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Giovanni: Stefano (n. nel 1473, m. il 3 art. 1520), fratello di Bonifacio, fu vescovo di Vercelli nel 1499 e di Bologna nel 1502, anno in cui fu fatto cardinale. Passò poi alla sede di Ivrea nel 1509. Fitchetto, nipote dei precedenti (n. nel 1500, m. a Roma il 13 ag. 1549), ebbe la sede di Ivrea a soli 18 anni. Fu due volte nunzio presso il re di Francia (1537 e 1540), e legato a Piacenza e ad Avignone. Cardinale nel 1549. Suo fratello Pierfrancesco (n. nel 1509, m. nel 1566), resse la diocesi di Vercelli dal 1536 al 1561 , anno in cui fu creato cardinale, dopo essere stato con Carlo Casale legato in Fiandra, e poi nunzio a Venezia ( 1560 1561). Partecipò al Concilio di Trento. Rinunciò alla sede di Vercelli in favore del nipote Guido (n. nel 1537, m. nel 1585), figlio di Maddalena Borromeo, zia di a Carlo. Fu nunzio a Venezia e legato in Romagna. Cardinale nel 1565. Ci ha lasciato una biografia inedita di Gregorio XIII (cf. Pastor, IX, pp. 892-94). Suo vicario a Vercelli fu il nipote Cesari Candillo (n. il 13 maggio 1537, m. il 21 febbr. 1610). Fu vescovo di Ivrea dal 1581, dove celebrò vari sinodi i cui atti furono pubblicati. Ultimo di questa famiglia fu Giovanni Stefano II (n. nel 1568, m. nel 1611), nunzio a Praga dal 1604 al 1607, il quale fu vescovo di Vercelli dal 1599 al 1610.

Bist.: F. Lins, Famiglie celebri italiane, s. v. Ferrero di Bicila. [G. Straglia], Memorie storiche sulla chiesa di Iveco, Ivrea 1881, pp. 80-87; R. Orsenigo, Vercelli sacra, Como 1909, passim; Pastor, IV-XII (v. indici); A. C. Meyer, Die preger Nautisten des Giovanni Stefano Ferreri (Muntraturberichte zur Deutschland, 4), Berlino 1913; Epistola et acta leduvenis Stephani Ferreri, 1600-1621, ed. Salvetti, Esistero (Epistolae et acta nuntiorum apostolicorum apud imperatorem, 3), Praga 1944. Renata Orsai Ausenda

FERRERO della MARMORA, Carlo Vittorio, detto anche Teresio Maria. - Cardinale, della medesima famiglia dei precedenti, ma del ramo dei marchesi della M., n. a Torino il 15 ott. 1757, m. nell'abbazia di S. Benigno di Fruttuaria il 31 dic. 1831. Il 27 giugno 1796 fu eletto da Pio VI vescovo di Casal Monferrato. Durante l'accupazione francese accolse Pio VI prigioniero e lo accompagnò fino a Torino. Il 1^{°} febbr. 1805 Pio VII lo trasferì alle diocesi riunite di Saluzzo e Pinerolo, dove il F. cercò di rendere meno dure le condizioni del card. Parea e di altri prodei romani rinchiusi nel forte di Fenestrelle. Ristabilito l'antico governo nel 1814, fu nominato grande elemosiniere del re. Il 27 sett. 1824 venne creato cardinale de Leone XII. Molto erudito, membro del Collegio di filosofia dal 1786, coltivò particolarmente gli studi storici e si interessò

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FERRETTI, Paglo Maria - Ritetro.
con passione alla numismatica, accrescendo la famosa collezione di proprictà della sua famiglia.

Biel: P. Lita, Fumiglie celebei d' Italio, s. v. Ferrero di Biella; Cugndani, XIV. pp. 279. 589; G. Badii, in Dio. del Rtiare. Nuz., III, p. 70.

Emma Santovito
FERRETTI, Gabriele, beato. - Frate minore osservante, n. in Ancona ca. il 1385 , m. ivi il 12 nov. 1456. Discendente di nobile famiglia anconetano, cnitó presto nell'Ordine, distinguendosi per virtù e austesita. Fu guardiano in Ancona e ministro provinciale delle Marche. Alla sua morte, s. Giacomo della Marca tenne il discorso funebre. Si attribuiscono a lui molti prodigi, operati in vita e dopo morte. Il suo culto ab immemorabili fu approvato da Benedetto XIV.

Biol.: Wadding, Annales, ad an. 1456, nn. 206-12; A. Melchiorri, Leccenda del b. G. de' F. d'Aurana. Ancona 1844; Martyr. Prout., 2 ed., Roma 1938, 12 nov.

Antonio Blaneci
FERRETTI, Gabriele. - Cardinale, n. ad Ancona il 31 genn. 1795, m. a Roma il 31 sett. 1860. Nel 1827 fu nominato vescovo di Rieti ove, nel 1831, diresse la resistenza contre le truppe rivoluzionerie del generale Sarcognani. Nel 1833 fu inviato nunzio apostolico a Napoli, dove presto opera di assistenza ai celerosi durante l'epidemia del 1837. Nello stesso anno divenne arcivescovo di Fermo e nel 1838 cardinale. Si procurò non pochi avversari per le severe riforme che volle instaurare nella sua diocesi.

Nel 1847 fu nominato, da Pio IX, segretario di Stato. Seguendo la politica del Papa favori, spesso in contrasto con i conservatori, i neo-guelfi ed i liberali moderati, e richiamò dell'esilio il Mamiani. Scemata la sua popolarità per ferme misure decretate nel genn. 1848, ottenne l'esonero dalla carica ed ebbe la legazione di Ravenna. Dopo la fuga di Pie IX da Roma, passò a Napoli e quindi a Malta. Tornò a Roma con la restaurazione e divenne penitenziere maggiore nel 1852 e l'anno dopo vescovo di Sabina.

Biel.: A. Vitali, Dei Conti F. Graziane, Roma 1867; J. Pietsch, s. v. in LThK, III, col. 1070; D. Spadoni, s. v. in Dio. del Rture. Nuz., III, pp. 80-81.

Emma Santovito
FERRETTI, Paolo Maria. - N. a Subiaco il 3 dic. 1866, m. a Bologna il 23 maggio 1938. Monaco benedettino a Genova fu poi abate ( 1900 ) a Torrecchiar a Parma, dopo essere stato professore di filosofia a maestro dei noviai.

