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orpora, prodotto principale esportato da quella regione. Tanto i Greci (cf., p. es., Odyes., 4, 618) che gli Israeliti (cf. Deut. 3,9; Judr. 10, 6.12, ecc.) chiamavano anche Sidoni gli abitanti della Fenicia intera.

La Fenicia propriamente detta, cioè la regione che si estende da Rās en-Naqūrah (frontiera odierna fra la Palestina e la Siria) fin al Nahr el-Kebir (l'antico Eleuterd), è in gran parte una angusta striscia di terreno coltivabile, più larga soltanto agli sbocchi dei fiumi Nahr el-Qasimijjeh (anticamente Litas) e Nahr el-Kebir, e dietro le grandi città costiere di Tiro, Sidone, Beirut e Biblos. Ben irrigate dalle acque provenienti dal Libano, queste terreno è assai fertile (grano, fichi, vino, ulive); le pendici inferiori del Libano si prestano all'orticoltura e alla cultura della vite, mentre le posizioni più alte anticamente erano occupate da foreste di cedri e di cipressi. L'abbandanza dei prodotti, da una parte, la ristrettezza del territorio, dall'altra, spingevano gli abitanti fin dai tempi antichi all'esportazione a alla colonizzazione, prima nelle terre confinanti: verso sud fino al Carmelo, verso nord fin verso il Monte Casio (G. el-Aqra'); testimoni ne sono le città di Akko, Arados (Ruād), Ugarit (Raš Šamra) e, più tardi, Tripoli (allo sbocco del Nahr el-Qadis̄ah). L'intera regione fra Akko e il Monte Casio si chiamava Fenicia nel senso più largo. La colonizzazione transnrarina si sviluppava in modo particolare nella 2ª metà del II millennio fin verso l'800 a. C. sulla costa settentrionale dell'Africa, ove Cartagine (fondata sotto il re Pigmaleone, 820-774) era la colonia più importante. Le navi fenicie giungevano perfino alla Spagna (Tarkā, Tartaraca, allo sbocco del Guadalquivir).

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Gli abitanti della Fenicia erano, almeno fin dal 3000 a. C. ca., Semiti, come attestano le loro figure rappresentate su monumenti egiziani, che sono lo stesso tipa dei "Cananei" della Palestina preisraelitica. Finora non consta di che razza e origine siano stati gli abitanti che li precedettero. La lingua dei Fenici è conosciuta da molte iscrizioni trovate nella Fenicia stessa, fra le quali le più antiche sono le iscrizioni dei re di Biblos recentemente scoperte (dei secc. xiri-x), da iscrizioni trovate nelle colonie fenicie, e oggi in particolare dai numerosi testi trovati in Ugarit (Râs Samra). Il fenicio è un dialetto semitico del gruppo nordoccidentale, affine all'ebraico e moabitico (stale di Mesa), e alla lingua delle glosse cananee contenute nelle lettere di Amarna. La lingua fenicia rimane in uso per quasi
2000 anni; l'ultima
iscrizione completa trovata è del sec. 1 a. C.; ma Luciano di Samosata (ca. 125-190 d. C.) conosce ancora la differenza fra l'ebraico e il fenicio (Aferandros, § 13). Il punico di cui parla s. Agostino è un dialetto fenicio.

Storia. - Le più antiche notizie sulla Fenicia provengono da documenti egiziani. L'Egitto, sprovvisto di legname, fin dai tempi più antichi l'importava per via di mare dalle foreste di cedri e di cipressi della Fenicia. Tali spedizioni commerciali, dirette particolarmente a Biblos (v.), allora porto più importante della Fenicia, si praticavano fin dalle prime dinastie egiziane, specialmente sotto la VI dinastia (ca. 2420-2280 a. C.) e la XII dinastia (ca. 2000-1785). In seguito a tali spedizioni gli Egiziani acquistarono anche una certa supremazia politica o almeno una ingerenza assai notevole nel governo di alcune città, come attestano gli scavi di Biblos e di Ugarit (Râs Samra). Questa supremazia egiziana, sospesa durante il periodo degli Hybros (ca. 1770-1580), fu riacquistata dopo l'espulsione di questi dall'Egitto (ca. 1380), specialmente sotto il potente Thutmosis III (ca. 1501-1447), ma scadde ben presto, come attestano le lettere di Amarna, per ragione delle invasioni dei Habiru e degli intrighi dei principi amoriti insediatiel al di là del Libano, e venne a cessare totalmente nel tempo dell'invasione dei "popoli maritimi" (ca. 1200 a. C.). Ora comincia l'organizzazione politica indipendente delle singole grandi città : Sidone, Tiro, Arados, Biblos, Akko, le quali si disputano l'egemonia. Prevale fin dal sec. xir l'autorità di Sidone, che, ca. l'anno 1000, viene sostituita da quella di Tiro, il cui re Hiram I ( 996-936 ) sta in relazioni politiche e commerciali con David e Salomone (cf. II Simi, 3, 11; I Reg. 3, 15-32; 9, 11-14, 27; 10, 11). Ittobaal (887-830), il terzo successore di Hiram, fa alleanza con Omri ed Achab, re d'Israele ( 884-854 ), e sotto Pigmaleone ( 820-774 ) sorge (o esorge) Carragine ( 814-815 ), la colonna più importante di Tiro sulla costa settentrionale d'Africa. Ma la politica d'espansione del risorto regno assiro minaccia anche la Fenicia, la cui parte settentrionale viene fatta provincia assiro da Thaglatliphalasar I (756-727), mentre la parte meridionale diventa tributaria. La situazione politica rimane più o meno la stessa dopo la disfatta dell'Assiria sotto i re neobabilonesi. I Persiani, pur lasciando
alle singole città una certa autonomia, comprendono la Fenicia sotto la V satrapia Abarnahara (Siria) : cf. Erodoto, III, 91. Conquistata in parte da Alessandro Magnu, la Fenicia diviene oggetto delle contestazioni dei diadochi, finché, nel 64 a. C., i Romani l'occupano definitivamente, unendola alla Proslacia Syria. Questa situazione rimane sostanzialmente stabile fin all'invasione degli Arabi (638 d. C.).

La civiltà fenicia presenta un carattere assai complesso. Essendo la Fenicia paese di transito dall'Egeo e dall'Egitto alla Mesopotamia, la sua civiltà era aperta all'influenza delle culture di tutti quei paesi, particolarmente dell'Egitto, come provano gli scavi di Biblos e di Râs Samra. Tuttavia l'arte fenicia contiene degli elementi originali, che si debbono al talento artistico non comune e alla grande abilità tecnica dei Fenici. L'opinione, attribuita dagli antichi scrittori
fenici al loro popolo, di aver scoperto e trasmesso alle altre nazioni quasi tutte le arti e i mestieri, è certamente falsa, ma rimane pur vero che non poche invenzioni ed opere d'arte fenicie sono passate alle civiltà occidentali, specialmente a quella dei Greci. Il contributo più pregevole dato dalla Fenicia all'Occidente è la scrittura alfabetica, passata nel sec. xI o x ai Greci e da essi stessi chiamata ๕̊́̃oxıx̌̌̌a ypápıxra (Erodoto, V, 38).

