verse teorie evoluzionistiche della storia delle religioni.
Il De Brosses (Da culte des dieux fétiches, Parigi 1760) ritenne che il f., derivato da un vago sentimento di paura, fosse stato, insieme al salsonino retrolattico, lo stato iniziale dello sviluppo religioso dei popoli reggini. N. S. Bergior (L'arigine des dieux du paganisme, (vi 1767) mise in rilievo come f. e astrolattica dipendessero da una tendenza a vedere le cose come animate da geni e spiriti. Chi maggiormente contribuì a dare al f. quel significato del tutto generico e convenzionale che troppo spesso gli viene attribuito, furono soprattutto A. Comte (Cours de philosophie positive, ivi 1830-42) e J. Lubbock (The origin of civilisation, Londra 1870). Il primo, interpretando il f. come la manifestazione più elementare e indeterminata di spirito religioso, fa poco all'inizio delle scale evolutive delle religioni, allargando ancora, per esigenze sistematiche, il significato di feticcio, fino a comprendervi anche i cosiddetti grandi feticci: solo, luna, terra; il secondo fece succedere a un preteso ateismo primitivo, inteso come mancanza di idee precise intorno alla Divinità, il f. definito come lo stato nel quale l'uomo suppone di poter forzare la divinità è soddisfare i suoi desideri. La natura puramente astratta e aprioristica di queste scale evolutive doveva fatalmente cedere di fronte al pregresso degli studi etnologici : il primo a scomparire per sempre, come supposta fase e sé nella storia religiosa della umanità, fu proprio il f. E. B. Tylor interpettò il f. nel quadro della teoria generale dall'anonismo (v.) da lui elaborata (Primitive culture, II, Londra 1872, cap. 14). Secondo lo studioso inglese, un oggetto sarebbe da considerarsi feticcio qualora si ritenga che uno spirito è incarnato se esso, o che agisce o comunica attraverso di esso e qualora l'oggetto, conseguentemente, sia trattato come fornito di coscienza e potere. Il Tylor esclude dalla qualifica di feticci gli oggetti che costituiscono dei semplici segni, con pura significazione ideale, né la virtù del feticcio va confusa con un'impersonale efficacia magica immanente nell'oggetto. Naturalmente lo spirito che anima il feticcio può essere anche quello di un defunto: in tali casi il feticcio è costituito spesso da resti del corpo del morto, in particolar modo dalle ossa o dal cranio. L'interpretazione data dal Tylor al fenomeno del f. ha certo degli elementi di validità, ma non appare completa. Già A. Lang (The smoking of religion, ivi 1898) ed altri insistettero su tali punti non sviluppati dal Tylor: sarebbero particolari ragioni di stratezza o di esperienza quelle che inducono a riconoscere un oggetto come feticcio, investito di vitalità e potere. Ulteriori limitazioni alla validità dell'interpretazione animistica del f. dovevano essere introdotte dalla teoria successivamente affermatasi di uno stadio preanimistico, nello sviluppo dei concetti religiosi. In realtà, una dicotomia così completa tra anima e corpo, e soprattutto una duplicità universalmente estesa anche agli oggetti fisici, come quella postulata dal Tylor, non sembra aver potuto essere propria del primitivo, e tanto meno le sorgente del suo patrimonio conceituale psicologico e religioso. Per quanto riguarda la realtà fisica, il primitivo si sarebbe limitato a vedere una personalità viva, favorevole o sfavorevole secondo i casi, intorno a quelle località o in quegli oggetti che più si imponessero alla sua meraviglia o che avessero misteriosamente o inaspettatamente influito sulla sua esperienza. Solo in seguito lo sviluppo ulteriore della teoria degli spiriti naturali a delle anime dei defunti, e le pratiche magiche connesse al loro trattamento, avrebbero portato il f. al suo carattere spesso particolarmente evidente di animismo degradato e contaminato di magismo.
Ai negri della Guinea occidentale, per limitarsi ai popoli più evidentemente dediti alle pratiche feticiste, è familiare la nozione di un Essere Supremo, che, dopo aver creato il mondo, se ne sarebbe ritirato, lasciando che esso venisse governato da spiriti. Questo Essere Supremo non è mai raffigurato con idoli, e non è invocato che in momenti eccezionali, con brevi e spontanee formule di preghiera. E agli spiriti, invece, e alle anime dei defunti, che il negro ricorre continuamente, sepuri-
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TRIETICO CON L'ADORAZIONE DEI MAGI - Milano, Pinacoteca di Bress.
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A sinistra: SPORTELLO DI TABERSACOLO. Inventione del danno di Aosta (sec. XV) - Torino, Museo Civico. A destra: GANGELLO DELLA SALIMENTTA DELLA CHIREN DI E. CROCE (1371) - Firenze.
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(per coriezia del prof. E. Jost)

(fol. Anderson)
In alto: S. GIOVANNI BATTEZZA CRISTO. Vasca battesimale di Renier de Huy (sec. xit) - Liegi, chiesa di S. Bartolomeo. In basso: ARAZZO CON SCENA DI CORTE (sec. xv) - Milano, Museo Poldi Pezzoli.
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(1st. Anterioo)
In alto: ADORAZIONE DEI MAGI di Hans Memling (fine del acc. xv) - Madrid, Galleria del Prado. In basso: TENTAZIONI DI S. ANTONIO di David Teniers (sec. xvir) - Madrid, Galleria del Prado.
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Fertcismo - Futicto di Mavonbe dell'Africa occidentale.
tutto per stornare da sè le conseguenze di una loro eventuale malvolenza. Questi spiriti possono vagare o abitare in localita particolarmonte adatte (allor imponenti, caverne, cupi ecc., o, trattandosi di defunti, villaggi o tombe), anche negli oggetti feticcio (gri-gri, ju-ju, ecc.); inoltre, essi possono essere localizzati in tali oggetti per pensodi più o meno lunghi dalle arti di un medice-stręgone (ngangsi). Naturalmente, dagli indigeni si distingue bene sea l'oggetto fisico a lo spirito che lo anima; questo pud abbandonare l'oggetto, che allora perde ogni valore, né manchereldero mezzi (prova del fuoco ed altro) per assicurarsi della presenza dello spirito. I feticci, che ricevano aspersione di liquidi (rhum, vino di palma, ecc.), possono essere individuali (portati indosso o in appositi involucri), familiari o appartenenti alla collettività (conservati in particolari edifici).
Da quanto si è detto, risulta chieramente che il f . non costituisce un tipo di religione a se, si tratta invece di un fenomeno secondario nelle sue manifestazioni più appariscenti, chiaramente degeneativo, che si riconnette concettualmente ad altri fenomeni religioni o magici e che, lungi dall'escludere la religione o precederla coesiste, nelle medesime popolazioni a ambienti culturali, con la credenza in un Essere Supremo, creatore della natura.
