità di Dio, tanto meno raggiungibile gli apporisce l'ultimo fine che è Dio. Eppure il mistico insiste sul raggiungimento di Dio. Si richiama alla psicologia. L'anima umana è immagine di Dio, immediatamente creata da lui. Forma cor-

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poris secondo l'essenza e le potenze inferiori, l'anima, secondo le potenze superiori (intelletto, volontà), vive nel mondo dello spirito. La ratio superior dell'anima una e spirituale dà l'orientamento verso Dio. E. parla talvolta del castello, scintilla, apice dell'anima, la s sede» ove s'attua l'unione di Dio o dell'anima secondo i tre strati di spiritualità naturale, d'elevazione all'ordine soprannaturale, dell'esperienza mistica. Mentre neoplatunici e legardi ritengono bestante un'attitudine naturale per l'unione mistica con Dio, E. ammette divinizzata " l'anima soltanto per l'infusione della Grazia e dono di Dio.

Domandandosi il perché delle buone opere, del culto, del mondo, dell'Incarnazione, E. risponde: affinché Dio nasca nell'anima a l'anima in Dio. Questa "Gottegebur: * è un'idea e un fatto centrale del mondo, collegata alla nascita del Figlio dal Padre nel seno della Sima Trinità. La trasformazione nel Figlio non fa perdere all'uomo la sua esistenza, ma il suo egoismo; non spinge al quietismo, ma alla pienezza interiore delle opere di carità a di assistenza sociale. Il lato negativo della nascita di Dio nell'anima è la ritiratezza che assurge però a funzione positiva: a nihil apponendo, sed subordinendo, in anima invenitur Deus. L'informazione di Dio in noi, la perdita della forma * di tutto ciò che in noi contrasta alla forma divina, l'abbandono a Dio, l'unione "passiva a con Dio, fanno l'anima docile e duttile sotto la luce a l'azione di Dio; essa ascolta e vede senza immagini ed opera senza fatica. Lasciando se stesso, l'uomo lascia tutte le cose, fonda in sé la vera libertà per Dio.
E. intese servire la vita, esigendo che l'uomo sia un ricercatore di Dio in ogni tempo, forte della rinunzia e della riconquista incessante di sé attraverso la rassegazione del non-essere. Predicatore dell'interiorità contro ogni formalismo farinalco, E. incita alla formazione dell'uomo a figlio di Dio. Proprietà e purezza dell'espressione, chiarezza della sintassi ed altezza di concetto costituiscono il fascino del suo dire, potenziato dal suo atteggiamento di religiosità sentita a vissuta. Egli occupa nella letteratura tedesca il posto che all'Alighieri spetta nelle lettere italiane. Esimio dialettico, E. ama i paradossi nel pensiero e nel parlare come mezzi di effetti profondi; è tipicamente dinamico, anzi quasi aristotaxialista a. Uomo d'alta mente a di generoso ministero, E. fu venerato dagli uni, come Taulero ed il b. Enrico Susone che lo chiama il "santo maestro", e da altri ritenuto sospetto nella dottrina, nel linguaggio e negli scritti. Allorché E., figlio devoto della Chiesa, non eretico formale, sembrò accostarsi troppo al precipizio, la Chiesa richiamò e lui e i suoi contemporanei.

Al card. Cusano si deve la trascrizione più esatta delle opere latine d'E.; prediche tedesche furono stampate nel sec. xv. Romantici, filosofi, teologi, germanisti del sec. xix lo disseppellirono. C. Schmidt di Strasburgo lo fa panteista, Martensen lo crede ateo, Lasson lo mette in contrasto con la Chiesa. Mentre F. Pfeiffer (1857) curò l'edizione dell'E. tedesca a J. W. Preger (1874) cercò la persona storica, H. Denifle diede (1886-89), gran luce alla figura e agli scritti latini d'E. Per Deiscroix (1907), H. Büttner (1917) e Ott (1937) E. è precursore di Lutero, per A. Rosenberg è il grande apostolo dell'Occidente nordico. Mentre H. Denifle, H. v. Hornstein, G. Théry, J. Koch insistono sugli scritti latini d'E., O. Karrer e H. Piesch affermano la sua ortodossia, e A. Dempf, dando tuttavia la priorità all'ispirazione mistica e all'originalità di pensiero, riconferma la sua cattolicità integrale. L'edizione critica delle opere faciliterà l'esegesi dell'autentico pensiero a sforzo dell'E.

