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ttavia, ancora una volta, l'università proponava delle soluzioni per le cristianità: l'accordo e il concilio. Alla fine del xiv sec. regna in F. lo scompiglio, sia nella Chiesa che nella vita politica.

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Francia - F. di S.-E. - Circoscrizioni ecclesiastiche. 1) Confini di Stato; 2) Confini di circoscrizioni ecclesiastiche; 3) Ferrovie. In alto, a destra, cartina della Corsica.

Brit.: Per la storia civile : E. Lavisse, Hist. de P. depuis les origines jusqu'a la Révolution (in collaborazione), 6 voll., Parigi 1901-1903: A. Longnon, Atlas historique de la F., ivi 1907; id., La formation de l'unité frangiste, ivi 1922; G. Dupont-Ferrier, La formation de l'Etat frantais et de l'unité frangis, ivi 1929; M. Bloch, Les caractères originaux de l'histoire rurale frangisue, Oslo-Partig 1931; R. Bossuet, Hist. de la littérature frangiste du moyen dge, Parigi 1931; Ch. Petit-Dutallie, La monarchie féodale en F. et en Angleterre, XV-XIIe siècles, ivi 1933; H. PirenneG. Cohen-H. Focillon, La réallisation occidentale du moyen dge, ivi 1933: Ch. Petit-Dutallie e P. Guinard, L'estar des Etats d'Occident, ivi 1937; F. Lot, La fin du monde antique et les débuts du moyen dge, ivi 1938; M. Bloch, La société féodale, 2 voll., ivi 1939: H. Sée, Hist. économique de la F., 1, ivi 1939; a* ed., ivi 1948; A. Coville e R. Fawtier, L'Europe occidentale de 1270 à 1360, 2 voll., ivi 1940-41; J. Calmette, L'effondrement d'un Empire et la naissance d'une Europe, ivi 1941; F. Lot-Ch. Pfister-F. L. Ganshof, Les devirides de l'Empire en Occident de 795 à 828 , 2^{*} ed., ivi 1940-41; A. Fliche, L'Europe occidentale de 828 à 1123, 2^{*} ed., ivi 1941; R. Fawtier, Les Capétiens et la P., ivi 1942; F. Lot, La F. des origines jusqu'à la guerre de Cent ans, ivi 1943; E. Perroy, La guerre de Cent ans, ivi 1943; F. Lot, L'are militaire et les avouées au moyen dge, 2 voll., ivi 1946: H. Pircane-E. Perroy, La désagrégation du monde médiéval, 3^{*} ed., ivi 1946; F. L. Ganshof, Qu'est-ce que la féodalité, Bruxelles 1947; Ch. Petit-Dutallie, Les Communes frangisues, Parigi 1947; L. Halphen, Charlemagne et l'Empire carolingien, ivi 1947; J. Calmette, La société féodale, 4^{*} ed., ivi 1947; L. Halphen, Les barbares, 3^{*} ed., ivi 1948; id., L'ester de l'Europe, 4^{*} ed., ivi 1948.

Per la storia religiosa: N. Valois, La F. et le Grand Schisme d'Occident, 4 voll., Parigi 1896-1902; G. Kurth, Clovis,
a voll., 2^{*} ed., ivi 1901; E. Vacandard, Vie de si Bernard, 2 voll., 3^{*} ed., ivi 1901; E. Martin, St Colomban, ivi 1902; E. Mále, L'ari religieuse en France du XIIr s, au XIII- et à la fin du moyen dge, 3 voll., ivi 1908-23; E. Leane, Histoire de la propriété ecclésiastique en France, 6 voll., Lilla 1910-43; P. Morlier, Hist. abrégée de l'Ordre de St Dominique en France, Tours 1926; J. Rivière, Le problème de l'Eglise et de l'Etat au temps de Philippe le Bvf, Lovanio 1925; L. Srébier, L'Eglise et l'Orient au moyen dge. Les Croisades, 3^{*} ed., Parigi 1928; G. Govan, St Louis, ivi 1928; A. Fliche, La chrétienté médiévale, ivi 1929; J. Guirard, Hist. de l'Inguistion au moyen dge, 2 voll., ivi 1932-38; G. Digard, Philippe le Bel et le Saint-Siège de 1123 à 1304, 2 voll., ivi 1937; Fliche. Martin-Peutaz, VI; A. Fliche-V. Martin, Hist. de l'Eglise, VII, Parigi 1948; VIII, ivi 1946; IX, ivi 1948; P. Belperron, La Croisade des Alleganis, ivi 1942; E. Gilson, La philosophie au moyen-dge, ivi 1944; A. Fliche, La querelle des Insectitures, ivi 1946; Ch. Poulet, Hist. de l'Eglise de F., moyen-dge, ivi 1946; R. Grossean, Hist. des Croisades, 3 voll., 2^{*} ed., ivi 1948-49; L. Halphen, P. Glorieux, G. Le Bras a altri, Aspects de l'Université de Paris, ivi 1949; G. Moller, Les Popes d'Avignon, 9^{*} ed., ivi 1950. Guglielmo Mollar
II. Nell'età moderna. - La pazzia ad intermittenza del re Carlo VI incominciata nel 1394, impedisce alla nazione francese di cogliere quei vantaggi che la situazione generale dell'Europa aggravata dallo scisma le avrebbero consentito. Scoppiarono infatti subito le rivalita per il governo del Regno fra zii e fratelli del re che miravano al loro particolare tornaconto; primo fra tutti Filippo di Borgogna che

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(Ini, Bihlioteca Vaticana)
Francia - Caria di Jacopo Angelo Sorentino (1472) - Biblioteca Vaticana, Urb. lat. 277, f. 123^{°}-124.
voleva provvederc allo sviluppo del suo Stato fiammingo sul Besso Reno. In seguito piena di disastri c di turbolenze è la storia francese del sec. XV; dal 1415 al 1429 si ha la ripresa della guerra dei Cento anni con una lenta ripresa sino al 1453 , cui tiene dietro un periodo di faticoso riassetto, in cui sono di fronte l'assolutismo monarchico, l'alta feudalità e gli Stati Generali; questo duro e faticoso lavorio, fecondo di avvenire è abbondonato sul finire del secolo, con lo scopo di perseguire i sogni ambiziosi dell'impresa d'Italia e di un primato europeo, che dopo 66 anni di guerra lascerà la F. sconfitta e la monarchia debole e screditata.