Benché sprovvisto di preparazione musicale tecnica, illustrò per trent'anni gli studi gregoriani con la pubblicazione del Principi teorici e pratici di conto gregoriano (lo 3^{°} ad. più volte ristampata); Il cursus metrico e il ritmo delle melodie gregoriane (Roma 1913); Stude sur la notation aquitaine d'après le Grnduel de si Yrieix B. N. (Parigi, cod. 903, in Paléographic musicale de Solesmes, XIII); I manuscritti musicali dell'Atalcisio di Monterassino (in Casinensia, 1903). L'opera più importante, classica in materia, è la Estetica gregoriana, nisia trattato delle forme musicali del conto gregoriano (Roma 1934), dove il F. dimostra le qualità di chiarezza, originalità, ampiezza di documentazione che le fecero tanto apprezzare nelle sue lezioni di teorie estetica, paleografia, storia del canto gregoriano, che impartiva nel Pontificio Istituto di musica sacra del 1911, e anche dopo esserne divenute preside nel 1922. L'opera scientifica del F. diede una larga base al suo apostolato liturgico-musicale e ne sostenne validamente l'attività artistica. I suoi concerti e corsi pubblici di canto gregoriano si mantennero esenti dalle interpretazioni troppo soggettive come pure dal freddo archeologismo. Dopo lunghe esitazioni, che dimostrano la sua probita, abbondono le sue teorie personali sul ritmo gregoriano a aderi al sistema solesmense (Pothier-Mocquereau). Sotto la sua presidenza, la Pontificia Scuola di musica sacra diventò istituto pontificio, si arricchí di un organo monumentale, e iniziò la pubblicazione del Monumenta Póryphoniae Italicae. Il F. fu accademico di S. Cecilia e membro dell'Associazione dei virtuosi del Pantheon.

Biel.: G. Parma, Producione scientifico-musicale dell'abbate d. P. M. F., in Sacro Speco, 40 (1938), p. 160 s2p.; P. Thomas, Le r.me p. abbé F., in La vie bonédictine, 33 (1938), p. 146 sgg.; A. Agoesse, Hommege d dom F., in Revue grégorienne, 32 (1938), p. 120 sgg.; A. Berzner, Le r.me p. abbé d. P. M. F., bèndéictin, in Le Decais, 76 (1938), p. 95 sgg.

Pietro Thomas
FERRETTI, Pietro. - Economista e uomo politico, n. in Ancona il 15 luglio 1790 , m. a Firenze il 1^{°} apr. 1838. Fratello del card. Gabriele e cugino di Pio IX, in giovane età ricoperse varie cariche politiche. Nel ' 31 partecipò al governo provvisorio anconetano, dopo di che andò esule a Marsiglia e quindi a Ginevra in dura poverta.

Trasferitosi poi a Napoli, presso il fratello che reggeva quella nunziatura, lo raggiunse a Roma nel 1847, allorché Gabriele divenne segretario di Stato e rese in quell'epoca preziosi servizi al governo pontificio. Nel 1848 venne richiamato a Napoli, come deputato e ministro delle Finanze, per cui subì un procedimento penale alla restaurazione assolutistica del Borboni: assolto, gli fu peraltro negato il soggiorno nel regno, onde dovette stabilirsi a Firenze a quivi si dedicò, con scarso successo, ad imprese commerciali.

Legsui in amicizia con Mazzini, Pellegrino Rossi e Capponi, spirè alla vigilia di andare a risiedere a Londra, dove gli era stata offerta una brillante sistemazione.

Biel.: D. Spadoni, s. v. in Dio. del Ritorg. naz., III, pp. 81-82.

Reuso U. Montini
FERRI, Ciro. - Pittore, n. a Roma nel 1634, ivi m. il 13 sett. 1689. Fu discepolo e collaboratore di Pietro Berrettini da Cortona. Sotto la direzione del maestro eseguì nella galleria del Palazzo del Quirinale durante il pontificato di Alessandro VII due affreschi rappresentanti l' Annunciazione e una Storia di Ciro.

Nel 1659 fu invitato a terminare nel Palazzo Pitti la decorazione lasciata incompiuta dal Cortona: vi finí

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(30). Audarase:

Ferri, Ciro - Altere dell'Aneunainta - Roma, chiesa di S. Ignazio.
la sala di Apollo ( 1660 ) e vi dipinse la sala di Saturno ( 1663 -64). A Firenze, dove rest6 fino al 1665 , rimane di lui il quadro dell'altare maggiore in S. Maria Maddalena dei Pazzi, rappresentante la Santa titolare della chiesa in gloria con le Vergine. Si recò poi a Bergamo e vi rimase fino al 1667 , affrescando la navata destra di S. Maria Maggiore. Nel 1669 torn6 a Roma, dove concluse a termine vari lavori lasciati incompiuti dal Cortona, tra i quali gli affreschi della cupola della cappella Gavotti in S. Niccolò da Tolentino. L'ultimo suo lavoro in Roma fu la decorazione della cupola di S. Agnese in Piazza Navona, rimasta incompiuta alla sua morte e terminata dal suo scolare P. Corbellini. In Roma eseguil altre pitture in S. Marco, in S. Andrea al Quirinale, in S. Pessasole ecc. Per il duomo di Monte Perzio dipinse S. Antonio e il Bambino Gesù a per S. Maria della Scala a Siena S. Teresa e s. Agostino. Fece il disegno per il ciborio dell'altare maggiore della Chiesa Nuova a quello per terminare l'altare maggiore di S. Giovanni de' Fiorentini, cominciato dal Borromini.

Nel campo della pittura profana, oltre le opere ricordate nel Palazzo Pitti, affrescò nella Villa Falconieri di Frascati le allegorie della Primavera, dell'Autunno e dell'Inverno, che sono forse i suoi capolavori. Lavorò anche a Fiontespini di libri, armi, imprese, ecc.

Il F. fu anche scultore; già la guida di Roma del Titi (1763) citava come eseguire su suoi disegni due statue d'argento nella chiesa di S. Lorenzo in Damaso, raffiguranti i ss. Lorenzo e Damaso; anni or sono furono identificate quattro sue statue nella sacrestia della chiesa romana del Gesù, rappresentanti S. Francesco Saverio, S. Teresa da Lima, S. Filippo Nori e S. Isidoro Agricola. In queste sculture si ritrovano le stesse forme delle pitture, plasticamente tradotte. Nelle opere maggiori il F. non seppe mai svincolarsi dell'influsso coronavirus; più personali sono invece i minori lavori di decorazione.

BISL.: L. Pascoli, Vita ecc., I. Roma 1730, pp. 171-79; G. Galassi Paluzzi, Ouattro statue di C. F., in La ristorizzazione dei ss. Ignazio da Lololo e Francesco Saverio, ivi 1922 (v. indice); H. Voss, Die Malerei des Barock in Rom. Berlino s. d.,
pp. 55-56; V. Galein, Pittori e scultori nella chiesa di S. Agnese in Prazzo Navone in Roma, in Archivi, 3 (1933-34), pp. 300-301. Vincenzo Galein

FERRI, Eirico. - Giurista, n. a San Benedetto Po (Mantova) il 25 feblar 1856, m. a Roma il 12 maggio 1929. Studiò nell'Università di Bologna, laureandosi nel 1877: dal 1884 fu professore di diritto penale nella Universita di Bologna, Siena, Pisa e Roma. Giono di molteplici interessi ed attività, si dedicò anche alla politica; dal igoo al igo5 fu direttore dell' A vanti! e per dieci legislature deputato al Parlamento; alla vigilia della morte era stato nominato senatore del Regno.

Fu il rappresentante più insigne della cosiddetta scuola positiva del diritto penale e puó considerarsi il creatore della sociologia criminale. Ritiene che il delinquente dizenga tale sotto la spinta di fattori antropologici e sociali e giustifica la pena come mezzo di difesa sociale, commisurata non alla gravita del debito, ma alla pericolosità del delinquente. La sua destrina, che pure ha il mento di aver fissato concetti cesti, penetrati anche nel vigente Codice penale italiano, deve respingersi peró nella sua impostazione generale dal punto di vista morale, in quanto nega il libero arbitrio.

