volume-05

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 Hocedez, Aegidii R. Theoremata de esse et essentia, ed. e introd., Lovanio 1930; L. Amnóo, Aeg. R. sententia errorum Petri 700. Olivi, in Arch. franc. hist., 27 (1935), pp. 309-121; J. Koch, Studien zur Hrs. des Traktates "De erroribus philosopharum», in Miscell. Grabmann, II, Münster 1932, pp. 862-76; G. Bruni, Le opere di E. R., Firenze 1938. Per la dottrina: E. Midaso, Der Traktat des Aegidius R. über die Einzigkeit der subst. Form., Würzburg 1944; R. Egenter, Die Erkenntnispsychologie des Aegidios R., Radidiana 1946; E. Hocedez, Gilles de Rome et Henri de Gand, in Gregorianum, 8 (1927), pp. 358-84; id., Le premier Quotlibet d'Henri de Gand, doc., 2 (1928), pp. 92-118; id., Gilles de Rome et le Thomas, in Mélanges, Mandonnet, I, Parigi 1930, pp. 378-410; U. Mariani, Scrittori politici agostiniani, Firenze 1927; St. Bossa, G. de R. et son traité "De ecclesiastica palestata», Parigi 1930; F. Wollmer, Die Schöp. fungslehre des Aegidius R., Würzburg 1931; O. Hieronimi, Die allgemeine Positumbilere bei Aeg. R., ivi 1934; D. Trepp, Aegidii R. de doctrina modorum, in Aegedicum, 10 (1935), pp. 449-501; F. Richeldi, La cristologia di E. R., Modena 1938; A. La Valle, La pluralita di Adona e il peccato originale secondo E. R., Palermo 1939; R. Maelione, Il concetto di conversione eucaristica in E. R., Benevento 1941; A. Trepè, Il concorso divino nel pensiero di E. R.,

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Tobastino 1942; G. of R., De erroribus philosophorum. Critical text with notes and introduction to 7. Koch. Milwaukee 1944; D. Guichies, La bibliografia de los ercolaticos durante el ulismo docente, in Ciudad de Dios, 156 (1944), pp. 17-26; G. Suárez, El pensamiento de E. R. en torno a la elitización de esencia y existencia, Salamanca 1946; R. Kuipers, De Simoni Pontificis base. dativ secundum E. R., Roma 1940. Manca tuttora uno studio complessivo sul pensiero di E. R.

Agostino Trapé
EGIDIO di Santarém, beato. - Domenicano portoghese, n. verso il 1184 a Vaocela (diocesi di Vizeu), da famiglia della nobiltà locale, m. a Santarém il 14 maggio 1265.

Destinato ancor giovane alle visite ecclesiastico, fu presto investito di ben 5 tenefeo, di cui dissipava le rendite con vita licenziosa. Mentre poi si recava a Parigi per studiare la medicina, i biografi dirono che il diavolo le esortasse a darsi alle negraman. aie e ottenesse da lui un patto di sorvito, firmato con il suo proprio sangue. E. servito, e con alquionta fama, fuese negramantica. Ma finalmente la comparsa ripetuta di un carattere, in atto di minaccia se non mutasse vici, ne procurò la conversione. Tornando allora in patria, a Palencia, verso il 1220-21 si fece religioso nel convento domenicano locale. Altranto in seguito a Parigi per gli studi teologico-esegetici a quell' Università, vi conobbe varie personalità dell'Ordine, tra cui Giordano di Santonis e Umberto de Romane, al quale ultimo indirizzerà un'epistola. Ritenuto nella penisola iberica, si dette all'insegnamento e alla predicazione. Per ben due volte rivestì la carica di provinciale di Spagna, principiando probabilmente nel 1233. Visse in grande austerità nel convento di Santarém. Benedetto XIV ne confermò il culto il 9 maggio 1748. Festa il 14 maggio.

Rim., Acta 82. Maii, III, Parigi 1866, pp. 400-36; Anede Demanioano, Moi, I, Lione 1891, pp. 403-23; Quétif-Echard, I, pp. 2410-244 b; P. Alvarez, Santos, Bienaventurados, Venerables de la Orden de los Predicadores, I. Vergara 1920, pp. 235-47.

## Teologos

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## Teologos

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Eudito de Viterbo. - Teologo e filosofo agostiniano, n. in Viterbo nel 1469 dalla famiglia Antonini, m. il 12 dfo. 1532. Frequento a Padova le lezioni di Agostino Nifo, in un eremo dell'Istria ascoltò quella di Domizio Gavardo a infine a Firenze fu alla scuola del Ficino, di cui divenne uno dei migliori discopoli.

Tornato in Roma neoplatonico convinto, a quel sistema ispirò le sue lezioni, sostenendo con grande onore pubbliche dispute. Iniziò ben presto la sua carriera di
cratore a Firenze, sotto la guida di fra' Mariano da Cenazzano (v.), ed acquistò subito celebrità. Partecipò, ma con moderazione, alla campagna contro il Savonarola, verso il quale, in seguito, cambiò alquanto opinione e contegno, sino a manifestare una certa stima per lui. Dopo la tragica fine del frate, fece lunga dimora a Napoli, dove fu eletto membro dell'Accademia Pontaniana.

Nel 1506 Giulio II lo designò come viario apostolico a reggere l'Ordine, di cui nel 1507 fu eletto, nonostante la sua riluttanza, generale. Grande fu la sua attività anche perché la S. Sede spesso gli affidava delicati incarichi. Con zelo e carità attese alla restaurazione della disciplina monastica e al riordinamento degli studi.
E. tenne il discorso inagurale del V Concilio Lateranense, il 3 maggio 1512: parlò con nobile franciscaza dei mali della Chiesa, suscitando nell' assemblea profonda commozione. Sul luglio del 1517 fu creato cardinale da Leone X: più tardi gli fu data in amministrazione la diocesi di Nepi, e poi quella di Viterbo a Tuscania.

Gli anni che trascorsero dalla fine del pontificato di Leone X a quelli di Clemente VII a Paolo III furono da lui impiegati ad assolvere i molteplici uffici che i pontefici gli affidavano, ed a proseguire i suoi studi filosofici, letterari e filologici. Difese l'insegnamento delle lingue orientali, nelle quali era
versatissimo, el'inculcò ai suoi confratelli. Quando gli giunsero notizie dello scempio fatto a Roma dalle truppe imperiali e dell'assedio che subiva il Papa in Castel S. Angelo, E. assoldò a sue spese nelle Marche due legioni di ca. 2000 uomini a accorse a ingrossare l'esercito della lega che, accampato a poche miglia da Roma, avrebbe dovuto portare aiuto al Papa; ma l'inettitudine del duca d'Urbino frustrò la generosa offerta.