Motto nel 1404 Filippo di Borgogna, zio del re e di fatto reggente, suo figlio Giovanni venne messo da parte da Luigi D'Orléans fratello del re, marito di Valentina Visconti, pessimo amministratore a sua volta; che il 23 nov. 1407 cadde vittima di un agguato del cugino di Borgogna che prese il governo, favorl Parigi e i suoi marcanti, determinando la reazione della feudalità che si strinse attorno ai figli dell'Orléans sotto la guida del conte di Armagnac da cui prese il nome la fazione. Si ebbe allora una lunga guerra civile, mentre a Parigi la prepotenza della piazza e dell'Arte dei macellai e del loro capo Caboche, provocando una reazione, dava la citrà in mano agli Armagnacchi.

Su questa F. turbata e insanguinata piombò la invasione inglese di Enrico V che cerca un diversivo alla sua difficile situazione interna con una guerra
popolare e fortunata, e per 14 anni i disastri francesi si susseguono: la caduta di Harfleur, la sconfitta di Azincourt (1415), la caduta di Rouen, l'assassinio di Giovanni duca di Borgogna, col susseguente Trattato di Troyes ( 1420 ) per cui il re diseredava il Delfino Carlo e riconosceva come suo erede Enrico V, fidanzato alla figlia Caterina; ad esso aderiva il nuovo duca di Borgogna in modo che tutto il paese fino alla Loira, compresa Parigi, cadde in mano agli Inglesi. Nel 1422 alla morte dei due re vennero proclamati a Bourges il Delfino (Carlo VII) e a St-Denis il figlio bambino di Enrico V quale re di Francia e di Inghilterra. Nel 1429 la decadenza della F. è al colmo : gli inglesi si preparano ad Orléans a passare a sud della Loira, quando una fanciulla non ancora ventenne, Giovanna D'Arco che convinta, dalle sue visioni, della missione divina di salvare la F., si reca a Bourges, scuote l'inerzia del re e della sua corte. Mandata con una spedizione ad Orléans metre in fuga gli inglesi, conduce il re a Reims a farsi incoronare e, benché cadesse in mano degli inglesi a da essi fosse mandata al rogo come strega, inizia veramente la riscossa della F., dove nel ' 53 sotto gli inglesi non rimaneva che Calais.

Da tante rovine risorge a nuovo prestigio la monarchia che se ne serve per instaurare una amministrazione regia e assoluta, libera cioè dalle limitazioni dei diritti feudali, delle franchige comunali, degli Stati Generali. Essa ormai avrà una sua finanza, un suo esercito, una sua giustizia superiore a quella

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feudale e il controllo sulle amministrazioni locali. Il Concordato del 1516 poi pur appagando il desiderio papale di veder soppressa la prammatica di Bourges con i suoi principi gallicani e basileesi, mette la Chiesa di F. nelle mani della monarchia che presenta i candidati ai vescovadi e abbazie per la investitura papale. Sono cosi ga vescovadi, 527 abbazie, oltre altri priorati che permettono al re di compensare con ricche prebende ministri, favorire cadetti di famiglie nobili e persino diplomatici stranieri. Inoltre con l'incorporate i cadetti nobili nella nuove milizie che Carlo VII crea nel 1445 al posto delle antiche brigantesche compagnie di ventura il re ammansisce la riottosita delle famiglie; mentre i nobili maggiori son tolti dalle province a fatti cortigiani alla morcé del re e sottratti alla rovina economica. Sarà compito specifico di Luigi XI (146:-93) macchinare la rovina dell'alta feudalita, alla quale erano state distribuite le province quale appannaggio per i cadetti reali.

Ai metodi sleali degli ex-compagni egli rispose con altri egualmente falsi e crudeli per sfuggire agli impegni impostigli e alle promesse strappategli con le loro coalizioni ribelli anche se chiamate del Bene pubblico. Tragico fu il suo duello con Carlo il Temerario duca di Borgogna che sognava un suo regno indipendente fra la F. e l'Impero e che cade a Nancy (1477) sotto le picche degli svizzeri pagati, segretamente, da Luigi XI. Luigi XI ne assorba gli Stati francesi : e man mano ricostituisce l'unita territoriale della F., riprendendo il Maine e l'Angiá, ritogliendo al fratello la Normandia a la Guienna, sterminando le case di Armagnac, Alençon, Nemours, St Pol, sottomettendo il duca di Bretagna, e occupando l'Artois, la Franca Contea, il Charolais (questi scioccamente restituiti più tardi da Carlo VIII), la Piccardia e le contee di Borgogna a Boulogne, domini questi gia borgognoni. Domata la feudalita, egli saprà imporsi agli Stati Generali, convocandoli sempre più di cedo. Sicché quando nel 1484 sua figlia Anna di Beaujeu, reggente del minorenne Carlo VIII, non terrà conto della proposta di limitare la taglia (che era divenuta la fonte maggiore delle entrate reali e veniva fissata ad arbitrio del re), la monarchia sicura delle sue entrate potrà dirsi veramente assoluta. Luigi XI, pur tra la riottosita interna e il pericolo borgognone non cessa di intervenire all'estero, anzi l'invadenza di Carlo lo spinge a controbatterne l'azione con ogni mezzo, in Svizzera, Lorena e Italia, si da ridurre il ducato di Savoia a una specie di vassallaggio, benché gli resista proprio la sorella Iolanda, duchessa reggente. Si interpone anche fra Firenze e Napoli e fa spesso sentire il suo peso a Roma servendosi sia della Prammatica che delle ordinanze ecclesiastiche. Occupa come pegno di un prestito la Cerdagna e il Rossiglione e aspira alla Catalogna. Scomparso il Temerario, questa politica si fa più pesante e attiva pur senza veri interventi : la morte lo coglie quando l'eredità della Provenza, che gli dà i porti di Marsiglia e Tolona, lo mette di fronte al problema mediterraneo. Nella sua reggenza Anna de Beaujeu (1483-91) costretta a soffocare le nuove rivolte dell'alta feudalita, ha ancora la possibilità di assicurare alla Corona il ducato di Bretagna col matrimonio del giovane re con la erede del ducato. Sarà il giovane e romantico Carlo VIII ( 1483-98 ) che però varcherà le Alpi perseguendo il sogno della conquista di Napoli (quale erede dei diritti degli Angiò) come tappa per Gerusalemme a