L'opera principale del F. è la Sociologia crimionale ( 5^{°} ed., Torino 1929); impartanti anche La teoria dell'impatabilitá e in negazione del libero arbitrio (Ticrenze 1878); L'omicidio ( 2^{°} ed., Torino 1925); L'omicidio-salvidio ( 5^{°} ed., ivi 1925); Studi sulla criminalita ( 2^{°} ed., ivi 1926); e Principi di diritta criminale (ivi 1926).

BISL.: B. Franchi, E. F., Torino 1948; A. Rocco, Riconcezione di E. F. in Polistira del diritta, 1931; U. Sturno, Storia del diritto penale italiano, 2^{°} ed., Torino 1932, n. 138 seg.
Redolfo Danieli
FERRI, Luigi. - Filosofo, n. a Bologna il 15 giugno 1826, m. a Roma il 19 marzo 1895. Compì i primi studi in patria, li prosegui a Parigi al Liceo Borbone e all'Ecole Normale. Insegnò in vari istituti (Evreux, Dieppe, Tolosa). Tornato in Italia, insegnò filosofis ad Annecy e a Casale Monferrato. Fu capogabinetto del ministro dell'istruzione Terenzio Mamiani nel 1860; tre anni dopo professore di storia della filosofia all'Istituto superiore di Firenze, e quindi nel 1871 di filosofia teoretica a Roma.

Allievo di Giulio Simon e di Saisset cercò di conciliare l'ecletismo psicologico del Cousin e della sua scuola con le dottrine del Rozmini e del Gioberti. La natura essendo un complesso di forze, ossia di principi d'energia, e tale essendo pure, sebbene in più decano di coscienza, lo spirito, essi sono conciliati nella unità generica di natura e di leggi. Per cui il vero se definisce una conformità del pensiero alle leggi sue proprie e alle leggi dell'essere. L valore oggettivo della scaturza dipende dal principio di causa, che rispetto a noi percepiamo direttamente a rispetto alle cose determinismo analogicamente mediante la nozione di forza. Dio è nello stesso tempo immanente e trascendente. Senza l'immanenza Dio diventa un essere astratto, senza la trascendenza perde la sua unità e personalità.

Le idee personali del F. si trovano principalmente nelle tre memorie lette all'Accademia dei Lincei tra il 1885 e il 1888: Analisi del concetto di sostanza, di causa e di forza; Dell'idea del vero e sua relazione con l'idea dell'essere; Dell'idea dell'essere.

Tra le sue opere principali di storia della filosofia vanno ricordate: Della filosofia del diritto presso Avicenale (1855); Il genio di Avicennale (1886); Essai sur l'histoire de la philosophie en Italie au XIXe siècle (1869); La psicologia di Pomponazzi (1877); La psychologie de l'association depuis Hobbes (1883).

BISL.: G. Teressi, La vita e il pensiero di L. F., Palermo 1895; G. Tzaro, L. F., Roma 1896; G. Ganslin, Le origini della filosofia contemporanea in Italia, I, Messina 1917, pp. 215-33. Andrea Ferro

FERRINI, Contardo, beato. - Giurista, n. a Milano il 5 apr. 1859, m. a Suna (Novara) il 5 ott.

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1902. Si laureò in giurisprudenza a Pavia nel 1880 , con una dissertazione in latino sull'importanza della poesia omerica ed esiodea per la storia del diritto penale; ed a Pavia assunse l'incarico di storia del dirito penale romano e, successivamente, quello di esegesi delle fonti del diritto romano. Vincitore del concorso per la cattedra di dirito romano, si recò nel 1887 a Messina, donde nel 1890 veniva chiamato a Modena, per tornare, infine, nel 1894, all'Ateneo pawece.

Educato in una famiglia profondamente cattolica, condusse vita esemplarissima e ben presto, dopo la sua morte, si diffuse la fama della sua santitá. Il 4 luglio 1924 la sua causa venne introdotta presso la Congregazione dei Riti e l'S feblir. 1931 Pio XI ordinava la lettura del decreto sull'eroicità delle virtú, veniva beatificato il 13 apr. 1947 (cf. le varie Positiones: 1. Super introduclione catuse, Roma 1919-22; 2. Super scriptis, ivi 1921; 3. Super virtutibus, ivi 1927; Super miraculis, ivi 1933; Novissima posilio super miraculis, ivi 1941).

Fu tra i primissimi a dedicarsi in Italia allo studio del dirito bizantino; e, ad incitamento dello Zacharice von Linsenthal, intraprese nel 1881, appena ventiduenne, la cura di una edizione critica della parafrasi greca delle Istituzioni giuslinisnce attribuita a Tzefilo; in relazione a questo lavaro egli fu spinto a compiere una serie di indagini, specialmente sulle fonti, mentre d'altra parte si dedicava, insieme col Merctati, a studi che si conchusero con la pubblicazione ( 1897 ) del VII vol. aggiunto all'edizione dei Basilici (v.). La sua larga conoscenza delle lingue orientali frutto, tra l'altro, la traduzione latina del cosiddetto Libro siro-romano. Collaboró all'edizione del Digesto, la cui prima parte fu pubblicata a Milano nel 1931.

Accanto a questa fervida attivita di editore di testi, vi è quella di studioso acuto della personalità a della opere di vari fra i minori giuristi romani; a lui si debbono inoltre numerosissimi lavori nei vari campi del diritto privato romano e moderno, un'ampia opera sui legati e fedecommessi (1889) e un manuale di Pandette (1900),
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(Iol. Alineri)
Fermo dattuto - Chiusura di colono in f. b. (sec. xv) - Parigi, Museo di Cluny.
![img-26.jpeg](img-26.jpeg)
(Iol. Alineri)
Fermo dattuto - Campanella in f. b. (sec. xvi). Siena, Palazzo Piccolomini.
che, per quanto non potuto sottoporre a definitiva revisione, è ancora sussidio prezioso per ricerche approfondite.

Particolare interesse ebbe per il diritto penale romano; da ricordare, fra gli altri, due studi sul tentativo (in collaborazione con lo zio, il pensiero Antonio Buccellati) e, soprattutto, la Espostizione storica e dottrinale del dirito penale romano (1899), che regge degnamente il confronto con l'opera, quasi contemporanea e molto più vasta, del Mommsen.

Ad eccezione di quelli di maggior mole, i suoi scritti giuridici sono stati raccolti in cinque volumi (Milano 1929-30); una breve scelta dei suoi Scritti religiosi è stata ripubblicata a Milano nel 1947.

Stat.: C. Pellegrini, La vita del prof. C. F., 2 ed., Torino 1928; P. de Francesci, Ricerche di C. F., in Scritti di diritto romano in cuore di C. F. pubblicati dall'Universita di Pavia, Milano 1948, pp. 3-18.

