nio dei figlio Massimiliano con Maria Bianca, erede del ducato di Borgogna.
Bist.. I. Calmette, L'abdovation du monde moderne, 3^{°} ed., Parigi 1949, p. 230 sgg. (bibl. completa), Roberto Palmarocchi
FEDERICO I d'Aragona, re di Napoli. - N. da Ferrante I e da Isabella di Chiaromonte, probabilmente il 16 ott. 1451 . Il padre lo destinò a missioni diplomatiche e militari, tra cui quella diretta a sostenere Carlo il T'emerario contro Luigi XI (1474) e a procurare allo stesso F. l'eredità borgognona per mezzo di un matrimonio con Maria, figlia del duca. Il progetto fallì, e F., che pure aveva preso parte alla battaglia di Grandsun ( 2 marzo 1476 ) abbandonò il campo del Temerario. Sposò invece Anna di Savoia, nipote del re di Francia, e, rimasto vedovo di questa, Isabella del Balzo ( 1486 ).
Durante la congiura del 1485 rifiutò di accettare il trono del padre, offerto dai baroni, e riusci a sfuggire alla rete che gli era stata tesa. Successo al trono Alfonso ( 25 genn. 1494) e iniziatasi l'offensiva di Carlo VIII contro il Regno. F. operò con infelice successo quale comandante della flotta nelle acque liguri (battaglia di Rapallo, 14 sett. 1494). Dope l'abdicazione di Alfonso e l'altro breve regno di Ferrante II, divenno a sua volta re ( 7 ott. 1496). Riusci a riconquistare Gaeta e a domare i baroni sempre ribelli. Sperava con l'aiuto del re cattolico di restituto ad Alessandro VI che aveva stretto lega con Luigi XII, e il 15 dic. 1499 lo aveva scomunicato; speranze deluse dal Trattato di Granata (11 nov. 1500). In mancanza di altri alleati, a F. non restò altro partito che trattare con i francesi ( 25 luglio 1501); a nel sett. seguente abbandonò il suo Regno rinunciandovi a favore di Luigi XII e ricevendo in compenso la contesa del Maine. Morì a Mantile-Plessie-Los-Tours il 9 nov. 1504. Durante l'esilio aveva trovato conforto nell'amicizia del Sennazaro, che generosamente l'aveva seguito.
Bist..: L. Volpicella, F. d'A. e la fine del Regno di Napoli, Napoli 1908: B. Croce, Storie e leggende napoletane, Bari 1923: J. Calmette, Le proiet de mariage bourguignon-napolitain, in Bibliothéque de l'Etude des Chartes, 72 (1911), pp. 449-72; E. Ponsini, Per la storia di Ferrante I d'Aragona, Napoli 1947, passim. Carlo de Frede
FEDERICO I, re di Prussia. - N. I'12 luglio 1657, m. Il 25 febbr. 1713. Nel 1688 successe al padre nell'elettorato di Brandeburgo. La sua partecipazione alla guerra di successione spagnuola gli fece ottenere dall'Imperatore il titolo regio: fu incoronato il 18 genn. 1701. Proteste artisti e scienziati, soprattutto per incitamento della moglie, Sofia Carlotta di Hannover. Nel 1694 fondò l'Università delle Scienze a Berlino, e nel 1696 l'Accademia di Belle Arti.
Bist..: E. Tréelin-V. L. Tepió. La Xèf3e siècle, 2v ed., Parigi 1922, p. 408 sgs. (con bibl. completa). Roberto Palmarocchi
FEDERICO II, il Grande, re di Prussia. N. a Berlino il 24 genn. 1712, m. a Potsdam il 16 ag. 1786. Primogenito del re Federico Guglielmo I e di Sofia Dorotea di Hannover, educato rigidamente, soldatizzamente contro la sua indole incline all'arte, alla musica specialmente, e in genere alle finezze
della cultura francese illuministica, in sapro dissidio con il padre fino a un tentativo di fuga (1730), si piega al tirocinio nell'amministrazione civile e militare, coltiva segretamente le sue inclinazioni latte-taric-filosofiche (fra gli altri scritti, l'Antimachioed) e succede al padre il 31 maggio 1740. Dopo qualche assaggio che già era indicativo delle sue direttive di governo (abolizione della tortura, tolleranza delle scuole cattoliche), lo colse, con la morte di Carlo VI (ott. del 1740), il problema della successione austriaca. Risfoderando vecchie pretese prussiane, ne approfittò per occupare di sorpresa la Slesia, allearsi con la Francia e lasciarla quando la pace di Berlino del luglio 1742 gli assicurò il possesso della Slesia. Ma poco persuaso della rinunzia definitiva di Maria Teresa a quella provincia, nell'ag. del 1744 riprese la guerra in Boemia; male secondato dagli alleati francesi, non colse dapprima molti frutti, ma poi ripresosi e conseguiti notevoli successi sugli Austriaci e sui loro alleati sassoni poté nella pace di Dresda confermare i parti della precedente (dic. 1745). Seguirono 11 anni di pace, che F. dedicò innanzi tutto alla riorganizzazione della Slesia, che, fra il resto, preservava il problema di una popolazione in gran parte cattolica, verso la quale F. si mostrò tollerante; poi alla organizzazione amministrativa dello Stato, specialmente all'organizzazione comunale. Altre riforme toccarono l'amministrazione finanziaria, la messa a coltura di zone paludose dell'Oder, ispirate nel campo del commercio e dell'industria a criteri mercantilistici. Ma la riforma più profonda fu quella dell'amministrazione della giustizia, per opera specialmente del ministro Cocceji.
