lui mediante lo stiacciato e il sapiente digradare dei piani la risoluzione del problema della forma in movimento, che insieme a quello del volume gli artisti fiorentini continuamente si propongono; i volumi si attenuano nello stiacciato per raggiungere il moto.
Da Donatello dipendone Michelosso (v.) e Bertoldo (v.). Intorno fioriscono, variamente influenzati da lui stesso e dal Ghiberti, Bernardo e Antonio Rossellino (v). Agostino di Duccio (v.), Desiderio da Settignano (v.), Nino da Fiesola (v.), Benedetto da Maiano (v.); la tendenza al reale si accentua in Antonio del Pollaioio (v.) e Andrea Verrocchio (v.), maestro nella pittura a Leonardo da Vinci.
I Della Robbia (v.) recano nella scultura il singolare contributo delle loro terracotte invetriate, ornamento prezioso degli edifici fiorentini.
Nel Cinquecento la scultura fiorentina mostra tre tendenze. One, impersonata da Michelangelo, è seguita da Raffaello di Montelupo (v.) e dal Montorsoli (v.); un'altra, che fa capo ad Andrea Sansovino e viene sviluppata da Jacopo Sansovino (v.), si propone come ideale la grazia del Quattrocento unita alla forma classica;una terza è rappresentata da Baccio Bandinelli (v.) e dall'Ammannati (v.), che finiscono con l'accostarsi al Buonarroti.
Ancor più vigorosamente che nell'architettura e nella scultura la scuola fiorentina si affermo nella pittura. Fondatore della pittura fiorentina è Cimabue (v.), che impresa a liberarla dalle convenzionali forme letterarie e le diede quei caratteri che sempre la distingueranno da tutte le altre. Secondo la concezione intellettualistica che i fiorentini hanno della realtà, in essa domina il disegno, che mediante una linea funzionale suggerisce il volume dell'oggetto rappresentato. Mediante il chiaroscuro poi questo viene rappresentato stoccato dal fondo con effetto di rilievo.
Tali caratteri distinguono decisamente la pittura fiorentina della senese e dalla gotica, che invece consi-
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derano la linen non come elemento funzionale ma come un elemento ornamentale a calligrafico, cioè come semplice contorno svuotato del suo contenuto, e dispongono la composizione tutto in un piano, senza risolto. Alla concezione plastica fiorentina si subordina il colore, che per le più campisce soltanto il disegno ed è sempre subordinato all'apparizione di chiaro a di scuro necessaria al rilievo: nella scuola senese invece il colorito, perché limitato ad effetti di supertice, e chiaro e brillante.
Tutti i caratteri della pittura fiorentina ai assommano in Giotto (v.), che la svincola completamente dalla formole bizantine.
Giotto vede gli oggetti come masse larghe e compatte, organizza la composizione dei suoi quadri con senso architettonico e spaziale secondo lo stesso spirito dell'architetrure, nella quale l'effetto estetico nasce dal contrasto del peso con il sostegno, e dal senso del volume.
Secondo la natura italiana, Giotto nella narrazione delle sacre storie è logico, chiaro, misurato e convincente.
Nella seconda metà del Trecento appare uno scambio di influssi, si direbbe quasi un compromesso, tra la scuola fiorentina e la senese.
Dopo una breve parentesi di tardo gotico, rappresentato da Lorenzo Monaco (v.), in cui l'essesperuta calligrafia lineare si unisce alla grazia senese a al vigore fiorentino, s'inizia il Rinascimento.
Masolino (v.), benché ancora legato alla corrente del gotico fiorentino, applica la prospettiva nei suoi quadri, aprendo fughe di colonne nel Banchatio di Erode, ma le sue figure, pur campeggiando sullo sfondo aperto della terza dimensione, non partecipano dell'organismo prospettico, come più tardi, simili a vere quinte, sarà nei quadri di Piero della Francesca.
Masaccio (v.), che si vuole allievo di Masolino, rinnovò la pittura. Dal Brunelleschi apprese la prospettiva, da Donatello derivò la plasticità sculturale delle sue figure. Pertanto Masaccio continuava idealmente Giotto, del quale rinnovava la saldezza plastica e l'aspetto monumentale.
L'arte del Masaccio, come quella di Giotto, non ebbe veri continuatori; la sua sintesi grandiosa cedette a un indirizzo realistico. Fa eccezione il Beato Angelico (v.), singolare artista ancora dipendente dalla tradizione del gotico fiorentino, sommo ed insuperabile interprete dell'idealità religiosa.
Allievo dell'Angelico, ma privo del suo magico potere di spiritualizzazione, Bonozzo Gozzoli (v.), rappresentò con abilità grandissima di narratore scene sacre con brio gustoso e semplicità popolaresca.
La realtà è fortemente sentita da Andrea del Casta. gno (v.), in cui la tendenza plastica della pitrura fiorentina si accentua sempre più, fino a dare alle figure caratteri di sculture lignee dai contorni violentemente marcati e agitati per rendere il moto, altra meta dell'arte fiorentina.
Le norme della ritrovata prospettiva sono appassionatamente seguite da Paolo di Dono, detto Paolo Uccello (v.), il quale conduce a vedere le cose lontane, attenua il rilievo dei corpi e finisce con l'ottenere effetti di tarsia mediante l'accostamento di zone di colore. Per non turbare la visione prospettica, il movimento si arresta a le sue battaglie statiche ci appaiono in una sti-
lizzazione irreale. Ma sono in lui anche sentimento tragico e grandezza eroica, come si vede nel Dilucio Universale del chiostro di S. Maria Novella.
Piero della Francesca (v.) porta la prospettiva all'altezza di una vera disciplina scientifica, ponendo e risolvendo felicemente i problemi di prospettiva lineare e aerea, riuscendo a dare il senso dell'aria e della luce che vibrano intorno agli oggetti. Le sue composizioni sono vere architetture; le figure hanno vivo il senso del volume ottenuto a mezzo di una sapiente gradazione dei toni di cocori. Piero comprese
che la prospettiva era l'unico mezzo per unire il disegno al colore, senza incorrere negli inconvenienti in cui cadevano i fiorentini e i senesi.
Accanto alla ricerca della forma si sviluppa nella pittura fiorentina (come nella scultura) la ricerca del movimento, che, accanto ad Andrea del Casta gno, ha i suoi convinti seguaci in Antonio del Palluccio (v.) e nel Botticelli (v.), i quali l'ottengono con la linea che anima continuamente la forma.
Il problema del movimento verrà ripreso e risolto in altra e più profonda maniera da Leonardo da Vinci (v.), con il suo chiaroscuro vibratile, che rivela le immagini dall'ombra alle luce con delicatissimi trapassi. Egli dà ai fiorentini un esempio isolato di vera pittura priva del rilievo scultoreo, nella quale il volume è ottenuto nella profondità stessa dell'ambiente rappresentato e immerso in quella atmosfera.