Costantinopoli. Liquidata la crisi di Bretagna con le disastrose cessioni ricordate, Carlo VIII da Senlis nel maggio del 1493 invia le sue ambasciate agli Stati italiani per chiedere il concorso. In Italia non si crede alla spedizione e si risponde evasivamente salvo a Milano che per il fatto di Genova è quasi vassalla : la ostinazione puerile del re vince le opposizioni interne e nel luglio del ' 94 già si combatte a Rapallo, o Genova è una base francese. Nell'ott. l'esercito francese è in Piemonte e, ai primi di noi, nella Lunigiana sforzesca e facilmente fa crollare l'opposizione di Firenze perché la citta è per tradizione filofrancese, anche se l'inetto Piero de' Medici e legato agli Aragonesi di Napoli. Estorti denari a Firenze, la marcia procede facile fino a Roma: il za felibr. il re è in Napoli senza aver mai dato una vera battaglia. Gli Stati italiani sentono ora l'errore di aver rivelato la propria debolezza politica e militare e, spinti da Venezia e dall'Aragonesz, che teme per la Sicilia con Napoli francese, formano una lega italiana ad europea; il re deve ritornare in F. con il proposito, durato sino alla morte, di ritornare in Italia. Purtroppo la monarchia francese si e cosi impegnata in questa linea che, dannosa ai suoi veri interessi, coalizza contro di essa tutta Europa da pernistervi fino al 1539 , perché il successore. Luigi XII (1498-1515) quale nipote di Valentina Visconti, organizza subito la conquista di Milano con l'aiuto di Venezia e di Alessandro VI. Milano e presto occupata, la F. possiede con ciò la chiave d'Italia, ma Luigi XII continua l'errore di Carlo VIII e aspira a Napoli. Il Regno meridionale è presto occupato e spartito con l'Aragona ma anche perduto appena sorte le prime rivalità, e Luigi XII avrà cosi convinto la Spagna che Napoli non può restare spagnola con Milano francese. La politica italiana di Luigi XII prosegue contro Venezia con la lega di Cambrai, ma la riscossa di Venezia porterà a quella coalizione antifrancese che era nella logica europea, all'espulsione dei francesi da Milano (1512) e all'invasione della F. da parte di inglesi e imperiali: nel 1515 Luigi XII morendo vedrà perdute tutte le sue conquiste. Il cugino e successore Francesco I di Valois-Angoulême (1515-47) con la vittoria di Melegnano (1513) riprende Milano, ma appena per 8 anni, perché riaperta la guerra con la Spagna, ora strumento delle ambizioni imperiali di Carlo V, la F. la perderà e per sempre. Nuove spedizioni falliscono e la più grave disfatta sarà quella di Pavia (1525) per la quale Francesco I, fatto prigioniero, pur di tornare libero rinuncerà all'Italia e alla Borgogna. Poi per salvare questa provincia si gioverà della Lega di Cognac (1526) con gli Stati italiani come di uno spauracchio, finendo con l'abbandonare i suoi alleati nella pace di Cambrai (1529).

L'Italia è già perduta anche se nel 1536 Francesco I occupa il Piemonte col pretesto dell'eredita di sua madre Luisa di Savoia; la lotta contro le ambizioni universali di Carlo V si sposta dall'Italia verso le Fiandre per la recisa neutralità di Venezia e di Paolo III malgrado gli intaighi francesi, e la F., per cercare alleati equilibratori, dovrà ricorrere agli Ottomani, alle loro flotte corsare del Mediterraneo e ai principi riformati tedeschi che frenano la potenza imperiale di Carlo V. Grazie ad un equilibrio di forze, la F. non è intaccata dalle invasioni dell'Imperatore, però gli ultimi tentativi di Francesco I a suo figlio Enrico II (1547-59) non hanno alcun esito; e a Cateau-Cambrésis nel 1559 i patti di 30 anni

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prima a Cambrai sono confermati, le terre italiane occupate in Corsica, Toscana e Piemonte vengono definitivamente agombrate; unico miglioramento la cipresa di Calais e l'occupazione di Metz, Toul, Verdun e del Saluzzese.

Alle guerre rovinose si aggiunse la cattiva amministrazione. Luigi XII aveva cercato di alleviare tributi e togliere ingiustizie meritandosi il titolo di padre del popolo; ma con Francesco I, alle esigenze belliche si aggiungono quelle di una corte brillante e sfaraosa che viaggia continuamente col suo treno di più di diecimila cavalli. Il bilancio, malgrado l'altezza della taglia, stenta ad essere in equilibrio negli anni ordinari, a perché la guerra è quasi costante si ricorre ai prestiti specie con i mercanti italiani di Lione e alla disastrosa vendita degli uffici moltiplicati a questo scopo e resi poi anche cudibili; il che, se dà un capitale al momento, priva per sempre lo Stato della rendita corrispondente. La pressione tributaria, la svalutazione del denaro che riduce il valore dei censi e dei salari, turbano la vita economica; vi è quindi verso la fine del periodo un malcontento per il disagio economico per la crescente centralizzazione amministrativa che, non sempre utile, in ogni caso disturba abitudini e interessi.

Alla guerra italiana e alla pace del ' 59 segui in F. un quarantennio di agitazioni e di guerre civili che si sogliono dire religiose e cioè lotte tra riformati (ugonotti) e cattolici, ma in fatto queste guerre hanno origini ben più complesse come lo scrodito della monarchia sconfitta, la debolezza del governo di tre re minori o quasi (Francesco II [1559-60], Carlo IX [1560-74], Enrico III [1574-89], i tre figli di Enrico II). Tale debolezza permette alla feudalita di tentare una rivincita sulla monarchia servendosi del pretesto religioso, mentre questa persegue una politica di tolleranza ed equilibrio tra le due fazioni. Alla monarchia francese manca quell'interesse per la Riforma che hanno i principi tedeschi per impedromirsi dei grandi beni ecclesiastici, poiché il re ne può disporre in altro modo, né esistono in F. veri principati ecclesiastici. Già Francesco I pure in lega coi protestanti tedeschi, se da prima tenne un contegno incerto, poi si rivelò severo e sospettoso verso i riformati di cui molti dovettero esulare tra cui Giovanni Calvino.

Il partito riformato, dapprima diffuso nei ceti inferiori malcontenti, cambiò faccia quando nel '58-59 vi aderirono i Borboni e i Condé, ultimo ramo della famiglia reale oltre quello regnante, che si era avvantaggiato col matrimonio di Antonio di Borbone (fratello di Luigi di Condé) con Giovanna d'Albret, crede della Navarra francese. Da quella adesione il partito assunse carattere politico, quale ripresa della lotta della feudalità contro la monarchia, esigendo oltre la libertà del nuovo culto il riconoscimento dei diritti dei principi del sangue, specie in odio ai duchi di Guisa, di origine lorenese, che per la bravura del maresciallo Francesco, prevaleva nel governo ed era il capo del partito cattolico. Durante la minorità di Carlo IX la reggente Caterina de' Medici (che finl con l'essere in odio ad ambo i partiti e a cui si rinfacciava l'origine italiana) negli Stati Generali del 1561 pubblicò una Ordinanza di conciliazione. Ma nel '62 un grave incidente provocato dal Guisa a Vessy fa scoppiare la guerra civile. Le paci di Amboise ('63) Longjumeau ('68) non sono che tregue. Dopo quella di S. Germain ('70) il capo calvinista Coligny cerca di guadagnarsi Carlo IX prospettan-
dogli la conquista della Fiandra ribelle a Filippo II. Questo breve episodio degli ugonotti con la monarchia fu tragicamente interrotto dall'eccidio della notte di s. Bartolomeo ( 24 ag. '72) in cui a Parigi, col consenso del re, numerosi ugonotti vennero uccisi sotto l'accusa di complotto contro il re. Indi nuova guerra civile e atteggiamento antimonarchico del calvinismo e vana pace del 1576 perché la grande maggioranza francese e gli Stati generali erano contro gli editti di tolleranza. La guerra civile si aggravò poi quando morto nel 1584 il fratello del re, a sua volta senza figli, la successione toccava a Enrico di Navarra ugonotto. La lega cattolica, capeggiata da Enrico di Guisa, accetto la dichiarazione di papa Sisto V che il Navarra non poteva, come eretico, succedere al trono a Parigi assunse un atteggiamento ostile al re stesso che fece uccidere nelle sue stanze a Blois il 23 dic. '68 il Guisa, ma che a sua volta il 1^{°} ag. ' 89 veniva assassinato sotto Parigi che era andato ad assediare con Enrico di Navarra.