Rodolfo Donelli
FERRO BATTUTO. - La lavorazione con intenti artistici del f. b., cioè del ferro martellato, sbalzato e intagliato, ebbe la sua prima diffusione in Francia, in Germania e in Spagna, intomo al sec. xir. Già le prime opere ornatissime ed esuberanti dimostrano il grado di perfezione raggiunto da tale artigianato. Risalgono a quel periodo esempi mirabili, come i cancelli del duomo di Puy in Francia e quelli dell'abbazia di Marcevols in Spagna; di un secolo dopo sono le splendide imposte di NotreDame a Parigi e della cattedrale di St-Gilles in Vandea (v. cancello).

In Italia l'uso di utilizzare il ferro come elemento di decorazione si afferma solo nel Trecento con opere notevolissime come le cancellate di S. Corona a Vicenza, quelle delle Arche scallgere a Verona ed altre, specie in Toscana, ove l'impiego del f. b. prese un notevolissimo sviluppo per tutto il sec. xiv e il xv.

I documenti parlano del senese Conte di Lello che con il figlio Jacopo batteva nel 1337-38 le cancellate

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Perro battuto - Lanterna in f. b. Opere del Caparra - Firenze. Palazzo Guadagni a S. Spirito.
per il duomo di Orvieto, e di Pietruccio di Betto che, anche nel 1338 , lavorava a S. Miniato al Monte a Firenze, oltre che di numerosi altri artigiani, grandemente operosi nelle città toscane. A Siena, nel 1360 , un francese, Bertino di Pietro, di Rouen in Normandia, costruiva un primo orologio pubblico; più tardi, nel 1384 , batteva le cancellate per il Duomo, adattando il gusto natio fiorito ed esuberante alla gentile tradizione senese.

A Firenze, gli artigiani del f. b., riuniti nella corporazione dei fabbri fin dal sec. xim, costruiscono oggetti d'uso pratico come fanali, campanelle, portafisccole e lanterne, fra cui quelle, celebrate anche dal Vasari, che Niccolò Caparra batté per gli Strozzi, oggi a Palazzo Guadagni.

Dalle esperienze gotiche, nelle quali si inserivano con maggiore facilità i frastagliari ornamenti in f. b., si passò poi alle più serene forme rinascimentali. Si ricordi, fra le altre, la cancellata della Cappella Castelli in S. Petronio a Bologna, del 1483 .

Nel Cinquecento la decorazione fu ancora più sobria, secondo l'ispirazione delle architetture del Bramante, del Sangallo, di Michelangelo, del Vignola, del Sansovino, ecc.

L'abbondanza decorativa riprese invece vigore nell'epoca barocca con una esuberanza analoga a quella del periodo gotico, specie altramentano. Si costruirono parapetti per balconi e finestre (con da citare magnifio) esemplari nelle case di Siena, di Lucca, di Genova, di Venezia, quelli della sinagoga a Padova, ecc.), infertiate ricchissime come quelle della Biblioteca Bertoliniana a Vicenza, del Palazzo Aldovrandi a Bologna, dell'ex-convento di S. Mariz in Gradi a Viterbo, del Palazzo Sal-
vadega a Brescia, delle chiese della Missione e di S. Francesco a Torino.

Il f. b. barocco e rococò segue le stesse involuzioni dell'architettura e della scultura ornamentale e con esse direttamente partecipa all'effetto decorativo dell'insieme.

Anche nelle arti minori il f. b. ebbe in quei secoli un vasto repertorio, che si affermo soprattutto nella fattura di oggetti della suppellettile ecclesiastica come paliotri (quello della cortese del Galluzzo presso Firenze), candelabri, portafisccole, torcere, lanterne da processione, ecc.

Nei secc. xix e xx l'impiego del f. b. decade e solo sporadicamente si hanno, in Italia e all'estero, brevi risvegli artigiani. Le opere, da prima ispirate alle fredde decorazione neoclassica, ricevono un'impronta genuita verso la metà del secolo scorso, ad iniziativa del Viollet-Le-Duc. Infine, verso gli ultimi anni del secolo e i primi del Novecento, un nutrito gruppo di artisti italiani riprende tale uso ottenendo ottimi risultati. Particolarmente notevoli if. b. lavorati da A. Gerardi per la basilica di Getsemani. - Vedi inv. LXXX.

BibL.: O. Schulze. Diodo per les femmes d'art italiennes au moyen-der et sous le Renaissance, in L'ćlet, 32 (1883), pp. 102-98; 33 (1883), pp. 74-78; M. Timi. La moderna arte del ferro, in Dedalo, 4 (1923-24), pp. 312-30; G. Marangoni, Il f. b., in Rivista per gli amatori della casa bella, 7 (1928, xil; G. Ferrari, Il ferro nell'arte italiana, x^{2} ed., Milano a. d.; A. Pedone, Il f. b. dantesco e avelluto nell'arte italiana, ivi 1020 (con vesti bibl.); A. Petrocelli, a. v. in Ecc. Ital., XV (1932), pp. 103-107 (con bibl.). Giovanna Cavandone

FERRUCCI, famiqlia. - Famiglia di scultori (secc. XV e xVI) originaria di Fiesole.

Sono maggiormente degni di menzione:
Francesco (n. nel 1437, m. dopo il 1492), figlio di quel Simone di Nanni che fu aluto del Ghiberti. Collaboratore forse di Desiderio da Settignano, nel Tabernetolo di S. Lorenzo, ne imitò le forme nei fregi della Bralo fesciana ( 1460-66 ) e nel monumento Balducci ( 1471-72, S. Egidio). Per influenza del Verrocchio la sua plastica tese ad allargarsi e ad aggrovigliarsi nel monumento funebre di Barbara Manfredi ( 1467 -80, S. Biagio a Forli) e specialmente nelle figure di quello del Tartogni (S. Domenico di Bologna), i cui elementi stilistici hanno permesso alla critica di ricostruire l'attività dell'artista. Lo stesso delicato ecletismo si ritrova in decorazioni eseguite nel Palazzo Ducale di Urbino (1474-80), negli Angeli del Tabernacolo di S. Maria di Monteluce (1483, Perugia), nelle tombe Oliva ( 1483-88, Montaliorentino).

Andrea, detto da Fiesole, fu forse una allievo (n. nel 1465, m. nel 1526), influenzato dallo stile del Sansovino, di Mino da Fiesole e di Benedetto da Maiano nel dossale d'altare del duomo di Fiesole ( 1492 -93), in quello che è a Londra nel Victoria and Albert Museum, nel fonte battesimale del duomo di Pistoia (1497-99), nell'altare per la Cappella Balduci (1519, duomo di Zastorgum). Le forme michelangiolesche trovarono in lui un fervido imitatore, se pur superficiale per la costante intonazione quattrocentesca; prova di questo ecletismo sono il S. Androni(1512-13, duomo di Firenze), i basti di Marsilio Ficino (1521-22) e di Virgilio Adriani (1522, S. Salvatore al Monte).

Francesco di Giovanni del Taddeo detto del Tadda, n. a Fiesole o a Firenze nel 1497 e m. ivi il 29 maggio 1583, appartenne ad altro ramo della famiglia. Se fu più che mediocre imitatore della forme michelangiolesche (e ne sono prove la tomba di G. F. Vegio nel camposanto di Pisa e le decorazioni della S. Casa di Loreto), ha la sua importanza a venne in celebrità per aver trovato il modo di intagliare il porfido in cui eseguì la fontana a tazze del primo cortile di Palazzo Vecchio (Firenze), una testa di Cristo (Museo di Praga). Coudiciano egregiamente del figlio Romolo, intagliò la Giustizia per la colonna romana di S. Trinità (Firenze), moltissimi medaglioni a bassovilievo tra cui uno di Cosimo I (Victoria and Albert Museum di Londra), oltre a numerose decorazioni di tombe.