Bim.: Quéif-Echard, I. pp. 507-508; H. Denifle, Meister E. lateinische Schriften und die Grundanwhaung reiner Leber, in Archiv J. Literatur- u. Kirchengeschichte der Mittelalters, 2 (1886), pp. 417-687; M. Die Heimat M. E., ibid., 5 (1889), pp. 349-64; cf. O. Karrer, Zu Prälat M. Grabmanas Echoharibritik, in Divas Thomas (Friburgo), 3 (1927), pp. 201-202; F. Vernet, s. v. in DThC, IV, coll. 2057-81; id., s. v. in DSp. I, coll. 233-30; X. de Hornstein, Les grands mystiques allemands du XIVe siècle, E., Tauler, Suio, Lucerna 1922, pp. 1-127; O. Karrer, M. E., Monaco [1926]; J. Quint, in Uberweg,
pp. 222, 561-71, 770-80; A. Dempf, M. E., Liosis 1994; id., Studien zum aMythos des XX. Jahrhunderts, in Kierki, Anzeiger J. d. Erzbisam Köln, 1034, pp. 113-44 e passim; J. Koch, s. v. in Verhinterlexikon, 1, coll. 403-302; id., Ein neuer E.-Fandder Seutenzonkommenter, in Forschungen u. Fortschritte, 19 (1943), pp. 20-23; cf. G. Meersseman, in Studia uachensvolio in homerem b. R. T. Martin, Bruges a. d., pp. 383, 389, 397-402; H. Piesch, M. E., Vienna 1946; G. Pappin, M. E. e la mistica tedesca prepostartante, Milano 1946.

Angelo Wala
ECCARDO il GIOVANE. - Predicatore e scrittore mistico domenicano, la cui vita e opere sono avvolte ancora nel buio. Discepolo di Meister Eckart, illustrò il convento di Erfurt. Morì ritornando dal Capitolo generale di Valence nel 1337, ove si era recato come definitivo della provincia di Sassonia (Mod. O. P. Historica, IV, p. 258).
J. W. Preger e A. Dempf l'identificano con il definitivo E. von Gründig. Preger pubblicò frammenti di scritti e il trattato Von der wirbenden und möglichen Vernunft (Stizungzher., I, Monaco 1871, pp. 176-89). Due sermoni ed una lettera si trovano nella ed. delle opere di Taulero di Colonia (1603; pp. 11-13, 46-48, ep. xxv; pp. 807-808). Ph. Strauch (Parodium animate intelligantis [Parodia der vorzuffigen sein : Deutsche Texte des Mittelalters, 30], Berlino 1919) sta per E. Rube.

Bim.: H. S. Denifle, Das geistliche Leben, 9² ed., a cura di A. Auer, Saluburgo 1936, pp. 472-74; J. Koch, s. v. in Verhinterlexikon, 1, col. 502; A. Dempf, Vom iusendigen Reichiun. Texte unbekannter Mistiker aus dem Kreise Meister Eckharts, Lipsia 1957, p. 150.

Angelo Wala
"ECCE HOMO". - Parole pronunciate da Pilato (Jo. 19, 5), presentando Gesù al popolo dopo la flagellazione.

1. Anco dell' E. H. - E cosi detta in Gerusalemme fino dal sec. xvi le parte centrale di un arco a tre fornici, che all'inizio della via dolorosa sormonta la strada con i lati inserrati in costruzione private. Esso fu introdotto nella storia del processo di Gesù perché ritenuto la porta d'ingresso al preto-
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(1st. Andersas)
"Ecca Hossn - Dininto di Andrea Solari (prima metà del sec. xvi). Milano, Museo Poldi Pezzoli.

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(Jul. Jinderven)
ECCE HOMO. Dipinto di B. Juanes (sec. xvi)
Madrid, Galleria del Prado.

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INIZIO DEL LIBRO DELL'ECCLESIASTE
Bibbia di Borso (sec. xv), vol. I, f. 280 v - Modena, Biblioteca Estense.

