volume-05

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ib.: Il testo di alcune opere di F. nel T'óos 'A γ \dot{α} π ε ς del patriarca Dusitus ed in PG 151 e 154. Per la sua storia v. M. Josin, T'and. dogmati. Civita. Orient., I. Parig. 1026, p. 440; V. Laurent, Plutarise K., in DThC, XII, coll. 1408-1520.

Emmanuele Candel
FINA (Serafina), santa. - Vergine, n. a S. Gimignano (Tuscana) nel 1238 da Cambio a Imperia; viene nel secolo, modello di modestia e di pietà, di carità e di laboriosità, di mortificazione e di pazienza nelle gravissime infermità che la provarono. M. il 12 marzo 1253, nella festa di s. Gregorio papa, come le era stato rivelato, e fu sepolta nella chiesa di S. Gimignano.

Bib.: C. Io G.J Cupni, La historica vita e morte di s. F. di S. Gimignano, Firenze 1275; T. Ferroni, Vita della b. F. di S. Gimignano, ivi 1644; P. Medici, Ragguaglio istorico della vita, miracoli e culti: tomaturotabile dello zboriano vergine s. F. di S. Gimignano, ivi 1750; J. Aldenotti, Vita di s. F. Vergine di S. Gimignano, Colle 1816; Acta SS. Martii, II, Parigi 1862, pp. 212-26.

Felice da Maroto
FINALITÀ, FINALISMO. - Per f. s'intende la corrispondenza che ha un processo naturale o un qualsiasi fatto umano con un certo risultato a cui tende l'agente : questa corrispondenza esige che le fasi dei processi naturali come i momenti di ogni evento nella vita dell'uomo realizzino un processo complessivo, e percio abbiano il loro primo movente nel fine a cui tendono. Per questo la causa finale è la prima in atto in una concezione razionale della natura cosi come della vita dello spirito : la f. percio esula cosi dal materialismo come dall'idealismo assoluto. Negli agenti liberi, i quali dispongono direttamente del fine delle proprie azioni e dei mezzi di conseguinto, la f. è evidente : ogni decisione si pone in vista di un bene conosciuto vero o apparente, a cui si vuole arrivare. La corrispondenza in concreto fra mezzi e fine viene quindi stabilita dall'intelligenza dell'agente singolo che l'attua poi con la sua libertà : "De agentibus per intellectum non est dubium qui agant propter finem: agunt enim praeconcipientes in intellectu id quod per actionem consequuntur et ex tali praeconceptione agunt" (C. Gent., III, 2: Adliac { }^{2} ). Nella natura invece la corrispondenza è insita come legge necessaria del processo stesso impressa da Dio, autore della natura, anche se il processo può essere impedito o deviato nel suo compimento a causa di ostacoli o forze contrarie interferenti (contingenza). La f. della natura è attestata dalla "regolarità" e costanza dei fenomeni, su cui poggia la possibilità stessa delle leggi della scienza, e si manifesta anche alla stessa esperienza come la tendenza che di solito ha la natura al bene e al meglio : - Vidernus autem in operibus naturae, vel somper vel frequentius quod melius est; sicut in plantis folia sic esse disposita ut producent fructus et partes animalium sic disponi ut animal salvari possit" (C. Gent., III, 3: Adliac { }^{3} ). La costanza e la positività dell'effetto costituiscono la prova dell'osistenza
della f. nella natura e pongono l'esigenza di un'Intelligenza ordinatrice dell'universo ( 5^{°} via).

I progressi dell'astrofisica nello scandagliare la complessità dei sistemi siderali e le scoperte più recenti della microbiologia e della fisica atomica hanno dato qui contributi decisivi per la confutazione del meccanicismo assoluto negatore della f. (scomismo antico e scienza positivista del sec. xix). Le mirabili combinazioni dei movimenti dei mondi stellari non sono il risultato meccanico del movimento di una macchina, ma l'effetto d'insieme che rimanda ad una prima Mente suprema ordinatrice. Parimente la fisica delle strutture atomiche e subatomiche, mentre ha rivelato nel suo nucleo originario la "contingenza" dei fenomeni fisici difesa dalla metafisica tradizionale, ha chiarito il senso delle leggi fisiche come leggi di fatti globali (statistiche) e quindi il loro evidente carattere finalistico.

Nella biologia, le ricerche dell'embriologia sperimentale hanno chiarito che lo sviluppo della materia vivente obbedisce ad un piano di strutture da costruire in virtú di funzioni specifiche e proprie cosi che quando o per incidenti traumatici o con accorgimenti sperimentali siano alterate le condizioni normali o del germe o dell'ombrione, la materia vivente gode - entro limiti alle volte assai vasti - di poteri autoregolativi, che permettono egualmente il conseguimento del risultato finale (H. Spemann, H. Driesch, M. Hartmann). Le stesse "leggi dell'eredità" (Mendel) che regolano la conservazione della specie, mostrano la tendenza del germe di ritornare ai valori medi della specie, ogni volta che il corredo genetico venisse alterato: cosi ripugna un'evoluzione senza norma e principio.

Il fine è percio il "compimento " ( τ \dot{α} λ \mathrm{c} ) a cui tende il divenire nel suo sviluppo ma nel sease preciso che tale perfezione e compimento s'intendano immanentj al processo stesso come ragione "per cui" ( τ \dot{α} oî δ ε ε α α : Plon., II, 2, 174 a 27) l'agente opera a plasma la materia secondo una determinata forma. La f. quasi del tutto assente nella primitiva filosofia greca, è stata espressamente bandita da Democrito che spiegava il divenire della natura in virtù del movimento meccanico degli atomi nel vuoto e a seconda della diversità della loro forma esserione (ibid., VIII, 9, 483 b 29 sgg.). Per Aristotele invece il fine costituisce la ragione prima e ultima di tutti i processi del reale, siano essi considerati come movimenti di ascesa come di discesa dell'essere (generazione e corruzione) perché ogni essere in tanto si muove in quanto "tende" al conseguimento di una certa struttura o "forma" che lo stabilisca nella sua specificità : e questa forma o natura sostanziale costituisce la f. primaria dell'essere. Una volta poi che la natura è in sé costituita s'inizia il processo per il conseguimento della perfezione a cui è destinata o che può conseguire tale natura secondo le sue capacità effettive: questa specie di "via a tergo" da cui gli enti naturali e specialmente i viventi, sono spinti in avanti per integrare se stessi, è ciò che costituisce la f. secondaria. La stessa nozione di natura ( \varphi (sou) in Aristotele (ibid., II, 1, 192 b 21-23) come "principio di moto e di quiete nel soggetto in cui si trova, per sé e non accidentalmente "esprime la priorità e la dominanza ontologica del fine, mentre il meccanicismo di Democrito esprime la dominanza ontologica della causa effizente. Poiché la f. suppone l'organizzazione di un piano di sviluppo, si comprende anche come per Aristotele il primo Principio dell'universo dev'essere una Intelligenza suprema (Met., XII, 7, 1074 a 7 sgg.) e che il fine sia assolutamente la prima delle cause: π ρ α \dot{α} τ η η al/ilav η ν λ ε \dot{ε} γ α ι ε ν ε ν ε α \dot{α} тivac (De part. antin., I, 1, 639 b 14).