Bisc.: F. Schottoniiler, a. v. in Thieme-Becker, XI, pp. 489-92. Per Francesco di Simone: P. Toesca, F. di S., in Bollettino d'arte, I (1921-22), pp. 126-38; F. Malaguzzi Valeri, F.

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di S., in Dedulo, 3 (1922-23), pp. 368-69. Per Andrea: Q. H. Gigholi. Il dazzale di altare di A. F., in L'azervatore fiorentino, 1912, pp. 52; C. Gamba, A. F., in Dedulo, 10 (1920-30), p. 128. Fabio Borroni

FERULA. - Nel medioevo era il pastorale del vescovo, del quale si ha notizia nel sec. a (PL 132, 970 ; 136,907 ).

Continuita il simbolo della potestà spirituale e temporale del papa (signum regininis et coercitiosis, Ordo Romanus, XIV, cap. 44: PL 78, 1143). Gli era consegnato insieme alle chiavi quando, dopo l'incoronazione ed il possesso della Basilica Lateranense, si recava alla chiesa di S. Silvestro. Somigliava agli sceptra imperialia, dovuti ai papi dopo la cosiddetta donazione di Costantino.

Attualmente e un'asta sormontata da una Croce a braccia uguali, che il papa usa principalmente nella funzione della apertura e chiusura della Porta Santa.

Filippo Oppenheim
FERUS GIOVANNI (WILD). - Minore osservante, celebre predicatore, n. il 24 giugno 1495 in Svevia, m. nel 1554 a Magonza. Religioso nel 1515 , compiuto il corso degli studi fu mandato come predicatore a Magonza ( 1528 ), dove rimase fino alla morte, molto apprezzato per la sua eleganze ed efficace eloquenza, e per la sua fermezza, priva di acrimonia, specialmente nella difesa della Fede contro l'invadente pericolo protestante.

I numerosi suoi sermoni furono pubblicati per le più dopo la sua morte, contrariamente alla sua intenzione. Mancanti da limatura e di precisione in alcuni punti, anche per adulterazioni di editori luterani che ne avrebbero curata la stampa, come qualcuno insinuo, tutte le sue opere furono condannate e inserite nell'Indice, «donne corrigontur -, eccettuati i Commentari sui Vangeli di a. Mattue e di s. Giovanni con la sua 1ª epistola, e il libro Examen ordinandorum, rivisti e stampati dopo il 1577.

Fra le altre opere si citano: Commentarii in Genesim,
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(1st. Alinari)
FERrucci, FAMIGLIA - Memimento al giureconsulto Alessandro Terragni da Imola, opera di Francesco di Simone P. (1477). Bologna, chiesa di S. Domenico.
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(1st. Enc. lada.)
FesCH, JOSEPH - Rittatto. Stampa di G. Lepri (1803).
In libros Evadi, Numerorum, Deuteronomii, Issue et Iudicum (Colonia 1571); In Ecclesiasten (ivi 1556); In Eiter librum, In Eedrum et Nebentiam (Magonza 1569); In Ionam (Colonia 1569); Conciones Dominicales in Epistolas et Evangelia ab adventu ad Pascha (Magonza 1554); Conciones Dominicales a Paschale usque ad Adventium (Lione 1558); Postillae in Sanctorum festa (ivi 1558).

BibL.: Wadding. Scriptores, p. 139; Sbaralea, II (1921), pp. 72-73; Horter, II, coll. 1486-90; H. Grisaz, Lutera, vers. it., Torino 1933, pp. 430. 512; L. Oliver, Wild (Ferui) Yoh., in LThK, X, col. 883.

Antonio Blanueci
FESCH, JOSEPH. - Cardinale, n. il 3 genn. 1763 ad Ajaccio, m. il 13 maggio 1839 a Roma. Figlio di Angela Maria Pietra Santa che, rimasta vedova di Giuseppe Ramolino, sposò in seconde nozze François F., il futuro cardinale era fratellastro di Letizia Ramolino e quindi zio di Napoleone Bonaparte. Studiò nel Seminario di Ala in Provenza dal 1781 in poi, ed ivi fu ordinato sacerdote nel 1785 . Ritornato in Corsica, prestò nel 1791 il giuramento alla costituzione civile del clero. Deposto l'abito sacerdotale, che riprese solo dopo la conclusione del Concordato del 1801, fu al seguito del nipote durante la campagna d'Italia. Arcivescovo di Lione nel 1802, fu creato l'anno successivo da Pio VII cardinale di S. Lorenzo in Lucina, e fu nominato ambasciatore di Francia presso la S. Sede.

Sentivo profondamente il legame di sangue con il nipote, ma accompagnò a questo naturale affetto una profonda venerazione per il Papa e per la S. Sede. Di idee gallicane, non si oppese energicamente, come il suo stato di principe della Chiesa richiedeva, ai decreti Meizi ed agli Articoli organici. Non intendeva però in alcun modo ripudiare il primato del vescovo di Roma e rifiutò la nomina di arcivescovo di Parigi da parte dell'Imperatore nel 1810, perché priva dell'istituzione cano-

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nica del Sommo Pontefice. Alla caduta di Napoleone condusse vita ritirata in Roma, dove Pio VII gli concesse generosa ospitalità. Non rinunciò mai alla sede di Lione.

BibL.: A. Latrulle, Napaion et le St-Siige (1803-1808), L'ambassade du card. F. a Rome. Parisi 1033: P. Ferraris. // Concordato francese a il card. F., in Cte. Catt. 1936. t. pp. 470 200; D. Angelic, I Banskarte a Roma, Milano 1938. pp. 61-72.
Silvia Purlani
FESL, Michael Joseph. - Filcsofo, n. a Praga nel 1788, m. a Vienna nel 1863; discepolo di B. Bolzano, editore delle sue opere e divulgatore della sua filosofia (specialmente in articoli e recensioni anonimi). Dal 18:6 fu professore a Leitmeritz (Boemia) e ivi fondò nel 1816 il Christenbund, circolo di teologi, ispirandosi ai principi della filosofia del Bolzano. Nel 1819, dietro accusa di alto tradimento a carico del Christenbund, il F. fu condannato a 12 anni di carcere e confino perpetuo. L'eredità letteraria del F. viene conservata, insieme con quella di Bolzano, nel Museo nazionale di Praga.

Bul.: E. Winter, s.v. in LThK, III, col. 1013.
Anneliese Maier
FESSLER, JosEPh. - Vescovo, storico e canonista, n. a Lochau (Voralberg) il 2 dic. 1813; m. a St. Pölten (presso Vienna) il 25 apr. 1872. Sacerdote nel 1837, insegnò dal 1838 storia ecclesiastica e diritto nel Seminario di Bressanone; indi, dal 1852 , all'Università di Vienna. Vescovo ausiliare e vicario generale per il Voralberg nel 1862, ambasciatore imperiale a Roma per il Concordato (1863), vescovo di St. Pölten (1864), segretario del Concilio Vaticano (1869-70).