Nel Cinquecento la pittura fiorentina si personifica in Michelangelo, che, architetto, scultore, pittore, porta alle estreme possibilità tutti gli elementi caratteristici della scuola e specialmente la forma e il movimento. In lui la forma più che volume diviene massa, e blocchi giganteschi apposti tra loro in perpetua lotta e in perpetuo moto sono tutte le sue opere.
Con lui, l'arte fiorentina passa a Roma, cosi che F. perde il suo primato e la sua scuola non è più che una scuola provinciale.
Boll.: Venturi, passim: E. Toesea, La pittura fiorentina del Trecento, Verona 1930; S. Baronson, I pittori italiani del Rinascimento, trad. it., di F. Caschi, 2 e ed., Milano 1922, pp. 55-101; G. Fiocco, La pittura tascana del Quattrocento, Novara 1922. Vincenzo Gobio
VII. - Badia di S. Maria. - Celebre monastero, volgarmente detta Badia, fondato da Willa, figlia del marchese Bonifacio. Morta Willa, suo figlio Ugo confermò ed accrebbe le donazioni materne in tal misura da esser considerato quale fondatore della Badia. Dopo la sua morte, 21 dic. 1001, ogni anno i monaci ne facevano l'anniversario, come ricorda Dante nel Paradiso (XVI, 128-29), parlando * del gran barone, il cui nome e il cui pregio - la festa di Tommaso riconforta *; Dante aveva la propria casa vicino a questo monastero, al quale accenna ancora con i versi : «Florenza, dentro dalla cerchia antica ond'ella toglie ancora e terza e nona" (Par., XV, 9798). Nel 1436 fu unita alla Congregazione di S. Giustina. Soppressa nel 1810 , venne ripristinata nel 1819 con una minima parte degli antichi beni. Dopo
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la nuova soppressione del 1866 i monaci rimasero in poche stanze tenendo cura, fino al 1919, della parrocchia. I locali erano stati adibiti a scuole e ad uffici giudiziari.
Fu ricca di uomini insigni per santità e dottrina: si ricordano fra questi d. Vincenzo Borghini (v.), d. Agostino Rabatta, il vescovo d. Pier Luigi Galletri (v.), il card. d. Angelo M. Querini; sotto la guida dei monaci di Badia studiò G. B. Niccolini.
L'attuale chiesa fu creata nel 1625 dal Segalobi sulle fondamenta di Arnolfo di Lapo (sec. xili), a cui è attribuito il bel campanile. Il portale, scolpito da Benedetto da Rovenzano, è stato restaurato di recente. Fra le opere d'arte che contiene specialmente notevoli due sepolcri scolpiti da Mino da Fiesole - uno dei 148: racchiude le ossa del canto Ugo - è la celebre pittura di Filippo Lippi, rappresentante l'apparizione della Vergine a a. Bernardo. La Biblioteca e gli splendidi corali, in parte sono andati dispersi, in parte si trovano nella Laurenziana e nella Magliabecciuana di Ferrara; le carte sono nell'Archivio di Stato della stessa città. - Vedi tavv. XC-XCIII.
Bisc.: P. Puccinelli, Cronica dellinigra ed isopcrial abbatha di Flaciano, Milano 1664; P. F. Kebe, Iosita pontificia, III, Berlino 1008, p. 26; A. Amalfi, Abbatia S. Martire in F., in Annales O.S.S., Roma 1013, p. 115-16; L. Schiaparelli, Le carte del monacero di S. Maria in F., I, tri 1919; Cortinaas, I. coll. 1138-30.
Tommaso Leccisotti
## II. Concilio di F.
Durato dal 1438 al 1445 , il Concilio ecumenico di F. si divide in tre fasi: 1) le sessioni conciliari di Ferrara (dal 10 genn. 1438 al 10 genn. 1439). 2) Le sessioni conciliari di F., che ebbero come risultato i decreti di unione dei Greci, degli Armeni e dei Copti (1439-42). 3) Le sessioni conciliari di Roma (1443-45). La storia del Concilio di F. non può essere compresa pienamente, ove non si tenga conto delle lunghe trattative intercorse fra la S. Sede e i Greci sotto Martino V ed Eugenio IV (v. i documenti indicati nella bibliografia).
Sosmanto: I. Ferrara. - II. F. - III. Roma. - IV. Effetti del Concilio di F.
1. Ferrara (1438-39). - L'8 genn. 1438 il b. Niccolò Albergati aprì solennemente il Concilio nella cattedrale di S. Giorgio a Ferrara. Erano presenti soltanto 4 arcivescovi e 20 vescovi, tutti provenienti dall'Italia, dalla Spagna e dalla Francia. Il presidente del Concilio fece una dichiarazione in favore del papa Eugenio IV e della legittimità del trasferimento del Concilio da Basilea a Ferrara. Seguirono altre 7 sedute conciliari, delle quali la terza, il ro genn., promulgò un decreto contro i sinodali di Basilea, e l'intesa, l'8 febbr., dopo l'arrivo del Papa (27 genn.), un altro dallo stesso tenore. Il numero dei partecipanti al Sinodo di Ferrara crebbe; già nella stessa sessione, l'tr febbr., erano presenti 5 cardinali, 4 arcivescovi e 36 vescovi. Inoltre, l'8 febbr. erano arrivati a Venezia l'imperatore bizantino Giovanni VIII Paleologo, il patriarca Giuseppe II e ca. 20 vescovi bizantini, i quali subito inviarono una delegazione a Ferrara. L'ambasciata latina, cioè i vescovi Antonio di Porto, Pietro di Digne, Cristoforo di Coron e il preposto Nicola da Cusa, poté da parte sua riferire il 1^{°} marzo al Concilio delle trattative felicemente conchiuse dalla medesima delegazione a Costantinopoli, nonostante le fortissime difficoltà opposte agli inviati del Papa dai rappresentanti dei sinodali coniienti di Basilea. Un momento importantissimo segnò l'arrivo a Ferrara (8 marzo) del card. Cesarini, il quale non voleva più servire la causa del Concilio di Basilea che stava in conflitto con il capo supremo della Chiesa. L'Imperatore greco
fece il suo ingresso solenne a Ferrara il 4 marzo; il patriarca di Costantinopoli l'8 dello stesso mese.
Una bella rappresentanza delle Chiese bizantine li segui: i vescovi di Eraclea, Efeso, Sardes, Monembasia, Trebisonda, Cicico, Nicos, Nicomedia, Lacedemonia, Lesbe (Mitilene), Stauropoli, Timav (Bulgaria), Rodi, Amasia, Silistra (Romania), Melenic (Bulgaria), Maine (Pelopasmeso); inoltre un vescovo ed un protopapès della Molde-Valacchia (Romania), a vescovi della Georgia, e più tardi, alla metà dell'ep. 1438, il metropolita di Kiev, Isidoro, e il vescovo di Susdal. I patriarchi d'Alessandria, di Antiochia e di Gerusalemme; i vescovi di Cesarea, di Side e di Sebasta erano rappresentati da alcuni dei vescovi sunnominati e da Gregorio Mammas, il confessore dell'Imperatore e futuro patriarca. Sei egizmeni, e procuratori dei monasteri greci (Athos, ecc.), 4 discorsi di S. Sofia (smurofòroi) ed insigni laici, fra i quali Demetrio, fratello dell'Imperatore, e Giorgio Scholario, che sarà più tardi nominato patriarca, si trovavano nella comitiva della corte imperiale e della curia patriarcale.
