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 che doveva diventare il cervello del mondo civile; occupò man mano i territori pontifici e perché Pio VII lanciò la scomunica contro i violatori dei diritti della Chiesa, fece occupare Roma, trascinare Pio VII prigioniero a Savona ( 15 ag. 1809), radunare a Parigi un Concilio nazionale di vescovi francesi ed italiani (giugno 1811), poi condurre Pio VII a Fontainebleau (giugno 1812), per strappargli un nuovo Concordato ( 25 genn. 1813); e per un momento con la violenza vi riuscì. Dopo l'infelice campagna di Russia, Napoleone non fu in grado di resistere alla Europa collegata contro di lui, la F. fu invasa, ed egli cadde in mano dei suoi nemici (1813). Con il Patto di Vienna concluso il 9 giugno 1815 , i collegati pensarono di avere rimesso l'ordine in Europa. Luigi XVIII salì sul trono dal suo infelice fratello e si ebbe così il periodo della restaurazione.

Biel.: Utile come introduzione P. Caton, Manuel pratique pour l'étude de la Révolution Francaise, nuova ed., Parigi 1947; come esposizione delle vicende rivoluzionarie: L. Villar, La Révolution et l'Empire ( 1789-1813 ), 2 voll., ivi 1926, con bibl. (trad. it., Torino 1940). Inoltre: I. Taine, L'antica regime, trad. it., Milano 1907; id., La Révolution, 2 voll., ivi 1907-1908; id., Napoleone, ivi 1900; A. De Tocqueville, L'antica regime e la Rivoluzione, trad. it., Città di Castello 1920. Sulla storia ecclesiastica of. Pastor. XVI, parte 3^{4}, p. 439 sgg.: A. Debidour, Histoire des rapports de l'Eglise et de l'Etat au France de 1198 à 1895, Parigi 1898; P. De La Garce, Histoire religieuse de la Révolution Française, 3 voll., ivi 1909-23; A. Aulard, Le christianisme et la Révolution Française, ivi 1923; E. Lacquanov, L'histoire religieuse de la Révolution Francaise dans le cadre diocésain, in Revue d'histoire de l'Eglise de France, apr.-giugno 1932, pp. 216-30. Per gli studi su argomenti particolari si ricordano: A. Aulard, La Révolution Française et les Congregations, Parigi 1903; A. Mathiez, La théophilanlologie et la culte déradaire 1798-1801, ivi 1902; id., Constitution à l'Histoire de la Révolution Française, ivi 1907; P. Pisani, Répertoire biographique de l'épiscopat constitutionnel 1791-1801, ivi 1907; M. Felle, Histoire des Congregations religieuses, ivi 1908; A. Aulard, Le culte de la raison et le culte de l'Etre Supéroe (17931793), 3* ed., ivi 1909; A. Mathiez, Rome et le clergé français sous la Constitution, ivi 1911; A. Sicaud, Le clergé de France pendant la Révolution, 2 voll., ivi 1912 sgg.; A. Denys-Bulicete, Les questions religieuses dans les cahiers de 1789 , ivi 1919; H. Leclercq, L'Eglise constitutionnelle (juillet 1790-areil 1797), ivi 1932; A. Latreille, L'Eglise et la Révolution Française, I, Parigi 1946; II, ivi 1930); J. Lefloc, La crise révolutionnaire 1779-1946, ivi 1940, con bibl.
IV. La F. contemporanea. - Con la restaurazione si pensò di poter soffocare del tutto lo spirito rivoluzionario ed instaurare un tipo di governo non troppo dissimile dall'ancien régime; ma gli anni della Rivoluzione non erano passati invano sull'Europa ed in particolare sulla F. Tutta una nuova legislazione era stata introdotta con un nuovo ordinamento economico e sociale; con le grandi strade d'erano aperte nuove comunicazioni; aboliti gli antichi privilegi nobiliari ed il protezionismo corporativo, si stava creando il nuovo capitalismo bancario con l'introduzione della grande industria ed il sorgere del proletariato, origine di nuovi movimenti sociali, timidi da prima ma poi sempre più minacciosi. La propaganda attraverso la stampa e la pa-

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rola non poteva più essere arrestata con i mezzi polizieschi, ed i partiti non intendevano abdicare ai loro principi. Accanto ai regalisti, costanti, soprattutto nei riguardi della Chiesa, nelle vecchie idee stavano i bonapartisti, i repubblicani, i rimasugli degli antichi rivoluzionari e si agitavano per la libertà donde la qualifica di a liberali * accettata ben volentieri dai partiti di opposizione.

