volume-05

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e, s. v. in Thieme-Becker, XI, pp. 398-600. Emilio Lavamino

FIORETTI DI SAN FRANCESCO. - Il titolo completo, secondo i codici, sarebbe: Fioretti, miracoli et esempi divoti del glorioso poverello di Cristo messer santo Francesco e d'alguanti suoi santi compagni, e comprende il fiore (scelta) e la traduzione di 53 capp. di un'opera latina: Actus b. Francisci et sociorum eius, iniziata da frate Ugolino da S. Maria in Montegiorgio (Marche) negli ultimi decenni del sec. xili, continuata poi da altri frati con aggiunta di episodi posteriori che permettono di stabilire i termini estremi della traduzione, cioè non prima del 1370 , non dopo il 1396 .

Traduttore dei 53 capp. prescelti è un ienoto frate fiorentino o senese (qualcuno suppone marchigiano e nipote di frate Ugolini) il quale cominciò il suo lavoro forse intorno al 1380 , e forse fu lui stesso a scrivere direttamente in volgare le cinque Considerazioni delle sacre stimunte di s. Francesco, che integrano i F. Protagonisti dei primi 40 capp. sono s. Francesco e i suoi compagni; degli ultimi 13 i Francescani delle Marche, fedelissimi alla tradizione più aurtera. Nella prima parte previo l'originalità umana e sovrumana di s. Francesco, che è per se stessa un prodigio, nella seconda il misticismo dei seguaci intessuto di visioni miracolose. Il valore storico dei F. è restriscimo, se si bada ai dati di fatto; è grande se per storia s'intende il significato ideale e lo spirito della narrazione: in realtà pochi libri esprimono, come questo, la concezione francescana della vita. Da qui anche il suo valore spirituale. I F. prospettano la natura nella bellezza originaria, le creature nella bontà creatrice, le relazioni umane nella semplicità del Vangelo, ed irradiano la letizia della povertà fossia dell'abito di sé nell'amore di Dio) anche sul più scottante dolore, come risulta dal cap. 8 , che rappresenta in un dialogo fa-
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Fionetti in s. Francesco - Fine del cap. 7 e inizio dell'8 dove si tratta della Quaresima fatta da s. Francesco in un'isola del lago di Perugia e del discorso di s. Francesco a frate Leone sulla perfetta letizia - Biblioteca Vaticana, cod Vat. lat. 10101, f. 30 (sec. xI).

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moso il detto paolino: «Mihi absit glorieri nisi in cruce Domini Nostri Jesu Christi s. Tale significato e tanta efficacia su lettori di ogni mentalità, specie scattolici, non si spiegherebbero senza un adeguato valore estetico. I F. sono un gioiello d'arte. La traduzione non fa che riportare il concepirvento originario (in volgore) l'azionario latino degli Armi e trasfondo nel periodare semplice, terzo, ora veristico e intimo, ora soave e lirico, il candore e l'ardore dei primi francescani e l'incanto di una santità, che ama Dio senza rinnegare la vita.

Bibl.: Edd. moderne del F. notevoli per introduzione e commento, sono quelle curate da: A. Cosari. Verona 1822; L. Manzoni. Roma 1901 (secondo il codice di Amaretto Mannelli del 1326. il più antico); A. Della Torre. Torino 1909; F. Maggini, Milano 1923 (con buona note filologiche e riferimenti a Dante); M. Casella. Firenze 1926 (con ricostruzione critica del testo); B. Bughetti, ivi 1926 (integrata dalla trad. di 20 capp. aggiunti e di altri testi del francescanesimo primitivo e corredata di ottime note storiche); A. Gemelli. Milano 1943 (con incorporazione spirituale dell'opera); G. Getto, ivi 1946. Studi: inzerta al testo e ai suoi autori: B. Bughetti, Altrius ideo foudumentali sui F. di s. F., in Arch. Franc. blit., 19 (1926), pp. 321-33; id., Una nuova compilazione di testi intorno alla vita di s. Francesco, ibid., 20 (1927), pp. 321-33; id., Una parziale nuova traduzione degli "Actus" accoppiata ad alcuni capp. dei F. s. ibid., 21 (1928), pp. 313-14; 22 (1929), pp. 63-113; id., Descriptio soci codici: "Actus B. F. schilescis. ibid., 32 (1939), pp. 412-38. Valutazione estetica: A. Momigliano. Studi di poesia, Bari 1938, pp. 10-30; F. Fora. Storia delle lett. it., I. Milano 1948, pp. 338-49.

Maria Sticco
FIORI. - I. Archeologia. - Nell'Ottocio di Minuolo Felice si afferma che i cristiani non si ponevano in capo corone di f. come i pagani, ma a. Girolamo riferisce l'uso cristiano del suo tempo di spargere di rose, di gigli e di altri f. i sepolcri dei propri cari, quasi per lenire il proprio dolore "et dolorem pectoris his officia consolantur" (ep. 66, 5 : PL 22, 642); ma i f. appassiscono sùbito, egli osserva (ep. 107, 9: ibid. 875). E invece tesse l'elogio di un sacrestano perfetto, un tale Nepoziano, che adornava di f. e di pampini le basiliche e i sepolcri dei martiri (ep. 60, 12 : ibid., 21, 796-97). Questa più consuetudine è attestata per Milano da s. Ambrogio (De obitu Valentiniani, 56 : ibid., 16, 1376); per l'Africa da s. Agostino (De civitate Dei, 28, 8 : ibid., 41, 767), per la Spagna da Prudenzio (Peristephanun, III, 201-207: ibid., 60, 356); per Nola da s. Paolino (De s. Felice natol., III, 108-13 : ibid., 51, 427); per la Gallia da Gregorio di Tours (De gloria martyrum, 71 : ibid., 71, 768; id., De gloria confessorum, ibid., 866,897 ).

Quanto alle rappresentazioni di martiri o di defunti in un giardino fiorito, v. paradiso.

Bial.: G. Bonaventa. Se gli antichi cristiani abbiano moto f. nelle singole dei loro defunti, in Civ. Catt., 1889, 10, pp. 472-84; H. Lodeven, Pirare, in DAOL, V. II, coll. 1893-99. Enrico Jesi
II. Liturgia. - Nel medioevo, là dove era impossibile avere le palme per la benedizione e processione nella domenica VI di Quaresima, si usavano f. Venivano fatti piovere dell'alto durante la Messa di Pentecoste ( = Frsqua delle rose) per significare la pioggia dei carismi dello Spirito Santo (cf. E. Martène, De antiquis Ecclesiae clithus, IV, 26, ed. Anversa 1764, III, p. 195). A Roma in S. Maria Maggiore, il 5 ap., vengono gettati petoli di rose bianche a ricordo della neve che, secondo la leggenda, sarebbe caduta in tale giorno.