L'opera sua migliore è: Institutiones Patrologiae (2 voll., Innabruck 1850-51; 2a ed. a cura di B. Jungmann [2 voll., ivi 1890-96]); altri lavori degni di nota: Dot kirchlichen Büchervorba (Vienna 1869); Der enaunische Prozess (Vienna 1860); Das letzte und nächste allgemeine Konzil (Friburgo in Br. 1869); Sammlung vermiteliter Schriften über Kirchengeschichte und Kirchenrecht (ivi 1869); Die wahre und falsche Unfehlbarkeit der Päpste (Vienna 1871); Das vaticanische Conscil, dessen nissere Bedeutung und innerer Verlauf (ivi 1871).

Biel.: A. Erdinger, Dr. 7. F., Bressanone 1874: L. M. Rausauer, Dr. 7. F., in Deutschlandi Episcopat, IV, Würzburg 1873; E. Campana, Il Concilio Vaticano, I, Lugano-Bellinanna 1926, D. 742 SEE.

Celestino Testare
FESTA, LA. - Settimanale cattolico illustrato. Iniziò le pubblicazioni a Milano nel 1923, per iniziativa della Compagnia di S. Paolo, sotto la direzione letteraria di Giovanni Papini e quella artistica di Guido Marussig.

Ebbe larga notorietà sia per la collaborazione dei migliori letterati italiani (Giuliotti, Lisi, Gallarati Scotti, Angelini, Bargellini, Ada Negri, Linati, Allodoli, Cicognani, Casnati, ecc.) sia per la veste editoriale artisticamente pregevole. Passò successivamente a Bologna, a Roma, infine ad Assisi, seguendo le vicende del suo direttore titolare d. Carlo Rossi. Sospese le pubblicazioni nel 1943. Pubblicò per qualche tempo Il regno, rassegna di varia periodicità, in fascicoli di notevole ricchezza di contenuto sia artistico che letterario. Enrico Lucarello

FESTA: v. PRECETTO FESTIVO.
FESTA, Costanzo. - Musicista, n. nella diocesi di Torino (come risulta da un motu proprio di Leone X, in data 1^{°} nov. 1517), verso il 1465 , m. a Roma il 10 apr. 1545; nel 1517 fu aggregato al Collegio dei cappellani cantori pontifici e lo stesso anno compose 2 versi dal Muovere, a 4 e 5 voci (Cod. Sist. 205-206); nel 1519 un suo mottetto a 6 voci venne pubblicato nel I. IV dei Mottetti della corona (Fossombrone 1519). Da allora compose molta musica sacra e profana che gli merito larga fama.

L'elogio funebre lo chiamò - musicus excellentissimus et cantor egregius :; lodi, più o meno ampie, ne fanno P. Aron (Lucidario di Musica, Vencsia 1543), G. M. Nanino (Centocinquantasette contrapunti sopra del canto fermo intitolato la baas di C. F., Mantova 1802), G. M. Lanfranco (Scintille di musica, Brescia 1533). Studi recenti hanno confermato questi giudizi e stabilito che nel F. la scuola romana ebbe, non solo il fondatore, ma il primo grande contrappuntista italiano che, per i mottetti e i madrigali, con dello stile a cappella con risultati veramente artistici, distinguendosi, in particolare, per l'importanza espressiva data alla voce superiore, la cui effusione, nel canto arioso e spiegato, sarà caratteristica della sensibilità italiana.

La maggior parte della sua musica sacra è in manoscritti della Biblioteca Vaticana, dell'archivio della Cappella Pontificia ( 70 anni a 3 e 6 voci; i 2 Sängsöfant, un Te Deum, a messe a 4 voci, responsori, antifone, una decina di mottetti, un credo a 5 voci, ecc.), del Liceo musicale di Bologna ( 4 mottetti a 4 voci e Polchertina undici); le raccolte a stampa che contengono musica sacra di C. F. vanno dal 1519 (Mottetti de la Corona) al 1536 (un famoso Te Deum cantato in Vaticano fino a tutto il secolo scorso, o brevi versetti su melodie del canto piano, in responsoia, anliphonne et hymni) e sono per lo più raccolte veneziane, romane e nocimbughesi; contengono mottetti, un Sängsöfant su tutti gli otto tesi a 4 voci, lamentationes, ecc. (Ad Burnes [v. bibl.] fu pubblicato Quam pulchro es, a 3 voci (1543); dal Turchi un Regent regnum a 4 voci (1518) in L'aria musicale in Iridia (I. Milano 1803, p. 49); da P. Alberi un Te Deum a 4 voci in Raccolta di musica sacra [III, Roma 1846, p. 400). Recentemente (1936), una vertuta di composizioni sacre, sotto il titolo di Sacra cantina 3, 4, 5, 6 vocibus, sono state colite dal Pontificio Istituto di musica sacra, in Roma, con ampia prefazione del Dagnino. Scrisse inoltre ca. 125 madrigali, dal 1533 in poi; essi furono stampati a Venezia in raccolte che vanno dal 1533 al 1549 , contenenti musiche del Verdelot, dell'Archadele, del Gero ed altri.

Biel.: C. Burnes, A general history of music. III, Londra 1789, pp. 244-46; G. Baini, Memorie storica-ertiche della vita e delle opere di G. P. da Polestrina. 1. Roma 1828, pp. 18-19. 190. 188. 213. 222: II. ivi 1828. n. 192: F. S. Haberl, Der römische Schola cantorum. Ratisbona 1888. pp. 74-82: A. Cancun, Per un precursore di Polestrina, C. F.. in Bollettino bilingvales musicale, 6 (1931), pp. 9-20.

Anna Maria Canali
FESTE, ANNUNAIO delle. - Nel giorno della Epifania, dopo il Vangelo, il diacono annunzia le f. mobili del nuovo anno. La melodia che lo accompagna è molto antica e quasi identica a quella del I. Enaltet (v.). La frase ha un inizio festoso, poi ridiscende leggermente e si sviluppa in un recitativo che è un vero modello del genere.

L'uso di annunziare le f. e le principali ricorrenze per la riunione dei fedeli rimonte ai primordi del cristianesimo, quando le prossime riunioni erano indette verbalmente dal vescovo che presiedeva l'adunanza, come attestano s. Ignazio (PG 5, 271), s. Dionisio d'Alessandria (Ep. ad Germinam: PG 10, 1524), s. Cipriano (Ep. 63, n. 16: PL 4, 398). Ai tempi di s. Girolamo I eristiani erano chiamati all'agape dei praecours a dai car-
sors: « Cum ad agapem vocaverint, praeco conducitur : (Ep. 22: PL 22, 418). Costoro erano spesso diaconi. L'Ordo de St-Amand dice: "Quando laetania maior debet fieri, annuntiabit eam diaconus in statione catholica et dicit: Perio tali veniente collecto in basilica basti illius, statio in basilica sancti illius et respondit omnia: Deo gratias» (L. Duchesne, Les origines du culte chrétien, Parigi 1925, p. 493).

