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 strutture fu il prof. Dr. Biagio delle Scuole Cristiane, al secolo Stefano Senaglia (1861-1915). In un Convegno tenuto a Roma nei giorni 5-8 ott. 1905 da numerose Associazioni sportive cattoliche, dopo aver tenuto un saggio alla presenza del S. Pedro Pio X nel cortile del Belvedere in Vaticano, venne dato mandato al comitato organizzatore delle manifestazione, di dirigere "pro tempore» le Associazioni sportive cattoliche procurando un ben inteso accorde con la preesistente Federazione Ginnastica Nazionale. Resi vani gli sforzi di accordo, il Consiglio Superiore della Società della Gioventù Cattolica Italiana, come s'è detto, diede vita alla F.A.S.C.I. definendo la sua sede in Roma, assicurandogli un contributo annuo di L. 3000 (tremila), ammonendo che le associazioni aderenti avrebbero dovuto essere apertamente cattoliche e che il Consiglio Direttivo Centrale venisse costituito da nove membri eletti dal Consiglio Superiore della Gioventù Cattolica Italiana a nove eletti dalle Associazioni aderenti.

Lo Statuto della F.A.S.C.I. venne formolato al Convegno Sportivo Cattolico di Oropa il 23 ag. 1906. Al 13 marzo 1907 risultano federate 21 società sportive. Il primo presidente conte Mario di Carpegna viene eletto il 15 marzo 1907 e rimane in carica fino al 1922, passandone in seguito le consegne all'avv. Cesare Osaloni che vi rimane fino allo scioglimento della F.A.S.C.I. stessa. Il presidente generale della Gioventù Cattolica Italiana viene nominato presidente onorario. La F.A.S.C.I. ade-

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ricee quindl alla Unione internazionale delle Opere Cattoliche di educazione fisica con sede in Parigi, della quale il conte di Carpegna fu nominato presidente onorario.

Organo della F.A.S.C.I. fu il periodico sportivo hnmentale, ufficiale per gli atti federali: Stadium, fondato nel 1906 ed edito a Roma (Via della Scrofa, 70) presso la sede della F.A.S.C.I.

Ogni anno la F.A.S.C.I. convocava a Roma in genere il Convegno nazionale delle Associazioni federate per discutere i problemi e le quesironi inerenti all'organizzazione e per le elezioni a nomine, fissate per ogni triennio.

Per dieci anni, cioil fino alla guerra del ' 13 -' 18 , fu un susseguirsi di gare e convegni e concorsi regionali nazionali e internazionali. Memorabile quello in Vaticano, e quello del 1913 con la partecipazione di più di scimila ginnazi, gli particolare risalto poi, dopo la guerra, quello del ' 21 in occasione del cinquantenario della Società della Cioventú Cattolica Italiana.

In unione alla Società della Cioventù Cattolica Italiuna promuove il 17 genn. 1916 la costituzione dell'A.S.C.I (Associazione Scouristica Cattolica Italiana) ed il proprio presidente conte Mario di Carpegna ne è il primo Commissario Centrale.

La Bandiera della F.A.S.C.I., che si conserva tuttora (1930) presso la Presidenza Centrale del Centro Sportivo Italiuno (Via Conciliazione 1, Roma), è bianco ed è sormontata dal distintivo della F.A.S.C.I. stessa, rappresentante una corona d'alloro che sorregge due fasci struschi utilizzati.

La F.A.S.C.I. nella sua attività editoriale pubblicò moltissimi manualerii pratici, seguendo una tecnica severa e completa.

- La finalità della F.A.S.C.I., che erano state sinte. tizzate nella seguente espressione: riunire tutte le forze ginnastiche e sportive italiane, tutelarne l'interesse, servire di legame tra le medesime e promuovere la sora educazione fisica, non disgiunta da quella religiosa a morale, trovarono un ostacolo, a partire dal 1923, a seguito della creazione dell'Ente Nazionale per l'Educazione Fisica, fatta con il decreto n. 684: e poi con la costituzione del. l'Opera Nazionale Balilla per l'assistenza ed educazione fisica e morale della gioventù (legge 3 apr. 1926, n. 2247), da parte del governo fascista. Dapprima una persecuzione subdola, poi aperta e infine violenta (molte furono le aggressioni agli sportivi cattolici e la devastazione di sedi) resa praticamente impossibile l'attirita della F.A.S.C.I.

Davanti a questa impossibilitá c. non potendo garantire la incolumita dei suoi federati, la presidenza della F.A.S.C.I., il 24 apr. 1927, ordinato lo scioglimento della Federazione, lasciando libere le sue Associazioni di aderire a meno alle singole federazioni del C.O.N.I. Nel 1944, dopo la liberazione di Roma, la Presidenza Centrale della Gioventù Italiana di Azione Cattolica dava vita al C.S.I. (Centro Sportivo Italiano); riprendeva vita cosi con altre forme e strutture l'antica F.A.S.C.I.

Eracsto Talentino
FEDERAZIONE ASSOCIAZIONI TEATRO EDUCATIVO (F.A.T.E.). - Ne fu deliberata la costituzione nel 1910 a Roma dal Consiglio superiore della Società della Gioventù Cattolica Italiana e costituita all'inizio del 191: in una assemblea dei cultori del teatro maschile nella sala del circolo "Religione e patria". Presidente dalla costituzione fino allo scioglimento il comm. prof. Vincenzo Prinzivalli.

Scopo: quello di svolgere un'opera parallela ai Cir coli giovanili nel campo teatrale. In quindici anni di vita promosse vari concorsi di filodrammatiche cattoliche, di scrittori "pro teatro educativo", culminando nella partecipazione alla commemorazione del 25^{°} di fondazione della Società della Cioventù Cattolica Italiana con concorso a premi. Un rappresentante della F.A.T.E. era membro di diritto del Consiglio superiore della Cioventú cattolica. Organo della P.A.T.E., a carattere nazionale, era il periodico mensile illustrato, edito a Roma, Teatro nostro, che ebbe vita nel 1911, ereditando il periodico edito prima a Vicenza Teatro onnica e sport. Direttore lo stesso presidente della F.A.T.E. Sospese le pubblicazioninel 1923.

La F.A.T.E. ha cessato la sua attività nel 1926, costretta a ciò dalle disposizioni emanate dal Partito nazionale fascista che creava quale unico ente ricreativo I'O.N.D. (Opera nazionale dopolavoro). Emesto Talentino

FEDERAZIONE TRA LE ASSOCIAZIONI DEL CLERO IN ITALIA (F.A.C.I.). - Variamente tentato fin dal principio di questo secolo con movimenti di singole diocesi italiane (p. es., Bologna, Torino, Sicilia) che volevano difendere il clero e i suoi interessi dagli attacchi della massoneria, la F.A.C.I. prese definitivamente vita nel 1917, per opera di un gruppo di sacerdoti senesi i quali, dietro la guida del card. P. Maffi e di mons. P. Scaccia, arcivescovo di Siena, riunirono in una unica associazione tutte le energie disperse nelle varie diocesi d'Italia.

