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provocare per simpatia il parto della terra, cioè la vegetazione ed il bestiame, mediante il sacrificio di un animale veramente fecondo. Il sacrificio continuò a celebrarsi nelle Curie e sul Campidoglio anche quando fu dedicato a Tellure un templo nelle Carine, nel 271 a. C. Accanto alla forma F. si ha anche Fordicalia (Giovanni Lido, De mens., 4, 49), Hordicalia (Vacrone, De re rust., 2, 5, 6) e Hordicidia (Festo, Epit., p. 102).

Biel.: G. Wissowa, Religion und Kultus der Römer, 2* ed., Monaco 1912, p. 192. Alberto Galieti
PORER, LORENZ. - Teologo e controversista gesuita, n. a Lucerna nel 1580 , m. a Ratisbona il 7 genn. 1659. Professore di dogmatica nelle Università di Ingolstadt e di Dillingen, a vigoroso polemista, attaccò a fondo la teologia protestante, proprio nel periodo classico dell's ortodossia luterana a.

Dei suoi scritti antiprotestantici sono da ricordare: Lutherus thaumaturgus (Dillingen 1624); Bellum ubiquisticum vetus et novum (ivi 1627); Mantissa antianatomiae Iesuiticae (ivi 1635): importante per la storia delle controversie del sec. xvir; Antiquitas papatus (4 voll., ivi 1633-35) : è l'opera principale, ove F. tratta della Scrittura e della Tradizione, della Chiesa e del papa, dei digiuni e della Confessione, del Battesimo e dell'Eucaristie (soprattutto della reale presenza e della Messa); Questio vexata ac plus quam integro saeculo agitata: ubinam terrarum ac gentium fuerit ante Lutherum, Zasingliam, Cultivum protestantium ecclesia (I, Amberg 1653; II, Ingolstadt 1655). Scrisse anche varie opere di filosofia.

Biel.: Sammervogel, III, coll. 858-76; J. v. Döllinger-P. H. Reusch, Moralstreit/ngotten in der römischen-ästholischen Kirche,

1. Nördlingen 1889, pp. 556-77; II, ivi 1889, pp. 300-16; 3. Dahr, Gescll. der Jemiten in den Ländern, deutscher Zunaz. II, II, Friburgo in Br. 1913, passim, ma specialmente pp. 7377; 411-13. Antonio Pisienti

FOREST, JOHN, beato. - N. da nobile famiglia nel 1471, m. il 22 maggio 1538. Entrato nel 1492 nell'Ordine francescano, frequentò gli studi a Oxford, raggiungendo il dottorato. Fu ministro provinciale in Inghilterra, e confessore della regina Caterina d'Aragona, che confortò e di cui sostenne la causa nella questione del divorzio di Enrico VIII.

Difese insieme il primato del romano pontefice e in proposito scrisse: De auctoritate Ecclesiae et Pontificis Martini di cui il re impadl la pubblicazione. Imprigionato nel 1533, fu arso vivo a Similthfield, presso Londra, il 22 maggio 1538. Il 9 dic. 1886 Leone XIII confermó il culto. Festa il 22 maggio.

Biel.: T. Dontzachelli, Il b. Giovanni F., Prato 1887; M. Bacheca, I martiri francescani d'Inghilterra, Roma 1930, pp. 82-98. Alberto Ghinato

FORESTA, Aldéric de. - Gesuita francese, n. ad Aix l'8 genn. 1818, m. ad Avignone il a maggio 1876. Di nobile casato, entrò il 6 ott. 1837 nel noviziato di Avignone ed ebbe nell'Ordine le mansioni di maestro dei novizi a Tolosa ed Avignone (18491853), di rettore dello scolasticato di Fourvière a Lione ( 1858 -60) e del noviziato di ClermondFerrand (1864-67). Ebbe fama di esimia santità.

Da giovane religioso, ideò un piano di crociata pacifica per la conversione delle regioni settentrionali a pubblicò un Appel aux missions baréales, ma il suo nome rimane legato alla fondazione delle scuole apostoliche per il reclutamento e la formazione di futuri missionari. La prima fu eretta ad Avignone nel 1865, sette altre prime della morte del de F. L'opera, incoraggiata da Pio IX (brevi del 1867 a 1870 ) fu poi imitata in molti paesi e da varie famiglie religiose. Il de F. espose le sue idee direttive in un opuscolo: Oeuvre des écoles apostoliques fondées et dirigées par les p p. de la Compagnie de Jésus (Puitiers 1870). Caratteristica della sua concezione era la libertà lasciata agli alunni di scegliere, alla fine degli studi umanistici, l'Ordine a Congregazione missionaria di loro preferenza. Combiate già le condizioni generali, ho prevalso poi, salvo in poche scuole, la concezione diversa (detta dei seminari minori), secondo le quale ogni Ordine prepara i candidati per il proprio noviziato. Secondo una statistica del 1834 le scuole apostoliche dirette dai Gesuiti avevano dato sin allora 6119 sacerdoti.

Biel.: Sammervogel, III, col. 880; R. de Chassurnes, A. de F., S. 3. fondateur des écoles apostoliques, 2^{°} ed., Parigi 1881; J. Burnichon, La Comp. de Jésus en France. Histoire d'un siècle, IV, Parigi 1922, pp. 113-20. 545-90; L. Koch, Jossilenlexikon, Paderborn 1934, coll. 566-67. Edmonde Lamalle

FORESTI, Giacomo Filippo. - Storiografo e teologo agostiniano, n. a Solto (Bergamo) nel 1434, m. a Bergamo nel 1520. Entrò fra gli Eremitani di S. Agostino, a onorò l'Ordine per tutta la vita con la modestia, con la pietà e con lo studio. Opere principali: Supplementum cronicarum (Venezia 1483, parecchie edizioni e versioni); Confessionale (Venezia 1487, Anversa 1516; fu tradotta e pubblicata in italiano in due edizioni, ivi 1500); De pluribus claris selectique mulieribus (Ferrara 1497, Venezia 1518, Parigi 1525); Pastilla Catonis seu speculum regiminis cod. ms. nella Biblioteca di Monaco: 3059 (And. 39), ff. 398 .

Biel.: D. Calvi, Scena letteraria degli scrittori bergamaschi, I, Bergamo 1664, p. 198; L. Torelli, Secoli agostiniani, VIII, Bologna 1666, pp. 52-53; J. Lanteri, Illustriaves viri angustinenze, II, Tolentino 1859, pp. 79-81; D. A. Perini, Bibliographie Augustiniana II, Firenze 1931, pp. 77-79. Davide Fabiconi

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Fonll, BIOCEsI di - Esterno della chiesa di S. Mercuriale, inusista nel 1176. Il campanile è della fine del sec. xir.

FORESTI, Teodoro de Bergamo. - Predicatore a teologo cappuccino dell'antica provincia di BresciaBergamo, n. a Solto (Bergamo) il 15 ag. 1565, m. a Bergamo nel 1637.

