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 dello Spirito Santo dal Padre e dal Figlio e quindi questa definizione: «Dehniamo pure che la parola " F." è solo una spiegazione per virgplii chiarire la verità, e che in un momento di grave bisogno fu lecitamente e con tutta serietza inserita nel Simbolo" (Denz-U, 691). Una tale aggiunta non è in contrasto con veruna proibizione, né della Scrittura, né dei concili, Parche i decreti del Concilio Elesino (Att., VI : Mansi, IV, 1361-64) e quello Calcedonense (Att., V: Mansi, VII, 116) che si adducono in causa, oltre al fatto che essi dichiarano inviolabile non il Simbolo nicenocostantinopolitano, ma il niceno, vietano soltanto il mutamento della sostanza dogmatica, non però l'espressione letteraria del Simbolo.

L'origine storica del F. rimane finora insoluta. La sua origine dovrebbe cercarsi nella Spagna. Alcuni infatti ritengono i Concili Toledani come autori del termine, sebbene anche se ne possa affermare l'esistenza in documenti spagnoli antesiori a quei concili. Primo di tutti sarebbe, a quanto pare, la cosiddetta Fides Damasi, la quale né è tratta dal Simbolo né è l'opera di quel Papa, bensì di un Sigodo di Saragozza dell'a. 380. Quanto poi ai Concili di Toledo, certo è che nel primo di essi (di data incerta) non si trova il F., essendo una tardiva redazione di quel Sinedo il Libellus ad modum Symboli del vescovo Pastore, dove il termine compare. E poi un fatto incontestabile che i Concili Toledani, nonostante il loro carattere essenzialmente antipristilianista, ammisero esplicitamente il F. nel Simbolo niceno-costantinopolitano che trascrivono (Conc. III a. 389; XII, a. 681; XIII, a. 683; XV, a. 688; XVIII, a. 694) e nelle mirabili sintesi teologiche che usavano premettere al Simbolo (Conc. III, a. 389; IV, a. 633; VI, a. 638; XI, a. 672; XVI, a. 693) facendo sì che quella aggiunta disegnasse per il mondo romano, come formula breve a adatta per esprimere l'origine dello Spirito Santo dal Padre e dal Figlio come da un solo principio.

L'aggiunta del F. venne introdotta nella liturgia spagnola mezarabica, la quale appunto nei tempi dei Concili di Toledo toccava lo semit del suo splendore. E fu così che nella Spagna cominciò per la prima volta nell'Occidente l'uso di cantare nella Messa il Simbolo (con l'aggiunta del F.), uso che prima era riservato all'iniziazione bottezionale. Il F. passò dalla Spagna, principalmente per mezzo della liturgia, nella Gallia Narbonese soggetta alla Spagna, quindi in tutta la Gallia, in Germania, e finalmente, forse nel sec. xi, nella Chiesa romana, benché non senza gravi difficoltà e forte resistenza da parte di quest'ultima.

Cade quindi l'accusa dei dissidenti contro il F. come ragione dello sciame orientale. Ecco infatti le tappe più salienti riguardo al prudente atteggiamento di Roma : i) prima del sec. xx, epoca dei primi dissidi fra l'Oriente e l'Occidente a causa del F., non si può addurre documento verano dei papi che universalmente lo imponga. E ingiusto pertanto mettere in causa sia il papa Damaso nel sec. iv, che Pelagio I nel sec. vi, o s. Agatone alla

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fine del sec. vir. a) Il Concilio di Gentilly e i Libri Carolini nell'ottava centuria impugnavano il II Concilio niceno del 787 e s. Tarasio per la loro espressione ex Patre per Filinor invece di quella ex Patre F. già generalmente ammessa in Occidente; ma a papa Adriano I vendicd l'ortodossia di quella prima formola tradizionale nell'O. riente. 3) C'è poi tutto l'attreglamento di s. Leone III contrario all'introduzione in Roma del F., quando, pur confessando sempre nelle sue lettere la fede cattolica della processione dello Spirito ab sitrapur non solo disapprovò le pretese dei monaci latini di Gerusalemme, che volevano introdurre ivi il canto del F. nel Simbolo secondo l'uso occidentale, ma resistette anche a conclusioni analoghe del Sinedo di Aquisgrana sotto Carlomagno, i cui legati furono sconfessati dal Papa nella sacrestia di S. Pietro l'a. 810 ed ebbero l'incarico di far sapere nella Corte imperiale la volontà di Leone, e cioè che il F. non soltanto non sarebbe stato accettato a Roma ma sarebbe stato abolito anche nelle Gallie, come non necessario per la confessione della vera fede.

Questi fatti lasciano intatta la liceità dell'aggiunta, essendo essa questione di opportunità e di prudenza. La Chiesa romana, che ha accettato per l'Occidente l'aggiunta del F. nel Simbolo, non lo ha imposto invece né al Concilio di Firenze, né ai nostri giorni agli orientali cattolici.

Bra...: A. Fabriieri, s. v. in DThC, v. coll. 2309-43; anon., La questione morale nella controversia del F., in Civ. Coli., 1929. III. pp. 190-210; anon., La questione storica della controversia del F., ibid., pp. 469-408; M. Cordilla, Conipendium ideologion reicrotalis, Roma 1939, pp. 126-33; G. Torquemado, Apparatus super decretum Flaveatium Uniceti Graecarum (ed. E. Condal, Concilium Flaveatium, II, 1), Roma 1942, pp. 49-50, 63-66; E. Condal, Il F. nei Concilil di Toledo, in Incontro ai Fratelli separati di Oriente, Roma 1942, pp. 217-22; id., L'aggiunta del F. al Simbolo, ibid., pp. 231-45. Emmanuele Condal

FILIPEPI, SANDRO: v. вотticelli, SANDRO.
FILIPOVIC, Simeone. - Francescano, n. a Seonica in Bosnia il 30 sett. 1732 da una piissima famiglia, m. a Ripatransone (Italia) il 9 maggio 1802. Studiò in Italia e, tornato in Bosnia, per più di 20 anni attese con grande zelo alla cura delle anime nelle varie parrocchie francescane durante la durissima oppressione dei Turchi, esasperati per le sconfitte subite nelle guerre del 1683-1718, a cui avevano partecipato anche i cattolici di Bosnia.

Nel 1782 tornò a Ripatransone, dove, nel silenzio e nella penitenza, visse fino alla morte. La fama della sua santità, sparsasi subito tra il popolo, viene continuamente confermata da numerosi favori celesti dovuti alla sua intercessione. E in corso il processo di beatificazione.

Biel.: R. Veccia, Cenni sulla vita del serco di Dio p. S. F., Ripatransone 1870; Acta Ordinis Fratrum Min., 50 (1931), p. 46, n. 66; Martyr. Franccianum, Vicenza 1939, p. 172.

Pietro Capitua
FILIPPESI, Epistola ai. - Una delle quattro lettere della prigionia, indirizzata da s. Paolo alla comunità di Filippi.