La teoria aristotelica, commersa dal fatalismo stoico, ebbe un'immediata ripensazione in Epicuro che, per salvare la personalità e libertà individuale, temperò la

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rigidità degli atomi di Democrito introducendo nel moto degli atomi una "deviezione "o " declinazione " ( α λ ε \dot{α} μ ε ν ). Cosi Epicuro accertave in sostanza la critica aristotelica all'atomismo anche se non ne accetava la metahsica, vale a dire la posizione cha ogni procese di divenire deriva il suo ordine da una "forma " immanente al tutto (cf. De Anima, III, 12, 434 e 31): principio, del resto, che ottenne la sua definitiva chiarificazione soltanto nella dottrina cristiana della creazione, secondo la quale tutte le forme sessulali a finite hanno origine e fondamento nell'Intelletto divino e ricavano l'essere e il movimento secondo la libera disposizione o governo della divina Provvidenza che è detta precisamente da s. Tommaso: "Ratio (divina) ordinandorum in finem" (Sum. Theol., 1^{0}, q. 22, a. 1).

Negana la f. le filosofie antiaristoteliche del Rinascimento (Telesio, Campanella), la meccanica gelliciana, le filosofie empiriste (Fr. Baconc) e quella dell'assoluta necessita dell'universale contingenza.

Dalla f. che si manifesta nell'ordine della natura gli uomini di tutti i tempi arrivarono alla conoscenza dell'esistenza di Dio ( 2^{°} via di s. Tommaso: Sum. Theol., 1^{0}, q. 2, a. 3). Con l'argomento della f. già Platone confutava gli atci del suo tempo affermando che per questo "tanto i Greci come i barbari credevano nella divinità (Leg., 886 B. Cf. anche : Epinomis, 98: F-985 B che sviluppa ampiamente questa dottrina). Il giovane Aristotele platonizzante resta fedele al maestro e nell'ordine del mondo vede la presenza degli dèi, come ci ha conservato Cicerone (De not. deor., II, 37) dal De Philosophia (Aristotelis Fragmenta, ed. V. Rose, in Opera Aristotelis, V, Berlino 1870, p. 1476). Anche s. Tommaso afferma che la considerazione dell'ordine e della f. ch'esso comporta a la via più manifesta per salire a Dio ch'egli chiama per auctoritatem Dei (Lectura in Ev. Ioannis, Prologus; ed. Parm., t. X, p. 279 a). In Aristotele del resto questa solidarietà, per cosi dire, fra la f. e l'esistenza della divinità era concepite in modo cosi intimo che tutto il mondo degli astri, che si rivela come un mirabile complesso di movimento è considerato "divino" (De coelo, I, 9, 279a 30 sgg. Cf. M. P. Nilsson, The origin of belief among the Greeks in the Divinity of the heavenly Bodies, in The Harward theological review, 33 [1940], p. 7).

La f. è perciò la garanzia e la sostanza dell'ordine del mondo nel suo complesso come nelle singole parti; ciò non proclama il nostro mondo come l'ottimo o che tutto ciò che comunque accade sia bene, bensl che una legge è immanente al mondo impressa da una Mente suprema e che le infrazioni alle legge costituiscono mere deviazioni saltuarie da cui la natura aborre e che spesso riesce a superare. Per questo la causalità non si oppone alla f. ma l'attua cosi come la f. domina e integra la causalità.

BibL.: H. Bonite, Inden Aristotelicus, Beriino 1870, pp. 250 b 2 sgg. e 723 a 28 sgg. P. Janst, Les rantes finales, Parigi 1870; Th. De Ragnon, Métaphysique des causes, ivi 1886, 1. VI. p. 303 sgg.; H. Driesch, Ordnungslehre, Jarm 1923, specialmente p. 203 sgg.; id., Die Philosophie des Organischen, trad. fr., Parigi 1927; K. Sapper, Kunnslität und F., in Annalen der Philosophie, 7 (1918), pp. 209-12; F. De Parlo, Vita e psiche, Firenze 1935; M. F. Capella, Orientamenti della moderna biologia, Bologna 1939, specialmente cap. 1, p. 6 sgg.; W. Metzger, Psycitologie, Dronia e Lipsia 1941, p. 240 sgg.; L. van Bertalanffy, Das biologische Welthild, 1. Berne 1940, specialmente p. 139 sgg.; M. Planck, Vorträge und Erinnerungen, Stoccarda 1940. Cornelia Falun

Finalita nell'attivitá umana. - La finalità è uno dei caratteri più universali della realta e perciò è anche una delle nozioni più universali della mente umana. All'intuizione del senso comune e alla riflessione filosofica la finalità si presenta come la risultante di due elementi essenziali: l'ideazione
intellettiva e l'impulso volitivo. Il senso comune scorge ovunque una traccia di finalismo e la pone spontaneamente in rapporto necessario con un essere intelligente e volitivo. Questo rapporto può essere e di identità o di dipendenza causale. Infatti sono possibili ed esistono di fatto degli esseri che, pur essendo privi di intelligenza e di volontà, agiscono in maniera finalistica; anzi non è possibile alcuna attività che non sia orientata finalisticamente. Ma è senso comune avverto che il finalismo consiste formalmente e fondamentalmente nell'attività intelligente e volitiva e perciò considera il finalismo degli esseri privi di ragione e volontà come causato e partecipato da un essere intelligente e volente. Sulla percezione della genesi e della natura essenzialmente intellettiva e volitiva del finalismo si fonda la dimostrazione dell'esistenza di Dio come intelligenza e volontà pura, da cui deriva e dipende 8 finalismo incosciente dalla natura irrazionale.