La legislazione liturgica odierna stabilisce : "Quando si fa una festa delle più solenni di una data chiesa, si ornino innanzi tutto le porte esteriormente con f. e rami e fronde verdi" (Cerimoniale dei Vescovi, I, 211, 3) e sull'altare fra i candelieri e con le reliquie "potranno usarsi anche vasi convenientemente ornati con fiori o frondi odorifere, o di seta * (ibid., n. 12) e "al luogo detto martirio o confessione, ove sotto l'altar maggiore riposano i corpi dei martiri, è conveniente porre f. a fronde con altri ornati * (n. 16). Così pure (ibid., II, xxxir, 2) in occasione della processione del Corpus Domini è pre-
scritto "che le vie per le quali la processione deve passare siano pulite e vengano ornate con tappeti, drappi, givure, f. e piante verdi a seconda della possibilità della natura del luogo ". Il Rituale romano per i funerali dei bambini suggerisce che si apponga al feretro "una corona di f. o di erbe odorifere in segno dell'integral a verginità di quel corpo ". Sono proibiti nelle funzioni di penitenza ed in Quaresima; riprovati da molti sinedi diocesani i f. artificiali.

Bial.: R. Guaveman. Florete, flores, in Les questions liturgiques et paroissiales, 12 (1927), pp. 223-39. Enrico Cassano
FIORI DI VIRTÙ. - Opera classica di civile e morale educazione, fondata sull'autorità dei maggiori teologi e filosofi; dagli antichi molto consigliata alla gioventú come ricca di esempi di pura lingua toscana e ripiena di insegnamenti preziosi per il buon costume e per rettamente governare se stessi e gli altri.

Si divide in 40 capp. nei quali si tratta delle virtù più necessarie e dei vizi principali, appropriati ciascuno ad un animale. In qualche edizione l'opera è chiamata Fiori di virtudi e costumi o F.li c. Tra le più antiche edizioni la migliore e del 1512 (Roma. Marcella Silberg Alf Frank); tra le più recenti sono assai apprezzate quelle di Roma del 1710 e quella di Padova del 1731. Non se ne conosce con certezza l'autore, ma oggi assai connaturante si attribuisce a Tomaso Leoni e si ritiene composta prima del 1323, prima cioè della canonizzazione di s. Tommaso.

Bibl.: Vocabolario degli Accedentici della Chiesa, VI, Napoli 1948, pp. 2 e 23: F. di s. ridotto alla sua vera lezione. Ristampa del romanzo originale del 1520 , migliorata non poco ancora all'originalia e alla interpretazione. Padova 1731: Roma fine di virtù rifumato, arcescinato, ad ornato con dolcifur, timilizmbal, ed esempi adattati alle virtù e vini, de' quali frutto, Vescos 1802.

Felice da Mareto
FIORINO. - Gnostico della scuola italiana vissuto nel sec. 11. Da giovane soggiornò quale ufficiale imperiale a Smirne, ove conobbe s. Policarpo e il giovane s. Ireneo. Diventato poi prete della Chiesa romana, verso il 192, abbracciò la gioia valentiniana, in cui difesa compose scritti giunti sino in Gallia.

Di là Ireneo scrisse due lettere: a F. per ritrarlo dall'errore; a papa Vittore per prosperargli il pericolo di quegli scritti. Rimasto F. inflessibile, fu privato del sacerdozio. Insostenibile l'identificazione di F. con Q. S. Florens Tertullianus.

Bibl.: Eusebio. Hist. eril., V, 15, 20; A. Baumstark, Die Lehre des rön. Prech. Flor., in Zeitschr. f. neutestam. Wissmuth, 13 (1912), pp. 306-19; Bardenhower, I, pp. 381, 413 299.

Vincenzo Montefino
FIOH. - Parola araba che letteralmente significa "accorgimento", "ragionevolezza ". Nell'uso più antico essa indicava, in contrapposizione a 'iba («aziensa» nel senso di conoscenza sicura di determinate disposizioni ricavabili dal Corano e dalla tradizione), la considerazione autonoma, logica, lassata sulla opinione personale. In un senso più vasto, f. indicò poi la "giurisprudenza" musulmana in genere.

Essa però si estende molto in ampiezza ad abbracciare tutti i rapporti della vita religiosa, statale e civile. Comprende le leggi che regalano il rapporto rituale dell'uomo con Dio ('ibaddi), l'intero campo del diritto ereditario, famigliare, delle cose e delle obbligazioni (rapporti giuridici condizionati dalla vita sociale, sui dravili) a inoltre il diritto e la procedura penale, le leggi sul governo a l'amministrazione dello Stato e il diritto di guerra, il tutto considerato secondo la regola di una legge riconosciuta come "religiosa".

Bibl.: Th. W. Juyaboll. Monocle di diritto musulmano, trad. it. di G. Baviera, Milano 1918. Alessandro Brunari
FIRENZE, ARCIDIOCESI di. - In Toscana. Metropolitana (a. 1420), Diocesi suffraganes : Borgo S. Sepolcro, Colle Val d'Elsa, Fiesole, Modigliana, Pistoia e Prato, S. Miniato. Sede del tribunale regionale etrusco.

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La diocesi si estende nella valle dell'Arno dalla confluenza della Siave fin presso la confluenza dell'Eles; comprende parte delle valli dell'ldice e del Santemo; l'alta valle della Sieve (Mugello) e parte della sua valle inferiore; parte della regione chianigiana, la Val di Pesa, parte delle Valli dell'Elsa e del Bisenzio. Confina con le diocesi di Fiesole, Colle Val d'Elsa, Volterra, S. Miniato, Pistoia, Prato, Bologna, Imola e Modigliana. Nel 1902 perde il piuicre di Poggibonsi passato a Colle Val d'Elsa; nel 1785 acquisto alcune parrocchie sull'Appennino, tre da Bologno ed una da Imola; nel 1795 una ne ebbe per permuta da Fiesole, nel 1916 dodici ne cedé alla diocesi di Prato. La diocesi ha una estensione di Imol. 2075 e una popolazione di 785.000 ab. dei quali 775.000 cattolici. Vicariati urbani e, comprendenti 83 parrocchie; vicariati foranei 39. comprendenti 394 parrocchie. Sacerdoti 598 . Conventi e case religione maschili 58; conventi e case religione femminili 219(1948). Seminario maggiore (teologia) fondato dall'arcivescovo Dolla Gherardesca nel 1712; Seminario minore (liceo e ginnasio) fondato dal cardinale arcivescovo Dalla Costa nel 1938; Seminario di Firenzuola (ginnasia) fondato dall'arcivescovo Martini nel 1801. Scuola Eugeniana, fondata da Eugenio IV nel 1433. L'arcivescovo ha il titolo di principe del S. Romano Impero per diploma di Carlo IV e di gran cancelliere dell'Università teologica fiorentina. Patrono della città e dell'antico dominio fiorentino: s. Giovanni Battista. Patroni della diocesi: s. Zanchi vescovo e s. Antonino arcivescovo.