Somoastro: I. Indole. - II. Analisi e contenuto. - III. Occasione. - IV. Autenticità paolina e unità.
I. Indole. - La F. presenta una fisonomia inconfondibile rispetto alle altre lettere paoline, comprese quelle del gruppo in cui viene comunemente considerato, dalle quali si differenzia per il contenuto e per il tono, se non per il luogo e le circostanze di composizione. A parte la brevissima Epistola a Filemone (v.), che, per la destinazione e per l'argomento, ha carattere del tutto personale, la F. è la più familiare delle lettere paoline i lettera più di ogni altra. E' imporstata alla confidenza più cordiale, aveva d'ogni preoccupazione: Paolo sa bene di essere compreso, che non c'è tra lui e i suoi corrispondenti pericolo di quegli equivoci, che poteva creare,
p. es., la cavillosa faziosità dei fedeli di Corinta. Apre perciò il suo cuore con la semplicità e la sicurezza di un padre, e fa sentire, di riflesso ma con evidenza, la devozione dei lettori. Alcune battute polemiche non toccano i destinatari, ma i nemici dichiarati della predicazione di Paolo, i giudizi. zanti (3, 2-11), che sembrano estranei alla comunità, oppure quei membri della comunità che sono venuti meno alla loro vocazione al punto che si possono chiamare «nemici della Croce di Cristo» (3, 18 sg.; cf. J. H. Michael, pp. 132 sgg., 171 sg.; W. Michaelis, pp. 52 sgg., 61 sg.). La lettera rispecchia bene i rapporti che sono corsi costantemente tra Paolo e la Chiesa di Filippi, la fedelissima tra quelle fondate da lui, l'unica in cui dottrine erronee e notevoli divisioni d'animi non abbiano avuto presa. Non per questo l'Apostolo lascia di mettere in guardia contro ogni pericolo di deviazione dottrinale e di raffreddamento nei fervore religioso e contro sintomi di piccole discordie interne (cf. 4,2).

La F. non è uno scritto fondamentalmente dottrinale, da potersi paragonare con le poderose trattazioni delle Epistole ai Romani e ai Galati, e con la I ai Corinti. Non mancano, tuttavia, quanti dogmatici di notevole importanza, primo fra tutti il celebre passo cristologico di 2, 6-11. La vita e la morale cristiana, l'unione mistica con Cristo e il progresso nella perfezione si hanno un posto notevole, ma fuori di ogni schema prestabilito. Questa lettera della gioia, che richiama, più di ogni altro scritto, il Vangelo di s. Luca, è ancora più significativo, come visione cristiana dello vita, in quanto viene da un prigioniero e s'indirizza a fedeli che hanno sofferto e soffrono per la causa di Cristo. Sulla dimora di s. Luce a Filippi, v. filippi.
II. Apalisi e contenuto. - L'indole dello scritto spiega perché sia possibile dividerlo secondo lo schema consueto di parte dottrinale e di parte pratica. Alle notizie che riguardano le presenti condizioni del. l'Apostolo si affiancano, fin dall'inizio, esortazioni ad una vita cristiana più fervorosa, corroborate da motivi d'indole dogmatica. I pensieri si succedono liberamente, legati talora da un filo sottilissimo, ma con molta naturalezza, all'infuori di qualche passaggio piuttosto brusco e inatteso ( 3,1 sg.).

L'esordio ( 1,1-11 ) è meno solenne di quelli della Epistola ai Romani, e delle Epistole I e II ai Corinti; più vicino a quelli delle Epistole I e II ai Tercalonicosi, anche per l'essenza del titolo di "apostolo». Qui Paolo si dice, con Timoteo, "servo di Gesù Cristo".

Dopo il consueto indirizzo a tutti i santi», con particolare menzione degli imienones e dei Sabatoni, e l'augusto di grecia e di pace ( 1 sg .), l'Apostolo ringrazia e manifesta la propria gioia per i doni divini conferiti con tanta larghezza a questa comunità, di cui egli si sente orgoglioso. Ha nel cuore tutti questi cari figli, anche da prigioniero, e mentre lotta per la propaganda e la difesa del Vangelo (3-8), la sua preghiera implora l'esamento della carità nei fedeli, onde conoscenza e per. tichino ciò che è migliore, per essere puri e irreprensibili in preparazione al giorno di Cristo ( 9 sgg.).

Anche la prigionia dall'Apostolo si è volta a profitte del Vangelo: oltre la propaganda cristiana tra i soldati di guardia, essa ha provocato in molti fratelli un maggiore ardore nella predicazione. Alcuni agiscono per un poco indevide antagonismo; ma ciò non conta: purché Cristo sia predicato, da chiunque e per qualunque motivo, l'animo di Paolo ne sarà sempre riempito di gioia sincera (r, 12-18). Tutto tornerà a bene non e ad amore di Cristo, glorificato sia per la vita sia per la morte dell'Apostolo; per il quale «il vivere è Cristo e il morire un guadagno»: pronto a sacrificare il desiderio di venire adulto dal vincoli del corpo ed essere con Cristo, per rimanere, come di fatto rimarrà, a maggiore profitto di questi fedeli, che egli conta di rivedere ancora ( 1,19-26 ).

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Si portino i lettori in maniera degna del Vangelo di Cristo, in perfetta unita di spirito, senza trepidare di fronte agli avversari; ché questo è il loro vento: non solo credere in Cristo, ma patire per lui, come Paolo ne dà l'osempio ( 1,27 - 30 ). Per cio che vi ha di più caro in Cristo e nella comunione degli animi, colunno la gioia sua con la perfetta concordia, guardandosi dall'agire per gloria vana, reputando, anzi, gli altri superiori a sé. A tanto c'impegna la grande lezione che Cristo ci ha dato: potendo egli gioire di tutto ciò che gli spettava per la sua perfetta somiglianza con il Padre, ha voluto esinenirsi assumendo la condizione di schiavo, uomo in tutto come noi, umile e obbediente fino alla morte di croce. Per questo Iddio io ha esaltato, dandogli un nome superiore ad ogni altro, cosi che tutte le creature celesti, terrestri e infernali abbiano a riconoscere e a confessare che Signore e i Gesù, alla gloria di Dio Padre (2, 1-11). Operino, dunque, i fedeli la propria salute in timore e tremore, con quello spirito di docilità di cui hanno dato prova. Dio è colui che dà ad essi il volere e l'agire. Risplendano come fieri in mezzo a una generazione perversa e svista, provando che non invano egli ha lavorato tra di loro. E se il suo sangue sarà versato come una libazione sull'offerta sacrificale della loro fede, ne godrà, ed essi pure debbono rallegrarsene (2, 12-18).

Paolo conta di mandare a Filippi Timoteo, che ha dato già prova magnifiche di decisione alla causa dei fedeli; mentre i tutti - cercano i propri interessi, anziché quelli di Cristo. Spera di trovarsi presto egli stesso tra i suoi figli. Incanio ha deciso di inviare loro Epafrodito, clavutosi da una lunga malattia; lo accolgono con gioia, a stimino molto uomini di questa tempra: per la causa di Cristo, infatti, a nel servizio dell'Apostolo, Epafrodito ha messo a repontaglio la propria vita (2, 19-36).

