ati condannanti e degli esecutori, dal fatto che non era prescritto il numero dei colpi. Nessuna meraviglia che molti, anche senza essere condannati a perire di verghe, finissero con perdere la vita a ridursi a miserevole stato, peggiore della morte (cf. Cicerone, In Verrem, actio II, 3, 54, 142; 4, 39, 85; Filone, In Flaccum, 10, 75). A cominciare da Catone il Vecchio, i cittadini romani erano liberi dalla f. (Lex Parcia a tergo civium del 105 a. C.); ad essi si potevano infliggere battiture con le verghe e solo dopo regolare giudizio; però dalla f. cominciava sempre, anche per i cittadini, l'esecuzione della pena capitale.
Presso il popolo dorzico la legge (Deut. 25, 2) prescriveva la f.: - si cum, qui peccavit, dignum viderint plagis, prosternent et coram se facient verberari \%. Ma fino ad un'epoca, che non è possibile determinare, si usò, invece della f., la bastonatura; il numero dei colpi varava secondo la gravità del delitto, ma non doveva mai, in nessun caso, oltrepassare i quaranta: «ita dumtazat, ut quadragesortum numerum (di piaghe) non excedunt, ne foede laceratus ante oculos tuos abeat frater tuus * (ibid. 25, 3). Di f. parlano, è vero, minacciandola. Gedeone a proposito dei suoi nemici, se gli cadranno nelle mani (Indc. 8, 71), e Robzamo agli Ebrei, che mormoravano contro il suo modo di procedere (I Reg. 12, 11-14), ma non si riferiscono ad una pena legale. La quale invece viene ricordata apertamente come tale, la prima volta, nel martirio dei sette fratelli maccabei (II Mach. 7, 1).
Per i cristiani, il pensiero della f. richiama subito il supplizio inflitto a Gesù da Pilato come mezzo per sotterzilo alla morte (Mt. 27, 26; Mc. 15, 15; Is. 19, 1). Ma nulla dice il Vangelo intorno al modo della esecuzione, alla qualita dei flagelli, al numero degli esecutori della pena, al numero delle battiture; quello per conseguenza che si ritrova intorno a questi punti, presso vari autori mistici, non ha alcuna autorità (cf. Benedetto XIV, De festis Dom. N. Iesu Christi, I, 7, n. 56). Solo rimane fuori di dubbio che la pena, inflitta a Gesù, fu quella che i Romani riserbavano agli schiavi, che perciò non aveva alcuna limitazione di colpi.
Anche intorno alla colonna della f. di Gesù Cristo poco o nulla si sa di certo. La tradizione antica fin dal sec. Iv (cf. l'itinerario del pellegrino di Bordeaux, del 333, in Itinera Hierosolvaptana, ed. P. Geyer [CSDL, 39], Vienna 1898, p. 22) la indicava nel palazzo di Caifa; di là dev'essere stata trasportata nella piccola chiesa del Cenacolo, perché nel Cenacolo la videro a. Paolo nel 386 (s. Girolamo, Epist., 108: PL 22, 284) e, circa lo stesso tempo, Prudencio (Dittochorum, 81 : PL 60, 108), I pellegrini continuano a parlarne fino al sec. x; tuttavia essa appare diversa da quella oggi conservata nella chiesa del S. Sepolcro. Dal tempo delle Crociate di un'altra colonna si parla, giacente nel preterio di Pilato, a che oggi si vanera a Roma nella chiesa di S. Prassede, trasportatavi dal card. Giovanni Colonna nel 1223.
Gesù, come aveva predetta la sua propria f. (Mt. 20, 19; Mc. 10, 34; Lc. 18, 32), cosi la predisse pure per i suoi Apostoli (Mt. 10, 17, 20. 19), i quali, infatti, la subirono per ordine del sinedrio (Act. 5, 40). Anche s. Paolo dichiara di averla subita cinque volte da parte dei suoi connazionali: «A Judaeis, quinquies, quadragenas, una minus, accepis» (II Cor. 11, 24); quando, però, arrestato a Gerusalemme, il tribuno Lisia lo volle condannata alla f., egli prozesib, come cittadino romano esente da quella pena, a il tribuno sopressedette alla punizione (Act. 22, 24).
Come sanzione, la f. venne ben presto usata nella disciplina monastica e se ne hanno testimonianze fin dal
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sec. v (cf. Palladio, Hist. Lausiuca, 6; Socrate, Hist. ecel., IV, 23; per il sec. vi, lo Regele di s. Cesario di Arles [PL 68, 1111] a di s. Aureliano di Arles [PL 68, 392, 401-402]; per il sec. viI, la Regola di s. Colombano [PL 80, 215 sgg.]). Ma presto la f. passò ad essere semplicemente una pratica di penitenza volontaria, come mezzo di mortificazione.
Bibs.: I. Zolli, Istaelo, Udine 1935, pp. 328-33; C. Faugères, Flagellon, in C. Darmolierp- E. Snglio, Dist. des antiquities, II, coll. 1132-36; H. Leclercq, Flagellation (supplice de lui, in DÁCL. V (1923), coll. 1635-43; U. Holzmolster, Christus Dominus flagellis coeliliter, in Verbum Domini, 18 (1938), pp. 194108; E. Power, Colonnes de la flagellation, in DBs. II (1934), coll. 60-67.
La F. di Gesù nell'arte. - Le più antiche rappresentazioni della f. risalgono al IX-x sec. e si possono indicare nella miniatura ottomana, cosi nel Codex Egberti di Treviri (fine sec. x) e nel cod. n. 948 della Biblioteca reale di Bruxelles, dove il Cristo è rappresentato nell'atto in cui uno sgherro lo lega ad una colonna ed un altro merugoldo per ordine di Pilato lo bastona. Riappare nell'arte romancica e non solo nella pittura, come a S. Urbano alla Caffarella presso Roma (xi sec.), ma nei rilievi delle porte bronzee del S. Zeno di Verona e del duomo di Benevento.
Con il diffondersi del gusto narrativo proprio dell'arte romanica e del periodo gotico, e forse anche per suggestione del fatto che nel 1223 il card. Giovanni Colonna portò da Gerusalemme a Roma un rocchio di colonna di diaspro sanguigno, oggi in S. Prassede, che secondo la tradizione è quello medesimo cui fu legato Gesù, nel corso del 2011 e quindi del xiv sec. divengono sempre più frequenti le rappresentazioni della f. Clò fin quando, durante il 2 v sec., il tema fu prediletto forse perché offriva anche occasione di raffigurare con accenni pietosi la perfetta bellezza delle membra umane dal Re dentore. Così in una rappresentazione del Beato Angelico in una tavoletta del Museo di S. Marco a Firenze; così nella bellissima tavola di Piero della Francesca nella Galleria di Urbino; cosi in quella di Luca Signorelli che è nella Galleria di Brera a Milano; cosi, infine, nell'affresco di Sebastiano del Piombo che è in S. Pietro in Montorio a Roma e per il quale lo stesso Michelangelo, secondo una tradizione, avrebbe offerto il disegno. D'altro canto ad un disegno di Michelangelo si collega anche il rilievo bronzeo raffigurante la f. che adorna una delle formelle del ciborio di Jacopo del Duca che è nella Pinacoteca del Museo nazionale di Napoli nelle quale città è, nella chiesa di S. Domenico, un'altra bellissima f., quella digiura da Michelangelo da Caravaggio nel 1607.