Religioso nel 1581, fu definitore nella sua provincia e in quella di Venezia, educando numerosi discepoli all'oratoria sacra; difese i diritti della S. Sede contro le pretese del governo veneto, che nel 1626 io esillb. Lettare di teologia negli Studi di Verona, Venezia e Padova ( 1601 1608) e in quello generalizio di Milano (dal 1613), orientb celebri alunni alla dottrina di s. Bonaventura, ch'egli contd di interpretare secondo i principi tonistici. Rietto definitore generale nel 1633 , pubblicd le De almas et Sinae Trinitatis mysterio in seraph. divum Bonaventuram... paraphrases (Roma 1633) con l'annesso Trastatus... de verbis et dictis et modis dicendi in hoc divino Trinitatis mysterio (ivi s. d.), che non potè continuare su altri argomenti. Urbano VIII lo nominó visitatore apostolico.

Bibs.: Augustin de Corniero, Capuchinos precursores del p. Bartolomé Barberis en el estudio de s. Bonaventura, in Colleotanea Franc., : (1931), pp. 211-14; Iarino da Milano, Biblioteca del Frati Min. Cappuccini di Lombardia, Firenze 1937, pp. 282-83 (con bibl.): Giancrtaoatomo da Cittadella, Cenai sconosciuti della vita di T. F. da B., in Colleotanea Franc., 16-17 (1946-47), pp. 201-14; Melchior a Pobladora, Historia generalis Ordinis Min. Capuccinarum, parte 2^{2}, I, Roma 1948, pp. 346-47.

Harino da Milano
FORGET, Jacques. - Teologo e arabista, n. a Chiny (Belgio) il 6 genn. 1852, m. a Héverlé-lesLeuvain il 19 luglio 1933.

Diecepolo del Lamy a Lovania, esordi con La vie et les oeuvres d'Aphraates (Lovanio 1882). Dopo un viaggio in Oriente, divenne nel 1885 professore di arabo all'Università lovaniense e poco dopo di teologia fondamentale. Tenne queste cattedre per 50 anni, guadagnandosi l'universale atima per il sapere pari alla modestia. Stampò : Synaxantium Alexandrinum (4 voll., Lovanio 1905-26). Fu direttore della sezione araba del Corpus scriptorum christianorum orientalium, edito dall'Università di Lovatio.

Bibs.: vari autori, Manifestation F. de Becher-Yan Hounscher, Lovanio 1028, pp. 15-16; 22-29; vari autori, Le Vectenaire de la faculte de théologie de l'Université de Lovanie. Brogge 1032, pp. 103-107; anon., In memoriah. Le chan. 7. F.. in Ephemerides theologetas Lovanienes, 10 (1933), pp. 505-96.

## FORIERE MAGGIORE VATICANO: v. FAMIGLIA PONTIFICIA.

FORLl, diocesi di. - Città, diocesi a provincia in Romagna; la diocesi, suffraganca di Ravenna, si estende per 320 kmq . e conta 80.350 ab. dei quali So. 115 cattolici, ha 62 parrocchie servite da 103 sacerdoti secolari e 26 regolari, un seminario ( 1948 ). La antica Forum Livii ebbe la prima sede episcopale intorno al sec. iv e suo primo vescovo fu s. Mercuriale. Anteriormente a tale data è verosimile che vi esistesse una comunità cristiana organizzata da Ravenna; A. Harnack (Mistione e propagazione del cristianesimo, trad. it., 2ª ed., Torino 1945, p. 513) suppone che F. sia tra le città italiane che intorno al 250 avevano la sede vescovile.

Comunemente il protavescovo Mercuriale si assegna con più sicurezza al sec. iv, ma la sua storia è incerta e confusa a causa delle numerose e tardive leggende che ne hanno alterato la figura e prodotto fin la duplicazione della sua personalita in alcuni scrittori (P. Gama, Sucios episcoporum Eccl. cathol., Ratisbona 1873, p. 697), che hanno dato a F. tre vescovi di questo nome nei primi secoli. La memoria del culto di s. Mercuriale risalgono in F. al sec. ix. Una basilica a lui dedicata, forse la primitiva cattedrale, presso la via Aemilia, a oriente dell'antica Forum Livii, esisteva a quell'epoca e conservava il corpo del Santo; ma ando distrutta in un incendio nel sec. xir. Un famoso monastero, prima dei Benedettini, poi dei Vallombrosani, portava il nome del Santo; per le donazioni dei vescovi di F., dei conti della Terra, e i privilegi degli imperatori, il monastero crebbe a grande splendore e la sua importanza è attestata dal ricco patrimonio archivistico, in possesso attualmente dell'Archivio storico di Stato, presso la Biblioteca comunale di F. In tale periodo, la storia dei vescovi di F., che s'intreccia con quella dell'illustre monastero di S. Mercuriale, non presenta fatti notevoli. Particolare memoria nella cronatassi dei vescovi forlivesi spetta a Giovanni Numai (14021411), abate comprenderario di S. Mercuriale, che conosce alla mensa vescovile la storica abbazia; Pietro Grifi (1412-16), pisano, che disimpegno importanti legazioni ed uffici per la S. Sede.

La storia della città e terra di F., appartenenti al dominio temporale della S. Sede, segue da vicino quella dell'esarcato di Ravenna; cadde sotto la dominazione longobarda (L. Duchesne, I primi tempi dello Stato pontificio, trad. it. A. M. Salvatorelli, p. 51) e dal sec. viri fece parte dello Stato pontificio. Dopo aver conquistato le libertà comunali nel sec. xI ( 1058 ) e parteggiato nel corso delle lotte tra guelfi e ghibellini in Italia per la fazione guelfa, cadde sotto il dominio delle potenti famiglie forlivesi e poi, definitivamente, del potente tiranno Francesco Ordelaffi, il quale fu riassoggettato alla signoria della S. Sede per opera di E. Albornoz, legato pontificio (1357-58). La città fu per alquanto tempo sede della Presidenza di Romagna e soggetta, pur nella vita agitato delle signorie degli Ordelaffi e Mierie, al dominio dei papi, fino alla rivoluzione. Nella restaurazione, il papa Pio VII (motu proprio 6 luglio 1816) la scelse come sede di legazione e tale rimase fino alla soppressione (1839).

Soppresso nel 1848 il Nullius di Forlimpopoli, F. ebbe 11 parrocchie nuove ( 7 del Nullius, 4 di Bertinoro), mentre nel 1853 , costituitasi la diocesi di Modigliana, ne dovette cedere altrettante (tra cui i paesi di Terra del Sole, Castrocaro, Dovadola).