## 1. Notizie storiche.

Sommanto: 1. Storia civile. - II. Storia religiosa. - III. Personaggi illustri. - IV. Istituzi di cultura, biblioteche, archivi. - V. Archeologia. - VI. Arte. - VII. Badia di S. Maria.
I. Storia civile. - F., Fiorenza, Florentia: forse cosi denominata dalla prosperità della regione o dei suoi abitanti. E assai incerto che alla F. romana gecesistesse una città etrusca creata al piano dai Fiesolani per necessità dei loro traffici. La F. romana sorse sotto Cesare a guardia dell'Arno, dove il Mugnone allora confluiva in esso, presso l'attuale Ponte Vecchio; sorse a cavaliere della Via Cassia, più tardi restaurata, che traversando la città da sud a nord ne formava il cardo, le cui tracce sono ancora ricono-
scibili nelle vie di Por Santa Maria, Calimala e Roma, mentre il decumanus è da identificare nelle vie del Corso, degli Speziali, Piazza Vittorio Emanuele e Via Strozzi. Era un modesto castello di 2000 m . di perimetro, destinato a crescere d'importanza, perché diveniva stazione quasi necessaria ad ufficiali, legati e mercanti che da Roma si dirigevano oltre l'Appennino; e perché ivi facevano capo le strade per Fienza, per Lucca, per Pisa.

Il primo contatto dei Fiorentini con il Senato romano ci è attestato da Taclos : gli oratori fiorentini chiesero che il Clénis non venisse immesso nell'Arno, per timore che si risolvesse per loro in un disastro. Poi non si hanno notizie sicure per alcuni secoli. F. era ancora un piccolo centro, quando nel sec. v è sede di un corrector, cioè governatore generale della Tuncia; in quel secolo gli Ostrogoti di Radagano urtarono contro le sue mura, ne furono allontanati e sgominati delle forze di Stilicone accorse in aiuto. Altro pericolo corse F. ad opera dei Gori di Tutila, che dové ritirarsi al sopravvenire delle forze bizantine, le quali dominarono F., fino a che nel sec. vi, con il resto d'Italia, soggiacque all'invasione longobarda. Allora, spartita in ducari la Tuncia, anche F. ebbe il suo duca e la sua curtis regia; di qui anche il primo inizio del regime feudale, che la susseguente occupazione franco mantenne e consolidó. Nelle sue discese in Italia Carlomagno celebrò in F. il Natale del 786.

Sotto i Franchil margravio di Toscano cumulò in sé l'ufficio di conte di F. Icapitola ecclesiastica dell'Sag, dovuti al re Loterio a conosciuti come il capitolare di Olona, crearono \mathbf{F}. centro di atudi per la circoscrizione toscana, perché atta per la sua ubicazione a favorire la frequenza alle scuole anche dei poveri. Suoi maestri celebri furono più tardi un Guidone poi vescovo, un maestro Pietro, un legisperitus Nordilone. Nel passaggio dal dominio dei Franchi a quello del tre Ottoni, fra i margravi più potenti vi fu Alberto di Toscana; tanto che per abbassare la potenza dei margravi si scisse da essi l'ufficio di conte di F. Ma il margravio che fra i Fiorentini rimane più popolare fu Ugo ( > il gran barone dell'Alighieri), che arricchì il territorio fiorentino di pie fondazioni ed il cui nome andò circonfuso di leggenda. Seguono i margravi Bonifazio e Beatrice, la cui signoria si afferma di nuovo in F., dopo che questa per qualche tempo era stata città dell'Impero. Intanto si delinea la

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grande lotta per l'investiture fra il Papa e l'Imperatore. Matilde, la grande marchesa di Tuscia, fu valida sostenitrice della riforma e fedele alleata a Gregorio VII nella lotta non facile per la libertà della Chiesa. A Matilde il rimase fedele sempre; anche quando Enrico IV entrava da vittorioso in Toscana, toceava le mura di F. senza espugnarla e la potenza di Matilde sembrava sommersa. Nel 1276, quando Gregorio VII muoveva contro l'Imperatore, che doveva poi incontrarlo a Canossa, il Pontefice era stato ospite di F.

Intanto le prime forme dell'autonomia comunale sono riconosciute a F. da Matilde stessa. La società feudale incastellata nelle terre vicine alla città allenta i suoi vincoli dall'autorità imperiale, di cui era espressione. Il popolo si è modificato nei suoi strati più profondi ed aspira ad una libertà prima non sentita. F. lotta contro i feudatari, che estacciano la sua autonomia: contro gli Alberti della Val Bisenzio, contro gli Adimari di M. Gualandi, contro gli Ubellini del Mugello, contro i Cadolingi di Mangona e di Settimo, contro i conti Guidi, gli Ormanni, i Buondelmonti. Sorge il Comune. I primi suoi consoli risalgono al 1138 . F., che si è estesa, dopo la prima metà del sec. ai, s'era cotta di un primo cerchio di mura ( +1 \mathrm{~s} cerchia antica * di Dante); al chiudersi del secolo successivo erige la seconda cerchia; nel 1333 anche l'ultima cerchia sarà ultimata. Frattanto, nella lotta dei Comuni contro l'Impero, aderisce alle leggi guelfa fra i municipi toscani promossa da Celestino III contro Arrigo VII. Ma la divisione della cittadinanza in Guelfi e Ghibellini si ha nel 1215 per una lite incerta, in occasione di un parentado, fra i Buondelmonti a gli Amidei. Questi a gli Uberti seguirono la parte ghibellina, i Buondelmonti la parte guelfa. Quando con Federico II le sorti ghibelline sormontarono, i Guelfi esularono in massa da F.; ciò fu nel febbr. del 1248. Tornata a fiorire la potenza guelfa con la morte di Federico II e rientrari i Guelfi, esularono i Ghibellini, che in unione con i Senesi combattarono contro le milizie fiorentine a Monte Aperti (1260). Tentativi di pacificazione fra le due parti fece Gregorio X e poi Niccolò III, inviando paziere il card. Latino (1278). Contro gli Aretini ghibellini si combatteva dai Fiorentini guelfi a Campaidino. Ma F. non aveva pace. L'esperimento democratico tentato da Giano della Bella con i suoi ordinamenti di giustizia non ebbe esito fortunato. La città guelfa si scinde ancora nelle fazioni dei Bianchi e dei Neri, quelli capitanati dai Cerchi, questi dai Donati. Matteo d'Acquasparta venuto paziere fra loro fallisce alla sua missione. Fallisce ugualmente il tentativo di Carlo di Valois apertamente favorevole ai Neri. Ed ecco che le forze di Arrigo VII si accampano presso la città (1312); ma l'Imperatore deve ritirarsi da essa senza avere ottenuto l'obbedienza dei Fiorentini.

Nel sec. XIV continuano e s'inaspriscono le contese interne fra grandi e popolci; fra popolo grasso e popolo minuto. Di tali dissidi approfitta il duca di Atene per istaurarvi la dittatura, ma è cacciato a furia di popolo.