Se i Fenici siano gli inventori dell'alfabeto (v.) o l'abbiano ricevuto da altri, è una questione ancora controversa. Come la più antica iscrizione alfabetica fenicia finora veniva considerata quella del sacerfago del re Abiram di Biblos (scritta probabilmente ca. il 1100 a. C.); ma recentemente è stata trovata una breve iscrizione che si fa risalire al sec. xv a. C. ed è molto più avaica di quella del sacerfago dell'Ahiram. L'invenzione della scrittura alfabetica fenicia rimonta dunque almeno alla metà dei II millennio a.C.

La religione dei Fenici, prima conosciuta quasi esclusivamente dalle notizie date in proposito da Sanchuniaton (ultimo terzo del II millennio [?]) - tramandateci da Filone di Biblo ( 64-140 d. C.), oggi viene illustrata dai monumenti scoperti negli ultimi decenni. Il pantheon fenicio non è pienamente identico nelle diverse città della Fenicia, ma le divinità principali si possono ridurre a tre tipi fondamentali: un dio "più anziano" (El), una divinità femminile rappresentante la potenza generatrice (Astarte, Baalar, Akeral e un "dio giovane ", rappresentante la vegetazione nascente e morente (Adoni; a Ugarit Mót e Alijan, a Tiro Melqart).

Accanto a questi tipi fondamentali vi sono diversi altri nomi, probabilmente importanti dall'estero, rappresentanti sia i fenomeni atmosferici (Režef, Baal-Samen, a Ugarit Baal), sia altri elementi importanti per la vita sociale (ipostasi delle arti, ecc.). Paragonata alla religione cananea della Palestina, quella fenicia mostra lo stesso fondo, ma uno sviluppo un po' differente e più ricco, dovuto alla separazione politica delle due regioni e agli influssi dell'estero, ai quali la Fenicia era più aperta della

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Ite C. (sutomo, La cindierina gacnitioner, Parlar 128, p. 28; Fenicia e Fenici - Sarcofago trovato a Sidone (nec. vi a. C.).

Palestine. La religione punica, derivante dalla fenicia, ha subito altre modificazioni dovute a infiltrazioni venute dalla Libia e dall'interno dell'Africa.

Bibli F. C. Movers, Die Phönixier, I, Bonn-Berlino 1841 ; 11, 1-2, ivt 1820-26; R. Pietschmann, Geschichte der Phominier, Berlim 1889; G. Rawlinson, History of Phonetics, London 1889; M.J. Lagrange, Etudes sur les religions semitiques, a ed., Parigi 1905; W. Graf Baudissin, Adonis und Zimon, Lipsia 1911; G. Contenau, La civilisatiom phénixienne, Parigi 1928; G. Levi Della Vida, Fenici, in Ena, Ital., XIV, pp. 997-1002; E. S. Harris, A Grammar of the Phonetician Language, Nueva Haven 1956; R. Dussaud, Les découvertes de l'ue Shamma et l'Aurion Testament, Parigi 1937; O. Elsaleldt, Pholuther (Phoinibia), in Pauly-Wissowa, XVIII, II, coll. 330-80.

Agustino Bea
FENOMENISMO. - Nella sua espressione più rigorosa, è il sistema filosofico che nega la realtà dell'essere o cosa in sé al di là del puro fenomeno (v.), e afferma quindi la riduzione di tutto il reale ai fatti e contenuti dell'esperienza psichica. E questo il f. puro, che potrebbe anche dirsi metafisico, in opposizione al f. gnoseologico, il quale, senza negare la cosa in sé o, comunque, senza pronunciarsi in merito alla sua esistenza (f. agnostico), nega tuttavia che essa sia conoscibile, riducendo ogni nostra conoscenza al puro fenomeno inteso come rappresentazione soggettiva.

Il f. gnoseologico nasce nella storia del pensiero con Protagora (v. sotisti). La concezione infatti della percezione sensibile come risultato eterogeneo dell'incontro di due movimenti, quello dell'oggetto e quello del senso percipiente, portava al relativismo empirico in cui era in germe il f. Protagora poteva quindi affermare che "l'uomo è misura di tutte le cose" (Diogene Laerzio, IX, 51 ; Platone, Theaet., 152 a), in quanto non gli è dato percepire
la realtà come è in sé, ma soltanto come a lui appare nel momento della percezione, condizionata e determinata dalla sua attuale e individua soggettivita.
18. Il f. in senso più rigoroso (f. agnostico e f. puro) è una posizione caratteristica della filosofia moderna, determinata principalmente dalla critica massa da G. Locke e D. Hume all'oggettività del concetto disostanza. E quindi sulla base dell'empirismo che nasce e si sviluppa il f. moderno, inserendosi a sua volta nella storia dell'idcclismo, attraverso il graduale processo di assorbimento del reale nella sfera dell'esperienza soggettiva.

Così, mentre nell'immaterialismo empirico di G. Berkeley è ridotto a valere di fenomeno soltanto la realta materiale, D. Hume, che in questo sarà poi seguito dai rappresentanti della scuola empirico-materialistica (I. Tain, T. Huxley, e, in senso almeno agnostico, J. Stuart Mill), estende il f. anche al campo dell'esperienza spirituale, negando la sostanzialita dell'io o soggetto conoscente: "Per parte mia, quanto più profondamente mi addentro in cio che chiamo me stesso, sempre mi imbatto in una particolare percezione di caldo o di freddo, di luce o di oscurità, di amore o di odio, di dolore o di piacere, o di altro. Non riesco mai a sorprendere me stesso senza una percezione e a cogliere altro che l'atto di percepire" (Trattato tulla natura umana, I, t, parte 4^{2}, sec. vi, trad. it. di A. Carlini, Bari 1926, p. 305). Contro lo scetticismo metafisico che era implicito nel f. integrale di Hume, non valse la registrazione critica kantiana che riusci anche essa a un f. gnoseologico in cui è definitivamente preclusa alla ragione umana teoretica ogni conoscenza delle cose in sé. E il f. kantiano rivive in gran parte della speculazione filosofica seguente, fermo al relativismo della conoscenza, e quindi alla negazione della sua oggettivita, nel senso più forte e tradizionale del ter. mone: cosi, se pure con accentuazione varia e indirizzi diversi, in G. F. Herbart, R. Lotze, W. Hamilton, A. Comte, H. Spencer, e principalmente nell'autore del neo-criticismo francese, C. Renouvier, che riduce tutto il mondo dell'esperienza e della conoscenza teorica a un sistema di relazioni tra fenomeni. In Italia una nuova forma radicale di f. fu propugnata con tenacia a vigore speculativo da C. Guastella (v.).

L'idcclismo, nato dalla critica kantiana come ulteriore sviluppo dei suoi intrinseci postulati e tentativo di ricostruzione metafisica di fronte al suo egrocchionno, si risolve anch'esso, almeno per quanto concerne il mondo della nostra esperienza, in f. La riduzione infatti della realtà allo svolgimento soggettivo della coscienza trascendentale (I. G. Fichte), e il processo dialettico dell'idea (G. W. F. Hegel), o alla perenne autoposizione dell'atto (G. Gentile), importa la negazione della realtà come posizione ontologica trascendente la immanente esperienza del soggetto, e quindi la negazione della cosa in sé al di là del mondo fenomenico.