Questi principi generali circa il finalismo autorizzano subito ad affermare che le attività umane propriamente dette sono finalistiche per loro natura intrinseca; infatti atto umano propriamente detto è quello che precede dell'intelligenza e dalla volontà, le quali sono le facoltà specifiche dell'uomo (v. atto umano). Pensare e volere è, per identità, conoscere e tendere a un fine. E dunque fine, in genere, dell'operare umano tutto ciò che è oggetto dell'intelligenza e della volontà umana, vale a dire, ogni realtà nei suoi aspetti trascendentali di vero e di bene. Alla stessa conclusione si giunge, partendo dalla nozione di fine come perfezione. La convertibilità della nozione di fine con quella di perfezione è un dato d'immediata intuizione: nella misura in cui un essere qualunque tende a raggiungere il suo fine, diventa e risulta completo e perfetto nel suo genere. Il fine dell'operare umano coincide dunque con il perfezionamento dell'intelligenza e della volontà umana; l'intelligenza si perfeziona conoscendo la realtà come verità, la volontà si perfeziona amando e possedendo la realtà come bene. Questo perfezionamento dell'intelligenza e della volontà è soggettivamente sentito come appagamento di un bisogno, come soddisfazione di un desiderio, da cui agorga un senso di gioia * di benessere. Il termine consacrato dell'uso per designare il fine sotto questo punto di vista è felicità. Il fine dell'operare umano è pertanto una realtà oggettiva, estrinseca all'uomo e alle sue operazioni d'intelligenza e di volontà; ma è insieme anche una realtà soggettiva, intrinseca all'uomo poiché si identifica con le stesse operazioni dell'intelligenza e della volontà. Di questi due aspetti, oggettiva e soggettivo, del fine dell'operare umano il principale o determinante è quello soggettivo; una realtà qualunque, per quanto di grande valore in se stessa, finché non è conosciuta, amata, desiderata e posseduta dall'uomo, non ha per lui valore di fine in modo attuale e formale; è però oggettivamente un fine potenziale e materiale. Il fine, essendo il termine dell'operazione, è a questa posteriore e ne rappresenta quasi il coronamento o risultato; esso sta all'operazione come il frutto sta alla pianta; lo stesso vocabolo fine ne esprime formalmente il carattere di ultimazione. Ma se ben si osserva, il fine sotto un altro punto di vista precede l'operazione, come radice e principio della medesima; infatti è necessario che l'uomo prima conosca ad ami un fine, per essere poi in grado di tendere al suo raggiungimento. Questo duplice aspetto di principio e di termine inerente al fine è espresso con

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il noto effato: finis est primus in intentione, ultimus in executione (Sum. Theol., { }^{18}-2^{n z}, q. 1, a. 1, ad 1^{100} ). Come il frutto viene si dalla pianta, ma questa viene a sua volta dal frutto; cosi it fine e insieme frutto e germs dell'azione. Il vocabolo "motivo", frequente nel linguaggio comune per designare il fine, esprime formalmente il rapporto di antecedenza causale ch'esso ha verso l'operazione. L'indole ideologica-affettiva del fine e invece espressa formalmente dai termini idea, ideale, mira, scopo, intenzione, intento, proposito.

Componente essenziale della struttura finalistica dell'operare umano è il mezzo. Fine e mezzo si contrappongono non come due termini contraddittori e contrari, ma come due realtà o noulori correlative. Infatti ció che conferisce valore e nome di fine a una realitá e il fatto di essere conosciuta e voluta nella sua compiuta perfezione. Cio che invece conferisce a una realta valore e nome di mezzo in ordine a un dato fine e l'attitudine o capacita, in qualunque misura ad essa inerente, di concorrere ad attuare quel fine. Si può quindi stabilire come principio generale che la potenzialita e la caratteristica del mezzo in quanto tale, mentre l'attualita e la caratteristica del fine in quanto tale. Fine e mezzo sono in certo qual modo la stessa cosa, in due fasi realmente distinte: fase di potersa e fase di atta; e pertanto può dirsi che il mezzo è oggetto materiale ed il fine oggetto formale dell'operare umano; o, con altre espressioni, il fine e oggetto in sé e per sé, il mezzo invece è oggetto in sé, ma non per sé, della volontà. Occorre inoltre notare che la stessa realta può avere valore di fine, in quanto attuazione di mezzi ad essa ordinati, e può avere valore di mezzo in ordine a un fine ulteriore. Percio i mezzi sono anche detti fin: intermedt. Se ne puó trarre la conclusione che nella gerarchia dei beni, il nome di fine spetta in senso pieno ed assoluto al fine ultimo ( v.) a tale puó essere soltanto quel bene che, essendo infinitamente bene, non contiene in sé alcuna potensialita in ordine a un bene ulteriore, e quindi non puó essere in nessun modo mezzo per un altro fine: tutti gli altri beni sono fini in senso relativo, per quel tanto cioé di perfezione attuale ch'essi rappresentano, e tutti sono mezzi nella misura della loro finirezza. Quanto piú perfetto è un bene, tanto maggiore è il suo valore di fine e minore il suo valore di mezzo; viceversa la ragion di mezzo cresce con il diminuire della perfezione.

Riguardo al rapporto di precedenza fra mezzo e fine, nell'ordine intencionale, ossia dal punto di vista dell'operare umano, la volontà del fine precede e genere la volontà dei mezzi; invece nell'ordine della realizzazione oggettiva i mezzi precedono e producono il fine. Però questa precedenza dei mezzi sul fine nell'ordine ontologico è soltanto relativa, come è relativa la precedenza della potenza sull'atto. Infatti, dal punto di vista assoluto, abbracciante tutta la realta, il fine, essendo il bene perfettissimo, precede, ontologicamente, i mezzi, cioè i beni finiti. La scala ascensionale dei mezzi verso il fine, della potenza verso l'atto, presuppone la scala discensionale del fine verso i mezzi, dell'atto verso la potenza. Al fine compres dal punto di vista assoluto, quindi, la ragion di principio sotto ogni aspetto.

