volume-05

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ri casi: tanto più che, se Gesù si fosse attribuito chiaramente il titolo di Messia glorioso, avrebbe fomentato le speranze in un Messia politico, che invece intendeva correggere.

La soluzione migliore ritiene che Gesù, applicandosi questo titolo che poteva significare, a seconda dei casi, "uomo" o "io" o "Messia", intendeva graduare la luce della sua Rivelazione messianica. Chiamandosi con il titolo messianico usato da Daniele, che poteva però assumere toni velati, lasciava intendere di essere un uomo straordinario, e, per chi era in grado di comprenderlo, quel f. "dell'u." di cui parla Daniele. Usando questo termine nel predire la sua passione correggere anche l'attesa giudizio di un glorioso Messia politico.

Alcuni razionalisti, supponendo che f. dell'u. sia un titolo messianico chiaro desunto da Daniele, negano che Gesù lo abbia usato. Suppongono che la comunità primitiva abbia messo in bocca a Gesù l'espressione della sua fede. Questa teoria, che nega il valore storico del Vangelo, può essere confutata anche intendendo la formula come un titolo messianico "velato", scelto da Gesù per graduare la luce.

Bibl.: Fr. Tillman, Der Menschenmahn. Friburgo in Br. 1907; F. Rosianico, Sconta genuina: si plessa faculmon "Fili hominis", Roma 1900; P. Vannutelli, Il F. dell'U., ivi 1922; H. Simon-O. G. Dorado, Proelectiones Biblione, Novum Testamentum, Torino 1944, n. 533; G. Rinaldi, Daniele (La S. Biblio. 8, 10). Torino 1947, pp. 82-87.

Pietro De Ambrogio
"FIGLIO DI DIO". - Questo termine, nel linguaggio corrente, può designare ogni creatura in quanto prodotta da Dio e vigilata dalla sua provvidenza; oppure la creatura razionale in quanto, per la Grazia, è destinata a godere Dio nella visione beatifica ( = figlio adottivo); o finalmente il Figlio naturale di Dio, colui che procede da Dio Padre per via di generazione, dal quale perciò si distingue realmente, pur avendo in comune la stessa natura divina. In questo senso va preso il termine quando si parla del F. di D., come seconda persona della S.ma Trinità. Cosi è stato definito nel Concilio di Nícea (325) contro l'eresia di Ario, il quale sosteneva che il Verbo, cioè il F. di D., era la prima e più eccelsa creatura di Dio (v. consootantialal).

La dottrina della Chiesa, già insinuata nel Vecchio Testamento, appare con tutta chiarezza nei libri del Nuovo Testamento, dove il F. di D. si rivela a noi nella persona di Gesù Cristo. Questi, infatti, viene qualificato come F. di D. proprio (Rom. 8, 32), unico (Mt. 3, 17; 17,5), unigenito (Io. 1, 14, 18; 3, 16), primogenito (Col. 1, 15), vero (I Io. 5, 20); appellativi che escludono in modo assoluto qualunque filiazione che non sia quella naturale.

Gesù Cristo stesso parla sempre di Dio come di padre suo e degli uomini, ma lascia intendere che è padre suo in modo del tutto particolare ed esclusivo,

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perché distingue sempre la paternità divina nei suoi riguardi da quella verso gli uomini (Padre mio, Padre vostro: cf. Lc. 22, 29; Mt. 10, 33; 6, 32; Io. 20, 17). Se i nostri rapporti con Dio sono di figli adattivi, quelli di Cristo sono, invece, di figlio naturale; ciò che, del resto, risulta evidente da quelle testimonianze nella quali Cristo si afferma uguale al padre nel potere, nel volere, nella natura (In. p. 17-27; 16, 15; 10, 30). Così hanno interpretato il pensiero di Cristo i suoi uditori, amici come Pietro (Mt. 16, 16), o nemici come i sinedriti (Mt. 26, 67 s8.).

Se Cristo è il figlio naturale di Dio, dobbiamo ammettere in seno alla Divinità un atto di generazione, per cui la vita divina circola da Dio-Padre che genera a Dio-Figlio che è generato: generazione eterna e necessaria, come tutto in Dio è eterno e necessario; di ordine spirituale, perché Dio è purissimo spirito; risolventesi in una semplice origine del Figlio dal Padre, che non comporti nessuna azione produttiva, perché il Figlio è incausato, improdotto. Ma per avere la generazione occorre che l'origine sia fondata su di una operazione, la quale esiga di sua natura che il procedente sia della stessa "ostanza vivente del principio da cui procede. Si è indagato quale sia tale operazione, e si è risposto unanimemente identificandola nella conoscenza intellettiva di Dio. La stessa S. Scrittura, presentandoci il F. di D. come Verbo (prologo del Vangelo di Giovanni), come immagine vivente e splendore del Padre (Col. 1, 15-19; Hebr. 1, 3), induce a pensare che esso proceda per via d'intellezione. Ma l'indagine teologica, spingendosi oltre, afferma che il F. di D. è figlio perché Verbo, perché procede per ragione della conoscenza intellettiva. Difatti in qualunque intellezione, anche creata, il verbo è per sua natura simile all'oggetto conosciuto, di cui è la fedele rappresentazione. In Dio poi, nel quale le conoscenza ha per oggetto la natura divina, il Verbo è necessariamente simile alla natura divina; e poiché in Dio non vi può essere nulla di accidentale, tale somiglianza è necessariamente sostanziale. Dunque il Verbo procede come Dio vivente da Dio vivente, traendo la sua consuetenzialità con il principio, da cui ha origine, proprio dal fatto che procede come Verbo, cioè per via d'intellezione. Dunque il Verbo è F. di D., ed è F. di D. perché è Verbo.

Ma ogni tentativo della ragione di sondare il segreto della vita intima di Dio deve a un certo punto arrestarsi in umile adorazione davanti alle profondità del mistero, la cui conoscenza diretta è riservata alla visione beatifica (v. PARADISO).

BibL.: Sam. Theol., 1*, c. 22, a. 1-3, 90, 24-23; C. Gent., IV. 1-14; M. Lepin, Jésus Messie et Fils de Dieu, Parigi 1906; A. Cellini, Il valore del titolo - F. di D., nella sua attribuzione a Gesù presso gli evangeli sinedriti, Roma 1907; K. Mangonot, Jésus, Messie et Fils de Dieu selon les actes des Apôtres, Parigi 1908; A. Schia, Das Evangelium vom Gottesmön, Friburgo in Br. 1908; F. Tilmann, Das Selbstbewusstsein des Gottesmön, 3* ed., Münster 1951; A. D'Alès, De Verbo Incarnato, Parigi 1936, pp. 53-84; P. Richard, s. v. in DTNC, V. coll. 2334-2476 (devidimo, con bibliografia scelta); L. De Grandmaison, Jésus-Christ. in DFC. II, coll. 1337-61.