La prima sessione solenne comune dei Latini e dei Greci ebbe luogo nella cattedrale di S. Giorgio il 9 apr. 1438 alla presenza del Papa. Fu promulgato, redatto in latino e in greco, un decreto importante che sanciva l'ecumenicità del Concilio di Ferrara. La seconda sessione comune dei Latini e dei Greci si tenne soltanto il 9 ott. 1438; la causa di questo ritardo è da ricercarsi nella volontà dei convenuti di appagare il desiderio dell'Imperatore bizantino che insisteva a che nuovi inviti venissero diramati ai principi occidentali e ai sinodali di Basilea di partecipare al Concilio di Ferrara. Tuttavia il lasso di tempo fra la prima e la seconda sessione del Concilio fu, in parte, occupato dalle v conferenze di Ferrara che discutessero del Purgatorio e di altre questioni connesse.
Queste assemblee non ebbero però carattere pubblico conciliare, ma si svolsero come incontri privati fra le due delegazioni. Di quella latina facevano parte i cardd. Cesarini e Capranica, l'arcivescovo latino di Rodi Andrea Chrysnbergea G.P. e Giovanni di Torquemada, il futuro cardinale. Di quella greca, molto influenzata dall'Imperatore, facevano parte i metropoliti Marco di Efeso, Bessarione di Nicos, Sofronio di Anchialco, e Metodio di Lacedemonia. Dopo alcune sessioni preliminari (fra il 24 apr. e il 12 maggio 1438), il 4 giugno cominciarono le più importanti discussioni. L'arcivescovo L. Petit ha il grande merito d'aver scoperto e pubblicato nel 1900 il testo greco dei discorsi pronunciati in questa occasione dai Latini e dai Greci, e G. Hofmann poté pubblicare il testo latino delle orazioni pronunciate dai Latini. Il card. Cesarini espose il 4 giugno la dottrina cattolica sul Purgatorio allegando a sostegno della sua tesi argomenti tratti dalla S. Scritura e dalla tradizione. Il domesticano Torquemada rispose al discorso di Bessarione del 14 giugno dando spiegazioni teologiche fedeli al pensiero di s. Tommaso d'Aquino sulla questione dibattuta. Anche Marco Eugenio e Andrea Chrysnberges pronunciarono discorsi. Un risultato definitivo non era da aspettarsi subito, non essendo queste conferenze pubbliche; però si preparava in questo modo un terreno favorevole all'accordo, che in effetti si ottenne un anno più tardi, a F., anche sul punto dogmatico del Purgatorio. Le sessioni pubbliche conciliari di Ferrara (fra il 9 ott. e il 13 dic. 1438) si occuparono della questione se fosse lecito aggiungere una formula dogmatica al Simbolo detto Niceno-Costantinopolitano (Denz-U, 86) e se il Concilio di Efeso avesse espresso una proibizione in questo senso (cf. Denz-U, 125). Gli oratori greci, cui fu concesso dai Latini il vantaggio di iniziare le pubbliche discussioni, affermavano che non era consentita di aumentare (a diminuire) il Simbolo, e che il Concilio di Efeso aveva proibito ogni aumento del Simbolo, anche se, eventualmente, fosse conforme alla fede. In tal senso si espressero soprattutto Marco di Efeso e Bessarione, il card. Cesarini,
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l'arcivescovo Andrea Chrysoberges ed il francescano Luigi, vescovo di Forli, propugnavano da parte loro un parere contrario a quello dei Greci. Ambrogio Traversari, generale dei Camaldolesi e muito versato nella patrologia latina e greca, si acquistò meriti per aver messo a disposizione dei vinodali i testi patristici. Benché lo sessioni dalla IX alla XV (con eccezione della XII destinata al ricevimento dell'ambasciata del duce di Borgogna, inviata a rendere omaggio al Concilio) si occupassero ampiamente della suddetta questione del Sinodo, i Greci non cedettero ai Latini. Fu grande fortuna che il trasferimento del Concilio da Ferrara a Firenze e i giorni occupati dalla preparazione d'esso distendersero un pa' gli animi. La bolla che sancivo il cambiamento di sede fu promulgata nell'ultima seduta ferrarese il 10 genn. 1439. Il motivo del trasferimento è da ricercarsi soprattutto nelle ristrettezze finanziarie della Carta pontificia, che aveva anche il peso del mantenimento dei Greci, ristrettezza cui avviò la generosa offerta di Firenze, la quale già prima del Concilio aveva aspirato alla gloria di diventare sede di esso, come risulta dagli atti della signoria fiorentina.
II. Firenze (1439-43). - Papa Eugenio IV partì solennemente da Ferrara per F. (via Modena) il 16 genn. 1439. Il patriarca Giuseppe segul il 26 genn. ed arrivò a Firenze il 13 febbr. festeggiato dal clero e dal popolo fiorentino, che gli preparò alloggio nel Palazzo dei Fiorentini in Pitti. L'Imperatore greco fece il suo ingresso solenne a F. il 14 febbr. 1439 e venne ospitato nel Palazzo de' Peruzzi. Dopo una sessione ( 26 febbr.) sui temi da trattarsi e sulla data delle sedute pubbliche conciliari, le stesse furono inaugurate presso S. Maria Novella il 3 marzo, e furono seguite, nello stesso mese, da 7 altre. Le 8 sessioni pubbliche del marzo 1439 trattavano della Processione dallo Spirito Santo.