Passando dalle precedenti riflessioni generali a considerare l'operare umano quale si presenta nella realta sperimentale, si resta a tutta prima colpiri dalla diversitá e disparità dei suoi concreti orientamenti finalistici. La indefinita molteplicità delle aspirazioni, dei gusti, dei desideri, delle vocazioni, delle professioni, delle carriere degli uomini riflette l'indefinita varietà dei fini o scopi concreti che essi si propongono nel loro operare; la varietà multicolore dei beni o valori intesi e realizzati dalla multiforme attività umana è, per identità, la varietà dei fini verso cui essa si dirige. Tuttavia sotto questa evariatissime forme di attività sta un principio fi-
nalistico comune. Paragonando con s. Agostino l'attrattiva verso un fine al peso di un corpo (pondus meum amor meus [Confess., XIII, 9: PL 32, 849]), si potranno considerare i singoli soggetti umani, nella loro attivita finalistica, come altrettanti corpi aventi un loro proprio baricentro; ma come una forza comune sollecita tutti i corpi verso un comune centro di gravita, cosi un medesimo alunicio finalistico orienta verso un termine comune ed unico turti gli uomini nel loro vario operare umano. Questo termine comune è il fine ultimo dell'operare umano.

Il problema del fine ultimo (v.) dell'operare umano è fondamentale nelio scibile pratico, in quanto solo nel fine ultimo è possibile trovare il punto di riferimento supremo per discriminare il bene dal male, il lecito dall'illecito; indicare la pietra di paragone per misurare il valore dell'uomo e delle sue creazioni; fissare il criterio per giudicare il senso progressivo a regressivo della civilta. Lo stesso significato dei termini bene o male, virtù e vizio, progresso a civiltà, diritto e giustizia, ecc., dipende, più o meno direttamente, dalla determinazione del fine ultimo dell'uomo. Quale meta suprema, esso traccia le diretrive fondamentali cui deve attenersi l'uomo in tutto il suo operare e cui pertanto devono ispirarsi ultimamente le scienze che ne trattano, quali, ad es., le scienze politiche ed economiche.

Rimandando alla rispettiva voce la trattazione teorica e storica del fine ultimo, si indicano qui due premesse generali in rapporto principalmente alla attivita umana.

1) L'operare umano deve avere un fine ultimo, qualunque esso sia. Come nell'ordine dell'efficenza ripugna una serie di cause subordinate a vicenda, ma è necessario che vi sia una prima causa efficente non effettuaca da cui tutte dipendono, cosi nell'ordine della finalita ripugna una serie infinita di fini subordinati a vicenda, ma è necessario ammontare un fine ultimo, subordinante a sé tutti i fini, senza essere subordinato ad un fine ulteriore. Anche il fine è causa movente e si chiama percio motivo; per spiegare dunque il moto finalistico dell'operare umano, è necessario ammettere l'influsso di un motivo non motivato, ma avente in se stesso la sua motivazione; spostare all'infinito il motivo dell'operare umano val quanto sottrarre ad esso qualunque motivo, privandolo di senso. Un uomo che non riesca a concentrars e fissare le sue aspirazioni su di uno scopo almeno provvisoriamente ultimo, ma che ricerchi indefinitamente uno scopo ulteriore da dare ai suoi scopi, non potrà mai decidersi ad agire, come non si deciderà mai a muoversi chi non fissa dove andare. Gli stessi nomi di fine e termine contengono l'idea di ultimita, almeno relativa. Ma un fine solo relativamente ultimo, pur chiudendo la serie dei mezzi ad esso subordinati, è a sua volta un mezzo subordinato a un fine ulteriore. Perciò una serie infinita di fini subordinati a vicenda equivale a una serie infinita di mezzi, anzi si può considerare globalmente come un solo mezzo. Ora il mezzo, come tale, è possibile e intelligibile, sia metafisicamente che psicologicamente, solo in rapporto al fine. Il finalismo dell'operare umano esige pertanto necessariamente un fine assolutamente ultimo.
2) L'orientamento generale dell'operare umano verso il suo fine ultimo non è liberamente scelto dall'uomo, ma gli è naturalmente congenito.

Posto, infarti, l'esistenza di un ultimo fine, ne segue che la serie totale di tutte le operazioni umane avrà il suo punto di partenza e quasi la molla azionatrice nella direttiva intenzionale verso il fine ultimo. Tale direttiva non può venire che dalla natura stessa, poiché se provenisse da un atto libero dell'uomo, non sarebbe più l'atto primordiale poiché questo atto libero suppone a sua volta l'intensione d'un fine. Ciò che, più o meno liberamente,

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dipende dall'uomo è invece l'applicazione di queste naturale tendenza verso il fine ultimo ai particolari fini concreti; ossia dall'uomo dipende l'esecuzione dell'intenzione verso il fine ultimo, non l'intenzione stessa. Se nel fare questa applicazione esecutiva l'uomo si mantiene coerente con quella tendenza, agisce bene; se invece la contrasta, agisce male. Dall'uomo dipende, in altre parole, non la tendenza al fine ultimo, ma la scelta e l'uso dei mezzi per raggiungerlo.

Le tendenza primordiale dell'operare umano verso il suo fine ultimo, essendo naturale, è identica in tutti gli uomini. Ma appunto nell'applicazione di questa tendenza gli uomini di diversificano tra loro con le svariate forme della loro attività.

BibL.: Sum. Theol., 10.30. cq. 1-2: C. Gent., 1, in. capp. 127: J. P. Migne. Fin des actes humains, in Dictionnaire de Théologie morale. I, coll. 1128-38. Il fine naturale degli atti umani è studiato dalla teologia cattolica dei nostri tempi o nella sczione dogmatica nel trattato De Deo eremite, o nella sczione morale nel trattato Theologia moralis fundamentalis; i trattati di filosofia scolastica ne parlano o nella sczione antropologica (v. D. Mercier, Psychologie, 11 ed., II, Lomenio 1213) o nelle scienze etio (Th. Meyer, Institutiones iuris naturalis. I, Friburge in Br. 1883. pp. 11801: P. Richard. Fin dernitre, in DThC, V, coll. 24772504: A. Gardell. Bénititude, ibid., II, coll. 427-512; S. Schilfini. Disputationes philosophiae moralis, 1, Torino 1891, pp. 1171: A. M. Jamrier. La bérititude. Conférences de Notre-Dame, 1, Parigi 1903: V. Tashrein. Filosofia morale, 1, Firenze 1912. pp. 108-64: L. Lehn. Philosophia moralis et socialis, Parigi 1914. p. 140: A. D. Sertillengia. La philosophie morale de v. Thomas d'Aquin, ivi 1916: J. de Finance. Etre et agir dans la philosophie de si Thomas, ivi 1945.