Essertori ancora i fedeli alle gioia, Paolo li mette in guardia contro gli assertori di una circoncisione che non ha più alcun valore (è semplice incisione o mutilazione: corrammi; cf. J. H. Michael, p. 135). Quella che conta è la circoncisione spirituale. I titoli dei quali costoro si gloriano non farebbero difetto a Paolo; ma egli li atima come forclura, per guadagnare Cristo, e, per lui, la vera giustizia, partecipando alla Passione, alla morte e alla Risurrezione di lui. E una tensione di tutte le forze di Paolo per conquistare la meta, alla stessa guisa che Cristo un giorno fa ha ghermuto: un dimenticare il commino percorso, per correre ancora verso la ricompensa, a cui Iddio chiama là in alto, in Cristo Geoli (3, 1-14). In questo modo di sentire e di agire i fedeli debbono imitarlo, tenendosi lontani dalla pratica di quel a molti e, che sono divenuti a nemici della Croce di Cristo e hanno per Dio il ventre. Al contrario, patria dei credenti è il cielo, donde essi attendono come salvatore Gesù, che deve trasformarli nella propria gloria. I F. "gioia e corona" dell'Apostolo, stiano saldi cosi nel Signore (3, 15-4, 1).

Siano più concordi, con l'aiuto del "genuino Sidigo", Evodia e Sintiche, che hanno lavorato per il Vangelo con Clemente e gli altri, ai nomi dei quali sono nel libro della vita. Gioiscano tutti nel Signore, mostrando una dolce bontà ( τ δ ε ε ε ε ε ε ε ) verso tutti. - Il Signore è vicino a. Siano liberi da preoccupazioni terrene; salga la loro preghiera a Dio; riempia i loro onori la pace di lui; mentre si studiano di perseguire tutto ciò che di buono e di decoroso hanno potuto vedere nel loro Apostolo (4, 2-9). Questi ringrazia di ciò che hanno iniziato; non che egli non sia avvezzo ad ogni sorta di privazioni, ma perché questi doni provano il loro affetto. Essi sono i soli da cui egli abbia accettato offerte personali. Ora però, sovrabbonda per questo specie di sacrificio che, in lui, hanno offerto a Dio; il quale li ricompenserà con magnificenza. A lui, nostro Padre, sia gloria nei secoli dei secoli! (4, 10-20).

L'epilogo (4, 21 sg.) contiene generici saluti, anche da parte dei santi e che sono della casa di Cesare n, e l'augurio della Grazia di Cristo.
III. Occasione. - La F. è stata scritta quando Epafrodito, riavutosi da una grave malattia, si accingeva a tornare a Filippi. Paolo doveva ringraziare quei
buoni fedeli che s'erano dimostrati cosi affezionati, sia inviando aiuti materiali, sia disponendo che Epafrodito restasse a fianco del prigioniero per assisterlo a nome della comunità. Non è improbabile che Paolo avesse scritto già ai F. (3, 1. 18); ma che uno scambio di lettere ci sia stato tra la venuta di Epafrodito e l'invio della F. (cf. J. H. Michael, p. xxi sg.) trova difficoltà nel fatto che Paolo ringrazia qui delle offerte inviate dai fedeli; né è molto verosimile che egli sia tornato più volte sull'argomento, data l'evidente intenzione di mostrare, con delicatezza, la propria indipendenza di fronte a questi donativi. Che a Filippi si fosse informati della malattia di Epafrodito può spiegarsi anche senza una lettera di Paolo.

Certi caratteri interni della lettera sembrano staccarla, quanto a luogo e a data di composizione, dalle altre tre della prigionia. Alcuni aspetti del contenuto e dello stile parrebbero avvicinarla, più che a queste, alle grandi lettere paoline. La presenza del pericolo giudaico (3, 2-11; cf. però Col. 4, 8-13) fa pensare a un periodo non lontano dalla crisi gaisrica (v. Galati, epi. sttica si). Ma sono criteri facilmente esposti a interpretazioni soggettive. Mentre negli ultimi decenni sono notevolmente diminuiti i critici che mettevano la F. in rapporto con la prigionia di Cesarea (cf. T. W. Manson, p. 182), sono aumentati, particolarmente in campo non cattolico, i difensori dell'origine efesina (cf. W. Michaelis, pp. 2, 8; P. Feine-J. Behm, Einleitung in das Neue Test., 8^{2} ed., Lipsia 1936, p. 177). Essi, però, non hanno ancora potuto addurre argomenti tali da controiudunciare quelli che depongono in favore di Roma.
IV. Autenticita paolina e unita. - L'autenticità paolina della F., negata solo dai radicali delle scuole di Tubinga (non da tutti i seguaci di questa scuola) e olandese (cf. M. Goguel, Introduction au Naut. Test., IV, i, Parigi 1925, pp. 28, 4 ro; J. Huby, p. 264), è oggi ammessa sempre più largamente. Infatti, anche a volere prescindere dalle testimonianze esterne, i caratteri paolini della lettera sono cosi pronunciati da escludere ogni probabilità di un falso.

Oltre le allusioni della I Clem. 3, 4; 21, 1 (Phil. 1, 27); 47, 2 (Phil. 4, 15); di s. Ignazio, Ad Smym., 4, 2 (Phil. 13); 11, 3 (Phil. 3, 15); ad Philad., 1, 5; 8, 2 (Phil. 2, 3), vi è la testimonianza esplicita di Policarpo, Ad Phil. 3, 2, che ricorda ai F. le lettere scritte loro da Paolo; allusioni in 1, 1 (Phil. 2, 17; 4, 10); 2, 1 (Phil. 2, 10; 3, 21); 9, 2 (Phil. 2, 16); 12, 3 (Phil. 3, 18). La F. è citata pure in uno scritto delle chiese di Lione e di Vienna (Eusebio, Hist. eccl., 5, 2: PG 20, 433). Come di Paolo è citato Phil. 4, 18 da a. Ireneo (Adv. Haer., 4, 18, 4 ; PG 7, 1026; cf. 4, 8, 3 [Phil. 4, 17]; 5, 13, 4 [Phil. 3, 12]; PG 7, 995. 1159). L'autenticità della F. è affermata correntemente da Clemente Alessandrino (Strom., 4, 13; PG 8, 1300; Psod., 1, 6; PG 8, 312), da Tertulliano (De resurrectione carnis, 23 : PL 2, 826 [873]; Adv. Marcionem, 5, 20: PL 2, 522 sg. [554 sg.]) e dal Frammento muratoriano (Enchiridion Biblicum, Roma 1927, n. 4).

Contro l'unità della F. s'è creduto di trovare un argomento positivo nel testo citato di Policarpo, che parla effettivamente di alettere a mandato da Paolo ai F. Ma, oltre che il plurale deservidati è usato spesso per una lettera (litterae), Policarpo poteva riferirsi o al complesso delle lettere inviate ai fedeli di Macedonia, oppure, più probabilmente, egli era meglio informato sulla corrispondenza tra Paolo e i F.; che non dovette limitarsi allo scritto canonico.