Tracea di f. inteso nel senso sopra chiarito possono venire riscontrate presso vari popoli dell'antichità e contemporanei; la sua terra classica è l'Africa Occidentale (particolarmente l'alta Guinea), ma si ritrova anche, in una forma o nell'altra, nelle due Americhe, in Polinesia, in India e altrove.
Bra... Oltre alle opere citate cf.: F. H. Cushing, Zuni fetiches, in Annual report of the bureau of ethnolezy, 1880-81, p. 9 sgg.; M. H. Kinasler, West africain studies, Londra 1809;
R. H. Nassau, Fetishism in West Africa, 1y 1904; A. C. Haddon, Magic and fetishism, ivi 1006; A. Le Roy, La religion des primitifs, Parigi 1909; J. T. Driscoll, Fetishism, in Cath. Enc., VI, pp. 2228; W. G. Aston, Fetishism, in Enc. of Rel. and Eth., V, pp. 894095; C. K. Meek, The northern tribes of Nigeria, Oxford 1925; W. Schmidt, Der Ursprung der Gottesides, I, Münster in V. 1012; P. Amary Talbot, The peoples of renthorn Nigeria, Oxford 1026; D. Weitermann, Gottesvorstellungen in Obergobren, in Africa, 1 (1028), pp. 189-200; W. Schmidt, Manuale di storia comparata delle religioni, Brescia 1938.
Ugo Bianchi
FETIS, François-Joseph. - Musicista, storico e critico musicale, n. a Mons il 15 marzo 1784, m. a Bruxelles il 26 marzo 1871. Studiò al Conservatorio di Parigi, dove tornò professore nel 1821, dopo un peregrinare nelle Ardenne.
Nel 1826 fondò la Revue musicale e nel 1827 fu bibliotecario del Conservatorio. Nel 1833 andò a Bruxelles direttore di quel Conservatorio e vi rimase fine alla morte. Compose musica per orchestra, alcune opere, eseguite con un certo successo, pezzi sacri, fra cui un Requiem, e opere teoretiche, ma più di tutte scrisse sulla storia della musica, con Biographie universelle des musicienz et bibliographie generale de la musique ( 8 voll., Bruxelles 1838-44, continuata e completata da A. Pougin nel 1860-65); Esquisse de l'histoire de l'harmonie (Parigi 1840); Notice biographique de Nicoló Paganini (ivi 1831); Antoine Stradivari (ivi 1856). Una Histoire générale de la musique ( 5 voll., ivi 1869 -76) si ferma al sec. xv; in essa all'abbondanza delle notizie non si unisce sempre la sicurezza delle informazioni.
Sfiverio Matei
FETVÀ. - Pronuncia turea dell'arabo fatwa, termine tecnico che indica un responso giuridico emanato da un mufti o giurisperito di fama, in risposta a una questione postagli da un giudice o da un privato qualsiasi. Ecco un f. turco, come esempio del formulario seguito in tali occasioni (Zejd e 'Amr sono nomi fittizi, come i nostri Caio e Tizio).
Il non musulmano Zejd vende a consegna al suddito ottomano non musulmano 'Amr in terra islamica una certa quantitá delle sue merci a un dato prezzo. Poi Zejd, senza aver ricevuto il prezzo del pagamento, si reca in terra non musulmana e rimane li 30 anni senza poter riscuotere il prezzo. Ora, se Zejd tornasse ed esigesse da 'Amr quel denaro, potrebbe 'Amr dire: "Il tuo diritto è caduto in prescrizione per il solo fatto che tu hai passato 30 anni all'estero e sarebbe egli autorizzato a non pagare? Risposta: "No; ma Dio è più saggio . Alessandro Bausani
FEUDALE, EDUCAZIONE : v. CATALLENIA.
FEUDALESIMO. - I. Storia. - È il regime so-ciale-politico vigente nell'Europa occidentale e centrale nel medioevo. Analogie puramente formali permettono di parlare di istituzioni feudali presso altri popoli (Eggizieni, Giapponesi, Arabi, ecc.), ma è erroneo il considerare il f. come una fase dello sviluppo storico di tutti i popoli.
Mentre la civiltà romana era basata sul concetto di Stato come un valore superiore alle forme concrete di governo a sul concetto di proprietà assoluta, nel regime feudale i due concetti svaniscono: esiste solo una classe di possidenti della terra che esercitano i diritti di sovranita. Non si deve parlare di origine romana o germanica del f. e neppure di combinazione di elementi romani e germanici : il f. si forma e si sviluppa con piena spontaneità, secondo le esigenze politiche ed economiche della vita medievale; gli elementi romani e germanici assumono nelle nuove istituzioni feudali aspetto e valore del tutto nuovo.
Nell'età del Bosco Impero (sec. III d. C.) si insiste alla decadenza progressiva dello Stato e della legge: in contrapposizione si afferma il valore dell'uomo che sappia imporsi ai rappresentanti della legge. La società romana comprende solo più due categorie di persone: i potentes ed i pauperes. I primi formano la grande aristocrazia fondiaria, i secondi sono i piccoli proprietari, i
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nullatenenti, liberti. In una società fortemente dominata dal principio della viclenza, i pauperes ricorsono alla protezione dei più forti. Di qui una fitta rete di relazioni personali tra i potenti ed i deboli che si indicano con vari termini; patracinium, fides, amicitia; si parla di clientes, di suscepti, di deditici! disitum. Gli imperatori ravvisano nel patrocinio un pericolo per l'organizzazione statale e lo combattono, ma inutilmente; caduce l'Impero è il patronato che regge la socletá romana.
Presso i Franchi come presso i Longobardi troviamo degli uomini liberi che sono al servizio di altri uomini e sotto la loro protezione; sono detti ingenui in obsequio regis. Cosi abbiamo dei potenti che rengono al loro servizio degli uomini armati; nell'Impero romano già esistevano e si dicevano boccellarii; cosi i Germani conoscevano il comitalus (Gefolgschaft) descritto da Tacito.
Tra gli ingenui, i pueri in obsequio presso i Franchi, meritano speciale rilievo quelli che erano al servizio del re, cioè nella sua trustis : gli untrustiones avevano un guidriglido triplo dell'uomo libero semplice. Anche gli optimates avevano uomini in obsequio; dopo il termine peer, compare quello di vastus (dal celtico greas = uomo, servo).