I due oratori principali furono Giovanni di Montenero (di Genova) provinciale dei Domenicani, da parte dei Latini, e Marco Eugenio da parte dei Greci. Di particolare rilievo furono le esposizioni del domenicano nelle adunanze del 21 e del 24 marzo; in queste due sedute Giovanni di Montenero diede sul tema ampie argomentazioni tratta dalla S. Scrittura, dai Padri latini e greci, dai concili universali ed anche dai Sinodi di Toledo. In altre sessioni si discusse a lungo sull'autenticità di un testo nel terzo libro contro Eunomium di s. Basilio (PG 29, 653, nota 79). Anche i concetti della natura, persona, sostanza, principio, causa dovevano essere spiegati per dare maggior chiarezza al pensiero greco. A questo riguardo Giovanni di Montenero poté mettere a disposizione della buona causa il suo pensiero formato dalla teologia di s. Tommaso d'Aquino. Un risultato immediato sotto forma di concordia fra i sinodali latini e greci sulla questione del Filioque (v.) non fu però ottenuto nelle prime 8 sessioni pubbliche di Firenze, ma certamente esse prepararono la via dell'unione. E merito di papa Eugenio IV, che non disperava neppure in situazioni critiche, l'aver consentito una certa elasticità che permetteva più concreti risultati. Cosi si hanno fra il 30 marzo e il 27 giugno 1439 forme varie di trattative fra Latini a Greci in separati gruppi; interventi personali del Papa; sedute particolari dei Greci sotto l'influsso dell'Imperatore e di alcuni zalanti fautori dell'unione, come Bessarione, Isidoro di Kiev, Giorgio Scholarios ecc., e riunioni separate dei Latini sotto l'influente guida del card. Cesarini. Fu data occasione ai Greci di conoscere meglio la posizione cattolica sul primato del Papa in due discorsi di Giovanni di Montenero il 16 e 20 giugno e la dottrina sull'Eucaristia in altri due discorsi di Giovanni di Tarquemada ( 16 e 18 giugno 1439 ). Per queste vie si era ormai ottenuto un primo accordo sulla Processione dello Spirito, accordo accettato anche dal patriarca prima della sua morte ( 10 giugno). Il card. Cesarini poté informare i sinodali latini il 27 giugno che la concordia fra Latini a Greci sulla Processione dello Spirito Santo, sulla questione del Simbolo, sull'Eucaristia, sui novissimi (Purgatorio, ecc.), sul primato del papa era ormai
un fatto compiuto; inoltre egli potè annunciare che i Greci erano pronti a fare una pubblica dichiarazione sulle parole della Consacrazione eucaristica. Rimaneva soltanto la redazione della bolla d'unione dei Greci e la promulgazione dell'unione da farsi in una seduta solennissima. Una deputazione mista latina a greca redigera fra il 28 giugno e il 4 luglio la bolla d'unione nella chiesa di S. Croce; il 4 luglio il suo testo latino e greco fu dai deputati, 12 di ciascuna parte, accettato. Un sinodo latino in presenza del Papa il 4 luglio pubblicò per mezzo di Tommaso Forentucelli (il futuro papa Niccolò V) la bolla d'unione, ed il giorno seguente tutti i sinodali latini diedero le loro sottoscrizione a questo documento in presenza di dieci testimoni greci; ed i Greci, che già avevano sottoscritto la stessa bolla in presenza di 4 testimoni latini, sancirono il 5 luglio per mezzo di Bessarione la dichiarazione in favore delle parole di consocrazione contro l'epicleni dei dissidenti. Su questo esiste ancora un protocollo originale redatto il 17 ag. 1439. Nella cattedrale di F. il 6 luglio il papa Eugenio IV celebrò la Messa solenne in presenza dei sinodali latini e greci; il gonfaloniere Filippo di Giovanni Carducci serviva all'altare. Tutta la città celebrò questo giorno, che era lunedì, e il seguente come festivo. Dopo la Messa sotto la cupola del Brunelleschi, in mezzo al coro, il card. Cesarini ascesa una tribuna in forma di pulpito e lesse 8 testo latino della bolla d'unione e i sinodali latini pronunciarono il loro consenso. Con il medesimo carimoniale Bessarione lesse il testo greco, al quale consentirono pubblicamente i Greci. La bolla d'unione, di cui esistono tuttora molti documenti autentici, fu sottoscritta dal Papa, da 8 cardinali, 2 patriarchi e 8 arcivescovi latini, 52 vescovi, 1 arcidiacono, 4 generali di ordini e 41 abati; la colonna greca della bolla fu sottoscritta dall'imperatore Giovanni VIII, da 20 prelati (metropoliti, vescovi, vicari dei patriarchi e vescovi), da 5 chierici presenti, da un sesto legittimamente rappresentato a da 6 rappresentanti di monasteri greci. La bolla contiene la definizione dogmatica sopra i 5 articoli della Processione dello Spirito Santo, del Simbolo, del Purgatorio e della visione beatifica, dell'Eucaristia (cioè che la materia dell'Eucaristia è pane azimo (v.) o fermentato), del primato del papa.
L'unione degli Armeni fu promulgata con la bolla Exultate Deo (v. decretum ad armenos) nella stessa cattedrale il 22 nov. 1439 in presenza del Papa, 8 cardinali, 43 vescovi arcivescovi e patriarchi latini, 25 abati latini, dei dottori (vardapet) armeni Serkis e Tommaso, e del monaco armeno Nerses. Il vescovo di Padova Pietro Donato lesse il testo latino della bolla, il monaco armeno Nerses un compendio della stessa bolla in armeno, ed il francescano Basilio diede la versione latina di questo compendio.
La preparazione di questa unione si era iniziata dall'anno 1433, seguita poi da trattative fatte dalla colonia generese di Caffa (Frodosic) nella Crimea con il pensiero armeno Costantino V, il quale, nelle sue lettere al console Imperiali ed agli Armeni di Caffa, diede, il 5 luglio 1438 , piena facoltà ai suoi delegati Serkis, Marchos, Tommaso a Gioacchino vescovo di Pera (Costantinopoli) di concludere l'unione nel Concilio del Papa. Il francescano Giacomo de' Primadizi accompagnò la delegazione armena a Genova ed a F. Seguirono discussioni fra una deputazione del Concilio e la delegazione armena sopra i punti controversi, discussioni felicemente coronate dall'unione. Anche da parte dell'arcivescovo armeno di Leopoli (Polonisi, Gregorio, venne al Concilio una deputazione, la quale, dopo alcune discussioni, accettò la bolla d'unione degli Armeni il 15 dic. 1439.
La S. Sede e il Concilio avevano mandato immediatamente dopo l'unione dei Greci il francescano Alberto da Sarteano (Toscana) come legato ai Copti ed agli Etiopi. Egli ebbe colloqui con Nicodemo, abate del monastero abissino di Gerusalemme, il quale scrisse una lettera al Papa il 9 nov. 1440, e con il patriarca copto Giovanni XI che aveva rial-
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denza al Cairo, e che inviò pure un messaggio al Pontefice il 12 sett. 1440. Il legato pontificio ritorno a Firenze nell'estate del 1441 con una delegazione del patriarca copto ed un'altra dell'abate etiopico di Gerusalemme. Le due delegazioni orientali si presentarono al Concilio il 31 ag. s il 8 sett. 1441. Seguirono deliberazioni fra una deputazione conciliare ed 8 monaci copti ed etiopici sopra l'oggetto della fede e del Sacrament. Il 4 febbr. 1442 la bolla d'unione dei Copti fu promulgata nella chiesa di S. Maria Novella in presenza dei Papa, 20 cardinali, fra i quali il Bessarione, 32 vescovi, arcivescovi, patriarchi latini ed 11 aboti latini, fra i quali (come già nella bolla d'unione dei Greci) era l'abate del monastero greco di Grattaferrata, e in presenza degli Orientali. Il resto arabico della bolla ed una breve dichiarazione arabica di fedeltà al Papa fu letta nel Concilio dall'abate copto Andrea, delegato del patriarca copto. Egli sottoscrisse pure il testo arabico della bolla. E da nutarsi che la bolla d'unione dei Copti contiene una esposizione ampia della dottrina sopra la S.ma Trinità e sopra il canone della S. Scrittura ed ha incorporate la bolla d'unione dei Greci e quella degli Armeni, con aggiunte circa le parole della Consapeazione e la liceita della tzrragamia.