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rio, da dove Pilato avrebbe mostrato Gesù al popolo pronunciando quelle parole. Due grandi pietre, sulle quali, si diceva, si sarebbero trovati Gesù e Pilato al momento della condanna o dell' E. H. si mostravano murate al sommo dell'arco.

Nel 1878 l'arco più piccolo o fornice settentrionale fu racchiuso nelle basilice, d'eustera eleganza, detta dell'E. H., e ne incornicia armoniosamente l'abside. Quello meridionale ando perduto e utilizzato in costruzioni private. Quantunque gli archeologi ascrivano l'arco al sec. II a III e lo identifchino con la porta orientale di Elia Capitolina, pure essi gli riconoscono il merito d'aver conservato nei secoli la tradizione sul processo di Gesù alla fortazza Antonia, posta a nord del Tempio, e di cui si sono ritrovata recentemente vestigia con la porta e duplice arco e l'ampio cortile a liustroto (Io. 9, 13), nelle fondamenta e nelle adiacenze dell'arco romano dell'E. H.

BibL: H. Vincent, L'Antonia et le Prélatre, in Revue biblique, 42 (1933), pp. 87-113; D. Baldi, Eucharidion Lncerum Sanctiome, Gerusalemme 1935, p. 760 . Donato Baldi
II. Iconografia. - Tra le scene della Passione quella dell'E. H. ha avuto la meno antica definizione iconografica. Infatti è molto improbabile che si possa riconoscere, come ha voluto qualche studioso, in figurazioni anteriori al tardo medioevo la scena nella quale il Cristo, coronato il capo di spine con evidenti i segni della fustigazione nelle carni, avendo tra le mani una canna a mo' di scettro e sulle spalle un drappo rosso a fingere la porpora regale, viene mostrato da Pilato al popolo.

Tale figurazione infatti appare per la prima volta in forma ben determinata nella miniatura medievale germanica (Codex Egberti, vescovo di Treviri dal 977 al 993) e quindi frequentemente nella scultura e pittura nordica del sec. xv, e bosti citare il dipinto con l'E. H. appartenente alla scuola di Westfalia che è nella Galleria oazionale d) Londra ove si vede Pilato intento a levarsi in mani e il Cristo sospinto da agherri in piedi accanto a lui, tra soldati e manigoldi. Il tema si definisce meglio durante il xvi sec., in quadri ed incisioni, e viene assunto anche dall'arte italiana che ne tarda testimonianze insigni, tanto per citare qualche esempio, nei dipinti di fra' Bartolomeo, del Cigoli, e del Sodoma nella Galleria Pitti di Firenze e nelle pitrure di Varallo, opera di Gaudenzio Ferrari.

Collegato allo svolgimento di questo tema, che durante il xix sec. ebbe la sua più caratteristica espressione nel quadro famoso del Caseri che è nella Galleria d'arte moderna di Firenze, è l'altra figurazione, ugualmente detta dell'E. H., costituita dalla sola immagine pietosa del Cristo isolato, quasi sempre a mezza figura, ugualmente con il capo coronato di spine. 8 corpo fegellato, mentre tra le braccia, strette ai polsi da lacci o catene, oltre o invece della canna, ha un fascio di verghe e la frusta della fustigazione.

Anche questa immagine, frequentissima durante il xv sec., a non solo nei passi nordici, assunse particolare
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160. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

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porsi in qualsiasi fase del giudizio; temporanee quelle che debbono proporsi entro un termine fissato dalle legge sotto pena di decadenza. Infine nella dottrina si trova la distinzione fra e. semplice e riconvenzionale, secondo che il convenuto, nel difendersi, resti o meno nell'ambito del rapporto fatto valere in giudizio dall'attore ovvero si faccia a sua volta attore contro di questi.

Con speciale riguardo alle e. processuali si può ritenere che anche per questa valga la distinzione tra e. in senso proprio (nel qual caso esso si bassino su circostanze e su motivi che impediscono la nascita del rapporto processuale) e e. in senso improprio (che tendono ad annullare la costituzione del rapporto processuale). Quali esempi di e. processuali improprio, che il giudice può rilevare di ufficio, si possono indicare quelle riguardanti la mancanza di giurisdizione, l'incompetenza funzionale, la nullità insanabile dell'atto costitutivo del rapporto e la cosa giudicata; esempi di e. processuali proprie sono quelle di incompetenza per territorio, di litispendenza e di perenzione.