Sono anche di questi anni di pace le cure date da F. all'abbellimento della capitale e di Potsdam, alle istituzioni di cultura, il favore dato a dotti e letterati specialmente francesi, come Maupertuis, e quella sua singolare amicizia, presto guastata, con Voltaire. Riunita già nel 1744 ai suoi domini la Frisia orientale, grazie a contestabili diritti ereditari nei quali seppe prevenire di eterna misura l'Hannover, F. vide con sospetto l'avvicinamento fra Austria e Russia, fra Austria e Francia e farsi di nuovo critici i rapporti tra Francia ed Inghilterra, per cui, in caso di guerra, l'Hannover sarebbe caduto facilmente in mano francese. Per prevenire l'eventualità, F. scrisse con l'Inghilterra la Convenzione di Westminster (genn. 1756), cui rispose la Francia stringendo con l'Austria il Trattato di Versailles (maggio 1756) che capovolgeva le posizioni nei rapporti fra le grandi potenze europee. Convinssi di essere minacciato da un piano di attacco austro-russo, credette di sventarlo aprendo per primo le ostilità e buttandosi su un minore alleato dei suoi nemici, la Sassonia (ag. 1756), e iniziando con ciò la cosiddetta guerra dei Sette anni. Costretto alla resa l'esercito sassone, si trovò contro una coalizione preponderante (Austria, Russia, Impero, Francia, Polonia, Svezia), cui egli poté opporre soltanto l'Inghilterra, che per ora dava solo sussidi e non truppe, e qualche minore principio tedesco. Nei primi scontri (Kolin, ecc.) la situazione di F. parve disperata: ma nel nov.-dic. del 1757 rifulse il suo genio militare nelle dure sconfitte date ai Francesi a Russbach, agli Austriaci a Leuthen. Ma troppa era la disparità di forze: F. si sostenne al per ancora quattro anni, dando ogni tanto qualche tremenda zannata ai Russi o agli Austriaci (Zorndorf, ag. 1758; Torgau, nov. 1760), ma anche succandone (a Kunersdorf, ag. 1759, la più grave sconfitta della sua vita, che lo spinse alla disperazione per un momento; a Liegnitz, ag. 1760). Pur nella scorsa concordia fra i confederati contro di lui, il suo destino sembrava segnato, dopo che il nuovo ministero inglese di Lord Bute gli tagliò i sussidi, quando la morte della zarina Elisabetta (genn. 1762) e l'avvento al trono di Pietro III, ammiratore di F., gli stete prospettive addirittura di un'alleanza con la Russia, non veri-
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Federico da Montefeltro, duca di Urbino - Rirarco. Dipinto da Piero della Francesca ( 148 \mathrm{~g}-66 ) - Firenze, Galleria degli Uffizi,
ficatesi in pieno per la rapida sostituzione di Pietro con la parina Caterine; ma gli dette il respiro per infliggere ancora duri colpi a Francesi ed Ausriaci e guadagnarsi la pace di Hubertusburg (sett. 1763) che gli assicurava il posseduto a collocava la Prussia fra le grandi potenze europee. I 23 anni di pace che seguirono, servirono soprattutto a sanare le profonde ferite della guerra e a proseguire l'opera di riforma amministrativa, economica, finanziaria dello Stato secondo i criteri precedenti, e che erano poi quelli comuni dell'illuminismo principesco. Singolare il favore dato da F. ai Gesuiti dopo la loro espulsione e soppressione, impiegandone vari nell'insegnamento nell'Università di Breslavia. Ma la sua passione rimase la politica estera, più che mai durante le complicazioni della situazione polacca, dalla quale, per suggestione della Russia prontamente colta, trasse i profitti della prima divisione della Polonia (febbr. 1772); come poi (1777-79) dalle complicazioni delle successioni in Baviera colse, non arretrando nemmeno dai rischi di una breve guerra in Boemia, oltre che l'eredità di Ansbach a di Bayreuth, il vantaggio che la Baviera non andasse ad ingrossare i domini asburgici; a quando, qualche anno dopo ( 1785 -86), Giuseppe II sogno ancora di arricchirsi da quella parte, F. gli oppose la formazione di una lega dei principî tedeschi che bastò a far recedere l'Asburgo dai suoi piani.
Bibl.: L'opera capitale è R. Koster, Friedrich der Grosse, a voll., 4^{e} ed., Stoccarda 1912, che ha reso soporifice, almeno per l'accertamento dei dati di fatto, le opere precedenti. Fra la successiva letteratura notevole G. Berney, Friedrich der Grosse. Das Wurden eines Staatennames, Monaco 1025; G. P. Ganeh, Frederick the Great, Nuova York 1947.
Emoeto Sextan
FEDERICO III, principe elettore e duca di Sassonia. - N. a Torgau il 17 genn. 1463, m. a Lochau il 5 maggio 1525. Primogenito dell'elettrore Ernesto, successe al padre nell'ag. del 1486.
Promosse le scienze e le arti e fondo (1502) l'Università di Wittenberg, a cui chiamò Lutero e Filippo Melan-
tone. Fu amico di Giorgio Spalatin, suo cappellano di corte, e di Erasmo da Rotterdam. Per quattro volte fu vicario imperiale. Patrocinò la riforma della costituzione dell'Impero, in senso particolaristico, presso Massimiliano I, alla cui morte (1519) rifiutò la candidatura alla corona imperiale, e si adoperò per l'elezione di Carlo V, contrastato dal Re di Francia. Fu da principio un fervente cattolico: nel 1493 si era recato pellegrino in Terra Santa e ne aveva riportato varie reliquie, che custodi nella chiesa del convento dello Spirito Santo, da lui fondato, a Wietenberg. Era stato inoltre favorevole ad una più rigida osservanza della regola nei conventi. Ma, più tardi, non negò a Lutero la sua protezione. Quando questi fu citato a presentarsi a Roma, F. fece sì che fosse interrogato in Germania ad Augusta del card. Tommaso de Vie (ett. 1518). Con la bolla Exsurge Domine ( 15 giugno 1520) erano condannate 41 proposizioni luterane; dipendeva ora dal principe sassone il daro o meno costruzione alla bolla, la quale ordinava che gli scritti di Lutero fossero bruciati e il riformatore invisto a Roma. F. permise che Lutero continuasse il suo insegnamento. Dopo che questi fu condannato e stava per essere posto al bando della Dieta di Worms (1521), F. lo fece rapire e trasportare alla Wernburg, dove il riformatore attese alla traduzione della Bibbia. Storici protestanti affermano che F. fu, fin degli inizi della riforma, un convinto luterano. Tale opinione fu abbandonata dal Kolde e dal Kirn. Comunque F. negli ultimi anni della sua vita professò apertamente il luteranesimo e difese da ogni attacco la nuova eresia, che gli deve, almeno in parte, la sua fortuna. Morì celibe. Gli successe il fratello Giovanni il Costante, con il quale aveva diviso il governo dei paesi creditati.
Bibl.: G. Spalatin, Friedrich's des Weisen Leben u. Zeitgeschichte, Iona 1831: Th. Kolde; F. der Weise u. die Anfänge der Reformation, Erlangen 1881; R. Brock, F. der Weise als Fiederer der Kunst, Strasburgo 1003; P. Kalhoff, Die Kaiserwahl F.s IV., u. Karls V., Weimar 1025, passim: P. Kirn, F. de Weise u. die Kirche, Lipsia 1026; A. Koch, Die Konterwerte über die Stellung F. s des Weisen zur Reformation, in Arch. f. Bef. Geschichte, 23 (1926), pp. 213-60. Inoltre J. Lorte, Die Reformation in Deutschland, 2, voll., 2^{e} ed., Friburgo in Br. 1041, passim.
## Anzola Ferrati
FEDERICO III d'Aragona re di Sicilia. - Terzogenito di Pietro II d'Aragona, n. nel 1272, m. tra Paterno e Catania il 25 giugno 1337. Secondo di tal nome sul trono dell'isola, s'intitolò III per accentuare la propria discendenza dalla casa Sveva (era figlio di Costanza figlia di Manfredi). Venne bambino in Sicilia nel 1283 all'indomani dei «Vespri»; quando il fratello Giacomo lasciò il regno dell'isola per quello d'Aragona (1291) fu nominato luogotenente generale. Nel ' 93 si recò a Roma con Giovanni da Procida per tratterela pace con Bonifacio VIII, ma inutilmente perché questi non poteva sanzionare una così forte lesione dei diritti dei sovrani di Napoli, investiti dai papi. Nemici furono pure le repubbliche marinare per rivalità di commercio.
Vittoni contro tutta l'Italia, i Siciliani il 25 marzo 1293 alessero Federico a loro re. Dopo alterne vicende di sconfitte e di vittoria, avendo contrario lo stesso fratello Giacomo, F. poté ottenere la pace di Caltabellatta (1302) con la quale si assegnava a lui la Sicilia, vita natural durante, col titolo di re di Trinacria, per volere dei Papa, restando quello di re di Sicilia agli Angio.