La posizione estrema del f. puro, non rivendica dal punto di vista logico-metafisico alcuna solida consistenza. Infatti, anche prescindendo da tutte le conseguenze negative nel campo etico che reca con sé la negazione della sostanziale realtà dello spirito umano, la riduzione di tutto il reale a fenomeno o semplice rappresentazione cosciente è inconcepibile, quando si riconosca il valore assoluto dei principi logico-metafisici del pensiero: il fenomeno infatti, come dato e fatto della coscienza, suppone che almeno la coscienza, in quanto centro percettivo a unificatore dei fenomeni, abbia l'ontologica consistenza dell'essere o sostanza.

Quanto al f. gnoseologico-agnostico, esso può difendersi solo sul presupposto della assoluta soggettivita del fenomeno. Ma è questo un puro postulato del relativismo, ingiustificato tanto da parte della natura della conoscenza (che esige sì il confor-

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marsi dell'oggetto alle condizioni del soggetto conoscente, ma non la assoluta eterogeneità del dato della coscienza di fronte alla realtà), quanto da parte dei positivi contenuti che la riflessione trova nella coscienza. Nella interiore e chiara esperienza della nostra attività spirituale noi conosciamo infatti realmente qualcosa del nostro più intimo essere, e attraverso l'apparire nell'esperienza sensibile di una esterna realtà, sia pure sotto aspetti parziali e relativi, resta aperta la via al pensiero per una conoscenza positiva e oggettiva della cosa in sé (v. conoscenza).

Bial.: C. Renouvier, Essais de critique générale, a voll., Parigi 183a-84; H. Husker, Husse, Londra 1878; F. H. Bradley, A defence of phenomenalism in Psych., in Mind, 9 (1900), p. 26 mg .; E. Bloch, Die Analyse der Einfindungen, Jena 1903; C. Guenalla, Le ragioni del f., 3 voll., Palermo 1921-22; C. A. Bostrini, F., Genova 1926; F. Albaggiotti, Soggettivizi del reale, secondo il f., in Giura, crit. d. fil., it., 12 (1931), pp. 321-31; A. Sommattino, Il f. nel suo sviluppo storico, Napoli 1938; F. Oggini, Il f. di Descartes, nel vol. in collaborazione, Curitana, Milano 1937; D. Severgnini, Le ragioni del f. e dell'innumereza, in Logos, 21 (1938), pp. 314-78; 22 (1940), pp. 38-82; C. Ferro, Il problema del f. razionalistico, in Mic. di fil. mens., 32 (1940), pp. 390-77; T. Oggini, Il concetto di "realismo" e di "f. v. ibid., pp. 269-308; G. Bontolini, A proposito del concetto di "realismo" e di "f. v. ibid., pp. 333-86; C. Ferro, A proposito di due diverse concezioni del f., ibid., 33 (1941), pp. 59-70; G. Di Napoli, P. e f., ibid., pp. 71-83; C. Giovan, F., realismo e idealismo, ibid., pp. 168-94.

Ugo Viglino
FENOMENO. - Dal gr. \varphi sivquz, "mostrare, mettere in luce" (radice \varphi a, "splendere", "luce"), significa apparenza, presentazione: tutto cio che appare e si mostra alla coscienza, quindi tutti i dati dell'esperienza esterna e interna, soggettiva e oggettiva, secondo il significato primitivo del termine, possono dirsi f. In questo senso il f. si prende talora come sinonimo di fatto, sebbene, più esattamente, f. aggiunga al significato di fatto o accadimento il rapporto attuale o possibile di manifestazione alla coscienza. Accanto al senso fondamentale indicato, che è passato anche nel linguaggio scientifico ( = f. del mondo corporeo * * f. fisici, chimici \% il termine ha assunto in filosofia ulteriori significati più tecnici e determinati.

In Aristotele \varphi sivquzovv è cio che appare ai sensi, in opposizione all'essere, vò \dot{\text { ov }}, oggetto di percezione intellettiva. Questa opposizione tra f. e essere che in Aristotele è puramente gnoseologica, aveva avuto invece in Parmenide (v. Eleatismo) un forte significato ontologico, in quanto alle apparenze sensibili veniva negata ogni condizionza di oggettiva realtà, attribuito soltanto all'essere immobile e uno. La riduzione del f. a valore di pura esperienza soggettiva è ripresa, con varietà di indirizzi, nella filosofia moderna, parzialmente nel nominalismo empirico di Berkeley (v.) per cui ogni presentazione sensibile non è altro che idea o rappresentazione dello spirito, e compiutamente nel fenomenismo (v.) di Hume per cui la realtà stessa spirituale del soggetto non si pone se non come f. cosciente. In Kant f. (Erscheinung) è «l'oggetto di esperienza possibile nel tempo a nello spazio», ossia ciò che si presenta nell'esperienza, come sintesi delle impressioni sensibili o delle intuizioni a priori del tempo e dello spazio. In quanto tale il f. è formalmente una costruzione del soggetto o coscienza, e si appone sia alla pura materia della conoscenza, sia al nonnenso e cosa in sé, irraggiungibile dall'esperienza e dal pensiero. La terminologia kantiana infiui decisamente sui significato filosofico attuale del termine : per f. si intende oggi generalmente cio che si presenta al soggetto nella conoscenza, come distinto dalla cosa in sé e, quindi, non è, come tale, espressione immediata di una realtà assoluta, trascendente la conoscenza stessa.

Come è facile intuire, questa concezione del f. pone (e già la poneva in Kant) la questione dell'oggettività dell'esperienza e della conoscenza in ge-
nerale. Introdotta la scissione fra le apparenze fenomeniche della realtà e la realtà stessa, l'oggettività della conoscenza non è più una posizione immediata e deve essere altrimenti fondata con derivazione me-tafisico-critica. E ciò che in varie direzioni, ma per lo più con risultati negativi, tentò la filosofia critica postkantiana. Nella filosofia tradizionale invece è negata quella scissione fra realtà e f. Il f. è appunto il rivelarsi, sia pure parziale e frammentario, della realtà nei suoi valori contingenti e dinamici. Certamente, la realtà, incontrandosi con la coscienza, si determina soggettivamente quanto al suo modo di essere nella conoscenza, ma ciò non annulla la radicale oggettività del contenuto fenomenico, attraverso cui resta possibile al pensiero raggiungere i valori più interiori e ontologici del reale.

Bibl.: R. Boirec, L'idée de phénomène, Parigi 1804; A. Lalande, Vocab. de la philat., 3* ed., ivi 1947, pp. 746-48, v. FENOMENISMO.

Ugo Viglino
FENOMENOLOGIA. - Termine usato, pare, la prima volta da J. H. Lambert (1764) e poi da Kant, per indicare quella particolare scienza filosofica il cui compito sarebbe di separare il vero ed il reale dal fenomeno e da ciò che è soltanto apparente. Significato piuttosto ambiguo che non spari neppure nella prima grande opera sistematica di Hegel, la Flusenuocenologia des Geistes (1807), ove si dava "la esposizione della coscienza nel suo avanzare della prima e immediata opposizione di sé e dell'oggetto fino al sapere assoluto".