Lasciò molti lavori critici di testi biblici, trattati di teologia, dissertazioni filosofiche, polemiche politico-religione, disquisizioni filologiche e grammaticali. Il card. Niccolò Ridolfi, suo successore nel vescovato di Viterbo, raccolse in 64 voll. gli scritti di E. Ma la maggior parte di essi andò perduta e pochi sono quelli che tuttora si conservano conosciuto nelle varie biblioteche d'Europa. La Historia XX succulorum è una fonte preziosa, spesso valorizzata dal Pastor, per il periodo in cui viene l'autore.

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BibL.: L. Pellisier, De opere historico Aegidii card. Viterbiensis, Montpellier 1896; G. Signorelli, Il card. E. de V. agostiniano, umanista e riformatore, Firenze 1929; A. Palmieri, Gritos de Viterbe, in DThC, VI, coll. 1363-71 (con zicca bibl.), Ugo Marini

EGIDIO MARIA di San Giuseppe, beato. Francescano, al secolo Francesco Antonio Pasquale, n. a Taranto il 16 nov. 1729 da Cataldo Pontillo e Grazia Procacci, m. a Napoli il 7 febbr. 1812. Esercitò, da giovane il mestiere del padre (funaio); nel febbr. del 1754 per soprannaturale ispirazione, vestì l'abito religioso nel convento di S. Pasquale a Taranto in qualità di fratello laico. Emessi i voti religiosi il 28 febbr. 1755, fu trasferito al convento di S. Maria delle Grazie a Squinzano e, poco dopo, a quello di S. Pasquale a Chiaia in Napoli, dove dimorò sino alla morte.

Virtuoso e pie sin da fanciullo, si distinse per l'eroismo di tutte le virtù cristiane a religiose, particolarmente per lo spirito di orazione, l'umiltà a la semplicità, sì da destare, in tutti grande ammirazione, specialmente nel popolo napoletano con il quale ebbe frequenti contatti esercitando l'ufficio di portinaio e cercatore. Ebbe il carisma della profezia ed operò anche in vita molti miracoli, tra cui la ricorresione di qualche defunto e la guarigione di moribondi. Venne perciò salutato taumaturgo. Pio IX lo beatificò il 21 nov. 1886.

BibL.: Vita del b. E. M. di S. G. Inica professo alcantorino, Roma 1887 (a cura della Postulazione); P. Coen, Cenni della vita del b. E. M. di S. G. taumaturgs di Taranto, Taranto 1931.

Egidio Caggiano
EGIRARDO (Einhardus, Einardus, Agenzardus). Biografo di Carlomagno, n. da Eginardo a Engilfrit nel Maingau tra il 768 e il 770 , m. nell'abbazia di Seligenstadt, il 14 marzo 840. Studiò con successo a Fulda, dove figura come samba dell'abate Baugolfo in 6 documenti del 788-91, e nella «scola palatii * sotto la direzione di Alcuino donde usci umanista perfetto. Il suo nome accademico era Beseieel. Soggiornò alla corte di Carlomagno (792-94 fino all'814), dapprima come «nutritius» poi come «exactor operum regalium in Aquisgrani palatio* (Gesta abbatum Fontanellensium, 17: MGH, Scriptores, II, p. 293) con l'incarico di sopraintendere alla costruzione del complesso monumentale imperiale di Aquisgrana. Nell'8o6, portò a Roma a nome dell'Imperatore l'atto di Thionville contenente la divisione dell'Impero. Ludovico il Pio diede a E. e a sua moglie Imma (la leggenda nel sec. xil si impossesserà poi del loro idillio giovanile) le località di Michelstadt nell'Odenwald e dell'alto e basso Mühlheim sul Meno (II genn. 815) inoltre assegnò a E. le grandi abbazie di S. Pietro del Mont Blandin, S. Bavone (Gand), Fontenelle, S. Servazio presso Maastricht ed altri benefici. E. diventava così uno dei più potenti abati laici dell'epoca. Dall'817 ca. fu segretario di Ludovico il Pio, precettore di Lotario, e prese parte attiva alla vita della corte sino all'829 distinguendosi «non solum pro scientia, verum etiam pro universa morum honestate" (Valafrido Strabone nel prologo aggiunto alla Vita Karoli). Nell'830 ottenne di potersi ritirare nell'alto Mühlheim, dove fondò l'abbazia chiamata Seligenstadt ed eresse una basilica, sul tipo di S. Prassede, in onore dei martiri ss. Marcellino e Pietro di cui ebbe i corpi nell'827 per interessamento del famigerato distributore di false reliquie, diacono Deusdona. Governò con saggezza la nuova abbazia, come abate laico, a ne fece un attivo centro di cultura. Nell' 836 perdette con sommo suo dolore, la consorte (cf. l'epistolario di Lupo di Ferrières, ed. E. Dümmler in MGH, Ep. aevi Kar., IV, Berlino 1925, pp. 9-17). E. fu sepolto nella sopraricordata basilica e Rabano Mauro ne dettò l'epitaffio (ed. E. Dümmler, in MGH, Poetae latini aevi Karolini, II, pp. 237-38). E. è con-
siderato come il prototipo degli intellettuali laici dell'evo carolino: devoto, letterato, artista, storico e teologo.

Opere: la principale è la Vita Karoli Magni (ed. critica O. Helder-Egger, in MGH, Scriptores rerum Germanicarum in usum scholarum [1911]; BHL, 1580, Supplementum, p. 66), scritta fra l'817 e l'822, fonte di primaria importanza per la storia di Carlomagno, ad onta di difetti reali che non è il caso di esagerare, come le cronologie difettosa, l'esaltazione dell'eroe, ecc., l'autore vi dimostra autentiche doti di storico e di letterato. Oltre un certo numero di lettere (ed. E. Hampe, in MGH, Epistulae aevi Karolini, III [1899], pp. 105-45) si conservano di E. due operette che si riferiscono alla polemica iconoclastica suscitata da Cleudio di Torino (v.) e cioè la Traviatlio et minuntia ss. Marcellini et Petri (ed. G. Waits, in MGH, Scriptores, XV, I [1887], pp. 238-64; BHL, 5233) in un prologo a 4 libri, scritta tra l'830 e l'834, in cui l'autore dimostra quanto sia giustificato la fiducia dei fedeli nelle reliquie dei santi martiri; la Qionestia de adoranda cruce (ed. K. Hampe, sopra cit., pp. 146-49), scritta per Lupo di Ferrières (apr. 836) piccolo gioiello di letteratura e precisione; dopo una sottile distinzione tra oratio e adoratio, conclude per l'adorazione cioè venerazione della Croce. Gli è pure attribuita una composizione retorica, la Poesia Christi Montyruen Marcellini et Petri (ed. E. Dümmler, in MGH, Poetae latini aevi Karolini, II, pp. 125-35; BHL, 5232). Gli annali, talvolta chiamati Annales Einhards, non gli appartengono.