Un concordato che Luigi XVIII voleva sostituire a quello napoleonico ( 1817 ) non fu nemmeno potuto presentare alla votazione delle Camere, e solo nel 1822 si giunse ad una nuova sircoscrizione ecclesiastica. Tuttavia la vita della Chiesa andò rifiorendo: crebbe il numero dei sacerdoti, dei seminari e degli istituti d'istruzione; si ricostruirono mai mano gli Ordini religiosi e i monasteri femminili; nuove Congregazioni insegnanti ed ospitaliere si organizzarono; le missioni fra gli infedeli trovarono nuovi missionari e nuovi aiuti; anche bani ecclesiastici e fondazioni pie poterono risorgere. Una forte riscossa anticlericale si notd nell'ag. 1830 quando Carlo X, fratello di Luigi XVIII, fu costretto a lasciare il trono a Luigi Filippo d'Orléans il "re borghese". Nel 1848 la rivoluzione detronizzò anche costui e nuove elezioni furono indette; fu allora promulgata una nuova costituzione repubblicana a Carlo Luigi Bonaparte, nipote di Napoleone I, ne fu il presidente; però questi, nel 1852 con un nuovo colpo di Stato si fece proclamare imperatore con il nome di Napoleone III. L's Empire libéral s, come fu chiamato, secondo da principio l'attività che la Chiesa esplicava più liberamente grazie alla popolarità che si era acquistata. Profittando della libertà essa radunò smedi e concili provinciali, diede più largo sviluppo alle sue istituzioni ed alle sue scuole, rimovendo quasi del tutto gli ingombri del vecchio regalismo, i particolarismi e le concezioni gallicane più avanzate. Ma sebbene si mostrasse zelante, per interessi politici, nel difendere il potere temporale del Papa, l'Impero riprese le misure vessatorie del primo Impero a manifestò il suo malvolere soprattutto in occasione del Concilio Vaticano. La guerra francoprussiana del 1870 ebbe il suo epilogo con la caduta di Napoleone III, l'invasione dalla F. e la perdita dell'sazie-Lorena. Superati i disordini provocati dalla Comune di Parigi (v.) nel maggio 1871, l'Assemblea, che era stata eleita per rimettere l'ordine in F., continuò a governare il paese. I suoi membri erano la maggioranza di tendenze monarchiche, ma divisi fra loro a privi di una guida chiaroveggente e risoluta; fu perciò possibile alla minoranza anticlericale a repubblicana, guidata soprattutto da Leone Gambetta e Giulio Orévy con l'influsso della massoneria, ottenere una maggioranza nelle elezioni del 1877 a condurre un politica anticlericale. Pur senza toccare la legislazione che assicurava la libertà della scuola, recente conquista dei cattolici, si trovò modo di chiudere gli istituti tenuti dai Gesuiti e di cacciar questi dalla F.; di vietare a preti e a religiosi l'insegnamento nelle pubbliche scuole e di togliere in queste l'insegnamento religioso (1866); fu introdotto il divorzio (188a), ed obbligati chicrici e religiosi al servizio militare. Leone XIII ripetutamente esortò i cattolici francesi a tenersi uniti accettando la Costituzione repubblicana nel bene supremo della Chiesa e dello Stato a condannando il concetto della separazione dei due poteri. Una violenta lotta anticlericale riarse nel 1899 in occasione dell'affare Dreyfus (v.), sinché nel 1901 per opera del ministero Waldeck-Rousseau si ebbe la prosecuzione delle Congregazioni religiose, pur senza riuscire a soffocare l'insegnamento libero. Per opera del ministro Combes nel Venerdì Santo del 1902 furono tolti i concifesi dalle scuole e dai tribunali; ed in quello stesso anno si ebbe la rottura delle relazioni diplomatiche con la S. Sede. L'ultimo passo fu compiuto con la legge del 9 dic. 1903, la quale pur dichiarando che «la Repubblica assicurava la libertà di coscienza ", aggiungeva che "non riconosceva né salariava alcun culto" e perciò "sopprimeva nel bilancio dello Stato, dei dipartimenti e dei comuni tutte le spese relative all'esercizio dei culti ". Potevano entro il 1906 costituirsi fra i cittadini delle Associstions cultuelles per " provvedere alle spese, al mer-
tenimento ed all'esercizio pubblico di un culto s, con facoltà di raccogliere quote in denaro, costituire limitati fondi di riserva, ricevere in consegna gli edifici di culto con il loro mobilio e gli edifici di abitazione del clero. Esse potevano unirsi fra loro sostituendo amministrazione e direzione centrale e scienfiersi a loro piacimento; erano le sole responsabili per quanto riguardava il culto ed avevano personalità giuridica; il clero però ne era completamente tenuto in disparte. Con speciali articoli la legge regolava l'esercizio del culto.

Con ciò il Concordato del 1801 veniva soppresso; Pio X l'11 febbr. 1906 fece rilevare il torto che veniva fatto alla Chiesa, riprovò la legge, come contraria alla sua costituzione gerarchica e le Cultuelles non furono perciò costituite. Tuttavia la vita religiosa non fu interrotta grazie al coraggio ed alla generosità del clero e del popolo francese, tanto che il governo nel 1907 dovette lasciare le chiese all'uso dei fedeli ed applicare le leggi anteriori concernenti i diritti dei cittadini di adunarsi e di praticare il culto che loro piacesse.

La guerra mondiale del 1914-18 sorprese la F. religiosa sotto il dominio di queste "leggi laiche". Dopo la vittoria esse non furono estese all'Alsazia-Lorena ricongiunte alla Repubblica; le relazioni diplomatiche con la S. Sede furono riprese e si pensò ad un modus sivendi che fu trovato nel dare alle leggi laiche una interpretazione piú larga, convalidata da apposito parere di giuristi sollecitato dal governo. Così si costituì in ogni discesi una "Association diocésaine " sotto la presidenza del vescovo e di un consiglio di amministrazione operante - in conformità con le leggi canoniche " (cf. lo schema in A. Ottaviani, Institutiones inria publiai ecclesiastici, II, Roma 1925, p. 41 s sgg .); dalla sua competenza esula quanto si riferisce al governo spirituale. L'enciclica del 18 genn. 1924 sanzionò questo stato di cose che superò la prova della grande guerra del 1939-45.

Bild.: A. Delpichour, Histoire des rapports de l'italien et de l'Etat en France de 1787, 1 1870, Parigi 1808; id. L'Suline catholique et l'Etat sous la Troisième République (1870-1910), 1 voll., ivi 1010 sgg.; J. Schaudlin, Pionographichie der neuesten Zeit, 4 voll., Monaco 1933-36, passim; L. A. Veit, Die Kirche im Zeitalter des Individualismus, Friburga in Br. 1933, pp. 220-21; J. F. Kirsch, Kirche-uecricichte, IV, 11, ivi 1933; J. Lallen, La crise révolutionnaire 1770-1946, Parus 1946, con b.ld. Su argomenti particolari cf.: P. Thoreau-Danais, L'Eglise et l'Etat sous le monarchic de juillet, ivi 1880 ; F. Mathieu, Le Concordat de 1802, ivi 1902; I. Renieri, La diplomatie pantifiche nel sec. XIX, 3 voll., Rome 1902-1946; J. Bornichon, La Compognie de l'cote en France: Histoire d'un siècle, 1819-1914, Parigi 1014; J. Msurain, Le St-Siège et la France de décembre 1831 d'ausil 1833, ivi 1990; Id., La politique ecclésiastique du Second Emblete de 1835 d'1880, ivi 1930; L. Crousil, Quarante ans de réparation (1925-19), Parigi-Colona 1945; G. P. Martin, La nouclature de Paris et les affaires ccelesiasitique de France sous le Regne de Louis-Philippe (1830-18), Parigi 1940; Ch. Poulet, Histoire de l'Eglise du France. Epogne contemporaine, ivi 1949. Pio Paschini

## III. Letteratura.

Sommario: I. Origini. Medioevo. - II. Il Rinascimento. III. 8 - secolo d'oro - - IV. Il Settecento. - V. L'Oltrocento. VI. Il Novecento.
I. Origini. Medioevo. - Il latino introdotto dai Romani, dopo la conquista della Gallia, era la lingua rustica (o volgare) parlata dai soldati e dal popolo: sottoposta alle più svariate influenze dell'elemento indigeno e alla corruzione naturale del tempo, curata lingua già ibrida perdette a mano a mano le sue caratteristiche originali, tanto che, a partire dal sec. vir, assunse il nome di "romana", sempre più differenziandosi e particolarizzandosi nei dialetti che se ne originarono. Le due branche principali di questa lingua rimasero il romano valione o lingua d'oil, della province a nord della Loira, e il romano provenzale o lingua d'oc, di quelle meridionali. Accento

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(per cistrele de man, it Galleatii
Francia - Lino nasina del Codice Provenzale (prima metà sec. xit) - Milano. Biblioteca Ambrosioni, R 71 sup.
a questi due idiomi, resi vitali da un antagonismo storico durato tre secoli, altri minori dialetti (il bourguignon, il picord, il normand, il fouezan) dominarono al nord, finché, dopo il trionfo della dinastia capetingia, il francese, o idioma dell'lle-de-France, poté prevalere e gareggiare letterariamente con i dialetti meridionali (il languedocien, il goccio, il limontin, il provenzal), dando origine alla lingua nazionale di F .