Quando scese in Italia Arrigo VII, e fu posto al bando dell'Impero il re Roberto d'Angiò, F. assunse il titolo di re di Sicilia ed assalì le terre angioine. Reciproche incursioni durate fino al 1333 non fecero che impoverire la Calabria, le coste napoletane e la Sicilia che alla sua morte lasciò sposata economicamente e spiritualmente. Fu sepolto nel duomo di Catania.
Bibl.: A. de Stefano, F. III d'Aragona, re di Sicilia, Palermo 1977 (con bibl.).
Carmelo Trasselli
FEDERICO da Montefeltro, duca di Urbino. N. a Gubbio nel 1422, da Guidantonio, m. a Ferrara il 10 sett. 1482. Nel 1444 successe al fratello Oddanto-
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nio ucciso dagli Urbinati. Ebbe da Pio II l'investitura delle terre tolte a Sipismondo Malateata ( 1464 ).
Capitano generale della Legs italica, combatte contro il Colleoni alla Molinella ( 1467 ). Sisto IV lo elesse capitano generale della Chiesa e gli conferi il titolo di duca (1474). Nel 1482 fu alla testa della lega contro i Vencesini ed il Papa. Fece del palazzo ducale di Urbino, da lui innalzato e dotato di una celebre biblioteca, un centro di cultura umanistica.
Boll.: Opere: F. da M., Lettere di Stato e d'arte (1470-80) edite per la prima volta da P. Alatri, Roma 1949. Studi: Ve. zzzuano da Birtieri, Vita, ed. L. Frati, I. Bologna 1802, p. 269 292.: F. Ugolini, Storia dei conti e duchi d'Urbino, I. Firenze 1829, p. 202 e seg.
Vittorio E. Giuntella
FEDERICO GUGLIELMO I, re di Prussia. N. il 15 ag. 1688, m. il 21 maggio 1740. La guerra nordica lo costrinse ad accordarsi con Pietro 1 di Russia; nel 1715 dichiaro guerra alla Svezia, e con la pace di Stoccolma (1720) ottenne Stettino e la fece dell'Oder.
Carattare aspro a soldatesco, instaurò una ferrea disciplina nellamministrazione a nell'esercito. Trasse le sue truppe anche dai contadini, mentre gli ufficiali erano scelti esclusivamente tra i nobili. Diede origine ad uno Stato di millori e d'impiegati, governato direttamente dal sovrano.
BibL.: G. Küntzel, Die drei grossen Habenvallern, Stoccarda 1922, v. reduce: C. Hinrichs, Friedrich Wilhelm I. Känig von Preunen, Amburgo 1041: R. Ercang, The Potsdam Fithter: F. William I. father of prussian militarism, Nusra Turk 1941: cf. pure P. Muzer, La prsperalirante anghelte, 4r ed., Parazi 1942, p. 46 sge. (con bidi.).
Roberto Palmarocchi
FEDERICO GUGLIELMO II, re di Prussia. N. il 25 sett. 1744, m. il 16 nov. 1797. Figlio di Augusto Guglielmo primogenito di Federico II, premorto nel 1758 al padre, successe a questi nel 1786. Carattere fiacco e indolente, lascio che amanti e fevoriti dominassero nella corte. Nel 1792 partecipò alla coalizione contro la Francia: le disfatte militari e l'esaurimento delle finanac portarono alla pace di Basilea, che tolse alla Prussia i territori a sinistra del Reno. Perdita compensata dagli acquisti ottenuti a spese della Polonia nella seconda e terza spartizione.
BibL.: F. R. Paulie, Friedrich Wilhelm II. Sein Privatleben und sein Regierung im Lichte neuerer Forschungen, Francoforte 1891. Per altri. bibl. cf. Ph. Sagnac, La fin de l'ancien régime et la révolution modricaine. Parial 1941, p. 226 seg.
Roberto Palmarocchi
FEDERICO GUGLIELMO III, re di Prussia. N. il 3 ag. 1770 a Potsdam, m. il 7 giugno 1840 a Berlino. Salito al trono nel 1797, cedatte nel 1801 , con il trattato di Lunéville, le terre alla sinistra del Reno alla Francia, ma due anni dopo, con la secolarizzazione degli Stati ecclesiastici tedeschi, ottenne come compenso i vescovati di Hildesheim, Paderborn, Münster ed altri territori. Costretto nel 1807 alla disastrosa pace di Tilsit e nel 1812 all'alleanza con la Francia, F G. approfittò della sconfitta napoleonica in Russia per liberarsi del giogo francese. Dichiarata guerra alla Francia, F. G., insieme con gli imperatori d'Austria e di Russia, entrò da trionfatore in Parigi.
Dopo il Congresso di Vienna rimase sempre fedele alla politica della Santa Alleanza.
Attaccato al luteranesimo si preoccupò dell'ingente numero di conversioni alla fede cattolica da parte di cittadini prussiani che venivano a Roma in quel tempo. Valle portante istituire una comunità evangelica tedesca nella città eterna. Nel 1839 intese promuovere l'unione dei calvinisti con i luterani del suo regno con il costituire la Chiesa evangelica di Prussia (Evangelische Kirche der Altpreussischen Union). Verso il cattolicesimo il Re fu tenacemente ostile, ostacolando in vario modo i vescovi
nell'esercizio del loro ministero, e tendendo a ridurre la Chiesa ad un'ancella dello Stato.
BibL.: V. Hartmann, Friedrich Wilhelm III. in Allgemeine Deutsche Biographie, VII, pp. 700-79. Sui rapporti con la Chiesa cattolica: H. Brück, Geschichte der katholischen Kirche in Deutschland, I-II, Magonza 1788-89, passim; J. Schmidlin, Papstgeschichte der neuesten Zeit, I, Monaco 1933, passim. Sulla Chiesa evangelica: E. Foerster, Die Entstehung der preussischen Landeshirche unter König Friedrich Wilhelm III. Tubinga 1909-1907, 2. reff. Sulla comunità evangelica a Roma: E. Schubert, Geschichte der deutschen evangelischen Gemeinde in Rom, Lipsia 1930.
Sifvio Furlani
FEDERICO GUGLIELMO IV, re di Prussia. N. il 15 ott. 1795 a Berlino, m. il 2 genn. 1861 a Sana-Souci. Successo nel 1840 al padre Federico Guglielmo III, volle eliminare i contrasti con la S. Sede. Permise pertanto che l'arcivescovo di Gneana e Posnanla, Dunin, ritornasse nella propria diocesi ed inviò a Roma il conte Brühl per porre fine al contrasto relativo alla sede di Colonia, dove la persona del Dro-ste-Vischering non era gradita al sovrano: le difficoltà furono superate con la nomina di Geissel a coadiutore.
Durante la crisi del 1848-49 rifiutò la corona imperiale tedesca offertagli dal Parlamento di Francoforte, perché non intendeva contrariare Francesco Giuseppe ed accettare la corona da un'assemblea democratica ( 28 marzo 1849). In seguito le relazioni tra lo Stato e la Chiesa cattolica ritornarono difficili per le disposizioni emanate dal ministro per i Culti, Raumer. In complesso però la situazione dei cattolici nel Regno di Prussia, sotto il regno di F. G. IV, segnò un miglioramento rispetto al trattamento loro inflitto dal padre. Nel 1838 il sovrano, sofferente di rammollimento cerebrale, nominò reggente 8 fratello Guglielmo.