Per entrare nel patrocinio o, come si diceva, nel mundia (mundeburdio, francese: mainebour) di un potente si celebrava l'atto verbale della commendatio, che venne poi depositato in un documento scritto : il commendato doveva al suo signore servizio e rispetto; ne aveva viveri a protezione. Anche presso i Longobardi abbiamo i possidi, quelli che sono in obsequio regis, ducis, ecc., ma l'istituto non si sviluppò come avvenne invece presso i Franchi.
Per aiutare quanti erano sotto il loro patrocinio i potenti potevano ricorrere ad un altro mezzo : la concessione di terre da coltivare. Anziché dare la terra in assoluta proprietà od a tempo sotto condizione di pagamento di un censo e con prestazioni di lavoro, fu molto usato il sistema di concedere la terra gratuitamente o con un censo minimo, puramente simbolico, per tempo non determinato. Si diceva allora possidere per beneficium alicuius. Ed in realtà era un atto di beneficenza il dare terre in usufrutto, senza onere di censo. Già il diritto romano conosceva la possessio precaria, concessione gratuita, revocabile, temporanea; precario possidere era godere una cosa senza alcun diritto, all'infuori della buona volontà del concedente. La Chiesa usò concedere terre in precaria, cioè mediante una specie di contratto, di solito a vita, con censo minimo (precaria era la richiesta scritta del potente, precioria la concessione scritta del concedente). Si diceva concedere le precarie per beneficium.
I due istituti della commendatio e del beneficium ebbero un grande sviluppo presso i Franchi; in teoria erano del tutto separati, nella realtà, le guerre del sec. vi ed viII, la sostituzione dei Pipinidi ai Merovingi favorirono l'unione della due censuetailmi. Il bisogno di accrescere la forza militari e di aumentare quindi le persone sicure spinse i re ad utilizzare le terre patrimoniali, poi anche le terre ecclesiastiche : non si ebbe confaca, ma utilizzazione dei beni della Chiesa con il sistema della precaria verba regis. Sotto Pipino il Breve e sotto Carlomagno la distribuzione di terre in beneficio ai vassalli avvenne con grande generosità. Vassalli non erano più gente umile, modesta, ma persone della corte, della amministrazione, della aristocrazia franca. Ora si usava il termine di vassi dominici, di fideles regis; in genere si diceva senior il potente che aveva fatto la concessione. Le guerre civili da Ludovico in poi costrinsero i Carolingi a procurarsi partigiani fedeli con il vassallaggio ed i benefici. A loro volta molti potenti si assicurarono contro il pericolo di non potere mantenere gli impegni presi verso il re, concedendo a loro vassalli terre di loro proprietà in beneficio (de alodis).
Il vassallaggio beneficiario ebbe grande importanza nell'Impero carolingio. Se vi erano ancora dei vassi semplici (pauperiores vassi), in maggior numero erano i vassi casati (che avevano una terra in beneficio). I Carolingi cercarono di disseminarli in tutti i loro domini e ne fecero la base della loro autorità. Essi incorporarono ora le relazioni vassallatiche nel quadro dell'organizzazione
statale per assicurare il servisio militare, l'amministrazione della giustizia, la raccolta dei tributi; la conseguenza di questa tendenza fu la formazione dello Stato feudale.
I comites, ufficiali provinciali, avevano benefici nelle circoscrizioni loro che furono nel sec. ix le stesse regioni in cui avevano casa, famiglia, amici, fedeli. Quivi avevano anche il godimento vassallatico dei domini che costituivano la dotazione della loro funzione (res de comitata, oppure semplicemente comitatus, oppure ministerium).
Anche l'honor (l'ufficio comitale) venne ad essere considerato come beneficio in quanto il re immetterà i suoi funzionari in possesso delle loro funzioni con la consegna di un oggetto simbolo dell'autorità, con lo stesso procedimento usato per mettere il vassallo in possesso del beneficio. Cosi le cariche pubbliche assunsero il carattere di beneficio. Il Capirolare di Quierzy di Carlo il Calvo dell'Egr attesta che l'amministrano di honor e di beneficium era già avvenuto. Anche i vescovi e le abbazie vennero nel sec. ix assimilate a benefici.
Questa politica carolingia vassallatica non portò i frutti sperati. I legami tra vassallo e signore erano più forti di quelli tra suddito e re ed in caso di conflitto i vassalli furono con il loro signore contro il re. Cosi il vassallaggio beneficiario esercitò un'unione dissolvente nella organizzazione statale : la monarchia continuò ad esistere, ma il potere era nelle mani dei conti che rappresentavano i gangli del sistema feudale. La generalizzazione degli impegni vassallatigi, essendo giuridicamente quasi basati su di un controllo bilaterale, fece nascere l'idea che il potere fosse anch'esso condizionato a doveri del re verso i sudditi come questi il avevano verso di lui. Non si può però dire che tali legami abbiano dislocato nel sec. x lo Stato in Francia, in Italia, in Germania, anzi se un certo senso ne hanno salvato l'unità giuridica.
I due elementi che componevano l'istituto vas-sallatico-beneficiario esigevano delle solenni formalità senza le quali essi non potevano esistere. Il legame personale tra il vasso (vassallo, uomo, miles) ed il signore (domimus, senior) si contrae con l'omaggio ed il giuramento. L'omaggio richiede l'invulatio manuum : il vasso in ginocchio, a testa nuda, sena'armi mette le mani in quelle del signore; alla cui domanda se vuole essere il suo uomo risponde: volo. Il vasso giura fedeltà sul Vangelo e la cerimonia si chiude con un bacio reciproco. Nell'Italia longobarda l'omaggio scompare presto; il contratto riposa sul solo giuramento. Il legame reale consiste nella consegna da parte del signore al vasso di un oggetto che rappresenta simbolicamente la cosa concessa in beneficio. L'oggetto può essere una zolla, un guanto, un bastone, una chiave, ecc. La cosa concessa dal sec. x è indicata con il termine feodum (tedesco Vieh = bestiame, come pecus da pecunia). Di solito il feudo (francese fief, tedesco Lehen) è una terra, ma può essere anche una funzione, un diritto, un pedaggio, una chiesa, un monastero. L'atto si dice investitura: se ne dava atto per scritto (confessio, oreu).
In origine il vassallo è legato all'omaggio ed al giuramento, più tardi ebbe maggior rilievo il feudo ed allora si dovette distinguere tra feudo ligio e feudo piano; il primo è quello che includeva un servizio feudale rigido; il secondo quello che poteva coesistere con altri servisi, quando il vassallo usò prendere terre in feudo da diversi signori.