Trascurando i primi atti pubblici scritti nella primitiva lingua d'ail (come i Patti di Strasburgo dell'842. stenti fra Carlo il Calvo e il fratello Lodovico il Germanico contro Latarin), si considerano generalmente come primi documenti letterari una Cantilène de ste Eulnlie (88r), di cui restano quattordici versi, la Vie de st Léger e una Porsion du Christ, di poco posteriori; la Vie de st Alexis, che appartiene allo stesso ciclo di racconti religiosi, è già del 1030 . Alla lingua d'ail si deve, tra la fine del xi sec. e il xir - cioè nel periodo più rigoglioso del feudalesimo - lo sviluppo e l'affermazione dell'importantissima letteratura epica e cavalleresca francese, che si divise in tre grandi cicli di chansons e di romans: il ciclo francese, dedicato alle imprese di Carlo Magno e dei suoi paladini; il ciclo bretone, a carattere amoroso ed eroico, che ha per protagonisti il re Arsù e i cavalieri della "Tavola rotonda"; e infine il ciclo classico, detto anche di Alessandro, dove si raccolgono le antiche leggende greco-romane ed orientali. I poemi del ciclo francese, detti Chansons de geste, sono scritti in versi (decasillabi i più antichi e endecasillabi o alessandriui i più recenti), raggruppati in strofe a classe varie per lunghezza e per rima. Indubbiamente la più bella e importante fra tutte è la Chanson de Roland (sec. xi) che narra la tragica fine di Orlando a Roncisvalle, grande epopea nazionale, dove l'entusiasmo religioso, l'amor parito, la fedeltà cavalleresca sono espressi con una verità umana degna dei poemi omerici. Di questo capolavoro dell'epica francese, rivelato nel suo testo autentico solo nel 1837 da Francisque Michel, si è attribuita la paternità a un certo Turoldo
(o Théroulde), cantore normanno vissuto alla fine del sec. xI, che probabilmente non fu che il compilatore, sia pure ispirato, e certo non privo di influssi letterari classici, del récit conosciuto e contato con molte varianti già nella metà del medesimo secolo nelle regioni di sud-ovest della Francia. E certo tuttavia che questa e le altre chansons de geste furono raggruppate nel sec. xir in tre gruppi principali: quelle del re Carlomagno, dei suoi pari e dei suoi vassalli; quelle di Garin de Montglane e dei suoi discendenti; e infine quelle di Doon de Mayence; e divise in tal guisa sono state tramandate.

Materia romanzesca e spirite avventuroso ed erotico si mescolano invece nei romanzi del ciclo bretone, di cui vanno ricordati la leggenda di Trutano e Isotta, - una delle più belle epopea d'amore che siano mai state concepite : (G. Paris), e da cui fu ispirato il noto dramma musicale di Wagner; e altri poemi di re Arturo (Lancelot, Jeune Perceval, ecc.) di grande suggestione poetica e religiosa. Assieme ai romanzi d'avventura e a quelli, cui si è accennato, di argomento attico, quest'epopea courtoies, fiorita nelle corti, manifesta, per la prima volta nel medioevo, le aspirazioni mistiche ed erotiche di una società già protesa verso le più squisite raffinatezze della vita e della cultura, ed ebbe perciò grande influenza in tutta la letteratura occidentale.

Non minore sviluppo ebbe, in lingua d'ac, la poesia trovadorica, detta anche "gola scienza". Le forme elaborate, dalla canzone al sirveatose, dalla tensione alla po. storella, dall'alba alla ballate, destinate ad accogliere, a non solo in Provenza, le più dotte e raffinate espression d'amore, raggiunsero nei versi di Guillaume de Poitiers (1072-1726), di Jaufré Rudel, di Bernard de Ventadorn, e specialmente di Bertrand de Born (m. ca. il 1210) un'indubbia eleganza e musicalità, ma soggiacquero ai caratteri della scuola, e quindi ad una certa monotonia di temi, ben prima che la Crociata contro gli Albigesi disperdesse gli altuni rappresentanti dell'arte trovadorica.

Affermatasi, come si è detto, in quasi tutte le parti della Francia come lingua letteraria, dopo le chansons de geste e i romans courtois, la lingua d'ail viene adoperata in ogni genere letterario: nella poesia didattica e satirica dei bestiari, dei Jubliaux, dei poemi allegorici, nella poesia drammatica, e in quella lirica delle canzoni, delle odi e delle ballate; oltreché, come si vedrà, nella prosa delle chroniques e dei sermons. Senza dubbio si deve alla graduale emancipazione della borghesia se, accanto, e quasi in opposizione, alla poesia cavalleresca vennero a porsi ben presto i fablians (lavolette satiriche), improntati ad un realismo sovente sfacciato, che riflettono gli aspetti quotidiani del mondo feudale, e i grandi poemi allegorici e didattici del sec. xir e xir, prima fra tutti il Roman de Renart e il Roman de la Rose. Contro l'idealismo mistico del tempo si dirigono gli atrali degli anonimi autori del Roman de Renart, raccolta di ventisei poenenti, i cui personaggi sono gli animali, e gli eroi la volpe e il lupo: l'una, simbolo dell'inganno e dell'ipocrisia, ormai dilaganti nel mondo; l'altro, della violenza, che s'accompagna sempre alla frode. Materia amorosa e didattica svolge invece il lunghissimo Roman de la Rose, che viene considerato il capolavoro della poesia allegorica medievale. Esso consta di due parti molto diverse, sia per il tempo in cui vennero composte, che per lo spirito che le animò. La prima ( 4000 vv .), pubblicata intorno al 1230 , opera di Guillaume de Lorris, si presenta come un'ere anastoria, in cui si svolgono tutte le vicende e le peripezie di un amore contrastato, intorno al simbolo essenziale della rosa. Meno ricca di immaginazione a più carica di simboli è la seconda parte, scritta più di quarant'anni dopo da Jean de Meung, il quale trasforma il romanzo amoroso in una specie di enciclopedia e di satire universale. L'opera, che nel suo tempo ebbe un enorme successo, fu utilizzata o imitata in mille modi, non solo dai poeti satirici e didattici, ma anche da Dante, da Marot e da Spencer.