BibL.: L. v. Ranke, Friedrich Wilhelm IV, in Allgemeine Deutsche Biographie, VII, pp. 729-76; E. Friedberg, Die Grundleggen der preussischen Kirchenpolitik unter Friedrich Wilhelm IV., Lipsia 1882: H. Brück, Geschichte der batholischen Kirche in Deutschland, II-III, Magonza 1889-96, passim; N. Nithackethan, Die preussische Landeshirche unter Friedrich Wilhelm IV. in Preussische Jahrbücher, 128 (1907), pp. 191-208; J. Schuddin, Papstgeschichte der neuesten Zeit, I-II, Monaco 1933-34, passim.
Sifvio Furlani
FEDOROV (pron. Fiódorof), Nicolaj FedoroviC. - N. nel 1828, m. nel 1903. Pensatore russo solitario e, durante la vita, poco conosciuto. Figlio illegittimo di un principe Gagarin, fece gli studi a Tambov e a Odessa. Tra gli aa. 1834 e 1868 insegnò storia e geografia in diverse città russe. Importanti sono i 25 anni che egli passo a Mosca, come impiegato nella sala di lettura della biblioteca del conte Rumjancev (muneo di Rumjancev). Ivi radunò attorno a sé un gruppo di amici, vero club di dotti nella Mosca di allora. Il F. aveva conoscenza molto ampie nelle più varie materie. Stette in rapporti con Dostoevskij, Solov'ev e Tolstoj, esercitando tra l'altro un influsso sui due primi.
Quasi tutte le opere del F. furono pubblicate soltanto dopo la sua morte; esse sono insignificanti dal punto di vista letterario. La sua idea centrale, forse dipendente dal "grandi-être" di A. Comte, era quella del "risuscitamento" di tutti gli antenati, da ottenerci mediante «l'opera comune», cioè valendosi di tutti i mezzi naturali e soprannaturali (come, ad es., le liturgia). Con la sua fiducia nello sviluppo delle scienze naturali, il F. supera i sogni degli alchimisti del medioevo. Sua opera principale è La filosofia dell'opera comune. Nel F. si trovano mescolate delle idee utopistiche, naturalistiche a pelagiane, che non ammettono la morte come conseguenza del peccato, né la necessità della redenzione. Non mancano tuttavia delle riflessioni profonde sul valore della S. Comunione e della liturgia.
BibL.: Opere: Filosofia obbliggo delo ( La filosofia dell'opera comune \%, a voll., 1^{°} ed., Mosca 1906-13; 2^{°} ed. cominciata a
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Chorbin 1028 sg. Studi: A. Ostronitov, N. F. Fedorov I zocrescenesu' (- N. F. F. ed il tompo presente 4). Chorbin 1928: G. Florovskii, Puti rusthazo bogotinnija (- Le vie della zodogia russa 9. Parigi 1937. pp. 322-30. 357. Bernardo Schutze
FEHRENBACH, Konstantin. - Uomo politico tedesco. n. I'1 i genn. 1852 a Wellendinger (Baden), m. il 26 marzo 1926 a Friburgo in Br. Deputato del centro alla Dieta del Baden, fu presidente della Dieta stessa. Eletto al Reichstag nel 1903, divenne ben presto una delle figure piú ominenti del partito. Presidente del Reichstag nel 1918, ricoprì la stessa carica nell'Assemblea nazionale di Weimar, ed ebbe parte importante nei lavori preparatori della nuova costituzione repubblicana tedesca. Cancelliere del Reich nel giugno 1920, partecipò alle conferenze di Spa (luglio 1920) e di Londra (maggio 1921). Dalla fine del 1923 fu a capo del gruppo parlamentare del Centro al Reichstag.
Biel.: H. Sacher, s. v. in Staatslexikon. I. Friburgo in Br. 1926, coll. 1815-16.
Silvio Furlani
FEIGENWINTER, ERnST. - Uomo politico e sociologo cattolico, n. a Reinach (Basilea) il 13 marzo 1853, m. a Berna il 15 sett. 1919. Difese i diritti e la libertà della Chiesa nelle discussioni e lotte che diedero l'ultima forma alla costituzione della Svizzera. Fondò in Svizzera il partito popolare cattolico, e fu costantemente un ardente assertore della parità di diritti e dei principi democratici.
Come sociologo vide assai presto i pericoli e la minaccia di un socialismo di Stato a per ovviarvi si applicò con ardore all'attuazione dei principî della Rerum Navarum. Scritti principali: Die Behandlung der ausländischen Arbeiter im Versicherungsrecht (1912), Aus stumbewegten Tagen; ein Beitrag zur Geschichte der Tessiner Revolution in September 1890 (1913); Der Kampf aus den gerechten Lahn und die Getzinnbetelligung der Arbeiter (1918).
Biel.: H. Abt, s. v. in Staatslexikon, I, 2^{4} ed., coll. 1819-20.
Laino Roegar
FELIÓO y MONTENEGRO, Benito Jerónimo. - Benedettino e scrittore spagnolo, n. 18 ott. 1676 in Casdemero (Orense), m. il 26 dic. 1764 a Oviedo, ove aveva insegnato teologia.
- Cittadino libero della repubblica delle lettere x, come amava chiamarsi, sottopose a sana critica le idee filosofiche del tempo, rimanendo però fortemente legato alla dottrina della Chiesa. Nella sua opera in 6 vall. El Teatro crítico (Madrid 1726-40; 2^{4} ed. ivi 1941 sgg.) passa in rivista le idee mediche, fisiche, politiche, filosofiche, teologiche, storiche e letterarie contemporanee. Ai suoi oppositori rispose con 6 vall. di Curtas eruditos (ivi 1741-60), che rivelano il suo talento costruttore.
Biel.: M. Menéndez y Pelayo, Historia de los ideas eraticas en España, IV, Madrid 1904, p. 370 sgg.; M. Morarte, El p. F. y sus obras, Valenza 1912; G. Deloy, Bibliographic des sources frantaises de F., Parigi 1956; G. Marahón, Las ideas biológicas del p. F., Madrid 1941; xoxo., s. v. in Enc. Eur. Ass., XXII, pp. 1159-62.
Anacario Mundé y Marcet
FELDMANN, JosEPh. - Filosofo tedesco, sacerdote, n. a Olpe (Meschede) il 23 febbr. 1878, m. a Paderborn il 29 luglio 1927. Si laureò in filosofia e teologia a Roma. Dal 1917 insegnò filosofia nel Seminario di Paderborn.
Oltre un'assidua collaborazione alle riviste Theologie und Glaube e Philosoph. Jahrbuch e la direzione (dal 1925) del Schaeinght Sammlung philosophischer Lesestuffe, scrisse: Paradies und Sundenfall (Münster in V. 1913); Thomas von Aquin und die Philosophie der Gegenwart (Paderborn 1924); Schule der Philosophie (ivi 1925); Praktische Wische für den Philosophieunterricht an den höheren Schulen (ivi 1926); Okhulte Philosophie (ivi 1927); notevoli e anticipatori gli articoli sullo stesso argomento pubblicati in Theol. a. Glaube nel 1925.
Biel.: N. Peters, 7. F. in Theologie und Glaube, 19 (1927), pp. 597-603.