Bibs.: K. Küsselc, Bionographie der christlichen Kunst, Friburgo in Br. 1928, pp. 434-52.
Emilio Lavagnino
FLAGET, BENOIT-JoSEPH. - N. il 17 nov. 1763 a Contournat presso Billom, diocesi di Clermont (Francia), m. I'II febbr. 1850 a Louisville. Nel 1783 entrò nel Seminario dei Salpiziari di Clermont e nel 1787 fu ordinato sacerdote. Nel 1792 partì per gli Stati Uniti d'America e fu incaricato dell'assistenza religiosa di Fort Vincennes.
Nel 1794 fu richiamato a Baltimore per la cura delle vocazioni al Georgetown College. Nel nov. 1798 fu inviato ad Avens. Dal 1802 al 1808 fu al Collegio di S. Maria di Baltimore. Nel sett. 1808 è nominato vescovo di Bardstown. Per evitare un tale onere si recò a Parigi. Alla fine dové accettare e, ritornato in diocesi, fondò seminari, comunità religiose, costrui chiesa e visitò il Kentucky e il Tennessee. Durante il suo episcopato nel territorio furono erette undici sedi episcopali. Fin dal 1841 la sede fu trasferita a Louisville. Protestanti e cattolici piantero la perdita di un pastore cosi infaticabile, considerato come un vero santo.
Bibs.: R. Desgeorge, Manteigener F., dedque de Bardstown et Louisville. Su vie, son esprit et ses vertus.... Parigi 1831, 27 ed. 1852.
Ruggero Michele Jeune
FLAMINI. - Da flare "soffiare", nel senso di alimentare la fiamma sacrificale (cf. i brahmani dell'antica India, ministri del sacrificio): sono presso i Romani i sacerdoti addetti al culto di singole di-
vinità tutte appartenenti al più antico fondo della religione romana. Sono in numero di 15 , tre maggiori : Dialis (di Giove), Martialis (di Marte), Quirinalis (di Quirino), e 12 minori, di sette dei quali si conosce il nome: Carneutalis, Falàcer, Moralis, Furrinalis, Palatualis, Pomonalis, Volcanalis. Non erano riuniti in collegio perché le loro mansioni erano individuali e non collettive, ma erano aggregati al collegio dei pontefici, sotto il controllo del pontefico massimo. Vestivano sulla toga una coperta di lana (laena), portavano un copricapo di pelle ovina (golerus) sormontato da un dischetto e da una verghetta di olivo. Erano eletti in seguito ad auspicio favorevole.
Di essi il f. di Giove godeva di alto privilegio formale ma doveva sottostare a molteplici interdizioni che rivelano in lui in origine il capo supremo del gruppo sociale le cui prerogative in tempi storici passarono al res sacrorum, sussessore dell'orario re patriarcale e al pontefice massimo, rimandando a lui quelle strettamente magico-sacrali che ne facevano quasi una personificazione di Giove e rendevano la sua carica insompaibile con qualsiasi altra. Era suo obbligo trovarsi sempre in stato di sacralità rituale (quotidie feriatas), pronto a sacrificare, doveva evitare la visione e il contatto di cose funerarie, a impure; doveva esser unita a sua moglie con matrimonio confarreato, da cui solo la morte di lei poteva scioglierlo, rendendolo al tempo stesso una più idoneo alla carica. Queste interdizioni e molte altre (Aula Gellio [X, 15, 32] ne elenca 22, attinte all'ennalista Fabio Pittore) con il tempo divennero cosi intollerabili che nessuno voleva più sobbarcarsi a questo sacerdotale che stette per 87 anni senza titolare. Augusto nella sua restaurazione religiosa lo richiamò in vita alleggerendone le obbligazioni. Il Seminato diede duro fino a Teodario.
Gli altri due f. maggiori erano assai meno impegnati del dialc; il f. marziale partecipava al rito del cavallo di ott., il f. quirinale interveniva in cerimonie che avevano rapporto con l'agricoltura, come le robigoli, le consuili e le larentali.
Nell'epoca imperiale dopo l'apoteosi degli imperatori defunti furono istituiti per il loro culto speciali f.: Augustales, Claudiales, Flaviales, ecc.
Bibs.: G. Dumézil, Flamm-Brahman (deviates de Marie Gobine, 51), Parigi 1933; id., La psihiatrie dee Samtous aupers, in Revue de l'histoire des religions, 118 (1958), pp. 187-200; N. Turchi, La religione di Roma antica, Bologna 1935, pp. 149213; C. Krestni, La religione antica nelle tre linee fondamentali, Bologna 1940, pp. 197-200.
Nicola Turchi
FLAMINIO, MARCO ANTONIO. - Umanista, n. a Serravalle (ora Vittorio Veneto) nel 1496 dall'umanista Giannantonio. Caro a Leone X, al Sadoleto, al Sannazzaro, al Castiglione e ai più celebri uomini del suo tempo, passò ammirato nelle corti di Roma, Urbino, Mantova, Napoli, Venezia, Genova, Milano. Come segretario fu al servizio del protonotario papale Stefano Sauli, del datario Matteo Girberti, che gli donò un podere sul lago di Garda, e del card. Alessandro Farnese. Per ragione di salute nel 1538 si portò a Napoli e, nel biennio che vi rimase, subì con altri l'influsso di Juan Valdés specialmente quanto alle dottrine sulla Chasiza: libero arbitrio a sul merito delle opere buone.
Lasciata Napoli, fece parte del circolo che si radunava a Viterbo intorno al card. Pole ed ebbe contatto con Vittoria Colonna, Airise Friuli, i carili. G. Morone, Gaspare Centarini e Girolamo Saripando. Seguì il Pole al Concilio di Trento, ma non volle assumere l'ufficio di segretario. Morì a Roma, il 18 febbr. 1550, confortato dal card. Gian Pietro Carabi, in seno alle Chiese. Ammirato per la sua dolcezza e pietà cristiana e per l'eleganza dei suoi scritti, particolarmente per i suoi Comnina, più volte stampati in collezione con quelli dei maggiori ponti dell'età sua. Le edizioni più alla mano sono quelle di Bergamo (1752) e di Prato (1831). Alcuni di quei carmi furono anche tradotti in italiano da autori diversi. Scritte
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inoltre: Paraphrasis in duodecimum librum Aristotelis de prima philosophia (Venezia 1536, Parigi 1547); In librum Psalmorum brevis explanatio atque paraphrases poeticus (Venezia 1546; due anni dopo usci a Bologna un commento in prosa); De rebus divinis (Parigi 1551); Lettere, a cura di V. Dorico (Roma 1554), di D. Atanagi (Venezia 1560, e 1576 ). Opere tutte ripetutamente stampate.