Il più antico dramma che si conosca in lingua francese è la Représentation d'Adam (xir sec.), cui seguono, nel secolo successivo, il Jeu de st Nicolas di Jean Bodel e il Miracle de Théophile di Rutcheuf; sono rimaste, del

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xiv sec., inoltre, quarantatre rappresentayioni drammatiche, tutte appartenenti al genere dei Miracles de No-tre-Dame : i temi sono tratti dalla vita della Vergine e dei santi, e, se sono un esempio di meravigliosa ingenuità popolare, troppo spesso hanno scarso valore artistico. Più importanti sono senza dubbio i mystères, drammi religiosi, messi in scena dalle Confuéries de la Passion, in cui vengono raccontati con molte rilievo drammatico episodi del Vecchio e del Nuovo Testamento, leggende di santi e momenti della Passione. Nel xv sec. ai miracles a mystères, si aggiungano, articolando il sacro al profano, moralités, forces, notes, sermons joyeux e monologues: si è agli albori della poesia drammatica e del teatro moderno.

Intorno alla metà del '200, a Douai, Rouen, Arras e in altri centri, dove si bandiscono pubbliche gare poetiche, fiorisce la lirica borghese e popolare, in netta opposizione a quella antica e cortigiana. Il primo e più celebre autore di corzoni fu Ruteboul (m. ca. il 1223), perigino povero, pio e dal cuore ardente, del quale sono rimasti numerosi versi a carattere religioso, bacchico e satirico.

Notavole poeta drammatica e lirica fu anche Adam de la Malie, vissuto alla corte di Roberto II d'Artois e autore di un famoso Congé. Degli altri rimatori della stessa epoca, sono da ricordare Guillaume de Machaut, Philippe de Virry, reputato dal Petrarca il maggior poeta del tempo, Jean Froissart, Eustache Deschamps, autori di numerose ballate, canzoni e dits; Christine de Pisan, italiana di nascita, che affonda nelle Cent ballades d'amant et d'onde la sua anima dolce e malinconica; Alain Charrier, e, per ultimo, il dotto a raffinato Charles d'Orléans, che ebbe vita politica agitatissima, senza saperla tradurre in slancio lirico originale. - Sembra di raccontare, fino alla metà del sec. xiv, una specie di contraddizione fra l'arte del poeta e l'intensità delle sue emozioni. Villon sarà il primo che comparrà quest'antinomia - (P. Vea Tieghen).

Tra la seconda metà del Trecento e la prima metà del Quattrocento, è indubbiamente a Villon che spetta la paimà della poesia. La sua esistenza agisota e colpevole ( 1431 - 207), che si svolse dapprima a Parigi, dove egli ottenne la lícence e la maîtrise êt-arts, e poi, dopo una condanna a morte per omicidio, fughe e rapine, a Blois, alla corte di Orléans, e infine, come sembra, in Borgozma, fu dedicata nei momenti migliori alla poesia. Si distinguono, nei azeo versi lasciatici, un Petit testament (1456), un Grand testament (1463) e poche liriche isolate: una questa basta a comporre il ritratto di un'anima condannata a soffrire e a far soffrire, eppure, di fronte alla poesia pura a sincera, tormentata e devota.

All'inizio del sec. xitI, si trovano già delle eccellenti chroniques storiche: alla quarta Crociata alla presa di Gerusalemme ne dedico una Geoffroy de Villehardouin (m. nel 1213), del quale non si sa se più ammirare la modernità del pensiero o la semplicità dello stile; mentre nella Histoire de si Louis di Jean sire de Joinville (12241319), - les saintes paroles e les bons faits - del grande Santo sono descritte con un candore amabile e penetrante. Le chroniques si moltiplicano nel sec. xiv e nel xv, accoppiando non di rado alla qualità letteraria il pregio storico e documentario: l'interesse per le Crociate e l'Oriente si alterna a quello per i grandi avvenimenti del tempo, come nell'immensa storia della guerra dei Cento anni scritta da Francorr o nei Mémoires di Cammines (14431509), che fu al servizio di Luigi XI e ne narrò la guerre e le imprese politiche, dando il primo esempio veramente moderno di analisi storica a politica. Accanto alla storia, prendono degno posto nella stessa epoca l'eloquenza politica a quella religiosa; mentre la prima si afferma dopo la riunione degli Stati Generali (1302), la seconda interpreta mitubilmente, specie nei sermons dei grandi predicatori a. Bernardo e Maurice Bully, quest'età di trapasso dai puri valori religiosi del medioevo alle ricerche umanistiche e scientifiche, che caratterizzano il Rinascimento.
II. Il Rinascimento. - Preceduta, come in Italia, da un fervore di scoperte erudite, orientata verso l'antichità greco-romana, dal fanatismo filologico a poi, a mano a mano, da una matura consapevolezza scientifica, frutto delle grandi scoperte geografiche
e dell'invenzione della stampa, l'epoca della Renaissance assume in F. aspetti più riflessi, sia nel campo della cultura come in quello dell'arte, dove, in seguito alle guerre in Italia e all'afflusso degli artisti e letterati italiani alla corte di Carlo VIII, di Luigi XII e di Francesco I, si afferma noticamente l'influenza italiana. E. per questo che nel Cinquecento in F. si avverte meno il distacco dalla cultura medievale, che si prolunga nelle opere dei principali scrittori del secolo.