BibL.: Edizioni antiche: PL 27, 25-82; 104, 355-612; A. Teulet, Oeuvres complètes d'Eginhard, a voll., Parigi 1840-43. Mantitus, I, pp. 639-47; L. Hübchen, Einhard historico de Charlemagne, in Etudes critiques sur l'histoire de Charlemagne, Parigi 1921, pp. 60-103 (critica negativa); F. Guenivel, Notes critiques sur Eginhard, biographie de Charlemagne, in Revue belge de philologie et d'histoire, 3 (1925), pp. 725-58 (riabilita E.); A. Kleinchmer, Eginhard (Annales de l'Outcorose de Lyon, 2a serie, 10), Parigi 1942 (biografia completa e molto serena nel giudizi), Circa la Basilica, cf. A. Schaebert, La basilica dei SS. Marcellino e Pietro a Seligenstadt sul Meno secondo i recenti avori, in Riu. di Archoel. cristiana, 15 (1927), pp. 141-46. A. Pietro Frutas

EGINO da Verona. - Discende probabilmente da nobile famiglia aveva impaventata con i duchi Alsbollinger; fu educato nel monastero di Reichenau dove ebbe un'ottima formazione culturale.

Fu al servizio di Carlomagno che lo mandò vescovo a Verona nel 772, perché contribuisse a rafforzare il dominio carolingio nell'alta Italia. E. ottenne non solo successi politici ma promosse puro gli interessi ed il buon governo della diocesi. Dopo molti anni di governo ritornò a Reichenau presso l'abate Valdo, suo amico, e qui, ca. il 799 , fondò Niederzell, una chiesa dedicata ai ss. Pietro e Paolo. Aveva lasciato a Verona, quale vicario della diocesi, Raraldo, forse suo nipote, già cappellano maggiore della corte di Pipino. Morì a Reichenau il 27 febbr. dell'802, come attesta la cronaca di Ermanno Contratto.

Di interesse letterario E. lasciò una preziosa raccolta di ormèie di Padri della Chiesa, specialmente Agostino a Leone, e molti altri minori. La raccolta appartiene al gruppo degli antichi sermonari di tipo romano, quali quello di Alano di Faria e di S. Pietro in Vaticano, più tardi soppiantati da quello di Paolo Diacono.

BibL.: V. Rom. Die lateinischen Meermanns-Handschriften, Berlino 1892, pp. 77-95; Manitius, I, pp. 239, 266; G. Löw, Il più antico sermonario di S. Pietro in Vaticano, in Riu. di Arch. cristiana, 19 (1925), p. 162 sgg. Ulderico Vicentini

EGIRA. - Dall'arabo hifrah a emigrazione n. Designa l'emigrazione del profeta Maometto (v.) dalla Mecca a Medina; con essa comincia l'èra musulmana.

Il giorno preciso dell'emigrazione del profeta, secondo l'opinione più diffusa, sarebbe l'8 nobil al-annual (cioè il 20 sett. 622); secondo altre fonti musulmane il giorno sarebbe il 2 e il 12 dello stesso mese. Fu il califfo 'Omer, primo ordinatore del nuovo Stato musulmano, che stabilì di introdurre, per la datazione, la nuova èra, perché rimproverato, sembra, di spedire lettere senza data. L'uso di tale datazione fu introdotto, secondo la tradizione più diffusa, nell'anno 17 dell'è.

Prima, gli Arabi davano ad ogni anno un nome speciale (p. es., "anno del terremoto", ecc.), ovvero conta-

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vano gli anni da qualche avvenimento straordinario o importante. Si noti che effettivamente la nuova era (basata su un calendario puramente lunare) non comincia con l'è, vera e propria, cioè con l'8 rubi' al-atwani dell'e. Rex, bensi con il : smbarem (il primo mese del l'anno musulmano) dell'anno stesso.

EGITTO. - L'E. (Miy secondo la denominazione araba locale) comprende la valle del Nilo a N . della seconda cateratta (Wadi Halfa) con i territori adiacenti del deserto libico e di quello arabico.

Sommario: I. Geografia. - II. Storia dell'antico E. - III. Religione dell'antico E. - IV. Il cristianesimo nell'E. - V. L'E. musulmano. - VI. Arte cristiana dell'E. - VII. Ordinamento scolastico dell'E.

## I. Geografia.

L'E. ha una superfice di 994.300 kmq . Ma quasi tutta la sua popolazione ( 19,1 milioni di ab.) è agglomerata con forti densità (sino a più di 800 ab . a kmq.) su appena 1 / 30 di questa superfice ( 35 mila kmq.), costituita dall'angusta valle in cui scorre il fiume, dal suo delta e da alcune oasi.

L'utificazione delle acque del Nilo, perfezionata ed estesa con i moderni impianti di irrigazione, ha permesso all'E., paese agninale per eccellenza, di volgersi a redditizia culture industriali: il cotone (di qualita pregiera), prevalente nella zona del delta, e la canna da zucchero nell'alta valle del fiume, accanto alle quali conservano materia imporzante anche i cereali, per insufficienti che siano al consumo interno.

L'allevamento ha modesto proporzioni e scarsa è, in complesse, anche la produzione mineraria, che dà poco petrolio, manganese, wolframio e, soprattutto, fosfati. Tra le industrie, più sviluppate sono lo zuccherificio, le tessili, la molitoria e le alimentari, che in parte coprono il fabbisogno interno.