Ad Alessandria il 6 genn. d'ogni anno si pubblicava la Epistola festalis, lettera collettiva dai vescovi, nella quale si dava l'annunzio della Pasqua e delle f. mobili. Forse è questa l'origine della lettera pastorale che i vescovi sogliono indirizzare ancor oggi ai loro fedeli all'inizio della Quaresima. Nella Liturgia gallicana mancano le formule delle quali abbondava Roma e l'Oriente; in-

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fatti i Concili di Auxerre ( 378 ) e il JV Sinodo di Orléans ordinano: - ut omnes presbyteri ante Epiphaniam missus suos dirigens qui eis de principio quadragesimae nuntium, et in ipsa Epiphana ad populum indicent (M. Gerbert, Monumenta veteris liturgiae Alemannicae, I, St. Blotion 1777, p. 450). Nelle liturgie moxerabica l'annuncia si faceva a Natale, immediatamente dopo il Vargello.

Bull: G. Morin. Parmala ammeciandarmo Introitatum, in Ausubus Morescolam, I: Liber Comitus, Moreslous 1803, p. 391 500; M. Pentin. L'anumere des volentiles religiones dans la litur. gie moxarabe, in Monumemta Ecclesiae liturgica, V: Liber Ordinam ex sacque done / Eclive unigothiane et moxarabe d'Echopus de IV av. XIV xliviv. Parici 1904, p. 316; G. Vele, La pratamaria Puscharia in Epiphania e la tua antica formula Aquileiana, in Eccelana gregoriana, 4 (1004), pp. 317-22; F. Cabrol v. v. in DACL, I, coll. 2230-41; M. Righetti. Storia liturgica, II, Milano 1046, p. 74 190.

Silverio Matte!
FESTE RELIGIOSE POPOLARI. - Non già all'infuori della Chiesa, ma accanto ad essa ed insieme ad essa il popolo ha creato e conservato delle interessanti manifestazioni che si accompagnano al culto ufficiale e lo integrano con note di colore, con testimonianze di fede accesa, con offerte umili e significative, con canti ad altre espressioni di forte sentimento religioso. E se in talune forme di festivitá popolare è dato scorgere qualche traccia di cerimonie " usanze pro-cristiane, è anche vero che la Chiesa ha sempre vigilato su queste manifestazioni popolari, cercando di regolarle in modo che non contrastino con la norme liturgiche.

Sono state tenate varie classificazioni di queste f. r. p., alcuni studiosi (ad es., il canonico F. Polese) han preso come base i motivi che le determinano (feste su tema liturgico o leggendario, su fondo miracoloso, feste stagionali, feste d'indole extra-liturgice, processionali, espatorie, ecc.); altri (A. Van Gennep) le hanno collegate e interpretate come cerimonie periodiche cicliche, connesse con lavori agricoli e formatesi nel campo cinografico fin dell'amichita (ciclo dei dodici giorni comprendente le feste da Natale all'Epifania, di Carnevale-Quaresima, di Pasqua, di Maggio, di s. Giovanni e s. Pietro, ecc.). Ma tali classificazioni risultano più o meno artificiose : tuttavia una divisione pratica può essere fatta in due grandi categorie: 1) feste calendaricli che accompagnano le più salenni forme del culto lungo il corso dell'anno; 2) feste patronali che soddisfano particolari esigenze locali.

Nella grande varietà delle espressioni della religiosità popolare durante le feste, è tuttavia possibile mettere in rilievo le forme ed espressioni comuni più importanti, a alcuni degli aspetti più tipici.

La partecipazione delle classi popolari si rivela già nella preparazione della festa, nella gara con cui le famiglie, le conferterate, i tioni allestiscono le varie forme di ornamentazione e di espressione festosa. Spesso l'organizzazione della festa è assunta da persone qualificate e responsabili, i e festaioli, che provvedono con questua, con gare di aggiudicazione del diritto di portare la statua del santo o altre sacre immagini durante la processione. Talora questo diritto è ereditario di alcune famiglie. Tipico della fase preparatoria è anche l'usanza delle novene, suonate e cantate da pifferari o da ciechi cantastorie, agli angoli delle strade o davanti alle case dei devoti che "prendono la novena "offrendo un obulo.

Si devono all'elemento popolare le acceze manifestazioni di gioia che han luogo il giorno della festa, con grida, canti, dance, giuochi, corse, polli che creano una atmosfera di lieto fervore. Caratteristiche anche alcune intense espressioni di sentimento religioso e mistico con invocazioni di grazia, e preghiare, e pianti e roci coni. mosse, specie al passaggio dell'immagine sacra o all'avverarsi del miracolo, come per la festa di s. Gennaro a Napoli, o per quella di s. Nicola a Bari, ecc. In alcuni luoghi come, ad es., a Matera (Lucania), alla fine della festa la macchina trionfale della Madonna della Bruna viene assalita e ridotta in pezzi, che la folla si contende e conserva poi come amuleti. Nelle processioni praticatorie contro la siccità, in alcuni paesi del Mezzogiorno,
si chiede al santo la grazia con invocazioni violente, o se ne tuffa la statua in un corso d'acqua o in una fonte. In molte regioni d'Italia centro-meridionale e in Sicilia il simulacro sacro o il santo principale è seguito o attornisto dal corteo di statue di santi minori (detti a santoni.). Per la festa di s. Domenico di Cocullo (Abruzzo) la statua del Santo esce in processione avvolta da serpenti e seguita dai fedeli che portano serpi avvolte attorno al corpo o le lanciano contro il simulacro stesso.

Di particolare interesse per le loro grandiosità spettacolare sono i carri sacri, le macchine processionali e i cortei di statue gigantesche. I carri sacri si possono dividere (secondo R. Corso) in due gruppi : votivi e scenici. per grazie o favori ricevuti, gli altri si riportano a rappresentazioni sacre che solevano farsi a ricordo di avvenimenti miracolosi o leggendari. Sono da annoverarsi, tra i primi, i ceri di Gubbio, i candelieri di Sassari e di Nubri, i gigli di Nola; tra i secondi la macchina di s. Rosa a Viterbo e di s. Rosalia a Palermo, i dodici misteri di Campobasso per la festa del Corpus Domini, la bara della Madonna della Lettera in Messina, e le macchine processionali a forma di barche o di navi, rievocanti l'approdo o l'apparizione miracolosa di un santo, come a Nola per s. Psalina, a Mazara (Sicilia) per s. Vito, a Potenza per s. Gerardo a cosi via.

Famosi sono i a gnanta de cortege "del Belgio, grandi statue processionali che rappresentano Sansone, il pastore David, il Diavolo Magnone, l'Uomo Selvaggio ecc., con il seguito di animali rari o fantastici; nella processione di Nivelles compaiono il pesce, il liscorno, il dramedario, il dragone, nonché a cheval Bavard (cavalcato dal "quatre fils Aymon"), "cheval-godet", ecc. I giganti processionali sono conosciuti anche in Italia : basti ricordare i due Giganti di Misurta che escono per la festa della Madonna ( 8 sett.) a quelli di Messina, portati in processione per il Corpus Domini (v.).