Dopo la guerra degli *Otto Santi * combattuta contro il legato di Gregorio XI, che minacciava F., più fiera
divampa la lotta fra i partiti cittadini: si giunge cosi al tumulto dei Ciampi e all'esperimento democratico di Michele di Lando, che poi finisce in esilio. Ma in questo travaglio di alterne vicende, nella quali sembra per sempre negata la pace alla Repubblica fiorentina, comincer fa le altre a prineggiare e distinguersi una famiglia di origine popolana, che si è fatta grande e ricca nei traffici. Incisa ed osteggiata da molti e colpita anche di esilio; ma persia è richiamata in patria e il suo capo, Cosimo dei Medici, è, dopo morte, proclamato pater pattiae. Lorenzo il Magnifico è di fatto signore di F. senza le forme istituzionali del principato. Ne vale ad abbottere la supremazia medicea la congiura dei Pazzi. Il movimento religioso e sociale del Savonarola, conclusosi con la coadienza del demenceano, percuote la potenza medicea, ma essa più tardi rinasce con Leone X. Sotto Clemente VII la città è assediata dall'esercito imperiale di Carlo V e costretta ad arrendersi ( 1230 ). La Repubblica fiorentina cessa per sempre e sorge il principato. Primo duca di F. è Alessandro dei Medici, trucidato da Lorenzo dei Medici. Segue Cosimo dei Medici, che con rigore estremo annienta i suoi nemici e con politica accorta consolida la potenza della sua casa; per lui Pio V cleva e granducato la Toscana, non senza le proteste di potentati emuli a Cosimo. La dinastia medicea, cosi costituitasi, signoreggia in Toscana per più di due secoli, fino a che con la morte di Giovao Gastone, nel 1737 , la sovranità del granducato passava nella famiglia di Lorena con Francesco II. A questo, dopo un breve periodo di governo tenuto da una regganna, succedeva Pietro Leopoldo I, principe assolutista, autore di benefiche riforme nel campo civile, mentre altre ne tentò assai meno felici nel campo religioso. La città tubi l'occupazione francese nel 1801 e nel 1807-14. Nel 1801, per volontà di Napoleone, il granducato veniva trasformato in Regno di Etruria a beneficio di Lodovico di Borbone, e cui succedeva l'indante Carlo Lodovico. Quindi passava di nuovo con il titolo di granducato ad Elisa Baciocchi. La restaurazione dei Lorenesi con Ferdinando III fu bene accolta dai Fiorentini e dai Toscani. Ma quando la coscienza popolare parve matura per l'unità nazionale, la dinastia lorenese dové cedere, e Leopoldo II fu espulso di Toscana, con rivoluzione pacifica, il 27 apr. 1859. F., insieme con la Toscana, divenire allora parte del Regno d'Italia, del quale dal 1865 al 1871 fu capitale.
II. Storia religiosa. - Nel rintracciare notizie sicure circa la diffusione del cristianesimo in F. non è dato risalire oltre il sec. in. Il primo nome che s'incontra è quello di un martire; durante la persecuzione di Decio, a quanto si ripete, il 25 ott. 2 go, a. Miniato fu decapitato sulla collina a specchio dell'Arno, dove poi sorse la basilica omonima. Al principio del sec. IV la comunità cristiana di F. si trova raccolta attorno ad un suo proprio vescovo; infatti nel 313 il vescovo Felice partecipa in Roma sotto papa Milziade al Sinodo contro i donatisti. Ma la popolazione era ancora in gran parte pagana, quando dalle Pasqua.

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393 all'ag. 394 Ambrogio di Milano soggiornava in F., e vi consacrava la basilica di S. Lorenzo, allora extra moenia, fatta costruire da una pia donna Giuliana. Fu quella la prima cattedrale di F., sostituita piu tardi da S. Reparata.

L'ossizione tenuta da s. Ambrogio in quella circostanza si legge ancora nelle sue opere. Ne è improbabile che fosse proprio per consiglio di Ambrogio che i Fiorentini, orbati del loro pastore, eleggessero a questo ufficio s. Zanobi, che fu presente alla vittoria contro le orde di Radagaiso, ed è il più insigne vescovo della comunità fiorentina nel periodo romano. A detta vittoria, secondo l'innalistica fiorentina, dovrebbe ricondursi l'introduzione del culto di s. Reparata in F., mentre storici recenti lo considerano importato dal numeroso elemento greco presente nella città in epoca di poco successiva. Fra gli altri pastori più antichi è noto il nome di
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Firienze, anctobocesi di - Intorno del Battistero (rec. 31).
un aspetto nuovo e si accende di un fervore di lotta fino allora ignoto, quando le pendici appenniniche più prossime a Firenze conobbero i cenobi creati o riformati da s. Romualdo e da s. Giovanni Gualberto. E questo il santo che più interessa la storia di F., perché di origine fiorentina e perché F. fu il centro della milizia da lui creata, che prese nome da Vallombrosa. La riforma patrocinata nella Chiesa dalle figure più pure e più grandi, che con essa si affacciano al secondo millennio, pure non senza contrasti, trova in F. largo consenso. Le voci di Piero Damiani e di Ildebrando hanno in notevole parte del clero benefica risuonanza. Con questo, l'uno e l'altro sono in relazione costante: e l'oggetto è la purificazione del clero dal concubinato e dalla simonia. I Vallombrosani dai monasteri di S. Salvi e di Settimo muovono in guerra contro il clero corrotto con veemenza ignara di ostacoli; di qui prima l'opposizione popolare contro i monaci, l'assalto notturno dato al monastero di S. Salvi, a poi l'insurrezione contro il vescovo Pietro Mezzabarba, conclamato simonisco, e il giudizio di Dio per ignora di Pietro Igneo presso la badia di Settimo; esperimento da cui il monaco riusci vittorioso. Ma già sotto Benedetto IX il Capitolo fiorentino aveva proceduto ad una sua riforma, imponendo ai suoi membri la vita in comune. Il papa Vittore II aveva nel 1053 adunato in F. un concilio, a cui erano intervenuti, oltre l'Imperatore, molti fra i più insigni prelati di Italia e di Germania, nel quale severe sanzioni erano state pubblicate contro la simonia e contro il concubinato. Suo successore era stato Gerardo, vescovo di F., che aveva preso il nome di Niccolò II, senza dimettere il governo spirituale della città, ed anche Niccolò II aveva rinnovato la cozdanna contro il clero infetto di concubinato e di simonia. Egli nelle sue visite a F. consacrava la nuova chiesa di S. Lorenzo ricostruita sull'antica.