La popolazione è costituita per il 98 \% da Egizioni, considerati discendenti dagli antichi progenitori camilici, i cui caratteri si son mantenuti così nei felidh (contadini) momentani, come nei mercanti coptí dell'Alto E., rimasti fedeli al cristianesimo monofisita (ca. 1/10 della popolazione indigena). Vi sono inoltre numerosi Greci ( 20 mila), Italiani ( 52 mila), Inglesi ( 34 mila; per lo più Maltesi), Francesi ecc. Gli Israeliti si aggirano intorno ai 63 mila. La capitale, Cairo ( 2,1 milioni di ab.), è la più popolosa città del continente africano; il porto principale è Alessandria ( 928 mila ab.).

Stati: J. Cattani Pacha. Ecvpto. Apercu historique et géographion, Cairo 1406: H. Larin, L'E. d'aujourd'hui, ivi 1928: R. Folden, The Land of E., Londra 1930: A. Youssef Bey. Indipendent E., ivi 1940.

## II. Storia dell'antico E.

I. L'E. preistorico. - Mentre la Bibbia, nell'enumerare la discendenza dei figli di Noè (Gen. 10, 6. 13), si limita a citare fra quelli della stirpe di Cham anche Misrajins, nome con cui gli Ebrei indicarono solitamente la terra d'E., le scoperte recenti ci permettono di conoscere con maggiore determinazione le vicende più remote del paese e del popolo.

In accordo con la geologia, che dimostra come il Nilo si fosse aperta la via verso il Mediterraneo fra la terra e la rocca dell'E. antichissimo e avesse foggiato la valle a terrazze, via via sempre più basse, gli scavi hanno rivelato la presenza dell'uomo antichissimo lungo le due rive del fiume, nei millenni più lontani sui luoghi più alti e poi man mano su quelli minori, seguendo nel suo lento movimento di discesa il soleo fluviale, fattore indispensabile di fecondità e di vita per la terra e per gli uomini. Così le tracce dell'uomo del paleolitico inferiore si sono trovate sulle alture di el-Qurnah, nel distretto di Tebe, mentre gli uomini del paleolitico superiore, sulla foche africana caratteristica del capanno, lasciarono a loro ricordo a Sabil sopra Kôm Ombé a ca. 40 km a nord di Assuan. Il neolitico in cambio è rappresentato in modo speciale a el-'Omeri (a sud del Cairo), a Bani Salámah (Merindo) e altrove nel Delta. Segue l'età dei metalli, che durò più di 2000 anni e fu chiamata
anche periodo "predinastico", durante la quale l'E. raggiunse già un alto grado di civiltà, attestata non solo dal lavoro più perfetto della pietra e della ceramica, dalla scoperta della concia della pelle, dalla fabbricazione del vetro e dalla incisione dell'avorio, ma anche dalla invenzione della scrittura e dal calcolo del calendario. el-Badéri presso Assius è una delle stazioni più antiche di questa facies preistorica egiziana; altre sono a el-Ballás, Nazarlah, Armant ed altrove. Codesti progressi provano un'organizzazione civile assai avanzata, intorno alla quale si discute se si tratti di influssi africani od asiatici (cioè semitici) o piuttosto di una forma di civiltà originata per spontanea germinazione nel Delta. In ogni modo agli albori della storia già compaiono, come da tempo esistenti in E., due regni: uno dell'Alto Egitto, con capitale Nyen (gr. Hieraccopolis, arabo Kèm el-Ahmar) e quello del Basso Egitto con capitale Seb'ewe (arab. Tell el Fará'in).
II. Inizio della storia e suoi periodi. - La storia dell'E. comincia con la vittoria dei re del Basso Egitto e l'unificazione del paese sotto un unico monareo, Mène, che raccoglie sul suo capo le due corone, dell'Alto e del Basso Egitto.

Da allora i sovrani sono designati nella nostra tradizione suddivisi in 30 dinastie, secondo le indicazioni che ci sono state fornite dall'opera, ora perduta, di un sacerdote greco-egizio, Manetone di Sebennito (sec. III a. C.). La loro cronologia, soprattutto quella dei primi fra essi, è stata oggetto di lunga controversia fra i dotti, ma oggi, fondata sopra alcuni capisaldi più solidi, risulta a un dipresco fissato come segue:
Antico Regno, dinastia I-II, capitale
Tini (This)
dinastie III-VI, capitale Menfi
{ }^{10} periodo intermedio: dinastie VIIXI ( 1^{text {h }} metà)
c. 2383-2160 a. C.

Medio Regno, dinastic XI ( 2h metà)XII, capitale Tebe
c. 2160-1869 a. C.
2^{°} periodo intermedio, dinastia XIII
1868-1786 a. C.
Invasione e dominazione degli Hyk-
cos; dinastic XV-XXII
Nuovo Regno, dinastic XVIII-XX, capitale Tebe
1785-1375 a. C.
3^{°} periodo intermedio, dinastia XXI, capitale Tanis
dinastie XXII, capitale Bubasti
dinastie XXIII, capitale Tanis
dinastie XXIV-XXV: dinastie
etiopiche ed assirs
Periodo anitico, dinastia XXVI, capitale Sais
Daminio persiano, dinast. XXVI-XXX
Segue la conquista di Alessandro Magno ( 332 a. C.) e la serie dei sovrani Tolemei (Lagidi) fino al 30 a. C.; poi il dominio romano dal 30 a. C. al 393 d. C.; quindi il bisantino, dal 305 al 640 , e quindi la conquista e il dominio arabo con il 640 d. C.
III. Antico regno. - In questo periodo si sviluppa sempre meglio l'alto grado di civiltà e di progresso dell'età predinastica; durante le prime due dinastie la capitale è Tini (This) presso Abydos, ca. sul 36^{°} parallelo; ma già a Mène è attribuita la fondazione della « Fortezza Bianca», dove fu poi Menfi capitale a cominciare da re Sōder (Zozer), primo della III dinastia ( 2821 a. C.). Il Regno Antico segna una delle età più gloriose della storia egiziana.