Il primo congresso della F.A.C.I., al quale giunse l'approvazione del S. Padre, ebbe luogo a Pisa nell'orr. 1917; vi fu eletto presidente della Federazione mons. Condio, rappresentante delle diocesi di Torino. Propulsore ed anima della F.A.C.I. al suo sorgere fu il vicepresidente, mons. Nazareno Orlandi di Siena.

I primi interventi della F.A.C.I. a difesa del clero e degli istituti ecclesiastici si ebbero, immediatamente dopo la sua fondazione, con la latte contro il decreto Sacchi, a difesa dei beni ecclesiastici; interventi che riuscirono tutti vittoriosi. Gli anni successivi alla guerra mondiale furono altri anni di latte tenaci in cui la F.A.C.I. tentò di provvedere di più convenienti mezzi economici tutto il clero e riusci a ottenere dal Tesoro di Stato notevoli somme che ogni anno con passate al fondo per il culto per l'aumento della congrua.

Altri provvedimenti furono presi dopo i Congressi di Napoli del 1919 e di Bologna del 1921, per alleggerire il clero da preazioni fiscali, sindacali, e per la riforma della legislazione ecclesiastica. Negli ultimi tempi sorsero per iniziativa della F.A.C.I. varie opere assistenziali: un sanatorio per il clero a Vigne d'Arco nel Trentino, due padiglioni per i sacerdoti emmalati (Bisceglie [Bari], Venezia), una società di assicurazione, due case di cura e di riposo (Montecatini e Marina di Massa), convenzioni con diversi Istituti per ottenere le maggiori facilitazioni ai sacerdoti.

Il Congresso della Federazione si riunisce ogni due anni. Inoltre la F.A.C.I. pubblica un suo bollettino mensile, dal 1919, con il titolo di Bollettino ufficiale della F.A.C.I.; dal 1924 con il titolo di L'amico del clero.

Boc.: F.A.C.I., Richiami alla sua opera e alle istituzioni me nel primo centennio della ma fondazione, Siena 1936.

Costanza Pasquali
FEDERAZIONE UNIVERSITARIA GATTOLICA ITALIANA (F.U.C.I.). - Il titolo stesso di federazione dice una colleganza di enti che hanno comunanza di scopi ed omogeneità di associati.

I circoli universitari compaiono per tempo nell'Azione Cattolica. Ne sorse uno a Pavia, e fu tra i primi (1874), durante l'episcopato di mons. Parocchi e sotto il suo successore mons. Riboldi, e ne fece parte anche il b. Contardo Ferrini; altri poi ne sorsero, sotto vari nomi, a Milano, a Genova, a Bologna e anche a Roma, dove fu scelto per partono s. Sebastiano, e finalmente a Napoli, Catania e Palermo.

Nel progressivo svilupparsi dell'Opera dei Congressi, sotto la presidenza Paganuzzi, si sentì il bisogno di organizzare e federare queste forze studentasche che davano tanto da sperare per l'Azione Cattolica.

Si fecero allora promotori di una Federazione dei Circoli Universitari, prima di tutto il prof. G. Toniolo, che già nella città di Pisa radunava spesso in casa sua gli amici studenti, a poi il giovane Peppino Micheli di Parma, animatore e preside della sua "Giovane Montagna ", d. Romolo Murri a Roma, che in quel tempo raccoglieva attorno a sé i giovani

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suoi primi aderenti, ed anche il barone Luigi De Mattheis di Napoli, vice presidente generale dell'Opera dei Congressi.

L'occasione all'attuazione del disegno fu l'XI Congresso Cattolica Italiano, che nel 1896 si doveva adunare a Fiesole con ottime prospettive di riereglio operoso in tutta la Toscana; ed infatti, dopo breve discussione nella sezione competente, la fondazione della F.U.C.I. fu deliberata a ne dette l'annuncio il domenicano p. Antonio Luddi, noto oratore sacro, con discorsi di saluto e commenti di G. Toniolo, di Paganuzzi, di d. Murri a di Micheli. La federazione risultava di una discina di circoli, ed ebbe per primo suo presidente il barone Luigi De Mattheis.

Le file si ingrossarono rapidamente. I primi frutti palesi si ebbero nel 1899 quando, celebrandosi a Como il centenario della invenzione della pila A. Volta con un Congresso scientifico, per iniziativa di G. Toniolo, questi si trovò circondato di giovani studenti universitari d'ogni parte d'Italia che gli furono di preziosa collaborazione.

Ma la manifestazione più solenne e clamorosa la si ebbe l'anno seguente 1900 , anno santo, quando la F.U.C.I. fu in grado di promuovere un Congresso universitario internazionale a Roma, magnifica adunata a cui parteciparono larghe delegazioni estere insieme a professori a scienzati di chiara fama. I giovani studenti cattolici ebbero significative manifestazioni di simpatia da parte del papa novantenne, Leone XIII, e da parte di tutto l'elemento culturale. Affiorano alla cronaca di quei giorni i nomi di Angelo Mauri, di Giulio De Rossi, poi sacerdote, di Paolo Arcari, di Domenico Russo, di Antonio Boggiano, di Lodovico Necchi, di D. Carlo Sonnenshein e di M. Saugner, che lasciarono nell'Azione Cattolica orme assai distinte.

Alla presidenza del barone De Mattheis successe, in quel tempo, quella di Angelo Mauri di Milano, brillante ingegno, sul quale i dirigenti fondavano noce speranze. Se non che tutto l'Azione Cattolica, dopo qualche anno, cadde in crisi, e con lo scioglimento dell'Opera dei Congressi (1904) anche la F.U.C.I., per quanto non direttamente colpita, ebbe a soffrire una stasi. La quale per altro fu breve. Ben presto un fresco gruppo di studenti di varie università riprese vigore, a sotto la guida di Mario Augusto Martini di Firenze ricostituil l'organismo centrale, presentandosi filisimente a S. S. Pio X che le benedisse. Anche il problema dell'assistenza ecclesiastica fu risolto con mezzi propri, venendo sediamato a Milano, a tale ufficio, il giovane prete laureato in legge d. Giandomenico Pini, a cui il card. Ferrari, arcivescovo, fu largo di incoraggiamenti.

La F.U.C.I. aveva cosi ritrovato la sua via, che percorse senza paure con la sigla sociale F.S.P. (Fides, Scientia, Patris) e con la più schietta adesione al Romano Pontefice.

Non fu per altro senza difficoltà questo secondo periodo: ma la buone volontà vinse tutti gli ostacoli, grazie specialmente ai valorosi presidenti federali a grazie, più di tutto, alla propaganda di d. Pini, che immediatei per vari anni il suo apostolato con quello per i giovani studenti. Alla F.U.C.I. guardò con occhio trepido, ma benevolo, Pio X, auspicandone l'immunità dai moderni errori; ad essa dette prove di grande affetto, durante la guerra mondiale, Benedetto XV, che rivendicava anche per sé l'appartenenza ad un circolo universitario (quello di Genova) : alla F.U.C.I. dette attestati eloquenti Pio XI, nel riordinare tutta l'Azione Cattolica, legittimando anche il ramo femminile e soprattutto nominando presidente generale Igino Righetti, con mons. G. B. Montini per assistente (1927), essendo passato mons. Pini all'assistenza generale della Gioventú Cattolica.