Per quanto designato dal re morente, Enrico IV ( 1589 -1610) non fu che parzialmente riconosciuto: Parigi invocd l'aiuto di Filippo II e ricevette una guarnigione spagnola. Furono quattro anni di guerra confusa, ma lentamente prevalse il sentimento nazionale: Enrico IV, già convinto delle necessità della conversione, nel ' 93 abiurava e veniva consacrato re l'anno dopo in Parigi: la guerra si volgeva ora contro la Spagna che nella pace di Vervins ('98) riconfermava i confini del 1539 ; poco prima il re con l'editto di Nantes ( 30 apr. 1598) aveva concesso ai protestanti libertà di coscienza e parziale di culto, e in più come garanzia il possesso di alcune piazze di sicurezza fra cui La Rochelle, concessione politica che Richelieu limiterà come pericolosa. Enrico IV seppe con mano forma ristabilire l'autorità regia decaduta, rimediare ai danni della guerra civile, migliorare le finanze, diminuire la taglia, favorire le industrie e la colonizzazione in America; rinunciando a Saluzzo ottenne da Carlo Emanuele di Savoia la Bresse e il Bugey (1801). Sante le ferite maggiori, la F. ritorna era al vecchio sogno di primato europeo; la resistenza in Germania dei protestanti alla avanzata cattolica offre un'occasione alla rivincita sugli Asburgo. Ma la voce di accordi con i protestanti turbe i cattolici e il re cade vittima di un fanatico ( 14 maggio 1610 ) lasciando erede un bambino di nove anni (Luigi XIII [1610-43]) sotto la reggenza della regina Maria de' Medici.

Con la scomparsa di una così grande personalità si ha una politica di debolezza verso la nobiltà e gli ugonotti, tornati prepotenti, di sperperi del tesoro per calmare i malcontenti, di convocazione degli Stati Generali (gli uccelli di malaugurio della monarchia) e di prevalenza nel governo dei favoriti fiorentini della regina fra cui primo il Concini, marito di una sua dama. Il giovane re nel 1617 se ne libera facendolo assassinare e allontanando la madre, per cadere in balia di incapaci e disonesti. Verso l'estero si venne a una stretta unione con la Spagna, combinando anzi il matrimonio del re con la figlia di Filippo III e si assisté inerti alla prima fase della guerra dei Trent'anni e ai trionfi imperiali. Solo con l'avvento del Richelieu nel 1624 la F. ebbe un governo a una politica sua che Luigi XIII, pur debole, ebbe il merito di sostenere contro tutta la corte. Richelieu riprese i metodi di Enrico IV sottomettendo la feudalità, gli ugonotti, i Parlamenti a stroncando senza pietà gli intrighi della regina madre e del fratello del re. In politica estera riprese per gradi la

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lotta contro la Casa d'Austria, prima cacciandola dalla Valtellina poi portando un principe francese (Gon-zaga-Nevers) a Mantova e Casale e facendosi cedere dai Savoia Pinerolo per avere un piede in Italia. Poi, per quanto vescovo zelante di Luçon ed efficace polemista contro i protestanti, non esitò a servirsene sul piano politico, per controbattere l'assolutismo imperiale, prima aiutando gli avedesi poi intervenendo direttamente in Germania e nelle Fiandre. La sua politica fu condotta poi a buon termine dal card. Mazzarino a lui successo dopo la sua morte nel '42 e quella del re nel ' 43 , duratria la reggenza di Anna d'Austria. Con la pace di Vesfalia nel ' 48 , l'Impero cedette alla F. l'Alsazia, meno Strasburgo, e riconobbe la semi-indipendenza dei principi tedeschi. Terminata felicemente la guerra germanica, restava al Mazzarino da vincere la guerra con la Spagna e la opposizione del Parlamento di Parigi alle nuove tasse degenerata in vera rivolta della popolazione, e poi, domata questa, l'opposizione dei principi quando egli fece arrestare il Condé che pretendeva di essere l'arbitro del governo (Fronda parlamentare a principessa). Mazzarino dovette esulare ( 1651-53 ) e tornò solo quando le discordie dei suoi nemici e la tenace fiducia della regina madre gliclo permisero. Egli cercò allora di riparare alle gravi perdite causate dalla Fronda e riuscì con l'alleanza dell'Inghilterra di Cromwell ad obbligare la Spagna alla pace dei Pirenei ( 7 nov. '59) che dava alla F. la Cerdagna e il Rossiglione, gran parte dell'Artois e città delle Fiandre, mentre col matrimonio di Luigi XIV con l'Infanta di Spagna, Maria Teresa, poneva quasi un'ipoteca sull'eredità spagnola. Due anni dopo moriva (1661) lasciando la F. al primo posto in un'Europa mezza distrutta dalle guerre.