Antonio Gaboardi
FIGURISMO. - Sistema d'interpretare la S. Scrittura, secondo il quale gli avvenimenti e la figura della Bibbia sarebbero prefigurazioni di avvenimenti e di personaggi nella storia della Chiesa, specialmente del sec. xviri. Esso è dovuto a G. B. de Sisme de Ménilles, abate di Etémare (1682-1770), giansenista, e si connette al movimento convulsionario (v. CONVULSIONARI di s. MERMBDO) allo scopo di trarre da coresta interpretazione della Scrittura motivi di difesa a favore dell'eresia condannata. L'apostasia generale della Chiesa, secondo l'Etémare, è avvenuta con l'accettazione universale della bolla Unigenitus; falsi dottori sono il papa e quanti avversano la dottrina della Grazia efficace, rappresentanti del pelagianesimo e della morale lassa. La Chiesa romana è già predetta nella Bestia dell'Apocalisse;

Saint-Cyran è il Mattatía dei Maccabei; Arnauld, Gluda Maccabeo; l'asina di Balaam, tutti i preti che sotto le vessazioni dei vescovi accettano la bolla Unigenitus, e che quando profetizza significa la madre Angelica Arnauld e tutte le monache che si sono apertamente dichiarate contro la costituzione romana. La proclamazione della bolla Unigenitus e la sua accettazione è un segno sicuro della fine del mondo, della conversione degli Ebrei e della comparsa di Elia profeta. Elia infatti ricomparirà sulla terra alla testa dei convulsionari e ristabilirà la fede nel senso e nella dottrina di Quesnel a degli appellanti.

Questa novità fece sorgere più a meno alla macchia libretti De l'avènement d'Elie; Conjectures des derniers temps e varie profezie, tra cui quella che indicava un Ebreo come futuro papa. Scolari di Etémare, il Joubert, il De Fourquavaux, i due Des Essarts, svilupparono le idee del maestro sino a costituire una vera e propria setta, alla quale aderirono vescovi giansenisti come Colbert, Soane, Varlet; pubblicisti come l'editore del periodico giansenista La roube, e, si affermava, lo stesso diacono Paris, la cui morte dette motive al convulsionarismo. Non solo si designavano i personaggi prefigurati nella Bibbia, ma si determinavano le date degli avvenimenti. Si sapeva già il tempo che Elia apparirebbe, e se si preparava ad andargli incontro; il 24 marzo 1730 era incominciata la guerra della bestia apocalittica con la dichiarazione reale dell'accettazione e nel sett. 1733 doveva finire. Era necessario però che la misura fosse colma, che la terra fosse abbominata dal peccato, perché a giudizio finale per i cattivi e la retribuzione per i buoni avvenisse. Per affrettare questa divina apartizione si giungeva persino da alcuni a compiere ogni sorta di enormità. Intanto, qua e là, apparivano precursori che si dichiaravano inviati da Dio a prescrivere il giudizio. L'abate Vaillant si diceva Elia e fondò gli "elisei». Gian Roberto Cose, " fratello Agostino", si chiamava servo dei servi di Dio, annunciatore di Elia, quarta persona della Trinità; si poneva su un tavolo nella posizione dell'Agnello Immacolato ed esigeva l'adorazione. Mossi da questi e da altri richiami figuristi, e Parigi si organizzarono da parte dei convulsionari processioni espratorie notturne per ottenere il rinnovamento della Chiesa, che presero la via di Port-Royal, si fermarono sulle rovine del monastero, e i convulsionari uccisero una bestia e con il suo sangue segnarono le case sino a Versailles, quelle case cioè che dovevano essere risparmiate dall'angelo sterminatore alla venuta di Elia. Gettusino assa la sorte per uno di loro che dovesse essere crocifisso in espiazione; e la sorte toccò all'abate Sévin, e già si cominciava a flagellarlo. Ma resistendo egli e dichiarando che tale sacrificio dovette essere volontario e che era necessaria, a somiglianza della Passione di Gesù nell'orto degli olivi, una preparazione spirituale, gli rilasciarono ventiquattr'ore di tempo, perché acquistasse le necessarie disposizioni di spirito; ma scaduto il termine, non fu ritrovato. Sembrano incredibili oggi simili preganazioni, e sono invece la naturale conclusione di una degenerazione dovuta alla ribellione all'autorità ed ai dogmi della Fede, e insieme al fanatismo superatizioso che prende sempre le anime superbe e riattese alla disciplina. Degenerazione e fanatismo che prestavano armi all'incredulità, come allo scettico David Hume a proposito dei "miracoli" del diacono Paris (Essays and treatises on several subjects, II, Londra 1777, p. 133).

Bim., E. Mangonot, s. v. in DTNC, V. coll. 2399-2404; Pastor. XV, p. 752 sgg.

Benevento Matteucci
FILADELFIA. - Città della Lidia in Asia Minore, a nord-ovest del monte T'molo (oggi Bosdag) nella valle del Cogamis. Fondata da Attalo II Filadelfo, re di Pergamo (159-158 a. C.), fu soggetta a Roma nel 133 a. C. Rimnovata per generosità di Tiberio dopo il terremoto del 17 d . C., ebbe il titolo di "Neocesarea" (sulle monete di Tiberio, Caligola, Claudio) : sotto Vespasiano è detta a Flavia».

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FilaBelifia, arcidrocesi di - La campana della libardi che fu suonata per la dichiarazione dell'indipendenza nel 1776 , Filadelfia. Independenice Hall.

Fu chiamata anche "Piccola Atene». E tra le sette chiese destinatarie dell'Apocalisse ( 1,11 ). Nella lettera diretta all'sangelo della chiesa di F. (Apoc. 3, 7-13) troviamo solo lodi: la piccola comunità cristiana ha resistito bene alle persecuzioni giudaiche della «sinagoga di Satana * ( 3,9 ).

Anche s. Ignazio di Antiochia mette in guardia i Filadelfesi dei giudei (Ad Philod., 6). La Constitutiones apostol. (VII, 46; PG 1, 1053) pretendono che il primo vescovo di F., Demetrio, sia stato inviato da s. Pietro.

Tra i primi fedeli di F. si ricorda una profetessa di nome Annia (Milziade, presso Eusebio, Hist. Eccl., 5, 17: PG 20,473).

Fu l'ultima città dell'impero bizantino di Anatolia a cadere sotto i Turchi. Conquistata da Bâjazdî nel 1390 fu chiamata Alasehir (città splendente). Attualmente conta ca. 30.000 abitanti.

Bibs.: W. Ramsay, Hist. geogr. of Asia Minor, Londra 1800. p. 121; L. Fillion, Philadelphie, in DB. V, coll. 238-61; V. Tshervikovost, Die hellenist. Städteugrundungen von Alex. d. Gr. bis auf die Römerzeit, Lipsia 1927, p. 179 sg. Pietro De Ambroegi

FILADELFIA (città della Decapoli): v. RARHA, RABBATH ABRION.

FILADELFIA, ARCIDIOCESI di. - Città dello Stato di Pennsylvania e sede di arcidiocesi metropolitana avente per suffraganee le diocesi di Altoona, Erie, Arrisburg, Pittsburg e Scranton. Il territorio dell'arcidiocesi si estende su 10 contee dello stesso Stato con una superficie di 13.150 kmq . ca.