Ma il momento cruciale del movimento riformista contro il clero decaduto dalla sua dignità e dimentico dei suoi fini è ormai superato. A nuovi orientamenti della vita cittadina, nuovi istituiti. In F., divisa fra Guelfi e Ghibellini, l'Ordine dei Servi di Maria esplica la sua attività caldeggiando la pace fra gli spiriti turbati della città natale. Essi, fino quasi dalle origini, sono i fiduciari del guelfismo fiorentino; quando il card. Latino compone la pace fra le avverse parti, degli atti di pace sono costituiti custodi i Servi di Maria. Essi hanno il loro convento presso S. Maria di Cafaggio; in seguito quella chiesa si trasformerà nei santuario della S.ma Annunziata, centro ben noto di pietà mariana. Intanto anche i nuovi Ordini dei Domenicani e dei Francescani aprivano i loro conventi in F.; o presto vi avevano

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i loro Studi fiorenti. All'attività dei Domenicani di S. Maria (non ancora S. Maria Novella) si deve attribuire la vittoria sui patarini, che ebbero nella città preoccupante diffusione. Di tutte le eresic medievali quella dei patarini riusci in modo particolare ad organizzarsi nella città e nel contado e a costituirsi una gerarchia presieduta da un loro vescovo; e ad un dato momento essi rappresentarono un serio pericolo non solo per l'ortodossia della città, ma, dati i principi da loro professati, anche per la stabilità stessa degli istituti comunali, finché non li superò e vinse, costringendoli alla fuga, il domenicano s. Pietro martire. Contro gli eretici gli stessi statuti comunali del 1325 contenevano condanne: come, dopo, nominatamente le contennero contro i Fraticelli. D'altronde anche il Sinodo tenuto dal vescovo Francesco da Cingoli nel 1327 minacciava ben forti sanzioni contro i patarini, imponendo che si demolissero le case, dove essi avevano conferito il loro consolamentato. Fu questo il primo Sinodo diocesano, dal quale usci un complesso di costituzioni da osservarsi da clero e popolo; però non v'è dubbio che altri sinodi prima del 1327 erano stati celebrati; fra i quali uno dal vescovo Ranieri nel 1073 in S . Reparata, che allora condivideva con S. Giovanni gli onori e le prerogative di cattedrale.

Fra il sec. xili e il sec. xiv F. viveva l'età più gloriosa delle sue fortune comunali. E allora che la fede ispira e sostanzia le più grandi creazioni del genio fiorentino: la Commedia, particolare espressione e visione di un cittadino credente; S. Maria del Fiore, opera collettiva del popolo credente. Ed intanto la pietà popolare si sublima in umili santi del contado: Verdiana da Castelforentino, Giulia da Cortaldo, Giovanna da Signa, Giovanni da Vespignano. Poi, nella rinascenza del pensiero e dello spirito nazionale, i conventi delle città divengono faro di luce all'Umanesimo cristiano; danno al Comune teologi e diplomatici. Grande è l'influsso che dal convento di S. Spirito esercita sulla cultura e sulla vita politica della città Luigi Marsigli; frequentano S. Spirito gli umanisti Coluccio Salvetti, il Niccoli, Tommaso da Sarzana. Nel monastero di S. Maria degli Angeli si raduna attorno ad Ambrogio Traversari la gioventù fiorentina: fra essa anche Giannazzo Manetti e Matteo Palmieri. Il b. Dominici alterna la sua cella di S. Maria Novella con la cattedra dello Studio, dove legge i canoni. Ma già l'Acquisoli alle porte di F. ha fondato la Certosa, e l'ha dotata, perché in essa siano massori ed alunni. Più tardi sorgerà il convento di S. Marco, caro alla santità di Antonino e all'arte purissima dell'Angelico. Il sec. xv è veramente ricchissimo di avvenimenti cospicui per la storia religiosa della città. Martino V riceve a F. l'obbedienza di Giovanni XXII ed eleva a sede metropolitana la città ( 1420 ). Eugenio IV vi trova rifugio nel 1434 contro l'insurrezione dei Romani, che l'ha costretto alla fuga. Ed egli opera una grande riforma nei conventi fiorentini, alcuni dei quali soppresse ed altri assegnò ad altre famiglie religiose. Conosera S. Maria del Fiore (1436), allora terminata con la cupola del Brunelleschi, erige per il servizio di essa e per la coltura cristiana-umanistica del clero la Scuola Eugeniana, riforma gli statuti dell'Università teologica, tiene egli stesso per qualche tempo l'ufficio di arcivescovo fiorentino. Ma il nome di Eugenio IV si collega a quello di F. anche perché fu in S. Maria del Fiore che il 5 luglio 1439 si concluse il grande Concilio ecumenico di Ferrara-F. Il Capitolo fiorentino chiese al Pontefice che l'indulgenza plenaria assegnata da Eugenio IV al 25 marzo, anniversario della consacrazione della Cattedrale, fosse in memoria della conseguita unione trasferita al 5 luglio d'ogni anno. Ad Eugenio IV F. va pure debito le della nomina di s. Antonino a suo arcivescovo (1446-50) [v.]). Il sec. xv si chiude con il movimento religioso-sociale del Savonarola, che muove dal convento di S. Marco, fondato da s. Antonino.

Si avanza il sec. xv1. Il fiorentino Leone X, già canonico di S. Reparata, chiude il Concilio Lateranense ( 1517 ) ed il suo cugino Giulio dei Medici, che egli ha creato arcivescovo della sua patria, celebra il Sinodo provinciale ( 1518 ) che intende riorganizzare ex rito la disciplina e la vita religiosa dell'intera provincia ecclesiastica; Sinodo che ha particolare importanza non solo perché segna il tentativo dell'attuazione immediata delle costituzioni conciliari, ma anche perché rappresenta un'argine contro i prodromi già visibili della riforma: contro la falsa predicazione, contro i pericoli della scuola umanistica, contro errate proposizioni filosofiche, contro gli eccessi della stampa, contro l'accresciuta superstizione. Biccevoli infiltrazioni protestaniche non si ebbero: Pietro Martire Vermigli fiorentino propagò altrove il suo verbo, Pietro Carnesecchi, amico del duca Cosimo, soggiornò poco in F., e da Cosimo fu consegnato all'Inquisizione romana. L'episodio più noto e quello del senatore Bartolomeo Pancistichi, e di altri pochi con lui, che indossando il «sambenito * abiurò l'eresia. Al contrario, quasi ancora all'alba del secolo, si rende molto popolare in F. l'umile pietà di Domenica del Paradiso, fondatrice del monastero della Crocetta, non ostile e non levina ai Medici. Poi una fioritura di santi: la b. Bartolomea Bagnesi; s. Caterina dei Ricci fiorentina, che illustra un monastero della vicina Prato; s. Maria Maddalena dei Pazzi, l'estatica del Carmelo fiorentino, che si consuma nella penitenza per la santificazione del clero; il b. Ippolito Galantini, che fonda una Congregazione di laici per l'insegnamento catechistico, la quale si propaga anche fuori di F.; s. Filippo Neri, cha abbandona la città nativa per divenire l'apostolo di Roma. Intanto le nuove Congregazioni religiose penetrano nelle città. Prima i Gesuiti chiamati da Eleonora di Toledo, che aprono la loro casa presso l'attuale chiesa di S. Giovannino, con scuole per la gioventù. Nel 1626 vengono in Firenze i Barnabiti, che si distinguono nell'assistenza agli appestati durante il contagio del 1630 ; nel 1630 vengono gli Scolopi per curare l'istruzione dei figli del popolo.