Gaetano Corti
FINALPIA, sAbia di S. Mabia. - In Liguria, fondata dal maschese Biagio Galeotto del Carretto nel 1477, presso il santuario che custodiva la venerata e antica immagine di Maria Pia, dipinta su legno. Fin dagli inizi fu affidata ai monaci Olivetani che vi rimasero, superata la parentesi della soppressione napoleonica (1799-1819), fino al 1843. Su istanza del re Carlo Alberto, passò allora alla Congregazione cassinese (1844). Nel 1855 fu colpita dalla nuova soppressione e solo nel 1905 poté ricostituirvisi la comunità.

L'immagine, venerata dai papi Innocenzo IV, Paolo III e Pio VII, dall'imperatore Carlo V, e da altri sovrani, fu solennemente incoronata nel 1920; nell'anno seguente si inaugurarono i lavori di completamento del chiostro condotti e termine nel 1922. In quello stesso anno la badia assunse la direzione della Rivista Liturghia, tanto benemerita per il risveglio di tali studi.

Unico avanzo dell'antico santuario è il campanile del sec. xit. Notevoli alcune ceramiche rabbiane e le tarsie degli armadi della sagrestia.

Biel.: G. Salvi. Il santuario di Nez'ra Signore in F., su documenti inediti, Subisco 1910; Cortinesu, I, coll 1143.

Tommaso Leceisotti
FINANZA PUBBLICA. - Si suole derivare l'etimologia di finanza dal termine medievale «finatio ", "financia " (corruzione da "finire ") e s'intende l'atto con cui si trattavano e conchiudevano ("finare ") i conti per una prestazione di opera, una composizione, una taglia. C'è una finanza privata e una f. p. La prima è costituita in senso largo dalla ricchezza privata; la seconda dalla ricchezza pubblica. Naturalmente, con l'andare del tempo, il significato di finanza andò per una parte ampliandosi e per l'altra determinandosi meglio a seconda delle varie circostanze e necessità sociali.

Sommarto: I. F. p. e attività finanziarie. - II. Elementi costitutivi delle f. p. Elementi o presupposti minori. - III. Le spese pubbliche. - IV. Le entrate pubbliche. In principale: le imposte e i sistemi tributari. - V. Il bilancio dello Stato. - VI. Le entrate straordinarie: il debito pubblico. - VII. F. p. e circosiezione monetaria. Le ricorrenti inflazioni: loro cause e loro effetti nella finanza degli Stati. - VIII. Lo studio scientifico della f. p.
I. F. p. e attività finanziaria. - La f. p. ha per oggetto i fatti relativi alla ricchezza che lo Stato e i minori enti pubblici si procurano e impiegano per il raggiungimento dei fini pubblici che si specificano in bisogni pubblici.

Se si ha riguardo al soggetto (lo Stato e, nel suo ambito e secondo le forme ed entro i limiti da esso stabiliti, gli enti minori: regioni, province, comuni, ecc.) che compie tali fatti, si parla di attività finanziarie; e questa espressione sottintende sempre la qualifica di pubblica. Del resto la rilevanza di tale attività nella storia dei popoli - come comunità politiche progredire - è stata sempre così forte ed ha acquistato così chiaro senso, di fronte alle altre attività di ricchezza (dei privati, e dello Stato medesimo in quanto, come i primi, esercita conmerci, industria, ecc.), che la sola parola finanza nell'uso corrente si è sempre dimostrata nel significato proprio di f. p. Finance nel Cinquecento entrò nell'uso in Francia con riferimento agli enti pubblici, per significare la ricchezza e più specialmente l'entroto dello Stato per il conseguimento dei suoi fini. Il qual compiuto senso si trae bastantemente dalla seguente frase del cancelliare De l'Hospital (1568): - Nos adversaires ont peu de finance, mais ils la ménagent bien.
II. Elementi costitutivi della f. p. Elementi o presupposti minori. - Tre sono, dunque, gli elementi costitutivi dell'attività finanziaria :

1) lo Stato, che forma l'elemento soggettivo; e ciò anche quando si tratta degli enti pubblici ad esso sottoposti, gusché i bisogni pubblici soddisfatti da tali enti rientrano pur sempre nei fini dello Stato, e la finanza loro è regolata dallo Stato, nel modo anche di ordinarla a quella sua propria;
2) i fini dello Stato (elemento oggettivo), i quali sono genericamente determinati come fini di conservazione e di sviluppo dell'organismo politico;
3) la ricchezza, che è costituita da beni economici (reddito e patrimonio) già esistenti in massima parte presso le economie private e dei quali lo Stato si serve in data misura (normalmente, nello Stato moderno, mediante tributi imposte, tasse, ecc.) formando le entrate pubbliche e impiegando queste in spese pubbliche.

Gli elementi o presupposti minori dell'attività finanziaria sono relativi all'ambiente storico e locale. Essi riguardano i vari aspetti della vita dello Stato, nella quale è anche la vita della società, nei suoi elementi materiali e spirituali, come sarebbero i il regime produttivo e distributivo della ricchezza; la distribuzione territoriale della popolazione e la sua divisione in classi di reddito e professionali, e anche, per un poco, la conformazione fisica del territorio stesso; il rispetto che lo Stato ha della proprietà privata, e della libertà in cui tiene il costituirsi del reddito e dei consumi o risparmi privati, e gli scambi con l'estero, la cultura e l'istruzione del popolo, e anche quelli che sono i suoi costumi di vita domestica e sociale; l'educazione fiscale dei contribuenti, le forme politiche e gli stabiliti rapporti che caratterizzano quelli che si dicono diritti civici e di libertà del cittadino, in cui entrano la pubblicità che si fa dei bilanci finanziari e il rispetto in cui si tiene l'opinione pubblica circa l'azione finanziaria dello Stato e degli altri enti pubblici; e via dicendo.
III. Le spese pubbliche. - Le spese pubbliche, del principio del sec. xix, dimostrano un notevole e continuo aumento progressivo, in relazione alla crescente dilatazione dei fini dello Stato.

Presentemente, il fine di quella che si chiama sicurezza o prosperità sociale nella gran parte dei paesi europei e americani forma una spinta fortissima all'aumento delle spese pubbliche degli Stati e dei minori enti territoriali (regioni, province, comuni) e non territoriali (enti amministrativi istituzionali creati e riconosciuti dallo Stato con personalità giuridica proprie per conseguire determinati scopi d'ordine sociale ed economico).

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TABERNACOLO dipinto con i sa. Pietro e Paolo - Perugia, Pinacoteca.

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Ost. almeti.