Mentre l'attore non può promuovere diverse azioni che siano incompatibili tra loro, il convenuto può cumulare le e., senza che queste abbiano ad escludersi reciprocamente, anche se sono contrastanti (can. 1669).

Di regola nel diritto canonico vale, nei riguardi del diritto di azione, il principio romanistico della imprescritibilità del potere di e., in quanto il convenuto, per l'esercizio di questo suo potere, dipende dalla volontà dell'attore (r-temporalis ad agendum perpetua sunt ad excipiendum e). Devono però, con ciò, farsi sempre salvi i criteri di proponibilità dell'e. nel processo, dai quali trae la propria ragione di essere la bipartizione delle e. in perpetuo e temporanee. Vi è cioè sempre un ardo indicii che deve essere rispettato e che, tra l'altro, impone di regola di proporre e di sostenere istruttoriamente prima della contestazione della lite le e. dilatorie. Le e. perentorie viceversa (eccetto quelle cosiddette litis finitae) possono essere provate dopo la contestazione della lite.

Per quanto riguarda la prova, il diritto canonico segue il principio (dei diritto romano) ormai comune, secondo cui incombe al convenuto l'onere di provare i fatti che stanno a fondamento dell'e.

Le e. si estinguono per varie ragioni che non sempre coincidono (come accade, p. es., nel caso in cui la prescrizione non sia comune) con quelle che determinano l'estinzione dell'azione. Tra esse sono qui da ricordare: la morte dell'evente diritto all'e. qualora trattisi di azioni che si estinguono con la morte del titolare, la scadenza del termine perentorio fissato per la proposizione dell'e. o la rinunzia. Quest'ultima, a sua volta, può essere espressa - nelle forme e alle condizioni stabilite dalla legge (p. es., capacità del rinunziante) - a tacito, quale, cioè, la fa desumere il contegno processuale del convenuto, che, p. es., non può non far ritenere la sua rinunzia ad una determinata e. dilatoria, quando scende alla difesa nel merito senza curarsi di sollevare la detta e.

Bull.: Werra-Vidal, VI, p. 231 sgg.; M. Lege, Commentarius in iudicio ecclesiastica, I, Roma 1938, p. 338 sgg.; F. Roberti, De potestibus, I, ivi 1041; F. Della Rocca, Istituzioni di diritto processuale canonico, Torino 1946, p. 82 sgg. Fernando Della Rocca

ECGHEARDO d'Aura. - Primo abate benedettino di Aura (Herrensurach) chiamato perciò «Ekkehardus Uraugiensis ". Tra gli anni rog1-1107 dimorb a Bamberga e a Corbey; nel 1101 pellegrind in Terra Santa e l'anno seguente, di ritorno, visitò Roma; da allora cessò dal parteggiare per l'Imperatore, in favore del Papa. Il vescovo Ottone di Bamberga lo creò abate del monastero di S. Lorenzo in Aura. E inserto l'anno di morte, ma è da collocarsi dopo il 1129 .

Legò il suo nome all'opera Chronicon universale, in cui narrò i fatti del mondo dagli inizi all'anno 1125. I critici
attribuiscono all'abate Frutolf di Michelsberg la parte principale della cronaca fino al 1101. La cronaca fa largo uso di fonti, sia di autori ecclesiastici che profani, trascritti spesso ad litteram n. Pur nella vastità del racconto, E. tutto ordina con grande chiarezza e precisione. Nel convenuto a la più perfetta cronaca del medioevo e fonte principale per gli anni 1082-1125. Servi di base alla Chronaca regia Calonicensis del 211 sec.