Bibl.: G. Timboschi, Storia della letteratura italiana, VII, Venezia 1804, pp. 1905-01; E. Forsthumer, M. A. F. polta latium avec, XVI, Lina 1896; E. Coccoli, M. A. F. Studio con documenti inediti, Bologna 1807; P. Rossi, M. A. F., Vittorio Veneto 1931; B. Chlorio, s. v. in Enc. Ital., XV (1934), p. 233; H. Jedin, Ginalemo Sempesdo, I. Wütsburg 1937, pp. 112-16. Davide Felcioni
FLANAGAN, Edward Joseph. - Prelato ed educatore, n. a Roscommon (Irlanda) il 13 luglio 1886, m. a Berlino il 15 maggio 1948. Emigrato negli Stati Uniti nel 1904, intraprese gli studi religiosi, che però dovette ripetutamente interrompere a causa della salute delicata. Nel 1907-1908 frequentò l'Università Gregoriana a nel 1912, dopo due anni presso la facoltà di teologia dell'Università di Innsbruck, fu ordinato prete. Ritornato negli Stati Uniti (di cui acquistò la cittadinanza nel 1918), si stabilì a Omaha (Nebraska), ove aprì un albergo per i poveri.
Interessatosi alla sorte della gioventù traviata e profondamente convinto della necessità di offrire una famiglia a coloro che ne mancavano per riscattarli dai pericoli dell'abbandono, diede inizio ad un'opera di redenzione sociale, che doveva acquistare vasta risonanza ed essere largamente imitata, creando nel 1917 una casa per fricciulli diseredati. Aumentando i suoi ospiti, trasferi poco dopo l'istituzione in una tenuta a 11 miglia da Omaha, ove fondò la «Città dei ragazzi» (v.). Nel 1934 casa ottenne dal governo degli Stati Uniti rango di municipalita indipendente, e nel 1935 p. F. vi inaugurò una forma di autogoverno ricalcata sul modello della vicina Omaha. Mediante elezioni semestrali gli abitanti della « Città dei ragazzi», tra cui non vi sono distinzioni di razza o religione e che studiano e lavorano, provvedendo ai bisogni della comunità e preparandosi a entrare nella società, eleggono nel proprio seno le autorità municipali, alle quali è anche deferita l'amministrazione della giustizia (v. BAGAZZI, CITTÀ dei)..
L'opera visse a p. F. molti riconoscimenti, tra cui la nomina a prelato domestico di Pio XI nel 1938. Dopo la seconda guerra mondiale fu chiamato dalle autorità americane in Giappone a in Germania per studiare le condizioni della gioventù nei paesi sconfitti e consigliate come rimediarvi. M. improvvisamente a Berlino durante una di queste missioni.
BibL.: F. Oussler - W. Oussler, Father F. of Boye Town, Garden City 1949.
Gabrielle Musetti
FLANDINO, Ambrogio. - T'eciogo agostiniano, n. a Napoli ca. il 1460 , m. il 24 aett. 1531 . Nel 1508 reggente dello studio di Bologna, nel 1509 di quello di Firenze, nel 1514 superiore della provincia di Napoli, nel 1517 ( 1^{°} apr.) fu eletto vescovo ausiliare di Mantova. Predicatore e rappresentante dell'umanesimo cristiano, fu uno dei primi avversari di Lutero.
Scrisse: De animarum immortalitate contra Petrum Pomponatium (Mantova 1519); Quadragesimalium conciomum liber (Venezia 1523); Quod non sit abregando Minus secundum commendinem Romanae Ecclesiae; Quod translatum sit a Christo in Petrum et successores eius verum sacerdotium et denique quod Missa sit verum sacrificium, adverum Lutherum. Soltanto le due prime sono state stampate.
BibL.: D. A. Perini, Bibliographia angustiniana, II, Firenze 1921, pp. 72-73; F. Lauchert, Die italienischen literar. Gagnee 'Luther, Friburga in Br. 1912, p. 239 299. David Gutiérrez
FLANDRIN, Jean-Hypolitie. - N. a Lione il 23 marzo 1809, m. a Roma il 31 marzo 1864. Dopo aver studiato in patria dal 1829 , è a Parigi all'Accademia, scolaro di Ingres. Tre anni dopo è a Roma,
attratto dall'arte del primo Rinascimento a studia la pittura di Raffaello.
Ed a Roma cominciò ad orientarsi verso quella pittura di soggetto a spirito religioso che poi non doveva più abbandonare per tutta la vita. Nel 1837 F. infatti dipingeva una S. Chiara che guarisce i ciechi per la cattedrale di Nantes, e, tornato in Francia, iniziava una vasta apprezzatissima attività di freschista.
Fra le sue opere si ricordano : le pitture della cappella di S. Giuseppe nella chiesa di St-Séverin (1840-41), quelle del coro della chiesa di St-Germain-des-Prés a Parigi ( 1842-46 ), quelle della chiesa di S. Paolo a Filmes, le altre della chiesa di S. Vincenzo de' Paoli, inoltre nel 1855 dipingeva le pitture nell'abside di S. Martino d'Ainay a Lione e quindi, finalmente, fra il 1856 e il 1861, 20 Scene del Vecchio e del Nuovo Testamento nella nave maggiore della chiesa parigina di St-Germain-des-Prés. F., altre che in queste pitture di carattere religioso, eccelse nell'arte del ritratto e numerose sue opere si conservano nei principali musei di Francia ed anche in Italia. Fu pittore portata, tuttavia fedele agli ammaestramenti di Ingres che si può dire non abbia mai dimenticato. Ed anche quando venne attratto nell'orbita del purismo romano, caratterizzato dall'attività dei Nazareni, seppe mantenere un tono di grande dignità formale e disegnativa di gusto francese che indubbiamente fu il suo pregio migliore.
BibL.: M. Vollner, s. v. in Thieme-Becker, XII, pp. 472-73; A. M. Brixio, Ottocento, Novecento, Torino 1940, pp. 119-20. Emilio Lacognino
FLANGINI, Luigi. - Cardinale, n. a Venezia il 26 luglio 1733 , m. ivi il 29 febbr. 1804. Apparteane a nobilissima famiglia, ricoprì importanti uffici con attività a con zelo. Fu giudice della quarantia, a avogador de Comuna, censore, senatore, consigliere, correttore straordinario. Nel 1762, alla morte della moglie Laura Maria Donato, si dedicò al servizio della S. Sede e nel 1777 veniva nominato uditore di Rota per Venezia e fu quello la prima volta che la Repubblica veneta si avvalse del privilegio concesso da Clemente XIII di nominare un uditore in quel tribunale.
Creato cardinale da Pio VI nel Concistoro del 30 ag. 1769, ottenne la diaconia di SS. Cosma e Damiano; ordinato sacerdote, passò all'ordine presbiterale e fu successivamente titolare di S. Marco e di S. Anastasia. Nel 1801 venne eletto da Pio VII patriarca di Venezia, ma nel suo brevissimo episcopato non poté, a causa della malferma salute, svolgere una notevole attività pastorale.
Dotato di profonda cultura umanistica, pubblico numerose opere tra le quali si ricordano: Amostazioni alla corona poetica di Quirino Tolpasiulo in iode della Repubblica di Venezia; Rime di Bernardo Capello con annotazioni; Crazione per l'osultamento del doge Marco Fossarini; Apologia di Socrate scritta da Platone (trad. dal greco, inserita nel Corso ragionato di letteratura greca di Melchiorre Cesarotti); Argonauti di Apollonio Rodio (trad. in versi con note).