Felicissimo Tinivella
FELICE, santo, martire: v. NABORE e FELICE, santi, martiri.
FELICE, santo, martire: v. NABCISO e FELICE, santi, martiri.
FELICE, santo, martire: v. SATURNINO, DAYINO, FELICE, AMPELIO e CONSOCI, santi, martiri.
FELICE, Antonio. - Procuratore della Giudea del 52 al 60 d. C. Schiavo emancipato da Antonio, madre dell'imperatore Claudio (v.). Appoggiato a corte dal fratello Pallante e favorito di Agrippina, fu nominato governatore della Samaria, poi nel 52 , su richiesta del sommo sacerdote Ionathan, procuratore della Giudea.
- Esercitò con animo di schiavo il diritto regale, ricorrendo ad ogni sevizia a libidine - (Tacito, Hist., 5, 9). Sposò successivamente tre principesse. Svetonio lo chiama "trium reginarum mantus (Cloud., 28). La prima fu Drusilla, figlia del triumvito Antonio e di Cleopatra, la terza un'altra Drusilla giudea, già moglie di Azte re di Emessa, a costretto da F. a divorziare. Sotto il suo malgoverno inferirono gli Azinti e sicari, ch'agli perseguitò, ma dei quali si servì per uccidere il sommo sacerdote Ionathan. Fu rimosso da Nerone nel 60 e costituito da Festo. Cf. Pl. Giuseppe, Ant. Ind., XX, 8; Bell. Ind., II, 13.
Al suo tribunale di Cesarea fu inviato nel 58 s . Paolo, arrestato a Gerusalemme dal tribuno Lisin (Art. 23, 25-35). L'Apantolo vi difese contro il sommo sacerdote Anania (v.) e l'avvocato 'Tertullo spaventò P. e "sua moglie Drusilla obres, parlando di giustizia, di continenza e del giudizio futuro (Art. 24, 23). Sperando vantaggi pecuniari, F. lo trattenne prigioniero nel pretorio di Erode fino all'arrivo di Festo (Act. 23, 35-24, 27).
Biel.: E. Buehler, Filio, in DB. III. coll. 2186 sg.: O. Bieciotti, Storia d'Israele, II, Torino 1954, nn. 419-19.
Pietro De Ambrogo
FELICE (Finis) da Amversa. - Missionario e scrittore cappuccino della provincia del Belgio, n. ad Anversa l'11 genn. 1868, entrò nel noviziato il 13 maggio 1886, partì per la missione di Punjab (India) nel maggio 1889 , ordinario sacerdote il 26 apr. 1891, m. a Maryabad il 29 marzo 1932.
Si diede soprattutto alla conversione e alla elevazione sociale delle misere popolazioni dette "poria"; per propria iniziativa, ottenute vaste terre del governo inglese, vi istituí villaggi e colonie di famiglie neo-cristiane, come Maryabad, Khuspur (1900), Lvallpur (1908), Mongomero (1914), Rahimpur (1921). Fu amministratore apostolico della prelettura apostolica di Bertich (Bihar, 1916-21); il 21 luglio 1927 fu nominato superiore della missione di Punjab. Per ordine dei superiori maggiori, raccolse numerosi documenti riguardanti il vescovo Anastasio Hartmann, che consegnò nel 1908 alla S. Congregazione dei Riti. Attese con frutto alla ricerca dei documenti e allo studio storico delle missioni dei Cappuccini a dei Gesuiti in India; scrisse pregiati articoli e monografic.
Biel.: Necrologia, in Analecta Grdiati, blin. Capocrinema 48 (1932), pp. 145-47; [Quivinus van Bouvel], Cao Cogneria under de indische verstostelingen. E. E. P. Felix, Loranta 1933: Clemente da Tereoria, Le missioni dei Min. Cappuccini, IX Roma 1935, pp. 318-19, 327-28, 371; Sertel, Bbl., VIII, pp. 642-43 (con l'elenco delle pubblicazioni).
Barino de Milano
FELICE, vescovo di Aptungr. - Appare nei 311 quando partecipò alla consacrazione del vescovo Ceciliano di Cartagine, la quale segnò l'inizio della scisma donatista. Fu perciò preso di mira dagli scismatici che si accanirono contro di lui allo scopo di infirmare la validità dell'elezione di Ceciliano. Fu infatti condannato nel Sinodo donatista di Cartagine del 312 in cui con falsi documenti e testimonianze si affermò che F. aveva tradito durante la persecuzione di Diocleziano consegnando le S. Scritture.
Il suo preteso tradimento fu addotto poi come pretesto dai donatisti per non accattare le decisioni del Concilio romano del 313 nel quale fu riconosciuta valida l'ele-
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zione di Ceciliano. Costantino Magno allora per tagliar corto ad ogni intrigo ordinò al vicario d'Africa, Elio Paolino, di fare un'inchiesta sulla verita delle accuse lancante contro F. L'inchiesta iniziata ad Aptungi e chiusa a Cartagine, e passata attraverso le mani di vari magistrati, fu completamente favorevole a F.; il proconsole Eliano il 15 febbr. 314 proclamò l'assoluto innocensa dell'accusato e ne comunicò il risultato all'Imperatore. Quando F. sia morto non si conosce.
BibL.: Acta parrocitads F. episcopi Autumnuml, in CSEL. 26, pp. 107-204 e passim (v. indice); L. Duchesne, Histoire ancienne de l'Eglise, II, Parigi 1910, pp. 119-17; P. Monceaux, Histoire lnternire de l'Afrique chrétienne, IV, ivi 1012, pp. 1522. 218-20. Agostino Amore
FELICE da Cantalice, santo. - Laico cappuccino della provincia romana, n. a Cantalice (Rieti) nel 1515 , lavorò da contadino fino a 30 anni, fece la professione religiosa nel 1545 , m. a Roma l'8 maggio 1587.
Dal 1547-48 fino alla morte esercitò l'ufficio di questuante del Convento di S. Niccolò dei Porci (ora S. Croce dei Lucchesi) ai piedi del Quirinale. In continua preghiera e penitenza, umile e lieto esercitò l'apeorolato della esortazione spirituale, dell'assistenza ai malati e ai poveri, per i quali questuava, soprattutto in tempo di carestia; invitava fanciulli e giovani a cantare con lui laudi devote, alcune di sua composizione. Era chiamato "frate Deo gratias " per la sua formola di saluto e di cristiano ottimismo. S. Filippo l'ebbe carissimo e con lui imbastiva scene di santa semplicità e di correzione per gli spettatori della strada. N. Carlo Borromeo, alti prelati e nobili ne ricercavano la conversazione. Insieme con S. Filippo Neri fu la personalità più originale e più popolare di Roma (Pastor). Fu canonizzato da Clemente XI il 22 maggio 1712 (ma la bolla fu promulgata solo il 4 giugno 1724 da Benedetto XIII). Festo il 18 maggio.