Che ci sia un passaggio brusco e inaspettato in Phil. 3, 1 sg. è innegabile: 3, 1 parrebbe l'inizio di una chiara di lettera; ma poi il detrato riprende decisamente per rinnovare raccomandazioni già fatte ( 3,1 h ); e seguono le espressioni molto dure di 3, 2, 18; tutto il cap. 3, anzi, ricorda le robuste polemiche delle grandi lettere, quasi un riflesso delle medesime lotte. Si può supporre un intervallo nella stesura della F., durante il quale l'Apostolo

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(de P. Leneris, Phitipps et la Macdonia sciculate a l'ngon thertionn: it lecontor. Parnd 195. tars it ni FILIPPI - Planta della basilica a nord del Foro (ca. 500 ).
avrebbe ricevuto notizie di mene di giudazzenti a danno della diletta comunità, nonché della persistente cattiva condotta di alcuni, che poteva avere delle ripercussioni molto dannose sugli altri (cf. J. Huby, p. 265 sg .).

Gli attacchi più radicali contro l'unita della F. sono di A. Loisy, La naissance du christianisme, Parigi 1933, p. 28, a H. Delafosse (Turmel), L'Epitve aux Philippiens, ivi 1928 : per il primo la F. sarebbe una combinazione di due biglietti di Paolo, uniti all'inizio del sec. it e integrati con elementi di gnosi cristiana ( \mathbf{2}, 6 11) e di polemica antigiudaica; per il secondo i passi dottrinali sarebbero di un mansionita che, ca. il 140 , tentava di divulgare sotto il nome di Paolo le dottrine del proprio maestro.

Contro questi tentativi di vivisezione s'è pronunciata la maggiocanza dei critici, tra i quali si rilevano A. Jülicher-E. Fascher, Einleitung in das Neue Test., 7^{2} ed., Tubinga 1931, p. 122; M. Goguel, loc. cit., pp. 400409. Quest'ultimo conchiude (p. 409) che le obbiezioni affacciate contro l'unità della F. possono risolversi tenendo conto della libertà che caratterizza la composizione di una lettera.

Bias.: Commenti moderni (i cattolici sono contrassegnati da *): J. B. Lightfoot, St. Paul's Epistle to the Philippians, 12* ed., Londra 1696, ristampa 1903; M. R. Vincent, A critical and congnical commentary to the Epistles to the Philippians and to Philenon, 3^{°} ed., Edimburgo 1911, ristampa 1922; * J. Knabenbaum, Commentarius in s. Pauls Apostoli Epistoles. IV. Epistulas ad Ephesios, ad Philippenses et ad Colosseues, Parigi 1912, pp. 172-278; F. Ewald, Der Brief des Paulos an die Philipper, 4^{°} ed., Lipsia-Erlangen 1923; J. M. Michael, The Epistle of Paul to the Philippians, Londra 1928, ristampa 1948; * F Tillmann, Die Gefangenschaftsbriefe des heiligen Paulus, 4^{°} ed., Bonn 1931, pp. 121-62; *J. Huby, St Paul. Les Epitres de la Captivité (Verbum Salutis, 8), 2^{°} ed., Parigi 1932, pp. 251-366; W. Michaelis, Der Brief des Paulus an die Philipper, Lipsia 1935; *A. Médebiellc, Epitre aux Philippiens (La Ste Bible, ed. L. Pitot, 12), Parigi 1938, pp. 75-100. Studi: O. Schmitz, Aus der Welt eines Gefangenen, 4^{2} ed., Berlino 1931; H. E. Anderson, Outline studies in Philippians, Londra 1931; W. W. Caxh, Helps to the study of Philippians, ivi 1933; O. Linton, Zur Situation
des Philipperbriefes, in Conicstamen Verotestamention, II, UppesioLipsia 1936, pp. 6-21; E. Peterson, Apostolo e martire nella lettera al F., trad. it. della 2^{2} ed. ed. di A. Pintonello, Roma 1947; T. W. Matson, St. Paul in Ethema. The date of the Epistle to the Philippians, in Bulletin of the Toba Rglands. Lihnars, 23 (1949), pp. 182-200. Per il testo criptologico di 2, 5-11: H. Scharnacher, Christus to select Princestures and Kinnite nack Phil. 7, 3-6, 1. Rome 1914, II, ivi 1921; W. Foursier, Apstames, in Theologisches Wörterbuch zum Neuen Tett., I, p. 472 s82.1 H. Kruse, Hergogenes, in Verbum Dononi, 27 (1949), pp. 353 360; cf. inoltre la bibl. di Sibilica, 30 (1949), p. 138*.

Trodorico da Camel San Pietro
FILIPPI. - Prima città della Macedonia evangelizzata durante il secondo viaggio apostolico da Paolo e Sila, ai quali s'erano uniti di recante Timorco a Luca. Il passaggio in Europa avvenne in seguito a due interventi dello Spirito Santo (Act. 16, 6 sg .), che diresse il viaggio verso Troade, dove a Paolo apparve nel sonno un macedone che ne implorava l'aiuto (Act. 16, 9). Era l'a. 50 o 51 : data molto importante per la cristianizzazione del continente europeo; quantunque ci fosse già nella capitale dell'Impero, anche se non vi era ancora venuto Pietro, un nucleo attivo di cristiani.

In due giorni i missionari raggiunsero il parto di Neapolis (Cavalla), da cui F. distava ca. 15 km . I dati che fornisce s. Luca rispondono molto bene alle conoscenze che di F. dànno copiose fenti scritte e monumentali. La città (Colonia Julia Augusta Philippensis a Philippensimm) era retta dal ius Italicum; i suoi cittadini si vantavano del titolo di "Romani" (Act. 16, 21); la giustizia era amministrata dai duzmorri iuri dicando, chiamati da Luca (Act. 16, 20. 22 ecc.) orpazqyol; i quali si facevano procedere dai lictores ( ρ ρ β δ α λ γ α, Act. 16, 35. 38). E vorismente risulta la difficoltà creata da Act. 16. 12, che perrebbe fare di F. il capoluogo di una delle quattro circoscrizioni ( μ ε ρ \mathrm{l} 8 \mathrm{cc} ), in cui la Macedonia era stata divisa dopo la conquista romana, mentre questo

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titolo spettava a Anfipoli (cf. A. Wikenhauser, Die Apostelgeschichte und ihr Geschichtswert, Münster 1921, p. 334 s8.; H. J. Cadbury, in F. J. F. Jackson-K. Lake, The beginnings of christianity, IV, Londra 1933, p. 189; P. Collart, p. 457).

Lavangelizzazione di F. cominciò una mattina di sabato sulla riva del Ganges o Cangites nel recinto della mpoocuyh giudicca dove alcune donne accolsero prontamente il messaggio di Paolo. Tra esse si distinse per generosità una mercentessa di porpora, originaria di Tia. tura in Lidia, che ospitò i missionari in casa sua. Questa divenne, cosi, il centro spirituale della nascente comunità. La liberazione di una giovane pito. nessa provocò, per le meno del padroni economicamente dannegginati, una speciedi sollevazione popolare, in cui i magistrati fecero l'ugellare Paolo e Sila, gettandoli poi in carcere.