Bull.: Ekkehardi Uraugiensis Chronicon universale, ed. G. Waltz, in MGH, Scriptores, VI, pp. 1-265. Studi: G. Bucholz, E. von Aura, Lipsia 1888; H. Brossias, Die Chroniken des Frutolfs u. Bamberg u. des Ekkehard u. Aura, in Neues Archiv der Gesellschaft für ältere deutsche Geschichtskunde, 21 (1896), pp. 197234; P. E. Schramm, Unserïsene Kaiserbilder aus dem 2.-12. Jahrhundert; Weltehramik des Ekkehard v. Aura, ibid., 47 (1928), pp. 487-91; W. Weitenbach, Deutschinest: Geschichtsquellen im Mittelalter, I, Tubinga 1948, pp. 496-506. Ulderico Vicentin

ECGHEARDO di San Gallo. - Nome di 5 celebri monaci di questo monastero. Il più famoso è E. IV, n. ca. il 980 , m. ca. il ro6o. Ne è ignota la famiglia e la patria; si fece monaco a S. Gallo, ove fu alla scuola di Norbero il Balbisicnto, cui, dopo la morte, successe nell'ufficio di capo della scuola del duomo di Magonza, chiamatovi dall'arcivescovo Aribo. Nel 1031 fece ritorno a S. Gallo e vi mori il 21 ott. probabilmente nell'anno ro6o.

Compose diverse opere poetiche e la continuazione della cronaca del monastero di S. Gallo. Tra le poesie si notano: una breve dissertazione sulle parole fube domus benedicere; Versus ad picturas, cioè iscrizioni poetiche da apportare ai dipinti della cattedrale di Magonza ed altrettante iscrizioni per i quadri della vita di S. Gallo nel monastero canonimo; Liber benedictionum e Benedictiones ad mensas, benedizioni poetiche ad uso dei superiori in coro ad a mensa. Inoltre corresse il poema Vita Waltharii mean fortis di E. I; raccolse poesie per le feste dei santi e della Chiesa dagli scritti inediti di Norbero, che pubblicò dopo la morte del maestro, aggiungendovi note esplicative. Le sue poesie sono utili allo scrittore per le importanti notizie che cna e la riportano. Opera principale è Cama S. Galli (in MGH, Scriptores, II, 75-147) scritta negli anni 1047-53, in cui E. continua fino all'anno 971 la cronaca del monastero, lasciata da Ratperta all'anno 883.

Diligente nella ricerca e nell'uso delle fonti, E. nella narrazione è invece talvolta fantasioso, scambia nomi, incorre in znacronismi. Ciò nonostante la cronaca resta una tra le principali fonti della storia della Chiesa tedesca nel medioevo.

Bull. I. Egli, Der Liber benedictionum Eschabarts IV., in Mitteilungen z. V. G., 2* serie, 31 (1909); E. Dumniler, Ekkehart IV. von St. Gallen, in Zeitschrift für deutsches Altertum, 14 (1869), pp. 1-79; E. Schala, Über die Diskussion Ekkeharts IV. von St. Gallen, in Corona quernes (Pestgabe K. Strecker), Lipsia 1941, pp. 199-235; W. Weitenbach, Deutschlands Geschizistensiden im Mittelalter I, Tubinga 1948, pp. 238-43. Ulderico Vicentini

ECCLESIA. - Rivista mensile illustrata (Città del Vaticano). Promossa dall'Ufficio informazioni costituito per la ricerca di notizie sui prigionieri di guerra e per il loro collegamento con le proprie famiglie, apparve (sett. del 1942) come dovereaa testimonianza della carità del Papa. Al documentario fotografico e statistico associò l'informazione vaticana, e la constatazione dell'opera della Chiesa nei documenti storici. Diede anche posto alla letteratura d'ogni lingua, rimanendo tuttavia argomento precipuo il panorama della carità esercitata verso le vittime del conflitto, a commento di relazioni e fotografie che l'Ufficio e Segreteria di Stato inviavano. Per l'intera durata della guerra coordinò cosi un complesso materiale informativo di prima mano, facendosi portavoce della S. Sede per tutto ciò che di bene irradiava su infinite miserie.