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Monumemri. - L'odierna cattedrale di S. Croce a S. Valcriano risale al sec. xit; precedentemente la chiesa della S.ma Trinità, ricostruita nel 1782 , sembra essere stata la cattedrale di F. S. Croce fu restaurata nel 1417 e visitata dal papa Martino V (1418); il vescovo di F. Alessandro Nannai, compiuti i lavori, la consacrò intitolandola a S. Croce a S. Valcriano. La forma attuale è ricostruzione del 1841 dell'arch. Giulio Zambianchi, in stile neoclassico con pronao. Nell'interno alcuna cappelle sono meta della devozione popolare; quella di S. Valcriano, dove si ve-
nerano le reliquie del martire; quella della Madonna della Perita e l'altra della Madonna del Fuoco, la più venutata in F. in seguito al miracoloso episodio del 4 febbr. 1428, in cui l'office rimane ilesa in un incendio.

La chiesa di S. Mercuriale, costruzione del sec. xit, ha subito molti rifacimenti e restauri che ne hanno alterato in gran parte le linee; particolarmente si dice del restauro del 1786. Nella tunetta sopra il portale, un pregevole bassorilievo del sec. xit o xiti, rappresentante i re Magi, è attribuito a
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Folli, diocesi di - Veduta aerea con la Cattedrale, iniziata nel sec. xit, rifatta nel 1841.

Fuccio Fiorentino. L'agile campanile romanico del 1180 , dell'artista forlivese Francesco di Deddo Aleotti, fu costruito in occasione della traslazione del corpo di s. Mercuriale, sotto il vescovo Alessandro (1176).
S. Biagio in S. Gerolamo, del sec. xv, fu restaurata nel 1850 . Il monumentale tempio gentilizio della famiglia Ordelefli conservava (prima della distruzione del 1944) insigni opere d'arte nell'interno, tra le quali: la Concezione del Roni e Il miracolo di s. Giacomo il Maggiore del Melozzo. Nella chiesa di S. Pellegrino si venera il corpo di Pellegrino Lasiosi, servita, dal 1942 compairono della città, una dei conti che vanta la diocesi di F. insieme al b. Marcellino Ammeni, domenicano, e al b. Giacomo Salomoni, pur esso domenicano.

La patria di Melozzo degli Ambrosi possiede una ricca piraconeca, fondata nel 1838. Da segnalare gli archivi: Archivio comunale (G. Mazzatinti, Gli archivi della storia d'Italia, I [1899-1905], p. 41); Archivio capitolare, con un prezioso fondo di pergamene dei secc. xixv (A. Pasini, L'Archivio capitolare di F., in La Romagna [1923], p. 547; 1924, p. 346).

Rua..: G. Casali, Serie cronologica dei vescovi di F., in Atti e Memorie della r. Deput. per le province della Romagna, 2 (1863), p. 91 sgg.; Cappelletti, II, pp. 307-67; E. Calzini-C. Mazzatinti, Guide di F., Forli 1895-97; F. Lanzoni, R. Mercuriale vescovo di F. nella leggenda e nella storia, in Rivista storica critica delle scienze teologiche, I (1904), pp. 254, 463 sgg.; P. F. Kehr, Italia Pontificia, V, Berlino 1911, pp. 141-43; Lanzoni, pp. 767-69; F. Casadei, F. e dintorni, Forli 1928; Cottinrou, I, pp. 1106-97; A. Manitelli, Il vecchio compasano e le sue iscrizioni funerarie, Forli 1930.

Serafino Prete
FORMA. - Nel significato ordinario è la disposizione esteriore delle parti di un corpo ( μ oppó), una qualità delle sostanze sensibili, specialmente viventi, secondo la quale si dicono formose o deformi (Aristotele, Cat., 8, 108-12). Nella riflessione filosofica con f. si indica il principio che determina l'essenza a la struttura dell'essere come tale: allora è detta causa della cosa a "specie" ( ε fóos) per eccellenza (Phyz., III, 3, 194 b 26; Met., V, 2, 1013 b 23).

La f. è il principio radicale della positività dell'essere, in quanto è la f. che determina il contenuto dell'essenza; è l'atto e la "perfezione prima" di quanto esiste o come sostanza semplice (cioe pura f.) o come sostanza composta (sinolo di materia e f.). Alla f., atto ontologico, corrisponde nell'ordine logico la "differenza": la f. determina e attua nella realtà la materia, la differenza specifica determina ed attua nella sintesi della definizione il contenuto ancora vago del "genere" (Met. VII, 4, 1030 a 11 sgg .), Da una parte quindi la f., quale prin-
cipio distintivo e di-
viso dei generi, per-
corre da cima a
fondo le classifica-
zioni degli esseri, i-
solendoli nella irre-
petibile originalita
delle specie infine;
dall'altra, quale pri-
mo principio costitu-
tiva degli esseri stessi
e ragione ( λ óyos)
propria della loro
struttura, la f. esteriore ad un tempo
ed assicura l'unità
di essere all'interno
delle sostanze sin-
gole e la unità di
natura nella molte-
plicità degli indivi-
dui dispersi nel tem-
po e nello spazio
(Top., II, 2, 109 b
14).

In una visione intellettualista del mondo, a cui restano fedeli sia Platone come Aristotele, la f. è perciò il principio primo dell'essere, del divenire e del conoscere. Il contrasto fra i due filosofi riguarda il modo di "presenza" delle f. nella materia: se avvenga per via di "partecipazione", cosi che la "vera" f. sia una soltanto (trascendente a immateriale) come vuole il platonismo: e se si debba affermare la "massistenza" delle forme nella materia sensibile e la principaità della sostanza sensibile singolare sopra i generi e le specie, come ritiene l'aristotelismo (Met., XIII, 3, 1070 b 18; XIV, 4, 1078 a 31). Senza entrare nella controversia sull'origine prossima del concetto di f., si deve ritenere che esso esprime il contributo più caratteristico di Aristotele alla cultura occidentale (W. Jaeger). Ed esso esprime veramente il nucleo centrale del suo pensiero, comunque esso si applichi alle analisi della natura, delle attività estetiche, etiche, sociali e politiche, della stessa riflessione filosofica. Per via della f. il divenire aristotelico non è il divenire ereditico ma il "passaggio" della capacità di aver una f. all'atto di averla: passaggio operato da un "agente" che ha una tale f. prima come atto suo e poi come "fine" del suo agire. Per questo la f. è la perfezione prima e finale dell'essere (èvce λ \dot{ε} χ ε ι α : De Anima, II, 1, 412 a 10; Met., V, 4, 1013 a 10).

A questo modo il nuovo concetto di f. temperava insieme gli eccessi del platonismo e fermava il passo al meccanismo fisico di Democrito ed Empedocle affermando il predominio nella fisica, biologica, non meno che nello sviluppo della vita dello spirito, dei criteri morfologici a qualitativi sopra la materia ed i rapporti puramente quantitativi. Le f. quindi è atto, sostanza ed essere "più della materia" (Met., VII, 3, 1029 a 29): principio che l'aristotelismo medievale esprimeva con la formula: "f. dat esse", il quale però dalle diverse scuole veniva diversamente inteso. I seguaci di Avicebron (v.) esteseco la doctrina della materia e f. universale e della molteplicità delle materie e f. cosmiche ad una "pluralità di f." nello stesso individuo (scuola francescana antica) od almeno, per l'uomo, alla composizione di una "f. di cor-

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poreità e dell'anima spirituale (Scoto). E in seno a questa scuola che prese piede l'opinione che anche la materia avesse un certo *atto * imperfetto e non fosse pura potenza: atteggiamento che, avvalorato dall'autorità di Suárez, non fu senza influsso sul dinamismo di Leibniz. Per s. Tommaso, che resta sul piano rigorosamente metafisico di Aristotele, f. a materia stanno nella tensione metafisica della contradifusione: l'unità dell'essere reale dipende dall'unità delle f. sostanziale e ripugna alla stessa divina potenza di attribuire alla materia un qualsiasi atto (Quadhb., III, q. 1, s. 1).