La f. doveva quindi essere l'atrio e l'introduzione obbligata al grande tempio del sistema di cui anticipava, geneticamente, oggetti, analisi e problemi. Con l'affermarsi del sistema, invece, la f. se non fu da Hegel senel'altro abolita, in omaggio all'esigenza dell'inizio assoluto del filosofare, fu però molto ribassata d'importanza cosi da essere inglobata nel sistema come una sezione della "filosofia dello spirito" (Enciclopedia, § 413 sgg.). Incertezza che costituì uno dei punti più dolenti dell'idealismo posteriore sul quale non fu mai possibile accordarsi : in Italia, p. es., mentre lo Spaventa difese con calore ed acume la necessità della f. (cf. Saviti filosofici, ed. G. Gentile, Napoli 1900, p. 232 sgg .), i suoi migliori discepoli l'abbandonarono perché in contrasto con il principio stesso del filosofare secondo il quale il pensiero non può essere che "atto puro" (Gentile).
E. Husserl, movendo dal concetto scolastico, avuto dal Brentano (v.), di intenzionalità, concepì la f. come scienza pura a priori e cui aperto di operare la dongó cioè il "mettere fra parentesi " la concretezza esistenziale onde poter fissare nell'intuizione eidetica le pure essenze (... 8 colore, il suono, la vita, il velere in generale) come forme di attuarsi della coscienza in generale. In sostanziale accordo con il maestro Husserl, M. Heidegger precisa che il compito della f. non riguarda tanto l'oggetto come tale, il "ciò " di cui si ha da trattare, quanto invece il "come" esso va trattato. Per lui, siccome la filosofia ha per oggetto la verità dell'esistente nascosta nella realtà, tocca alla f. disvelarla e articolarla nelle sue categorie. Cosi la f. torna ad essere la via di accesso obbligato all'oggetto stesso della ontologia fondamentale con la quale anzi, nell'esistenzialismo fenomenologico di Heidegger, finisce per identificarsi.

Sarebbe opportuno evitare il termine di f. per indicare senza distinzione le ricerche descrittive nell'àmbito dei fatti psicologici, dell'etica, della storia delle religioni e dell'etnologia, riservandolo per quel momento della riflessione filosofica nella quale il contenuto concreto del pensiero si presenta nelle sue forme più stabili e universali. Nel quale senso non si vede perché non debba essere accettato anche dalla filosofia tradizionale.

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Bibs.; G. Gentile, La rifurura della dialettica lageliana, a* ed., Messina 1922; M. Heidegger, Seín und Zeit, Halle a. S. 1927: Vari autori, La Phénonotaologie, Kain 1932; A. Metzger, Phänomenologie und Metaphysik, Halle a. S. 1933; C. Fabre, La f. della percezione, Milano 1941.

Cornelio Fabro
FENWICH, Edward. - Domenicano statunitense, apostolo dell'Ohio e primo vescovo di Cincinnati. N. e S. Maria nel Maryland il 18 ag. 1768 religioso nel 1788 , sacerdote nel 1793 . Nel 1805 fondò nel Kentucky la provincia domenicana di S. Giuseppe di cui fu primo superiore. Il 13 genn. 1822 venne consacrato vescovo di Cincinnati. Nel decennio di episcopato continuò le sue peregrinazioni missionarie negli Stati del Kentucky, del Michigan, dell'Ohio. Fondò il periodico The Catholic Telegraph (1831). M. di colera a Wooster nell'Ohio il 26 sett. 1832 mentre si trovava in visita pastorale.

Bibs.: anon., Notes et documents pour servir a l'histoire de l'ordre des Prères Próchnors dans les Etats-Unis d'Ásodrieue, in Analecta S. Ord. FF. Proed., 4 (1890-1000), pp. 88-108, 427-28; V. F. O'Daniel, The Rights Rey, Edward Domnnic F. O. P., Washington 1920; A. Mesanza, Les Obispos de la Orden dominicana en Ameritn, Einsiedeln 1939, p. 126.

Abele Redigonda
FENYANG, diocesi di. - Nella Cina settentrionale, nella provincia civile dello Shansi. Fu cretta con il grado di vicariato apostolico, il 12 maggio 1926, con territorio distaccato dalla missione di Taiyuan e fu affidata al clero secolare cinese; l'11 apr. 1946, con la istituzione della gerarchia episcopale in Cina, fu elevata a diocesi suffraganea di Taiyuan.

Ha una estensione di 84.000 kmq . Al 30 giugno 1947, su una popolazione assoluta di 2.100 .000 ab., contava 15.600 cattolici. Il personale missionario, oltre al vescovo, risultava di 29 sacerdoti cinesi e 1 estero. Il Seminario minore, sul posto, aveva a8 alunni; per gli studi superiori la diocesi si serviva del Seminario regionale di Suanhwa, affidato al clero secolare cinese, dove aveva 7 alunni teologi e 4 filosofi.

Dalle statistiche degli anni precedenti risultavano, tra il personale missionario ausiliare, 4 religiosi della Congregazione dei Piccoli Fratelli di s. Giovanni Battista, una ventina di catechisti e una cinquantina di maestri. Ecclesiasticamente il territorio era diviso in 5 distretti e contava 18 stazioni principali e 243 secondarie; aveva 35 chiese e 45 oratori o cappelle. Le 4 scuole inferiori e le 46 scuole di dottrina e primi elementi contavano oltre 1000 alunni. Figuravano pure 5 catecumenati, 2 cofanotrof a 1 ospizio per vecchi. Le guerre hanno disperso il personale e distrutte le opere.

La missione, costituita in gran parte di neofiti, si sviluppò dopo la persecuzione dei Boxers ( 1900 ), di cui caddero vittime, proprio nel territorio appartenente ora alla diocesi di F., i due vescovi Gregorio Grassi e Francesco Fogolla (innalzati all'onore di beati il 24 nov. 1946) e i sacerdoti cinesi Pietro Chae, Paolo Kung, Pietro Lei e Andrea Wang con numerosi erietiani.

Bibs.: AAS, 18 (1926), pp. 483-86; GM, p. 193; MC, p. 106; Annuaire de l'Eglise catholique en Chine 1948, Shanghai 1948, passim.

FERALIA. - Era l'ultimo giorno delle Parentalia, che consistevano in una settimana dedicata ai morti della famiglia, e cadeva il 21 febbr. (Varzone, De I. lat., 6, 13, I), mentre è segnato al giorno 13 nei Feriali rustici filocaliano (virgo vestalis parentata) e di Polernio Silvio (Parentatio tumulorum incipit).

In detto giorno venivano tributati ai defunti gli stessi riti funebri, che si ripetevano ad ogni anniversario. Avanti il sepolcro ornato di fiori, si deponeva un vaso di argilla contenente grano, sale, pane inzuppato nel vino e viole sciolte (Ovidio, Pont., II, 336-39). In detto giorno, che era nefasto, i magistrati non vestivano la protesta, i templi erano chiusi e non si celebravano matrimoni.