Nel 1948 su una popolazione di 3.72 \times .786 \mathrm{ab}., vi erano 1.011 .064 cattolici divisi in 398 parrocchie e 59 missioni e 9 cappelle, sotto la direzione di 1207 sacerdoti secolari e 303 religiosi, con un seminario diocesano, 6 collegi e ascadennie, 53 High Schools con 35 mila alunni ca., e 295 scuole parrocehiali; nel 1946 vi furono 3644 conversioni.

Vi sono inoltre 44 comunità religiose maschili e 439 femminili. F. ha un vescovo ausiliare a patrona della diocesi è l'Immacolata Concezione. Fondata F. nel 168a
da William Penn, la Pennsylvania divenne il rifugio dei cattolici perseguitati nelle vicine colonie inglesi. La prima cappella pubblica vi fu costruita nel 1720 dal gesuita Giuseppe Grenton. Nel 1763 fu aperta al pubblico la prima chiesa cattolica di F. e alla fine della guerra d'indipendenza venne anche inaugurata la prima scuola. Gli emigrati tedeschi, assistiti da sacerdoti loro connazionali fin dal 1341, ebbero una chiesa propria nel 1785. Gli Agostiniani vi aprirono una casa del loro Ordine nel 1801. L's apr. 1808 rutta la Pennsylvania e il Delaware con l'ovest e il sud del Nuovo Jersey furono eretti in diocesi con sede e F. Primo vescovo in mons. M. Egan (m. nel 1814). Nel 1843 il territorio della diocesi venne smembrato con la creazione della nuova diocesi di Pittsburg.

II 12 febbr. 1873 F. era elevato a metropoli. Patroni dell'arcidiocesi: l'Immacolata Concezione (8 dic.) e gli apostoli Pietro e Paolo ( 29 giugno). L'arcidiocesi fu salentemente consocrata al S.ma Cuore di Gesù il 15 ott. 1873.

Bibs.: I. L. Kirlin, Catholicity in Philadelphie from the earliest missionaries down to the present time, Filadelfia 1909; J. F. Loughlin, Philadelphie, in Cuth. Enc., XI, pp. 725-96; D. C. Shearer, Pontificia americana... (1183-1884), Washington 1933. v. indice: J. Garrachan, The Sessile of the middle United States, Nuova York 1938, passim: The official mitode: directays for 1941, Nuova York 1947, part. 2*, pp. 222-44. Corrado Morin

FILAGATO: v. GIOVANNI XVI, ANTIPAPA.
FILANGIERI, Gaetano. - Giurista, n. a Napoli il 22 ag. 1753 , m. a Vico Equense il 21 luglio 1788.

Deve la sua fama, grandissima ai suoi tempi, ora quasi tramontata, all'opera Scienza della legislazione (Napoli 1780 sgg.). Credente nella raison illuministica, vede nella saggezza di una legislazione razionale il più sicuro metodo etico-politico, non senza talora il pericolo di cadere in un astrattismo e meccanicismo giuridici (male comune, però, a tutti i teorici del dispotismo illuminato), pericolo che è d'altronde spesso evitato per le consapevoli soluzioni utilitaristiche ed individualistiche sostenute nei problemi dello Stato.

Favorevole ad una monarchia temperata esalta la funzione equilibratrice (tra essa e il popolo) di un a rango intermedio n; nobiltà e magistratura; soluzione che affonda le radici nel pensiero di Montesquieu. Il F. non è in tutto legato all'esprit géométrique: nel delineare, ad es., il concetto di nazione già percepisce come esso si fondi sulla coscienza e sulla volontà. Naturalmente però il nucleo centrale delle sue teoriche a schiettamente illuministico: ogni soluzione statale è per F. in particolar modo soluzione eudemonistica; alla realizzazione della felicità sulla terra tende pure il suo pacifismo nonché il suo umanitarismo.

Nel campo sociale è favorevole all'eversione della feudalità, e in quello economico alla premisenza dell'agricoltura e all'imposta unica. Nel campo del diritto penale è stranuo difensore della persona contro le poche garanzie che danno i processi fondati sul metodo inquisitivo. Nel campo educativo è propugnatore dell'istruzione di Stato, la quale può formare generalmente il "cittadino": il metodo educativo del F. si riallaccia all'astrattismo naturalistico del secolo : è la natura "questo unico maestro che regala l'ordine progressivo della pedagogia; naturalmente il suo acuto sguardo scioglie nella concreta tecnica educativa le durezze iniziali quando riconosce le esigenze dello spirito che è libero. La Scienza della legislazione fu posta all'Indice il 6 dic. 1784, evidentemente per i suoi postulati razionalistici a giurisdizionalistici.

Bibs.: G. Nisio, Il libro IV della Scienza della legislazione intorno alle leggi che rimandano la educazione, Roma 1904; P. Gentile, L'opera di G. F., Bologna 1912; G. De Buggiero, Il pensiero politico meridionale nel sere, XVIII e XIX, Bari 1922, p. 87 sge.; U. Spirito, Il pensiero pedagogico di G. F., Firenze 1924; B. Croce, Storia del Regno di Napoli, Bari 1924. v. indice; G. C. Mascolo Sowa, L'educazione nazionale in G. F., Palermo 1941; B. Brunello, Il pensiero politico italiano del Settecento, Milano 1942, p. 236 sgg.; L. Salvatmodli, Il pensiero politico italiano dal 1900 al 1870, 3 e ed., Torino 1942, p. 37 sge.; E. Naselli Rocca, F., Brescia 1950. Massimo Petrocchi

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FILANTROPISMO: v. BASEDOW, JOHANN BERNHARD.
FILARET (Fedor), Nikitić Romanov, patriarca di Mosca. - Fu uno dei bojari o grandi nella corte dell'ultimo rarihido Teodoro ( 1584-98 ). Boris Goduzov costrinse il F. a farsi monaco. Il \& falso Demetrio s lo nomino metropolita di Rostov (1605). Come tale aderi al falso secondo Demetrio. Si recò poi dal re polacco Sigismondo Wasa per indurlo a far incoronare il figlio Ladislso zar della Russia (r6tr). Sigismondo foce arrestare in Polonia F., il quale soltanto nel 1619 poté ritornare in Russia, dove nel frattempo suo figlio Michele era stato incoronato sar. F. fu fatto quello stesso anno patriarca di Mosea.

Si adoperò alla riforma dell'amministrazione patriarale. In un Sinedo ordinò che tutti i Latini possati alla Chiesa russa dissidente fossero ribattezzati. In generale F. combatté l'influenza dell' Occidente, e in Polonia favorl la nuova gerarchia scismatica contro gli Orientali uniti a Roma. Il F. prese parte al governo col titolo di gran signore (valibij gazadar). Con cauto moderazione il F. portò a termine una profonda riforma del libri liturgici. In ciò egli si distingue favorevolmente in confronto del patriarca Nilson, il futuro riformatore della liturgia russa. M. nel 1633 .

Bibl.: P. Pascal. Avrahum et les dibats du Raskol, Parigi 1038, indice: A. M. Ammann, Storia della Chiesa russa, Torino 1948, p. 203 seg.