Legate allo spirito dell'Umanesimo, ma non ancora sciolte dai lacci didattici ed allegorici del medioevo, sono le scuole di poesia della fine del Quattrocento, in cui vengono ammirati, assieme a maestri come Marot e Seève, mediocri rimatori come Chastellain, Molinet, Meschinot, ecc. Clément Marot (1496-1544), n. 2 Cahors e formatosi all'ombra della scuola dei grands rhétoriqueurs, diventa poeta di corte presso Margherita di Navarra, la colta autrice dell' Heptamérou, e poi presso Francesco I, viene in Italia in seguito a burrascose vicende politiche e religiose e muore, ancora in giovane età, a Torino, lasciando gran copia di elegie, epistole, rondeaux ed epigrammi di delicata fattura, in cui l'imitazione di Ovidio e Marziale è già un segno di raffinata eleganza rinascimentale. Rappresentante dell'érule lyonnaise, Maurice Seève ( 1310-64) oppone nel lungo poema Delle una diversa sensibilità poetica, frutto di una concezione filosofica di tipo platonico e petrarchesco; che si continua, forse con maggior sincerità, nella breve ma intensa opera di Louise Lalvé (1323-63). Esauriti i temi e i modi di espressioni del medioevo, sotto l'influenza dei modelli antichi e dei poeti italiani, la lirica francese si raccoglie, nella seconda metà del Cinquecento, sotto l'insegna della nuova scuola, la Pléiade : sorta da una brigata di sette poeti (Ronsard, Du Bellay, Belleau, Jodelle, Daurat, Baïf e Ponthaude Thiard), essa si propone di trasformare la lingua poetica nazionale, difendendola dai poeti mediocri e cortigiani ed elevandola, sulla traccia degli antichi (Omero e Findaro vengono presi per guida), ad alterare sublimi. Ai propositi, espressi teoricamente nella Défense et illustration de la langue française da Du Bellay (1349), i poeti della Pléiade, e principalmente il maestro Pierre de Ronsard ( 1524-85 ), risposero con energico slancio : imitando gli antichi, con una lingua copiosa e ricca, in tutti i generi letterari, dalla tragedia alla commedia, dall'epica all'ode. L'epica fu affrontata con la Franciade da Ronsard, ma poco felicemente; il teatro con Cléopâtre e Didon da Jodelle; più fortunati ed ispirati, fra tanti tentativi di traduzione e di adattamento, furono i cultori della lirica, Ronsard stesso a Du Bellay, che rimovarono la lingua poetica, variando i ritmi e gareggiando in nobiltà d'espressione con gli antichi a con gli italiani. Le odi, le elegie, le egloghe di Ronsard, riunite in Elégies, Mascarades, Bergeries (1565) e nel Recueil de nouvelles poésies (1560), più che i petrarcheschi Amours, dànno una piena misura della grazia e della leggerezza dell'arte del poeta; come all'Olise del Du Bellay è certamente da preferirsi la raccolta dei Regrets et antiquités de Rome, dove l'autore canta, con gusto quasi romantico, la poesia delle rovine.

Un uguale rinnovamento formale e di temi si ha nella presa del Cinquecento. Il romanzo cavallereseo cade il passo ai contes e alle nouvelles, dove si comincia a sentire l'influenza di Boccaccio; e diviene naturalistico con Rabelais; eccellono nell'eloquenza Michel de l'Hôpital e st François de Sales; Montaigne nella filosofia e nella saggistica, cui seguono pensatori come Etienne de la Boétie, Pierre Charron e Jean Bodin; ri-

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vivono sotto la penna d imaginifici traduttori, come Amyot, le grandi opere classiche; e l'oratoria, con la Satire Ménippée, si avvia allo splendore del secolo sussessivo. François Rabelais (n. nei pressi di Chinon tra il 1493 e il 1494, m. nel 1533), benedettino, medico, professore di anatomia, poi curato di Meudon, spirito erudito e curioso, pieno di zelo verso la scienza, ma trascorrte e sboccato, ha lasciato con la Vie inestimable de Gargantua e con a Poite et dits birologues du grand Pontugnuel (1534) un'opera satirica e pedagogica, di grande sapore umano e di vivacissima scrittura, che attacca ogni istituzione del tempo, dalla monarchia alla magistratura, dal clero agli Ordini religiosi e alle scuole, unendo v in modo mostruoso una morale fine ed ingegnosa e una radicis corruzione - (La Bruyère). Pensatore sereno e raffinato e invece Michel Evquem de Montaigne (1533-92), di cui vanno ricordati numerosi viaggi all'estero, specialmente in Italia. I tre libri degli Essais, pubblicati in edizione definitiva nel 1558 , rivelano, in modo metodico ed unitario, le sue concessione di benario scertitutono; ma vanno presi come un'immensa miniera di osservazioni parziali, di assaggi, di moralità, dove si esprime amaramente l'umanità del Rinascimento in tutte le sue forme più sottili. Scritti in una lingua efficace, dotati di uno stile personalissimo, pieno di colore, di forma, di movimento, questi saggi aprono degnamente nella letteratura francese la serie delle grandi ricerche morali, sfuggendo ad una classificazione filosofica in senso stretto, per l'ineguaglobibile accento umano ed artistico con cui vengono affrontati i più disparati argomenti.

Con l'opera di st François de Sales (1576-1622), che già s'affaccia nel sec. xvir, si può dire che il Rinascimento esprime l'altra sua fascia spirituale a religiosa, che non avrà nulla da temere dall'opera disgregatrice della s riforma s, rappresentata in Francia da G. Calvino. Nato nei pressi di Annecy, e divenuto vescovo di Ginevra, il Santo ha una personalità artistica di primo ordine, che s'affermn, tra l'altro, nella stupenda Introduction a la vie dévorée ( 1608 ) e nel Traité de l'amour de Dieu (1616), millelice rimasti famosi per la larghezza della dottrina, l'entusiasmo poetico e lo stile vivido a immaginose.
III. IL «SECOLO n'ORD». - Nella letteratura francese, il sec. xvir è l'età classica per eccellenza. La cultura e l'ammirazione degli antichi ha ormai raggiunto un grado tale di raffinatezza e di equilibrio da permettere ai maggiori spiriti del tempo una eguale padronanza nell'azione e nel pensiero, nell'erudizione a nell'arte: su questo piano i valori dello spirito acquistano una concretezza ed una forza, che li rendono eminentemente razionali e morali, anche quando non sono in giuoco questioni di pensiero e di moralità. La ricerca dell'ordine e della chiarezza domina nella prima metà del secolo, che va dalla morte di Enrico IV (1610) al regno personale di Luigi XIV (1661) o, se si vogliono seguare due momenti letterari più tipici, dalla riforma di Mẹlherbe all'apparizione delle Provinciales (1590-1656) : a questa esigenza razionalistica si accompagnano, senza però annullarsi, uno spirito cristiano di moralizzazione e di verità, e uno spirito mondano, di dialogo e di scambio del pensiero. Sono gli aspetti che faranno dell'opera di Descartes, di Pascal e di Corneille un mirabile concerto, dove si faranno udire le note più profonde ed interiori dell'uomo.

All'inizio del sec. xvir si è stanchi della lingua e della poesia troppo erudite di Ronsard e dei suoi discepoli: François de Malherbe (1543-1628), n. a Caen e vissuto fino all'età di 30 anni ad Aix come segretario del duca di Angoulóme, poi alla corte di Enrico IV e di Maria de' Medici, fu il riformatore rigoroso e pertinace che si imponeva nell'arte del veracggiare. Disse Bolleau di lui: "Enfin Malherbe vint...", a significare la necessità della sua riforma, basata sulla chiarezza del pensiero, sulla semplicità della forma e sulla purezza della lingua. Lirico razionale e poco dotato di immaginazione, Malherbe
lasciò, fra tante odi, stanze, sonetti ed epigrammi, qualche autentico capolavoro di poesia, come le Stances a Du Perier (1601) e la famosa Ode sur la mort de Henri IV.