BibL.: Cf. rassegna di fonti e di biografie in Aualecta Ord. Mix. Capuccinorum, 20 (1913), pp. 283-88. 316-10), e in Jean de Dina, Les sources de la wie de s. F. de C., in Etudes frane. 33 (1921), pp. 97-109; alcuni capitoli biografici dello stesso autore (ibid., 34 (1023), pp. 80-99. 372-46; 47 (1037), pp. 419-44; Bernardino da Palmas Arborea, Vita di s. F. de C., 2^{°} ed., Roma 1928; Catherto da Brichum, I Cappuccini e la Centruciforma, Frenza 1930, pp. 180-213; Martyr. Romanum, p. 196 (ci si deve correggere la data della canonizzazione); Ilarino da Milano, F. de C., il tanto della vie di Roma, in L'Italia frane., 25 (1948), pp. 126-41; Arsenio da Casorata, Un ritratto di s. F. de C. valuta da un santo, ibid., 24 (1949), pp. 88-91 e in Etritolo. 9 (1949), pp. 208-200. Ilarino da Milano
FELICE da Nicosia, beato. - Fratello laico cappuccino della provincia messinese, n. a Nicosia (Enna) il 5 nov. 1715, entrò nel noviziato a Mistretta il 19 ott. 1743 , m. a Nicosia il 31 maggio 1787.
Si propose l'imitazione del confratello laico s. Felice da Cantalice; praticò umilmente una vita di penitenze, di fatiche nei vari uffici manuali e nella questua; fu pieno di carini verso i poveri, gli infermi ed i carcerati; beneficò le anime con la preghiera, l'esortazione a ben fare; era venerato come monseturgo. Fu beatificato da Leone XIII il 12 febbr. 1888. Festa il 1^{°} giugno.
BibL.: Sacra Rituum Comprensio, Positiones super causa beatitertinis et commissionis muni Dei F. a N., Roma 1830-87; De Luca Graudilo de Bronte, Vita del beato F. da Nicosia, Catania 1863; I. Fulici, Bisaccin eroica. Vita del beato F. da Nicosia, Pisa 1940.
Bacino da Milano
FELICE di Nola, santo. - Di nobile famiglia, oriundo dalla Siria, fin da fanciullo si consacrò al Signore e fu ordinato sacerdote dal vescovo Massimo di Nola. Durante la persecuzione di Diocleziano fu tormentato per la fede ma non mori martire, sebbene fosse stato venerato come tale.
Sul suo sepolcro fu costruita una contuosa basilica, meta di numerosi pellegrinaggi, dove avvenivano anche dei miracoli. Il vescovo a. Paolino lo celebrow con nu-

(per cortesia di mare. A P. Frutos)
Felle da Cantalice, santo - Ritzano. Disegno di Giuseppe de Cesari - Roma, collezione del principe Caetani.
maroai e bellissimi carmi composti per il dies natalis che ricorre il 14 genn. Anche papa Damaso gli dedicò un carme di ringraziamento per averne sperimentato il patrocinio durante la lotta con Ursino. A Roma fu venerato nella chiesa a lui dedicata in Pincis, ciò che diede occasione ad una grande confessione sulla sua persona ed alla moltiplicazione di leggende agiografiche.
BibL.: s. Paolino di Nola, Carmina (PI. 61. 438 sgg.; CSEL. 30), passim; s. Gregorio di Tuara, De gloria martyrum, 104 (PL 71, 795 sg.), Alta SS. Inouaril, II, Parigi 1863, pp. 219232; N. Quentin. Les martyrdiges historiques du moyen âge, ivi 1908, pp. 320-22; H. Delchaye, Les orepônes du culte des martyrs. Bruxelles 1933, p. 304 sg.; A. Ferrus, Epigrammata Damassiana, Città del Vaticano 1942, pp. 213-15; M. Arnadini, Le chiese di Roma dal sec. IV al XIX, ed. C. Cecchelli, Roma 1942, pp. 416 sg., 1297; Martyr. Hieronyminum, pp. 40, 398; Martyr. Romanum, p. 21.
FELICE I, papa. - Nel Liber Pontificalis è detto romano, figlio di un certo Costanzo. Pontificò dal 269 al 274. Intervenne nella questione per la deposizione di Paolo di Samosata nel Concilio di Antiochia, dopo la cui condanna scrisse una lettera al clero di Alessandria affermando l'unicità di persona in Gesù Cristo figlio di Dio e di Maria Vergine.
Questa lettera di F. fu poi letta anche nel Concilio di Efeso del 431. Gli è attribuito un decreto con il quale si permetteva di celebrare la Messa sulle memorie dei martiri, ma il testo del Liber Pontificalis non è chiaro né sicuro. Morì il 30 dic. 274 e fu sepolto nel cimitero di Callato, com'è indicato nella Depositia episcoporum. La notizia del suo martirio e relativo soppellimento sulla via Aurelia, è nata dalla confusione del papa F. con un altro martire Felice ivi sepolto.
BibL.: G. B. De Rossi, La Roma sotterranea cristiana, II, Roma 1867, pp. 98-104; Jaffa-Watterbach, I, p. 23; Lib. Pont., I, p. 158; G. P. Kirsch, Le memorie dei martiri nelle vie Aurelia e Cornelio, in Miscellanea Francesco Ehrle (Studi e testi, 38), II, Roma 1924, pp. 63-100; Martyr. Romanum, p. 215.
Agostino Amore
FELICE II, antipapa. - Arcidiacono della chiesa romana, dopo il Concilio ariano di Milano del 353, nonostante la promessa di fedeltà al legittimo ponte-
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fice Liberio cacciato in esilio da Costanzo, accettò di essere consacrato vescovo. La funzione fu tenuta nel palazzo imperiale alla presenza di pochi funzionari. Il popolo romano non voile però riconoscerlo e disertò le sue chiese.
Nel 356, quando Liberio poté ritornare dall'esilio, l'Imperatore ed i vescovi orientali pretendevano che Liberio e F. governassero insieme; il popolo derise l'assurda proposta e costrinse F. ad uscire di città. Poco dopo però, questi tentò di impadronirsi della basilica folli in Trastevere, ma ancora una volta dovette sloggiare. Si ritirò allora in un suo pedere sulla Via Portuense dove mori il 22 nov. 365 . All'inizio del sec. vi quando la storia degli avvenimenti passati sotto Costanzo II fu confusa, mentre rimaneva vivo il ricordo della pretesa caduta di Liberio, F. fu ritenuto come legittimo papa e martire, e quindi Liberio divenne eretico e persecutore. La confusione divenne completa quando F. fu identificato con uno dei martiri onoraimi sepolti sulla Via Portuense o sull'Aurelia. Testimonio ed eco di questo imbroglio è in viro di F. inserita in una redazione dei Liber Pontificalis.
BibL. S. Atononio, Hist. Arion., 75; Boccate, Hist. recl.. 11, 37; Bassomano, Hist. recl., IV, 11, 13; Teodorozo, Hist. recl., II, 14: Quae gesta sunt inter Liberium et F. episcopos, in C6EL, 35, pp. 1-4; Lib. Pont., I, pp. Lxxiv cg., cxx-v, 211 cg.
Agostino Amore
FELICE III, PAPA. - A rigore dovrebbe dirsi F. II, perché il precedente fu antipapa. Pontificò dal 483 al 492 . Suo padre, anch'egli di nome Felice, era prete del titolo di Fasciole (SS. Nereo e Achilleo). Fin dal primo anno del suo pontificato assistette alla tempesta suscitata in Africa dai Vandali contro i cattolici, e dopo la persecuzione stabili in un sinodo le norme per la riammissione dei «lepsi» nella Chiesa.