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Si vanno anzi creando sempre più le condizioni di una finanza parafiscale, la quale, appunto, serve come limite alla finanza classica relativa ai fini fondamentali e tradizionali degli organismi politici, per lasciar posto ad una finanza svolta degli enti pubblici non territoriali, con scopi e compiti speciali di socialità e d'impulso della vita economica; e tale finanza si conviene chiamare parafiscale, pur non avendo ancora limiti teorici e pratici ben determinati, specialmente riguardo alla natura od ai compiti di una numerosita di istituzioni e di associazioni di carattere volontario o anche di natura mutualistica obbligatoria, fra cui principalmente le assicurazioni sociali.

Oltre a cio, una politica di investimenti pubblici, in questo secondo dopoguerra, serve come strumento per attuare mutate forme d'intervento dello Stato sulla vita economica (dirigismo, pianificazione) e agisce pure come forza per raggiungere nuovi scopi di socialità e di progresso civile ed economico. Gli investimenti pubblici costituiscono non un superamento della classica politica delle opere pubbliche (limitata a oggetti di viabilita, porti, fortificazioni, ecc.) e dànno al credito pubblico nuove direzioni per nuovi obbicitivi da raggiungere su tutta l'economia nazionale anche mediante la manovra generale del credito e degli investimenti privati.
IV. Le entrate pubbliche. In Principale: le imposte e i Sistemi primitali. - Soltanto nello Stato moderno e nei tempi più vicini a noi le entrate pubbliche sono costituite nelle loro quasi totalità da tributi (entrate derivate), mentre nel passato, e tanto più nel medioevo e nella prima età moderna, vi erano fonti di entrate in gran parte costituite da patrimoni che si ritenevano apportenere a titolo personale ai sovrani e principi, ovvero da commerciali e produzioni da essi esercitati o promossi (demanio fiscale, producente entrate originarie); oltreché da diritti nella forma di regalie a loro medesimi spettanti e dai quali hanno origine certe forme di imposte dello Stato moderno più progredito.

Le imposte colpiscone i redditi e i patrimoni dei singoli (contribuenti) tanto direttamente (imposte dirette) quanto indirettamente (imposte indirette, che colpiscono i consumi, i trasferimenti delle ricchezze e gli atti di scambio in generale).

Con le imposte gli Stati contemporanei più progrediti giungono a prelevare in media la terza parte della totalità dei rispettivi redditi nazionali. Unde si comprende l'importanza massima che nella f. p. di ciascun paese ha la formazione del sistema tributario, regolato da criteri di organicita e razionalita.

Le imposte, oltre al loro scopo primordiale di procurare le entrate al fisco per le spese pubbliche, odiernamente vanno sempre più sviluppando collateralmente anche compiti non propriamente fiscali. Passano, cioè, essere attuate come strumento diretto a modificare o correggere il corso naturale della vita economica (come i deai protettivi, che servano a limitare la concorrenza all'interno dei prodotti stranieri) o a raggiungere scopi di socialità (come avviene con le aliquote fortemente progressive nelle imposte che colpiscono la capacità contributiva manifestata dalla somma dei redditi o dei valori patrimoniali di una persona fisica, o i patrimoni trasferiti per eredita, legati o donazioni; con tendenza quindi a mitigare la disuguaglianza delle ricchezze individuali), ecc.

Da cio la distinzione in finanza fiscale e finanza estrafiscale, che però si presta a lasciare malamente intendere la reale natura del fenomeno finanziario.
V. Il bilancio dello Stato. - Uno strumento contabile e giuridico di grandissima importanza nello Stato moderno, per i rillessi di ogni ordine politico, costituzionale, amministrativo e di ordine nella gestione del denaro pubblico, è il bilancio, sia per la previsione (bilancio di previsione) periodica (che è annuale, ma tendente oggi a periodi più lunghi) dei fatti finanziari rappresentati da partite numeriche tanto per le entrate che per le uscite o spese, e sia per la loro effettuazione e, poi, per il rendiconto (bilancio consuntivo).
VI. Le entrate straordinarie: il debito pussDlico. - Le entrate straordinarie, per far fronte a spese straordinarie, sine ad un certo limite relativamente
ridotto possono essere date da tributi straordinari, ossia mediante temporaneo aumento delle aliquote di alcuni o tutti i tributi esistenti o la introduzione di nuovi tributi in via temporanea.

Nasce quindi un lato, odiernamente molto rilevante, dell'attività finanziaria: quello dei prestiti pubblici, nelle specie di: a) debito fluttuante (per sopperire a momentanze deficence di cassa, cioè per pagamenti che nelle previsioni sono ritenuti sufficientemente coperti dal complesso delle entrate che, rispetto a tali pagamenti, sono in ritardo di riscossione), di cui principalmente si ha la forma di buoni del tesoro ordinari (con scadenza breve che in Italia va da uno a dodici mesi); b) debito consolidato, che è o a scadenza indeterminata (senza scadenza) a allora si dice debito irredimibile o perpetuo, o a scadenza determinata, cioè si ha il debito redimibile, per lo più estinguibile mediante sorteggi annuali (ammortizzabile). Vi è una forma intermedia fra il debito fluttuante e quello consolidato, specificata in buoni del tesoro straordinari, con scadenza pluriennale (in Italia prevale quella novennale) che s'interisce come forma di attesa, per essere alla fine (quando il mercato del credito e le condizioni politiche si presentano favorevoli) trasformato in debito consolidato. Prolungandosi tale attesa, si provvede mediante rinnovazioni dei medesimi buoni giunti alla scadenza.

Naturalmente il debito pubblico determina partite di spese pubbliche ordinarie, per il servizio del pagamento degli interessi dei prestiti da cui è formato, nonché dei premi che spesso vi sono connessi.

All'infuori dei rimborsi e di altre forme di estinzione del debito pubblico, che tendono vieppiù a limitarsi al solo debito fluttuante propriamente tale (ma che pur sempre riprende annualmente), lo Stato ha una sola via palese per ridurre il carico della spesa pubblica per gli interessi del suo debito contratto in condizioni di mercato del credito poco favorevoli : quello della conversione del debito consolidato irredimibile; la quale, quando è volontaria ad opzionale (conversione ordinaria), dà luogo alla sostituzione dei vecchi titoli del prestito con titoli nuovi portanti un interesse minore.
VII. F. p. 2 circolazione monetaria. Le ricorrenti inflazioni: loro cause e loro effetti nella finanza degli Stati. - Forme materia di grave aspetto anche per la f. p. quella della circolazione monetaria, oggigiorno formata quasi dovunque esclusivamente da biglietti di banca in via principale.