Nell'immediato dopoguerra, imperniata su sviluppi nuovi, fu il fiorire di varie rubriche ad assicurarne la vitalità. Un orientamento monografico sembrò ad un dato momento prevalere (v., ad es., i numeri di ott.,

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nov., dic. 1945, che rispettivamente svolsero, inquadrandoli in una viva cornice, " Il clero e la guerra ", " Il dolore e la guerra", "Bestitudine cristiana sopra la guerra". Poi la linea della rivista s'è attenuta al programma di documentare la vita cattolica negli avvenimenti più significativi, spaziando anche nella poesia e nell'arte. Notevoli le "Cronache vaticane".
Sint.: U. Pirago, Una sivista: Ecclesia, in L'esucreatore romano della disonnita, 9 genn. 1049. Luigi Hatter

## ECCLESIA EX GENTIBUS, EX CIRCUMCISIONE; v. CRIESA.

ECCLESIASTE. - Quarto dei libri didattici del Vecchio Testamento, in 12 capitoli, "capolavoro filosofico di satira, d'ironia, di buon senso e, checché ne sembri e possa dirsi, di religione e vera pietà" (Busy). Nel canone ebraico fa parte dei kethibhîm o "scritti", ed è il quarto dei 5 "volumi" o méghilî̄̄li, che nella liturgia giudeica si legge nella festa dei Tabernacoli (v.). Nella versione greca dei Settanta e nel canone sancito dal Concilio di Trento (v. volGATA), è tra i libri poetici o sapienziali, come già presso i Padri, che con i Proverbi e il Cantico lo attribuiscono a Salomone (s. Girolamo, Comm. in Eccle., 1, 1: PL 23, 1063).

Il titolo, che nel testo (Eccle. 1, 1 sg. 12, ecc.) concerne non il libro ma l'autore, è la traduzione greca dell'ebraico Qäheleth (denominativo di qähäl = "essemblea "), "uomo d'assemblea", l'oratore o il predicatore per eccellenza (cf. ibid., 12,9); participio femminile, forma usata per i nomi d'ufficio di dignità (cf. Esd. 2, 53, 57; I Par. 4, 8; 7, 8; W. Gesenius-E. Kautzsch, Hebrateche Grammatik, 28 ed., Lipsia 1909, § 122 r; P. Jolion, Sur le nom de Qahéleth, in Biblion, 2 [1921], p. 33 sg.).

Fino al sec. xix, nonostante il tentativo di H. Grotius ( 1644 ), giudei a cristiani lo ritennero scritto da Salomone (cf. s. Girolamo, loc. cit. a 1, 12: PL 23, 1072 sg.; tra i recenti E. Philippe, s. v. in DB, II, coll. 1239-41). Attualmente tutti ne rimettono la composizione ad una epoca sensibilmente inferiore al ritorno dall'esilio, tra il 332 e la persecuzione di Antisco Epifano (175-64 a. C.); probabilmente ca. il 200 a. C., prima dell'Escleziastica (contro N. Peters, in Biblische Zeitschrilt, 1 [1903], pp. 47-54, 129-32). Lo esigono gli ammalami, la decadenza della sintassi, "vocaboli o costruiti di un'età assai tardiva, che formano come la transizione fra l'ebraico dell'età classica e quello del Talmud" (Vaccari).

Che il dotto scriba, un giudeo (Eccle. 4, 17; 8, 10), autore dell' E, si presenti come figlio di David, re di Gerusalemme (ibid., 1, 1 sg. 12 15, ecc. ; donde si deducea trattarsi di Salomone), è per i più un semplice caso di pseudepigrafia, per cui si attribuisce lo scritto didattico ad un uomo illustre, per dargli maggiore importanza; o ancor meglio "un semplice espediente di esecupificazione o di comunicazione retorica" (Vaccari), dato che manca un riferimento netto a Salomone, come invece l'abbiamo in Sup.; e si it titolo di re che si dà l'autore, può essere un titolo accademico ai pari del nome Qäheleth" (Vaccari). Inoltre, la deplorazione della tirannide regia e delle oppressioni dei sudditi, frequenti nell'E. (Eccle. 3, 16; 4, 1: 5, 7; 8, 9; 10, 5-7, ecc.), come altre allusioni storiche (cf. ibid., 12, 13), non convengono alla persona, al regno, al tempo di Salomone.