Sotto la presidenza Righetti, la F.U.C.I. ebbe periodi di floridezza a periodi di prova: da ricordarsi il Congresso di Macerata, osteggiato dai fascisti, e le giornate vessatorie del 1931, che furono tali per tutta l'Azione Cattolica.

La quiete non tardò molto a ritornare, e con essa la ripresa. Nel 1932, un Congresso nazionale tenuto a Cagliari rivelò la rinnovata vitalità di questa organizzazione,
con il suo carattere inconfondibile, fatto di perfetta letizia e al tempo stesso di serio indirizzo culturale e religioso.

Dopo il Congresso di Trento (1934), il suo presidente generale Igino Righetti, autore del movimento laureati, cedette il comando, tenuto per nove anni, a Giovanni Ambrosetti di Verona (a mons. Montini era successo nel 1933, come assistente centrale, mons. G. Anichini), e dopo di lui, chiamato alle armi, subentrò il dott. Aldo Moro, che alla sua volta ebbe per successore, nel 1942, Giulio Andreotti.

Le dure prove della seconda guerra mondiale, se rallentarono alquanto l'azione fucina, non riuscirono tuttavia ad arrestarla; tantochè, nel 1944, appena attenuato il fragore delle armi, la F.U.C.I. poté raccogliere le file sotto un nuovo presidente che fu Ivo Murgia.

Nei nuovi statuti dell'Azione Cattolica, la F.U.C.I. su maschile che femminile, ebbe il suo definitivo ordinamento a carattere diocesano a delineare lo scopo della formazione degli studenti di scuola superiore.

Nel 1946, si celebrò il cinquantesimo anno di vita della F.U.C.I. a furono chiamati a raccolto i vecchi e i nuovi fucini nel luogo di origine. a Fiesole, dove nel suggestivo teatro romano si svolse la celebrazione, che fu detta la festa delle fedeltà.

Negli ultimi anni, la presidenta passò da Ivo Murgia a Carlo Moro e da questi a Romolo Pietrobelli, segnando sempre nuovi avanzamenti sia nella parte organizzativa che culturale.

Il più recente Congresso nasionale (XXX della serie) si tenne a Genova, nel Teatro Carlo Felice ( 36 sati 1949), con la partecipazione di duemila congressisti universitari e del presidente generale del Mouvement International Etudiantes Catholiques (M.I.E.C.) Pau Romana, a cui la F.U.C.I. è collocata - Vedi tav. LXXIV.

Bim.: Atti del XI Congresso Cattolico Italiano, Padova 1807; G. B. Montini, Azione Cattolica Universitaria, Roma 1920; G. P. Dore, D. G. D. Pini, Todi 1036; G. Anichini, Cimento anni di vita della Foci, Roma 1073; G. B. Scaglia, Associazione universitaria di A. C., ivi 1038; A. Boiotti, Igino Righetti, ivi 1930; C. Moro, L'Azione Cattolica Universitaria, ivi 1030; Azione Fucina, periodico; Ricerca, periodico; Studium, periodica; L. attività della Foci, moderni (Studium).

FEDERICI, Giacomo. - Dottore e professore bolognese di teologia e di diritto, m. a Trieste l'8 sett. 1652.

Nel De electione et potestate praelaturum et aliorum officialium regularium tractatus (Bologna 1623) raccolto tutto il materiale teologico e giuridico, come pure le sentenze della S. Romana Rota su questo argomento. Fattosi minore cappuccino, ottenne da Urbano VIII di ripubblicare l'opera (Bologna 1626 e Milano 1628 ?), con il nome da religioso Sigismondo da Bologna. Ma i superiori maggiori il 30 apr. 1628 riprovarono alcune sue interpretazioni della legislazione e della pratica dell'Ordine. Fu predicatore e giardiano.

Bim.: G. A. Bumoldi, Misericata Romanissima italiana, Bologna 1641, p. 214; Michael a Tupai, Ballerina Ordinis Min. Capuccinorum, II, Roma 1743, pp. 230-31; Ballarii Ordinis reentum, in Analecta Ordinis Min. Capuccinorum, o (1823), p. 183, p. 821; Melghior e Pobladora, Historia generalis Ordinis Min. Capuccinorum, parte 2*, I, Roma 1948, pp. 118-19; Donato da S. Giovanni in Persicua, Biblioteca dei Frati Min. Cappuccini della provincia di Bologna, Bologna 1940, pp. 276-77.

## Ilarino da Milano

FEDERICO V, elettore Palatino, re di Boemia. N. il 26 ag. 1596, m. il 29 nov. 1632. Rafforzò la sua posizione europea sposando Elisabetta figlia di Giacomo I d'Inghilterra (1613). Nel 2619 accettò la corona di Boemia, onde l'accanita lotta contro gli Asburgo, nella quale fu sconfitto alla battaglia della Montagna Bianca presso Progs (nov. 1620). La Boemia ritornò così nell'orbita della "controriforma"; d'altronde la politica di F. quale capo dell'unione evangelica gli aveva alienato la simpatia delle popolazioni. Dopo la sconfitta F. fuggì in Gianda sperando invano di ritornare sul trono. M. a Magonza.

Bim.: E. Précin-V. L. Tapié, Le XVIIr siècle, 2* ed., Pariei 1940, cap. 3 e bibl. ivi citata.

Massimo Petrocchi

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FEDERICO di Gesc (Joannes Martin SchellHobn). - Teologo, n. il 6 nov. 1721 a Monaco di Baviera, m. il 16 ott. 1788 a Auguata. Il 24 maggio 1731 fece la professione religiosa fra i Carmelitani Scalai, inseguio diritto canonico nei collegi dell'Occdine ed in seguito teologia ed esegesi a fu eccellente predicatore. Diverse volte fu priore e provinciale di Baviera.

Scrisse: Quaestiones sacrae in utilitatem contionatorum explanatae (Augusta 1774); Univerza theologia moralis tripartita (ivi 1780); Lexicon Scripturisticum (ivi 1782); Lexicon theologicum (ivi 1784).

Bra. Hurst, V. col. 514; Henrices. Colletio Scriptor. C. D., II. Savona 1884, p. 221 . Ambrogio di Santa Teresa

FEDERICO I Barbarossa, IMPERATORE. - Nipote di Corrado III, fondatore della potenza del ducato avevo, figlio di Federico di Svevia e della bavarese Giuditta, sorella di Enrico il Superbo, salì al trono il 4 marzo 1152. Ebbe dalla sua volontà e dalla sorte il merito, chiudendo la lunga crisi del potere imperiale, di riunire in se entrambi i rami dell'imperialismo tedesco, congiungendo nel parentado, come poi nell'asione politica, casa di Franconia e casa giulfa, riportando a cauta il principio e la forza dell'Impero.