Ma l'avvenimento più importante del suo pontificato fu la consumazione della scisma orientale, detto, dall'autore, acaciana. Salito alla cattedra di S. Pietro, F. cacevette la notizia della pubblicazione dell'Eserico dell'imperatore Zenone, e degli intrighi per affidare la Chiesa di Alessandria all'eretico Pietro Mongo. Giovanni Talaia, vescovo cattolico cacciato da Alessandria, venne a Roma per aver giustizia dal Pontefice. F. senza esitare inviò immediatamente una missione con numerose lettere per Zenone e Acacio allo scopo di difendere il Concilio di Calcedonia e la lettera dogmatica di s. Leone Magno, citando al suo tribunale il patriarca di Costantinopoli Acacio a rispondere delle accuse mossegli da Giovanni Talaia. La missione era difficile e delicata: i due vescovi legati vennero meno al loro mandato a per denaro e per paura si lasciarono trascinare dagli sciamatici, assistendo alla solenne liturgia celebrata da Acacio, nella quale il nome di Pietro Mongo fu inserito solennemente nei ditrici. F., infomato dai monaci acenveri fedeli a Roma della defezione dei legati, convocò un Sinodo di 77 vescovi nel quale depose i fedifraghi e scomunicò Acacio. A portare la sentenza di scomunice a Costantinopoli fu incaricato il difensore Tuto, che giunto in Oriente si mise in relazione con i monaci; questi avendo saputo che Acacio si rifiutava di accettare il documento pontificio, glielo affissero al mantello mentre si recava al tempio. Pareschi di quei monaci pagarono la loro audacia con la vita, altri con il carcere. Anche Tuto più tardi si lasciò corrompere e, passate agli sciamatici, fu dal Papa deposto e scomunicato. Acacio sapunse dai dittici F.; la scisma venne a dividere la Chiesa orientale da Roma. L'agire di F. era giustificato, poiché le mene dei vescovi orientali, incriganti ambizioni e fautori dell'eresia monofisita, costituivano un pericolo perenne per la pace unilversale. F. mori il 1^{°} marzo 492 e fu sepolto nella basilica di S. Paolo, per gli stretti legami della sua famiglia con la basilica.
BibL.: Acta SS. Februarii, III, Pacigt 1862, pp. 202-208; Evagrio, Hist. recl., III, 10-21; Jaffé-Wattenbach, 1, pp. 80-82; Lib. Pont., 1, p. 192 sg.; S. Salavillo, Les conséquences de l'Hémolique : la schisme acacien, in Echos d'Orient, 10 (1574), pp. 49-68.
Agostino Amore
FELICE IV, PAPA. - Regnante dal 526 al 530. N. nel Sannio da un certo Castorio, fu elevato al sommo pontificato per l'influsso di Teodorico re dei Goti, che inflisse cosi un colpo alla libera elezione del Pontefice. Venuto però, poco dopo, a morte Teodorico, F. fu liberamente eletto, accettato e consacrato pacificamente.
Scrisse a Cesario d'Arles inviandogli dei Capitula sulla Grazie e il libero arbitrio, tratti dalle opere dei Padri e particolarmente di s. Agostino, condannando l'efagio, Celestio e Giuliano d'Eclano. Avendo ottenuto da Amalasunta il "templum sacrae urbis " lo trasformò agevolmente in chiesa cristiana con l'aggiunta di un'abuida che fece ornare di bellissimo musaico; a un tale edificio, che dedicò in onore dei ss. Cosme e Damiano, uni il tempietto di Romolo, figlio di Massonzio, per formarne l'atto. Iri egli è rappresentato nel mosaico sbsidale in atto di offrire l'edificio da lui trasformato (Wilpert, Musaici, tav. 102). Prima di morire F., temendo il pericolo di lotre e scissure tra i partriti per l'elezione del successore, ricorse ad un provvedimento fino allaro inaudito: designò egli stesso il successore nella persona dell'arcidiacono Bonifazio. Il partito contrario stesse Dioscore; ma poiché questi dopo qualche mese mori, Bonifazio fu unanimamente riconosciuto a venerato come legittimo Pontefice, evitando lo scisma. F. mori nei sett. del 530 e fu sepolto in S. Pietro.
BibL. G. B. De Rossi, De tre antichi edifici composenti in chiesa dei SS. Cosme e Damiano, in Bull. arch. crist., 11 serie, 5 (1867), pp. 61-75; Jaffé-Wattenbach, 1, p. 110 sec.; Lib. Pont., 1, p. 270 seg.; H. Griser, Homo nilio fine del mondo antica, trad. it., nuova ed., I, Roma 1930 sgg.; II, ivi 1930, s. 23 sgg.
Agostino Amore
FELICE V, ANTIPAPA. - Deposto il papa Eugenio IV, il Concilio di Basilea (v.) elesse, il 5 nov. 1439, il duca Amedeo VIII di Savoia (v.). L'elezione fu fatta contro le norme canoniche, perché all'unico cardinala di Arles si aggiunsevo 32 elettori, scelti da una commissione, dei quali solo it erano vescovi. L'eletto accettò con il nome di F. V il 5 genn. 1440, ma non fu consacrato e coronato a Basilea che il 24 luglio.
Lo riconobbero solo poche potenze, i duchi di Savoia e di Baviera, parte dei contoni svizzeri, per qualche tempo il re di Scozia e il duca di Milano; Francia e Inghilterra, pure accogliendo i decreti del Concilio, non si staccarono dall'obbedienza ad Eugenio: Federico III, re dei Romani, venne a Basilea (1442), ma non rese a F. gli onori dovuti a un Pontefice; Alfonso d'Aragona, dopo avere trattato con il Papa e con l'antipapa, riconobbe il primo (1443), avendone la conferma del Regno di Napoli. La decima sui beni ecclesiastici, che i padri di Basilea avevano dovuto porre per mantenere la nuova corte, rese impopolare l'antipapa, guadagnandogli caccia di braccia, quantunque, ad evitare spese, egli, dalla fine del 1442, si stabilisse a Losanna. F. elevò al cardinalato uomini anche insigni, ma parecchi rifiutarono la nomina: fin uno dei suoi segretari, Enea Silvio Piccolomini, passato ai servigi dei re dei Romani, si adoperò, come consapevole ormai del danno dello scisma, a rivolgers a Eugenio IV il Re e i Tedeschi. I * concordati dei primispi * accettati da Eugenio morente (febbr. 1447) e quello di Vienna tra Federico III e il nuevo papa Niccolò VI(17 febbr. 1448) assicurarono al Pontefice romano l'obbedienza della Germania. Cacciati i padri da Basilea per volere del re e ridottisi a Losanna (giugno 1448), F. si dichiarò disposto a lasciare l'ufficio. Niccolò V tolse allora le censure contro lui e il Concilio ( 18 genn. 1449); F. confermò i propri editti disciplinari a le grazie concesse, levò la censura contro l'obbedienza romana e depose l'autorità nelle mani del Concilio ( 7 apr. 1449). Ilt'fapa confermò a sua volta le collazioni fatto dall'antipapa e diede ad Amedeo il titolo di cardinale vescovo di Sabina, a cui il Concilio, prima di sciogliersi, aggiunse quello di legato a vicario perpetuo per il ducato di Savoia, il Piemonte e parte della Svizzera.