Il punto di vista aristotelico, che pareva sommerso dalla fisica galliniana, è rimesso in onore in vari settori della cultura contemporanea. Nella ontogenesi dei viventi, i processi di organizzazione obbediscono ad una legge che è interiore ai medesimi o che ha il significato e l'efficacia di una f. o entelechia (H. Driesch). Nello sviluppo e nell'articolarsi delle funzioni conoscitive, il contenuto degli oggetti non è dato dalla somma di contenuti elementari semplici (associazionismo), ma si presenta immediatamente come un * tutto * organizzato che ha carattere di f. (Gestaltpsychologie). E vi sono f. visive, acustiche, tattili..., f. statiche e f. di movimento : per tutte vale la legge generale che la f. è altra cosa, o meglio, è qualcosa di più della somma delle parti (Ehrenfels). Solo che alla posizione apriorista che attribuisce le f. (Gestalten) alla *produzione* intellettuale (scuola del Meinung), ed all'ipotesi dell'* isomorfismo * secondo la quale le f. percettive sarebbero l'effetto univoco di processi psico-fisici avolgendosi nella zona corticale (scuola del Wertheimer), i neoaristotelici distinguono, in accordo con la stessa esperienza, fra f. e significato. F. può essere un contenuto sensoriale immediato (s sensibili comuni * di Aristotele), ma il significato che è ben più importante della f. appartiene alle funzioni superiori dell'intelligenza.

Nell'àmbito della filosofia le "f. pure a priori" (Denkformen) di Kant segnano la deviazione dal primitivo concetto aristotelico che si è mostrata più gravida di conseguenze, fino ad abolire con l'hegelismo attualista il concetto stesso di f. a favore di un * atto * che fa se stesso e che non conosce legge alcuna fuori di sé. Nella moderna storiografia la f. ha significato di *tipo * di una cultura o civiltà (le Grundformen di Dilthey, le Lebensformen di Spranger, ecc.).

Bist.. H. Bonita, Index Arist., Berlino 1870, 217 b 48 sgg. (elbsq), 474 a 11 sgg. (joegq); G. V. Hertling, Materie und Form und die Definition der Seele bei Arist., Bonn 1871; A. Trendelenburg, De Anima, ed. Belges, Berlino 1877; L. Schutz, s. v. in Thomas Lexikon, 2^{4} ed., Paderborn 1892; H. Burchard, Der Entelechiebegriß bei Arist. und Driesch, Quatenbriuck 1928; O. Lottin, La pluralité des formes substantielles avant s. Thomas d'Aquin, in Rev. néosc. de phil., 34 (1932), p. 440 sgg., ora nel vol. Psychologie et morale au X I I^{2} et X I I I^{2} sitiés, Laverio 1942 p. 463 sgg.: C. Fabro, La fenomenologia della percezione, Milano 1930, spec. p. 337 sgg.

Cornelio Fabro
FORMA. - Termine con cui gli antichi designavano lo speco degli acquedotti; venne usato poi per indicare ogni fossa per sepoltura a fior di terra, anche se suddivisa in più spazi, che però può anche essere indicata con il semplice termine locus.

Il Boldetti riorenne nel sopraterra del cimitero di Demitills una grossa lastra di marmo con l'epitafio di un tale Annibonius, il quale \& fecit sibi et suis locum hominibus n. VIII iutro formas *. Un frammento della lastra è ora in S. Maria in Trastevere. Il sapolcro a due passi si diceva biccandens, da scandere = * dividere x, tercandens = * per tre x.

Bist..: G. R. De Rossi, Roma sotterranea, III, Roma 1877, pp. 410. 417.

FORMALE. - Chiamato anche razionale o pettorale, è una lamina di metallo, d'oro o d'argento, gommata, della grandezza di una mano, che si porta sul petto dove si ferma ed affibia il piviale dei vescovi nella propria diocesi.

Molti autori lo vogliono derivare dal razionale del sommo sacerdote ebraico, il quale portava sul petto un ornamento chiamato appunto razionale con dodici diverse pietre preziose rappresentanti le dodici tribù d'Israele. Altri invece lo fanno derivare dalla parola di basso istintis firmaculum, specie di farmaglie, fhibia che serviva per allacciare le vesti. Nulla è prescritto riguardo alla forma, cosi che gli orafi possono esercitare a loro talenta nel resellarsi sopra figure o simboli, intrecciarsi amati e pietre preziose. Nei f. adierni è prevalso l'uso di rappresentarsi lo Spirito Santo sotto forma di colomba dalle ali spiegate : simbolo della sua assistenza al vescovo nel governo della diocesi. Il f. perché è esclusivo ornamento, come si è detto, dei vescovi nella loro diocesi, è dal cerimoniale dei vescovi vietato al prete assistente, e ai vescovi non diocesani. Solo i cardinali vescovi suburbicari hanno il privilegio di portare il f. dappertutto, anche a Roma, sia che assistano al pontificale celebrato dal sommo pontefice, sia che essi stessi solennemente celebriro le funzioni liturqiche. Il loro f., secondo un uso molto antico, è costituito da una lamina di argento dorato sulla quale sono incastonate in linea perpendicolare tre nodi e pigne di perle. Anche il sommo pontefice usa il f. La più antica memoria di quello usato dai romani pontefici come ornamento liturgho l'abbiamo sotto Martina V. il quale se ne fece fare uno d'oro con figure su rilievo e gioie di grande valore da Lorenzo Chiberti. Celebes tra gli altri f. papali quello che Benvenuto Cellini fece per ordine di Clemente VII. Rappresentava, come narra il Cancellieri, il Padre Eterno sedente, sopra un diamante di fondo di 136 grani sostenuto da vari angoletti e cherubini fra due saffiri orientali di rora purezza a due balzaci orientali con varie gioie. Di esso esiste solo una copia nella sacrestia pontificia, l'originale fu preso da Napoleone.

Al presente il papa ha tre f. diversi : uno di perle che usa quando porta la mitra a lama d'argento, ossia nei funerali a nelle domeniche di Avvento e Quaresima. (Da notare che le pigne di perle sono disposte in triangolo). Il secondo, comune, che usa in tutte le funzioni, escattua! i Vespri e le Messe pontificali, quando cioè a papa usa la mitra di lama d'oro; ed infine il prezioso che usa in tutte le funzioni più solenni e in tutti i Vespri a Messe pontificali, quando cioè mette la mitra preziosa. Questi due hanno la stessa forma: la lamina di forma ovale rappresenta lo Spirito Santo sotto forma di colomba raggiunta, decorata di perle e di una guida di frondi di vite con grappoli d'uva, tra cui sono disposte in giro dodici pietre preziose : differiscono tra loro solo per la ricchezza e la varietà delle pietre.