Alberto M. Ammann
FILARETE. - Antonio Averlino o Averulino, detto il F., scultore e architetto italiano, n. a Firenze verso il 1400 , m. dopo il 1465 . Figlio di un maestro d'intaglio, fu forse da giovane aluto del Ghiberti nella prima porta del Battistero; chiamato da Eugenio IV, si recò a Roma nel 1433, ove lavorò per dodici anni alla porta bronzea di S. Pietro, conducendo contemporaneamente altri lavori, tra i quali gli viene attribuita la tomba del card. Antonio Chiaves in S. Giovanni in Laterano, che dovette però lasciare a mezzo, perché costretto a fuggire in seguito all'accusa mossagli di voler rubare la testa del Battista. Tornato a Firenze, se ne allontanò presto per peregrinare nella Lombardia a nel Veneto, finché nel 1449 si stabili a Venezia, da dove ripartì ancora, però, per recarsi a Milano, raccomandato a Francesco Sforza da Piero de' Medici.

Qui condusse specialmente lavori di architettura, tra cui la facciata del Castello, ma per contrasti sorti con gli altri ingegneri, chiese licenza ai duca; tuttavia nel 1456 era ancora a Milano a ricevera la commissione della sua più grande opera milanese, l'Ospedale Maggiore, per la quale preparo il progetto e alla cui costruzione attese fino al 1465 . Dopo tale data si perdono anche le sue tracce. Tra le altre sue attività ai ricorda che nel 1458 venne nominato ingegnere della Fabbrica del Duomo, e che fu in varie citrà del ducato quale consulente del duca. Ed
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FILARETE - Esterno dell'Ospedale Maggiore - Milano.
storia dell'architettura, Firenze 1038, p. 182 seg. Gilberto Ronci FILARETE di Calabria, santo - Asceeta lussliano, n. a Palermo nel rozo da genitori calabresi, deportati dai Saraceni, m. il 6 apr. 1070. La sua famiglia riacquistò la libertà nel ro38 e con essa F. si portò in Calabria. Nel ro4o era a Reggio; poco dopo si ritirava nel monastero di Autima, presso Tauriano; quindi a Sinopoli a infine, a 25 anni, a S. Elia sopra Palmi, dove si mise sotto la guida ascetica dell'abate Oreste, che lo esercitò con rigore nella vita spirituale. Fu sottoposto a molte mortificazioni e infine fu messo a guardia della seudoria. Ma si impose ai coetanei, che lo consideravano un santo. Fu venerato con culto pubblico a S. Elia (Palmi), al quale fu aggiunto il suo nome, e a Palermo, nella cui cattedrale si conservano alcune reliquie.

Bibl.: La vita fu scritta in greco dal suo discopolo il monaco Nilo e si conserva nel cod. 20 (ff. 3-14) della Biblioteca universitaria di Messina, con copia nei codd. II. E. in di Palermo e II. A. 26 di Napoli. Fu tradotta in latino da A. Fiorito e pubblicata da O. Gastoni, in Vline SS. Siculatum, II. Palermo 1627, pp. 112 127, e in Acta SS. Apellis, I (1865), pp. 603-16; A. Monzione, Vita di s. F. confessore, Palermo 1703; D. Martire, Calabria sacra e profana, I, Casanza 1877, pp. 266-304; M. Amori, Storia dei musulmani in Sicilia, II, Catania 1935, pp. 471-72.

Francesco Russo
FILARETE, Vasilij MichajloviĆ Dzozdov, metropolita di Mosca. - N. il 26 dic. 1782 , m. il 19 nov. 1867 , studiò a Colomna e nella laura della S.ma Trinità, dove anche cominciò ad insegnare. Diventato monaco fu rettore dell'Accademia ecclesiastica di Pietroburgo e poi vescovo vicario. Nel 1819 fu eletto arcivescovo di Tver e membro del S. Sinodo. Passato nel 1820 alla sede di Jaroslav, fu insediato nel 1826 eome metropolita di Mosca. F. fu zelante pastore, predicatore eloquente; la sua attivita si estendeva su tutta la Russia, Chiesa e Stato.

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Per ca. 50 anni fu considerato come un oracolo a colmato di onori a decorazioni. Salvo nel periodo dell'influenza del procuratore generale del S. Sinodo, Protasov, F. decideva le questioni teologiche a canoniche. Travo resistenza nel suo intento, finalmente riuscito, di tradurre la S. Scrittura in russo e di sostituire lo slavo ecclesiastico in certe preghiere usuali (Pater, Credo, ecc.) con il russo. La celebre riforma di Protasov del 1836 , che interruppe la tradizione protestantizzante di Teofane Procopovič, lo costrinse a nasconders lo sue opinioni protestantiche ( x. il suo scritto Talukonic raznosti medda sostodnuju i zupadnaju Cerkoviju o ućrnii vory s Sulla differenza tra la Chiesa orientale e la Chiesa occidentale nella dottrina della fede x, di cui si trovano alcune tracce nelle due prime redazioni del suo grande catechismo (Christianskij katichisti pravoslavnyja grekavastijshija Cerkvi, ecc., Mosca 1823 \times 1827 ), corrette poi nella terza redazione del 1839 . Il catechismo ebbe molte edizioni e fu tradotto in molte lingue. I numerosi scritti di F., rapporti, avvisi, risposte, decisioni di ordine dottrinale, canonico, amministrativo, politico, furono pubblicati in gran parte dopo la sua morte. L'influenza esercitata da F. sulla teologia russa è immersa.

Bibl.: M. Jagi, s. v. in DThC, coll. 1376-95; A. M. Ammann, Storia della Chiesa russa, Torino 1948 (v. indice).

Bernardo Schultze
FILARETE GUMILEVSKIJ. - Arcivescovo di Cernigov (1805-66), n. Konobejevskij, detto v kumilevskij e dal latino kumiľis, a causa della sua piccola statura ed umiltà.

Dopo brillanti studi ecclesiastici si fece monaco, assumendo il nome di F. in onore di F. Drozdov, allora metropolita. Insegnò nell'accademia ecclesiastica di Mo. sca storia ecclesiastica, S. Scrittura, teologia morale e pastorale; diventò poi archimandrita e rettore dell'Accademia. Nel 1841 diventò vescovo di Riga, dove propagò la sua dottrina fra i contadini protestanti, nel 1848 di Charkov e nel 1859 arcivescovo di Cernigov. F. fu uno dei più dotti ed eruditi prelati della sua epoca. Egli fondò la rivista dell'Accademia ecclesiastica intitolata Le opere dei ss. Padri in traduzione russa, con aggiunte di contenuto ecclesiastico (queste aggiunte formano la rivista propriamente detta, che, dal 1891, fu sostituita dal Dogadovskij Vestnik, ossia e Messaggero teologico s). F. fu uno degli scrittori ecclesiastici russi più fecondi, non scavro però dei difetti ordinati nei poligrafi; si contano di lui 159 opere. Tra le più importanti: Compendio della letteratura ecclesiastica russa (a voll., Charkov e Pietroburgo 1859-61; 3^{°} ed. Pietroburgo 1884); Insegnamento storico rui sv. Padri (3 voll., Pietroburgo 1859); Storia della Chiesa russa (fino all'anno 1827 [ 4^{°} ed. Cernigov 1862-63]), che servil a lungo di manuale, ma oggi è superata; Teologia dogmatica ortodossa (a voll., Cernigov 1864; 5^{°} ed. Pietroburgo 1882), capolavoro teologico dell'autore. F. ha scritto anche sugli innografi ed inni della Chiesa greca, sui santi russi, sulla Lettera ai Galati e sulla dottrina di s. Giovanni intorno al Verbo, e ha pubblicato 6 voll. di prediche, omelie ed orazioni.