Il giorno seguente avevano luogo le Caristie o caro cognatio, in cui i parenti, compiuti i doveri verso i marti, si riunivano a banchetto, quasi a calcolare, come dice Ovidio (loc. cit., 617-22) i gradi superstiti della parentela.

Bibs.: A. De Marchi, Il culto privato di Roma antica, I, Milano 1896, p. 199 sgg.; G. Wissowa, Religione und Kultus der Römer, a* ed., Monaco 1912, p. 237; E. Samser, a. v. in Tsub. Wissowa, VI, col. 2206; N. Turehi, La religione di Roma antica, Bologna 1939, p. 109.

Alberto Galieri
FERBER, NICOLAUS : v. HERBORM, NICOLAUS.
FERCHIO, Matteo (Fersic, Ferchius). - Teologo-francesciano convertituale, n. a Veglia (Istria) nel 1583, m. a Padova l'8 sett. 1669. Religioso nel 1599 , studiò a Bergamo, a Padova e a Roma, nel Collegio di S. Bonaventura. Reggente di studio a Rimini (1611) e a Venezia ( 1617 ), professore pubblico per ca. 10 anni alla cattolica scolastica nell'Università di Padova ( 1630-66 ), ministro della provincia di Lione, infine, per due anni, assistente del ministro generale.

II F, che prima si era dato agli studi bonaventuriani passò poi alla strenua difesa di Scoto, che conosceva profondamente e venerava quale sonno, proprio allora attaccato dallo Beovio. Scrisse contro lui la Correctio Sestica I. D. Scoti doct. subt. vitum et mortem explicum (Chambéry 1620), e contro un canonico di Colonia la famosa Apologia pro Io. Duns Scoto in Io. Frid. Matrnesium (Colonia 1619); della stessa indole, la terza Apologia Historica in Paulum Iucium Novocamensum (Bologna 1620) e l'apprezzato I ita B. Io. D. Scoti frammentari datoris subtilis (Venezia 1622-23, Napoli 1629, Padova 1671). Altre opere del F. sono: Obsetrationes super Epist libri de septimo-Quarstitis, quar est de creazione Filii Dei ad intra (Venezia 165a), e Recognitio peripatetica Aristotelis ut magistri, Liceti ut discipuli... (Padova 1656); per l'autenticità delle opere di Scoto sono le Discusiones Senicae (ivi 1638) contro i Repertutis Paritionis aditi da Giovanni Mayer, e per l'interpretazione stessa del pensiero scolistico, a cui si riferiscono le Vestigotianes Peripateticae (ivi 1639) e la violenta Defensis Vestigotianum Peripateticarum ab offessionibus Belluti et Mostrii (ivi 1646). Dopo una incresciosa polemica contro i suoi confratelli Miatrio (v.) e Belluti (v.), quella sua Defensis fu messi all'Indice "dover corrigatur" (decr. S. Uffizio 12 maggio 1655). Stanco della lotta, ritornò in vecchiaia alle dottrine di s. Bonaventura, e scrisse 8 Trascatus theol. de Angelis ad mentem s. Bonaventurae (Padova 1655, 1658), giudicano un capolavoro. Si ricordano ancora gli importanti trattati: De Personis producenribus Spiritum Sanctum (ivi 1641). De audasti substantia eiusque orta ne sunte in saunatio Anazagorae (ivi 1646); De productione Filii Dei (Venezia 1650; Padova 1667); la "ricreazione" letteraria "sul più importante poema della lingua tescane" (cral egli dice) : Osternazioni sopra il Goffredo del sig. Turgusto Tasso (ivi 1642) e il Prosecutor de B.nuse Virginis Iumaculator conceptu (ivi 1668, in 4^{°} ).

Bibs.: G. Franchini, Bibliomifio di scrittori frammentari com., Modena 1693, pp. 90, 432-33 (importante il giudizio che dà della polemica con i confratelli); Sbaralex, II, pp. 230-31; S. d'Aleugon, a. v. in DThC, V, n. coll. 2170-72; L. Di Fonsa, Lo studio del dottore terafico nel Coll. di S. Bonav. in Roma, in Miscell. Franc., 40 (1949), pp. 157, 171-72; G. Abate, Le tombs del ven. G. D. Scoto a Colonia, ibid., 43 (1945), pp. 34-70, passim.

FERDINANDO, il Cattolico, II (V) d'Araggma (III di Napoli, II di Sicilia). - N. il 10 maggio 1452 a Sos (Aragona), m. il 23 genn. 1516 a Madrigalejo (Càcerea). Figlio di Giovanni II d'Aragona e di Giovanna Enriques, F. non era destinato al trono, che gli spettò dopo la morte del primogenito Carlo di Viana. Sposato nel 1468 Isabella, erede del Regno di Castiglia, ne sorse una lunga contesa con Alfonso V del Portogallo, alla quale pose fine il trattato di Alcacobas (1479). Subito dopo i due sovrani iniziarono la guerra contro il Regno di Granata ultimo baluardo

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musulmano in Spagna, che durò oltre un decennio, ma infine, nel genn. del 1492, Granata fu conquistata.

Compiuta in tal modo l'unità spagnola, F. aveva aperti dinanzi a sé più vasti orizzonti politici. Sono noti i suoi rapporti con Colombo (v.). Sorta dopo lo scoprimento delle nuove terre la controversia tra la Spagna ed il Portogallo per il possesso della terre americane, F. si rivolse ad Alessandro VI che emanò delle bolle, per cui furono aggiudicati alla Spagna i territori contestati. Con questo bolle ad Isabella ed a F. fu concessa anche l'esclusiva evangelizzazione delle nuove terre ed il diritto di presentazione per i dignitari ecclesiastici, privilegio che costituì il primo passo verso il Patronato de Indias, concesso da Giulio II nel 1598.

La politica estera di F. fu determinata dall'aggressiva politica francese di Carlo VIII e Luigi XII, che tendevano alla conquista del Regno di Napoli. Né la cacciata del nemico del Regno di Napoli parve rassicurare F., che valeva costringere la Francia nei suoi limiti naturali, opponendosi ad ogni disegno imperialistico. Non accordo pertanto il Re il suo appoggio al cardinale spagnolo Carvajal, il quale, cugliendo a pretesso la necessità di una riforma della Chiesa, con l'aiuto di Luigi XII aveva indetto un conciliabolo a Pisa: i prelati spagnoli parteciparono invece al Concilio cecumenico del Laterano (1512). E difficile dire se la politica di F. si esaurisse, negli intendinenti del monarca, in una coerente a continua azione antifrancese, oppure se mirasse, come sostiene il Dousanayne, a realizzare il grande disegno della guerra contro gli infedeli ed alla definitiva eliminazione del pericolo turco.

E certo in ogni modo che la personalità di F. occupa un posto di primo plano non solo nella storia del proprio paese, ma anche in quella dell'Europa del suo tempo, e che gli effettí della sua azione politica ebbero carattere duraturo a costituirono le fondamenta dello Stato spagnolo nell'età moderna.