Questo suo lavoro di epurazione e di chiarificazione viene continuato dalla Société polie, dall' Hôtel de Rambouillet a infine, con maggior rigore scientifico, dall'Académie Française, fondata da Richelieu nel 1633. Se la Société polie ebbe un carattere mondano e aristocratico, e uno squisito carattere di critica letteraria e del costume l'Hôtel de Rambouillet (aperto ai suoi amici da Catherine de Vivonne, perché si radunassero a discutere), spettò all'Académie il singolare compito di dirigere, attraverso le lettere, l'opinione pubblica e di farla condurre nel dominio della letteratura. Compito dunque davvero storico, che ebbe come prima tappa la compilazione del Dizionario francese, edito nel 1694. Fuori dei zainos e dell'Académie, si agitano per proprio conto i seguaci delle varie scuole e dottrine religiose. Fra questi i più ardenti furono i giansenisti, che si radunarono nella famosa abbozia di Port-Royal. E in quel tempo che Marie Pascal, genio precocissimo delle matematiche, n. a Cler-mont-Ferrand nel 1623, poi difendere i suoi amici di Port-Royal, presso i quali si era ritirata a meditare sul problema religioso, pubblica sotto pseudonimo le lettere Provinciales contro i Gesuiti, una delle opere più tormentate della letteratura cristiana; medita poi intorno ad una Apologia de la religion chrétienne per la quale raccoglie un materiale immenso ; sono le note, gli appunti e le meditazioni, conoscitate dopo la sua morte sotto il titolo Pensée, autentico capolavoro della prosa francese, dove si ritrova accanto allo spirito agostiniano uno dei maggiori sforzi fatti da un'anima moderna nel cercare in sé e nell'universo la Vérité pacificatrice.

Tra la prima e la seconda metà del secolo grandeggia l'opera drammatica di Pierre Corneille, di Rouen (1606-84). A lui si deve indubbiamente la scoperta e la conservazione del teatro come grande genere letterario e sociale. Per quasi cinquant'anni egli impone, con la chiarezza dello stile e la forza del verso, una serie di tragedie in cui alle passioni rappresentate una straordinaria verità poetica e una precisa coscienza morale dànno sublimità di accenti umani. Dal Cid (1636), suo capolavoro, all' Morace e al Cinna (1602), dal Polymette martyre, che conclude magnificamente questo dollo romano e cristiano ( 1642 ), al Rodogume ( 1644 ) e all'Oedipe (1650), il dramma degli eroi correliani, ognuno partecipa di un fato e ognuno allo stesso tempo signore della propria volontà, si inserisce come un momento indimenticabile nella storia del teatro universale. Si ricorderà altresi di Corneille la grande traduzione in versi dell'Imitation de Jésus-Christ, per la quale egli impiegò sei anni di lavoro.

La seconda metà del secolo raccoglie i frutti meravigliosi della prima, superandola, in certo senso, in perfezione formale. Luigi XIV attira alla corte i maggiori geni del tempo, li protegge, non cessando mai di fornir loro occasioni e pretesii per nuovi capolavori; e mentre architetto famosi innalzano per lui Versailles, e pittori e scultori di talento ne adornano le sale e i giardini, Bolleau, Molière, Racine celebrano letterariamente la sua gloria. Prima di trattare di costoro, converrà accennare all'opera singolare di due scrittori diversi da essi, benché molto legati allo spirito del tempo: La Rochefoucauld e La Fontaine. Ambedue menarono una vita molto agitata, e si consolarono poi al fuoco della meditazione e della poesia. Di La Rochefoucauld (1613-80) sono rimaste famose le Réflexions a Santeuses et maximes nouvelles, opparse nel 1663 , scritto in uno stile tersissimo, e dedicate ai più svariati problemi morali, a una delle opere che più contribuirono a formare il gusto nazionale e a dargli un carattere di perspicuità e di precisione " (Voltaire). La Fontaine (1621-95) creò con le sue Fables, più che con i suoi Contes et nouvelles, un genere raro e prezioso di poesia tra malinconica e sorridente, nella quale, dietro la parola degli animali (ad ognuno dei quali è conservato il carattere vero o tradizionale) si scorge la parola dell'uomo che a volte a volte intide e rimpiange, bonariamente, costumi e situazioni di ogni tempo. La favola così non è più un divertimento o una

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innocua finzione, ma, come dice lo stesso autore, "un dramma dai canto diversi atti, che ha per scena l'universo».

Di fronte ad un poeta ingenuo e cordiale come La Fontaine, si erge un teorico acuto ed illuminato come Boileau, Poets e critico, ha tracciato nell' Art poétique (1674) la legislazione più felice dello spirito classico. Gli si riconosce il torto di aver misconosciuto la vecchia poesia nazionale e di aver disprezzato i predecessori di Malherbe; ma nessuno, in un'epoca cosi vasca e complessa come le sue, fu più fine giudice del bello, più severo nel combattere l'affettazione o l'enfasi, l'erudizione pedanterea, la falsa poesia e il preziosismo, in una parola tutto ciò che allontana dall'umanità e dalla ragione. Nell' Art poétique si riflettono i valori più puri del siècle d'or, e quindi la poesia di Molière e di Racine. Jean-Baptiste Poquelin (1622-73) detto Molière, parigino, vissuto dal 1658 fino alla morte alla corte del "re solo", trascina sulla scene nel modo più impareggiibile gli uomini e i costumi dal suo secolo, ora assecondandone il giuoco, ora dipingendoli con amara verità, e sempre rimanendo fedele, pur nel comice abbandono, ai suoi canoni artistici, alle sue idee e alle sua morale. Delle trente commedie che ha lasciato, alcune (Le bourgeois gentilhomme. Les fourberies de Scapin, Le malade imaginaire, ecc.) sono commedie di intrigo; altre (Les précieuses ridicules, L'école des femmes, L'école des souris, Les femmes savantes, ecc.) sono commedie di costume; e infine, altre ancora, veramente immortali (Le missuthrope, Le torenfe, L'acare, ecc.), si devono considerare commedie di carattere. Perfetto nella tecnica della rappresentazione, purissimo e varia nella lingua, irresistibile nella caricatura o nella buffoneria, Molière rimane, come dissera i suoi contemporanei, contro i quali non poco egli dovette combattere per imporre la sua arte, un contemplatore e un pittore della natura umana; fuori del suo secolo egli è un poeta tra i più genuini e sorridenti, e anche una guida inimitabile nel nostro bisogno di capire la vita. "Ogni uomo che sappia leggere è un lettore di Molière" (SainteBeuve).