Bibl.: M. Jagi, Philarete G., in DThC, XII, coll. 1395-98; A. M. Ammann, Storia della Chiesa russa, Torino 1948 (v. indice).

Bernardo Schultze
FILARGO, PIETRO, cardinale: V. ALESSANDRO V. ANTIPAPA.

FILASTRIO di Brescia. - Scrittore ecclesiastico del Iv sec., m. fra il 391 e 397. Dal discorso che tenne in onore di lui il suo successore s. Gaudenzio, nel 13^{°} anniversario della morte (PL 20, 997-1002, CSEL 68, pp. 135-39), apprendiamo che F., lasciata la sua patria (che non è nominata), fu ordinato presbitero e peregrino per quasi tutto il mondo romano a predicare la parola del Signore, combattendo contro i gentili, giudei ed eretici, soprattutto contro l'arianesimo, e affrontando per questo anche pene corporali. A Milano si oppose ad Aussenzio, il predecessore ariano di Ambrogio; faticò
pure lungo tempo a Roma; venuto poi a Brescia, ne fu eletto vescovo, settimo nella serie dei pastori della Chiesa bresciana: questo non dopo il 381, nel quale anno egli sottoscrisse, come vescovo di Brescia, gli atti del Concilio di Aquileia. Anche da vescovo fu qualche volta a Milano, presso s. Ambrogio, con il quale lo vide s. Agostino (Ep. 232, a), fra il 384 e il 387 .

Compose un Liber de hoeresibus, fra il 383 e il 391, in cui ammetto 156 eresie, 28 giudalche e 128 cristiane. L'elenco di queste ultime è diviso in due parti, di 64 capitoli ciascuna: la prima, più concisa, dà la biografia di eretici ed eresiarchi, la seconda, modellandosi sulle raccolte dossografiche, si diffonde nell'esposizione delle dottrina. Il grande numero di eresie - quasi il doppio di quelle enumerate da s. Epifanio, che nel suo Diserem ne aveva elencato 80 - raggruppate in uno schematismo numerico evidentemente artificioso, è raggiunto mediante ripetizioni e sdoppiamento viziosi, contando fra le eresie, sia giudiziche che cristiane, anche interpretazioni di paesi biblici ritenute erronee dall'autore; il quale, come rilevava già s. Agostino (epist. cit.), non aveva chiaro il concetto di eresia. Agostino, che rimprovera il medesimo difetto anche a Epifanio, ritiene tuttavia quest'ultimo superiore a F. Questi, invero, non dimostra né senso storico né attitudini speculative. La parte interessante della sua opera è quella che comprende le ultime 64 eresie (capp. 93-156), av'egli sembra parlare con conoscenza diretta. Per il resto, non sono ancora state studiate a sofficenza le fonti. Si pensò dapprima che F. avesse attinto alla menzionata opera di Epifanio; ora prevale l'opinione che i due si siano serviti d'una medesima fonte, il Syntagma di Ippolita. Sebbene di scarso valore, l'opera di F. ebbe una fortuna non disprezzabile, essendosene serviti s. Gaudenzio, s. Agostino nel trattato omonimo e il cosiddetto Predestinato.

Bib.: Edimani: PL 12, 1111-1302, che riproduce l'od. di P. Galeardi, Brescia 1738; CSEL 38, a cura di F. Marc. Sradj: oltre l'introduzione del Marc alle cit. ed., P. C. Jurat, Etude grammaticale sur le latin de St. F., Erlangen 1004; J. Wintig, Filasterias, Gomiontins med Ambrosiaster, in Kienbengashidah, Abbandlangen, 8 (1909), pp. 1-36; Schaan, IV, pp. 334-97; P. Manito, Hippolyte contre les Hérdian, Parigi 1940, p. 61 202, p. 67 ; Bardenhewer, III, pp. 481-83, Moriecs, II, 4, pp. 579-82. Michele Pifkarnio
FILATTERIE (gr. φuλαντήρια + amuleti s).
Strisce di pergamena, ove sono scritti passi della legge mosaica. Quest'usanza attestata fra i Giudei, oltre che dal Vangelo (Mt. 23, 5), da Flavio Giuseppe (Antiq. Jud., IV, 21-23) e da antichi scrittori cristiani, è collegata ad una falsa interpretazione della calda raccomandazione, in Ec. 13, 9.16 e Deut. 6, 8; 11, 18, di ricordare e osservare costantemente la legge di Dio.

In seguito a un'esegesi servile s'introdusse l'obbligo (forse fin dal tempo di Eadra, o poco dopo) di un arnese di preghiera, formato dalle "parole divine" (Deut. 6, 4-9; 11, 13-21; Nato. 15, 37-41), trascritte in passi di pergamena, chiuse in due capsule di cuoio, le quali, al momento della preghiera, si legavano al braccio sinistra ed al capo, di modo che la capsula pendesse in mezzo agli occhi. Nella Midnith sono dette tephillîm ( x preghiere s ) e si danno norme precise al riguardo. Non le dovevano portare né le donne, né gli schiavi, né i bambini. Legato a quest'uso è quello della suâsîzidî.

Angelo Perna
FILEA e FILOROMO, santi, martiri. - Filtra da giovane ricoprì importanti cariche civili; ricco, dotto, influente, fu poi vescovo di T'muis. Arrestato con altri vescovi nella persecuzione di Diocleziano, dal carcere scrisse, insieme a loro, a Melezio di Licopoli che faceva abusivamente ordinazioni in altre diocesi. Scrisse anche ai suoi fedeli sopra l'eroismo dei martiri. Il suo coraggio nell'affrontare il martirio converti l'alto ufficiale Filoromo, che fu decollato insieme a lui. Festa il 4 febbr.

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Fillelfo, Francesco - Lettera autograla a Ottaviano Ubaldini con la quale il F. invia la Consolatio ad Torabun Marcellum patricium Feustum... de obitu Valertifilii (1401) - Biblioteca Vaticana, cod. Vat. lat. 1790, I, 11.

BibL.: Eusebio. Hist. estl., VIII, 6-10; Acta SS. Februaril, I. Parig: 1863, pp. 429-64; E. Le Blanc, Notes sur les actes de si Philass, in Nuove intli. arch. citd., 2 (1896), pp. 27-33; J. R. Knipling, The date of the Acts of Philess and Philareams, in Haru. theol. res., 16 (1923), pp. 198-203; Martyr. Romanum, pp. 48-49.