La preghiera notturna del due prigionieri e un terrornoto miracoloso portarono alla conversione del carceriere e della sua famiglia. L'ordine di liberazione quasi clandestina, dato la mattina dopo, porse occasione a Paolo di far valere i diritti di cittadinanza romana, obbligando i magistrati, preoccupati delle conseguenze del loro atto inconsulto, a recarsi personalmente a liberare i prigionieri. Tutto servì a rafforzare la giovane comunita; la quale, quando Paolo e Sila, aderendo alla preghiera dei donavviri, lasciarono F., rimase affidata allo cure, sembra, di Luca per alcuni anni. Infatti il «noi» non ritorno che in Act. 20, 3, verso la fine del terzo viaggio missionario. Parte non piccola nello sviluppo della comunita di F. ebbe l'elemento femminile. Con la conversione del carceriere e della sua famiglia era entrato un primo nucleo di pagani, che non avevano avuto contatti con il giudaismo; e gli etnico-cristiani formarono il grosso di questa Chiesa. Altre personaggi in vista sono un Clemente il «genuino Sizigo» (Phil. 4, 3: si tratta di un nome proprio?) e quelle due donne Evodia e Sintiche, che vengono pregate gerbatamente di mattersi d'accordo (Phil. 4, 2).

Paolo ritornò a F. per la Pasqua del 56 o 57 (Act. 20, 6); quasi certamente nel viaggio attraverso la Macedonia di cui in Act. 20, 2; con molta probabilità, dopo la fine della prima prigionia romana (I Tim. 1, 3). Oltre queste visite, si furono tra Paolo e F. rapporti epistolari (v. rulipposi, epistola si) e per mezzo d'inviati delle due parti (Act. 19, 22, 29; Phil. 2, 19-30).

Questo Chiesa prediletta di Paolo dovette per molto tempo mantenersi in floride condizioni. Ad essa sono indirizzate due lettere ricche di elegi e di reminiscenze psiche: una di a. Ignazio d'Antiochia, l'altra di a. Policarpo. I vescovi di F. figurano come firmatari in quattro e cinque concili: Porfirio in quello di Sardica (344); Floriano in quello ecumenico di Efeso (431), ove rappresentava pure il vescovo Rufo di Tessalonica; Sozon tanto al iutracinium Ephesinum (449) quanto all'opposto Concilio ecumenico di Calcedonia (451). Oggi è arcidiocesi titolare.

Bias., W. St. Ramsay, The Church in the Roman empire, Londra 1893, p. 156 sgg.; id., St. Paul the traveller and the Roman citizen, ivi 1895, pp. 231-26; C. H. Turner, Philippi, in Dict. of the Bible, III, pp. 837-40; L. Fillion, Philippes, in DB, V
coll. 272-77; E. Kalt, Bibliohes Realizethon, II, col. 370 s8.; P. Collart, Philippes, ville de Macédnine, Parizi 1937. Teodorico di Castel San Pietro

Archeglogia. - Appartenne durante l'età romana alla prefettura pretoria d'Italia e quindi alla diocesi civile della Macedonia; la sua ubicazione la rese come il punto di incontro tra l'Occidente e l'Oriente; ma a poco a poco Costantinopoli prevalse e la colonia romana cominciò a staccarsi dal mondo latino, prima divenendo la pars orientis dell'Impero per poi a poco a poco tornare ad essere una città greca di Oriente.

Gli scavi eseguiti a più riprese a F. dalla «Ecole française d'Athènes» hanno fatto conoscere non solo i monumenti civili e del culto pagano, ma anche quelli cristiani, grazie soprattutto alla recente opera fondamentale di P. Lemerle sia per l'ansichità cristiana che per il periodo giustinianco.

I monumenti cristiani di F. giunti a oggi non sono anteriori all'età costantiniana. Due imponenti basiliche cristiane furono costiate in F., l'una a nord, l'altra a sud del Foro. La prima, esplorata dal Lemerle nel 1937, risale al sec. v; ha una lunghezza di 135 m . per 45 di larghezza; è a tre navate, con transetto, cattedra nell'abside e, davanti a questo, l'altare, pulpito circolare, pareti del battistero rivestite di lastre marmoree; la sua pianta richiama quella della basilica di Nicopoli. La basilica e sud del Foro, detta "Direkler" (delle colonne), fu esplorata prima dallo Straygowski (Die Ruine von Philippi, in Byzantinische Zeitschrift, 11 [1902], pp. 473-90), poi dall' Ecole française d'Athènes " tra il 1932 e il 1934. Essa è datata dal Lemerle all'età giustinianea: è a tre navate, lunga m. 213 , larga 63 ; era a cupola con abside rinforzata esternamente da contrafforti; nell'interno era al centro la cattedra, sblare davanti all'abside, transetto, pulpito circolare, gallerie superiori; il suo tipo architettonico dipende direttamente da Costantinopoli, anzi da S. Irene, mentre la sua decorazione si ricollega a S. Sofia, specie per le sue cornici e i suoi capitelli a fogliami; i suoi pilastri furono eseguiti con materiale di ricupero.

Un intero capitolo dell'opera del Lemerle è dedicato all'epigrafia cristiana di F. In un rilievo dell'acropoli furono graffite alcune croci; anche sul fianco di un cippo dedicato a Iside Regina fu incisa una croce e una colomba, a una invocazione al Redentore perché protegga la città; contro la porta della città, dove la Via a Eguskin e si dirige verso il mare, furono poste lastre marmoree con frammenti della corrispondenza apocrifa tra Abgar d'Osroene e Gesù Cristo (C. Picard, Un texte nouveau de la correspondance entre Abgar d'Osroène et Jéme-Christ, gravé sur une porte de la ville d'Philippes, in Bull. de correspondance hellénique, 44 [1920], pp. 41-69).

Le iscrizioni funerarie cristiane sono tutte in greco; si ricordano una Posidonia disconness e una Pancaria canonichessa (addetta a prestare gli ultimi uffici ai defunti), un Aurelio Ciriaco istruttore, un Aurelio Capitone sacerdote della chiesa cattolica, morto nel 381; su sei iscri-

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![img-20.jpeg](img-20.jpeg)

FilipPINE - Cartina delle circoscrizioni ecclesiastiche.
zioni riadoperate per costruire tombe tarde nella basilica detta a Direkler : quattro impiegano l'espressione xoxqctrìpsev per indicare una singola tomba. Altre iscrizioni però scendono fino al sec. ix.

Bull.: P. Lemerle, Philippes et la Mocedaine orientale d l'époque chrétienne et byzantine. Recherches d'histoire et d'archéologie (Bibliothèque des écoles francaises d'Athènes et de Rome, 158). 2 voll., Parigi 1542. Per le iscrizioni più tarde: F. Duvarnik. Deux inscriptions préco-halgares de Philippes, in Bulletin de correspondance hellénique, 32 (1928), pp. 128-47. Enrico Ioni

FILIPPI (Philipp[i]us), Pietro Paolo. - Teologo domenicano di Castelnuovo di Garfagnana, m.
nonagenario prima del giugno 1650.

Entrato nell'Ordine di S. Domenico a Roma (convento di S. Maria sopra Minerva), insegno per più anni e con plauso nei conventi perugino e romano, meritando il più alto riconoscimento dell'Ordine con il magnataro in S. Teologia.

Lascio pregiate opere tra cui sono da ricordare: Rabelianes gnatuor theologiene: I. De canuis specterum intelligibilium angelici intellectus: II. De acta ang. mentativo caritatis; III. De supernumeralitate Gratias et visionis beatificae et caritatis: IV. De distinctione specifico angelorum (Roma 1614).