Bibl.: Per la vesta bibl. su P. cf. B. Sánchez Alonso, Fuentes de la bistoria española, Madrid 1927, v. indice. Tra le opere recenti cf. soprattutto J. M. Dousanayne, La politica internacional de Fernando el Católico, ivi 1944; id., Fernando el Católico y Germanu de Pocs, ivi 1044; id., Fernando el Católico y el cisma de Pisa, ivi 1943 (su cui S. Furlani, La politica europea nel primo quindicennio del sec. XVI, in Nuova rivista storica, 32 (1948), pp. 131-35). Sulle bolle dei 1493 cf. M. Gimenez Fernandez, Niveles consideraciones sobre la historia, sentido y valor de las bulas alejandrinas de 1493 referentes a las Indias, Siviglia 1944, ed Alceo nule sobre las bulas alejandrinas de 1493, ivi 1946, da integrare con la creazione di P. Boyle, in Razón y Fe, 103 (1944), p. 435 sgu. Sulla genesi del Patronato cf. P. Leturia, Der Heilige Stuhl und das spanische Patronat in Amerika, in Historisches Jahrbuch, 46 (1026), pp. 1-71; id., El origen bistórico del Patronato de Indias, in Razón y Fe, 78 (1927), pp. 20-36, 226-33, 312-27.

FERDINANDO di Baviera. - Arcivescovo e principe elettore di Sassonia, n. a Monaco il 7 ott. 1377, m. a Arnsberg il 13 sett. 1650. Compi gli studi a Ingolstadt e a Roma. Nel 1594 fu nominato preveato a Berchtesgaden, poi (1595) coadiutore del vescovo di Colonia, suo aio, cui successe nel 1612. Nel 1618 passò al vescovado di Paderborn.

Non volle mai ricevere gli Ordini maggiori. Di profonda pietà, si adoperò molto per la restaurazione della fede nelle Germanie opponendosi al dilagare del protestantesimo. Non riusci ad impedire l'invasione il saccheggio del proprio territorio durante la guerra dei Trent'anni.

Bist.: Pastor, XI-XIII, parrim; K. Schafmeister, F. von B. als Fürstbischaf v. Münster, Münster 1912; M. Staubach, s. v. in LThK, III, coll. 999-1000.

Alfonso D'Amato
FERDINANDO III, il Santo, re di Castiglia e di León. - N. nel 1199, figlio di Alfonso IX di León e di Berenguela di Castiglia, re di Castiglia dal 1217 e di León dal 1230, m. a Siviglia il 30 maggio 1252. I suoi successi militari ridussero il dominio arabo in Spagna al Regno di Granato. F. allargò le frontiere di Castiglia verso il sud dalla Sierra Morena
fino al mare, sulla linea Murcia-Cartagena a levante e Huelva-Cadice a occidente. La più importante conquista fu Siviglia (1248), essendo stata vinta la sua resistenza dalla marina da guerra al comando del primo ammiraglio di Castiglia, Bonifaz.

In fatto di politica internazionale F. intravvide per primo il complemento geopolitico della Spagna nel Marocco la cui conquista preparava quando mori; volle annettere la Navarra alla Castiglia e rivendicò per la sua prima moglie, Beatrice, il ducato di Svevia. Nell'interno, i fatti più importanti della sua politica sono l'unione definitiva dei Regni di León a Castiglia, la centralizzazione dell'amministrazione, il disegno di fare un codice per tutto un regno, eseguito per suo incarico dal figlio Alfonso X il Sapiente, a l'aver reso lingua ufficiale il castigliano. Si dimostrò tollerante verso gli Ebrei e gli Arabi sottomessi, concedendo loro, come a Murcia nel 1243, una parziale autonomia. Agli eretici fece applicare le leggi del suo tempo. Fevozi il ristabilimento delle diocesi di Baesa, trasferita poi a Jean, Cordova, Cartagena, Murcia, Siviglia; dotò chiese; pretesse gli Ordini religiosi, specie i Domenicani e i Francescani. La Curia Romana appoggiò F. nella lotta per il possesso di Castiglia e di León a contra gli Arabi. Con lui comincia il diritto di patronato e. F. favorì le Università di Palencia, Salamanca e le Studio generale di Valladolid; cominciò le catteffodi di Burgos (1221-22) e Toledo (1227). Fu profondamente religioso, ehlia speciale devozione alla Madonna. Canonizzato da Clemente X il 4 febbr. 1671.

I Feni Minori lo contano fra i terziari.
Biel.: F. Maccone, Vita di s. F. Milano 1924; L. F. De Renata, S. Ferdinando III y su epoca, Madrid 1941; D. Manella Reovo. Ielegio castellana-Iraneta y Curia Romana en los tiempos del rey s. Fernando, ivi 1943; anon., s. v. in Enc. Eur. Am., XXIII, pp. 849-52.

Giovanni Meseguer
FERDINANDO I di Borbone, re delle Due SicLlise, IV di Napoli, III di Sicilia. - N. a Napoli il 12 genn. 1751 dal re Carlo III, a ivi m. il 4 genn. 1825. Re di Napoli nel 1759 quando il padre divenne re di Spagna, fu assistito nel governo da una reggenza
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FERDINANDO I di Borhone - Busto scolpito da A. Canova. Napoli, Museo Filangieri.

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nella quale ebbe preponderanza il ministro Bernardo Tanucci.

Continuo nei riguardi della S. Sede quella politica giurisdizionalista inaugurata da Carlo III che intendeva rivendicare i diritti sovrani di fronte alla Chiesa escludendo la precedente politica dei mutui accordi e consi. deto la famosa presentazione della chiesa come un dono grazioso, non più come un segno di sogecsione finché nel 1788 la nego affatto. Sposò Maria Carolina figlia dell'imperatrice Maria Teresa la quale, eliminando l'influsso del Tanucci, riusci a far passare il Regno dalla politica spagnuola a quella austriaca e a dirigere sempre più il governo sulla via dell'assolutismo illuminato, radicatosiormai nella famiglia degli Asburgo. Sotto la pressione dell'invasione francese nel dic. del 1797 F. riparò in Sicilia, donde ritornò a Napoli nell'apr. del 1799 con l'aiuto delle navi inglesi del Nelson e delle bande armate del card. Ruffo; dovette riparare di nuovo in Sicilia sotto la protezione inglese quando Napoleone diede il trono di Napoli prima nel 1806 al fratello Giuseppe poi al cognato Gioacchino Murat.
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Ferdinando I d'Asburgo, imperatore - Incoagrazione di F. I imberatare, Dipinto di F. Hayez nel soffitto del salone delle Carratuia a Palazzo Ducale Milano.