Oltre all'unione dei Greci, degli Armeni e dei Copti, concluse a V, e i loro decreti correlativi, furono emessi in questa città conciliare altri decreti importantissimi. Meritano qui una menzione speciale la bolla Mntese vir Del del 4 sett. 1430 contro il Concilio illegittimo di Basilea, ed il monitorio contro l'antipapa Felice V del 23 (?) marzo 1440 e la bolla del trasferimento del Concilio da Firenze a Roma (approvata anche da parte del Concilio antecedente) il 24 febbr. 1443.
III. Roma (1443-45). - Papa Eugenio IV parti da F. il 7 marzo 1443 con 15 cardinali. La Curia pontificia si fermò a Siena fino al 14 sett.; colà mori il beato card. Niccolò Albergati; colà Isidoro di Kiev, cardinale, ricevette un'ambasciata per l'Oriente. La prima sessione solenne conciliare di Roma avvenne il 14 ott. 1443 nel Laterano. Il 10 gran. fu deciso, in una seduta conciliare, una processione religiosa in ringraziamento per una vittoria dei cristiani sopra i Turchi, annunziata dal legato apostolico in Oriente, Cesarini; questa fu tenuta il 12 genu. 1444. Il 30 sett. 1444 fu conclusa nel Concilio l'unione dei Siri della Mesopotamia, alla quale precedettero deliberazioni fra l'arcivescovo sire di Edessa, Abdala, delegato del patriarca Ignazio, ed una deputazione conciliare sopra la Processione dallo Spirito Santo, la due nature e la due volontà di Cristo. L'unione dei Caldei e Maroniti di Cipro fu promulgata il 7 ag. 1445. Essa era stata preparata dalla legazione di Andrea Chrysoberges, arcivescovo di Rodi, che aveva ottenuto già prima l'adesione dei Caldei e dei Maroniti nella chiesa di S. Sofia e Nicosia. Timoteo, metropolita dei Caldei, ed Isaac, procuratore del vescovo maronita, furono mandati a Roma ed ambedue pronunciarono nel Concilio una professione di fede cattolica anche in nome del loro conntesionali. Il Papa, in occasione dell'accettazione della loro unione, promulgò anche un decreto che proibiva di nominare i Caldei e i Maroniti come eretici, a stabiliva i diritti del metropolita caldeo, del vescovo maronita e del loro successori cattolici.
Nell'ultima parte del Concilio fu ottenuta la conversione degli eretici patarini di Bosnia, i quali avevano mandato un'ambasciata al papa Eugenio IV.
IV. EffeTti del. Concilio di F. - Non è da negarsi che dal Concilio di F. provenivano effetti dog-
matici, teologici, storici, giuridici e culturali. Basta vedere i reggati delle bolle pontifice che si riferiscono alla preparazione, alla celebrazione e alle ripercussioni susseguenti il Concilio nella nuova edizione pubblicata da G. Hofmann per esserne convinti.
L'umanesimo trasse nutrimento dall'incontro dagli Orientali con gli Occidentali, incontro che durò, in consuetudine continua di vita, parecchi anni. E già la causa dell'unità della Chiesa, considerata soltanto dal punto di vista storico, non era da sertovalutarsi benché gran parte dei vescovi bizantini non abbia mantenuto poi il solenne impegno di fedeltà dato al Papa, con la sottoscrizione della bolla d'unione. Il Concilio diede 2 futuri cardinali (Bessarione e Isidoro di Kiev) e 3 patriarchi di Costantinopoli di fede cattolica: Giuseppe II (marto durante il Concilio) e i suoi successori Metodone e Gregorio Mammas; nelle Isole di Rodi, Creta, Cipro, nella città di Modon e altrove rimasero buoni gruppi di Greci fedeli all'unione sancita dal Concilio. L'unione degli Armeni in Caffa si sostenne fino alla strage fatta dal Turchi in questa città nel 1475. Sopra la fedeltà del patriarca copto si ha una testimonianza fino ai tempi di papa Niccolò V (1490). Ancora Callisto III (1455-58) e Pio II (1458-64) si mostravano fautori energici dell'unione conclusa in F., e trovavano almeno in una parte degli Orientali accoglienza favorevole. Il decreto dell'unione dei Greci rimase la norma dommatica delle unioni future dei Ruteni (1595-96), dei Romani (1697), dei Melkiti (inizio del sec. xviri), ecc. Il Concilio Veinano utilizzo questo decreto, ed il Concilio di Trento quello dell'Unione dei Copti nella questione del canone della S. Scrittura. Il decreto degli Armeni esercitò l'accusa dei teologi cattolici che però non arrivarono nella interpretazione d'esso, e soprattutto della parte concernente i Sacramenti, ad un'unica opinione. E neppure, secondo Hürth, il papa Pio XII voleva, nella sua cost. apostolica Sacramentum Ordinis del 30 nov. 1947, mettere fine alla controversia teologica intorno al valore teologico di questo decreto. D'altra parte la costituzione mette in rilievo che nel Concilio di F. i Greci furono ammessi di l'unità della Chiesa senza la condizione del cambiamento del loro rito dell'Ordinazione, che conosce soltanto l'imposizione delle mani senza la tradizione degli strumenti.
Bial.: Dell'abbondantissima letteratura intorno al Concilio di F. si da qui soltanto una scelta: del resto elenciti dettagliati si trovano negli articoli bibliografici su questo Concilio nella rivista Iriolion, 16 (1939), pp. 305-30, 591, 22 (1949), 196-201, e nella letteratura che si citasi. - Edizioni delle Studi : Mansi, 31 A. 31 B; L. Petit, Documents relatifs au Concile de Florence, 2 fasc. Parigi 1920-23, in PO 16, 1; 17, 2; G. Hofmann, Concilium Florentinum, 3 fasc., Roma 1919-31 (in Orientalia Christiana XVI, 3; XVII, 2; XXII, 1) e finalmente la nuova collezione del Pont. Istituto degli Studi Orientali, Concilium Florentinum. Decorrenio et Scriptores dei quali il I vol. (in tre fasc.) contiene le belle pontifice, ed. da G. Hofmann, il II vol., fasc. 1, il trattato teologico del card. Giovanni de Torquemada, Apparatus super decretum Florentinum animus Graecorum, ed. da E. Candal, ed il vol. II, fasc. 2 il trattato storico-teologico dell'arcivescovo di Creta Fantino Vellerette, Libellus de ordine generalium conciliorum et unione Florentina, ed. da B. Schultze. - Studi sulle fonti: G. Hofmann, Papato, conciliariema, patriarcalo, in Mituellanea historica pontificiae, II, 2, Roma 1940; J. Gill, The Sources of the - Acta - of the Council of Florence, in Orientalia Christiana Periodica, 12 (1948), pp. 43-70; I. Gill, The - Acta and the Memoirs of Sorepoulor at History, ibid., pp. 305-25. Esposizioni storiche: Hefele-Leclercq, VII, pp. 951-1051, 1075-80, 1081-88, 1104-1106; G. Hofmann, Die Kouviharbeit in Ferrara, in Orientalia Christiana Periodica, 3 (1937), pp. 110-40, 403-55; id., Formulae praesina ad definitionem Concilii Florentini de processione Spiritus sancti, in Acta Academiae Velehradensis, 13 (1937), pp. 81-102, 237-60; id., Formulae praesina ad definitionem Concilii Florentini de Nostizionis, in Gregorianum, 18 (1937), pp. 337-60; id., Die Kouviharbeit in Florenz, in Orientalia Christiana Periodica, 4 (1938), pp. 157-188, 370-422; id., De praeparatione definitionis concilii Florentini de S.ma Eucharistia, in Acta Academiae Velehradensis, 14 (1938), pp. 43-54; id., Due mode formale definitionis concilii Florentini de potasota plena papas praeparata fuerit, ibid., ap. 158-48; id., De praeparatione concilii Florentini de Symbolo, ibid. pp. 161-69; V. Chianoni, Le scisma grece e il Concilio di F., Firenze 1938; G. Hofmann, Die Einigung der armenischen Kirche mit der katholischen Kirche auf dem Konsil von Florenz, in Orientalia Christiana Periodica,
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Firenzuola, Anrolo - Frantespisio dei Ragionamenti, Firenze 1548 - Esemplare conservato nella Biblioteca Vaticana.