La Bibbia non ne fa parola esplicitamente; ma tanti secoli dopo la tradizione trova largo posto nelle storie di Erodoto (II, 124 sg .). Lo Stato appare ordinato e pacifico, a pacifica la produzione di grandi ricchezze; spedizioni militari si compiono invece nei Sinai e in Habia con il risultato di allormentare i pericoli di invasioni straniere e di ritrarne copioso bottino; infine costruzioni imponenti, come la tomba di Sōder a Saqqârah e le grandi piramidi di Mejdûm e di Dahdûr e dei dintorni di Menfi (Cheope, Chefren e Micerino), la Sfinge (Chefren) e templi, come quello del Sole di Abû Ṣir,

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![img-12.jpeg](img-12.jpeg)

Egrrto-Cartina storica con la divisione augustes; i vdani dell'età greco-romana del Basso (cifre arabiche) e dell'Alto (cifre romane) E.; i vescovati all'epoca del Concilio di Ereso (431) e i principali centri monastici.
perpetuano nei millenni il ricordo tangibile dell'arte di quell'età remota. Il pensiero, e segnatamente quelle religioso, è conservato soprattutto nelle numerose iscrizioni delle tombe di re e di funzionari loro favoriti; fra tutti i più preziosi sono i Testi delle Pirateidi, scoperti a Saqqârah in piramidi e altre tombe dalla V e VI dinastia, per un'estensione di ca. 2000 linee piuttosto lunghe; non hanno invece alcun fondamento le fantasie matematiche e miatiche, sorte in alcuni moderni a proposito della grande piramide, in rapporto con la Bibbia e con le tradizioni degli Ebrei.

Le dinastie fra la VII e la XI segnerebbero, secondo
l'interpretazione molto probabile, se. due secoli di decadenza del potere reale a vantaggio di una specie di feudalesimo, che ha fatto denominare questa età da taluni dei moderni medioevo egiziano; si parla anche se un celebre papiro (Leida n. 334) di una vera e propria rivoluzione popolare, in parte forse solo immaginaria; ma non c'è dubbio che l'attività politica del popolo cominci ad affermarsi. preparando l'avvento di nuove dinastic e di nuovi centri, come quello di Eracleopoli, che avrebbe fornito i sovrani della IX dinastia. Verso la fine di questo periodo di vita egiziana è probabilmente da rifurire 8 racconto biblico dell'emigrazione in E. del patriarca Abramo, secondo il racconto di Gen. 12, 10-12, da Bethel verso il Ne. ghebh, emigrazione originata dalla carestia; in Egitto Soro fu rapita alla corte del Faraone e poi restituita ad Abramo, che, limitatosi con la sua tribù ancora nonude ad una temporanea dimora nel paese, ritornò al luogo di partenza, non appena le condizioni di vita lo permisero.
IV. Medio ReGno. - In esso l'E. riprende la sua tradizione di potenza e di civilrà, facendo valere le sue armi e il suo prestigio dalla Nubia alla Somalia, sia allargando i suoi rapporti di interessi con paesi di oltre. mare, come l'isola di Creta, sia dando nuovo incremento alle arti e alle lettere e nuovo benessere al popolo.

I sovrani più noti sono quelli che contengono nel loro nome indizio delle loro preferenze religiose, il nome degli dèi Mont, Amon e Wosre, dèi caratteristici della nuova capitale, Tebe; Menthotpe (Mentuhotpe) IV, Amenembe'e I e il figlio di questi Zemeòbre (Senevostre) I (forse il Sesostris dei Greci). Con la dinastia XIII ( 1868 a. C.) l'E. perde rapidamente ogni sua prosperità, probabilmente perché il potere passo nelle mani di principi inetti che all'interno e all'esterno provocarono la caduta di quanto era stato vanto delle dinastie precedenti. E cosi l'E. fu aperto, verso il 1785 , alla invasione

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degli Hylsos (v.), che dalla frontiera di Pelasio, rimasta mal custodita, penetrarono nel paese dilagando nel Delta e anche più a sud e stabbonde la loro capitale ad Avari, in una localita nordorientale del Delta finora non identificata, mentre nell'Alto Egitto e a Tebe sopravvivevano i discendenti delle antiche dinarite.

Di solito si attribuisce a questo momento della vita egiziana il racconto di Gra. 37-30, che narra di Giuseppe, figlio di Giacobbe, venduto dai fratelli invidiosi ai mercanti egiziani e divenuto poi intendente del Faraone e sposo della figlia di Puttfare, sacerdote di On; avendo poi salvato l'E. da una grave carestia, accolse i fratelli presso di sé e invitò a nome del re tutto la famiglia di Giacobbe a trasferirsi in E. e precisamente nella terra di Gessen (v.) o terra di Ramses, quasi certamente nella parte orientale del Delta. Alla riscossa contro gli usurpatori si mosse verso il 1573 il primo re della XVIII dinastia, Abmōde, che cacciò gli Hylsos, distruggendo Avari, allontano i Nubiani e riorganizzò tutto il paese, iniziando la gloriosa XVIII dinastia e il Nuovo Regno.
V. Nuovo Regno. - Seguirono nella XVIII dinastia alcuni fra i più potenti sovrani d'E., che da Tebe dominarono tutto il paese e parecchi territori stranieri, che aumentarono con fortunate spedizioni vittoriece il tono di benessere dei cittadini e lasciarono ai posteri monumenti grandiosi e copiose testimonianza scritte su papiri e su epigrafi.