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Bib.: Il Bullarium di F. V. in otto volumi, è nell'Archivio di Sesto di Torino. Vedi poi Mansi, XXIX-XXXI; Monumenta conciliorum generalium soccali XV, ed. Palacky e Birk, Vienna 1857-186. U. Chavallier, Répertoire... bio-bibliogr., I. Perini 1905. s. v. Amódis VIII, coll. 193-94; N. Valois, Le pape et le concile, in 1909: Helée-Leducq. VII, 1, n. 1070 sgg.; Passer, I, passim: H. Jedin, Storia del Concilio di Trento, I, trad. it., Brescia 1949. v. indice (soprattutto il libro 1^{°} per la storia dell'ime conciliare).
FELICE da Prato. - Esegata agostiniano, n. a Prato nella seconda metà del sec. xv da genitori ebrei, m. a Roma verso il 1560 . Fu per qualche tempo un ardente e dottissimo rabbino. Convertitosi, entrò tra gli Agostiniani e svolse il suo apostolato sacerdotale specialmente con gli scritti e la predicazione, rivolti alla conversione degli antichi suoi correligionari. Nel 1523 dal generale agostiniano Gabriele Veneto fu insignito della laurea in teologia. In seguito, tanto dalla sua Congregazione religiosa di Lecceto (Siena) quanto dai superiori maggiori dell'Ordine di S. Agostino, gli furono affidati vari importanti uffici ed incarichi. Fu sepolto nella chiesa di S. Agostino, a Roma.
Opere principali: Pudterium ex haebraico latine redditum (Venezia 1515, Basilea 1524, Lione 1530); Biblio rabbinica (a voll., Venezia 1518, e nuovamente nel 1521, 1528, 1534; con molte varianti fu stampata ancora nel 1523 e nel 1533 ).
Bial.: J. Linteri. Illustrares viti religionis Augustinianus, II, Tolentino 1839, pp. 267-68; Mutter, II, col. 1403; D. A. Perno, Bibliographic Augustiniana, III, Firenze 1935, pp. 100-102. Decide Fabiani
FELICE, vescovo di Treviri, santo. - Fu eletto in occasione del Concilio radunato a Treviri nel 385 per la controversia priscillianista, succedendo a Brittonc. Sulpicio Severo (Dint., III, 13, 15) lo loda come un santo uomo e afferma che in altri tempi sarebbe stato un degnissimo vescovo.
Attorno a lui però si raggruppò il partito degli eretici dando origine ad un breve scisma. Dopo 12 anni di episcopato e di lente rinunziò al vescovato ritirandosi a far penitenza in un monastero. Morì verso il 400 e fu sepolto in una chiesa di Treviri, che egli stesso aveva edificato, e dove fu anche venerato come santo. E commemorato nel Martyr. Romanum il 26 marzo.
Bint.: Tillemont, VIII, p. 511 sgg.; Acta SS. Martii, III, Parigi 1865, pp. 619-23; Fliehe-Martin-Fruta. III, p. 476 sgg.; Martyr. Romanum, p. 114. Agostino Amore
FELICE, vescovo di Urges. - In carica a Urgel (es. 782 ) nella Marca Hispanica, m. nell'818. Fu, insieme a Elipando, il principale propugnatore dell'adorionismo, che difese con grande erudizione e zelo. Giudicato nel Concilio di Ratisbona del 792, convocato da Carlomagno, rinunziò pubblicamente ai suoi errori, che ancora una volta abiurò poco dopo a Roma dinanzi a papa Adriano I.
Ricaduto però nei medesimi, scrisse un'opera eruditissima, oggi scomparsa, refutata poi da Alcuino, da Paolino di Aquileia e da Agobardo di Lione. In un Sinodo del 798, a Roma, Leone III pronunciò l'anatema contro F. Una disputa pubblica fra F. e Alcuino dinanzi a Carlomagno (ott. 798) indusse F. a riconoscere la sua eresia. Allora rivolse ai suoi colleghi di Urgel uno Confessio fidei, in cui li esorta alla fede cattolica. Recentemente è stata identificata come opera di F. il Liber de variis quaestionibus aduversus Judaeas ac erteras infideles sen quasilibet haereticus, primo attribuito falsamente a s. Isidoro di Siviglia.
Bint.: Edizione di A. C. Vega e A. E. Anspach, Liber de variis quaestionibus..., (Scriptores ecclesiaeis) biopson-lutini saceris ex media secs.), El Escorial 1940; Z. Garcia Villada, Historia eclesiástica de España, III, Madrid 1936, pp. 58-105; J. Madoz, Una obra de F. de U., falsamente adjudicada a s. Isidoro de Savilla, in Blindies eclesiásticos, 23 (1940), pp. 147-68. Giuseppe Madoz
FELICE di Valois, santo. - Confondatore dell'Ordine dei Trinitari di cui non si hanno notizie biografiche sicure.
N. ca. il 1127, dalla famiglia regale dei Valois, come vuole il Breviario dell'Ordine (Parigi 1514), m. a Cerfroid il 4 nov. 1212; ha condotto vita eremitica a Cerfroid (Cervus Frigidus), diocesi di Mours. Dopo la fondazione dell'Ordine (1194, bolla d'Innocenzo III, 16 maggio 1198), frater Felicius o Felix figura in atti del 1203 e 1208, quale ministro del convento della S.ma Trinità di Marsiglia. Gli atti pontifici riguardanti l'Ordine sono sempre indirizzati al solo s. Giovanni de Mathe. Il culto ab immemorabili di F. fu confermato con quello di s. Giovanni de Mathe da Alessandro VII, il 21 ott. 1666 (S. R. Congr., Registrum Servorum Dei, II, pp. 528-27); la festa, fissata al 20 nov. da Innocenzo XI ( 6 maggio 1679), fu estesa a tutta la Chiesa da Innocenzo XII ( 19 maggio 1694).
Bial.: Martyr. Romanum, p. 497-98; Antonio de l'Assomption, Les origines de l'Ordre de la Trés Ste Trintié, Roma 1925, pp. 35, 39, 40, 41-42, documenti, pp. 94, 108.
A. Pietro Fruta
FELICE e ADAUTTO, santi, martiri. - La più antica e sicura notizia che li riguarda è un carme damasiano dal quale si ricava che un certo presbitero Veno ornb i loro sepolcri. Questi si trovano nel cimitero di Commodilla, dove li ricorda anche il Martirologio geronimiano il 30 ag.
Dall'iscrizione damasiana, il cui testo tramandato dai codici non è peraltro sempre sicuro, sembra che F. ed A. fossero fratelli e che insieme furono uccisi. Esiste una Passio del sec. viI, molto leggendaria, secondo la quale F. era sacerdote; durante la persecuzione di Diocleziano, dopo essere stato torturato fu condotto sulla Via Ostiense per essere decapitato. Lungo la strada un cristiano gli si associó nella confessione della fede a nel martirio, e poiché non se ne conosceva il nome dei fratelli fu chiamato A., "quod sancto Felici ductus sit ad coronam martyrii". Sui loro sepolcri posti in una profonda spaccatura del terreno fu edificata una basilica. L'autore della Passio si è fondato probabilmente sulle scarne notizie del carme damasiano che però lesse ed interpretò malamente. La presenza poi a Roma « in Pincis» di una chiesetta dedicata a s. Felice di Nola, fu l'occasione per un'ulteriore confusione leggendaria tra