BibL.: G. Moroni, Diz. d'erediz. storico-rycl., XXV, p. 95 29. Mario De Camillis
FLAUBERT, Gustave. - Scrittore francese, n. a Rouen il 12 dic. 1821 , m. a Croisset l'8 maggio 1880. Dopo una giovinezza dedicata a slanci romantici e ad esotiche fughe della fantasia, che si tradussero più tardi in un viaggio in Oriente (ott. 1849-maggio 1851) e in vaghi abbozzi letterari (Mémoires d'un fou, Novembre) più tardi rifiutati, F. si rifugiò nella città natale, dove si ridusse a vivere ritirato, dedicandosi esclusivamente all'arte dello scrivere, da lui sentita come una necessità vitale e un'intima, seguore dolorosa, salvezza. Si può seguire il cammino di questo scrittore, tenendo presente da una parte la sua anima appassionata e sognatrice, che non finirà mai di abbandonarsi, anche nella vita, alle illusioni romantiche, e dall'altra un'acuta e talora morbosa coscienza
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di tali stati d'animo provvisori che conducono fuori della realtà.
Documento rivelatore del romanticismo flaubertiano è la Tantalina de st Antoine, rifatta ben tre volte e finalmente pubblicata nel 1874. Ma il conflitto, cui si è accennato, prende corpo tra il 1850 e il 1856 in maniera singolare, durante la composizione del romanzo Madame Bovary. La vittoria è del secondo F., quello realista, come risulta dalla figura dell'eroina che l'autore, pur identificandola curiosamente con se stesso (s madame Bovary, c'est moi !) guarda con occhio disincantato e impietoso. Si tratta di una giovane donna, moglie di un medico di provincia, che cerca di evadere con l'adulterio ad una vita mediocre e finisce suicida. Attorno all'eroina e ai suoi due amanti, sono altri personaggi, tra cui non si può dimenticare il farmaciato. Homais, caratteristica figura di volterrionn e di positivista che crede nel progresso scientifico come nella sola arma di rinnovamento della vita umana. Questa storia crudele e banale, raccontata con molta arte, frutto all'autore un processo per oltraggio al pudore rimasto famoso nelle letteratura francese. Nel 1862 apparve Salambé: il metodo realistico è applicato qui ad un episodio della storia cartaginese, rivisesto sulle storie antiche, ma non si allontana dai suoi fini, che appaiono talora scoperti quando all'analisi delle vicende viene sostituito il compiacimento di scene di violenza e di sangue. L'arte di F., che sta per sfiorare la retorica, ritorna a farvi gerosine e limpide nella Education sentimentale (1869), romanzo poco romanzesco, come è stato recentemente definito, se si guarda alla costruzione narrativa piuttosto debole, o alla figura del personaggio principale, Frédéric Moreau dominato da un amore che non può mai appagarsi e si trascina nel tempo senza una plausibile ragione; ma romanzo intimamente compiuto e assai suggestivo per il calore poetico che emana, nel vasto quadro degli avvenimenti contemporanei suscitati alla memoria dalle diretta esperienza dell'autore. Dopo la pubblicazione dell'ulrima stesura della Tentation, sono i Trois contes (Un coeur simple, Hérodias e La légende de st Julien l'Hospitalier), apparsi nel 1877, a dare la misura definitiva dell'arte meravigliosa e umana di F. Ancora una volta, a temi contemporanei e di modesto interesse, egli alterna temi storici o leggendari, ma unico è il gusto del racconto, inconfondibile lo stile portato ad una maestria linguistica a rappresentativa degna della migliore tradizione classica. Un aspetto assai singolare di F. si rivela infine nell'ultima opera, lasciata incompiuta (a pubblicata postuma nel 1881): Rousard et Pénuchet. E la caricatura di due testardi ignoranti che si impegnano metodicamente in opere e azioni più grandi di loro, e privi intimamente di amore dalla vita e del sapere fanno collezioni di esperienze di vita e di scienza. Il realismo di F. qui fa la prova più ambiziosa e crudele, giacché alla fine, l'immagine dell'uomo viene deformata e isterilita senza rimedio, senza che il racconto tragga alcuno slancio morale dagli errori a dalle bestialità rappresentate. Quasi per contrasto, sfogliando la vasta Correspondance ( 0 voll.; pubblicati nel 1935), si scaprono le qualità dell'uomo F., buono, generoso, entusiasta, e cosi impegnato nel proprio lavoro da umiliarsi ed esaltarsi volta a volta nelle più spossanti ricerche filologiche e storiche. Di F. sono all'Indice: Madame Bovary a Salambé (decr. 20 giugno 1868 ).
Bim.: L. Faguer, G. F., Parigi 1809; L. Bertrand, G. F., ivi 1912: E. L. Farrère, L'esthétique de G. F., ivi 1913: L. F. Benedetto, Le arigini di Salambé, Firenze 1920; B. Croce, F., in La critica, 18 (1920), pp. 103-109: A. Thibaudot, G. F., su vie, ses romans, son style, Pariei 1022: V. Lugli, F., in Riv. d'Italia, 2 (1926), pp. 784-807; L. de Sédanot, G. F., son oeuvre, Parigi 1931: R. Dumoulin e D. L. Demouyens, Bibliographie de G. F., ivi 1937; H. Guillemin, F. devant la vie et devant Dieu, ivi 1939: A. Pozzi, P., Milano 1940: J. Canu, F. autour d'ennuclque, Parigi 1946: E. G. Bertrand, Les jours de F., ivi 1947; R. Dumesnil, G. F., 3^{4} ed., ivi 1947. Giacinto Spagnoletti
FLAVIA e DOMITILLA, sante, martiri: v. DOMITILLA, CIMITERO di.
FLAVIA NEAPOLIS: v. NAHULUS.
FLAVIANO, santo. - Patriarca di Antiochia, n. verso il 320 , m. nel 404. Presto abbracciò la vita ascetica. Durante la crisi ariana fu sempre fedele alla fede nicena.
Insieme all'amico Diodoro (futuro vescovo di Tarso) si separò dal vescovo ariano Leonzio (344-58), però non aderì alla piccolo frazione cusraziana facente capo a Paolino, ma raggruppò intorno a sé la massa dei fedeli, che seppe sostenere e dirigere durante i ripetuti esili del vescovo ortodosso Melerio. F. avrebbe potuto far terminare lo scisma aderendo a Paolino, ma fu egli stesso eletto patriarca a così la divisione continuò. Nel 387 intercesse per gli antiocheni che avevano abbattuto le statue imperiali. Celebrò un Concilio contro i messalioni (390). Nel 398, per interposizione di s. Crinestomo e di Teofilo di Alessandria, fu riconosciuto anche da Roma. Dei suoi scritti rimangono solo frammenti.
Bim.: Socrate, Hist. evel., V. 9-10: Sussummo, Hist. evel., VII. 11: Teodorozo, Hist. evel., IV. 22; V. 23; s. Ambondio, Epist., 12-14: 56; s. Giovanni Crisostomo, Hamil., passim; L. S. Tillamonti, Memoires, VI. Vencsio 1732, pp. 346, 624-26; P. Batelliti, Le vige apostolique, Patio: 1924, pp. 138-43, 167; C. Baur, Der bi. Yoh. Chrysotome a. seine Zeit, I. Monaco 1924, passim: R. Dumesnil, Le patriarche d'Antioche, Parigi 1942, pp. 1-13. Vincenzo Monachico
FLAVIANO, santo, patriarca di Costantinopoli. - Uomo retto e moderato, si trovò a portare l'episcopato in tempi turbolenti ( 446 -49), proprio al sorgere del monofisismo. Un Sinodo (Gimbo; babyscose) celebrato sotto la sua presidenza nel ropo, 448 dichiarò eretico e depose Eutiche, del che F. inviò relazione al papa s. Leone I.