Da notarsi infine il f. che si mette al piviale della statua di s. Pietro nella Basilica Vaticana il giorno della sua festa: è una lamina di argento dorato avente al centro una colomba dalle ali spiegate con raggi, rappresentanti lo Spirito Santo.

Enrico Dante
FORME, STORIA delle (Forngeschichtliche Methode). - Corrente esegetica, affermatasi fra il 1919 ed il 1922 specialmente in Germania. In inglese è detta form-criticism; in italiano da taluni è usata la perifrasi a metodo della storia delle forme x, da altri quella di a metodo morfologico s. Tale sistema è in un certo senso l'applicazione al Nuovo Testamento, particolarmente ai Vangeli sinottici, della teoria dei «genesi letterari» (v.), formolata in modo speciale per il Vecchio Testamento. Suo fine è fissare la formazione dei testi evangelici, concepiti come frutto non di scrittori particolari e di determinate fonti letterarie, ma di una lenta elaborazione anonima.

Con sfumature diverse, i presuppatori della storia delle f. presuppongono un intenso lavoro nel seno della comunità prima che i vari racconti cosi elaborati fossero

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A sinistro: FONTE BATTESIMALE, di Luca di Giovanni, cominciato nel 1390, terminato da Jacopo di Pietro Guidi nel 1423. La statua è moderna e in greco. Orvieto, Duomo. A destra: FONTE BATTESIMALE. Opera della bottega di A. Federighi (ca. 1485) - Siena, Duomo.

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FONTE BATTESIMALE della basilica di S. Pietro. Vanca antica di parfido con decorazioni di Carlo Fontana (fine del sec. xviI) - Roma.

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(1st. Alivert)
In alto: PORTALE DELL'ABBAZIA (r208). In basso: SALA CAPITOLARE (r250).

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(fal. Gb. fol. 88:.)
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(fol. Gb. fol. 88:.)
In alto: PALAZZO DUCALE (1464-70). In basso: ANNUNCIAZIONE. Scultura del sec. xv - Museo Vermarelli.

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mecolti in seriti particolari da redattori ( - Evangelisti). All'origine vi sarebbe l'opera di predicatori o missionari anonimi, che ripetevano, adattavano a completavano i dett - (v. logis) di Gesù, oppure si difongavano, per fini parenetici, in particolareggiati racconti di miracoli. Considerati sotto l'aspetto letterario, questi due generi sono chiamati "paradigmi" a "novelle" da Dibelius, "apoftegmi" a "racconti di miracoli" dal Bultmann. Ad una narrazione più ampia, che abbraccia un periodo della vita di Gesù e un episodio di primaria importanza, si dà il nome di "leggenda" nel senso primitivo del vocabolo, senza un giudizio implicito circa la sua attendibilità storica.

In tale sistema occupa una parte primaria lo studio dell'ambiente (Sita im Leben), nel quale si svilupparono e si trasmisero le varie f. Mentre Dibelius procede dalla ricostruzione dell'ambiente alla delimitazione dei generi letterari o f. più connaturali ad esso, Bultmann parte dall'esame delle varie f. discernibili nei Vangeli per scoprire la storia intima delle primitive comunità cristiane. Solo indirettamente nella critica costruttiva si tenta da costoro una spiegazione più o meno razionalistica della vita di Gesù Cristo e del dogma cristiano. Il loro interesse è rivolto aiunni tutto ad uno studio letterario dei brevi racconti, che costituirebbero il substrato dei Vangeli.

Sforito incontestabile di tale scuola è di avere richiamato l'attenzione sulle varie forme della letteratura popolare e sull'importanza della primitiva catechesi orale. Talvolta esso offre vantaggiose soluzioni di singole difficoltà letterarie. Infine, pur pretendendo spiegare in modo razionalistico la vita di Gesù, il metodo della storia delle f. riconosce in pieno la fede nella divinità del Cristo nell'epoca apostolica. Altri principi, però, sono meno accertabili od erronei sicuramente, come la netta distinzione di f. letteraria, che di solito appaiono molto più complesse, il compito eccezionale assegnato alla comunità non solo nella trasmissione dei racconti ma anche nella loro formolazione, la pretesa di sminuzzare i Vangeli in framment; anche minimi, la possibilità che tale lavoro si potesse effettuare in breve tempo da parte di una folla amorfa. Quest'ultimo postulato impone una datazione dei Vangeli posteriore a quella affermata dalla tradizione e misconosce l'importanza di talune personalità predominanti. Anche il continuo paragone con la letteratura mitologica pagana e con quella apocrifa e rabbinica spesso si basa su elementi secondari oppure quanto mai discutibili.

Dint.: Tra i sostenitori del metodo della storia delle E basta ricordare: K. S. Schmidt, Der Ruhmes der Geschichte Jesu, Berlino 1910; M. Dibelius, Die Formgeschichte des Evangeliums, Tubinga 1910; 2* ed. ivi 1923; R. Bultmann, Die Geschichte der sympstischen Tradition, Gottinga 1921; 2* ed. ivi 1921; id., Die Erforschung der symoptischen Evangelien, Giessen 1925; a* ed. ivi 1930; M. Alberts, Die symoptischen Streitgesprchhe, Ber. lino 1922; G. Bortram, Die Leidensgeschichte Jesu und der Christenthalt, Gottinga 1922; id., Neues Testament und historische Methode, Tubinga 1928.

Fra i critici del metodo i più notevoli sono: E. Fascher, Die Formgeschichtliche Methode, Giessen 1924; G. Cullmann, Les récentes études sur la formation evangélique, in Revue d'histoire et philosophie religieuse, 5 (1925), pp. 459-77, 564-79; P. Piebig, Radetische Formgeschichte und Geschichtlichkeit Jesu, Lipola 1926; E. Florit, La storia delle f. a nei Vangeli in sopporto alla dottrina cattolica, in Biblica, 14 (1925), pp. 212-48; id., Il metodo della storia delle f. a e in sua applicazione al racconto della Passione, Roma 1933; M. Braun, s. v. in DBs, III, coll. 312-17; A. Richardson, The Gospels in the making. An introduction to the recent criticism on the Synoptic Gospels, Londra 1938; P. Banoit, Réflexions sur la a Formgeschichtliche Methode, in Revue biblique, 53 (1948), pp. 481-512; F. Samé, Studio sul Vangelo, Un saggio sul metodo merlobosco. Espasizione e critica del Paradigma di Martina Dibelius, Roma 1940.