La disgregazione dello Stato permette la formazione delle signorie feudali : il signore feudale si è appropriato tutte le funzioni pubbliche nel suo feudo ed esercita quindi diritti politici ed amministrativi, detti bonni : monopolio del forno banale, del mulino banale, diritti di albergaria, di giustizia, diritti fiscali, diritto di maritaggio dei sudditi dentro e fuori del feudo (non il ius primae noctis che non è mai esistito!). In ogni signoria il signore esercita l'alta e
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bassa giustizia: vi batte moneta; può fare guerra a pace a capriccio.
Le istituzioni vassalatico-beneficiarie si sono diffuse in tutti i paesi dell'Impero carolingio: poi i Normanni le hanno recate in Inghilterra e nel regno di Sicilia, quindi passarono con le Crociate in Siria e nell'Impero bizantino.
In nessun luogo il f. ha distrutto il principio della sovranita del re che conservó sempre il ius eminens in base al quale avvenne lentamente la ricostruzione delle Stato con il ritorno al concetto romano di Stato e di proprietà. Tipiche sono le lotte dei feudatari con i comuni dell'Italiin regis; i comuni spesso sottomisero i feudatari, assumendo però essi atessi l'aspetto di signori feudali; da ultimo i comuni entrarono nel quadro delle signorie che ebbero assetto feudale.
Il f. ha compiuto una funzione di grande importanza riorganizastiva dell'Europa nascente dalla antica; il suo sistema di doveri e di diritti liberamente contratti e fedelmente osservati ha ispirato tutta la vita moderna europea: i principi di inviolabilità degli impegni, di lealtà nell'osservarli hanno avuto un grandissimo influsso nella civiltà.
Bibi.: 1. Calmette, La sociéé feudale, Parigi 1027:-F. L. Ganshof, Qu'est-ce que le feodalite?, Bruxelles 1047 (sono le due opere di primaria consultazione): A. Luchaire. Manuel des institutions françaises, Parisi 1802; A. Guébermors, Essai sur les origines de la sabbiste en France du siegme des, ivi 1002; M. Bloch, La société feudale, a voll., ivi 1930-40 (bibl. compless: l'ovara accusa tendenza sociologiche). Per l'Italia v. P. S. Leichs, Storia del diritto pubblico italiano, Milano 1938; C. Cahen, Le regime feodal de l'Italie normande, Parigi 1040.
Francesco Connesso
II. Diritto. - Sotto nella Francia merovingica, il f. si diffuse in tutto il territorio del ricostituito Impero di Occidente, con diversi adattamenti locali, poiché, specialmente nelle terre germaniche tra il Reno e l'Elba, la situazione era assai diversa che non nella Francia occidentale, ove sia la tradizione gallo-romana, sia la più recente merovingica potevano aver fissato su basi territoriali il f. nascente (nei comitati), pur con moltissime incertezze data la scarsità di centri polarizzatori; laddove nella Germania transrenana, per le maggiori circoscrizioni (ducati) non ci si può fondare se non su basi etriche (Sassoni, Turingi, Francani, Alemanni, Bavari), le uniche che avessero una tradizione abbastanza salda, mentre all'interno di esse il beneficio feudale è quanto di più vario e variabile si possa immaginare. Lo stesso modo di sovrapposizione dell'ordinamento feudale non è privo di conseguenza per i primi due secoli, giacché il fatto che Carlomagno preponesse ai territori di recente conquista elementi tolti all'ordinamento feudale franco già in possesso di requisiti personali (p. es., il titolo di conte, di marchese, di duca), fece sì che, specialmente per i feudi più modesti, il titolo del signore feudale si riflettesse sul territorio a che per tal modo una persona non divenisse conte perché investito di una contea, bensi il territorio, continuamente variabile a seconda dei favori del re, divenisse contea perché affidato ad un conte.
Esattamente l'opposto di quanto avviene in Italia: l'organizzazione feudale trova qui una base territoriale ben definita, facente centro nelle città, con suddivisioni minori (souillassie, pagi, plebes, ecc.) a su queste si pilaana, cosicché la contea viene a coincidere con quel territorio che ab antiquo formava quello del municipio romano; la conseguenza che ne deriva è che, secondo il sistema cormano occulto dai Longobardi, solui che è preposto alla amministrazione di un territorio (che assume il nome di comitato) esercita di pieno diritto tutte le funzioni statuali, in rappresentanza del sovrano, che sono legate a connaturali all'ente territoriale, essendo implicita nella nomina la delega di ogni potere, a non necessitando, per conseguenza,
di un atto formale separato, come invece avveniva per i feudi franco-germanici. In altre parole, i diritti sovrani, limitati spazialmente alla città e suo territorio, sono incardinati nei comitatus a non nella persona che lo regge, che ne è un semplice portatore occasionale, onde in Italia non necessita l'atto formale della immunitas (delega di poteri più o meno ampi), che invece è necessario nella Francia o in Germania, e si può quindi parlare, per l'Italia, di - feudo di amministrazione -, nel quale predomina appunto più il carattere giurisdizionale che non quello militare, rimanendo invece comune l'elemento personale, quello, cioè, della fidelitas.
E questo il rapporto bilaterale e diretto che corre tra il senior (concedente) e il vassallo (concessionario) e che prevede importanti obblighi reciproci. Il vassallo (homo, iunior) deve consilium ed auxilium, vale a dire un periodo di servizio a corte, partecipare alle assemblee, coprire anche determinati uffici, prestare il servizio militare, sia personalmente che conducendo un contingente di uomini tratti dal proprio beneficium, concorrere ad eventuali spese straordinarie del re (in occasione di matrimoni o di riscatto), prestare garanzia personale per il re ecc., mentre il tenior ha obblighi generici di tutto, di difesa del vassallo e della sua famiglia, che si esplica soprattutto attraverso la giurisdizione privilegiata.
Questo legame personale non intercorre soltanto fra sovrano e milite, ma anche fra questi e qualunque persona a lui sottoposta, sia che egli conceda una parte del proprio beneficio con i diritti omnesi (subfeudo) sia che egli subdeleghi alcuni dei poteri e lui concessi dal sovrano (subfeudo di ufficiol. Si viene così a creare una serie di nuclei beneficiari legati soltanto al proprio senior, ma non necessariamente al senior di esso, cosicché viene a mancare ogni coordinamento gerarchico fra le varie categorie di vassalli (priores milites: duchi, marchesi, conti; secundi milites: vicecomites, iudices, avvocati, valvassori, valvassini, capitanei de plebe, ecc.).