Con Luigi XIV (1643-1715) si ha il grande secolo, l'età d'oro dalla F. : non solo la potenza di Luigi XIV domina l'Europa, ma la corte di Versailles col suo sfarzo è il modello delle corti europee, le mode francesi si impongono ovunque, la letteratura e la cultura sono celebrate a imitata in tutti i circoli dotti d'Europa. Il Regno di Luigi XIV (uomo di alto ingegno e di meravigliosa attività) cominciato con grandi trionfi finisce disastrossmente per le continue guerre che fanno sorgere contro di lui coalizioni sempre più vaste. Nella prima guerra contro la Spagna ottiene città delle Fiandre, fra cui Lilla, nella seconda contro l'Olanda ottiene nella pace di Nimega (1678) la Franca Contea, e poi durante la pace con le Camere di riunione occupa nuove città tra cui Strasburgo (1684); queste e altre prepotenze, tra cui il bombardamento di Genova ( 1685 ), promuovono la Lega di Augusta (1688-97) che obbliga Luigi XIV a restituire gran parte di quanto aveva occupato. Nell'ultima guerra, di successione di Spagna (ca. 1700-13), per avere accettato il trono spagnolo in favore del nipote Filippo V si vide addosso quasi tutta Europa e costretto a chiedere pace accettando lo smembramento del dominio spagnolo a vantaggio dell'Austria (Utrecht, 1713). Nel 1715 il re moriva lasciando erede un pronipote di cinque anni sotto la Reggenza (17151723) del duca d'Orléans. All'interno per la vita economica, malgrado agli inizi vi fosse stata l'opera del grande ministro G. B. Colbert, la F. era in condizioni rovinose. Il dispotismo regio aveva soppresso ogai autonomia e libertà. In materia religiosa non soltanto era stato soppresso l'editto di Nantes ( 18 ott. 1685) che regolava i rapporti con i riformati, ma se ne era voluto imporre la conversione con mezzi militari,
provocando l'esodo di migliaia di Francesi. I rapporti con la S. Sede furono messi ripetutamente alla prova dalle prepotenze di Luigi XIV particolarmente nel 1662 sotto Alessandro VII a proposito dell'episodio della guardia corsa a Roma e poi nel 1687 a proposito dei cosiddetti privilegi delle ambasciate, cui il re non intendeva rinunciare, nonostante gli abusi cui avevano dato origine e la rinuncia delle altre potenze. Ma assai più gravi furono due controversie teologiche che tennero agitati gli animi. La prima fu quella delle famose libertà gallicane che pretendevano limitare l'autorità pontificia, e, come conseguenza, la sua infallibilità, e che rispertasi sino dal 1661 , culminò nel marzo del 1682 con la proclamazione da parte dell'Assemblea del clero francese dei quattro articoli prontamente sanzionati dal Re. La seconda controversia, che va tenuta distinta dalla precedente, fu quella del giansenismo (v. giansenio e giansenismo) che nelle sue diverse fasi e condanne, avvalendosi dei quattro articoli, concorse a scompaginare la disciplina ecclesiastica e la dovuta dipendenza della S. Sede. Né va dimenticata la lotta contro il quieismo (v.).

Il settantennio che va dalla morte del e gran re alla Rivoluzione non è che un continuo muoversi verso la crisi finale.

La decadenza sempre più grave della monarchia con le guerre sfortunate, la vita scandalosa di Luigi XV (1715-74) e i costumi della corte, la disastrosa politica finanziaria mentre si accentua nell'opinione pubblica la convinzione di un necessario rinnovamento della costituzione politica a sociale, conducono la F. verso un tracollo catastrofico. Però la F. è sempre il centro d'Europa per l'arte, la letteratura, la filosofia, le mode: la sua azione è immensa in ogni campo nonostante il decadere del suo prestigio politico. La guerra di successione polacca per mettere sul trono Stanislao Leczinski, padre della regina, fallisce il suo scopo ma fa sperare alla F. la Lorena (Nancy) data temporaneamente a Stanislao, mentre in Italia obbligava l'Austria a lasciare Napoli e la Sicilia : la seconda per la successione d'Austria, piena di disastri, servì solo, come si disse allora, per il re di Prussia che si guadagnò la Slesia. Nella terza guerra, detta dei Sette anni, si ebbe il rovesciamento delle alleanze attribuito dall'opinione pubblica alla Pompadour: essa costò alla F. il Canadà, il Senegal e la Luisiana. Poco dopo per controbilanciare la prevalenza inglese nel Mediterraneo viene occupata la Corsica (1768). L'opinione pubblica si fa sempre più ostile per gli scandali della vita privata del re, gli sperperi a cui essa dà occasione, la debolezza della politica estera nella quale irretito dagli intrighi dell'Austria lasciò compiersi la prima spartizione della Polonia. Si accentuano nella letteratura le critiche alla vecchia costituzione, ai reati dei privilegi feudali, mentre il terzo stato aspira a una partecipazione al governo proporzionata alla sua importanza economica.

Molte speranze si avevano sul nipote Luigi XVI (1774-92), ma alla sua natura buona ed onesta non corrispondeva né l'ingegno né la volontà, mentre il compito di riformare uno Stato così disordinato era tale da far tremare un Enrico IV; aggravava i difetti del re la regina Maria Antonietta d'Austria, non certo colpevole come la presentavano i libelli calunniatori, ma frivola, amante del lusso a portata a ingerirsi nella politica per favorire i suoi amici o gli interessi della sua Casa. Fra i nuovi ministri il T'urgot era onesto e capace e di alta competenza economica ma senza

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l'energia per lottare contro gli intrighi della corte sospettosa delle sue intensioni di economia. La guerra per l'Indipendenza americana fu un successo (pesante per le finanac francesi già cosi scosse) in quanto omilia l'Inghilterra che perdette Minorca e restituì il Senegal, ma diffuse ancor più tra la popolazione quel principio di libertà che si vedevano difesi in America e non applicati in patria. Nella vita pubblica incombeva il disastro finanziario, specie dopo che il rendiconto del Necker nel 1781 ebbe rivelato la gravita delle spese della corte: dal Necker al Calonne, al Lomenie de Brienne non cessano gli sperperi, percio l'opinione pubblica, le assemblee dei notabili e i Pariamenti si rifiutano a nuove tasse e chiedono invece una assemblea nazionale. La monarchia screditata, ridotta al a bancarotta, avendo sospeso i pagamenti, ricorre alla convocazione degli Stati Generali, dimenticati già da 175 anni, e al richiamo del Necker per calmare l'opinione pubblica, si crede cosi di iniziare la riforma dello Stato e invece s'apre la porta alla Rivoluzione.
Rimi, li verissima; la si pud trovare, divisa per argomenti, in H. Pirenne-A. Remondet. La fin du negeu dge, 2 voll., Parigi 1931; H. Hauser, Les delurs de l'age moderne, ivi 1920; J. Calmetre. L'elobasnition du monde moderne, 3^{4} ed., ivi 1940; H. Sée-A. Riddhun. La XV'ir niéle, ivi 1934; H. Hauser. La prehondérance nationale, 3^{4} ed., ivi 1948; A. de Saint-Léger-Ph. Sagnac. La prepondèrance frangaisie, ivi 1933; P. Muret. La prépondèrance anglaise, 3^{4} ed., ivi 1942; Ph. Sagnac. La fin de l'ancien vigian, ivi 1931. Per il Seicento v. pure l'informizianina E. Préchin-V. L. Turril. Le XV'IP riocle, 34 ed., ivi 1940. Per la storia religiosa C. Perles, Histoire de l'Eglise de France. (Livi 1946. Luigi Simoni
111. La Rivoluzione. - La situazione finanziaria, il discredito contro coloro che non sapevano metterci rimedio e gli insuccessi politico-militari non sarebbero bastati a creare quel complesso di avvenimenti che dall'ultimo decennio del sec. xviri si ripercossero dalla F. in tutta l'Europa, dando principio alla nuova storia. Si erano evoluti nello spirito pubblico convincimenti e tendenze che miravano ad una radicale trasformazione della società sia nel campo spirituale sia in quello politico-economico. Presso le classi colte si era radicato quello spirito che in F. è noto sotto il nome di «Enciclopedismo", perché particolare esponente ne era la famosa Encyclopédie la quale, sotto professione di filosofia, chiamava gli spiriti alla piena indipendenza da ogni rivelazione ed alla totale esperienza della ragione umana. Si esprimeva tutto cio con la enunciazione della libertà di coscienza che si polarizzava o verso un deismo che, pur non rinnagando ogni spiritualità, la concepiva indipendente da ogni confessionalità e da ogni intervento provvidenziale, o verso un materialismo, elegante, se si vuole, e raffinato, ma pur sempre brutale nelle sue conseguenze; il cristianesimo lo si combatteva, più o meno larvatamente, nel campo storico e filosofico o lo si tollerava per la necessità di moderare gli istinti popolari.