3 (1939), pp. 151-85; id., Hamanismus in Concilio Florentino, in Acta Academiae Polabroderetis, 15 (1939), pp. 199-211; E. Candal, Recuerum Nicomma in Concilio Florentino, in Orientalia Christiana Periodica, 6 (1940), pp. 417-66; G. Hofmann, Kaptan und Aethiopior auf dem Koncil von Florenz, ibid., 8 (1942), pp. 3-39; id., Das Koncil von Florenz in Rom, ibid., 15 (1949), 71-84.
Giorgio Hofnann
FIRENZUOLA, AnNolo. - Letterato, n. a Firenze nel 1493, m. a Prato il 27 giugno 1543. Amico dell'Aretino, quindi monaco vallombrosano e procuratore del suo Ordine presso la corte pontificia, nel 1526 fu dispensato dai voti religiosi, conservando i benefici ecclesiastici. Dal 1543 dimorò a Firenze e a Prato, afflitto dalla sifilide e, negli ultimi anni, dalla povertà. Fondò l'Accademia dell'Addiaccio, precorritrice dell'Accadla.
Scrisse liriche, due commedie, gli incompiuti Ragionamenti d'amore, Delle bellezze delle donne, Della perfetta bellezza d'una donna, La prima veste degli animali (rifacimento del Panciaturina attraverso il Directoriam humanae vitae di Giovanni da Capua e la volgarizzazione spagnola Exemplario contra los engaños y peligros del mundo). Tradusse, con trasfigurazione soggettiva, l'Atina d'oro di Apuleio e si oppose alle innovazioni grafiche del Trissino col Discacciamento delle nuove lettere inutilmente aggiunte nella lingua tuscana, discorso apprezzato da Clemente VII.
Nella libera vita e negli scritti non seppe elevarsi al di sopra di una elementare sensualità, che della donna gli fece cercare e fissare solo un'eclectica perfezione esteriore e che l'elaborazione fantastica orientò, di preferenza, verso l'istintivo mondo animalesco. I problemi morali, talvolta perseguiti, vaniscono nel garbato e, spesso, licenzioso novellare, anche se sotto la sensualità del F. sia stata avvertita quella tristezza stanca, che per gli spiriti meglio dotati è avvio al superamento nel dolore.
Bibl.: Edizioni: Opera di A. F., a voll., Firenze 1848; Le più belle pagine di A. F., scelte da A. Baldini, Milano 1923. Studi: G. Farini, F., Torino 1932; M. Olivieri, A. F. Bibi essenziale e ragionato, in Bib. Ai sintesi letterario, 1 (1934), pp. 350 400; id., A. F., Carnamola 1935; A. Scaglione, L'Aitino d'oro e il F., in Giorn. it. lett. it., 126 (1949, ccclxxy), pp. 223-49. Enso Navarra
FIRMIAN, LEOPOLD ANTON ELEUTHERIUS von. Arcivescovo di Salisburgo, n. il 27 maggio 1679 a Monaco, m. il 22 ott. 1744 a Salisburgo. Vescovo di Lavant nel 1718, quindi di Seckau e di Lubiana, il 4 ott. 1727 fu nominato principe arcivescovo di Salisburgo. Dopo avere inutilmente tentata la conversione dei protestanti della sua diocesi, i quali, d'accordo con i correligionari tedeschi, tramavano una rivolta, fu costretto ad esconare nel 1731 un editio di emigrazione. Lasciarono così il Salisburghese oltre 20.000 protestanti, dei quali ca. 16.000 si trasferirono in Prussia, e gli altri nell'Hannover, nell'Olanda e nell'America settentrionale.
BibL.: J. K. Riege, Dio Easigantion der salobunger Protesstantes von 1731-32. Salisburgo 1931; F. Martin, s. v. in LThK. IV. col. 13.
Silvio Furiani
FIRMIAN, LEOPOLD ERNST. - Cardinale, n. a Trento il 22 sett. 1708, m. a Passavia il 13 marzo 1783. Nominato vescovo di Seckau, da Clemente XIII il 26 sett. 1763 fu trasferito a Passavia. Clemente XIV lo creò cardinale il 14 dic. 1772. Fu, nel 1776, accanto al card. Migazzi, arcivescovo di Vienna, nella lotta contro il piano di studi ecclesiastici preparato dal Rautenstrauch secondo i principi del giurisdizionalismo. Durante il suo soggiorno a Vienna, Pio VI, su preghiera di Giuseppe II, impose personalmente, il 19 apr. 1782 , il cappello rosso al F. ed al Batthiany nella sala dei cavalieri della Hefburg imperiale.
Bibl.: Pastor, XVI, v. indice; F. Martin, s. v. in LThK. IV, coll. 13-14; G. Baranza, Percevians apostolicas, La spinta pubblica e il sinagio di Pio VI a Vienna, Milano 1937, pp. 117 sgg., 346 sgg.
Fasato Fonsi
FIRMICO MATERNO. - Scrittore latino del v sec. d. C. sotto il cui nome vanno un trattato di astrologia, di sensi pagani, ed un'opera apologetica cristiana.