Non furono sollevati dubbi circa l'ispirazione e la canonicità dell' E., se si escludono alcune discussioni rabbiniche verso la fine del sec. I d. C. e la negazione di Teodoro di Mapeustria (PG 66. 697), condannata dal Concilio di Costantinopoli (cf. L. Pirot, L'oeuvre eségétique ed Théod. de Mops., Roma 1913, p. 159 sgg.).
L'E. è un trattato di morale pratica sulla felicità. Si è troppo parlato di pessimismo, di scetticismo nei numerosissimi commentari (cf. L. Bigot, s. v. in DThC, IV, coll. 2015-22), quasi l'E. sostenga al riguardo una sozione negativa: tutto è vano ed inutile, è impossibile essere felici. Tale misconoscimento pregiudiziale ha influito sull'esegesi dell'intero libretto, non facilitando certo la comprensione delle pericopi più difficili. Il
qäheleth è un acuto osservatore, il quale più che al ragionamento s'affida all'esperienza, alla profonda disamina della vita privata e sociale. E colpito dall'affannarsi degli uomini, dei loro sforzi, compiuti nelle varie contingenze, per raggiungere lo loro méte, a tutti i costi, logorandosi, mentre tutto è caduco. L'esperienza dimostra la vanità e il danno di tali eccessi; sforzi invariabilmente infruttuosi che non raggiungono lo scopo. L'autore vede in questo dinamismo l'umanio principale alla felicità. Prima perciò di esporre dove essa si trovi, e come acquistarla, si forma ad additare dove è vano cercarla. Causa del nostro tormento non è la vita, l'impossibilità di esser felici, ma solo lo srolido affannarci a cercare la felicità dove non si trova. L'E. condanna lo sforzo continuo, l'eccesso della ricerca, qualunque ne sia l'oggetto: la sapienza (Eccle. 2, 11. 13; cf. De inci. Christi, 1, 1-2), il piacere e le ricchezze (Eccle. 4, 8; 3, 11), il lavoro (ibid., 2, 23; 3.9), il desiderio di cambiare il corso della Provvidenza o degli eventi umani o della società, di superare le avversità degli uomini, le varie preoccupazioni che avvelenano la breve vita terrestre (ibid., 7.6 sg .; 8, 16).
L'E. insiste sulla condanna di ogni sforzo, ne fa risaltare la piena vanità e la conseguente insoddisfazione dell'animo, per sottolineare e celebrare con maggiore efficacia la via maestra del giusto mezzo, che sola conduce alla felicità. L'E. insegna che la vita è buona ed offre una felicità vera, che soddisfa realmente l'aspirazione naturale del nostro animo. Basta saper vivere e fruire con saggio equilibrio e con moderazione dei beni naturali che Dio elargisce: beni del lavoro normale e dell'agiatezza, soddisfazioni che provengono dalla famiglia e dalla società. Questo felicità eccessibile a tutti è dono di Dio (Eccle. 2, 24 sg.; 3. 12 sg.; 5. 17-19; 11, 7-10). "Il Qäheleth dunque non è un pessimista, perché crede alla felicità e ci insegna i mezzi per raggiungerla (ibid., 11, 1-6 sgg.); non è un asso perché crede in Dio e nella Provvidenza (ibid., 1, 4-11. 13; 3, 1-8. 11. 14. 17.; 6, 2-10; 7, 13; 8, 12; 11, 9; 12, 14); non è un epicureo: accetta la felicità, ne gode come dono concorso da Dio (ibid., 2, 1-11; 7, 15; ecc.); non è un materialista, perché crede all'oltretomba ed all'immortalità (ibid., 3, 11; 8, 12; 9, 10; 11, 9; 12, 13); non è un determinista, perché la nostra felicità e tante altre cose dipendono da noi (ibid., 4, 13; 7, 8); non un egoista, perché ha il senso della giustizia (ibid., 2, 26; 3, 16 sgg.; 8, 5 sgg.; 11, 13); non è uno scettico, perché toda la Sapienza (ibid., 3, 10-12; 9, 16 sg. 18) ed ha una dottrina sicura su Dio e sulla vita (ibid., 3, 10-17; ecc.). Questa morale del giusto mezzo, infine, non è mediocre, volgare, borghese; la eleva, infatti, la tra