Aspetto del tutto pratico il filosofismo assume in grazia delle dottrine e della pedagogia di Gian Giacomo Rousseau, che ebbero larga diffusione e favore. Da lui ebbe origine quello che venne chiamato il ritorno allo stato di natura, cioè a quell'originaria bontà naturale, che sarebbe stata deturpata in seguito dall'assolutismo, alla primitiva eguaglianza a fratellanza che dovevano distruggere il regime del privilegio, creato dall'egoismo delle classi usurpattici. Doveva percio essere radicalmente riformata l'educazione pubblica, creato un costante ricorso alla consultazione popolare, sia nel proporre le leggi, sia nel nominare gli esecutori; un avvicendamento al potere insieme con l'educazione statale doveva offrir garanzia contro qualunque ritorno della tirannide. Si riteneva ormai di aver in mano i principi e le direttive per creare
una società nuova, secondo le conclusioni della filosofia; ed in particolare il terzo stato, in confronto alla nobiltà ed al clero, considerati i detentori del privilegio, intendeva far prevalere la forza del suo numero e delle sue rivendicazioni.

Il clero si trovava in una situazione assai delicata. Nei suoi gradi più alti era reclutato nelle più alta nobiltà, ed i più ricchi benefici, vescovati, abbazie, pensioni, gli consentivano una vita di sforzo che confinava con la mondanità; alla medie nobiltà cittadina e campagnola erano di fatto riservati i benefici minori, specie nei Capitoli collegati e cattedrali. Finalmente il clero rurale, il più numeroso, aveva una parte ben piccola nella distribuzione dei redditi ecclesiastici; costretto ad una vita assai modesta, con l'abbligo di provvedere anche alla scuola popolare, era a diretto contatto con la parte più umile della popolazione da cui esso stesso proveniva, sentiva più da vicino il peso delle ingiustizie sociali ed il legittimo diritto che vi si ponesse rimedio. Trovarono percio presso di lui facile consenso non solo quanto pareva dovesse condurre a sollevare le condizioni del popolo, ma anche quelle proposte di riordinamento ecclesiastico che facessero sparire almeno i più evidenti abusi. Nessuna meraviglia percio che esso affiancasse l'opera del terzo stato.

Le condizioni dello spirito pubblico, quando il 5 maggio 1769 si aprirono gli Stati Generali, erano divise fra coloro che avrebbero voluto conservare il più possibile dell'«ancien régime», ed erano relativamente pochi, perché di un rinnovamento si sentiva il bisogno, e coloro che volevano mettere mano ad una riforma generale la più ampia possibile in armonia con le nuove teorie. Fino a qual punto dovesse giungere, per quali vie e con quali mezzi, tutto era concepito in modo generico senza alcun programma. Il programma lo sviluppò man mano la piazza di Parigi sotto gli urti dei suoi demagoghi e Parigi fu la tiranna di tutta la F.; mentre le corte e la classe dirigente si mostrarono incapaci di qualunque iniziativa. I rappresentanti del terzo stato, che nel numero totale di ca. 1200 costituivano la metà, rivendicarono a sé il diritto di controllo delle elezioni chiamando ad unirsi con loro i rappresentanti degli altri due stati e mostrando chiaro il proposito di operare come Assemblea nazionale allo scopo di modificare la costituzione tradizionale dello Stato. E poiché sedevano fra loro anche 207 ecclesiastici, fecero parte con questi anche altri che sedevano fra i rappresentanti del clero; si aggiunsero ben presto alcuni dei rappresentanti della nobiltà più inclini alle riforme, anche il terzo stato poteva ormai ritenersi rappresentante non più di una classe, ma di tutta la nazione. La presenza a Parigi di tanti deputati e il loro progressivo cedere dinanzi ai clamori della folla cittadina ubbriacata dai discorsi dei capigopolo che parlavano dell'abolizione della tirannide, condussero alla presa ed alla demolizione della Bastiglia, la fortezza che dominava la città ( 14 luglio). Due giorni dopo i deputati si proclamarono Assemblea cottiznente; e come fondamento della nuova, costituzione da danni alla nazione furono pubblicati ( 24 ag.), in 17 artt., i Diritti dell'Uomo (v.) a del Cittadino, con i quali si proclamava senza altro la sovranità del popolo, la libertà delle credenze religiose e della stampa, il diritto di resistenza contro l'oppressione, cioè il diritto alla rivoluzione. La legge vi è detta un'espressione della volontà universale e dinanzi ad essa tutti gli uomini erano eguali. Ma questo non bastando a rimettere l'ordine a la concordia, la notte del 4 ag. la nobiltà rinunciò ai suoi privilegi a titoli, ai diritti fondiari più gravosi per il popolo (caccia e pesca, balzelli feudali, colombai riservati), alla esenzione dalle imposte ed ai tribunale proprio. Da parte sua il clero rinuncio

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alle decime, contentandosi di un compenso, ai diritti di stola, all'esenzione dalle imposte; ed al contributo di 30 milioni, già assunto per sanare il deficit finanziario, aggiunse quello di 400 milioni, cioó della terza parte della sua proprietà immobiliare; quantunque per l'addietro avesse contribuito più degli altri due stati al bene della nazione. Cessevano in tal modo le costituzioni particolari di stati e di corporazioni e le disuguaglianze nel diritto penale; si apriva a tutti i cittadini l'accesso a tutti gli uffici civili.