D'ordine senatorio ed originario di Sicilia, dopo aver abbandonato la carriera forense divenne scrittore, compilando tra il 334 e il 337 , per suggerimento del proconsole carapano Lolliano Mavorzio, un vasto trattato di astrologia (Matheis), nel quale espose tutto il proprio sapere sulla astrologia greca ed asiatica, derivandolo principalmente da Manilio. Sono otto libri, ai quali il primo fa da introduzione; nel porre quivi i fondamenti della scienza, F. si sforza, pur sentendone la difficoltà, di dare più sicuro significato umano all'astrologia, collegandola con la morale. Con l'estinzione della scienza astrologica è cessato l'interesse pratico che per molti secoli, e specialmente nel medioevo, aveva fatto ricercare il trattato, il quale resta solo interessante per gli accenni, che vi si ritrovano alla morale del tempo a come documento storico. Nell'altra opera De errore profanarum religionum il contenuto cristiano ha dato luogo ad una questione lungamente agitata per la difficoltà, ora superata, di supporre, nei dieci anni che intercorrono tra le due opere, la conversione dell'autore del trattato astrologico. Nel De errore, uscito nel 346-50, gli argomenti consueti dell'apologetica non si accrescono di motivi polemici originali ma si accendono invece di un tono violento fino allora inusitato. L'autore non cerca l'estinzione del paganesimo attraverso l'insegnamento e la conversione, ma con l'intervento delle forze secolari, degli imperatari Costanzo e Costante, ai quali l'opera è indirizzata, in nome della missione loro affidata da Dio, che sarà ricomponente da benedizione esitate e dalla confisca dei presioni simulacri pagani. Il libro si divide in due parti : nell'una si combattono le religioni della natura e i misteri: nel-
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l'altra più particolarmente i symbola, cioè i segni ai quali si riconoscevano i partecipanti ai misteri di Dioniso, Mithra ecc.
La polemica è quindi diretta piuttosto contro gli Egiziani e gli altri popoli orientali che contro i Romani, forse per i maggiori pericoli che presentava la possibile confusione tra le pratiche cristiane e quelle dei misteri. L'erudizione trae dell'opera utili cognizioni circa gli antichi misteri.
Bra.: Ed. dello Muthesti di W.Kroll-P. Skutsch-K Siegler, 2 vol., Lipiia 1867-1913: del De errore, ed, C. Halm (CSEL2), Vienna 1867; ed. e commento di G. Hensen, Bruxelles 1928. Studi: H. Moore. F. M.. der Heide und der Christ, Monaco 1897; Schanz, IV, 1, pp. 129-37: Bardenhewer, III, pp. 456-60. Moricea, II, pp. 48-63.
Luigi Aurigamma
FIRMILIANO di Cesarea. - Una tra le più eminenti figure dell'episcopato del suo tempo, fu vescovo di Cesarea in Cappadocia dal 230. Man. tenne cordiali relazioni con Origene, di cui fu discepolo e protettore; condannò con i vescovi dell'Oriente il novazianismo, presiedetre il I e il II Sinodo di Antiochia ( 163-266 ) contro Paolo di Samosata; mori e Tasso in Cilicia, mentre si recava ai III. nel 268 -69.
S. Basilio accenna a un'opera ( X_{X} / 700 ) in cui F. professava la fede ortodossa sullo Spirito Santo (De Spir. S., 39, 74). Una storia delle persecuzioni gli è attribuita da Mosè di Coreno, ma la notizia è di dubbia attendibilità. F. è noto soprattutto per la parte sostenuta nella questione del Battesimo degli eretici. In una lettera, probabilmente della fine del 256, a a. Cipriano, che questi dové tradurre dal greco (la 73^{\text {a }} dell'epistolario ciprianeo), vuol dimostrare, contro il papa Stefano, che egli biasimo aspramente l'invalidità del Battesimo amministrato dagli eretici.
Bra.: Fonte principale è Eusebio. Hist. ecel., VI, 26, 27. 46, VII, 3. 28, 30. Cf. B. Banno, Acta SS. Octobris, 12 (1867), pp. 270-310; Bardenhewer, II, pp. 312-14. Michele Pellegrino
FIRRAO, Giuseppe. - Cardinale, n. a Napoli il 20 luglio 1736 , m. ivi il 24 genn. 1830 . Omonimo e congiunto del Firrao ( 1669-1744 ) che tanta parte ebbe nella diplomazia vaticana del sec. xvin, entro in prelatura sotto Clemente XIII che lo inviò vicelegato a Ravenna, affidandogli successivamente il governo di altre città dello Stato pontificio.
Pio VI lo innalab all'arcivescovato titolare di Petra il 23 febbr. 1782, accreditandolo mensio presso la Repubblica di Venezia, per conferirgli più tardi la segreteria della S. Congregazione dei vescovi a dei Regolari. Pio VII lo assicue al S. Collegio il 23 febbr. 1801, attribuendogli il titolo presbiterale di S. Eusebio, che il F. conservò per tutti i ventinove anni dei suo cardinalato, senza mutarla in quello di S. Lorenzo in Lucina neppure quando divenne primo del suo Ordine.
Cagionevole di salute, preferi ritirarsi a Napoli, dedito a vita di studio e di preghiera, deludendo in parte le speranze che aveva sussitato la sua brillante carriera giovanile. Si tenne accuratamente estraneo alla politica del suo tempo, venendo a Roma quasi soltanto per partecipare ai Conclavi di Leone XII e di Pio VIII.
Bra.: G. Moroni. Dio, di crudis, storico-eccl. XXV, pp. 72-73. Renzo U. Mentini
FISCHART, Johann. - Scrittore, n. a Magonza (?) nel 1546 , m. a Strasburgo nel 1590 . Fu la più vigorosa e libera personalità tedesca della seconda metà del secolo, contraddistinta da reciso calvinismo e da bellicoso atteggiamento verso il cattolicesimo, il gesuitismo e il luteranesimo.
La sua vasta opera è costituita, parte da scritti polemici di carattere confessionale (Der Bienenhorb, 1579; Das Traufeerhittlein, 1580, ecc.), parte, e qui eccelle, da scritti satirici contro i suoi connazionali. Egli è in essi il buffone-giudice, che tra risa e lazzi dice cruda la verità,
"rielaborando in rima il popolare libro delle avventure di Till Eulenspiegel (1572), o scagliandosi (in Aller Praktik Grossmutter, 1572) contro il malcostume del sortilegio. La sua fama è principalmente affidata al poemetto Das gluckhaft Schiff von Zürich (1576; nel 1828 ristampato a Tübingen con prefazione di Uhland), ma più alla Geschichtshiliterung (1575), in apparenza una traduzione del Gargantua di Rabelais, ma in realtà nettamente da esso distinta, oltre che per il trasferimento dell'azione in Germania, per il rispetto verso la religione e per il fine non educativo, ma morale. Predigioro è l'uso ch'egli vi fa della lingua, che piega ad ogni suo scopo, riuscendo quasi passerella verso il prossimo barocco.
Bra.: Opera: 7. F.: sämtliche Dichtungen, 3 voll., Lipsia 1866-67: 7. F.s Werke, 3 voll., Broccardo a. d. Studi: A. Hauflon, 7. F., Berlino 1921; A. Leitzmann, Fischartiana, Jena 1914. Giovanni Guerra
FISCHER, Engelbert Lorentz. - Filosofo tedesco, sacerdote, n. a Aschaffenburg il 12 ott. 1845 , m. parroco a Würzburg il 17 genn. 1923.