Angelo Penna
FORMIA. - Cittadina nel Golfo di Gaeta, sulla Via Appia. Mantenutasi neutrale durante la guerra latina, ottenne prima la cittadinanza senza suffragio e poi la cittadinanza nel 11 sec . a. C. Fu soggiorno di villeggiatura per i ricchi romani fin dall'età repubblicana; nella sua villa fu ucciso Cicerone nel 43 a. C. Non si hanno notizie precise circa l'evangelizzazione
cristiana della città. Nei Martirologio geronimiano, al 2 giugno si legge: «in Formias in Campania Heraami .

Ma le varie sue passioni sono senza valore storico (BHL, 2578-85). Alcuni lo ritennero anche vescovo di F. Una sua vita fu scritta dal monaco cassinese Giovanni Caetani, poi papa Golaio II. Come vescovo di F. si conoscono Martiniano nel 487 . Adeodato alla fine del v sec. Andrea dal 501 al 529 , come si apprende dal suo epitafio (CIL, X, 6218). S. Gregorio Magno affidò nel 590 l'amministrazione della chiesa di Minturno a Bacauda vescovo di F. (Gregorii Reg., I, 8, p. 10). Nel 597 lo stesso Papa incaricò Agnello vescovo di Terracina di visitare la Chiesa di F. dopo la morte di Bacauda; nel 598 è eletto vescovo Alvino. Nell' 856 F. venne distrutta dai Saraceni e la sede vescovile fu trasferita a Gaeta (v.). Egnalai i Saraceni nel 915 F. assunse la denominazione di Mola. Carlo d'Angiò vi eresse nel sec. xiv un castello detto Torre di Mola, passato poi in feudo alla famiglia Caetani; in alto si costituì un villaggio con altro castello detto Castelnuova e poi Castellane, saccheggiato da Renato di Vandemont nel 1527. S. Gregorio Magno ricorda la Chiesa in qua corpus beati Herasmi martyria requiescia. Distrutta dai Saraceni fu ricostruita dal patrizio Giovanni nel sec. ix e trasformata in monastero bene dettino; prima sotto i principi Caetani e poi nel 1058 soggetto al monastero di Montecassino. Pasquale II nel 1102 lo prese sotto la sua protezione. Più tardi fu dato in commenda alla famiglia Caetani, nel 1490 alla Congregazione di Monte Oliveto. Fu distrutto dai Turchi nel sec. 201.

Bist.: Lanzoni, I, pp. 163-65; Martyr. Hieronymianum, p. 293; P. F. Kehr, Italia Pontificia, VIII, Beriino 1932, pp. 89-90.

FORMOLA SACRA. - Nelle religioni non cristiane la f. s. è legata al valore sacro-magico che si attribuisce alla parola; questa non è ritenuta un semplice flatus cecis, ma qualcosa di attivo che produce ciò che esprime. Il che spiega nelle menti primitive o incolte la preoccupazione di evitare il nome di cose o persone pericolose o almeno di designarle con parole eufemistiche affinché l'evocazione non le renda presenti.

L'efficacia della parola aumenta di valore quando è legata ad una formola che meglio ne precisa il significato imperativo. Ma perché l'efficacia sia piena occorre che la f. s. sia pronunciata integralmente (verta verba) e con la voluta modulazione di voce (carnem) a talora con ripetizione ternaria.

Affinché la parola possente diventi f. s. di preghiera occorre però che colui che l'adopera riconosca al di sopra di lui una volontà cosciente che occorre rendersi propizia, esponendole lo scopo dell'azione sacra a lei diretta. Si hanno cosi f. s. che interpretano il valore di un rito e vengono pronunziate nel momento culminante della cerimonia; p. es., presso i Romani, nella dedicazione di un tempio, il dedicante, poggiando la mano sullo stipite della porta, pronunzia la f. dichiarando le condizioni e gli obblighi dell'offerta: aullis legibus dabo dedicaboyue ques hic hodie palam dixero vi vi sono f. s. di preghiera laudative o imperative proposte da chi dirige la cerimonia a ripetute o confermate dai presenti con una frase di adesione; f. s. di contenuto dottrinale in cui è compendisto l'insegnamento o espresso l'aspirazione mistica di una data religione; p. es., a Non vi è altro Dio che Allah a Maometto è il profeta di Allah dei musulmani; ovvero «O gioiello nel foto! amen» dei buddhisti; formola che, letteralmente, si riferisce alla figurazione del Buddha seduto sopra un fiore di loto, e misticamente vale: Gloria alla religione (Buddha) sulla terra (loto); questa formola ha per i buddhisti valore di salvazione.

Per le f. s. del rituale cristiano v. ai singoli Sacramenti; per le f. s. dottrinali v. simbolo.

Bist.: Fr. Heller, Das Gebet, Monaco 1921, pp. 58-98; G. van der Leeuw, Phänomenologie der Religion, Tubinga 1923, pp. 379-84. Nicola Turchi

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## FORMOLE DI CONCORDIA : v. CONFESSIONI DI FEDE PROTESTANTI.

## FORMOLE DI GURIA : v. TERMINOLOGIA DELLA

CURIA RUMANA.

FORMOLE GIURIDICHE. - Sono determinati complessi di parole che riproducono nell'insieme altrettante norme o modelli per atti forensi o amministrativi.

Nella storia del diritto e dei vari ordinamenti giuridici le f. g. ebbero spesso funzioni e significati diversi.

I. Diritto romano. - Il processo romano nella sua seconda fase di sviluppo è caratterizzato dall'uso di f. g., date o approvate dal magistrato competente (il pretore), sulla base delle quali aveva corso l'azione giudiziaria. La procedura formolare, introdotta dalla lex debutin, sulla falsariga della prassi instaurata dal pretore peregrino e integrata, sotto Augusto, dalle due leggi giulle (indieiseroi prioriterum e indieterum publicarum), rimase in vigore per tutto il periodo classico della giurisprudenza romana.

La formula era una istruzione scritta che il pretore rilasciava alle parti litiganti, dopo udire le loro pretese, perché servisse di norma al giudice da loro scelto al quale egli le rinviava; nel quale documento, riassunti schematicamente i termini della lite, si comandava al giudice designato di condannare o di assolvere il convenuto in ragione della controllata sussistenza o meno dei fatti allegati. La formula corrispondeva quindi a un giudizio ipotetico.

Elementi principali di esse erano: la intentio, che caprime la pretesa dell'attore; la demonstratio, che espone la fattispecie in esame o i presupposti dell'azione intentata; la credensuitio, attribuzione al giudice della facoltà di condannare o di assolvere il convenuto in base alla verità dei fatti; la adiudicatio, che dà al giudice il potere, nei giudizi divisori, di assegnare a ciascuna delle parti la proprietà di singole cose o di porzioni di cose. Parti accessorie possibili erano: la praescriptio, premessa alla formula allo scopo di limitarne gli effetti e ad evitare che siano considerate dedotte in giudizio pretesa che si vogliono riservare, a la exceptio, clausola inserita a richiesta del convenuto e diretta ad opporre all'azione una circostanza che le taglie efficacia.