Essa in momenti difficili per la f. p., come quelli nei quali ricorrono spese eccezionali - e, talora, ingenti e a dismisura per potere essere sostenute con gli ordinari mezzi creditizi - determinate da guerre, suole formate un mezzo ad una fonte straordinaria di entrata, quale strumento occulto di debito pubblico (per altro senza interessi), appunto mediante la emissione di carta moneta per i bisogni della Stato nascosti per tali cause.

La inflazione della circolazione, che ne a la conseguenza inevitabile ed infrenabile - almeno finché durano quelle cause provocatrici -, producendo l'effetto della svalutazione dell'unità monetaria, con i danni sull'intera economia del paese, ha però la virtù di ridurre il peso della massa dei prestiti pubblici precedentemente emessi dallo Stato a dai minori enti pubblici (ed è lo stesso per i prestiti nei rapporti fra privati) in ragione della riduzione del valore della stessa unità monetaria, riferito ai rispettivi momenti di emissione dei prestiti medesimi.

E in conclusione, malgrado l'enorme massa sempre nominalmente crescente dei prestiti pubblici, quale si va facendo dal principio del sec. xix ad oggi, quasi tutti gli Stati, per effetto delle ricorrenti svalutazioni conseguenti ad altrettante ricorrenti inflazioni monetarie - certo non volute né ricercate dai rispettivi governi - si vengono a trovare di tratto in tratto notevolmente alleggeriti (nel confronto con le altre partite di bilancio) quanto al peso effettivo per oneri di debito pubblico.
VIII. Lo studio scientifico della f. p. - Come oggetto di studio scientifico, la f. p. dà luogo ad una delle più importanti discipline sociali, insegnata come materia fondamentale in tutte le facoltà di giurisprudenza, di

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scienze economiche e di scienze politiche: la scienza delle finanze, insieme al diritto finanziario.

Rispetto a tali studi l'Italia si è acquistata la più alta rinomanza nel mondo, sia per una sua più lunga tradizione secolare a sia per il maggior numero di ingegni che vi si dedicano, per ricerche a pubblicazioni che formano una letteratura scientifica che si ve facendo sempre più abbondante e ragguardevole per contributi su ogni genere, specie e aspetto della materia finansiaria, che è fra le più complesse nell'intricato campo delle scienze sociali.

Il fondamento della scienza delle finanze è essenzialmente politico, con carattere etico-giuridico sperificantesi nel quadro della dottrina dello Stato.

Nondimeno prevale ancora il primo indirizzo della moderna scienza dell, finanza, che le dà fondamento economico, per cui il suo studio è fatto nel quadro della teoria economica, cioè riguarda la scienza delle finanze come una speciale branca della scienza economica. Ma l'errore di un tale, indirizzo si va ora facendo sempre più palese, onde il compito della teoria economica, rispetto ai fenomeni finanziari, si preciserà come sviluppante una categoria, sia pure importantissima, di studi degli aspetti economici di tali fenomeni, maggiormente riguardo alle imposte. Di esse infatti occorre conoscere gli effetti sulla vita economica (economia finanziaria) per aiutare alla ricerca di sistemi tributari che siano il più possibile efficenti pure rispetto al sano andamento degli affari economici, compatibilmente con i fini fondamentalmente politici dello Stato; i quali, riguardo alla finanza, sono regolati dal fattore morale e dalla coscienza giuridica storicamente operante.

L'indirizzo economico della scienza delle finanze è stato spesso corretto con l'introduzione in esso di elementi politici (non sempre intesi conformemente alla reale natura dello Stato, perseguente fini propri non confondibili con quelli degli individui o di gruppi di individui) o di caratteri sociologici, nei quali dovrebbero rimanere assorbiti - secondo alcuni scrittori - il principio economico e l'elemento politico; mentre però bisognerà riallacciarsi al puro senso della politicità dell'atto finanziario, com'era nei nostri scrittori, a partire da s. Tommaso a sino alla prima metà del sec. xix, caratterizzato dal fattore morale e dall'ordinamento giuridico dello Stato.

RisL.: Trattati e compendi italiani di scienza delle finanze e diritto finanziario dell'ultimo ventennio, esclusi i corsi di lezioni biografati: C. Cassola, Lezioni di scienza delle finanze, { }^{2} ed., Napoli 1935; S. Scoca, Elementi di scienza delle finanze, Lanciano 1935; G. Zingali, Lezioni di scienza delle finanze, { }^{2} ed., Catania 1947; L. Rinaudi, Il sistema tributario italiano, 4^{2} ed., Torino 1932; M. Fazioni, Principi di scienza delle finanze, 2 voll., Torino 1941; A. De Stefani, Manuale di f., 4^{2} ed., Bologna 1943; R. Crisiotti, Primi elementi di scienza delle finanze, 2^{2} ed., Milano 1946; E. Moraclli, Corso di scienza della f. p., 4 voll., 4^{2} ed., Padova 1949 a 1952 ; Id., Compendio di scienza delle finanze, 21 ed., Padova 1921; C. Arona, Principi di scienza delle finanze, Torino 1948; L. Cangemi, Elementi di scienza delle finanze, 2 voll., 4^{2} ed., Napoli 1948; L. Zinaudi, Principi di scienza della f., 4^{2} ed., Torino 1949; J. Tivaroni, Compendio di scienza delle finanze, 12 ed., Bari 1949; A. Gerino Canina, Corso di scienza delle finanze, Torino 1950; M. Fanno, Elementi di scienza delle finanze, 12 ed., ivi 1950. In alcune di tali opere è svolto istituzionalmente anche il diritto finanziario; ma vi sono inoltre trattati di solo diritto finanziario e particolarmente tributario: F. Dematteis, Manuale di diritto penale tributario, Torino

1973: G. Ingrosso, Istituzioni di dirlito fannaiario, 3 voll., Napoli 1935-46; M. Pugliese, Istituzioni di dirito fannaiario, Padova 1937; G. Tesoro, Principi di dirlito tributario, Bari 1938; E. Allorio, Diritto processuale tributario, Milano 1942; M. Udine, Il diritto internazionale tributario, Padova 1949.