Se tuttavia un tale sistema originariamente portava ad un rafforzamento del potere regio, in quanto il fidelis restava investito dal beneficio a beneplacito del sovrano e pareva esser spostato da una in altra sede, né s'era sviluppato il subfeudo, già con i primi successori (i) Carlomagno si profila un principio che, in un certo senso, è la negazione del feudo: l'ereditarietà. Principio non nuovo, che che cariche passassero di padre in figlio, ma di enorme portata quando l'esercizio di alcuni determinati poteri si radica su un territorio e su questo si accende una rete di interessi non soltanto politici, ma giuridici, economici, spirituali od anche puramente sentimentali. Così già dal tempo dell'imperatore Lourio si assiste al passaggio di alcuni grandi feudi di padre in figlio, sarto per volontà del sovrano; ma il ripetersi di queste conforme fa sorgere dapprima un'aspettativa legittima, poi una consuetudine ed una pretesa. Aspettative o pretesa che si rievigoricano dopo che Carlo il Cairo promise, nel Capitolato di Quierzy dell'676, di trasmettere il feudo di quei fideles, che fossero morti nell'expeditio italica che stava per muoversi, al loro figli. Ora qui, contrariamente a quanto si dice comunemente, non vi è la sanzione generale dell'ereditarietà dei feudi, ma proprio l'opposto, giacché si parla evidentemente di un privilegia. Tuttavia la premisio cartuicaa rafforza l'idea della ereditarietà dei feudi maggiori, che non venne più messa in discussione. Anche qui, però, bisogna distinguere fra l'Italia ed i paesi franco-germanici. Come beneficio strettamente legato all'obbligo del servizio militare ed in certo senso cristallizzato nella entità delle rendite necessarie per tale scopo, il feudo franco-germanico non può venir suddiviso, giacché una suddivisione fra discendenti avrebbe condotto ad una diminuzione di quei proventi da applicare alla fornitura delle armi, dei cavalli e del personale di sèguito del cavaliere, senza contare che la donna è esclusa, per la sua stessa debolezza fisica, dal prestare un qualunque servizio militare: di qui la conseguenza della indivisibilità e del trapasso del feudo ad un solo figlio, il primogenito maschio. Sia in Italia, essendo il feudo un ufficio principalmente amministrativo, territorialmente ben delimitato, ed il servizio militare non proprio un accessorio,
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ma una attivita perfettamente pari, per importanza, a qualunque altra, con contingenti militari consuetudinariamente determinati per ogni circoscrizione, non osta che essa venga amministrata in comune da due o più eredi e che della attivita amministrativa siano partecipi anche le donne. Cosi si vedono già verso il 930 i figli di Adalberto di Ivrea, Ascanio II e Berengario, reggere congiuntamente la marea eperedicae, e nei primi anni del sec. xit Bonifacio a Corrado di Canossa, figli del marchese Te. daldo, governare assieme i vasti domini nella Valle padana.
Un tale concetto porta a due conseguenze: 1) lo sviluppo di molteplici diritti univoci sul feudo, con la creazione di veri e propri consorzi familiari, o la segmentazione del feudo in trarte parti quanti sono gli eredi. Nel primo caso, che è il più antico a che resiste fin quando permane il concetto di feudo come uso di res altera (in questo caso di pertinenza del sovrano), i titolari esercitano tutti gli stessi diritti su tutto il territorio, e si dividono soltanto le rendite, nel secondo caso è il territorio che vien diviso fra i vari eredi, che tutti, pera, portano il predicato originario, di marchesi, di conti, di visconti, ecc. Questo spezzamento, già in atto alla fine del sec. x, è determinato da un'idea che si è andata imponendo alla mentalità del tempo, e cioè che l'ereditarietà dei feudi si basi sul fatto che il beneficio concesso non rappresenti più una res altera iuris, ma un bene quasi allodiale dato alla famiglia, pienamente in sua disponibilità e sul quale soltanto insiste un diritto eminente, come avveniva, per il diritto privato, nelle enfiteusi o nelle locazioni perpetue. Tale è la feiocannia e la genesi del feudo (lare longabardo, forma pressoché normale nel territorio del Regnum Iialine).
Il quadro si completa ancor più con la constitutio de beneficiis di Corrado il Salico (1037), con la quale l'ereditarietà è concessa ufficialmente ai feudi minori, cosicché ai seniores non rimane più che un diritto eminente, quasi teorico, ma con ben poca risonanza nella pratica.
Se con questo atto legislativo si rende uniforme il diritto che regge il feudo a se ne precisano le regole che un secolo dopo Anselmo Dell'Orto esperra nella ben nota lettera al nipote (primo organico trattato del diritto feudale) ed il sistema feudale potra dirsi giunto al massimo sviluppo, politicamente comincerà il rapido sfacelo, per opera principalmente dei Comuni, che, appoggiandosi sul principio del feudo consortile, potranno farsi cedere, spontaneamente o coattivamente, i diritti feudali esercitati su luoghi dell'antico territorio comitale, ora fatte territorio cittadino, giustificando la propria capacita ad esercitare i diritti dei singoli sulle norme romane relative all'universitas come persona collettiva, poi adattando la teoria di Simboblo de' Fieschi sulla persona giuridica. Cosi i diritti feudali possono esser esercitati dai Comuni nella stessa misura e con la medesima intensita degli antichi signori, ma con l'intendimento di raggiungere una unificazione territoriale e giurisdizionale: tutto che parecchi dei diritti signorili, che in definitiva frazionavano il territorio con altrettante più o meno estese giurisdizioni, vengono ad annullarsi per il fatto della loro unificazione nei Comune.
Quest'opera di unificazione, perseguita per tre secoli (xir-xiv), spiega come, all'apparire dei Principati, si possa avere un rifiorire di f., ma in tono minore, come attribuzione di limitatissimi diritti giurisdizionali (generalmente la bassa giurisdizione a quasi mai la fortuficita sanguinis nel criminale) di fronte ai sassoni titoli onorifer, ma con un più diretto legame tra signore feudale e principe, che è sempre pronto a far valere il suo diritto eminente e prominente.
Nei quadro del sistema feudale non si debbono pera far entrare le immunità (specialmente quelle concesse ai clero), in quanto sono delega di poteri da esercitare o su beni allodiali o su beni fiscali concessi in perpetuita: solo in casi particolari, almeno per l'Italia, l'immunita entra a far parte del feudo, quando si tratti di incastellamento di una localita di spettanza di privati, giacché allora si ha la creazione di un enclave giurisdizionale entro l'ambito più vasto del comitato; a la delega espressa
in questa casa è necessaria, perché l'incastellamento è normalmente privo dell'honor, cioè delle facoltà di esercizio di poteri pubblici. Più tardi il sistema immunitario verrà inserito in quello feudale, laddove il vescovo o l'abate si vedranno attribuiti i poteri comitali, diverremo, cioè, veri a propri elementi feudali. Solo con l'andar del tempo si arriverà ad una confusione concettuale fra l'ano e l'altro, tenendosi più conto della manifestazioni estrinseche, effettivamente eguali per entrambi, che non dell'atto fondamentale di concessione, cioè del fondamento giuridico. E già nel sec. xi l'accostamento sostanziale è un fatto compiuto.