Nella sua opera principale Uberphilosophie (Berlino 1907) tenta di conciliare le opposizioni delle diverse scuole in una sintesi superiore ispirata al cristianesimo. Cosi, difendendo la creazione non nega una certa evoluzione, e pur combattendo il panteismo accentua le relazioni del mondo con Dio. Tra le altre sue opere si notano: Die Harmonie als Grundsatz des Seins und Lebens (Würzburg 1920); Die schöne Seele (Berlino 1922); ecc.
Bra.: E. L. F., Erinnerungen und Grundsätze aus meinem Leben, Ratlebana 1904. Felicissimo Timvella
FISCHER, ERLach Johann Bernhard von. Architetto, n. a Graz nel 1656, m. a Vienna il 5 apr. 1723. E il maggiore degli architetti austriaci del periodo barocco. Venuto giovane in Italia fu, a Roma, allievo, verosimilmente, di Carlo Fontana, ma studiò con particolare attenzione anche le opere del Bernini e soprattutto quelle del Borromini. Nel 1687 era a Vienna a servizio dell'imperatore Giuseppe I, quindi affermava le proprie qualità di architetto costruendo il Castello di Frain in Moravia, quello di Engelhartstellen e quindi il mausoleo imperiale di Graz.
Nel 1693 cominciò ad operare a Salisburgo per il conte di Thun, arcivescovo della diocesi, al cui servizio rimase fino alla morte di quel presule, avvenuta nel 1709, costruendo fra l'altro le quattro chiese salisburghesi della S.ma Trinità, dell'Opedale di S. Giovanni, delle Orsoline e la Collegiata, che è tra le sue opere maggiori. Frattanto a dopo, a Vienna, lavorava alla costruzione di altri edifici, alcuni anche di carattere civile quali il famosissimo Castello di Schönbrunn, portato a compimento dopo la sua morte dell'architetto N. Pacarsi, il Palazzo Strattmann-Windischgrätz, quello del principe Eugenio, poi Ministero delle finanze, quello degli Schönborn ecc. Tuttavia a Vienna la sua architettura più caratteristica, e quella che meglio lascia individuare gli elementi italiani della sua cultura, è la chiesa di S. Carlo Borromeo, portata a compimento, dopo la morte del suo ideatore, dal figlio di lui Joseph Imanuel F. v. E. (n. a Vienna il 19 sett. 1693 , m. ivi il 29 giugno 1742), pur esso architetto di grande valore ed al quale fu anche affidato - fra le altre cose - il compimento dell'edificio della Biblioteca nazionale che era già stato iniziato dal padre nel 1722.
Bra.: M. Semrau, in W. Lubice. Grundriss der Kunstgeschichte, Die Kunst der Barockzeit, Eurlinsen 1013, pp. 105110; H. Sedlmayr, Österreichische Barock Architector 16101740, Augusta 1930, pp. 3-63; H. Turan, s. v., in Enc. Ital., XV (1932), pp. 468-69. Emilio Lavamino
FISHACRE, Richard. - Teologo domenicano, m. nel 1248. Fu il secondo maestro del suo Ordine in Oxford e il primo domenicano inglese, che compose un commentario alle Sentenze di Pietro Lombardo (inedito).
Dottrinalmente è ancora un rappresentante dell'ogostinismo tradizionale, però dimostra qualche simpa-
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(par cartaria del p. Alberto Ghirata)
Fishta, Giorgio - Ritirito.
tin per l'aristotelismo. Inoltre si conosce di lui: Troctatus de haerestibus; Quaestio disputato de ascensione Christi; Sermones (tutto inedito, tranne alcuni brani citati occasionalmente nella letteratura scolastica).
BibL.: F. Pelster, Das Leben u. die Schriften des Oxforder Dominikaners R. F., in Zeitschr. f. hoth. Theol., 54 (1030), pp. 518 -53 (con bibl.): id., s. v. in LThK, IV, col. 85.
Anneliese Meier
FISHER, Irving. - Economista americano, n. a Sawgertes (Nuova York) il 27 febbr. 1867, m. a Nuova York il 29 apr. 1947. Professore di matematica a Yale, nel 1895 divenne professore assistente di economia politica e nel 1898 professore ordinario. Fece parte e diresse numerose commissioni americane che si occuparono di problemi di igiene pubblica, di protezionismo, di proibizionismo e di lavoro. Come economista, il F. è un sostenitore convinto della teoria della stabilizzazione dei prezzi, e per realizzare questa meta pensa che si debba far corriapondere il valore dell'unità monetaria a una determinata quantità non di metallo, ma di merci. Delle sue numerose opere, è stata tradotta in italiano L'illusione monetaria (Milano 1930).
BibL.: M. Albio, La vie et l'oeuvre de I. F., in Revue d'économie politique, maggio-giugno 1947; G. J. Shirres, in The Economic Journal, sect. 1947.
Celsstino Melsi
FISHER, John, santo: v. Giovanni FISHER, santo.
FISHTA, Giorgio. - Francescano e poeta albanese, n. nella Zadrima il 13 ott. 1871, m. a Scutari il 30 dic. 1940. In Bosnia frequentò i corsi di filosofia e teologia e, ordinato sacerdote a Scutari, vi insegnò materie letterarie nelle scuole del Collegio dell'Ordine, del quale fu in seguito provinciale per l'Albania. Fu anche deputato e, nel 1921, vice presidente al Parlamento. Partecipò come segretario di legazione alla Conferenza di Parigi e, nel 1930, alla Conferenza interbalcanica di Atene. Accademico di Italia dal 1939 .
Alle fatiche dei sacri ministeri e all'attività politica associò il culto della poesia, diventando rapidamente popolare tra la sua gente, dei cui genio riusci interprete efficace. Coltivò l'epica (Colonia e Malicis [= Il liuto della montagna s], poema in trenta canti, celebrazione delle lotte sostenute dagli Albanesi contro i Montenegrini), la lirica (Mrizi i Zdravet [= La dimora delle Muse c], di contenuto patriottico), la serica (Anzaz e Parnasti, contro le cancellerie europee), la drammatica (L'Albanese civilizzato; L'Albanese civilizzato, melodrammi in tre atti). In Vallja e Parriati son contenute liriche e drammi di
argomento religioso. Tredusse gli Inai sacri mansoniani. La sua arte unisce primitivismo e romanticismo con singolari effetti rappresentativi.
BibL.: Acta Ord. Frat. Min., 60 (1941), pp. 66-67; At G. F., numero commemorativo pubbi. a cura del p. Benedetto Dima, Tirana 1942.
FISICA. - Dal gr. qóme (natura). Così è denominata la scienza che studia le proprietà generiche della materia e delle particelle elementari che la costituiscono, e le manifestazioni e trasformazioni dell'energia in tutti i corpi, in quanto materiali.
Anche le altre scienze matematico-fisico-naturali si occupano dei corpi materiali. Ma i) la matematica li studia sotto un aspetto generalissimo (numero, quantità, forma, dimensioni), 2) la chimica ne studia le proprietà specifiche e le trasformazioni sostanziali. 3) le scienze naturali (astronomia, geologia,