La sua stessa ascesa al trono significò la rinnovata presa di posizione dello Stato feudale germanico contro le tecerezia romana e il definitivo staccarsi dell'Impero dai tradizionali rapporti che Carlomagno e Ottone I avevano consacrato con la Chiesa di Roma e che, al termine della prima fase della lotta delle investiture, il Concordato di Worms aveva riconfermati. Dai primi atti di governo (concessione della Baviera allo zio Enrico il Leone, ripresa dell'influenza regia nelle elezioni episcopali) F. dà chieri segni della via che avrebbe percorso senza mai deflettere. Accertati, nella sua mente, la posizione, nell'Impero, dell'Italia, ove vede il campo delle discordie comunali come la migliore garanzia di una riaffermazione nella penisola del potere imperiale. Ic crisi vasta a profonda del potere pontificio, giunto, al tempo di Eugenio III, ad un momento di incertezza e di scontento delle vie fino allora perseguite, gli spena la possibilità di non tenere lo stesso conto dei suoi predecessori del potere della Chiesa di Roma. E la via del Massagionto, con la ripresa della politica degli Ottoni, gli si rispliva, nell'auspicata impossibilità di accordo, contro l'Impero, di papato e Comuni. In Roma stessa, la parola accesa di Arnaldo da Brescia, con il rifiuto e il nuovo rigoglio della mai spente tradizioni imperiali, gli davano la speranza di poter contare anche sull'appoggio del popolo romano contro il Pontefice. E, d'altra parte, proprio il Pontefice, nel momento della più sopra iuto con il Comune romano, si faceva auspice di una alleanza con F. (Patto di Costanza, del 1153), offrendogli la corona imperiale contro l'assoggettamento di Roma e l'abbattimento della potenza normanna.

Non diversamente, i Comuni dall'alta Italia, tratri dell'esprezza delle loro lotte, si facevano essi stessi e richiedere, l'un contro l'altro, l'intervento imperiale : cosi Lodi e Como contro Milano, accerchiata da potenti inimicizia. E il fatale dissidio si disegnava: tra l'universalismo dell'Impero e il particolarismo delle autonomie cittadine, senza peraltro che i due universalismi (Impero a Chiesa) potessero giungere ad un sincero accordo, per la ripresa di una rivalita ormai secolare e che avrebbe portato alla seconda fase dell'urto grandioso.

Ortobre 1154: F. scende in Italia, assume la corona regia in Pavia, accetta la soggezione dei feudatari del Monferrato e dei Comuni della comunitaria antimileneve. Ma il Comune dominante è Milano, e, appunto perché le sue rivali si rivolgono al re tedesco, essa gli si volge contro. In quella sua prima ora italiana, F., pur dopo aver mostrato la sua forza con la distruzione di Tortona, d'Asti, di Chieri, non ha il tempo di regolare i suoi conti con Milano. Più urge il viaggio verso Roma. Nella città, successo ad Eugenio III Adriano IV, la situazione del

Pontefice era assai migliorata: l'interdetto da cui i Romani erano stati colpiti li aveva tratti ad abbandonare al suo destino Arnaldo da Brescia. Ciò reca a rapporti tutt'altro che cordiali tra il re tedesco e il Pontefice. L'interesse attenua la diffidenza: F. sacrifica Arnaldo e riceve, in S. Pietro, il 10 giugno 1155 , la corona imperiale. Ma intorno l'andimentoso combattere dei Romani, uniti contro l'Imperatore in uno dei più memorabili episodi di resistenza e di lotta della storia della città, stremando le forze dell'esercito tedesco, costringe F. al rapido ritorno in Germania.

Se la prima discesa in Italia non aveva sortito che un effetto formale, con la contrastata incerconazione in S. Pietro, mentre lasciare isidine l'animo deluso del Pontefice a ricercare piuttosto il necessario equilibrio, la sicurezza e la pace nell'accordo con i Normanni, in Germania, con abilità e con fortuna, F. può, sia pur molto concedendo ai grandi vassalli, stabilire le basi di un saldo potere personale. La Borgogna è congiunta ai domini imperiali per il matrimonio di F. con Beatrice. Ma alla calma che subentrava nel Regno tedesco, faceva riscontro lo stato di agitazione dell'Italia, ormai considerato come la prima terra dell'Impero, e particolarmente della Lombardia. F., quando scende di nuovo in Italia nel 1158 , era già in urto violento non solo contro le autonomie cittadine, ma contro la Chiesa romana, animata dallo spirito di iniziative del card. Rolando Bandinelli, che sarebbe poi stato, come da pontefice (Alessandro III), il più fiero antagonista dell'Imperatore.

In Lombardia, Milano esce faccata, nel sett. del 1158, dalle scontro diretto, questa volta, con F. Ed a nov. questi può radunare, sui piani di Roncaglia, la più famosa delle sue diete: e, nella Constituita de regaliberi, rivendicare all'Impero tutti i diritti sovrani usurpati da vassalli e da Comuni. Ma tali rivendicazioni imperiali, anche se accolte in linea di principio dalle varie parti in causa, non potevano con tradursi in formci punti di dissensione, quando avessero dovuto applicarsi nella realtà. V'era, alla base, d'altra parte, non un'abolizione, ma un riconoscimento delle costituzioni comunali, pur con il chiaro sottoporsi all'Impero quanto alla nomina delle magistrature. Ma appena l'opera dei podestà imperiali, nominati per effetto delle decisioni di Roncaglia, si riferis arbitraria prepotenza, la rivolta scoppiò, per prima, a Milano ed in Genova.

Già Adriano IV, e poi il neo eletto Alessandro III, abbandonano palesemente l'Imperatore, facendo causa comune con le città ribelli. A riequilibrare la sua posizione, F. non trova altro che portare lo scisma nel seno stesso della Chiesa, grazie all'elezione, contro Alessandro, di Vittore IV (Ottaviano di Monticelli), ciò che lo porta ad immergersi sempre più nella materia religiosa, con la convocazione di un Concilio a Pavia, dove Alessandro III non si recò. E dopo il Concilio che F., distrutta Crema, antemurale di Milano, si rivolge nuovamente contro questa ultima e la prende per fame, dopo un assedio di tre anni, nella primavera del 1163. Questa volta le mura e le torri sono abbattute, saccheggiati i quartieri della città, dispersi i cittadini. Dietro la rabbia teutonica, l'odio delle città rivali (Lodi, Pavia, Como, Cremona, Novara) poteva finalmente trionfare.