Resta da vedere un ultimo punto: i diritti che, nell'ambito del proprio feudo, esercitava l'investito. Il fidelis investito di un feudo di amministrazione, poiché l'honor di cui era insignito comprendeva tutti i diritti statuali, spazialmente limitati al territorio avato in amministrazione, esercitava nella loro interezza tali diritti, giurisdizionali, finanziari, esecutivi, militari e via dicendo, comprese le regole (anche se il nome ed il concetto sono chiariti solo nella constitutio de regolibus dal 1138 , i diritti sussistevano già molto tempo prima), che si trasformano nelle bannalita, cioè in quei diritti esclusivi (fomo, mulini, miniera, compascuil, meringga di semiliberi e di servi, albinggia ecc.), che il feudale esecuta perché investito di diritti statuali. Naturalmente il loro esercizio segue la regola del frazionamento del feudo, e si localizza e si fraziona conforme la ripartizione territoriale che si instaura, e passa anch'esso ai Comuni, quando, per le vicende politiche dei secc. xil-xili, i feudi, ormai frantumat, vengono conquistati od assorbiti da essi.
Nel caso, invece, di feudi beneficiati o di feudi d'ufficio, i diritti da esercitare sono esplicitamente consegnati nell'atto immunitario che concorre all'erezione del feudo beneficiade, oppure implicitamente contenuti nell'investitura dell'ufficio che è sempre di portata limitata e particolare (ad es., l'ufficio di visdomino per l'amministrazione dei beni della Chiesa limitatamente a quelli non allodiali o alla sola pars episcopi, l'ufficio di capitaneo de posta per la riscossione dei dazi e pedaggi, e cosi via). Anche in questo caso, in prosieguo di tempo, tali diritti passano al Comune e vengono fusi nell'amministrazione comunale.
Questa unificazione, e più i concetti assolutistici prevalenti durante il periodo delle Signorie e dei Principati, fanno si che il risorgente f. anorifico, se importa qualche delega di potere, la restringe soltanto in un ambito molto limitato: la bassa giurisdizione e l'amministrazione tributaria, sempre, però, sotto la diretta sorveglianza del principe, che indirizza costantemente la propria azione con opportuni provvedimenti a circescriverli o ridurli, talché in Italia già alla fine del sec. xviri, ma prima dellintervento francese, il sistema feudale è pressoché amnientato o sopravvive soltanto come un relitto innocuo.
Bini.: Oltre ai trattati di storia del diritto italiano cf.: P. S. Leicht, Studi sulla probicicta foudiaria, Padova 1001-1001: M. Kroeil, L'immunità frauque, Parigi 1010: G. Salvioli, Le immunita e le giunticce delle Chiese, Napoli 1017: P. Vaccari, Le territorialita come base dell'ordinamento giuridico, Pavia 1921: Ch. Seignobos, Le régime féodal, Parigi 1023: P. Vaccari, Dell'unità renasca al particolarismo germanico, Pavia 1030: H. Mittaia, Lehnrecht und Staatsgenoth, Weimar 1033: C. Minoni, Il tramonto del feudo lombardo, Milano 1937: R. Tamo, Studi di diritto feudale nel Monogiorno d'Italia, Catania 1937: H. Mittaia, Der Staat des böhen M. A., Weimar 1040: E. Nasalli Rocca, Studi storici sulle condiziond giuridiche del comitale, Piacenza 1041.
Carlo Guido Mise
FEUERBACH, Ludwig Andreas. - Filosofo tedesco, n. a Landshut il 28 luglio 1804, figlio del celebre penalista Anselmo, m. sul Rechenberg (Norimberga) il 13 sett. 1872. Studiò teologia (protestantica) a Heidelberg. Convertitosi alle dottrine legaliune ai recò (1824) a Berlino dove ascoltò Hegel. Fu (1828-32) libero docente a Erlangen; abbandonò quindi la carriera dell'insegnamento accademico e visse dal 1836 nel villaggio di Bruckberg, poi, col-
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pito da gravi strettezze finanziarie, sul Rechenberg, presso Norimberga.
E il rappresentante più notevole della cosiddetta "sinitra hegeliana" di tendenza materialistica e atea. Dopo una prima adesione all'hegelismo, passò alla critica più radicale in quanto l'autocosolanza dell'idealismo che culmina nel Geist o Spirito assoluto di Hegel, non è che lo spirito umano elevato ad assoluto. Cosi nelle opere mature, quali Das Wesen des Christenthums (Lipsia 1841) e Vorlesungen über das Wesen der Religion (tenuta nel 1848-49, comparse nel 1851 nel vol. VIII delle Sämtl. Werke) afferma il caposaldo della sua critica, cioè che "il segreto della teologia è l'antropologia». Occorre percio "rovesciare" il punto di vista tradizionale che vede nella divinità una realta superiore alla natura umana da cui l'uomo dipende: l'unica realtà da cui l'uomo dipende è la "natura" che diventa l'effettivo oggetto del rapporto dell'uomo all'essere. L'unica vera religione resta il rapporto di uomo a uomo come rapporto o dialogo di "io e tu", e a questo dialogo F. riduce anche il significato del massimo mistero del cristianesimo, la Trinità divina (Grundsätze der Philosophie der Zukunft, Zorigo e Winterthur 1843, §§64-65, p. 83 sg.). L'origine della religione, come già aveva detto l'antico materialismo, è da vedere nella paura della potenza discrutiva dei fenomeni naturali da cui l'uomo cerca di difendersi ricorrendo a forze superiori, e soprattutto nel timore della morte che la minaccia di sprofondarlo nel nulla: percio F. ha scritto, che "la tomba dell'uomo è la cuna degli dèi" (cf. Vorlesungen, ed. cit., VIII, p. 41). In questa sua "risoluzione" della religione e del cristianesimo in naturalismo e umanesimo schietto. F. si richiama a Lutero il quale, accentuando nella religione il momento del terrore, ne ha rivelato il carattere disumano. Percio F. deplorava l'ipocrisia della filosofia moderna che pretendeva di salvare con l'immanenza il cristianesimo, anzi di esserne la sola legittima interprete, mentre non si attribuisce più alcun valore all'autorità dei libri sacri, alla tradizione ecclesiastica, ai riti religioei, ecc.: quando cioè si è vuotata tutta l'esistenza di egni effettivo rapporto alla divinità (cf. Ueber das Wesen der Religion, in Ludvig F.s Briefe und Nachlass, a cura di K. Gruen, Lipsia e Heidelberg 1874, p. 423 sgg .).