Thutmóés (Thutmosis) I estese il potere degli Egiziani fin sulle rive dell'Eufrate. La figlia Hattepsówe (Hatshepsut), approfittando della morte prematura del marito Thutmóée II, regnò una ventina di anni come turista del futuro Thurmóée III; fra le altre opere inal. gni da lei lasciate va ricordato soprattutto il grandioso santuario cretto nella necropoli di Tebe a Dejr el-Bebri e in parte ancora superstite. Thurmóée III, il conquistatore della Siria e della Nubia fino alla quarta cataratta del Nilo, è celebrato in sculture, in epigrafi, in papiri superstiti. Di Amonbóepe (v. AMBBOPOME) III, il Memnone dei Greci, si esalta la grandezza, e sono superstiti le sue due grandi statue nella piana di Tebe, tuttora dette "i colossi di Memnone». Dopo la breve parentesi di Amonbópe IV, che, esaltatosi con il culto quasi monoteista di Aton, in opposizione ad Amon e al suo sacerdozio, creò una nuova religione, che si volle ricollegare ad influenza palestinesi ed ebreiche, e trascurò la difesa delle conquiste sirische, Tutt'anb-Amōn, di cui è ben nota
la tomba scoperta nel 1922, ristabili il prestigio egiziano, finché Harembābe iniziò con energia la XIX dinastia. Fra codesti sovrani uno dei più illustri è senza dubbio S̉stōhe (Seti) I, vincitore in un primo scontro degli Hittiti a Qidda (Qadēd), città sull'Oronte, dove pochi anni dopo, nel 1294, riprese la lotta contro un'intiera coalizione di Stari ai danni dell'E. il figlio e successore di Seti Ramesistée (Ramesse a Ramses [v.]) II, nel modo celebrato in un poema superstite nel papiro Sallier III; le condizioni di pace fra Hittiti ed Egizi sono consegnate in trattati superstiti, tanto di parte hittita come egizia; una delle figlie del re Hattusil sposa Ramses II, il quale è celebre anche per le numerose e imponenti costruzioni. In tali costruzioni e ricostruzioni il re si sarebbe servito anche di operai stranieri a fra l'altro della tribù ebraica di Gessen, discesa da Giacobbe e colà accolta al tempo degli Hylsos; la Bibbia (Ev. 1, 11) dichiara esplicitamente che gli Ebrei, sotto un re che ormai non era più memore dei benefici di Giuseppe, sorvegliati da implacabili soprastanti, furono costretti ad erigere ala città dei tabernacoli Phithom e Ramesses " (forse la prima nel Wédi ep-Tumejlōr e l'altra a Tanis) a furono sottoposti ad una serie di angherie, giustificate in parte dall'aumento della tribù originaria, che poteva essere pregiudizievole per la sicurezza dello Stato nel caso di un conflitto con i vicini della Palestina. Si crea cosi, durante forse più di 100 anni, il malcontento e il desiderio sempre più ardente degli Ebrei di ritornare nella Terra Promessa. Il che avvenne (Ev. 1,14) sotto la guida di Mosè (v.), esposto a morte sul Nilo per ordine di un fa-

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(da L'Egqpe, a cura della Meneription da T'ouliom, a. in. in. Propagond; da l'Etat Eggeitio, 1. d.)
Egrto - Veduta dell'Universita Fulda 1 - el-Girah.
raone persecutore, salvato da una principessa e quindi accolto fra i eortigiani del re. Avendo ucciso un esoso sorvegliante egiziano, era fuggito a Madien, a sud-ovest del Mar Morto, donde era tornato in E. risoluto a liberare i fratelli. Chiese allora al faraone il permesso di partire con i suoi, ma ebbe un rifiuto; seguirono i prodigi connessi con la partenza degli Ebrei a con il passaggio del mare, o meglio delle paludi nei cintornt dei Laghi Amari e del lago Timsäh.

Tale esodo pare probabile sia avvenute (benche vi siano teorie contrastanti: una che fa risalire l'esodo all'età degli Hylsos, una ai tempi di Amenipótpe IV e un'altra durante la XX dinastia) nel momento di disordine che corrisponde al regno di Meneptäh (m. nel 1211 a. C.) e all'assalto dato all'E. dai "popoli del mare", aco e riflesso della invasione indoeuropea verso occidente, di cui è chiaro il contraccolpo in tutti i paesi del Mediterraneo. Va segnalato in proposito il passo di una stele del re, rinvenute nei pressi dei colossi di Memnone ed ora nel museo del Cairo (P. Lacou, Stèles du Nouvel Empire, in Catal. génér. du Musée du Caire, Cairo 1909, n. 34025 v.), in cui è detto che il re vittorioso afferma di aver a distrutto Israele, sicché non esiste più semente di lui. La Siria è divenuta vedova per l'E. v. Il documento, datato ai quinta anno del regno di Meneptäh, dimostra che gli Ebrei allora erano stanziati nella Siria e che l'esodo dell'E. era già avvenuto.

All'inizio della XX dinastia (1210) il re Ramses III ristabilisce interamente il prestigio dello Stato, reagendo fuori e dentro agli avversari: fuori, è notevole la sua avanzata in Siria, mentre la Palestina era occupata dai Filistei, da cui deriva il nome della contrada; dentro, Ramses III e i suoi successori ebbero a lottare soprattutto contro i sacerdoti di Amon, che finirono per trionfare contro di loro.
VI. Basso IMPERO. - La XXI dinastia rappresenta l'inizio di un nuovo periodo di decadenza, durante il quale prevalgono anche re di stirpe libica od etiopica: fra altri il libico Sešonk (v. sEsac) della XXII dinastia, che riannoda i vincoli con la Palestina dopo che il re Salomone (975-935) sposa una figlia del re d'E. e ne ha in dote la città di Gaser (I Reg. 3, 1; 9, 16); si tratterebbe di Psusennes I, figlio di Smendes, secondo sovrano della XXI dinastia nel Delta; da allora pare che i rapporti fra E. e Palestina si facciano più frequenti, o ai tratti di Salomone (I Reg. 10, 28 sg.) che acquista carri e cavalli in E., o vi
si rifugi Geroboomo inseguito dalla collera di Salomone (I Reg. 11, 40), come aveva fatto Adad al tempo di David (I Reg. 11, 17-22). Nel 927 il re Sešonk si intromette anzi direttamente negli affari della Siria e saccheggia Gerusalemme ( I Reg. 14, 25 sg.), invadendo poi anche il regno di Geroboomo, suo protetto; una stele sulla facciata del pilone del grande tempio di Amenrá, a Karnak, conserva i nomi delle città vinte durante questa campagna di Sešonk I. La Bibbia parla di una sconfitta che Asa, re di Giudea ( 913-837 ), inflisse al re etiope Zara (II Par. 14, 9-12), che potrebbe essere Osorkon I ( 935-889 ) della XXII dinastia. Seguono contrasti fra i re di Nubia, con capitale Napata, e il regno d'E., con alterne vicende, finché all'inizio della XXIV dinastia sali sul trono il re Boccherie, che ebbe fama di giusto. Ma fu ucciso dal re etiope Šabaka, che riusci ad unificare un'altra volta l'E. sotto un solo re, e fece lega con il re di Giuda, Ezechia, per opporsi all'invasione assira guidata da Sennacherib (704). Il suo successore Tirhāqāh della XXV dinastia si avanzò con un esercito contro l'assiro e riusci, probabilmente con il favore della peste, che decimà l'esercito assiro, e liberare il regno di Giuda. Se non che ben presto Asarhaddon, re di Assiria, fu vincitore e non solo invase con l'esercito il Delta, ma si spinse anche oltre Meufi fino a Tebe.
VII. It Reono satrivo. - Il regno saitico inaugura un'êra di resurrezione per l'E. con Psammétek I (663-610), Nekó ( 609-595 ) e Psammétek II (594589), che dalla loro capitale di Sais, nel Delta, rimisero in ordine il paese in un tempo relativamente breve. Con Nekó l'E. è alleato dell'Assiria nel tempo in cui questa sta rapidamente cedendo sotto i colpi dei suoi avversari in oriente; e nel momento in cui Nekó corre in aiuto dell'alleata (609), il re Josia di Giuda osa contrastare la marcia agli Egiziani ed è sconfitto a Mageddo (II Reg. 23, 29) ed ucciso. Il nuovo re Ioachaz fu deposto a fatto prigioniero da Nekó e sostituito con un fratello di lui, Eliacim e il paese soggetto a grave tributo. In seguito poi
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(da L'Egqpe, a cura dell' administration da T'ouliom, a. in. in. Propagord da l'Etat Eggeitio, 1. d.)
Egrto - La grande allnge presso il Cairo.