Questi approvo l'operato del Sinodo e rispose con la celebre Epistola ad Flavinum ( 13 giugno 449). Teodosio II, influenzato dall'eunuco Crisafio, disapprovò la deposizione di Eutiche e convocò un nuovo Concilio generale ad Efeso, dandone la presidenza all'avversario personale di F., Dioscor di Alessandria. Alla prima sessione del a Latrocinium Ephesinum - (8 ag. 449) Eutiche fu dichiarato ortodosso, F. invece deposto e inimento maltrattato da morirne tre giorni appresso, dopo aver potuto inviare a s. Leone I un caldo e pressante appello. Fu riabilitato dai Padri del Concilio di Calcedonia ed annoverato tra i santi come martire.
Bim.: Tre lettere di F. e s. Leone, in PL 34, 723.743 e A. M. Amolli, S. Leone M. e il primato del Rom. Pontifice in Oriente, Montecatino 1928, pp. 33-35; varie lettere di s. Leone in PL 34: Mansi, VI, 849-935; Acta NS. Februarii, III, Parigi 1865, pp. 72-80; P. Batilliti, Le Siège Apostolique, ivi 1924, p. 490 sgg.; E. Casper, Gesch. des Papstloses. I. Tubinga 1930, p. 462 sgg.; T. Jallond, The life and times of st. Leo the Great, Londra 1941, p. 205 sgg. Vincenzo Monachico
FLAVIANO, VIRio Nicomaco. - Stritture pagano dei sec. IV, n. nel 334 da ricca famiglia di origine apula. Uomo politico, letterato, storico, conoscitore delle scienze religiose, specie della divinazione. E soprattutto celebre per essere stato il principale sostenitore del paganesimo nella lotta suprema da questo ingaggiata per la sua calatenza verso la fine del sec. IV.
Tradusse in latino la Vita di Apollonio di Tiana di Filestrato. Messo in disparte da Graziano per aver nel 376, come vicario d'Africa, favorito i donatisti, ritornò in onore, grazie alla sua fama storico-letteraria, sotto Teodosio, dal quale fu nominato a Praelestus priestario Iocline Illyriti et Africae - nel 383 e nel 390-91 e designato console per il 393. Ciò nonostante, seguì l'usurpatore Eugenio, da cui ottenne la restituzione dei beni appartenuti già ai templi. Nel 393- 94 restaurò il culto pagano a Roma, compì scienni cerimonie idolatriche, spinte molti cristiani all'apostasia. Movendo contro Teodosio, promise ad Eugenio la vittoria a minacciò la discussione del cristianesimo. Partecipò alla battaglia sull'Algido (secr. 384), ma, vista svanire la vittoria, si uccise.
Bial.: Un carme contro F. composto da un cristiano: si trova nel cod. Paris. 8084; cf. G. R. De Rossi, in Bell. arch.
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christ., 1* serie, 5 (1868), pp. 20-74 e T. Mommsen, Carmen Cad. Parisiensis 2081, in Hermet. 4 (1870), p. 350 sgg.; G. Boissier, La fin de pogmitme, II. Parigi 1801, p. 307 sgg.; O. Steck, Geich. des Übergangs der antiken Wels, V. Berliam 1920; R. Partheni, Da Diarlesiano alla caduta dell'Impero in Occidente, Bologna 1941, pp. 174 sgn., 205 sg.
Vincenzo Monachino
FLAVIO CLEMENTE, sANTO, martire: v. CLEMENTE, CONSOLE.
FLAVIO GIUSEPPE: v. GIUSEPPE FLAVIO
FLECHIER, Esprit. - Scrittore ed oratore sacro, n. a Pernes il to giugno 1632, m. a Montpellier il 16 febbr. 1710. Dedicatosi con successo all'eloquenza, nel 1672 divenne membro dell'Accademia di Francia. Vescovo di Lavaur nel 1686, fu dopo trasferito alla sede di Nîmes, dove rimase 25 anni, completamente dedito ad opere di apostolato.
La sua produzione letteraria è abbondantissima: discorsi funebri e sinodali, omelie, lettere, poesie, nelle quali il letterato, indulgente al preziosismo del tempo, la viene sul teologo e sul moralista. Scrisse pure alcuni lavori storici di scarso valore: Histoire de l'empereur Théodolitis le Grand (Parigi 1679); Histoire du card. Ximenes (Amsterdam 1679); De vita Iunonis Franciati Commerciant card. (ivi 1680), ripubblicata 2 anni dopo in lingua francese. Un'edizione completa delle opere del F. fu curata da Ducroux in 10 voll. a Nîmes nel 1782 e poi a Parigi nel 1825 -28.
BILL: Hurter, IV, coll. 900-01; L. Sorrento, s. v. in Enc. Ital., XV (1032), p. 541 con bibl.; G. Grente, F., Parigi 1034; M. Landon, Quel est l'auteur des grands jours d'Aubérient?, in Revue des deux mondes, 1937, vi, pp. 880-92. Cosimo Perino
FLETE, William. - Teologo agostiniano, n. in Inghilterra sull'inizio del sec. xiv. Già baccelliere nelle universita della sua patria, si rese agostiniano; attratto dalla fama di santità, che godevano i religiosi del monastero di Lecceto in Toscana, si portò in quel luogo, dove anch'egli visse santamente. Fu discepolo entusiasta, amico e consigliere di s. Caterina da Siena, strenuo difensore di Urbano VI contro gli submatici, che in quel tempo infestavano la Chiesa. M. verso il 1380 .
Delle sue non molte opere meritano speciale menzione: Tractatus de remedix contra teututiones (cod. I. 1.6, 30, ff. 108-16, nella Biblioteca dell'Università di Cambridge, e misc. 467 , ff. 286-90 della Bodleiana di Oxford); Epistolae (noncvoli specialmente quelle riguardanti la vergine sonata); Sermo in resocontio à Catherinee de Senis (Siena, Biblioteca comunale, T. II. 7, ff. 17-29 e Archivio generale O. P. in Roma, XIV-24, ff. 195-204).
BILL: Fr. Steele, s. v. in Cath. Eul., VI. p. 102; A. Gwynn, The english Austin Friars in the Time of Wirtif. Oxford 1940, pp. 139-210; M. H. Laurent, in Analecta Augustiniane, 18 (1942), pp. 303-27. Davide Feldoni
FLEURY-SUR-LOIR, abbazia : v. GRLÉANS, DIOCESI di.
FLEURY, André-Hercule de. - Cardinale e statista, n. a Lovède il 26 giugno 1653, m. a Parigi il 29 genn. 1743. Nominato elemosiniere della regina Maria Teresa (1679), e poi di Luigi XIV (1683), fu vescovo di Fréjus dal 1698. Divenuto nel 1715 precettore di Luigi XV, seppe conquistarsene intera la fiducia. Morto il duca di Orléans (1723), fece nominare primo ministro il duca di Borbone, ma, nel 1726, faltolo esiliare, divenne di fatto primo ministro, e ottenne il cappello cardinalizio.