Le formule per i casi frequenti erano proposte a tenute esposte dal pretore nell'editto (v.) a disposizione degli interessati : altra però potevano essere concentrate di comune accordo dal litiganti con l'approvazione dello stesso magistrato.

Bib.: L. Wenger, Istituzioni di procedura civile romana, trad. it., Milano 1928, p. 124 sgg.; V. Arangio-Ruiz, Istituzioni di diritto romano, 10^{2} ed., Napoli 1940, p. 120 sgg ; id.. Sulla scrittura della formula nel processo romano, in Iura, I (1920), p. 12 seg.

II. Diritto comune. - Nell'ambito del diritto comune ed ecclesiastico sono dette f. g. gli esemplari o modelli di atti processuali e di documenti giuridici pubblici e privati, redatti in base al diritto e alla prassi del tempo, per servire ad altri di guida nella compilazione di atti della stessa natura. La letteratura formolare, vastissima e interessantissima, costituisce oggid una preziosa fonte per la storia del diritto specialmente medievale.

Raccolte di f. g. furono in uso, fino dai primi secoli, in Roma e a Costantinopoli, presso la curia imperiale, con il nome di monomania, o presso i pubblici notai, più tardi presso la Curia pontificia. Ebbero in seguito rapida e rigogliosa diffusione, specialmente nel periodo barbarico, presso le curie minori, i tribunali e la scuole di tabellionato, toccando il massimo sviluppo nella prassi forense e specialmente nella professione del pubblico notariato. I più antichi centri'di produzione erano le scuole monacali dove s'insegnava l'ars distinuit, ossia l'arte di redigere i documenti. La Francia detiene il primato nella produzione di formolari.

Sono denominate in genere dalla regione in cui furono in uso, talvolta dal nome dello scopritore (p. es., le salicae Bignonianae, le salicae Merkelianae, ambedue del sec. viII, e le salicae Lindenbrogianae, di epoca incerta), qualcuna appena dal nome del compilatore (p. es., le mascuffiane).

Le principali collezioni di f. g. del periodo barbarico
sono: le Ostrogothicae (sec. vi) contanute nelle Varise di Cassiodoro, segretario del re Teodorico; le Visigothicae (sec. viI) del re Sisebut; in Francia le Andecanentes (Angers, sece. vi-viII), le Marculinae (sec. viII), raccolte dal monaco Marcolfo per le scuole del notariato; le Turonones (Tours, sec. viII) e le Avervenses (Clermont-Ferrand, sec. viII). Di minore importanza sono le Senonenses (Sens. sece. viI-12), le Flaviniocentes (Flavigny, sec. 12) e le Bituricenses (Bourges, sec. viI).

In Italia furono dapprima in uso le ostrogote di Cassiodoro e le visigote; in seguito ogni regione ebbe formolari propri, andati per le più perduti: oltre le f. g. Langobardicae (secc. 2-21) contenute nel Liber Papiorisis e nel Chartularium Langobardicum, e le Banonienses, molto colibrate anche fuori d'Italia, ebbero particolare fama, nel medioevo, le formulae Florentiane, e più tardi, le Savonera e le Pincerimae.

Benché quasi scomparse in seguito alle moderne codificazioni, alcune f. g. si trovano tuttora in uso nella pratica forense e notarile.
III. Diritto canonico. - La letteratura formolare, che anche nel genere sopra descritto è in buona parte dominata dall'elemento ecclesiastico, trovò particolare sviluppo nel campo specifico del diritto canonico e nella prassi curiale ecclesiastica.

La principale e più antica collezione di formule presso la Curia romana è il Liber Diuvum (v.) che comprende, divise in tre serie, le f. per gli atti pontifici in uso dal pontificato di s. Gregorio Magno ( 390 -604) fino a quello di Leone III ( 703 -816) e che resto in uso ufficiale presso la Cancelleria Apostolica fino al pontificato di Gregorio VII (1073-85). Dal 1228, presso la stessa Cancelleria si trova in uso un altro formulario detto Provinciale o Liber Provincialis, al quale fu seguito, a opera dei pagi svigionnesi, il Quaternus albus, rimasto in uso fino al 1560 . Partecipa del genere formolare il Liber regalarum cancellaviae, trascritto dalla Collectio regalarum cancellarius, compilata sotto Giovanni XXII (1316-34).

L'uso di proprie f. g. divenne comune, in seguito, presso ogni dicastero della Curia romana. Proprio formulario ebbe, fino dal medioevo, la S. Fenitenziotis. Ebbene ed hanno tuttora le proprie formole le SS. Congregazioni Concistoriale, di Propaganda Fide e dei Religiosi, per la concessione delle facoltà apostoliche agli Ordinari di rispettiva competenza, ai nunzi, internunzi, delegati apostolici a ai superiori regolari (v. quinquennali, facoli52).

Come nella pratica forense civile, l'uso di formolari ebbe grande sviluppo nella prassi processuale canonica. I cosiddetti Ordines iudiciarii, di cui si ha abbondante letteratura nel medioevo, sono per le più, almeno in parte, dei formolari. Così il Curialis, compilato tra il 1251 e il 1270, molto diffuso presso le curie vescovili della Francia; così il Formularium di Martino da Fano, che risale al 1232; cosi il classico Ordo iudicialis in fava ecclesiastica del decretista bolognese Egidio de Fuscarariis (m. nel 1289), cosi lo Speculum iudiciale di Guglielmo Duncere a tanti altri.

Anche nel campo ecclesiastico l'uso di formule, benché oggid molto limitate, non può dirsi ancora totalmente scomparso.

Bib.: E. De Rosière, Recueil général des formules dans l'empire des Francs du IV au XV siècle, Parigi 1820-71; F. Schapfer, Monnaie de stacia del dirito italiano, Città di Cancello 1914, p. 143 sge.; H. Breslau, Handbuch der Urkundenlehre für Deutschland und Italien, II, Lipsia 1912, pp. 225-97; W. Pota, Liber Diuvum, Vienna 1918; E. Beata, Fauti, legislazione e scienza giuridica, I, Milano 1923, p. 259 sgg.; A. Van Hove, Prolegomena, 2^{2} ed., Malinas-Roma 1949, pp. 228 sgg., 150 sgg., 451 sS. 490-92.

FORMOSA. - Isole dell'Estremo Oriente, annessa alla Cina nel 1683 , ceduta al Giappone nel 1895 e restituita alla Cina nel 1945. Ampia una volta e mezzo la Sardegna ( 35.961 kmq . con le Isole Pescadores), conta 6,1 milioni di ab., quasi tutti elnesi (nell'interno, coperto di boschi, vivono ca. 150 mila malesi allo stato selvaggio).

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Formosa - 1) Confini di circoscrizione ecclesiastica; 2) Ferrovie.
Ha clima tropicale e piogge monsoniche. Ricca la produzione agricola (riso, tè, canna da zucchero, cotone) e forestale (confura: 90 \% del quantitativo mondiale), notevoli anche le possibilità minerarie (carbone, oro, zolfo, petrolio). Numerosi i grassi centri abitati: Taipeh (capitale, 340 mila ab.), Tainan ( 124 mila ab.), Takao ( 110 mila) ecc.