Con la distruzione di Milano e l'aspra crisi che travaglia il potere papale, mentre lo scisma di Vittore continua con Pasquale III, F. raggiungeva il momento della sua maggior potenza. Grandi disegni ancor volgeva nell'anima: la restaurazione del potere imperiale egli la vedeva nel definitivo predominio in Roma e nella soggezione del Pontefice, nell'ulteriore allargamento territoriale nel nord e nel centro d'Europa, nella ripassa della politica orientale degli Ottoni. Aveva già posto le mani sui beni della contestata eredità matildina, con un atto di forza che la Chiesa non avrebbe dimenticato. Aveva, dall'antipapa Pasquale, voluto la canonizzazione, a gloria dell'autorità imperiale, di Carlomagno. Contro Alessandro III, reduce dall'esilio in Francia, rivolge il

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suo sforzo di guerra : e riesce ad insediarsi a Roma, e nella stessa Basilica Vaticana, in cui installa, fuggito il Papa legittimo presso i Normanni, l'antipapa, nuovamente ricevendone la corona imperiale. Ma ancora una volta la resistenza non doma e un'epidemia scoppiata fra le sue truppe lo traggono a riprendere il cammino d'oltraipi, mentre vede, intorno a sé, crollare quel disegno di restaurazione del potere dell'Impero che aveva tenacemente perseguito.

Sulla rivolta serpeggiante delle città della piana padana stende la sua influenza Bisanzio, con il tramite di Venezia: Verona ai pone a capo della lega, cui aderiscono i Comuni lombardi. A Pontida, il 7 apr. del 1167 , si decide la ricostruzione di Milano e la lotta a oltranza dei Comuni per la loro libertà, mentre si acclama a capo della lega stessa Alessandro III e in suo onore si dà il nome di Alessandria ad una città nuova, fatta sorgere alla confluenza della Trebbia e del Tanaro. Il partito ecclesiastico rialza il capo anche in Germania; i grandi feudatari non son più solidali con l'Imperatore, divisi da lui dalla politica italiana.

Nel 1174 F. scende per la terza volta nella penisola, pone invano l'assedio ad Alessandria e, dopo una serie di scontri e di tentativi di pace, viene battuto a Legnano, il 29 maggio 1176, dalle forze dei liberi Comuni. Solo a gran stento F. può rifugiarsi a Pavia.

L'anno dopo Legnano, il 21 luglio 1177, a Venezia, l'Imperatore e il Pontefice si accordavano e si stabiliva con i Comuni una tregua decennale. Costretto a ritornare immediatamente in Germania dal tramutarsi in aperta rivolta dell'atteggiamento di Enrico il Leone, riesce a sconfiggerlo, dando il crollo alla potenza della casa guelfa. E, ancora una volta, la grande idea dell'Impero universale lo riassorbe, tentando con Lucio III quanto non gli era riuscito con Alessandro, frattanto morto. Nel 1183, a Costanza, venivano confermati i termini dell'accordo di Venezia, stabilendosi la pace fra i Comuni e l'Impero. Il grande lottatore pareva ormai, presso al tramonto, tratto ad abbandonare la sua politica italiana, quando, con un gesto di abilissima politica matrimoniale, egli riusciva ad innestare l'autorità italiana dell'Impero nella ben più reale potenza dei Normanni, unendo in matrimonio il figlio Enrico con l'erede del Regno di Sicilia, Costanza d'Altavilla.

Nel 1187 Gerusalemme ricadeva in mano degli infedeli : nel mondo cristiano si avviavano spiriti e forze per una nuova Crociata. Solo questo impediva l'ulteriore recrudescenza di una lotta, che avrebbe avuto un carattere di violenza non inferiore al passato. Ma la vita dell'Imperatore volgeva ormai al suo termine: il 10 giugno 1190 egli moriva sulla via di Terra Santa, in Cilicia, annegato nel fiume Salet. Il chiudersi dell'attività di F. quale crociato distendeva una luce di pietà religiosa (del resto, mai venutagli meno) sulla sua figura.

Bias.: Fonti: Unione di Firenze, Gesta Friderici I, et Rabevici confirmatio, a cura di G. Waitz, Hannover 1912; Guntherus. Ligurinus sive de rebus gestis imp. Friderici I libri X, FL 212, 227-278; Gottifredi Viterbensis, Gesta Friderici, ed. G. Waitz, in MGH. Scriptores, XXII, pp. 307-34; Historia de espedizione Friderici imp., ed. A. Chroun, Lipsia 1028; Annales S. Petri Erphethogenes et continuationes, ed. O. Holder Egger, Hannover 1899; Chronica Regia Coloniensis, ed. G.H.Petta, in MGH. Scriptores, XVII, p. 723 sgg.; Burcardius Utrbergensis, Chronica, ed. G. Holder Egger e B. v. Simson, Hannover 1916; Gesta di Federico I in Italia, ed. E. Monaci (in Fonti Ist. Stor. Ital.), Roma 1887; Ottone e Acerbo Mortesi, Historia Friderici I (De rebus Loodenitibus), ed. F. Güterbock, Vienna 1930; Gesta Friderici imperatoris in Lombardia, eact. cive Medialonemi, ed. O. Holder Egger, Hannover 1893. Raccolte di atti: Regesta Imperii, ed. Bohmer e Fieher. V e, per le relazioni con il papato, anche Jaffé-Wattenbach. Studi: H. Prutz, Kaiser Friedrich I, Danzica 1871-74; H. Si-
monafold, Jahrbücher des deutschen Reichs unter Friedrich I, Lipsia 1908; K. Hampe, Friedrich Barbarossa n. 2. Nachleder. in Meister d. Politik, Lipsia 1923-24; U. Balconi, Iisclin. Papato - Impera nel sec. XII, Messina 1930; P. Basson, Ilonor Imperii. Die nove Politik Fr. B. 1131-32, Mensea 1940; P. Bressa, Curattori, monumenti e protagonisti dell'azione politica di F. B., in Riv. stor. ital., 47 (1940), pp. 192-205 e 339-68; id., La sciona -inter Regnum et Succribution - al tempo di F. B., in Arch. Dep. rom. st. patr., 83 (1940), pp. 1-98; E. Otto, Fr. Barbarossa, Potsdam 1941; W. Ohmorge, Zu den unrempältinthen Anfängen Fr. B., in Dontzler Archiv. 2 (1942), pp. 13-32; id., Die Rysmopolitik F. B. u. der - Landesverrat - Heuriths d. Lünen, ibid., 6 (1943), pp. 118-20; R. Wahl, Barbarossa, trad. n.. Torino 1945; P. Bressi, Le relazioni tra i Comuni italiani e l'Impero, - Quest. di st. mediet., Como 1946, pp. 385-411.