Servatrice e chiamò a dirigere la polizia Saverio Del Carretto che aveva represso i moti del Cilento sotto Francesco I. Cominciarono subito i moti liberali, complicati dal separatismo dei Siciliani, i quali, oltre che riforme, chiedevano separazione da Napoli, con l'indipendenza amministrativa dell'antico Regno di Sicilia. Nel 1837, in occasione del colera, scoppiarono i primi moti siciliani per ottenere l'alter ego al conte di Siracusa, fratello del re. Il Del Carretto invece, per conseguire maggior fusione fra i sudditi dalle due parti del Faro, accrebbe i trasferimenti di funzionari siciliani a Napoli e di napoletani in Sicilia. Fu allora che Michele Amarti, uno dei trasferiti a Napoli, pubblicò ( 1842 ) la prima edizione della Storia del Fespro, una coperta protesta dei Siciliani contro i Borboni. Nel 1844 si verificarono sul continente disordini che si conclusero con la fucilazione dei fratelli Bandiera.

Nel 1847 Luigi Settemlzini pubblicava la Protesta del papoli delle Due Sicilie, a 12 genn. 1848 ebbe inizio a Palermo la rivoluzione, che in pochi giorni riparava l'isola dal continente. F. il 29 genn. concesse, primo tra i sovrani italiani, una costituzione modellata su quella francese del 1830 ; lasciò poi che truppe napoletane muovessero contro l'Austria. Ma il moto del 15 maggio 1848 a Napoli rimise F. sulla via dell'assolutismo: sciolse il Parlamento, sottomise la Sicilia senza intervento atranicre e con inesecabili processi colpi quanti agognarono ad innovazioni istituzionali da lui ritenute sommamente pericolose. Nel 1856 Asecilso Milano atrentò veramente alla sua vita.

Su F. la tradizione liberale ha troppo facilmente dimenticato le cure apportate dal Re all'agricoltura, all'industria, all'amministrazione dello Stato, all'esercito in particolare, alla marina che divenne una delle più potenti del Mediterraneo, e l'atteggiamento di coraggiosa indipendenza assunto di fronte all'Inghilterra nella questione degli zolfi, quando non si piegò nemmeno innanzi alla minaccia del bombardamento di Napoli. I politici inglesi non gli perdonarono più tanto fermezza. Fece costruire la prima ferrovia italiana ( 1839 ) e ampliò le comunicazioni telegrafiche. Ospitò il Congresso degli scienziati italiani nel 1843 . Dalla fine del 1848 al 1850 accolse a Gaeta e a Portici Pio IX esule da Roma; non seppe però nei suoi rapporti con l'autorità ecclesiastica spogliatoi del tutto da quel giurisdizionellamo chiaro tradizionale nella sua Casa, e fra l'altro costrinse La Civiltà Cattolica a lasciare Napoli per Roma.

Bibl.: E naturalmente amplissima: si veda F. Lommi, Il Risorgimento (guida bibl.), Roma 1928. Tra le opere moderne, G. Paladino, Il 22 maggio 1848 a Napoli, Roma 1920, non definisce: A. Amante, F. II, re delle Due Sicilie, Torino 1922; A. Ferone, Le fiumase napoletane, Napoli 1930; B. Croce, Storia del Regno di Napoli, 20 ed., Bari 1921; M. Labadessa, Il Tassatore di Puglia, esporimnata lardanzica di esibnizzazione, Roma 1933; C. Trasselli, F. II di Napoli visto da un diplomatico piemontese, il marchese Croce di Vargagni 1838-39, in Razz. stor.

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d. Riz., fasc. 2 (1033); R. Moscati, Auctrio, Napoli e gli Stati contercutori italiani, Napoli 1942; id., F. II di Borbone nei docu. nenti diplomatici cuntriori, Napoli 1947.

Carmelo Trasselli
FERDINANDO di Gesù. - Tcologo carmelitano scalzo, al secolo Ferd. Jiméncz de Benalcázar, n. nel 1571 in Bacea (Andalusia), m. ivi il 15 maggio 1644. Vestito dallo stesso s. Giovanni della Croce dell'abito carmelitano a Granada ( 1588 ), fu uomo santo e dotto, celebre predicatore (chiemato il Crisostomo del suo tempo), converti molti peccatori, inacgnò con gieuso filosofia e teologia.

Dalle sue numerose opere furono pubblicate soltanto: Commentario in III partem divi Thomae (Bacea 1613); Procemium totius S. Scripturae (ivi 1625).

Bibs.: Martiolis a S. Jo. Bans., Bibl. Scriptur. Carmi. Dibs., Bordeaux 1730, pp. 138-30; Silvatin di S. Turesis, Hist. d. Carmi. Dete. en España, X. Burcos 1042, pp. 63-70.

Ambrosio di Santa Teresa
FERDINANDO I d'Abburgo, imperatore. - Figlio dell'arciduca d'Austria Filippo il Bello e di Giovanna la Pazza, n. in Alcalá (Nuova Castiglia) il 10 marzo 1503, m. a Vienna il 25 luglio 1564. Ebbe nel 1521 dal fratello Carlo V i paesi ereditari austriaci trascorsio a dumare in Tiroio, Austria a Stiria la rivolta dei contadini. Nel '21 aveva sposato Anna, sorella di Lodovico II, re di Boemia e d'Ungheria. Morto il cognato a Mohács ( 1526 ), reclamò la successione nei due regni: fu riconosciuto in Boemia ma non in Ungheria, dove la maggioranza elesse re il voivoda di Transilvania, Giovanni Szapolyai, appoggiato da Solimano II, che assediò poi la stessa Vienna (1529). Pericolo turco e scisma luterano furono i problemi fondamentali del Regno di F.

Presiedette in Germania varie diete, ove cercò di conciliare cattolici e protestanti. Nel 1531 fu eletto re dei Romani. Nel 1552 concluse con i protestanti il Trattato di Passavia, e, tre anni dopo, la pace religiosa di Augusta, ove fra l'altro tornò, con il s ressortatum -, di salvare i principati ecclesiastici. Dopo l'abdicazione di Carlo V, il 14 marzo 1538 fu nominato imperatore. Risperto nel 1562 da Pio IV il Concilio di Trento, F., mosso dalla situazione di Germania, presentò un suo piano di riforma, con cui chiedeva, fra l'altro, la soppressione dei celibato per i sacerdoti e, per i laici, la comuniono sub utroque specie. Personalmente attaccato alla Chiesa, fu principe tollerante, giusto, pacifico e benvolute dai suoi sudditi, nonostante le divergenze religiose.

Bres.: F. S. Bachelet, Geschichte der Regierung Ferdinands I., a vall., Vienna 1831-58; G. Zder, Die Reformvorschläge Kaiser Ferdinand: I. auf dem Nautil von Trient, Münster 1911; Passer, VII, v, indice; H. Jedin, Storia del Concilio di Trento, I, trad. it., Brescia 1949, parum. Angelo Ferrari

FERDINANDO II, imperatore. - Primogenito di Carlo, arciduca di Stiriz, e di Maria, sorella del duca di Baviera, n. a Graz il 9 luglio 1578 , m. a Vienna il 15 febbr. 1637. Educato dai Gesuiti ad Ingolstadt con il cugino Massimiliano di Baviera, prese nel 1596 il governo dei paesi dell'Austria centrale, donde cacciò i protestanti.