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alla caduta di Ninive, mentre molti Ebrei propenderano per una alleanza sempre più stretta con il regno d'E., con il quale tanti buoni rapporti erano intercorsi fin dal tempo degli avi, la vittoria di Karkemiš di Nabuchodonscor di Babilonia contro Nekô (604) muta radicalmente la situazione dell'E. anche nei suoi rapporti con la Palestina, perchè lo rinchiude ormai nelle sue frontiere e lascia Gerusalemme, con intervalli di maggiore e minore distensione, in balia dei Caldai, fino al 525 , quando Psammêtck III è battuto a Pelusio dal re persiano Cambise, che insedia in E. il dominio persiano, iniziando la XXVII dinastia.
VIII. La dominazione persiana; la dinastia dei Tolomei. - Il predominio diretto dei Persiani si esercita durante la XXVII dinastia (fino al 404 a. C.), quando in E. un movimento nazionale portò al trono Amirteo, con la XXVIII dinastia. Il problema più interessante che riguarda l'epoca del dominio persiano in E. è insieme i rapporti fra l'E. e gli Ebrei è quello della colonia giudaica di Elefantina, che alcuni passi di Erodoto ( 17,30-31 ) e della lettera cosiddetta di Aristea (XIII) già ci additavano e che una fortunata scoperta di papiri e di ostraca sul posto hanno da poco largamente illustrato.

Si tratta di una coloma militare stabilita ad Elefantina, probabilmente già sotto Psammêtck I, il sovrano d'E. che ascebdò numerosi mercenari stranieri per la ricostruzione dell'autorità egiziana, colonia alimentata successivamente dall'immissione di altri elementi giudaici fedeli, e quindi rispettata, anzi favorita, da Cambise e dai suoi Persiani. I soldati ebrei avevano con sé la loro famiglie e avevano costruito un tempio, nel quale eseguivano i loro riti. Nel 412 a. C., cioè sotto Dario II, essendosi iniziati movimenti antipersiani in tutto il paese, gli abitanti indigeni dei dintorni, forse istigati dai sacerdoti del dio Golim proprio di quel nome, dio dalla testa di ariete - sicché era sacrilego ogni sacrificio di agnelli nel territorio del nomo, mentre i Giudei ne offrivano a Jahwah, segnatamente nella Pasqua - accelerano il tempio e lo distruggevano. Il tempio fu forse ricostruito, salvo reazizioni circa l'uso dei sacrifici, e la colonia sopravvisse almeno fino al 400 a. C., cioè sotto il re nazionale Amirteo, dopo di che è probabile che la guarnigione sia stata dispersa dai nazionalisti e il centro ebraico di Elefantina distrutto.

Infatti alla XXVIII dinastia segul un'altra dinastia nazionale, la XXIX, fino al 347 , quando Artaserse III Oco riprese l'offensiva contro l'E., ribelle e focolzio di ribelli, e risortonase il paese al suo scettro, iniziando la XXX dinastia di Manetone.

Per poco, perché alcuni anni più tardi, nel 332 , Alessandro Mogno (v.), dopo la vittoria di Iseo, fece la ben nota incursione in E., presentandosi come figlio di Amon e liberatore dal giogo persiano. La fondazione di Alessandria (v.), che divenne il nuovo centro cosmopolita del Mediarrameo, e l'installamento dei Tolomei come nuova dinastia di carattere intenzionalmente indigeno nel paese, fino al 30 a. C. ebbero notevolissimo influsso anche sui rapporti con gli Ebrei, i quali nel processo della loro dispersione (v. diaspora) nel mondo, iniziato, volontariamente o meno, in secoli anche remoti, si sentirono attratti dal nuovo ellenismo tolemaico, ed emigrare in questo, che era stato paese capitale anche per i loro padri e che aveva sempre influito sulle sorti della loro stessa patria. La colonia ebraica di Alessandria, alloggiata in un intiero quartiere centrale della città che aveva nome da essa, e organizzata con fun etnarca e con altri funzionari come una comunità autonoma nella Stato, divenne allora un centro giudaico, forse, come è stato detto, superiore alla stessa Gerusalemme; inoltre, come ci dimostrano i papiri, sinagoghe e centri giudaici si sporsero in tutto il paese. Poi, dopo la battaglia di Pamion (200 a.C.) fra Tolomeo V e Antioco III, passata la Palestina dal
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(da 1. Eogpie, a cura della Sémiondentine, da Teotome il de in
Propaganda de l'Etat Egyptien a. e. d.)
Eurto - La grande diga di Assuan.
dominio tolemaico a quello seleucide e iniziato il tentativo sistematico di ellenizzazione del giudaismo da parte dei sovrani di Antiochia, gli Ebrei si sentirono sempre più attratti verso i re egiziani, che apparivano come i loro naturali protettori; l'E. divenne sempre più il rifugio e la speranza degli Ebrei ortodossi e nazionalisti, tanto che, ce, nel 170 a. C., un sacerdote della discendenza dei Tabisdi, Omis IV, fondò a Leontopoli un nuovo tempio ebraico, che rimase fino al tempo di Vespasiano. Inoltre l'E. tolemaico vide, per iniziativa dei Tolomei nel sec. III a. C., redigere una traduzione in greco della Bibbia (v. settanta) e fu uno dei maggiori tramiti di diffusione e di propaganda del giudaismo: contribuì a legare gli Ebrei della diaspora alla lingua greca, allontanandoli dell'uso e dalla tradizione dell'ebraico originario.
IX. Il dominio romano. - Caduto il regno di Cleopatra VII Filopatore, in seguito alla battaglia di Azio ( 30 a. C.), l'E. passò sotto il dominio diretto di Ottaviano, che si sostituì alla dinastia tolemaica con un potere personale, che agli indigeni doveva apparire non diverso da quello dei suoi predecessori : l'assolutismo ne è la caratteristica; lo sfruttamento quanto maggiore possibile delle risorse del paese ne è lo scopo. L'estensione del dominio oltre la prima cataratta del Nilo a danno del regno di Napata, lo sviluppo dei commerci anche nell'interno dell'Africa ne sono le manifestazioni più notevoli.