La decisione era più generosa che illuminata e non valse ad accontentare lo spirito che si formava nel pubblico. Il ro ott. su proposta di Maurizio di Talleyrand, vescovo di Autun, l'Assemblea dichiarò che i beni ecclesiastici erano beni nazionali; ed il 2 nov. stabili i contributi che la nazione doveva versare per il mantenimento degli ecclesiastici; essi, tolte le antiche urtanti sperequazioni, essi venivano ridotti a salaristi; stabili inoltre che cominciasse subito l'alienazione dei beni. Nel febbr. 1790 l'Assemblea negò valore ai vati solenni e permise ai religiosi il ritorno alle proprie case con la riserva di una pensione sui beni dei conventi; nel sett. fu imposto a tutti di deporre l'abito religioso. Quasi tutte le religiose però rimasero fedeli ai loro vati; cosi i religiosi ascritti agli Ordini più osservanti; mentre fra gli altri molti furono gli apostati.

I rivoluzionari non vollero riconoscere la religione cattolica come religione dello Stato, pretesero invece di redigere una Costituzione civile del clero, ed avvocati giansenisti ne misero insieme un progetto che, portato dicono: all'Assemblea, fu approvato il 27 nov. 1790 nonostante l'opposizione dei cattolici, e sul principio del 1791 se ne incominciò l'applicazione. La F. era stata divisa in dipartimenti ed in cantoni, passando sopra senza riguardo a tutte le tradizioni storiche. Questo programma di assoluta parificazione fu voluto applicare anche nei rapporti ecclesiastici e furono senz'altro sacrificati tutti quegli istituti che non entrarono nei quadri prestabiliti. Abbasic. Capitoli, priorati, cappelle furono tolti di mezzo. Rimasero le parrocchie, le diocesi e le metropoli ecclesiastiche: ma ai 18 arcivescovati ed ai 108 vescovati furono sostituiti 10 arcivescovati e 73 vescovati in corrispondenza agli 83 dipartimenti; le parrocchie dovevano costituirsi d'accordo fra il vescovo e l'autorità civile con lo stesso criterio; i vescovi dovevano essere assistiti de un consiglio composto di parroci e di vicari. Vescovi a parroci dovevano essere elerti da quelle stesse assemblee elettorali che nei singoli dipartimenti eleggevano gli ufficiali dello Stato; al metropolita spettava la conferma dei vescovi, mentre al papa non si dava che una partecipazione dell'elezione avvenuta allo scopo di conservare l'unità, i parroci dovevano chiedere ai loro vescovi la conferma dell'elezione; gli uni e gli altri dovevano giurare dinanzi all'autorità dipartimentale di eseguire i loro doveri e di osservare la Costituzione civile del clero. Il 4 genn. 1791 si cominciò con l'esigere tale giuramento dai membri dell'Assemblea, poi dagli altri che vi erano stati obbligati. Pensando che tale Costituzione non toccasse il dogma, molti pensarono non fosse contraria allo spirito della Chiesa antica; però solo quattro vescovi giurarono; si calcola che un terzo dei preti prestasse giuramento; costoro furono denominati ossermentés (giurati), molti fra essi ritirarono poi il loro giuramento, mentre i rimanenti perdettero ogni credito presso i fedeli; insermentés furono detti coloro che non vollero giunare. Pio VI il 13 apr. 1791 condannò la Costituzione, sospese dagli uffici divini gli ossermentés e dichiarò nulle le nuove elezioni e promozioni ecclesiastiche. Come rappresaglia furono occupati Avignone ed il Venassino.

All'Assemblea costituente tenne dietro nell'ott. 1791 l'Assemblea legislatrice che inasprì sempre più la lotta contro la Chiesa: il 29 nov. fu imposto il giuramento a tutti gli ecclesiastici sotto pena di non poter esercitare il ministero ecclesiastico e di perdere la loro pensione. Nelle primavera del 1792 fu vietato portare l'abito ecclesiastico e soppresso quanto rimaneva delle Congregazioni religiose; furono esiliati a deportati i preti che non avevano
prestato giuramento, sicché quelli che riuscirono a rimanere furono costretti ad esercitare il sacro ministero occultamente con pericolo della vita. Leggi speciali introdussero il matrimonio civile ed il divorzio.

Mentre si legiferava, gli elementi più eccesi non solo forzavano le mani all'Assemblea, ma mantenevano vivo il disordine nella città e nelle campagne con il pretesto della lotta contro gli aristocratici ed i traditori del popolo. Essi facevano capo al Danton che dominava con il club dei cordiglieri, al Robespierre, capo del club della montagna ed al feroce Marat, e provocarono i minacri del 20 sett. a Parigi, accompagnati dalle più gravi ripercussioni nelle province dove venivano mandati in missione i più spregiudicati rivoluzionari. Il 21 sett. la nuova Conversione nazionale proclamò la Repubblica ed il 31 genn. 1793 fece decapitare Luigi XVI: anche la regina Maria Antonietta fu mandata a morte; un Comitato di salute pubblica fu istituito con lo scopo di reprimere ogni rivolta interna e di provvedere ad arginare l'invincente straniera; si ebbe cosi la creazione di un nuovo esercito a carattere popolare, organizzato con quegli elementi dell'esercito regio che accettarono il nuovo servizio. Intanto si arrivava a dichiarare ufficialmente soppressa ogni forma religiosa colpendo in tal modo anche i preti giurati ai quali fu imposto di contrarre patrimonati; fu introdotto il nuovo calendario repubblicano di 12 mesi e tre decadi per mese, che ebbe principio con il 21 sett. 1793; ed il 12 nov. in sostituzione al cristianesimo fu introdotto il culto della "ragione " e della "natura " che due egualdrone, intronizzate nella cattedrale di Notre Dame, furono incaricate di rappresentare.

Con l'uccisione del Marat ( 13 luglio 1793) anche fra gli uomini del "terrore" penetrò la discordia. Il Robespierre, cui presto dispiacevano le pagliassate radicole inscenate dal Danton e dall'Hébert, può materialisti, il mandò alla ghigliottina (apr. 1794). In posa di dittatore volle che la Convenzione riconoscesse l'Essere Supremo e l'immortalità dell'anima; e con salerne cerimonie fece abbattere simbolicamente la discordia, l'ateismo e l'egoismo per sostituire il sapere, la giustizia e l'amore ( 7 maggio). Ma il 28 luglio i termidoriani mandarono lui alla ghigliottina e si impadronirono del potere. Sembrava che non ci fosse tregua per il cristianesimo, perché la Convenzioni il 27 ag. decretava che le chiese cha ancora servivano al culto passassero in possesso della nazione; tuttavia con i decreti del 21 febbr. e del 30 maggio 1793 fu concessa la riapertura delle chiese ed i vescovi e preti costituzionali, ne profittarono per organizzarsi, sotto la guida del Grégoire, vescovo giurato di Blois; mentre i cattolici erano divisi sul giuramento richiesto dalla Convenzione in cui si professava l'odio contro l'autorità regia e l'anarchia.