Fu re di Boemia nel 1617, d'Ungheria nel 1618: in ambedue i Regni ebbe contrari i protestanti. Fu incoronato imperatore il 28 ag. 1619. Due giorni prima i Boemi insorti gli avevano contrapposto Federico V del Palatinato (il re d'inverno). Ma dopo la vittoria alla Montagna Bianca ( 1620 ), F. cercò di restaurare il cattolicesimo in Boemia, in Moravia ed in Austria. Estesasi alla Germania la guerra dei Trent'anni, in soccorso dei protestanti scosseveve Cristiano IV di Danimarca, che, costretto dalle armi del Tilly e del Wallenstein a agombrare la Germania, subí la pace di Lubecce (1629). F., per far prevalere in Germania i cattolici, emanò l'editto di restituzione (1629), perché fossero restituiti i beni ecclesiastici secolarizzati dopo il Trattato di Passavia (1552).

Si acuticzò cosi il conflitto con i protestanti, soccorsi ora da Gustavo Adolfo di Svezia, che, sotto il pretesto di salvare il protestantesimo, invase la Germania. Annientato l'esercito dei Tilly a Breitenfeld ( 1631 ), F. richiamò il Wallenstein, che aveva l'anno prima sacrificato all'odio dei principi nella Dieta di Ratisbona. Il re svedese cadde a Lützen ( 1632 ). I nemici di F. avvicrono trattative con il Wallenstein, allo scopo di separarlo dall'imperatore; ma il condottiero fu assassinato ad Eger (1634). F. concluse la pace separata di Praga ( 1635 ) con la Sassonia e gli altri principi interani. F. mori prima di vedere la fine del conflitto: l'ultimo suo atto politico fu la elezione a re dei Romani di suo figlio (dic. del 1636).

Bibs.: F. Hurrer, Geschichte Kaiser Ferdinands II., 11 vall., Sciaffusa 1820-64; Fortar, XI, v, indice; F. Gallati, Die Eidge. unssenschaft und der Kaiserhaf zur Zeit Ferdinands II. und Ferdinands III., Zurigo 1932. Per altre bibl.: F. Daldmann-G. Wajcz, Quellenkunde der deutschen Geschichte, 94 ed., Lipsia 1951, p. 667 sgs. a S. Próelin-V. L. Tapié, Le XVIIY siècle, Parisi 1940, p. 111 sgs. Angelo Ferrari

FERDINANDO III, imperatore. - N. il 13 luglio 1608 a Graz, m. il 2 apr. 1657. Figlio maggiore di Ferdinando II e di Maria Anna, principessa di Baviera. Eletto ed incoronato nel 1625 re d'Ungheria, cinse due anni dopo anche la corona boema. Dopo la morte di Wallenstein assunse il comando supremo delle truppe imperiali impegnate nella guerra dei Trent'anni. Nel 1637 successe al padre nella dignità imperiale e fu, ancor più di suo padre, ferramente avverso ai protestanti. Si sforzò di porre fine al sanguinoso conflitto scoppiato nel 1618 e convocò nel 1640 la dieta a Ratisbona, ma la Francia e la Svezia non iniziarono le trattative prima del 1645 . Esse si conclusero con la pace di Vestfalia.

Bibs.: M. Koch, Geschichte der deutschen Reiches unter Ferdinand III., a vall., Vienna 1869. Per altre bibl.: E. PróelinV. L. Tapié, Le XVII' siecle, 2^{°} ed., Parigi 1949, v. indice. Silvio Furlani

FERDINANDO Gonzaga, VI duca di ManTOVA: v. Gonzaga, famiglia.

FERDINANDO (Ferrante) I di Aragona, re di NAPOLI - N. in Catalogna nel 1431, m. a Napoli il
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Ferdinando (Ferrante) I di Aragona, re di NAPOLI - Bassorilievo nel Museo di S. Martino - Napoli.

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25 genn. 1494. Figlio illegittimo di Alfonso il Magnanimo, fu da questi designato erede al trono nel 1443. Come duca di Calabria partecipò alla guerra contro Firenze nel 1452 . Nel 1458 successe al padre, e fu riconosciuto l'anno successivo da Pio II. Subito dovette fronteggiare il pretendente Giovanni d'Angiò, appoggiato da baroni ribelli. Sconfitto a Sarno nel 1460 , riusci a riportare la decisiva vittoria di Troia nel 1462.

Alleato di Sisto IV nella guerra contro Firenze seguita alla congiura dei Pazzi, la visita di Lorenzo de' Medici lo indusse, contro la volontà del Papa, alla pace. Nella guerra di Forrara scese in campo contro Venezia, alleata della S. Sede. Nel 1485 i baroni, aiutati da Innocenzo VIII, si ribellarono nuovamente. Con l'aiuto di Firenze a Milano, F. riusci a battere l'esercito pontificio, - il Papa dovette sottoscrivere la pace. I baroni si arresero, e dopo la resa molti di loro furono giustiziati a imprigionati in perpetuo. Contro l'accusa di aver violato le fede F. si difese sostenendo che costoro avevano continuato a sospirare. F. ebbe fama di crudele, ma va considerato che la prepotenza del baronaggio era il maggiore ostacolo non solo al consolidamento della monarchia, ma anche al progresso civile ed economico del Regno. F. prestese letterati ed artisti, e a differenza del padre volle essere, in tutto, un principe italiano.

BibL.: Regis Ferdinandi I Instructienum liber, con note storiche e biografiche a cura di L. Volpicella, Napoli 1916; E. Pontieri, Per la storia del Regno di Ferrante I d'Aragona re di Narpoli, ivi 1947; C. de Frode, Un memoriule di Ferrante I d'Aragona a Luigi XI (1/28), in Rivista storica italiana, 60 (1048), pp. 403 410.

FERDINANDO III, re di NAPOLI: v. FERDINANDO II, CAIJARICO, II (V) d'AragoNa.

FERDINANDO IV, re di NAPOLI: v. FERDINANDO I di Borbone, re delle due sicilie, iv di napoli, in di sicilia.

FERDINANDO (Fernando) di Poetogallo, beato. - Figlio di Giovanni I re di Portogallo e di Filippa, figlia di Giovanni di Gaunt, duca di Lancaster, n. a Santarem il 29 sett. 1402, m. in prigione a Fez (Marocco) il 5 giugno 1443. Piamente educato, accetto a atento, a rimedio della sua povertà, il grado di Gran Maestro dei Cavalieri di Avia; ma rifiutò il cardinalato offertogli da Eugenio IV.

Cendusse con suo fratello, Enrico il Navigatore, una spedizione contro i Mori di Africa per scacciarli da Tangeri; ma sopraffatto e sconfitto, F. fu preso in ostaggio come pegno per la cessione di Ceuta. Quando la speranza di avere questa città fu svanita, i Mori cambiarono la cortesia in maltrattamenti e lavori di schiavo e prigionia. Trasferito da Aralila a Fez presso il Re e il suo crudele vizir, fu lasciato lorguire in prigione fino alla morte. Ma in mezzo a tanto soffrìo, mai una parola di lamento uscì dalle sue labbra. Il suo compagno di prigione João Alvarez, riguadagnato la libertà, ne riportò nel 1451 in patria il cuore; più tardi, anche i suoi resti mortali, scoperti