## 1947. 1948. 1949. 1950. 1951. 1952. 1953. 1954. 1955.

## FEDERICO II, IMPERATORE. - Nipote di Federico Barbarossa e figlio di Enrico VI e di Costanza d'Altavilla, F. di Hohenstaufen, n. a Jesi il 26 dic. 1194, mentre Enrico affrettava le mosse per la compiuta occupazione del Regno di Sicilia. Rimano orfano del padre a soli tre anni, nel 1197, e fanno dopo anche della madre, il rampollo imperiale si trovò a divenire il centro di intrighi d'ogni genere, da parte di feudatari tedeschi, di nobili normanni, siciliani o pugliesi, di legati pontifici e di dignitari della stessa corte palermitana. Sofa, ad insicura, garanzia per la continuità del trono, il testamento di Enrico VI, che riconosceva il Regno di Sicilia come feudo della Chiesa, riconfermato dall'atto estremo di Costanza d'Altavilla, che poneva, morendo, il figlio sotto la tutela di Innocenzo III, proprio nell'ora in cui il grande Pontefice si rivolgeva al ristabilimento della autorità pontificia nell'Italia centrale e meridionale. Era nel disegno di Innocenzo di compere quella che era stata l'abile mossa di Federico I, l'unione, cioè, dell'Impero e del Regno, delle terre di Germania e delle terre già normanne. Sarà contro questo programma del suo tutore, che, come alto signore del Regno di Sicilia, veniva a bilanciare la posizione privilegiata, rispetto al clero, della Germania e dell'Imperatore - programma che sarebbe stato fatto proprio dai continuatori di Innocenzo - che F. II avrebbe tutta la vita tenacemente battegliato.

Per anni ed anni, fino alla precoce proclamazione della sua maggiore età, nel 1208 , in Sicilia e per tutto il Regno si susseguirono le lotte e gli intrighi, dei quali, e dei vari contendenti (Gualtieri di Palear, gran cancelliere ed arcivescovo di Troja, Marcovaldo di Anweiler, Diutpoldo di Hohenburg), F. II fu prigioniero, in senso, a volte, anche fisico. Ne uscì, con uno strappo improvviso e deciso, che a quattordici anni lo trasse ad assumere le supreme responsabilità del potere. Giusto in tempo per opporsi, con l'appoggio del papato, dopo l'uccisione di Filippo di Svevia, re di Germania dalla morte di Enrico VI, al guelfo Ottone di Baviera che, ottenuto l'Impero, si era poi posto contro la naturale sua protettrice, la Chiesa, cercando di sostituirsi, insieme, al papato ed a F. II in Sicilia. La conquista ottoniana era già a buon punto, quando la decisione papale di contrapporlo ad Ottone, facendo superare ad Innocenzo il proposito della disunione dell'Impero dal Regno, sia pure dopo ottenuta da Federico la promessa di S. Germano, di cessione al figlio primogenito del Regno, poneva il giovane sovrano in condizioni di affrontare la lotta per l'Impero in Germania. Più per opera del diretto rivale, Filippo Augusto, Ottone IV era battuto e la sua decadenza segnata. Quello che ne risultava era l'aumento considerevole di prestigio del papato, che Innocenzo III solennemente proclamava nel Concilio del Laterano del 1215.

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RITRATTO DI FENELON, di Joseph Vivien (ca. 1730) - Monaco, Pinscotece.

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Tav. LXXVI
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A 20 anni, F. Il si trovava ad essere re di Sicilia e di Puglia, re di Germania e designato all'Impero, mentre, con la morte del grande Pontefice, ma opprimente tutore, egli poteva sentirsi più libero nei suoi rapporti con la Chiesa. Reso maturo dall'esperienza precoce, che aveva fatto dagli uomini, di una virilità robusta, assuefatto allo sprezzo di ogni pericolo e di ogni fatica, ma anche rotto a ogni astuzia, amante della vita libera e del fasto, bramoso d'attingere a tutte le fonti della cultura, da quella latina a quella arabe, dalla bizantina alla ecclesiastica, sicché egli formerà, novello, ma più colto, Carlomagno, intorno a sé una scuola di scienza e di poesia, e si farà egli stesso, con i suoi figli, pocte in volgare, F. Il poteva ormai assumere quegli atteggiamenti e cercar di realizzare quel programma che le contingenze contrarie gli avevano, fino a quel momento, consigliato di dissimulare. La sua è la ripresa, con spirito più duttile e con un senso più universale e profondo dei problemi della vita storica, del grande disegno di restaurazione imperiale in Occidente, che le genti germaniche perseguivano, anche direttamente su suolo italico, fin dagli Ottoni. Dove egli, nonostante le straordinarie doti, non riuscirà a dare base sicura al suo programma, e la crepa s'aprirà minacciosa nella compagine dell'Impero medicvale, sarà nel non tener conto del senso di nazionalità della Germania, nel favorirvi i privilegi dei principi a danno del potere centrale, nel sempre maggiore distacco dal regno originario e nell'aperto favore del nuovo, ove trascorre la più gran parte della vita, tra Palermo e i castelli di Puglia, Campania e Lucania.

Il Concilio del Laterano aveva affidato come primo dovere al nuovo imperatore la condotta della Crociata. Dal mito Onorio III F. II ottiene una prima dilazione e poi, contro il rinnovo di tutti gli impegni già assunti verso la Chiesa, la concessione di conservare, sia pure a titolo personale, il regno di Sicilia. Onorio III è costretto, pur dopo le più vive proteste, a tollerare l'elezione, alla Dieta di Francoforte, del piccolo Enrico, figlio di F. II, a re dei Romani. Quell'anno stesso, 1220 , il 22 di nov., era solennemente coronato imperatore in S. Pietro.

Quel che spingeva F. II a ritardare lo scioglimento del voto crociato, erano le tristi condizioni del Regno di Sicilia, impoverito dalle lotte d'un decennio, come disperso v'era stato il tesoro della corona, e l'autorità regia scaduta per le continue prepotenza e angherie dei baroni tedeschi e normanni. Sui monti, torme di Saraceni, da tempo ribelli, conducevano la guerriglia. Occorreva accingersi a un'opera di restaurazione, che non poteva dirsi compiuta, se non con un generale riordinamento del Regno.

Abile altresì nello scegliersi collaboratori capaci e fedeli (come il giurista Raffredo di Viterbo, Taddeo da Sessa, o il notaio capuano Pier delle Vigne), la sua fu un'opera diretta soprattutto a demolire quanto delle sovrastrutture feudali si opponeva alla costruzione, che fu da lui perseguita, di uno Stato retto da funzionari, a cioè burocratico e moderno. Contro i baroni riottosi fu duro, a volte spietato. I Saraceni, alfine donati, trasferi nel campo trince-\mathrm{ra} \mathrm{o} di Lucera, facendoli divenire un corpo scelto di difensori dell'Impero. Volle, con la cultura e la scienza, sviluppati e incoraggiati i commerci, specie quelli maritimi, e cosi l'agricoltura e l'industria nascente attraverso manifatture imperiali. Grande costruttore di castelli e palazzi regi, nel 1224 volle il
sorgere, a Napoli, di uno Studio generale, concepito come un'istituzione a vantaggio della nazione.