Ma la più ampia partecipazione popolare alle feste religiose si ha nelle vere e proprie rappresentazioni sacre che qua e là continuano a sopravvivere in varie forme, dalle semplici processioni drammatiche, recanti gruppi statuari, o animate da personaggi sacri o simbolici fino ai drammi e alle tragedie ispirate alla vita di Cristo: celebre è la passione di Oberammergau, ma un po' do. vunque, e anche in Italia, manifestazioni analoghe sono numerose e interessanti, dalla Passione di Sordevolo (Pomonte) a quella di Sessa (Lazio), alla "Letta dell'angelo e del diavolo" di molti paesi dell'Irginta, alla "Fig. ghiata" (cioè la cattura di Cristo) di Gagliano e altre località della Calabria, al "Viaggio dei Re Magi" che a recita nelle campagne di Taranto per l'Epifania. In tutte queste forme di teatro sacro i personaggi sono, di regola, rappresentati da popolani. Come integrazione di gran parte delle f. r. p., sono da considerarsi gli adormamenti come fiori e fronde, che talvolta d'anno luogo o manifestazioni di alto valore artistico, come l'infiorata di Genzano (Roma) per la festa del Corpus Domini. Commissione è l'uso di caspargare di fiori le strade ove passa la processione, o di gettare fiori dalle finestre sulla statua del santo e sulle schiere processionanti. Un elemento pittoresco di notevole valore è dato anche dall'uso di adobbare con tappeti, coperte, drappi, damaschi i balconi e i davanzali delle finestre. Famosi sono a Bologna gli addobbi per le domeniche successive al Corpus Domini : festoni d'erbe e di fiori e zendoli prulticolori allacciano le case prospicienti d'ogni contrada, mentre le finestre e le porte si adornano di tappeti e drappi e broccati preziosi.

Altre elemento integrativo di iniziativa popolare è costituito dalle luminarie, dall'uso di fiaccole nelle processioni notturne, e dai grandi fuochi e falb che si accendono per alcune feste come per s. Antonio abate, per l'Ascensione e soprattutto per s. Giovanni Battista. Quest'ultima usanza si richiama ad antichissimi riti agrari che sopravvivono, in clima cristiano, specialmente nelle solennitò connesse con i grandi lavori dei campi.

Per notizie particolari relative alle principali feste, del Natale, della Pasqua, ecc., v. alle relative voci.

Bull.: F. Polese. La festa popolari cristiana in Italia, in Atti del primo Congresso di Anagrafia italiana, Roma 1911, pp. 96-114:

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D. Provenzal, Dianze e fecte del popolo italiano, Bologna 1912: A. A. Bernardy, I nostri - genuts de cartoge s, in Pallanto, 6 (1231). pp. 49-54: V. Trojani di Norfa, Sagre fecte a riti, Roma 1932: R. Curso, I carri sacri in Itolin, in Folklore italiano, 10 (1933). pp. 109-47: P. Gelger, Deutsches Folletinn in Slite und Bronch. Berline-Lipna 1936: A. S. Wright e T. E. Lones, British colcoder customs, 1: Mowable festivals, Londra 1036: II: Fixed festivals, ivi 1938: R. Borsaglia, Religiosité papulare italiane: sens paslinimore, in Lares, 3 (1097), pp. 18-25; A. Van Gennen, Manuel de fuit-lore fraspero contemporain, Parigi dal 1938 in corso di pubblicazione (specialmente il vol. I. 1. I [1945]); G. C. Pola Falleni-Vilizfollerto, Associazioni giovanili e feste antiche, 4 voll., Torino 1930-47; R. Corso, I popoli dell'Europa: asi e cistismi, Napoli 1948.

Paolo Tonchi
"FESTIVIS RESONENT GARMINA VOCIBUS». - E l'inno dei Vespri nella festa del Preziosissimo Sangue, composto probabilmente da mona. L. Tripopi, quando nel 1846 fu istituita tale festa, dovuta alla iniziativa del b. Gaspare Del Bufalo, che già sotto lo stesso titolo aveva fondato due Congregazioni religiose.

L'ode esalta il Sangue divino di Gesù versato qual prezzo dell'umana redenzione. Il nuovo Adamo, Gesù, opposto al vecchio progenitore, è una giusta dimostrazione dell'opera distruttrice di questi di fronte a quella risanatrice di Cristo. Solo il suo sangue aveva la potenza di placare il Padre e di dischiudere all'umanità le porte del cielo. La dossologia si stacca dalle solite chiusure di inni, ed è una viva preghiera perché il Signore ci ricrei nella gloria del paradiso.

Bib.: G. Belli, Gli iuni del Breviario tradatil, Roms 1836, p. 436 sgg.: V. Terrano, Gli iuni dell'Ufficio divino, Mondovl 1932, p. 222 sgg.: A. Stirra, Gli iuni del Breviario romano, Napoli 1947, p. 143 sgg.

Silverio Mattei
FESTO, santo, martire: v. GENNARO e CONSOCI, santi, martiri.

FESTO, senatore romano. - Console nel 472, passò a Teodorico dopo la battaglia dell'Adda nel 490. All'inizio del 497, a capo di una missione, si recò a Costantinopoli per chiedere all'Imperatore il riconoscimento di Teodorico, promettendo di adoperarsi perché il Papa sottoscrivesse l'Enotico (v.). Per la sopravvenuta morte di Anastasio non poté mantenere la sua promessa; ma si adoperò, con l'aiuto dei senatori del suo partito e con denaro, ad opporre al legittimo Simmaco l'antipapa Lorenzo (v.).

Nel 501 F. presentò a Teodorico una serie di accuse contro Simmaco chiedendo un visitatore e la convocazione di un sinodo, mentre ne perseguitava i seguaci causando torbidi e disordini. Per un certo tempo riusei a far riconoscere Lorenzo, ma nel 506 Teodorico gli ordinava di restituire al legittimo Pontefice chiese e beni tenuti dagli scismatici. F. si ritirò allora dalla vita politica attiva a mori in una sua villa dove aveva accolto anche il suo pupillo Lorenzo.

Bib.: Teodoro il Lettore, Hist. ecel., II, 16: PG 86, 1, 189-93; Lib. Pont., I, p. 280 sg.: L. Duchesne, L'Eglise au VIe siècle, Parigi 1922, pp. 112-16; G. Bertolini, Roma di fronte a Bisanzio e ai Longobardi, Bologna 1941, pp. 37-40, 60-77.

Agostino Amore

## FESTO PORCIO: v. PORCIO FESTO.

## FETHA NAGAST: v. IEN AL ASSAL.

FETIGISMO. - Il termine di feitigo (incantamento, amuleto), parola derivata dal latino factitins (cf. italiano fattura), fu attribuito dai Portoghesi, giunti nel sec. XV sulle coste dell'Africa occidentale, a certi oggetti (alberi, pietre, conchiglie, artigli, bastoni, vasi, ecc.), verso i quali i negri dimostravano particolare venerazione. Disgraziatamente il termine feticcio, benché usitatissimo, non ha mai avuto una significazione scientifica ben precisa e comunemente accettata, ed ancor meno ne ha avuta il suo derivato E, coniato da Ch. de Brosses (v.). Anzi, a quest'ultimo termine sono stati dati il più vario significato e la più
varia catensione, in relazione a diverse teorie evoluzionistiche della storia delle religioni.

Il De Brosses (Da culte des dieux fétiches, Parigi 1760) ritenne che il f., derivato da un vago sentimento di paura, fosse stato, insieme al salsonino re