Rinamade Morelli
FINESTRA. - Apertura a tutto spessore in un muro, fatta per l'accesso della luce. Può essere composta da un solo, due o più elementi che dicessi luci (monofora, bifora, trifora, polifora). I due lati verticali della f. diconsi stipiti, spalle o piedritti: su di essi si appoggia il lato orizzontale superiore che è chiamato a reggere il peso del muro soprastante; esso è detto architrave, ed è spesso sostituito con elemento ad arco. Gli stipiti si appoggiano sulla linea del lato orizzontale inferiore, che è detto linea di parapetto e di davanzale. Le due facce degli stipiti divergenti verso l'interno diconsi sguanci. La f. pzi si completa con gli infissi di chiusura ed apertura: lepersiane o gelosie, gli sportelli a vetro; le impannate simili agli sportelli che vengono apposte esternamente per meglio riparare dal freddo; gli scuri, che vengono fissati internamente al telaio maestro.

La proporzione e la forma della f. dipendono da vari fattori, che vanno dal sistema costruttivo adottato al peculiare carattere della costruzione, che esige di volta in volta attuazioni diverse; mentre la decorazione trova le sue origini nella fantasia qualche volta incline a soluzioni lontane dalla funzionalità.

Nel modo architravato, la decorazione più antica consiste nella posizione in evidenza dell'architrave, sotto il quale gli stipiti ora sono in linea con il muro, ore invece sono aggettanti, costituendo con l'architrave una forma unita, sporgente, che si dice scarica. Nell'architettura classica all'arco è sovrapposto una cimase, spessa decorata, talora sorretta da mensole. La massima ricchezza decorativa si ha nella f. a rebernacolo, in cui la luce appare al centro di una vera e propria costruzione architettonica. Riguardata esteticamente nella composizione della facciata, la f. ha un'importanza essenziale e spesso le dà un tono singolare per la disposizione dei vuoti, rappresentati appunto dalle f. sul piano del muro. Il carattere stilistico delle varie epoche si manifesta, dunque, anche nella distribuzione ritmica o aritmica dei vari azorali. Così mentre nel Rinascimento generalmente si rispettava la simmetria (un numero pari di f. è ordinato ai lati della f. centrale e dominante), nel medioevo si tende invece a una disposizione asimmetrica variata le forme e le dimensioni delle varie f. che talora accompagnano la varietà di volume degli ambienti cui danno luce. Dalle primitive forme, rettangolari e trapezoidali (meno comuni), si passa, nel periodo gotico, ad altre forme più slanciate e polifore, caratterizzate dalla presenza di archetti, ornati da trilobi, a terminanti a cupida.

Nel Cinquecento la f. raggiunge, sull' esempio dell'antichità, una lineare eleganza semplicità di strutture e il tipo architravato torna in auge, con le proporzioni composte sulla base di un doppio quadrato conturando una mostra, da una contra mostra e da una comice.

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Fingetia - F. del Casino Medicea, opers di B. Buontalenti (ca. 1480) - Firenze.

In questo tempo si diffonde la f. a edicola; ed entra in uso anche la trifora serliana, costituita da tre intercolumni, dei quali quello centrale ed arca. Nel periodo barocco la decorazione della f. assume movimento dalla contrapposizione della mostra lineare con la contromostra, per lo più assai decorata. I frontoni hanno varie forme, sempre tendenti ad effetti di carattere dinamico e pittoresco. E il periodo dei frontoni dalle più varie fogge : spezzati - interrotti, ratti e curvi, concavi o convessi, ondulati - raccordati, che raccolgono nel loro campo fantasiose decorazioni di cartelle, conchiglie, figure, ecc.

Nel tempo nostro anche la f. risente della generale tendenza alla semplificazione, che si manifesta in tutta l'architettura. Scompaiono, o si riducono al minimo, le decorazioni. Sulla facciata liscia la f., perso ogni valore plastico, ne assume uno volumetrico come vuoto in contrapposizione al piano circostante ed anche uno cromatico come zona scura contrapposta al colore chiaro dell'intonaco. - Vedi tav. LXXXVIII.

BibL.: A. C. Quatremère de Quince, Dio storico d'arch., Manova 1847, v. indice; A. Chabé, Histoire de l'architecture, Parigi 1899, v. indice; C. Huda, Kunstroht. und Kunstform, I c III, Berlino 1904, v. indice; I. Egle, Bussill und Baufermenlehre, Stoccarda 1905, v. indice; C. Ricci, Architetura barocca in Italia, Bergamo 1912, v. indice; E. Vaillet Le Duc, Dictionnaire rationed de l'architecture, Parigi s. d., v. indice. Pietro Gazzaia
FINE ULTIMO. - E il bene supremo a cui tende ogni natura nel suo agire e soprattutto la natura spirituale che opera secondo intelletto e volontà.

Sostituto: I. Nozione. - II. Canno storico. - III. Dottrina cattolica.

1. Nozione. - Le nature irrazionali presentano un ciclo di sviluppo chiuso che ogni individuo percorre secondo leggi determinate aventi per scopo la conservazione della specie, cosi che il f. u. resta immanente alla natura stessa. La creatura spirituale invece ha una propria somiglianza con la natura divina e per via della sua spiritualità ha la capacità di conoscere e amare Dio stesso al quale perciò è «im-
mediatamente ordinata: "Sola creatura rationalis est capax Dei, quia ipsa sola potest ipsum cognoscere et amare explicite" (S. Tommaso, De verit., q. 22, a. 2 ad 5). Mentre perciò le nature irrazionali si muovono per l'inclinazione innata alle funzioni della specie (p. es., nei viventi, il nutrirsi, il riprodursi, ecc.), la creatura spirituale può conoscere il Bene supremo che trascende la specie, e dispone della libertà per decidere del f. u. del suo agire e con cils "sceglie" il suo destino. L'uomo pertanto in quanto è dotato di un'anima intelligente e libera e attinge alla dignità di "persona", ottiene come "singolo" un valore trascendente, cioè l'immediato ordine a Dio che ciascuno può (e deve) tradurre in atto con l'esercizio della sua libertà : perciò nella sfera degli esseri spirituali, il conseguimento del f. u. non è in funzione della specie e univocamente determinato, ma resta sospeso all'ambiguità della decisione della libertà di ciascuno. L'esito sarà corrispondente alla natura delia scelta: la felicità per chi ha scelto il Bene incommutabile, l'infelicità invece per chi ha scelto il bene apparente e transeunte.

Il f. u. può essere allora considerato dal punto di vista oggettivo e in questo convengono tutte le creature, in quanto esso è la gloria di Dio che ciascuno manifesta e attua e modo suo con il dispiegamento della propria attività. Oppure il f. u. può essere considerato dal punto di vista soggettivo cioè secondo quell'operazione che rende possibile all'agente il possesso ovvero l'unione con il Bene supremo : tale f. u. s