Vincenzo Monachino
Fillelfo, Francesco: - Umanista n. il 25 luglio 1398 a Tolentino nella Marca d'Ancona, m. a Firenze il 31 luglio 148 r . Scolaro in Padova di Gasparino Barzizza, completò i suoi studi a Costantinopoli a apesù la nipote di Manuele Crisciora. Polemista vivace, avverso a Cosimo dei Medici, seguace dei Visconti e poi degli Sforza, fini al servizio di Lorenzo il Magnifico.

Traduttore e commentatore di Aristotele (Rhetorica ad Alexandrum e Ethica Nicomachea), il suo interesse prevalente per problemi di retorica e di morale si orientó in senso peripatctico, anche se non di rado egli tentd, secondo un costume diffuso, l'accordo fra aristotelismo e platonismo. I suoi scritti filosofici più importanti, a cioè le ancora inedite Commentationes Florentinae de exilio ( 1440 ca .), 1 Consivia Medialanensia (1443), il De morali disciplina (cominciato nel 1473 e truccato al libro V della morte), le Epistole (ed. a Venezia nel 1302), rivelano un senso concreto del valore dei beni terreni, del piacere corporeo, non disgiunto della consapevolezza del significato dei valori del cristianesimo. Il concetto aristotelico che l'uomo non è solo spirito, ma sintesi concreta di corpo e anima, stesolo, individuo vivente in cui l'anima è ratio perfetto di un corpo che ha la vita in potenza e, lo rendeva avverso ad ogni ascetismo stoicizzante o platonizzante. Di qui appunto la sua simpatia per Epicuro
del quale, specialmente in alcune lettere, tesse l'elogio. Ma sempre senza che ciò significhi polemica anticristiana in senso paganeggiante. Epicuro è visto come il pensatore che, riconoscendo la terrestre missione dell'uomo, gli ha proposto un modello di vita purissinto, quello della calma, della pace, della alipia ( \dot{θ}-intris - senza dolore) non contrastante in se stesso con le idealità cristiane. Il F. scrisse inoltre: poemi, epistole, satire (ingiuste le accuse contro Pio II), epigrammi, odi, traduzioni, e, a edificazione degli indotti, una Vita di s. Giovanni Battista in terzine, e pensò di ricavare il suo capolavoro configurando all' Iliade un poema latino, Ephesias, in lode di Francesco Sforza.

Biel.: C. De Rosmini, Vita di F. F., 3 voll., Milano 1808; A. Messer, De morali disciplina, in Archiv for Gesch. der Philas., 9 (1898), pp. 337-41; F. Tosco, Ancora del De morali disciplina, ibid., pp. 486-91; G. Bonadduci, Contributo alla bibliografia di F. F., Tolentino 1902; G. Gentile, La filosofia, Milano s. d., p. 295 sgg.; G. Salita, Filosofia italiana e umanesimo, Venezia 1908, pp. 69-67; E. Gorin, Testi inediti e rari di C. Landius F. F., Firenze 1949, pp. 37-49.

Eugenio Gorin
FILEMONE, ePISTOLA a. - Lettera indirizzata da s. Paolo al discepolo e amico F., a favore dello schiavo fuggitivo Onesimo.

Questo scritte, denominato spesso "biglietto", presenta tutti gli elementi protocollari di una vera lettera: indirizzo, augurio di grazia e di pace, elogio del destinatario (vv. 1-7), argomento trattato con relativa ampiezza (vv. 8-21), notizie, augurio finale (v. 22 sgg.). Il tono affettuoso e confidenziale avvicina questa, che è la più breve delle lettere peoline (più lunga, tuttavia, della II e III Giovanni, e di molti scritti dell'antichità che vanno sotto il nome di lettera), particolarmente alla Filippesi; saggio ambedue della delicatezza e della nobiltà di Paolo, che sa coltivare le amicizie senza abdicare alla propria autorità.

Onesimo, schiavo di un facoltoso cristiano di Colosse (v.), convertito da Paolo probabilmente durante il ministero efesino ( 33-56 ca.), era fuggito dalla casa del suo padrone. Il nome di Onesimo (v utile, fruttuoso e; cf. v. 11) era smentito dal fatto che egli aveva in più maniere, forse anche con il furto, danneggiato il proprio padrone. Mentre nella città dove s'era rifugiato (Roma, con maggiore probabilita: v. retoronta, avuenca della) trepidava per le possibili ricerche della polizia, seppe che (vi era Paolo, l'amico del suo padrone. Non è escluso che Onesimo si sia, nella fuga, diretto appositamente dove sapeva di trovare l'Apostolo. Questi lo tenne presso di sé, istruendolo intorno a quella religione nuova che poneva su uno stesso piano divino liberi e schiavi, affratellandoli in Cristo. La conquista non dovette riuscire difficile, data la bellezza (soprattutto per uno schiavo) di questo ideale, la bontà del predicatore, l'esperienza già fatta da Onesimo della mitezza del suo padrone, cristiano. Né va esclusa, in Onesimo, una segreta speranza che l'abbracciare la religione di Paolo e di F. fosse la via buona per uscire dalla sua umiliante condizione sociale.

Paolo pensò, in un primo tempo, di tenere Onesimo presso di sé (v. 13); ma ciò gli parve poco delicato verso l'amico; al quale voleva, invece, offrire l'occasione non solo di compiere un atto di clemenza, quale poteva fare anche un pagano, ma di attuare nella maniera più generosa i principi della morale cristiana nella vita sociale, accogliendo Onesimo, non più come schiavo, ma come fratello in Cristo. Paolo poi se ne rendeva garante e argutamente si dichiarava anche pronto a pagare i danni che lo schiavo aveva arrecato, se non bastava il fatto che F. gli doveva se stesso, ossia il suo essere di cristiano (v. 18 sg .). Non domandava, in termini espliciti, l'affrancamento dello schiavo; ma dicendo di ritenersi

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sicuro che F. avrebbe fatto assai più di quello che gli veniva richiesto, lasciava capire chiaramente quale fosse la meta a cui tendeva il cristianesimo in rapporto alla schiavitù, pur senza propugnare mezzi violenti e rivoluzionari. L'abolizione della schiavitù doveva essere il frutto di una lenta ma profonda trasformazione della coscienza collettiva.

L'affinità dell'argomento ha suggerito il confronto della F. con due lettere indirizzate da Plinio il Giovane a Sabiniano (Ques, ed. A. M. Guillemin, III, Parigi 1928, pp. 114 sg., 118). Nella prima Plinio s'interpone a favore di un liberto fuggito dalla casa di Sabiniano; nella seconda ringrazia costui per avere aderito alla sua preghiera. Il caso riguarda, dunque, non uno schiavo, ma un affrancato. Inoltre, Plinio lascia capire che a una ricaduta la punizione potrà venire applicata: ciò esula dalla prospettiva della F. che contempla rapporti del tutto nuovi tra padrone e schiavo, ispirati da amore reciproco. La distanza tra il servo e il padrone resta intatta nelle lettere di Plinio; né poteva consentire di accucciarla quella virtù fondamentale per uno stoico che era il culto di ciò che conviene ( 76 mqénov; cf. J. Huby, p. 117 sg.). Anche sotto l'aspetto dell'abilità nel trattare l'argomento, della spontaneità e dell'arguzia, la F. seguiva lo scritto pagano, restando un capolavoro d'arte opi. stolare (E. Renan, L'Antichrist, Parigi 1873, p. 96), è soprattutto di dignità e di nobiltà cristiana, fondato sui saldissimi motivi della partecipazione alla vita divina in Cristo. La F. doveva offrire alle future generazioni un esempio pratico dell'applicazione di questi principi.