Il materialismo antropologico di F. è stato il punto di partenza del materialismo dialattico di K. Marx (cf. K. Marx, Theven über F., 1845). Cosi nel processo storico dal teismo della filosofia greco-cristiana al panteismo della filosofia moderna, al suo antropologismo materialista, F. vedeva la completa liberazione della ragione umana dalla finzione metafisica.
Si ricordano fra le altre sue opere: Gedanken über Tod und Unsterblichkeit (anon., Norimberga 1850); Geseh. der neuere Philos. etc. (Augusta 1833); Pierre Bayle, (ivi 1838); Grundsätze der Philos. der Zukunft (Zurigo 1843); Das Wesen der Glaubens im Sinne Luthers (ivi 1844); Theogonie, ecc. (ivi 1837, nel vol. IX delle Sämtl. WIF.); Gottheit, Freiheit und Unsterblichkeit (ivi 1866, titolo complessivo del vol. X delle Sämtl. Werke) ecc.
Bibl.: Edizioni: Sämtliche Werke, raccolta curata dello stesso F. in 10 voll., Lipsia 1846-66; nuova ed., a cura di W. Bolin e Fr. Jodl in 10 voll., Stoccarda 1903-11, Studi: K. Gruen, L. F., Lipsia 1784; K. Haym, L. F. und die Philosophie, Halle 1847; Fr. Jodl, L. F., Stoccarda 1904; Uberweg, IV, pp. 223-26, 697 (bibl.); F. Lombardi, L. F., Firenze 1932; Gr. Nodling, L. F.s Religionsphilosophie, Paderborn 1936; id.. Die Aufbhung des Gott-umsschumerhaltens bei L. F., in Der Mensch vor Gott. Beiträge zum Verständnis der menschlichen Gottbegegnung, a cura di Ph. Weindel e R. Hofmann, II, Düsseldorf 1948, pp. 208225; K. Barth, L. F., in Die Theologie und die Kirche, II, Zorigo s. d., pp. 212-39; id., Die protestantische Theologie im 19. Jahrhundert. Ihre Vorgeschichte und ihre Geschichte, Zorigo 1917, pp. 484-89.
Cornelia Fölen
FEUILLÉE, Louis. - Religioso dei Minimi, n. a Mane, in Provenza, nel 1660, m. a Marsiglia nel 1732. Scienziato insigne, fu botanico, astronomo, navigatore.
Esplorò le coste orientali dell'America, il Perù, le

(par curisula del p. Gennaro Moretti)
Feullés. Louis - La Fuvilleg. Disegno di Terpin, incisione di Corsi.
Isole Canarie. Determinò rigorosamente il primo meridiano dell'Isola del Ferro. Fu il primo a misurare la posizione relativa delle componenti di una stella doppia, nel 1709 a Lima, e a far uso pratico nel 1708 delle distanze lunari per la determinazione delle longitudini. Come botanico è classificato tra i "Frinsarii" (A. Loo, Anctores Botanici, in Amoenitates academicae, V, Erlangen 1788), e il Linneo dette il nome di fecillea ad un genere di piante che crescono nell'America meridionale; il F. studiò ed illustrò, riproducendole al vero a colori (era abilissimo disegnatore) moltissime piante dell'America, specialmente le medicinali: pubblicò l'Histoire des plantes médicinales, che sta quale opera a 16 al termine del fournal dove pubblicò il risultato dei suoi studi: Journal des observations physiques, mathématiques et botaniques ( 3 voll. in 4^{2}, Parigi 1714-23). Le too Tavole di botanica illustrata furono ripubblicate con la loro descrizione, in versione tedesca de G. L. Huth (Norimberga 1758-57); e negli Atts e Memorie della reale accademia di Francia (1 [1666-98]; 7 [1690-1771]: molti manoscritti sono nelle biblioteche di Parigi e di Marsiglia).
Bibl.: Eyties, s. v. in Biographie ancienne et moderne, XIV, Parigi 1813, pp. 458-60; M. G. St-Yves, Bulletin de geographle historique et deseriptice, iri 1892; G. Roberti, Disegno storico dell'Ordine dei Minimi, III, Roma 1922, pp. 801-804; G. Moretti, Il p. L. F. astronomo, botanico, navigatore, in Chartes, Bollettino del Terz'ordine dei Minimi, 7 (1932), p. 98 sgg. (con bibl.), Gennaro Moretti
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Feullise, Lours - Valparaiso. Disegno di P. L., incisione di P. Giffart.
FEVAL, PAUL. - Romanziere e drammaturgo francese, a. a Rennes il 27 sett. 18:7, m. a Parigi 1'8 marzo 1887.
Ai primi romansi Le club des phoques; Mystères de Londres, ecc., seguirono dopo un periodo di sosta dovuto al suo insuccesso teatrale, La fée des greves (1815), Le tuenr des tigres (1854), Le poisson d'or (1863), L'hôtel Carnavalet (1877), ecc. Nel 1863 pubblicò il dramma migliore Le bosco, tratto dal romanzo omonimo. Negli ultimi anni della vita, sotto la sferza di rovesci di fortuna e grazie alla religiosità della moglie, divenne fervente cattolico, e oltre a dare nuovi lavori ispirati al suo ritorno alla fede, cominciò la correzione della opere anteriori per renderle irreprensibili; ma la malattia e la morte non gli permisero di compire l'opera.
Bial.: H. Glaesener, Le génie de P. F., Liegi roo:.
Elena Bosticco
FEVIN, Antoine de. - Musicista, n. ad Arras fra il 1470 ed il 1473. Fu sacerdote e maestro nella cappella dei re di Francia. In questa funzione m. alla fine del 1511 o ai primi del 1512 a Blois, nel castello del re.
Appartenente al gruppo numeroco dei polifonisti franco-fiamminghi, molti dei quali trovarono in Josquin Despres (v.) il loro maestro a modello, fu assai apprezzato dai contemporanei. La parte più importante della sua opera sono 11 mosse, fra le quali si citano Mente tota, Ave Maria e Sancta Trinitas, stampate dal Petrucci a Venezia nel 1515 e la Ferialis a 5 voci edita dall'Antiquus nel Liber XV Missarcos (Roma 1516); poi una ventina di martetti ed alcune chansens. Certi suoi procedimenti richiamano lo stile di Josquin. I pregi del suo linguaggio musicale sono la chiarezza e lo charme, ma non riesce sempre ad evitare una certa profissità, specie nei numerosi Duo.
Alcune Messe si trovano in edizioni più recenti, p. ex., Mente tota (H. Expert), Ave Maria (J. Delporte e J. Bank), Sancta Trinitas a Ferialis a 5 voci (B. Kahmann).