Bull.: R. Reichert. Acta Copitalorum generalium Ord Prand., VII, Roma 1502. p. 322: Quotif. Echord. II, pp. 258 b. 229 a. Abale Radigondo

## FILIPPINE. -

Arcipelago di 7083 isole, che chiude da S. il Mar Cinese meridionale. Ha una superficie di 296.285 \mathrm{~kmq}. (poco meno dell'Italia) con 19,5 milioni di ab. ( 66 a kmq.).

Le isole sono per lo più di natura vulcanica e attuaverete da nuoragge; non mancano tuttavia vaste pianure alluvionali. Il clima è equatoriale, con piogge monaoniche; la vegetazione, probabilmente rigogliosa ( 60 \% del suolo coperto di foresta). Fra le colture predominano il riso e il maia, destinati al consumo interno; la canna da zucchero, il tabacco, la canapa (abaca) e la palma da cacao, che alimentano l'esportazione; specie quest'ultima, per la quale le F. godono un primato mondiale. Discreto il patrimonio zoccecnico (suini, bufali), notevoli i profitti della pesca, enormi le ricchezze forestali (legrami pregiati) e minerarie (oro, argento, carbone, ferro, cromite, manganese, rame, ecc.); le une e la altre sppone intaccate; modestissimo, ancora, lo sviluppo industriale.

Della popolazione in prevalenza malese, ma fortemente mescidata (negritos, meticci), piccole minoranze

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professano culti pagani, o sono dedite all'islamismo; per il resto ( 80 \% ) domina il cattolicesimo introdotto dagli Spagnoli con la conquista: le F. sono anzi il solo paese in prevalenza cristiano dell'Asia orientale. Le F., occupate da Filippo II nel 1570, passarono agli Stati Uniti nel 1899, che il a luglio 1916 riconobbero loro la piena indipendenza politica. L'arcipelago è costituito in repubblica parlamentare bicamerala.

La capitale Manila ( 684 mila ab.) è l'unico vero grosso centro urbano; anche Cebú, nell'isola omonima, Zamboanga e Davao in Mindanao superano i 100 mila ab.

Bitr.: W. Tuckermann, Die Philippinen, Lipsia 1926; N. Krebs-H. Lantenssch. Die Philippinen, ivi 1922; W. C. Forbes, The Philippins Islands, Cambridge (Mass.) 1945.

Giuseppe Caraci
Evangelizzazione delle F. - Durante la prima scoperta delle F. da parte di Fernão Magalhães nel 1521 alcuni indigeni dell'Isola di Samar furono battezzati; ma la vera attività missionaria s'intaiò soltanto dopo che Miguel Lopez de Legazpi nel 1565 ebbe occupato definitivamente l'arcipelago.

Il noto navigatore e cosmografo Andrés de Urdaneta (1498-1568), degli Eremitani di S. Agostino, con 4 altri apostolani aveva accompagnato la flotta spagnola del Legazpi ed ebbe cosi principio l'opera missionaria nell'Isola di Cebú; dal 1571 in quella di Luzon a Manila e nel 1569 vi fu eretta una provincia religiosa. Seguirono i Francescani nel 1577, con propria provincia dal 1586 , i Domenicani nel 1579, con propria provincia dal 1592, nel 1579 i Gesuiti, con viceprovincia dal 1594 e provincia dal 1606, e infine gli Agostiniani Recolletti nel 1606, che formarono la loro provincia nel 1622 . Nel 1578 fu eretta la diocesi di Manila, il cui primo vescovo fu Francisco Domingo de Salazar (1512-94); nel 1595 questa fu elevata a metropoli, con tre suffraganee: Nueva Segovia, Nueva Cáceres e Cebú. Nei secoli susseguenti i cinque Ordini religiosi gareggiarono nella conversione degli indigeni, adoperandosi a raccogliere gli abitanti sparpagliati in stazioni centrali, fondando villaggi (pueblos) e costruendo numerose strade a ponti. Pubblicarono dizionari, grammatiche e catechismi nelle varie lingue indigene (ed. Bibliotheca missionum, IV, che presenta varie pubblicazioni nelle lingue Tagaloc, Zambala, Ilingota, Pampanga, Pangasinan, Bicol, Cebuana e Cinese). Dai primi inizi i missionari si dedicarono anche alla conversione dei Cineel (Sangleyes) che numerosi dimostravano in Manila e sobborghi e più tardi dalle F. furono fondate le missioni spagnole, francescane, domenicane e agostiniane in Cina, nel Giappone e nell'Indocina. Eressero anche molte scuole, dove il parroco abitualmente era l'insegnante. Nel 1605 i Domenicani fondarono il Collegio di N. Signora del Rosario, più tardi di S. Tommaso, e dal 1645 università regia e pontificia, la quale esiste ancora. L'Università dei Gesuiti, invece, fondata nel 1621, fu chiusa nel 1767 con l'espulsione dei Padri della missione. Nel sec. xviri grande parte della popolazione era guadagnata alla fede cristiana. Dal censimento dal p. Juan J. Delgado (Historia general sacro-profana, politica y natural de las Islas del Paniente llamadas Filipinas [Manila 1895]) si ricava che nel 1730 esistevano 569 pueblos con 904.116 cristiani, senza computare i fanciulli inferiori ai sette anni. Di questi pueblos, 142 con 147.269 anime erano assistiti dal clero secolare indigene, gli altri erano affidati ai religiosi spagnoli. Dal 1744 i Gesuiti avevano iniziato la difficile missione tra i Moros maomettani di Jolo e Mindanao, che fu abbandonata dopo la loro cacciata dalle F. nel 1767. Nella medesima epoca cominciò la lotta contro gli altri religiosi, che nelle parrocchie furono sostituiti da preti secolari indigeni in gran parte indegni e mal preparati. In conseguenza il governo spagnolo restituí i religiosi nelle loro parrocchie, e durante il sec. xix tenne il clero secolare indigeno in posizioni secondarie. Durante il medesimo secolo i frati continuarono la loro benefica opera sia nelle
parrocchie che nell'evangelizzazione e stabilizzazione delle tribù ancora pagane. I Gesuiti dal 1859 poterono riprendere la loro attività scientifica e le missioni di Mindanao. I Lazzaristi dal 1862 presero in mano la direzione dei seminari diocesani. Nel 1865 fu eretta la diocesi di Jarc. Verso la fine del sec. xix la più gran parte della popolazione era cattolica ad eccezione di qualche tribù delle montagne e dei Moros. La statistica dal 1885 (Estado general de los pueblos del araobispado de Manila y de los Obispados suIregunese de Nueva Cáceres, Nueva Segovia, Cebú y Jaro, formado par el M. R. Arzobispo de Manila [Manila 1888]) dà 5.830 .860 cristiani con 1311 religiosi spagnoli e 840 sacerdoti secolari, per la più gran parte indigeni. Nel 1896 scoppiò una rivoluzione, durante la quale non pochi sacerdoti furono uccisi. Dopo le guerra ispano-americana le F. nel 1898 passarono sotto la dominazione americana. I frati spagnoli lasciarono in grandissima parte l'arcipelago e i vescovi spagnoli diedero le loro dimissioni a furono, dopo trattative con la S. Sede, sostituiti da americani.