Molière si affermò nel comico, come Racine nel tragico: ma mentre la tradizione a gli esempi della commedia erano in Francia poverissimi e medioeri o di derivazione straniera, la tragedia aveva avuto di recente un poeta della forza di Corneille. Lo sforzo che fa Racine è di trovare, accanto a Corneille, un poato degno nella comprensione e nell'ammirazione del pubblico. Proveniente da Port-Royal, Jean Racine (1639-99), portò nel teatro la sua energia passionale, il gusto infallibile di un'arte tormentata ed umana, quanto quella di Corneille era stata sovramana ed eroica; e vinse la sua battaglia, come, nella tragedia greca, Euripide finì per porsi accanto a Sofocle. Opere come Andromaque (1667), Britannicus (1669), Bajazet (1672), Mithridate (1673), Iphigénie (1674) e Phèdre (1677), suscitarono di volta in volta i commenti più disparati; ma la Phèdre cadde; per dodici anni, Racine, addolorato, tacque; poi tornando al teatro, più forte dopo lunghe meditazioni religiose, impose, questa volta in modo incontrastato, la semplicità e la grandezza degli ultimi capolavori (Esther e Athalie). Dopo Racine sembra che l'arte drammatica si esaurisca, e difatti si accomiata dalle scene francesi, per ritornarvi, dopo la pausa dell'illuminismo, nell'epoca romantica. Il poato del teatro è tenuto, come si vedrà, dal romanzo. Nel Seicento questo genere viene coltivato, anche sotto forma epistolare, con varia fortuna; ad imporlo, per la prima volta, all'ammirazione dei contemporanei e dei pastori, con la Princesse de Clèves, fu Madame de La Fayette (1634-93); seguirono la Histoires a Cantes du temps passé del Perrault, e molti altri romanzi, ben inferiori però all'eccellenza stilistica e psicologica della Princesse.

Vicina, come spirito, al romanzo e alla novella, è le letteratura epistolare, che tocca vette non più raggiunte in seguito, nell'arte di Madame de Sévigné (1626-96), autrice di una raccolta di Lettres, dove si specchia in modo mirabile l'educazione e la cultura del tempo: inferiori letterariamente sono le Lettres, i Mémoires e gli

Entretiens sur l'éducation des filles di Madame de Main. tenon; ma eccellenti i Mémoires di Saint-Simon, pur nella trasandatezza della forma, e quelli del card. de Reta, esempi felici di un genere. Un storico e documentario, che avrà grandi sviluppi nella letteratura francese. Quest'epoca, di cosi vaste proporzioni letterarie e artistiche, non poteva non trovare nell'eloquenza la sua palestra più opportuna. Trionfarono gli autori sacri, e fra tutti Jacques Bénigne Bossuet (1627-1704), n. a Dijon e vissuto a Parigi, non lontano dalla corte, dove fu chiamato più tardi ad educare il Deltino. Predicatore, storico, polemista ardentissimo, l' aquila di Mesure, come fu chiamato dal vescovato ottenuto colà, fu un maestro impareggiabile, sia per la bellezza e la vublimità dello stile, che per la profondità del pensiero e la perfetta conoscenza del cuore umano. Le sue Oralious faudères (di Henriette de France, di Anne de Gonzague, di Louis de Bourbon, del Principe di Condé), hanno tutti i caratteri delle grandi opere di poesia, per lo slancio emotivo e la disciplina dello stile; come il Discours sur l'histoire universelle e il Traité de la connaissance de Dieu, occupano un posto unico non solo nella storiografia e nella trattatistica religiose, ma nella prosa francese. Più debole, ma dotato di un'intelligenza sottile ed innovatrice, François de Salignac de la Mothe-Fénelon (1651-1715), di Cambrai, vescovo, teologo, oratore e filosofn, si può considerare appartenente ad un'epoca diversa, per il carattere pratico impresso alle idee e per l'impiùitudine dello spirito. Le Fables, i Dialogues des morts, e specialmente le famose Aventures de Télénnque (1699), che contengono molte allusioni e critiche al regno di Luigi XIV, segnano compiutamente lo sviluppo delle sue teorie pedagogiche, sulle quali si formarono molte generazioni di educatori; ma gli scritti religiosi, le letture, i dialoghi filosofici e letterari rivelano l'aspetto complesso del a sua personalità (la sua parziale adesione al quicrismo recò la condanna dell'Explication des musliques des saints). A completare il vasto quadro dell'attività morabitica e letteraria di questa metà del secolo, basterà accennare all'opera di Jean de la Bruyère, parigino (16451698), scrittore incisivo e penetrante; che alla traduzione dei Caractères de Théophraste aggiunse la pittura di "caratteri" del suo tempo, in una lingua varia, precisa e mordente, che annuncia già il Settecento. Il "secolo d'oro" non poteva avere una conclusione letteraria più classica e tipicamente francese.
IV. Il Settecento. - Annunciata da una Querelle, rimasta famosa, fra gli antichi e i moderni, alla quale presero parte, a favore dei moderni, Perrault, Lamotte-Houdar e Fontenelle; e Racine e Boileau a favore degli antichi, l'cetà dei lumi - come fu chiamato il Settecento - eccentrò il gusto e lo spirito letterario non più sulla nozione e l'esperienza della verità e della bellezza, ma su quelle dell'utile. Quasi tutti gli scrittori di quest'epoca, i quali cominciano a disertare le corti per radunarsi nel salons, da cui vengono quasi soggiogati, intendono riformare con le loro opere la società. Buona parte di essi, fiduciosi nella ragione e nel progresso, si propone, scrivendo, fini più o meno pratici. Per conseguenza, l'originalità del secolo è nelle opere storiche, scientifiche, giuridiche e di polemica sociale; la religione è trascurata dalle classi più elevate e diviene oggetto di polemica in quelle intellettuali; e se verso la fine del secolo scoppia la Rivoluzione, per gli spiriti geniali del tempo essa è già fatta e scontata venti, trenta, quarant'anni prima, in senso morale e culturale. In quest'atmosfera di ricerca e di attesa, la prima volontà del poeta è quella di servire a qualcosa; e perciò la lirica decade, senza d'altronde perdere il gusto tradizionale della forma; acquista però il sentimento della natura e una certa grazia e leggerezza bucolica; mentre si fa via via più precisa l'influenza dello spirito inglese. I nomi dei poeti del

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Settecento sono quasi dimenticati, tranne quello di Voltaire, che però si impose nel genero epico, didattico e satirico; e quello di André Chénier (1762-1794), che grandeggia sulla fine del secolo, soltanto Si accennava di sfuggita ei due aspetti della sua parola: l'ispirazione classica e il sentimento pre-romantico. A questo genio maturo, stroncato dalla Rivoluzione, guarderanno più tardi diverse generazioni di poeti francesi, ammirate dei nuovi ritmi, della ricchezza di simboli ed immagini e dell'inquieta sensibilità dell'autore delle Flégies e dei Jaumes.