Biel.: 1. Peyrot, Une poésie de Guillaume Chréria (vers 1500) sur la mort d'un chanteur de la chapelle royale, in Tribune de
St-Gervais, 31 (1919-20), pp. 4-7 e 32-35; G. de Chréria, Pésinte sur le trispas de fon maistre Yehén Braeumier, Londra 1922; J. Delporte, Mista Ave Maria di A. de F., Introduzione, Tuscani 1934.
Bernardo Kahmann
FEZIALI. - Costituivano in Roma un sodalizio sacerdotale di origine latina, composto da venti membri, che riconosceva Giove a suo patrono, ed era il depositario delle norme sacre relative ai trattati di alleanza ed alle dichiarazioni di guerra (Gicerone, De leg., 2, 9, 21). Avevano il compito di trattare prima dell'alleanza e della guerra; di concludere trattati di pace e di vigilare sull'osservanza di essi, invocando a testimone la divinità.
I F. avevano un formulario rituale, conosciuto in piccola parte attraverso Polibio (3, 25), Livio (1. 24; 9, 5), Gellio (16, 4) e Dionisio d'Alicarnasso (2, 72) per chiedere soddisfazione; per reclamare dal nemico il mal tolto; per dichiarar la guerra, lanciando in territorio nemico un'asta ferrata o di legno di sànguina bruciata in punta; per suggellare l'alleanza, mediante il sacrificio di un porco immolato con coltello di pietra tratto dal tempio di Giove Feretrio, invitando lo stesso Giove a colpire nello stesso modo il popolo romano, secondo Livio, o il F., secondo Polibio, qualora avesse violato per primo i patti conclusi.
La missione dei F. era composta dal pater potratus, che parlava e prestava giuramento a nome del popolo romano e dal verbenarius, il sodale che portava con sé un ramoscello dell'apotropaica verbena, colta sull'aree capitolina, con cui si toccavano entrambi la fronte per garantirsi contro i mali infiussi. Raggiunto il territorio nemico, i due legati esponevano le loro richieste, concedendo un congruo tempo per la risposta; se questa fosse stata negativa, veniva rimessa al popolo romano la suprema decisione. Quando i confini dello Stato si ampliarono, le dette cerimonie si svolsero nel a Campo Ostile a annesso al tempio di Bellona.
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Varrone (De l. lat., 5, 36) afferma che il cerimoniale dei F., al suo tempo, era andato in desuetudine. Ma Augusto lo richiamo in vigore, s'iscrisse egli stesso al sodalizio come F. e nel 32 a. C. dichiarò guerra a Cleopatra, secondo il rituale dei F.
Boll.: Weins, Le drait lélial et les Mibines de Rome, Parisi 1883: G. Fissuano, in Mém. del Liseri, 2^{°} serie, 13 (1884), no. 251 888.: I. Maronardi, Riba, Stmahwerallumg, III, 2^{°} ed., Lipsia 1882, p. 413 sec.: C. Becerra, I F., Milano 1898; 8. De Buggiero, Dis. epica, III, 67 sec.: N. Turchi, La religione di Roma antica, Bologna 1030, pp. 73-74.
- Alberto Galieri

Fiamminga, ante - Veduta dell'sbode della chiesa di Notre-Dame (1270-1320) - Bruges.
S. Salvatore di Notre Dame di Bruges, di S. Gudula di Bruxelles, del St-Vincent di Soignies, del St-Barthélemy e Ste Croix di Liegi, della Ste-Gertrude di Nivelles ecc. Precorrono aspetti dello stile gotico le chiese cistercensi di Ovial, Villers, Aulne.
Tra le più significative testimonianze dello stile tardoromanico (o primo gotico) sono da porre i preziosi reliquiari della regione della Mosa; quello di Tournai, eseguito nel 1203 da Nicolaus di Verdun, un maestro già attivo prima del 1200 con capolavori quali il reliquiario dei Re Magi del duomo di Colonia, quello di Siegburg, l'altare di Klosterneuburg in Austria (1181) e il candelabro di bronza «Trivulzio * del duomo di Milano. Nicolaus fu preceduto da Godefroid de Claire, e seguito da altri maestri della scuola mosana che lavorarono emalfi, quali Hugo di Oignies (reliquiario Namur) e dai maestri dei reliquiari di S. Eleuterio-Tournai (1247), di S. RenaclioStavelot (1263), di Nivelles (1272-98: gotico puro). Del 1113 è il fonte battesimale in rame di St-Barthélemy di Liegi; sculture romaniche si trovano nella chiesa di Liegi, Tournai, Gand ecc. Famosi gli avavi della scuola LiegiMets. Tra le miniature pregotiche vanno menzionati l'Evangeliario di s. Livino a Gand (S. Bavb); i mss. 974
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(da E. de Marcea, Histoire de l'Eglise en Belgique. III. Bruxelles 1818. 182. 121.
Fiamminga, ante - Chiesa di Villers (sece. sili-siri).
(Prudentius) = 3558 (calendario del 354) della Biblioteca di Bruxelles ove sono importanti copie di pitture antiche. Ininterrotta è poi la serie di codici miniati fino al tarde gotico francesizzante, tra cui notevoli quelle dei miniaturisti attivi alla corte di Borgogna, al tempo in cui i Van Eyck cominciavano ad operare. Numerose sono le chiese gotiche; oltre quelle sunnominate ricordiamo: Bruges (Eta Michel et Gudule, Notre Dame), Tongres, Tournai (St-Nicolas, St-Jacques), Audenarde, Gand, Liegi (St-Paul e St-Jacques), Anversa (cattedrale), Hal, Mons - in parte con sculture che preparano l'arte di Slater ecc. Segno della ricchezza di quella città i municipi gotici di Gand, Ypres, Bruxelles, Louvain, Mons, Tournai, Audenarde ecc. nonché il Palazzo vescovile di Liegi.
Nessun pittore fiammingo anteriore ai Van Eyck ebbe altrettanta importanza europea. Il più significativo era stato M. Broederlam attivo oltre che a Ypres, sua città natale, con lo scultore Sluter alla corte di Borgogna, mentre un Giovanni di Bruges aveva disegnato cartoni per gli arazzi di Angers: il più vasto ciclo di arazzi gotici conservato. Poco si sa dei maestri di Jean Moncel, di Guillebert de Mels, Jacques Coëne. Con i fratelli Hubert e Jan van Eyck, e il loro Altare di Gand, uno dei più eminenti capolavori dell'arte europea, ha inizio quella ricchissima ininterrotta catena di grandi pittori fiamminghi, che fece, per più di due secoli, dell'a. f. un