Se il Pontefice insisteva per l'adempimento della Crociata, F. Il poneva tutte le arti a sussidio della perentoria necessità di consolidare prima la sua potenza. Non manca, per questo, di usare anche, con qualche abilità, una politica matrimoniale : morta, nel 1223, Costanza d'Aragona, sposata subito dopo la precoce maggiore età, si unisce in matrimonio ad Isabella, figlia del re di Gerusalemme, Giovanni di Bienne: era un accostarsi al compito imperiale di difensore della fede ed all'obbligo ormai impellente della Crociata: ma, ponendo prima basi concrete, ed anche pratiche, per assicurarsi il successo. La Crociata diveniva, altresi, ottimo protesto per imporre l'autorità imperiale ai Comuni del nord d'Italia, come tentò di fare nella Dieta di Cremona, non potendo (come egli disse) tollerare di lasciare nemici alle spalle. L'intento non si realizzò : i Comuni rinnovarono, per contro, la «Lega lombarda» e Onorio III non poté che interporsi quale paciere.

L'ascesa al trono pontificio di Gregorio IX - il vecchio card. Ugolino Conti, della famiglia di Innocenzo III - recava, frattanto, a lotta aperta il dissidio che si veniva determinando tra Papato e Impero. Pena la scomunica, Gregorio IX impone a F. II di partire per la Crociata. L'Imperatore parte da Brindisi nell'ag. del 1227: ma dopo pochi giorni ritorna, come sembra, per un'epidemia scoppiata sulle navi. La ragione non fu stimata valida dal foro Pontefice, che colpì con la scomunica F. II, animando principi e popoli cristiani alla lotta contro di lui. Era, indubbiamente, un pretesto per colpire la crescente potenza, pericolosa per la Chiesa, di F. II. Questi reagl denunciando l'avidità della Chiesa e costringendo il clero a non tener conto dell'interdetto, e riprendendo subito la Crociata interrotta. Nel giugno 1228 rifaceva vela per il Levante, poneva piede in Terra Santa e, da diplomatico più che da conquistatore, otteneva dal sultano al-Kämil, Gerusalemme, vi si incoronava re nella chiesa del S. Sepolcro, ritornando immediatamente in Italia. A richiamarlo, a ad affrettare nel solo modo possibile la sua opera, era l'invasione, ad opera del Pontefice, del regno di Sicilia, da parte di schiere di a clavisignati -. Bastò, del resto, che egli appena ricomparisse, perché, riconquistati i suoi domini, Gregorio IX fosse costretto a piegarsi alla pace di S. Germano. Tregua, più che pace. Una tregua men che decennale, di cui F. approfittò per imprimere il suggello alla riorganizzazione amministrativa del regno di Sicilia, alla creazione di quello Stato nuovo, che si rifà all'esempio imperiale di Roma per giungere ad una forma di assolutismo, fondato su una gerarchia di funzionari, che rimarrà basilare per i secoli a venire. A Melfi, nel 1231, promulga un corpo di Constitutiones, che rinnovavano l'organismo amministrativo del Regno; in altre diete ed assise (Foggia; Ariano) promulga leggi rinnovatrici, per l'amministrazione della giustizia ed in materia tributaria.

Puil tentativo di rinnovata estensione dell'influenza dell'Impero nell'Italia settentrionale a riaprire, insieme, le lotte con i Comuni e quelle con il Pontefice. Causa occasionale, la richiesta del giuramento di vassallaggio ai Comuni lombardi : quel che era accaduto nel 1226 tornava ad accadere nel 1231. Solo che, questa volta, quando F. II tornò dall'aver domato la ribellione in Germania del figlio Enrico, resevi interprete delle delusioni provocate dalla politica italiana dell'Imperatore, riuscito vano il tentativo

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papale di composizione del conflitto in Lombardia, Pontefice e Comuni solidarizazcrono. A Cortenuova, nel 1237, F. II conseguiva la sua più grande vittoria contro la Lega: e all'indomani, altro indizio di quel senso universale dell'Impero che ormai lo inelutava, inviava a Roma, perché fosse custodito sul Campidoglio, il Carroccio preso ai Milanesi. La lotta tuttavia non terminava: la resistenza di Milano, di Alessandria, di Brescia faceva permanere pericolosa una situazione, che F. II contribuiva ad acuire, d'altro parte, profondamente colpendo gli interessi del papato, facendo sposare il figlio naturale Enzo con Adelaide di Torres e Gallura e concedendo ad Enzo il titolo di re di Sardegna. Gregorio IX non esitava a scomunicare nuovamente l'Imperatore. All'accusa papale di predatore delle proprietà della Chiesa F. II tornava a denunciare, per contro, l'avidità della Chiesa romana, pericolo incombente su tutti i principi. Entra nella disputa, con violente tinte, come già in altri momenti della lotta tra papato e Impero, la libellistica. Ma è l'azione militare di F. II che, sola, avrebbe potuto risolvere a questo momento la situazione. E proprio adesso essa si fa incerta e indecisa, sicché a radi successi in Toscana corrispondono insuccessi in Val Padana e in Romagna. Nella stessa Roma, nonostante le blandizie usate verso la nobiltà, il popolo sorge a difensore del venerando Pontefice ed impedisce all'imperatore di impadronirsi della di lui persona. Rientrato appena F. in Sicilia, Gregorio convocava un Concilio a Roma, rivolto al fine d'una pubblica e solenne deposizione dell'Imperatore. Ma i vescovi che d'ogni parte giungevano, sulle navi genovesi, caddero in gran parte prigionieri di re Enzo, che alla Meloria disperse la flotta di Genova.

Morto Gregorio IX nel 1241, con Innocenzo IV che, quale card. Fieschi non era stato alieno da rapporti diretti con l'Imperatore, si rinnovarono, ma vanamente, le trattative di pace. Mentre trattava, con tenace abilità, il nuovo Pontefice sollevava ovunque ostilità contro F. Questi era stanco e sfiduciato e prossimo, forse, ad una qualsiasi conclusione della lotta con la Chiesa, quando il gesto improvviso di Innocenzo, di fuggir da Roma e di convocare a Lione un altro concilio, in cui scomunicare l'Imperatore, deporlo e bandir contro di lui una crociata dei popoli cristiani, recava verso l'ultima svolta l'epica lotta tra il papato e l'Impero. Della casa Sveva era ormai prossima la rovina. E come invano era risuonata al Concilio di Lione l'eloquente difesa di Taddeo di Sessa, così, anche attorno a F. II, non ci si trattenne dal suscitare il tradimento, per mano dei più fedeli. Ciò induce ad una rinnovata e più rabbiosa energia l'Imperatore. Atrocemente punisce i suoi nemici, punisce Parma, la città infedele, ma se la vede rizzarsi contro e, in una sortita, vittoriosa, sicché è costretto a ritirarsi a Cremona. E pure, fin presso all'ultimo, F. II crede nella possibilità di un accordo con il Pontefice; anche se il dubbio che un tale accordo potesse manovrarsi al di fuori di lui lo trae a disfarsi del fido cancelliere Pier della Vigne. Poi il valoroso Enzo, Fossalta, cade nelle mani dei Bolognesi, altre sconfitte ed altre delusioni aggravano la situazione di F. II. Ma il destino sembrava ancora sospeso intorno alla sua epica figura e in Germania il secondogenito Corrado risollevaiva le sorti dell'Impero, cosi come nell'Italia settentrionale il suo vicario, Eszelino da Romano, quando, nella piana apula, che egli aveva prediletto, presso Foggia e Lucera, a Castel Fiorentino, il 13 dic. 1250, la
vita del grande imperatore giungeva improvvisamente al suo esito.