All'interno favori lo sviluppo del commercio e della marina, raggiunse la stabilità monastica e l'equilibrio finanziario, ridusse la taglie, pur ripristinando le carcées reali e favorendo la ferme e le esenzioni fiscali del clero. Fu catile e giansenisti e protestanti anche per fini assolutistici. In politica estera fu pacifista, artefice del Congresso di Soissons (1728) e della pace di Siviglia (1729), nella quale la Spagna rinunziò a Gibilterra e l'Inghilterra riconobbe i diritti di Carlo di Borbone al ducato di Parma e Piacenza ed alla Toscana. Favorevole ad una

(de) Cardinalion S. R. E. (mestrie) in extragnatica Rev. Cuntrate Apostolices, vol. II, for. 187
Fleury, André-Hercule de - Niuzito.
pacificazione fra Austria e corti borboniche, fu contrario alla guerra di successione polacca e tene di localizzarne il conflitto. Esiliato lo Chouvelin, sostenitore della politica antisustriaca, fu nel 1739 arbitro della pace di Belgrado fra Austria e Turchia. Contrario alla guerra di successione austriaca, teneb segreti secondi direnti con Maria Teresa, Ma, venuti alla luce tali rapporti, fu sconfessato ed esiliato.
BILL: L. Ranke, Franzibdiche Geschichte, IV. Die Regentselndt und card. F. Liguis 1869; V. Verlaque, Histoire du card. F. et de son administration, Parigi 1879; P. Voucher, R. Walpole et la politique de F., in 1924; G. Harder, Le card. de F. et le mouvement janséniste, ivi 1925; M. De Sars, Le card. de F. apdtre de la paix, ivi 1922 e bibl. ivi citato.
FLEURY, Claude. - Giurista e storico francese, n. a Parigi il 6 dic. 1640 , m. ivi il 17 luglio 1723. Avvocato al Parlamento ( 1658 ). In seguito ai suoi contatti con Bossuet e Bourdaloue studiò teologia e nel 1672 prese gli Ordini sacri. Nello stesso anno ebbe la nomina a precettore dei principi di Condé, compagni a corte del Delfino, e nel 1680 del conte di Vermandois, figlio naturale di Luigi XIV. Nel 1685 lavorò con il Fénelon nella missione di Saintonge e Poitou per la conversione degli ugonotti. Fu in seguito vice-precettore dei figli dei duchi di Borgogna, di Berry e d'Angiò (1689), accademico di Francia (1696), confessore del giovane Luigi XV (1716).
L'opera sua principale l'Histoire ecclésiastique, condotta fino al 1414, che gli valse il seggio all'Accademia di Francia (20 voll., Parigi 1691-1720), di ampio disegno, ricca di scume critico, di dissertazioni originali, ben documentata, indipendente nei giudizi, di ottimo stile; il che spiega le numerose edizioni e traduzioni; non scevra, però, di tendenze gallicane, che suscitarono critiche serene e talora anche ostinue. Altro opere degne di nota: Institutions au droit ecclésiastique (Parigi 1687; all'Indice, 21 apr. 1693). La stessa opera tradotta in latino e anno-
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tata dal Bochmer (Institutiones iuris ecclesiastici, Francoforte 1723) fu posta all'Indice con decr. 17 genn. 1729; Histoire de droit frangais (Parigi 1674); Cathéchisme historique (ivi 1679; preibito adonee corrigitur 5 apr. 1728; permessa l'edizione di Avignone 1850 decr. 7 luglio 1859 ).
Bim.: E. Le Lone, Bibliothdgme historique de la France, I. Parigi 1766, p. 474; J. P. van Schultz, Geschichte der Quellen und Literatur des cammiethen Rechts, III, 1. Stoccarda 1880, p. 628 sgg.; Hutter, IV, col. 1173 sgg.; F. Gacquère, Le vie et les oeuvres de C. F., Parigi 1022. - Zaccaria da San Mauro
FLIEDNER, Theodor. - Fondatore dell'Opera delle Diaconesse nelle chiese evangeliche, n. ad Epp. stoia (Nassau) il 21 genn. 1800 , m. a Kaiserswerth il 4 ott. 1864. Pastore luterano di Kaiserswerth, in un viaggio di colletta per raccogliere fondi per la sua poverissima parrocchia, ebbe modo di studiare in Olanda (1823) e in laghilterra (1824) le opere sociali ivi esistenti, specialmente quelle che s'interessavano dei prigionieri liberati dal carcere e delle giovanette cadute e pentite.
Rientrato in patria, il 18 giugno 1826 organizzò a Düsseldorf una «Società per la visita delle prigioni». Nel 1833, in un chiosco del proprio giardino, iniziò tra la generale ostilità, un asilo per i carcerati liberati a ravveduti. Nello stesso chiosco, tre anni dopo aprì un asilo infantile e poi una scuola per formarne le maestre. Nel 1836, ridando vita nei protestantesimo luterano all'antica diaconia femminile, fondò la Casa delle Diaconesse di Kaiserswerth. Loro compito è di assistere i malati, curare gli orfani ed istruire la gioventù.
Bim.: H. C. Peters, Sisterhoods and Deaconesses, Nuova York 1873; T. Schäfer, Th. F., Ein Charakterbild, Kaiserswerth 1900; A. Schreiber, Th. F. Laboumerh, ivi 1900; F. Schnabel, Steria religiosa della Germanie nell'Ottocento, trad. it., Brescia 1944, v. indice. Piero Chiminelli
FLODOARDO di Reims. - Storiografo, n. nol1'894, m. il 28 marzo 966. Fu alunno alla scuola arcivescovile di Reims, poi diacono della Cattedrale e archivista. Nel conflitto fra gli arcivescovi Ugo di Vermandois e Artaldo, difese quest'ultimo, con il quale presenzio al Sinodo di Ingelheim (948). Sotto Leone VII (936-39) visitò Roma. Nel 951 veniva eletto vescovo dal popolo di Noyon, ma l'elezione fu annullata dal re Luigi IV. E dubbio se in età avanzata si sia fatto monaco.
L'opera sua principale sono gli Aunales, che vanno dal 919 al 966 , fante importante per la storia di Francia, d'Italia e di Germania. Edizioni in MGH, Scriptores, III, pp. 363-408, e più recente Ph. Lauer, Les Aunales de Flodoard, Parigi 1905, con buona introduzione. Inoltre compese una Historia Romensis Ecclesiae, fino al 948, preziosa soprattutto per i documenti che raccoglie l'edizione è in MGH, Scriptores, XIII, pp. 405-599. Tre grandi poemi di lui sono raccolti in PL 135, 491 sgg.
Bim.: PP. Maurini, Hist. histr. de la France. VI, Parigi 1742, p. 319 sg.; Manitius, 1, p. 346 sg.; II, pp. 128-26; 2 specialmente W. Wattenbech-Holtzmann, Geschichtsgutlien deutsche Katterand, I, II, Lipsia 1999, pp. 290-94, con bibl. recente (p. 290, nota 1).
Vadanto Hacquard
FLORA. - Antica des italies e romana; secondo Varrone d'origine sabina: infatti, il suo culto indipendente da quello romano e documentato ad Agudno; a Furfo il calendario ha un mese Flouare (Florale). A Roma il suo culto fu indubbiamente antico. F. mater aveva un proprio flamen (fl. Floralis).