Motivi di turbamento si ebbero nel campo religioso, più tardi : sotto il principe riformatore Pietro Leopoldo I. Le tendenze giansenistiche erano promosse dal vescovo di Pistoia Scipione dei Ricci, già vicario dell'arcivescovo fiorentino Incontri. Si ebbero dissensi e polemiche anche assai vivaci fra il clero, ma non un'adesione sentita e profonda al giansenismo. A tale movimento il popolo rimase ostile ed estraneo. Si affermarono allora anche tendenze regalistiche, le quali ebbero vita in mezzo al clero finché Pietro Leopoldo non ebbe un successore in Ferdinando III, sotto il quale diverso fu l'indicizzo di governo. Sotto Pietro Leopoldo era stata da lui convocata a Palazzo Pitti l'assemblea dei vescovi toscani, che doveva preparare il Concilio nazionale; ma essa non ebbe esito grazie anche all'arcivescovo Martini. E quindi il progetto del Concilio naufragò. Sotto l'occupazione napoleonica si ebbe l'episodio dell'arcivescovo Eustachio d'Osmond (1810), vescovo di Nancy, intruso in questa sede da Napoleone. Egli abbandonò F. solo con il ritirarsi della truppa francesi. Fra il clero che a lui faceva opposizione, alcuni furono deportati : fra questi Ferdinando Minucci, poi arcivescovo della città. Fra gli avvenimenti degli ultimi decenni è da ricordare il Sinodo diocesano celebrato nel 1905 dall'arcivescovo Mistran-

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(fel. Alinari)
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(fel. Alinari)
In alto: UN VIALE DEL GIARDINO DI BOBOLI (fine del sec. XVI).
In basso: PALAZZO MANNELLI RICCARDI. Opera del Buontalenti (ca. 1570).

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CROCIFISSIONE, di Masaccio (1426) - Napoli, Museo Nazionale.

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A sinistra: S. GIROLAMO, di Leonardo (ca. 1481) - Vaticano, Pinacoteca.
A destra: TONDO MARMOREO CON MADONNA B-BIMBO, di Michelangelo (1508) - Firenze, Museo Nazionale.

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(1)ol. Bedi)
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(1)ol. Bedi

In alto: FACCIATA DELL'EX CONVENTO DI S. FRANCESCO (sec. XIV). In basso: ESTERNO DEL CASTELLO.

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(1st. Aichriond
Fibener, aichusocen di - Intemo di S. Marla del Fiore, di Arnolfo di Cambia e Francesco Talenti (1296-1351),
gelo, dopo più di un secolo a mezzo. Nei 1934 si teneva in F. il I Concilio errusco sotto la presidenza del card. arcivescovo Elia dalla Costa quale legato pontificio e nel 1935 si celebrava il Sinodo diocesano, convocato dal medesimo arcivescovo. Altro sinodo veniva indetto dal card. arcivescovo E. dalla Costa per il maggio 1946 ed era, come il precedente, celebrato in S. Maria del Fiore nei giorni 8 e 9 di detto mese.
III. Personagoi illustri. - Sono degni di menzione: il vescovo Gerardo, che divenne Niccolò II (1939-61); il card. Giovanni de' Medici, Leone X (15131521); il card. arcivescovo Giulio de' Medici, Clemente VII (1523-34); il card. arcivescovo Alessandro de' Medici, Leone XI (1605); il card. Maffeo Barberini, Urbano VIII (1623-44); il card. Lorenzo Corsini, Clemente XII (1730-40). Ugualmente da ricordare: l'arcivescovo Francesco Gaetano Incontri, autore di opere di teologia morale; Antonio Martini, traduttore della Bibbia; Eugenio Cacconi, atorica dei Concili di Ferrara-F. e del Vaticano. Fra il ' 400 e il ' 500 molti umanisti furono canonici di S. Reparata; Angelo Poliziano, il poeta; Marsilio Ficino, fondatore dell'Accademia Platonica; Leonardo Bruni, segretario della Repubblica; Gentile da Urbino, lettore nello Studio; Scipione Ammirato, lo storico; Francesco Berni, il poeta. Altri ecclesiastici che si distinsero nella repubblica letteraria : Benedetto Varehi, filologo e storico; Benedetto Duommettei, grammatico e dantista; mons. Giovanni Dalla Casa, poeta e trattatista, Pier Francesco Giambullari, che scrisse di storia e di lingua; Vincenzo Borghini, studioso di antichità toscane e fiorentine; Antonio Francesco Gori, archeologo ed epigrafista; Anton Maria e Salvino Salvini, dei quali l'uno fu dottissimo nelle lingue classiche, l'altro scrisse d'argomenti accademici e di cose fiorentine; Giovanni Lami eruditissimo, ma attorno al cui nome si suscitarono nel ' 700 tense controversie. Ne è da dimenticare il card. Agostino Bausa domenicano, già maestro dei SS. Palazzi e poi arcivescovo di F. nell'ultimo scorcio del sec. xix.
IV. Iettiviti di cultura, biblioteche, archivi. Fino da quando in F. si eresse lo Studio generale per
bolla di Clemente VI, data da Avignone il 31 maggio 1348, e questa ebbe confermati i suoi privilegi da un diploma imperiale di Carlo IV, l'Università dei teologi formò dello Studio stesso la parte più cospicua. La prima laurea in teologia fu conferita nel 1349 a frate Francesco di Bannozza dei Nerti fra l'entusiasmo unanime dei Fiorentini. Mentre gli altri rami dello Studio per ragioni diverse, a prima quella che a una data epoca alcune cattedre furono trasferite a Pisa, cessarono dalla loro attività ed esistenza, l'Università teologica è il collegio universitario unico che rappresenta la continuità ininterranta dello Studio fiorentino dalle sue origini fino ad oggi. Ebbe dai pontefici insigni privilegi. Fu riformato da Eugenio IV: da Leone XIII ebbe nuove costituzioni. Attualmente il Collegio teologico fiorentino dopo la pubblicazione della cost. apest. Dens scientiarum Dominus, 84 maggio 1931, ha sospeso il conferimento delle lauree. Importanti: l'Archivio capitolare di S. Maria del Fiore per le antiche carte (vi conservate; l'Archivio dell'Opera di S. Maria del Fiore per ciò che concerne la fabbrica del Duomo; l'Archivio della Curia arcivescovile; l'Archivio del Capitolo laurenziano. Notevole per numero di pubblicazioni, specialmente del sec. xvir-xviII, la Biblioteca del Seminario maggiore, presso la quale è una sezione di manoscritti a soggetto fiorentino.