Figura tra le più complesse, più avvincenti, più ricche di doti d'umanità e d'ingegno, con F. II d mondo medievale giunge alla sua crisi risolutiva verso la rinascita. Uomo in cui confluiscono tre civiltà: quella che dall'esempio di Carlomagno si poteva dire latino-germanica, l'araba, la normanna, derivava da ciascuna delle tre ispirazioni ed intenti, dal senso quasi religioso dell'Impero al centralismo burocratico, allo sfarzo e all'amore della cultura. Ma tutto univa e tutto fondeva nella potente originalità di uno spirito aperto, forte, spregiudicato, ricco di curiosità e spaziante nei problemi più diversi. Tutt'altro che vicino ad idee estricali, lo però anche alieno del misticismo prevalente nel medioevo: egli si stacca, e stacca il suo Stato dal permanente problema centrale nella vita del medioevo, che è il problema religioso, pur se, per tanta parte, la vita e la politica di F. II erano tratti a risentire dall'eredità di dissensioni, frutto delle lotte per le investiture.

Accanto alle doti di preparazione e di intuito, che fecero di lui il creatore di uno Stato per gran parte nuovo, anche se fondato sulla triplice tradizione saconcata, è il difetto fondamentale della sua opera, che è nel suo personalismo, nella personalità di una costruzione, incapace, come si dimostrò, a resistere sotto altre mani. Ancora maggiore il difetto di valutazione mostrato verso la Chiesa romana: tragico errore di prospettiva, quello per cui F. II, nei suoi tentativi di sopraffazione e nei suoi poco persuasivi accostamenti, sottovalutava la potenza politica del papato. E questo errore lo avrebbe portato a sottovalutare un accordo - quello con la Chiesa appunto - che l'avrebbe reso perplesso e debole altresi dinanzi ai Comuni lombardi.

Bim.: Fonti : Saba Malaspina, Beram Sirularum liber VI, in RIS. VIII; Nicolaus Carbiennis, Vita Iunacenti: IV, ibid., III; Conciliainone et acta iuditer ingeraturam et repon, ed. L. Weiland, in MGH. Leges. II; Epistolarum Iunacenti III, ed. Baluze, Parigi 1632; Petrus de Vries, Epistolarum liber VI. Beslica 1742; Conictrationes regum Sicilian mundante Friderica II per Petrum de Vinen continuatos. Napoli 1776; J. P. Bähmer, Regesta Imperii (1170-177), Staccarda 1840; Nicolaus de Jausilia, De regni gestis Friderici II, in Del Re. Comuiti sincroni angolatosi, II, Napoli 1868; J. Fieker, Paraclinogen zur Rechens. Rechengestibliche Iudizmi, IV (documenti), Irmbbrich 1872; E. Winkelmann, Acta Imperii iundita, ivi 1880; Regesta Honorii III, Roma 1888; Liber Cunorum de l'Eglise monnine, ed. P. Pabres. L. Duchesne, a coll., Parigi 1889-1910; Les registres de Grégoire IX, ivi 1890; Les registres d'innocent IV, ivi 1894.

Letturatura : immutato della più gran parte delle antizie biografiche tratte dalle fonti, in Historiae diplomatica Frederici II di J. L. A. Halliard Erehalles (6 voll., Parigi 1822-61), che ogni secolo delle ricerche critiche su F. II, concluso, per ora, dalla gnusale, anche se troppo personale, biografia di E. H. Kantenwicz (trad. it., Milano 1940). Da ricordare, tra gli studi di maggior rilievo sull'Imperatore: E. W. Schirmacher, Kaiser Fr. II, Gottinga 1899-69; E. Windeletmann, Kaiser Fr. II, a voll., Lipala 1888-96; A. Pata, Kaiser Fr. II u. Patei Innocenti IV, Strasburgo 1905; F. Kampera, K. Fr. der Zweite, der Wegberater der Renaissance, Lipala 1929; W. E. Hempel, Der zoll. Gesahof unter Kaiser Fr. II, ivi 1940 e dello stesso, Kaiser Fr. II, Lebeu u. Werk in Italien, ivi 1941. Di minore importanza la letteratura storica nostra nel tema: A. Del Vecchio, Iuturno alla legislazione di F. II, Firenze 1872; A. De Stefano, Fed. II e le correnti spirituali del suo tempo, Roma 1923 e, della stessa, L'idea imperiale di F. II, Firenze 1927, nonché La rufuna alla corte di F. II, Palermo 1938; G. Cocchiara, Fed. II legislatore e il Regno di Sicilia, Torino 1927; M. Schipa, Sicilia e Italia sotto F. II, Napoli 1929; G. Pepo, La Storia glabellina di F. II, Bari 1938. Si può ricordare, già a proposito di F. II, il vol. 28 R. Morghon, Il tramonto della putanna suona in Italia, Roma 1938. Sulla cultura alla corte di F. II, sono da citare altresi H. Niese, Zur Gesch. des zotidi, Lebens aus Hefe Frinde II, in Mist. Zeitschr., 198 (1912), pp. 473-540 e C. H. Hankins, Science as the Court of Fr. II; The Ars Vemunti cum audius, Cambridge, Mass., 1927.

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FEDERICO III, IMPERATORE. - N. il 21 sett. 1415, m. il 19 ag. 1493. Eletto re di Germania il 2 febbr. 1440 (incoronato nel 1442), ultimo dei sovrani tedeschi prese la corona imperiale a Roma il 19 marzo 1452.

Incapace di una politica decisa ed energica, non riuscì ad assicurarsi l'obbedienza della Boemia né dell'Ungheria, in contrasto con due periculosi vicini : Giorgio Podiebrad, re di Boemia, e Mattia Corvino, re d'Ungheria. Ma neppure negli Stati creditari seppe imporre la sua autorità, e dovette leture a lungo con i principi tedeschi e con il fratello Alberto VI. Dopo un periodo d'intesa, Mattia Corvino gli mosse guerra, e occupò parte dell'Austria e Vienna (1485). F. seppe tuttavia preparare per il futuro alla famiglia notevoli vantaggi, sia stringendo accordi con Mattia Corvino per la successione al trono ungherese, sia procurando il matrimonio dei figlio Massimiliano con Maria Bianca, erede del ducato di Borgogna.

Bist.. I. Calmette, L'abdovation du monde moderne, 3^{°} ed., Parigi 1949, p. 230 sgg. (bibl. completa), Roberto Palmarocchi

FEDERICO I