Il suo santuario più antico era sul Quirinale. Nel 241 a. C., dietro suggerimento dei libri Sibyllini, le si costruì un tempio presso il Circo Massimo, inaugurato con ludi che, a partire dal 173 a. C., assunsero carattere annuale " si svolgevano tra gli ultimi di apr. e i primi di maggio. I ludi Florales, che forse sostituiscono un'originezia festa mobile, erano noti per il loro carattere licenzioso: le meretrici che vi sostenevano un finto com-
battimento, si denudavano a richiesta del pubblico. Nei ludi avevano luogo inoltre cacee a capre e conigli e al pubblico si getravano legumi. Questi tratti della festa, e l'antica importanza del culto mostrano che il carattere della dea non si limitava ad una connessione con "Sorentibus frumentis" come volevano gli esegeri antichi. F. infatti deve aver avuto rapporti più estesi con la sfera della fecondita e di quelle divinità con noi al culto le mette in relazione: il suo tempio era immediatamente adiacente a quello della triade Ceres-Liber-Libera; il suo cielo festivo collega il mese d'apt. dedicato alle feste della fecondita tellurica con il maggio dei Lemaris. Anche i miti, la cui tarda documentazione non esclude radici più antiche, gettano qualche luce sulla dea. E un suo fare che rende incinta Giunone con Marte. In un altro mito F. appare come meretrice che lascia le sue sostanze allo Stato, meritando cosi un culto pubblico : mito parallelo a quello di Acea Larenzio. Questa relazioni antiche con Roma e le sue origini danno un particolare rilievo alla nati. zia seconda cui il nome sacrale di Roma sarebbe stato F.
Bim.: Steuding, s. v. in Roscher, Lexikon, 1, col. 1483 sgg.; G. Wissowa, Religion a. Kadun der Rimer, 54 ed., Monaco 1912, p. 197 sg.; id., s. v. in Foul's-Wissowa, VI, II, col. 2747 sgg.; F. Altheim, Terra Mater, Giessen 1931, p. 129 sgg.
Angelo Brilich
## FLOREALE, STILE: v. LIbERTY, STILE.
FLORENSI. - I F. sono una diramazione dell'Ordine cistercense, anzi la prima riforma introdotta nella famiglia di s. Bernardo. Furono fondati in Calabria nel 1189 da Gioacchino da Fiore (v.), che in quell'anno lasciò il monastero di Corazzo, di cui era abate, per ritirarsi, con il monaco Regiore, prima a Pietralata e poi in piena Sila, a S. Giovanni in Fiore. Il richiamo emanato dal Capitolo generale dei Cistercensi nel 1195 non fu accolto dai due monaci, i quali riuscirono ad ottenere la conferma alla loro iniziativa dal papa Celestino III, con bolla del 25 apr. 1196.
L'archicenobio di S. Giovanni in Fiore fu largamente arricchito di donazioni, di immunità e di privilegi dei papi a dagli Svevi, si da diventare una delle più potenti abbozie dell'Italia meridionale; seguirono altre fondazioni in Calabria, in Puglie, in Lucania, in Campania, nel Lazio e perfino in Toscana: nella prima metà del sec. xirio le abbozie fiorensi erano una quarantina e no queste ebbero rinomanza Fontelaurato, Calabro-Maria e Acquaviva in Calabria, S. Tommaso di Butigliano nelle Puglie, Revigliano in Campania, Cianaiore in Toscana a soprattutto Monte Mirteto a S. Maria della Gloria, nel Lazio meridionale, particolarmente prediletto da Onorio III, da Gregorio IX, che ne era stato il fondatore da cardinale, e da Alessandro IV. La Congregazione fiorense ebbe il suo periodo di splendore nel sec. xirio, in cui i papi la predilessero e le affidarono molti e delicati incarichi. In quel secolo la santità vi si affermò con una schiera di discepoli dall'abate Gioacchino, quali i bb. Pellegrino, Bonazio, Matteo Vitori, Benedetto di Fontelaurato, Giovanni d'Aquitania e Pietro di Acquaviva. Ma nel sec. xiv è in piena decadenza, accentuata dalla commenda che subentró dalla metà del sec. xv in poi. I F. superstiti furono riuniti al tronco cistercense da s. Pio V nel 1570.
Bim.: V. is bibl. per Gioacchino da Fiore. Offre gli autori cistercensi, quali Ughelli, IX, pp. 187-201, cf.: G. Greco, Joachim abbatii et Florensis Ordinis chronologia, Cosenza 1612; A. Miserigiani, Cistercianium... Annaliura a condita Cistercia, 4 voll., Lione 1642-59, passim.; L. Janausack, Originum Cistercensium libri, Vicuna 1877, passim; D. Martire, Calabria sacra e profusa. II, Cosenza 1878, pp. 70-113; C. D'Ippolino, L'abate Gioacchino da Fiore e l'archicenobio fiorense, (vi 1928; F. Cerella, Il monastero fiorense di S. Maria della Gloria, Roma 1940; R. Galli, L'archicenobio fiorense, ivi 1942.
Francesco Russo
FLORENTINA, santa. - Sorella di s. Leandro, s. Fulgenzio e s. Isidoro, n. a Cartagena, m. verso il 612 . Nel 554 passò a Siviglia.
Monaco in un monastero vicino alle città; s. Leandro per lei scrisse il De institutione virginum, caldo elogio della
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verginità e manualcto ascetico-disciplinare, accettato come regola da parecchi monasteri femminili. A petizione di F. s. Isidoro scrisse il De fide catholica contra Iudaeos. Festa il 20 giugno. E patrona della diocesi di Piscencia. Le sue reliquie si venerano all'Escorial e a Murcia.
BibL.: J. Perez de Urbel. Los monies españoles en la edae media, I, 4^{°} ed., Madrid 1942, pp. 222-31; A. C. Vega, El De institutione tergonom de 1. Leandrs de Sevilla con diez capitulas y media iniditas, in La Ciudad de Dins, 156 [1947], pp. 273-394.
Cavanei Mosquei
FLORENTINI, Teodosio. - Cappuccino, chiamato "il più grande filantropo della Svizzera", n. a Münster (Canton Grigioni) il 23 maggio 1802, m. ad Heiden (Appensel) il 15 febbr. 1865. Da prima maestro dei novizi e professore di filosofia e teologia, fu nel 1838 priore a Baden, nel 1845 superiore e parroco a Coira e nel 1860 vicario generale della diocesi.
A rialzare il depresso animo dei cattolici di fronte alle mene del partito radicale e a formare animi forti e coraggiosi, prese a istituire una serie di opere di educazione, di carità e sociali, che lo resero benemerito della nazione. Per l'educazione e il soccorso dei malati, dei poveri e degli orfani, fondò nel 1844 l'Istituto delle Suore Francescane della S. Croce, da cui sorse la Congregazione delle Suore insegnanti con la casa madre a Mensinger. Più tardi ( 1852 ) istituì la Congregazione delle Suore della S. Croce con la casa madre a Ingenbohl. Comprò l'ezginnasio dei Gesuiti a Schwitz a vi fondò il Collegio Maria-Hilf, con ginnasio, liceo, scuola industriale con reparti tecnico e mercantile (1856). Creò nel 1865 la Böckerweste für die katholisch. Schwetz; e nel 1868 la Vestre für indundische Missionen. Si diede anche ad opere sociali, che però non ressero per mancanza di esperienza conmerciale nel fondatore. Dalla sua penna uscirono quattro volumi di Heiligendegende, con applicazioni pratiche, in uno stile popolare, ma fresche e originali, che portarono l'opera a più di 100 edizioni.