Bra... L. Cerracchini, Fasti teologali, ivi 1738; G. Richa, Notizia istorich sulle chiese di Firenze, 10 voll., ivi 1734-62. Per la storia ecclesiastica locale v. Ughelli, III, pp. 9-192; Pessi; G. Lami, Sanzian Etritonia Fiorentinas natiamente, 2 voll., Firenze 1768; P. F. Kehr, Italia Pontificia, III: Etruria, Berlino 1908, pp. 5-71; R. Piatrali, Le carte della canonica della cstitoriale di F. (dal 743 al 1149), Roma 1938; R. Davidsohn, Forschungen zur älteren Gcsthichte von Florenz, Berlino 18961908; C. Strozzi, Spoglia delle scritture ottienezi al Cap. fioren. (sec. xvir), ms. F., Biblioteca nazionale, II, 11, 484; O. Lami, Memorabilia S. Etritnion Fiorentinas, ms. (sec. xviti), in Biblioteca Riccardiana, cod. 3772, foll. 75 a 85-86; S. Salvini, Storia cronologica dei canonici fiorentini, ms (sec. xviti). F., Archivio espumiare; D. Moroni, Marre et consuetudines Erel. Flor. Codex ex arch. deditium S. Marine Floridae, Firenze 1794. Altre opere: V. Borghini, Trattato della Chiesa e dei vescovi fiorentini, in Discorsi istorici, II, Firenze 1585, pp. 337-398; L. Cerracchini, Cronologia sacra dei vescovi e arcivescovi di F., Firenze 1761; Ildenhensus a S. A., Etruria Sacra, ivi 1782; P. N. Cardogni - D. Moroni, Memoria istorich della basilica di S. Lorenzo, ivi 1804-17; C. Guasti, S. Mario del Fiore, ivi 1887; R. Davidsohn, Storia di F. Le origini, a roll., ivi 19071909; V. Crispolti, S. Mario del Fiore, ivi 1936; E. Sanzai, Il Seminario fiorentino, ivi 1913; id., Canonici e vic. fior. e il caso Samozanla, ivi 1932; id., L'Università dei teologi della Studio di F., in Arch. stor. ital., 1037, 11; id., pp. 199-204; A. Alivari, S. Zenobi (sec. di F., in Atti Soc. Colombaria, 1938-39; B. Quilis), La chiesa di Firenze nell'alba mediceca, Firenze 1938; id., La chiesa di F. nei primi decenni del rec. XI, ivi 1940; E. Sanesi, La vita di c. Antonino, Firenze 1941; B. Quiliot, Il ven. Batiari e la chiesa di F. durante la lotta per le inceriture, in Istituto tecn. comm. Filiberto di Sarsia, ivi 1943; A. Panella, Storia di Firenze, Firenze 1949; Corrinelli, I, coll. 1135-61. Emilio Sanesi
V. Archeologia. - Nessuna notizia precisa si ha intorno agli inizi del cristianesimo in F.; è tuttavia molto probabile, e taluni elementi sembrano confermarlo, che esso trovasse il suo primo centro nella comunità ebraica di origine greco-orientale che, come di solito, si era stabilita ai margini della città, presso la via che usciva dalla porta meridionale di essa: subito a mezzogiorno dell'Arno questa via si divideva in due rami, uno diretto ad oriente verso Chiusi (la cosiddetta Cassia Nova), l'altro discendente direttamente verso sud, verso Volterra e Siena. Resti di una basilica simiteriale sono venuti in base in F. nel 1948 in seguito a scavi condotti dalla Soprintendenza alle antichità nell'area dell'antica chiesa di S. Felicita. Tale basilica era a tre navate : misurava m. 26 ca. di fronte e ca. 40 di profondità; la navata centrale era larga m. 10, le laterali 6,50. Le numerose formae di tipo comune hanno restituito vari titoli funerari - cui devono essere aggiunti quelli scoperti in passato in tale zona - per il più antico dei

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(par cortesia del dott. G. Mastake)
Firente, arcibocesi di - Pionte dei resti della basilica paleocristiana in relazione all'artuato chiesa di S. Felicita.
quali, datato al 405 , la costruzione dell'edificio può essere fissata alla fine del iv sec. - inizi del v. Esso è quindi il più antico edificio di culto cristiano di cui si siano ritrovati i resti in F.; fra le iscrizioni ritrovate nella zona sono ricordati un diacono, alcuni lettori e personaggi investiti di cariche civili e militari. Il titolo della chiesa, quello di un'altra chiesa situata dalla stessa parte dedicata a S. Felice, il culto di S. Lorenzo, al quale viene consacrata alla fine del sec. Iv la prima basilica nell'interno della citta, provano che la nuova fede venne a F., secondo ogni probabilità, da Roma, o quanto meno che con la Chiesa romana quella fiorentina dovette essere in stretti rapporti.

Una tradizione posteriore attribuisce al tempo della persecuzione di Decio il martirio di s. Miniato, che sarebbe poi stato deposto sul colle che sovresta la citta: ma è tradizione tarda e, sembra, di nessuna attendibilità.

La prima mansione sicura di un vescovo fiorentino è quella che si ha lasciato Ottato di Milevi; egli, tra i partecipanti al Sinodo romano del 313 contro i donatisti, nomina un Felix a Florentin Tuscorum: se un stato questo il primo vescovo della città, non si può affermare con certezza. Nel 393 fu a F. Ambrogio, che vi consacrò la chiesa dedicata a s. Lorenzo, fondata da una pia matrona Giuliana: un frammento di iscrizione trovato nei sotterranei spetta forse alla generosa donatrice. In questo stesso tempo visse e resse la chiesa fiorentina s. Zenobio, morto, pare, nel 417.

Oltre ai materiali rinvenuti presso la chiesa di S. Felicita, sono da ricordare alcuni sigilli trovati nel Borgo SS. Apostoli, e un sarcofago, venuto in luce nel greto dell'Arno, presso il ponte della Vittoria nel 1933: databile al sec. iv, rappresenta scene non tra le più comuni: l'addio degli Apostoli a Gesù, la resurrezione della figlia di Giairo, il rifiuto da parte dei tre giovani ebrei di adorare la statua di Nabucodonosor.

A F. sono inoltre pervenuti in tempi diversi monumenti cristiani trovati a Roma: tra essi particolarmente importanti due lucerne in bronzo, ora nel museo archeologico: una ha come ansa una corona di lauro, entro cui è la rappresentazione di Mosè che fa scaturire l'acqua:
un uomo l'atringe in una ciotola. L'altra è la celebre lampada dei Valerii, rinvenuta presso la casa di questa nobile famiglia sul Celio. Ha forma di nave: una figura, in cui si volle riconoscere s. Pietro o il Redentore stesso, regge il timone, un'altro nell'atteggiamento dell'orante sta a prua ed è forse s. Paolo: l'interpretazione è tuttavia assai discussa. All'albero, che regge la vela, sta attaccata una tabella con l'iscrizione: a Dominus legem dat Valerio Severo. Eutropi vivas s. La sua data più probabile è il sec. iv.