BibL.: J. W. Davidson, The island of F., Londra 1903; H. Fahrenberg, Die Insel F., Amburgo 1926. Giuseppe Caraci

Evangelizzazione. - I primi missionari approdarono a F. nel 1626, invisti dal Domenicani della provincia del S. mo Rosario delle Filippine. Il p. Barrellomeo Martinea fu l'ispiratore a l'anima della nobile spedizione missionaria che ebbe inizio il 28 febbr. 1626. Un tempio fu innalzato al Signore del Cielo e dedicato a tutti i santi a Kilung. Le primizie della religione cristiana a F., dice la storia domenicana, furono due figli di un cinese cristiano, coniugato da tempo ad una isolana pagana. Questi fu il primo abitante dell'Isola che entrò in rapporti di confidenza con i ministri di Dio e fece battezzare pubblicamente i suoi due figli con grande stupore e meraviglia degli indigeni. Numerose furono in seguito le conversioni e non mancarono i martiri. Il g. Francesco di S. Domingo se ne può considerare il protomartire. Ma la cacciata degli Spagnoli, dopo appena sedici anni, ad opera degli Olandesi e il successivo dominio del pirata Koxinga arrestarono e distrussero il cattolicesimo. I missionari invano si studiarono di ripenetrare in F. dopo la conquista cinese del 1683 e durante i vari tentativi di ribellione succedutisi per quasi due secoli.

Nel 1854 il consiglio della provincia del Domenicani delle Filippine decise, il 14 dic., di fare un nuovo tentativo, eleggendo i pp. Fernando Sainz e José Dutras. Questi, aiutati da un provetto missionario di Cina, il p. Angelo Bofurull, sbarcarono a F. e restaurarono l'antica missione di Kilung e un'altra ne fondarono tra gli aborigeni dette di Ban-Kim-Chiang. Nel 1868 l'opera evangelica fu proseguita dal p. Angelo Chinchen. Nel 1872 fu inaugurata una nuova missione a Daitotei, nella parte settentrionale dell'isola. Nel dic. del 1872 Leone XIII divise in due il vasto vicerato di Fukien, l'uno settentrionale con sede in Fukien, l'altro centro-meridionale con sede in Amoy. A quest'ultimo fu unita l'Isola di F. Nel 1895 F. divenne possedimento giapponese pel trattato di Simonezaki che poneva termine alla guerra tra la Cina e il Giappone. Le cappelle furono distrutte o spogliate, i cristiani dispersi a alcuni oosisi dai giapponesi. Ma con la pace le stazioni missionarie rigresero vita e si svilupparono. Il 9 luglio 1913 la missione di F., distaccata dal vicerato di Amoy, fu eretta in prefettura apostolica. Il 30 dic. 1949 dalla medesima missione furono distrutte le province settentrionali di Teipeh, Schinchu, Houlien ed erette in prefettura apostolica di Taipeh mentre il rimanente territorio, costituito dalle province centro-meridionali di Taichung, Tainan, Kaohsung e Tait-ung, riceveva, in luogo dell'antica denominazione di prefettura apostolica di Isola F., il nome di Kaohsung(r.).

BibL.: AAS, 2 (1913), pp. 367-68; L.M. Alvarez, F. gea. arifica e storicamente considerada, 2 voll., Barcellona 1930, passim; MC, pp. 165-66; GM, pp. 174-175. Edcardo Pecorato

FORMOSO, papa. - Forse nativo di Roma. Niccolò I (858-67) nell'864 o 865 lo fece cardinale vescovo di Porto e nell'autunno dell'866 lo inviò con Paolo di Populonia tra i Bulgari per promuoverne la conversione. Ebbe tale successo che il loro re, Boris, lo chiese come arcivescovo.

Verso la fine dell'867 F. fu richiamato a Roma, tenuto in grande considerazione anche da papa Adriano II (867-72). Ma il successore Giovanni VIII (872-82) che lo riteneva un nemico personale, dopo avergli affidati nei primi anni incarichi di fiducia (Jaffé-Wattenbach, 3018) lo mise poi in atato di accusa pensando di avere le prove di macchinazioni compiute da F. contro la Curia. F. fuggì da Roma ed allora un Sinodo lo scomunicò e depose ( 19 apr. 876), condanna rinnovata nei Concili di Prunhion (giugno 876) e Troyes (ag. 878). Il 14 sett. il Papa lo ammetrava alla comunione Isica, a patto che non mettesse più piede in Roma. Invece Marino I (882-84) lo susobe e il successore Adriano III (884-85) gli ridiede la sua antica sede di Porto. F. nell'885 consacrò il nuevo papa Stefano V (885-91), e cui nascesse il 19 sett. 891. Nella questione foziana assunse un atteggiamento di estremo rigore (Jaffé-Wattenbach, 3478); si pronunciò in favore dell'unione della sede di Brema con Amburgo (ibid., 3483, 3487, 3488); sostenne il carolingio Carlo contro Eudes (ibid., 3490-94). Il 30 apr. 892 incoronò imperatore Lamberto di Spoleto come associato al padre, Guido. Ma ben presto, contro gli Spoletrani, chiamava in Italia e incoronava imperatore Arnolfo di Carinzia (22 apr. 896). Morì il 4 apr. 896; in tempo per non vedere gli Spoletrani ridiventare padroni di Roma. La loro vendetta fu ferace. Nel genn. 897 il cadavere di F. estratto dal sepolcro, dove dormiva da nove mesi, fu portato in un Sinodo presieduto da Stefano VI (898-97) e sottoposto a regolare processo. Dichiarata nulla la sua elezione, illegittimi i suoi atti e invalide le sue ordinazioni, fu sepolto in una fossa comune, donde il popolaccio lo estrasse per gettarlo nel Tevere.

BibL.: La lettera di F. in PL 159, 837-48 e meglio nei MGH. Epistulae, VII, p. 366 reg.: le fonti sulla controversia formosiana sono state studiate e in parte edita da E. Dämmler, Anallus und Vulgarius. Lipsia 1666, passim; Hefele-Ledereq. IV, II, pp. 708-10 (bibl.); F. Dominici, Il papa P., in Cfr. Catt., 1944, I, pp. 106-00; 518-30; II, pp. 121-42; F. Vernet, c. v. in DTNC, VI, coll. 594-99 (bibl.); Fliche-Martin-Frutes, VI, pp. 431-523; A. Fliche-V. Martin, Hist. de l'Eglise, VII, Parigi 1940, pp. 20-26, 114-12.

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FORNACALIA. - Era una festa mobile conceptiva, che cadeva nella prima metà del febbr., in un giorno prestabilito dal capo delle curie, decurione massimo, in onore della dea Fornaz, indigitazione del nome che vigila il riscaldamento del forno (Festo, s. v.). Chi per distrazione non era stato presente alla festa poteva supplire partecipando alle Quirinalia, dette percio anche "stul