Col nome di Chénier si è toccato l'estremo di un'epoca anche cronologicamente. Rifacendosi alle sue origini, ci si trova di fronte l'opera di Montesquieu. Le sue Lettres Persanes (1721) fanno sentire alle radici lo spirito filosofico ed enciclopedico, il nuovo soffio di libertà che è succeduto allo spirito classico. La satira delle istituzioni vi si alterna con quella dei principi morali e religiosi; ma l'originalità dell'assunto e la lucidità delle idee non deve fare dimenticare l'influenza negativa che queste teorie ebbero sulla coscienza religiosa di tutto il secolo, incoraggiando lo scetticismo e il materialismo già prossimi ed accamparsi in ogni settore culturale. Meglia si rivelano le qualità storiche e di osservazione di Montesquieu, che nelle vite (1608-1751) fu un magistrato preciso e scrupoloso, nelle Considérations sur les causes de la grandeur et de la déradence des Romains (1744) e specialmente nell'Esprit des lois (1748), dove per la prima volta si afferma il principio della divisione dei poteri. Lo spirito rivoluzionario di Montesquieu viene assunto, arricchito, e in un certo senso ingigantito, dall'opera vasta, ordita e curiosa di François-Marie Arouet, detto Voltaire, il genio certamente più settecentesco che abbia avuto la Francia. Nato a Parigi nel 1694, dopo una educazione contraddittoria, si dette alla satira politica e al teatro; visitò l'Inghilterra, la Prussia, dove fu accolto da Federico II, e si fermò infine, all'epice della sua gloria, a Fenney, nei pressi di Ginevra, non passando mai di scrivere e di interessarsi ai problemi e ai fatti più significativi del tempo. Morì a Parigi nel 1778. Non c'è genere letterario che Voltaire non abbia coltrato: la tragedia (Zaire, Nirope), la storia (Histoire de Charles XII, Le siècle de Louis XIV), il romanzo e la novella (Candide, Zodig, Micromégas, ecc.), la critica (Le temple du goût), l'epica (La Homicide, Poème de Fontenay), la lirica, e soprattutto la filosofia (Lettres philosophiques, Dictionnaire philosophique, Essai sur les moeurs, ecc.), sprigionando sempre dei suoi scritti, assieme all'irreligiosità divenuto poi provorfiale, le più svariate idee, i richiami culturali e sociali più impensati. Ambizioso, pieno di vanità, superficiale per tre quarti della sua opera, resterà di Voltaire; però, la chiarezza penetrante dello stile, che non ha eguali nel suo tempo.

Ad accrescere l'influenza dei nuovi principi, e a render popolari queste teorie, non manco un'opera corale: L'Encyclopédie a Dictionnaire raisonné des sciences, des arts e des métiers (i cui primi volumi apparvero nel 1751). Vi si arcinsero a dirigerla D'Alembert e Diderot, coadiuvati da Montesquieu, Voltaire e Rousseau e da altri famosi scrittori, Buffon, Condorcet, Condillac, Helvétius, D'Holbach, Turgot, Necker, Mammontel. Vera macchina da guerra al servizio delle dottrine filosofiche del Settecento, come fu definita, malgrado le esagerazioni, il fanatismo materialistico a gli errori dottrinali, l'Encyclopédie portò tuttavia notevoli benefici alla conoscenza scientifica, e non può essere trascurata nella storia del pensiero umano. Nello stesso periodo, però, rimase nell'ombra, ed è dovetoso oggi metterlo alla luce, quel grandioso insieme di richarche storiche, condotte dai Benedettini della Congregazione di S. Mauro, che va sotto il nome di Histoire littéraire de la France.

Accennando all'Enciclopédie, si sono ricordati Rousseau e Diderot. Sono forse questi gli scrittori più singolari e genuini del secolo; essi acquistano alla letteratura francese nuove dimensioni logiche e fantastiche, di cui occorre tener conto, anche se non si potrà non
sottolineare, specialmente per l'opera di Diderot, lo spirito scettico e irreligioso che sta alla base del suo travaglio letterario. Del due, Rousseau è certamente il più tormentato. Nato a Ginevra (1712-78) e dotato di un temperamento fantastico e sognatore, proclive alle utopie, Jean-Jacques Rousseau condusse senza dubbio una vita agitata; quest'inguletudine si traduce, in gran parte delle opere, nelle quali egli propugnò, come è noto, il ritorno allo stato di natura, e riconobbe nella Natura la sola divinità cui obbedire. Sogliono essere isolata nella sua produzione le opere pedagogiche. Julie ou la Nouvelle Héloise (1761) e l'Emile (1762); ma a parte l'originalità degli spunti di pensiero, gli aspetti della sua arte squisita, e tutto dettata dal sentimento, si ritrovano più abbondantemente nelle Confessions a soprattutto nelle Rêveries d'un promeneur solitaire, appartenenti agli ultimi anni della sua vita a cui guardarono più tardi i romantici come a libri precorritori del loro gusto. Di Denis Diderot, nato a Langres (1713-84), si ricorderanno i romanzi L'Jougues le fataliste, La religieuse), qualche satira riuscita (Le neceu de Rameau), i dramm (Le fils naturel, Le père de famille), dove il gusto del paradosso, l'eleganza delle idee, l'acutesso dell'analisi si fanno omoniore, anche quando sono fine a se stessi; ma è forse nella vasta Correspondance che si ritrova per intero quest'uomo, complesso e semplice ad un tempo, appassionato sognatore di freddo realista, critico cui si devono importanti scoperte nel tempo della pittura, della musica e del teatro.

Su un piano di ingenuità e di abbandono naturalistico, qualunque opera di Voltaire, di Rousseau e di Diderot viene superata dal romanzo Paul et Virginie (1787) di Bernardin de Saint-Pierre (1737-1814), che per primo farà risuonare nella narrativa francese la nota esotica. Ma non è il solo capolavoro del romanzo francese del Settecento. Quando esso non si consacra, come troppo spesso accade, alla descrizione di intrighi o di frivolezze, quando non si abbandona ad un'ambigua analisi della società (come Les liaisons dangereuses di Laclos) o quando infine non giunge al sadismo, come nell'opera del famigerato marchese de Sade, il romanzo dell'epoca esprime, talora con curiosa anticipazione, taluni st