Nel 1902 per le lettere apostoliche di Leone XIII Quae mari sinico la gerarchia ecclesiastica fu riorganizzata, furono create 4 nuove diocesi (l'esecuzione però si ebbe soltanto nel 1910) ed eretta una delegazione apostolica. Nel 1907 si tenne un concilio provinciale a Manila, promulgato nel 1910. L'introduzione di scuole areligione per gli americani, l'invasione di sètte protestanti, e lo scisma del sacerdote Gregorio Aglipay dal 1902 (che nel 1906 fu condannato alla restituzione dei beni ecclesiastici dei cattolici) ebbero conseguenze redoste per la Chiesa, nonché la deficenza di sacerdoti. Gli sforzi instancabili del delegato apostolico Ambrogio Agius O.S.B. (1856-1911) riuscirono a introdurre nuove congregazioni nel paese: i pp. di Mill Hill, di Scheut, i Missionari del S. Cuore, i pp. di Steyl e i Redentoristi. Dopo la prima guerra mondiale vi giunsero anche i Gesuiti americani, i pp. di Maryknoll, gli Oblati di Maria Immscolata, i pp. di S. Colombano e del Seminario di Québec; fu ripreso l'apostolato in mezzo alle tribù rimaste ancora pagane: i pp. di Scheut presso gli Irogetti nelle montagne settentrionali di Luzon, i pp. di Steyl nella provincia di Abra. E però grande ancora oggi la scarsità di clero, essendo la popolazione aumentata da 7.635 .426 nel 1903 a 19.013 .628 attualmente, di cui 15.554 .641 cattolici, 1.581.417 Aglipayani, 419.982 protestanti, 761.790 maomettani e 712.579 pagani o senza religione (secondo il censimento ufficiale del 1948). I sacerdoti sono soltanto 1870 , di cui 1140 secolari indigeni (secondo l'Annuario pontificio 1950).

Organizzazione ecclesiastica: Metrop.: Manila (diocesi nel 1578, arcid. nel 1595) con suffraganee: Lingayea (1928), Lipa (1919), Nueva Cáceres (1595), Nueva Segovia (1595), San Fernando (1948), Yuguegarso (1910). Metrop.: Nome di Gesù o Cebú (dioc. nel 1595, arcid. nel 1934) con suffraganee: Bacolod (1932), Cagayan (1933), Calbayog (1910), Jaro o Santa Elisabetta (1865), Palo (1937), Surigao (1939), Taghilaran (1941), Zamboanga (1910). Vi sono ancora un vicariato apostolico: Montagnosa (pref. ap. nel 1932, vic. ap. nel 1948) e a prefetture apostoliche: Mindoro (1936) e Palawan (1910).

Bitr.: Una bibl. estesa si trova in: Streit-Dindinger, Bibl., IV, pp. 239-346; IX, p. 296. - Collezione di documenti: B. H. Blair-J. A. Robertson, The Pbilispice Islands 1403-1636, 33 voll., Cleveland 1903-1908. - Per i religipsi in generale: Valentin Marin y Morales, Ensayo de una elateria de las trubajas realizadas por los carpanulinos religisnos españoles de Filipinas, 2 voll., Manila 1901. - Agostiniani Eremitani: B. Martínez, Apuntes históricos de la provincia Apostiniana del Zeno Membre de Tenta de Filipinas, Madrid 1909. - Agostiniani Recolletti: F. Sábado del Carmen, Catálogo de los Religiosos Apostions Recolatos de la provincia de S. Nicolai de Tolentino de Filipinos, Madrid

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1906. - Francescani : Francisco de Santo Inés, Crenien de la provincia de S. Gregorio Mugno de Religiosos Detritivos de N. S. P. Frametica en las Islas Filipinas, China, Jubde, ecc., 2 voll., 85amla 1892. - Domenicani : I. Ferrando-J. Fonseca, Historia de los 29. Dominicos en las Islas Filipinas y ex sus misiones del Jupen, Chius, Tungbia y Formosa, 6 voll., Madrid 1870-72. - Genuiti: F. Calio: P. Pastelle, Luber Eumgelien. Ministerios Apostolicos de los obreros de la Compañia de Jesús. Fundación y pregresos de la provincia en las Islas Filipinas, 3 voll., Barcellona 1900-1902; P. Pastelle, Misión de la Compañia de Jesús de Fil. en el siglo II-X, 3 voll., ivi 1916-17. - In generale: D. P. Barrows, A history of the Philippine Islands, Nuova York 1902, nuovo ed., ivi 1904; Fr. X. Clark, The Philippine Islands, ivi 1946, p. 48.

Giovanni Rommerskirchen
FILIPPINI: v. istituto dell' oratorio di s. filippo neri; Oratorio.

FILIPPO, prete addetto al monastero di S. Vito, chiamato impropriamente antipapa: v. ANTIPAPA (3. Antipapi impropriamenti detti, 5: Enc. Catt., I. col. 1489 ).

FILIPPO, APOSTOLO, santo. - Uno dei "dodici", di Bethsaida (v.), il quinto negli elenchi (Mt. io, 3; Mc. 3, 18; Lc. 6, 14; Act. 1, 13). Nel Vangeli, solo Giovanni ne dà informazioni biografiche. Chiamato da Gesù, ne informò l'amico Nathansel o Bartolomeo (?) così : "Abbiamo trovato Quegli di cui scrissero Mosè nella Legge e i profeti: è Gesù di Nazareth, figlio di Giuseppe" (Io. 1, 43-45). Parlava secondo l'opinione comune, ignorando ancora il mistero. Apprestandosi a moltiplicare i pani, a Gesù che gli chiese, per metterlo alla prova, "dove trovare pani" per tutti, F. rispose che "non basterebbero zoo denari per dare a ciascuno una piccola porzione" (Io. 6, 5-7). Non segue da ciò che F. fosse l'economo del collegio apostolico.

I proseliti greci del giudaismo, per accostarai a Gesù, si rivolsece a F., che ne parlò ad Andrea, ed entrambi li presentarono al Maestro, ottenendo una risposta confermata da una voce dal cielo (Io. 12, 21-31). Nell'Ultima Cena, all'alta domanda di F.: "Signore, mostrasil il Padre", Gesù rispose tra l'altro: "F., chi ha visto me, ha visto il Padre... Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me...?" (Io. 14, 9-11).

La tradizione è concorde nell'attribuire a F. l'evangelizzazione della Frigia: è incerta sul resto della sua biografia. Qualcuno lo confuse con F. Diacono (v.). Lo parado Abdia gli attribuisce l'evangelizzazione della Sciala. Secondo Policrate (presso Eusebio, Hist. eccl., III, 31 : PG 20, 280) sarebbe morto a Gerapoli di Frigia. Delle sue tre figlie, Papio, vescovo di Gerapoli, avrebbe appreso che F. risuscitò un morto (Eusebio, loc. cit., 39). E incerto il genere del martirio: parecchi attestano che fu crocifisso capovolto. Leggendari sono gli apocrifi Atti di F. (v. sotto). La Chiesa lo festeggia assieme a s. Giacomo il Minore al 1^{°} maggio, ricordo della dedicazione della Chiesa ora chiamata dei XII Apostoli in Roma.