Il 20 ag. 1795 da F. si dava una nuova costituzione con due camere ed un comitato di cinque direttori (Divertoria) cui spettava il potere esecutivo. I rapporti religiosi non migliorarono; mentre le siete, fra cui quella dei teofilantropi, potevano liberamente organizzarsi, molti preti furono ghigliottinati, molti altri che erano ritornati dall'esilio furono deportati alla Guiana ed internati nelle isole francesi di Ré e di Oléron (1797).

Le leggi della Rivoluzione furono subito applicate anche nei paesi che gli eserciti rivoluzionari riuscirono ad occupare. Nell'Olanda sino dal 1792 fu costituita la Repubblica batava e la Chiesa riformata vi perdette la sua posizione privilegiata sicché cattolici oppressi ne ebbero qualche vantaggio. Dopo le vittorie rivoluzionarie di Jemappes (1792) e di Fleurus (1794), il Belgio, tolto all'Austria, fu annesso alle F. e vi furono perseguitati i preti francesi profughi, introdotto il calendario repubblicano, tolte le chiese ed adattate ad usi civili e militari, proibito il culto pubblico e le processioni, abolite le decime ed impedite di comunicare con la S. Sede. Agli ecclesiastici fu imposto il giuramento repubblicano; e perché per la massima parte non si piegarono, si ricorse anche contro di loro alle condanne ed alla deportazione.

A cominciare dal 1792 cediero man mano in potere della Repubblica i territori che la Chiesa possedeva lungo la sinistra del Reno, i principati elettorali di Co-

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lonia, Treviri e Magonza, i vereovati principesehi di Spira e di Worms ed inoltre i possessi che vi avevano il Regno di Prussia ed altri principati minori. Nel 1795 la Prussia concluse una pace separata, e la F. sepporizzi in tutti quei territori quattro nuovi dipartimenti senza introdurvi la Costituzione civile del clero ed il nuovo calpederio, sopprimendo però gran parte dei monasteri ed obbligando il clero al giuramento civico. Anche in questi paesi un ordinamento ecclesiastico politico che durero da secoli fu spazzato via implacabilmente.

In Italia la Rivoluzione fu introdotta dall'esercito comandato dal Bonaparte nel 1796, che ebbe ben presto ragione sul Regno del Piemonte, occupò il ducato di Milano, i ducati padani, i territori della Repubblica veneta, sin oltre l'Isonzo. Il Papa fu costretto alla pace di Tolentino ( 17 febbr. 1797), perdendo le Legazioni e contribuendo ad una forte indennita di guerra in denaro ed oggetti d'arte; finche, in seguito ai tumulti suscitati ad arte in Roma stessa, il generale Berthier inaugurò la Repubblica romana ( 17 febbr. 1798) ed allontanò il Papa da Roma. Per volere del Direttorio Pio VI fu l'anno seguente condotto prigioniero in F., dove morì il 29 ag. 1799. In questo frattempo Napoleone era impercuno nella campagna d'Egitto e la F. veniva cacciuta d'Italia da una coalizione austro-russa; a Venezia veniva eletto il nuovo papa Pio VII ( 14 marzo 1800) che rientrava il 3 luglio a Roma ormai liberata dal recente regime repubblicano.

Intanto ritornava Napoleone dall'Egitto e con un colpo di Stato sopprimeva il Direttorio (io nov. \Rightarrow 19 brumaio 1799); lo sostituiva un governo di tre consoli, dei quali egli, come primo, assumeva i pieni poteri civili e militari. Per rialzare le sorti della F. intraprese una nuova campagna in Italia e con la vittoria di Marengo ( 14 giugno 1800) cacciava gli Austriaci; in pari tempo la F. ritornava sul Reno. Se si voleva rimettere in F. la pace interna era necessario regolare i rapporti religiosi sconvolti dall'intolleranza repubblicana e Napoleone pensò ad un Concordato con il Papa che sostituisse quello del 1516. I negoziati si conclusero a Parigi il 15 luglio 1801: venne riconosciuto che la religione cattolica era quella della maggioranza dei Francesi a perciò fu ammesso il libero e pubblico esercizio del culto. Invece delle antiche diocesi furono costituite 60 sedi vescovili delle quali io erano metropolitane; ai singoli vescovi fu riconosciuto il diritto di istituire un Capitolo ed un seminario a di creare le parrocchie; la Chiesa rinunciò agli antichi beni, mentre il governo in compenso si obbligò a corrispondere un assegno ai vescovi ed ai parroci; la nomina dei vescovi fu riservata al primo console, l'istituzione canonica al papa. La F. manteneva in tal modo i privilegi dell'antico Concordato; tuttavia l'opposizione fu tenace, e la promulgazione non si ebbe che il 18 apr. 1802; accompagnata da 77 a articoli organici * per l'applicazione del Concordato stesso. Questi erano ispirati alle vecchie tradizioni regaliate, imponevano il placet del governo sugli atti del papa e dei concili esteri, vietavano di tenere sinodi ed adunanze ecclesiastiche senza il consenso del governo, ammettevano l'appello * ab abusu * dalle decisioni della Chiesa alle autorità pubbliche, obbligavano ad accettare i quattro articoli gallicani del 1682, ed introducevano una distinzione fra i parroci nominati a vita (cures) e quelli amovibili (desservants). Non ostante le proteste del Papa, gli articoli ebbero pronta applicazione. Minora importanza, perché minori assai erano stati i turbamenti, ebbe il Concordato con la

Repubblica cisalpina, che Napoleone ratificò il 2 nov. 1803 e fu pubblicato a Milano il 26 genn. 1804, con una aggiunta di articoli analoghi a quelli francesi.

Vincitore ormai delle coalizioni europee contro la F., il 18 maggio 1804 Napoleone fu dal Senato proclamato imperatore dei Francesi, e Pio VII consentì di recarsi a Parigi a coronarlo ( 2 dic.); in questa occasione Francesco II lasciò il titolo d'imperatore di Germania per quello di imperatore d'Austria e Napoleone assurde anche quello di re d'Italia ( 26 maggio 1805 ). Ma egli non seppe contenere la sua ambizione, provocando contro di sé nuove coalizioni europee. Avrebbe voluto che il Papa si trasferisse a Parigi che doveva diventare il cervello del mondo civile; occupò man mano i territori pontifici e perché Pio VII lanciò la scomunica contro i violatori dei diritti della Chiesa, fece occupare Roma, trascinare Pio VII prigioniero a Savona ( 15 ag. 1809), radunare a Parigi un Concilio nazionale di vescovi