BibL.: P. C. von Plante, P. Theodotus, Berna 1802; J. Oesch, P. T. F., Ingenbohl 1897; R. Steimer, P. Florentini. Erziehung und Selbstveriehung aus seinen Schriften zusammengestellt. Lucerna 1911; V. Gollens, Der Casitas apostol T. F., Ingenbohl 1944.
Celestino Testore
FLORENTIUS, Radewi;ns. - Mistico olandese, n. nel 1350 a Leerdam, m. il 24 marzo 1400 a Deventer. Compinti gli studi nel 1378 all'Università di Praga ritorno in Olanda. Fu, con G. Groote, uno dei fondatori della Devotio moderna, dei Fraterherren chiamati anche Fratres vitae communis, e del monastero di Windecheim.
La contemplazione è per lui la a via regia e che conduce alla riforma degli uomini i quali, poi che siano estirpati i loro vizi, diventano strumenti efficaci della riforma religiosa. Il suo Trastatus devotus de extirpatione vitiorum prelude agli Esercizi spirituali di s. Ignezio.
BibL.: I. G. R. Acquoy, Het Klooster van Windecheim en zijn instand, 3 vol., Utrecht 1875-80; v. indici; R. Rümen, a. v. in LThK, VIII, col. 606; T. Brandisma, Twee berijnde Levens van Geert Groot, in Oas geestlijk Erf, 16 (1942), p. 27 259. Stumpf Miroslav
FLORENZIO. - Vescovo anomeo di Costantinopoli vissuto nel iv sec. Le scarse notizie intorno a F. si hanno da Filostorgio. Sconosciuta la data della sua nascita e la sua provenienza. Egli compare contrapposto al vescovo ufficiale Eudeszio, al tempo di Giuliano l'Apostata, quando gli anomei costituirono in diverse città una gerarchia propria. Sotto l'imperatore Valente, in occasione della ribellione di Procopio che giunse fino ad occupare la capitale, F. salvò i capi della satta Eunomio ed Aezio. Quindi non si parla più di lui. Incerto se debba identificarsi con il F. che dapprima parteggiò per Procopio, poi lo tradì e fu ucciso insieme a questi dai soldati di Valente.
BibL.: Filostorgio, Hist. eccl., VIII, 2; IX, 4-5; Tillemont, VI, p. 508; L. Duchesne, Histoire ancienne de l'Eglise, II, 4^{°} ed.,
Parigi 1910, p. 374 20.; X. Le Bacholet. Anomleus e Ariansima, in DThC, I, II, coll. 1323 a 1836.
Vincenzo Monachino
FLORENZO di Strassurgo: v. Florenzo, santo.
FLORERIA APOSTOLICA. - La f. a. è la guardaroba pontificia, ove dal reggente, ufficiale palatino dipendente dal foriere maggiore dei S. Palazzi Apostolici, si custodiscono le masserizie, le suppellettili, i mobili, le biancherie, le argenterie, i servizi da tavola, le ramerie, gli addobbi e tutto l'occorrente per le funzioni pontifice, insomma tutto ciò che di amovibile appartione ai SS. Palazzi Apostolici, meno gli arredi ed i paramenti sacri, la cui custodia è affidata a mons. Sacrista.
Presso la f. a. si conservano anche pregevoli registri antichi e piante delle cappelle palatine, basiliche e chiese di Roma, ove il papa suoi celebrare od assistere alle sacre funzioni, con la indicazione degli addobbi e di quanto la f. a. deve fornire per ornare e preparare le aule palatine per i conciatori, le congregazioni, le prediche, ecc.
Nell'opera del Gortico è riportato un codice vaticano, in cui tra gli altri uffici palatini del tempo di Alessandro V, eletto nel 1409, si trovano il Florerius Palatit e la f. a., chiamata allora florente. Questa è una delle prime notizie certe sulla f. a., la cui origine deve porsi tra la fine del sec. 21 e ed il principio del sec. 2v.
Le più recenti norme sulle attribuzioni della f. a. sono stabilite nel motu proprio di Leone XII del 23 nov. 1824, nel motu proprio di Gregorio XVI del 10 dic. 1832 e nel suo Regolamento per gli uffici centrali dell'azienda palatina, pubblicato il 2 maggio 1840 .
In sede vacante la custodia della f. a. è devoluta ai chiarici della Camera Apostolica.
BibL.: G. B. Gaticu, Acta selecta caremenialia S. R. E., Roma 1752, p. 268; G. Moroni, Divion. di erud. storico-eccl., XXV, Venezia 1844, pp. 104-10 292.
Guglielmo Felici
FLORESTA, Pesquerra: v. pesquerra.
FLOREZ, Enrique. - Agostiniano, n. a Villadiego (Burgos) il 21 luglio 1702, m. a Madrid il 5 maggio 1773 .
Uomo di grandi virtù e di vastissima erudizione, a 28 anni compose un Tratado de teologia in 7 volumi. Dedicatosi agli studi storici, scrisse La clave historial, sintesi cronologica dei papi, imperatori, re, concili, santi, eretici e scrittori, distribuiti per secoli, concepite come introduzione alla Geografia eclettistica spagnola. La sua opera maggiore è la España sagrada, storia generale della Chiesa di Spagna in 29 voll. (Madrid 1747-75), ricca di documenti inediti, condotta con sassi di aganza, mirabile apparato critico, che la rendono anche oggi un lavoro fondamentale. Fu continuata dal vol. XXX al XLVII dagli agostiniani Emm. Risco, Ant. Merino, Gius. Condal, indi. fino al vol. LI, da persone secolari (vol. LI, Madrid 1879, Indice ivi 1918).
BibL.: F. Mendez, Noticias sobre la vida, enciclos y vitales del p. E. F., Madrid 1860; M. Salvador y Barrera, El p. F. y su España sagrada, ieri 1914; G. de Santiago Vela, Emaye de una biblioteca ihern-americana de la Orden de san Apuate, II, ivi 1912, pp. 207-607.
Felice Garcia
FLORIAN, Jean-Pierre-Clarip de. - Scrittore francese, n. a Sauve il 6 marzo 1755, m. a Sceaux il 13 sett. 1794.
Pubblicò nel 1782 la commedia Les deux billets seguita da Le bon ménage, Le bon père, La bonne mère, Le bon fils. Scrisse inoltre Six nouvelles (1784) e i noti romanzi storici Nimus Pompilius (1786) e Gousalon de Cordoue (1791). Le due postorali in prosa Galatée (1783) e Estelle (1788) sono con le Fables (1792), a sfondo murale, le sue opere migliori. Di lui sono ancora i due poenetti bibliai Ruth e Tobie.
BibL.: C. A. Sainte-Beuve, Causeries du lundi, III, Parigi 1852, pp. 229-48; L. Clarctic, F., ivi 1892; G. Sallard, F. se vie, son oeuvre, Talusa 1912.
Elena Besticco
FLORIANO, santo, martire