L'autenticità paolina è stata messa in dubbio solo da qualche seguace della critica più radicale, come F. C. Baur, C. Weiszsecker, B. Steck; mentre gli altri sono d'accordo nel riconoscere che la F. porta in sé le migliori geranzie della propria origine (cf. P. Feins-J. Behm, Einleitung in das Neue Test., 84 ed., Lipsia 1936, p. 195). Che essa sia stata poco citata nell'antichità non può recare meraviglia, tenuto conto della sua brevità, della destinazione a un privato e del fatto che il suo substrato dottrinale si raccoglieva, anche più chiaramente, da altre lettere paoline. S. Girolamo parla in termini generici di qualche dubbio sotto circa l'autenticità paolina, con riflessi sul carattere sacro dello scritto : ciò che non impediva, però, il consenso della Chiesa sull'uno o sull'altro punto (In Epist. ad Philom.: PL 26, 635-38). Espliciti riconoscimenti ai hanno nel Frammento muratoriano (Enchiridion biblicum, Roma 1927, n. 4), in Origene (In Ier., 19, 2: PG 13, 501) e in Tertulliano (Contra Marcianem, 5, 21 : PL 2, 524 [556]).

Bttt.: Commenti recenti : J. B. Lightfoot, St. Paul's Epistles to the Colossians and to Philomou, 14* ed., Londra 1904; M. R. Vincent, A critical and exegetical commentary to the Epistles to the Philippians and to Philomou, 3^{2} ed., Edimburgo 1911; J. Knabenhauer, Commentarius in S. Pouti Apostoli Epistolas ad Thessalonicosam, ad Timotheum, ad Titium et ad Philemonem, Parigi 1913; M. Dibalius, Au die Kalmuer. Au die Ephieer. Au Philomou, 2^{°} ed., Tubinga 1927; E. F. Scott. The Epistles of Paul to the Colossians, to Philomou and to the Ephestians, Londra 1930, ristampa 1948; M. Meinertz, Die Oefangenschaftsbriefe des heiligen Paulos, 4^{°} ed., Bonn 1951, pp. 107-20. J. Huby, St Paul. Les Eptires de la captivité (Verbum saluti, 81, 2^{°} ed., Poria) 1932, pp. 111 122; A. Médebiello, Eptire à Philomou, in La Ste Bible, ed. L. Pirat, XII, ivi 1238, pp. 239-68. Studi : M. Meinertz, Der Philemonbrief und die Persönlichkeits des Apostols Paulos, Düsseldorf 1921; M. Roberti, La lettera di 1. Paolo a F. e la condizione giuridica della schiava fuggitiva, Milano 1935; J. Knox, Philomou among the Letters of Paul. A new wiew of its place and importance, Londra 1935; B. Garofalo, Del reetire cristiano, La lettera di 1. Paolo a F., in Humanitas, 1 (1936), pp. 22-92.

FILEMONE di Tebalde, santo. - Martire, m. sotto Diocleziano. Secondo la sua Passio, leggendaria, F. era attore teatrale. Convertitosi al cristianesimo, pari il martirio ad Antinoe insieme ad altri cinque. La sua festa presso i Latini è l'8 marzo, a Costantinopoli il 14 dic.

Bttt.: Acta SS. Maii. I, Anversa 1698, pp. 710-96; H. Delehaye, Les origines du culte des martyrs, 2^{°} ed., Parigi 1933, p. 218 sg; Martyr. Romanum, p. 89.

FILIAZIONE. - E il rapporto giuridico tra genitori e figli o la relazione di figliolanza. Alla base del rapporto di f. sta nel diritto naturale un vincolo di sangue (consanguineità). Ma la legge civile conosce anche una forma di rapporto, che viene regolato come di f., benché manchi il fatto naturale della generazione (f. naturale e f. civile). Quest'ultimo rapporto prende il nome di adozione (v.), cui accede il rapporto più attenuato di affiliazione (v.).

D'altra parte il fatto della generazione può aver luogo nel matrimonio a fuori. La legge, pur disapprovando il rapporto irregolare, disciplina non solo la f. secundam legem, ma anche tutti i diversi casi di figli procreati fuori del matrimonio, pur riconoscendo pienezza di diritti alla sola f. legittima, che costituisce la base della famiglia in senso proprio. Inoltre i figli illegittimi, cioè procreati fuori del matrimonio, vengono considerati in modo diverso, a seconda della diversa condizione in cui si possono venire a trovare. Il vocabolo f. è piuttosto di uso civilistico, mentre nel CIC e nella dottrina etico la materia è compresa sotto altri titoli (famiglia, figli, legittimazione, matrimonio, prole, ecc.).

Per una trattazione unica al complesso dei rapporti giuridici ed etici di figliolanza, v. Prole. Pietro Palescini

FILIBERTO, santo. - N. nel 616-20, m. il 20 ag. 683. Apostolo e patrono della Vandea. Di nobile famiglia, probabilmente originaria di Eauze, fu educato alla corte di Dagoberto I, dove godette dell'amicizia di s. Ouen arcivescovo di Rouen. Disgustato della mondanità della corte, e 21 anni, si fece monaco a Rebais sotto l'abate s. Agila di cui fu successore.

All'inizio del suo governo sostenne un'aperta ribellione di alcuni monaci. Forse in seguito alla propria esperienza si propose un piano di riforma della vita monastica e, lasciato Rebais, visitò parecchi monastero della Francia e dell'Italia, specialmente Luxeuil e Bobbio per studiare sul posto le regole e lo spirito dei diversi Ordini. Da allora non si occupò più di Rebais e pensò a nuove fondazioni. Ca. il 630 fondò sulla Senna il celebre monastero di S. Pietro di Jumièges e ne fu il primo abate; poco dopo fondò in una località imprevista un monastero femminile cui propose Austreberts già badessa di Port-le-Grand, in seguito stabilitasi definitivamente a Pavilly. Nel 677 F. fuggendo la persecuzione di Ebroine, si rifugiò presso Amonide vescovo di Poitiers, il quale lo aiutò a fondare nell'isola di Her il monastero di Noirmoutier, poi chiamato di S. Filiberto. Nel 683-84, morto Ebroine, poté tornare a Jumièges e fondò a Montfelliers un altro monastero femminile. Dopo la morte dell'amico s. Ouen (684), partì da Jumièges, vi lasciò abate s. Acardo e si ritirò a Noirmoutier.

Bttt.: Acta SS. Augusti, IV, Parigi 1867, pp. 66-95; J. Loth, Histoire de l'oblese royale en St-Pierre de Jumièges, I, Rouen 1882, pp. 1-49; Vita, miracula, annulazione 1. Philiberi, in R. Poupardin, Monuments de l'histoire des abbayes de la Philibert, Parigi 1903, pp. 1-70; L. Jaud, St Philiberi, ivi 1910; H. Curs, St Philbert le Thannaturge, Marsiglia 1936.