Bull.: G. T. Gomarini, Principi della religione cristiana in F., in Atti della Soc. Colombaria, 1909-10, pp. 71-92; Lanzoni, pp. 573-81; G. Mastake, Florentia (Italia Romana: Municipi e colonie: 10 serie, 4), Roma 1941, p. 42 sgg.; id., Ricerche sulla tapografia fiorentina in Rend. Limel. cl. sc. mer., 1948, p. 97 sgg. per il sarcofago rinvenuto nel 1933; D. Levi, in Bollettino d'arte, 28 (1934), p. 1934 sgg.; per la lampada dei Valerii largamente studiata e di frequente riprodotta: O. B. De Rosa, in Bull. arch. crit., 1^{°} serie, 4 (1897), pp. 27-28; 3 (1868), pp. 35. 44 e tav. 6; 6 (1869), p. 45; P. Tressa, Storia dell'arte italiana, I, Il Mediano, I, Torino 1027, p. 67 sgg., figg. 49 e 50; Wilpers. Sarsofagi (Giardini Boboli), I, pp. 6, 13, 17, e tav. IV; II, pp. 8*. 333: III, p. 11. Chiesa di S. Trinitz: I, p. 83, tav. 66. Collezione Antinori: III, pp. 3, 23, 37; tav, 287, i e 302. Le notizie relative alle scoperte recenti di S. Felicita sono state comunicate da G. Mastake.

Pietro Romanelli
VI. Artc. - F. della fine del Duecento fino agli inizi del Cinquecento fu il più vivo centro di cultura artistica di tutta Italia.

Nell'architettura lo stile romanico non recb in Toscana le caratteristiche forme lombarde, ma solo taluni elementi di esse vi si acclimatarono: le chiese romaniche fiorentine infatti continuarono le forme basilicili, come nella chiesa dei SS. Apostoli e is S. Jacopo Soprano, mentre il Battistero ripete talmente le forme antiche da essere credute opera del periodo classico dagli uomini del Trecento. Caratteri analoghi hanno il S. Miniato al Monte e la badia fiesolana, nelle quali chiese a peculiare la dicromia.
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(par cortesia del dott. G. Mastake)
Firente, arcibocesi di - Iscrizione di Theotelnos datata al 405 ritrovata nella basilica aetio S. Felicita.

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Il gotico che crea due capolavori in S. Maria Novella a in S. Croce, sembra tuttavia arrestarsi allo supertico degli elementi senza entrare nell'organismo della costruzione: la leggia dei Lanzi, con i suoi tre archi a pieno centro, già prelude al Rinascimento; mentre il Duomo, nel cui interno il ballatoio, nella navara centrale, sembra frenare lo slancio ascensionale delle linee gotiche, ha un coronamento a cupola; il campanile di Giotto è gotico solo nei particolari.

All'inizio del Quattrocento sorge a F. la nuova architetura ad opera di Filippo Brunelleschi (v.). Per spiegare il riapparire in essa dello spirito classico non occorre accettare il racconto votariano del viaggio del Brunelleschi a Roma insieme a Donatello, perché a Firenze il Brunelleschi poteva trovare l'ispirazione classica nei monumenti romanici, tutti pieni dello spirito antico. Il Brunelleschi, che definisce le leggi della prospettiva, rappresenta per questo lato la concezione matematica della Rinascenza e fornisce ai pittori il più caratteristico mezzo del rinnovamento della loro arte, che è caratterizzata nel Quattrocento dalla conquista della terra dimensione.

L'arte del Brunelleschi si diffonde per tutta la Toscana; turti gli architetti fiorentini, compreso per molti aspetti l'Alberti (v.), educato alla scuola umanistica, muovono dalle sue premesse sino a Michelangelo; così fanno Michelosso (v.) nel Convento di S. Marco, Giuliano da S. Gallo (v.) nella Madonna delle Carceri a Prato e in S. Maddalena dei Pazzi a Firenze, e seguono la tradizione brunelleschiaca Benedetto da Maiano (v.), Giuliano da Maiano (v.), Bernardo Rossellino (v.) e il Cronaca.

Lo stesso Michelangelo (v.), nella Sacrestia Nuova di S. Lorenzo, mantenne lo schema della Sacrestia Vecchia, pur interpretandolo con la sua particolare concezione dell'architettura come di masse in movimento.

Michelangelo, benché lavorasse quasi sempre a Roma, domino l'architettura fiorentina del Cinquecento. In patria il più caratteristico architetto del tempo fu il Vassari, manierista, elaboratore delle forme ormai acquisite.

Il primo scultore in cui è possibile riconoscere il caratteristico acuto spirito fiorentino è Arnolfo di Cambio (v.), anche architetto di S. Reparata, poi di S. Maria del Fiore. Le sue opere di scultura si trovano in massima parte però fuori Firenze, soprattutto a Roma, dove diffusero fra i murmorari l'eleganza e la spiritualità fiorentina.

Nel Trecento il senese Tino da Cammino (v.) educò numerosi allievi a Firenze. Andrea da Pontedera (v.), detto Pisano, che subì l'influsso giotescese, nel 1330 ebbe l'incarico della prima porta del Battistero e lavorò poi ai rilievi del campanile di Giotto. Da lui deriva Andrea di Cione detto l'Orcagna (v.), che nel 1359 termina il tabernacolo di Or S. Michele, opera insieme di architettura e di scultura.

Alle fine del Trecento, nella porta della Mandorla di S. Maria del Fiore, cominciano ad apparire i segni precursori del Rinascimento nella scultura: il realismo e l'imitazione dell'antica (immagini di divinità pagane, sirene, centauri ecc.).

Il concorso bandito nel 1401 per un'altra porta bronzea dal Battistero vide vincitore Lorenzo Ghiberti, che, pur attenendosi allo schema ancora gotico di Andrea Pisano, fece opera personale per l'equilibrio e il sintetismo della rappresentazione. Il confronto tra questa porta e la terza che tenne occupato il Ghiberti sino al 1452 mostra l'evoluzione compiuta dalla scultura fiorentina: le formelle gotiche a cornici mistilinea scompaiono, cadendo il posto a scomparsi largheissimi; nicchie classiche accolgono statue; i bassorilievi, gareggiando con la pittura, si animano di numerose figure e presentano paesaggi nello sfondo; con grande realismo vengono rappresentati nei tondi i ritratti di vari artisti del tempo insieme con l'autoritratto dello scultore, e si riproducono frutti e fiori nel festone decorativo. Così pure pittoricità ed ampiezza prospettica dominano nell'urna di S . Zanabi e influenzano persino Donatello.

Donato di Betto Bardi, detto Donatello (v.), ha nella scultura fiorentina una posizione analoga a quella occupata dal Brunelleschi nell'architettura e da Masaccio nella pittura. Egli toglie alle sculture ogni residuo gotico, e, senza mai imitarlo, appare continuatore dell'antico; il bassorilievo pittorico raggiunge in lui mediante lo stiacciato e il sapiente digradare dei piani la risoluzione del problema della forma in movimento, che insieme a quello del volume gli artisti fiorentini continuamente si propongono; i volumi si attenuano nello stiacciato per ra