All'età di Augusto si deve riferire anche la venuta in E. di Maria Vergine con Gesù per sfuggire al decreto di Erude il Grande contro i neonati di Betlemme (Mt. 1, 13) : era probabilmente il 5 a. C., ma il soggiorno in E. non dovette durare che pochi mesi, non sappiamo dove, perché a Giuseppe l'Angelo (Mt. 2, 20) ordinò il ritorno nella terra di Israele.

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Euriro - Carta dell'E. di Giacomo Angelo Fiorentino (1472) - Biblioteca Vaticana, Urb. Lat. 277, f. 120^{°}-129.

Tanto Augusto quanto i successori videro chiaro l'importanza della colonia greca e di quella giudalca accanto e sopra l'elemento indigeno, e mentro il primo cereb l'equilibrio tra le due correnti, sotto Caligola prima e sotto Claudio poi i disordini provocati dalla gelosia dei Greci e dalla inframmentenza degli Ebrei richiesero l'intervento repressivo dei Romani : celebre l'ambasceria a Caligola di un colto ebreo ellenizzato, Filone; e una lettera di Claudio agli Alessandrini, trovata in un papiro, ora a Londra, lettera di biasimo contro i fomentatori di disordini a di avvertimento agli Ebrei troppo intraprendenti; in quest'epoca furono condannati Isidoro e Lampone antigitudalci.

Vespasiano, appena acclamato imperatore, si mosse da Alessandria verso il trono di Roma; la lotta iniziata da lui contro gli Ebrei di Gerusalemme ebbe riflessi anche in E., dove sotto Traiano, malgrado la protezione di Plotina, si giunse ad una guerra aperta e ad una vera e propria persecuzione sanguinosa. Adriano, ammirabore del Museo e della Biblioteca alessandrina, porosese l'E. come turista e pacificatore e vi perdette il favorito Antinco; durante i sece. III e iv rivolte di Blemmi e tentativi di usurpatori, come anche riflessi di avvenimenti esterni, agitarono il paese e ne peggiorarono le condizioni materiali e morali.
X. Cultura is civiltà dell'E. durante l'evo anticc. - A caratterizzare il grado di cultura e di civilta dell'E. antico vale senza dubbio lo studio della religione (v. sotto), che costituisce una delle più profonde e durevoli espressioni della vita e del pensiero egiziano; intimamente ad essa collegate stanno altre due manifestazioni significative, la letteratura a l'arte.

La letteratura, affidata alla scrittura geroglifica nelle sue varietà, ieratica, demotica e greco-copta, è certamente la più antica superstite del mondo orientale; le grandi iscrizioni templari e tombali, i numerosi papiri, gli ostraca, le tavolette di legno hanno conservato una parte notevole di queste opere letterarie, che risalgono già al Regno Antico, benché ci siano giunte in trascrizioni del Regno Medio o del Nuovo. Esse consistono in composizioni narrative, in ammaestramenti morali, di cui la letteratura egiziana pare particolarmente feconda; ci sono poi
canti epici ed amorosi e satire, inni agli dèi e ai sovrani, libri di matematica e di medicina, essendo il Medio Regno considerato come l'età della letteratura classica, posta a modello in seguito nelle scuole del Regno Nuovo. Pochi i nomi di autori : il principe Zedefhör, Imbótpe e Prabhótpe nel Regno Antico, Nefri nel Medio e altri. Il testo più antico è quello degli Ammaestramenti di Ptahhótpe della V dinastia, conservato nel papiro Prisse del Louvre e in altri del Museo Britannico. Tra i testi narrativi sono caratteristiche le Avventure di Simiha, il Racconto del naufrago il Racconto di re Cheope e dei maghi, il Racconto dei due fratelli, il Viaggio di Wernanön, le Avventure di Seton (Jasencóti (v. Amen-dn-DPE; ANT). Esiste anche una favolistica egiziana antica; celebri sono il papiro matematico Rhind e i papiri medici Ebers, Smith, Chester Beatty e altri numerosi e vari. Non meno importante fu la tradizione dei buoni studi, di cui ben presto già ad opera dei primi Tolomei si circondò l'E. greco con la fondazione del museo e della biblioteca di Alessandria, continuata anche in età romana e proseguita dagli gnostici e poi dai cristiani nell'E. romano e bizantino.

L'arte egiziana, conservata non solo nei grandi resti dei monumenti architettonici, piramidi, mastoboh, templi, ma anche nelle statue, nei bassorilievi e nelle pitture, ci ha lasciato nelle suppellettili tombali copiosi elementi di ogni specie di oggetti minuti, che lo studioso può ancora esaminare nei maggiori musei del Cairo, di Londra, di Nuova York, di Parigi, di Torino e del Vaticano. Le caratteristiche di quest'arte paiono ispirate all'idea della durata, cioè al desiderio, da parte dell'autore e del committente, che l'opera debba sopravvivere nei secoli più lontani; inoltre esse mirano al rispetto della tradizione, sicché l'arte egizia pare costituita di una uniformità, che è più apparente che reale, e di una immobilità, che scompare all'osservazione accurata dagli studiosi; né manca la parentesi ardita e rivoluzionaria dell'arte di el-'Amarnah (v.) di Amenhópte IV; meritamente famose sono le piramidi o la sala ipostila di Karnak, di 124 colonne, di cui alcune alte 21 m ., e statue come lo scriba del Louvre o lo Ssjh el-baled del Museo del Cairo, o la statua di Rahótpe e di Nófre, sempre al Museo del Cairo,

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o come la dana Takust di Atene o la regina Nefttéta di Berlino o i bassorilievi e le pitture, p. ex., della tomba di Sej o i vasi di alabastro del Cairo e d'oro di Zaydato, o la corona aurea di Tivoasre di Bab el-Mulak o i gioielli di Dahéur o i diademi del Museo del Cairo.

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