Ulderico Vicentini
FILIGAIA, Vincenzo da. - Poeta, n. a Firenze il 30 dic. 1642. Educato dai Gesuiti, frequentò a Pisa gli studi di giurisprudenza, coltivò filosofia e teologia e attese ancora alla musica. La ristrettezza economiche lo riduccero a vivere presso a Figline (Firenze) con la moglie Anna Capponi, poetessa, e i figli Braccio e Scipione.

La vittoria cristiana sui Turchi del 1683 gli ispirò sei Canzoni in occasione dell'assedio e liberazione di Vienna che lo resero famoso. Cosimo III lo nominò senatore, commissario di Volterra e poi di Pisa, e Cristina di Svezia ne fece educare, e sue spese, i figli. M. a Firenze il 14 sett. 1707. E seguito in S. Croce. Alla reggiscita della vita rispose la sincerità dei suoi sentimenti nelle liriche sacre, specialmente nelle canzoni Alla bra-

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tissima Vergine e nei sonetti: Fede in Dio nelle disgrazie, Sopra la divina Provcidenza, Memoria della morte. Il De Sanctis e il Croce videro nel F. un retore versaggistore; il Foscolo ne lodò invece la poesia, perché proclamatrice dei sentimenti più nobili e più eraschi dell'animo; Leopardi, pur accusando di monotonia le canzoni, notò che il F. "parlando sempre di cose della nostra religione ha tolto a imitare quel sommo sublime della Scrittura e per questo sommo sublime si fa pregiare.

BibL.: Opere: Poesie toscane, Firenze 1707; Poesie e lettere, Ivi 1864, Scuoli G. Canoni, V. da F. e le sue opere, Penso 1901: S. Croce, l'eterno e un giudizio del Mononicy su V. da F., in Nocbi segni dello Iett. ital. del Seicento, Bari 1831, pp. 313322; G. Leopardi, Ziboldone, ed. a cura di F. Flora, Milano 1928: I. pp. 35-36, 30-42; II. p. 240; F. Flora, Storia della lett. itol., II. Milano 1948, parte 2^{°}, pp. 723-27. Giovanni Fallani

FILIGRANA. - I. Nell'arte. - Si definisce con tale nome un lavoro di oreficeria in fili d'oro o d'argento torri insieme, intrecciati a formare spesso arabeschi o disegni, saldati nei punti di contatto. Nella dissimulazione delle saldature consiste appunto il segreto che rese per grande tempo il lavoro di f. prerogativa di alcuni orefici.

L'estremo Oriente conobbe forse le f. da tempi molto remoti e dall'Oriente la moda passò a Bisanzio a quindi, durante il mediocvo, ebbe grande diffusione a Genova a Venezia; in Francia entrò invece abbastanza tardi, verso il sec. xvi.

A Venezia, ornati di f. appaiono nelle pale d'argento dornto donato dal patriarca Pellegrino II (11931204) al duomo di Cividale, ma anche molti altri oggetti del tesoro marciano risultano lavorati con tale tecnica; lavoro veneziano il Toesce suppone anche il termaglio ritrovato nella tomba di Clemente IV (m. nel 1288) a Viterbo, come anche gli ornati dei candelabri di cristallo donati da Carlo II d'Angiò al S. Nicola di Bari. Oltre quelli veneziani, vanno ricordati alcuni lavori dei Bizantini stessi, che in Sicilia hanno lasciato, ad es., la ricca tiera d'oro ritrovata nella tomba di Costanza (ora nella sottodiale di Palermo), con smalti, gemme e perle; in essa lo f. ricopre tutta la colotta. F. simili a queste siciliane (che si distinguono dalle veneziane perché la f. non è attorta ma arricciata) e nelle quali va forse veduta anche l'opera di orriati musulmani si ritrovano anche in molti altri oggetti del tesoro normanne di Vienna.

BibL.: H. Havard, Dictionnaire de l'anoublement et de la déroration, Parigi s. d.; P. Toesce, Il mediocvo, II, Torino 1927, col. 814 sgg.; F. Rossi, s. v. in Ene. Ital., XV (1932), p. 288.

Gilberto Ronci
II. Nella bibliofilia. - La bibliofilia, che ha desunto il termine della lavorazione dei metalli, denota con questo nome l'impronta che il cartato ha, sava sul foglio di carta mediante un disegno a filo metallico inserito nella forma (v. carta). La f. costituisce pertanto la marca di fabbrica della carteria, ed è rappresentata da figurazioni svariatissime che talora hanno dato nome a particolari tipi di carta. La più antica che si conosca risale al 1282, e rappresenta una croce.

Poiché veniva impressa al centro del foglio, la sua posizione nelle carte di un libro varia a seconda del formato, in ragione delle piegature che il foglio stesso ha subito. E elemento critico importantissimo per accertare falsi, per determinare data e provenienza di manoscritti e documenti cartacei non datati. Oggi si incontra soltanto in carte di pregio e nella carta da soluta.

BibL.: L'opera fondamentale è C.-M. Briquet, Les filigranes. Dictionnaire historique des marques du papier dès leur apparition vers 1782 (sous le 1600, 4 voll., Ginevre 1907 (nueva tiratura Lipsia 1923), che raccoglie 16.112 facsimili di f. Si veda pure : D. Urbani, Segni di cartiere antiche, Venezia 1870; A. Zanubi, Le marche principali delle carte fide/onni del 1703 al 1709, Fabriano 1881; L. Le Clerl, Le Papier. Recherches et notes pour scrais à l'histoire du papier, préactuellement à Troyes et aux environs depuis le XVIc siècle, 2 voll., Parigi 1926.

Alessandro Pratesi
«FILIOQUE». - Termine dalla Chiesa latina introdotto nel Simbolo niceno-costantinopolitano, recitato di solito nella S. Messa ("Et in Spiritum Sanctum... qui ex Patre Filioque procedit»), che fu respinto invece dai dissidenti orientali come aggiunta illecito, proibita dai concili e, in parte, come causa della divisione della Chiesa d'Oriente da quella di Roma. Per questo pregiudizio, nelle prime sedute del Concilio di Firenze (v.), i Greci con a capo l'efesino Marco Eugenio (mische il Besserione prima di sbiucere lo sciama) vellero a tutti i costi incominciare da qui, contro il parere dei Latini, la controversia trinitaria.

Presso però si accertò l'inutilità di una tale controversia, fintanto che non si aramettasse il dogma sotto l'aggiunta enunciato. Così fu fatto nelle sedute posteriori, che, dopo serie discussioni, diedero come risultato (consentientibus Genesis) la proclamazione della doctrina cattolica intorno alla processione dello Spirito Santo dal Padre e dal Figlio e quindi questa definizione: «Dehniamo pure che la parola " F." è solo una spiegazione per virgplii chiarire la verità, e che in un momento di grave bisogno fu lecitamente e con tutta serietza inserita nel Simbolo" (Denz-U, 691). Una tale aggiunta non è in contrasto con veruna proibizione,