BibL: F. Vignazous, Philippe Ap., in DB. V, coll. 267-70. Pietro De Ambroegi
Atti di F. - Apocrifo, le cui origini risalgono alla 1^{2} metà del sec. IV.

La tradizione del testo è molto complicata. Il testo intero non si è conservato, ma solo frammenti di singoli Atti, che rappresentano probabilmente diverse recensioni del testo originale, anche in lingue orientali (siriaca, armena, copta, araba); il difficile problema letterario non è stato finora bene studiato. L'autore di questi Atti di basso livello intellettuale ha conosciuto i grandi Atti apocrifi degli Apostoli ed era un eretico del tipo dei messaliani che viveva forse in Asia Minore. Il Sistierio manicheo copto (cf. A Manichean Psalm-Book,
![img-21.jpeg](img-21.jpeg)
(fol. Almeeti
Filippo, apostolo, santo - S. F. Ap. di Luca Dalla Robbia, Firenze, Chiosire di S. Croce, Cappello Pizzi.
II, ed. C. R. Allberry, Stoccarda 1938), scritto secondo l'editore (p. xE) cc. il 340 , presuppone l'esistenza di Atti apocrifi di F. (p. 192, 10: 194, 11).

Edizione dei frammenti greci: M. Bonnet, Acta apostolorum apocrypha, II, II, Lipsia 1903, p. 1 sgg. La recensione siriaca è in Wright, Apocryphal Acts of the Apostles, I, Londra 1871, p. 73 sg. (testo siriaco), II, ivi 1871, p. 69 sg. (trad. inglese).

Bibl.: R. A. Lipsius, Die apokryphen Apostelgeschichten, II, II, Brumachowic 1887, p. 1, 20.: e Suppl., ivi 1890, pp. 64-71; Th. Zahn, Forschungen zur Geschichte des apostolischen Kmums und der altbireblichen Literatur, VI, Lipsia 1000, p. 18 sg.; E. Peterson, Die Hnereititen des Philippus-Abtos, in Zeitschrift für Nautestum, Wissenschaft, 31 (1932), p. 97 sg.; id., Zum Messalianismus der Philippus Abtore, in Oricus Christianus, 29 (1922), p. 172 sgg.; id., Die Philippus-Abtore les armanischen Sprosses, in Theologische Omatatschrift, 112 (1922), p. 289 sg.

Erik Petersen
It. Vangelo di F. - Apocrifo in uso presso gli gnostici d'Egitto, che Epifanio (Haer., 26, 13, 1) conosce e di cui cita una frase.

L'anima risponde nel salire al cielo a ciascuns delle potenze superiori che si sarebbe conosciuta "sradicando le sue radici ", non procreando figli per l'arecuta di questo cone, sapendosi destinata all'alto. L'idea è chiara (cf. anche la formula dei macrosiani, in Ireneo, I, 21, 5). L'anima viene dall'alto, non procreando figli si libera da questo mondo e può salire di nuovo all'alto.

Recentemente è stata trovata la traduzione copta di questo vangelo (J. Doresse, Nouveaux textes gnostiques coptes, in Vigiliae Christianae, 3 [1949], p. 134). Solo dopo la pubblicazione di questo testo sarà possibile giudicare quanto v'era di vero nelle ipotesi sull'influenza del V. di F. su altri apocrifi in lingua copta. Lconcio, De sectis act., III, 2 (PG 86, 1. 1213) riferisce che il Vangelo di F. era letto dal manichei.

Bibl.: Bardenhewer, I, p. 230.
Erik Petersen
FILIPPO l'Ababo (M. Iulius Philippus). - Imperatore romano, n. verso il 204 a Suhbah nella Traconitide, m. a Verona nell'ott. 249. Figlio di Giulio Marino, scateno arabo, sposò Otacilia Severo dalla quale ebbe un figlio chiamato anche lui F. Poche

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![img-22.jpeg](img-22.jpeg)

LA FILOSOFIA, dipinto di Raffaello (1508) - Vaticano, Stanze di Raffaello.

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![img-23.jpeg](img-23.jpeg)

In alto a sinistra: FINESTRA DEL PALAZZO PRATRLLESI (fine del sec. xiv) - San Gimignano. In alto a destra: FINESTRA DEL PALAZZO RUCELLAI. Disegno di L. B. Alberti (ca. 1450) - Firenze. In basso a sinistra: FINESTRA. Facciata della certosa di Pavia (fine del sec. xv).
In basso a destra: FINESTRA DELLA CASA DEGLI ZUCCARI (sec. xvi) - Roma.

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notizie si conoscono della sua vita prima dell'ascensione al potere. Appare la prima volta come ufficiale dell'esercito romano nella guerra sostenuta da Gordiano III contro i Persiani, nel 242-43. Alla morte di Timositeo, suocero di Gordiano, fu eletto prefetto del pretorio. Approfittando del potere che gli veniva della carica si diede a suscitare presso i soldati il malcontento contro l'Imperatore e, messosi a capo di una congiura, nel marzo del 244 uccise Gordiano, al quale succedette.

Oriental l'approvazione del Senato romano, cui fece credere che Gordiano fosse morto di malattia, si affrettò a concludere la pace con i Persiani. Lasciò in Oriente il fratello Prisco e venne a Roma, dove seppe vincere le ostilità che gli si erano suscitate contro. Passò i primi due anni di regno nel combattere contro i Carpi, che molestavano i coloni romani del basso Danubio, riportandone uno splendido trionfo nel 247 . Intanto nelle province orientali dell'Impero scoppiarono delle sommosse capitanate da pretendenti al trono; la più pericolosa fu quella della Mesia, dov'era governatore lo stesso suocero di F. A reprimeria questi vi mandò il generale Decio, che giunto sul posto fu scelamato imperatore dai soldati. F. gli marciò contro, ma a Verona fu vinto ed ucciso, mentre il figlio veniva sgozzato a Roma dai pretoriani. Sebbene giunto al potere con l'intrigo a l'assassinio, F. si mostrò però energico e generoso; emersò loggi per ridurre la pubblica moralità. Secondo una tradizione roccolta da Eusebio (Hist. ecel., VI, 34), s. Girolamo (De viris illusts., 54), s. Giovanni Crisostomo (De r. Bulyla, 6), F. sarebbe stato il primo imperatore cristiano. Silcriace Eusebio che durante il viaggio per Roma, trovandosi F. ad Antiochia la vigilia di Pasqua, il vescovo lo costrinse a chiedere perdono dei suoi misfatti ed a starsene con i penitenzi. Certamente F. si mostrò molto benavolo verso i cristiani; permise al papa Fabiano di riportare a Roma i corpi del suo predecessore Ponziano e quello di Ippolito, che erano morti in Sardegna (Lib. Pont., I, p. 145); fu in relazione epistolare con Origene (Eusebio, Hist. ecel., VI, 36). Tuttavia bisogna dire che il suo cristianesimo, se veramente l'abbraccio, rimase
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(let. auderson)
Filippo l'arabo - Busto - Roma, Museo Vaticano.
42 - Enciclopedia Cattolica. - V.
![img-25.jpeg](img-25.jpeg)
(per curtoria del dott. W. Degenberti) Filippo il Buono, duca di Boroggna - F. il M. al campo di Museo - L'Erdano, Ministero (rev.