vano maggior credito: Valentia, Vignon, Vouet.
Caravaggasse fu Valentia (1591-1634) che del 1614 alla morte visse a Roma (Concerto, al Petit Palais, Giuditta del Museo di Tolosa, il Bara del Museo di Dresda che fu perfino attribuito al Caravaggio). Parigi fu dominata in questo periodo da S. Vouet (1590-1649). La sua produzione fu abbondantissima; esegui grandi opere decorative (al Louvre, al Lussemburgo, al distrutto Hôtel-deBullions, ecc.) molti quadri per chiesa (Presentazione al Tempio, al Louvre; Mastirio di s. Eustaestio, nella omonima chiesa parigina; S. Carlo Barronno, al Museo di Bruxelles) e ritratri (Luigi XIII con le figure simboliche della Francia e Navarria, al Louvre). Ebbe scioltezza di narrazione, virtuosismo di effetti pittorici, nobiltà di composizione, ma non si liberò mai dall'esteriorità accademica.
Artisti isolati, che non lasciarono scuola, furono i fratelli Antonio ( 1588-1638 ), Luigi ( 1593-1615 ) e Matteo ( 1607 -ca. 1677) Le Nain che nobilitarono, spiritualizzandola, la a bambocciata e, il quadretto di genere popolare e umoristico. Nati a Lione, quindi fu dalla fanciullezza a contatto con l'arte fiamminga, i Le Nain lavorarono probabilmente in collaborazione (infatti le loro opere sono firmate con il solo cognome). Tuttavia la critica ha distinto le tre personalità ritrovando in Antonio un maggior gusto fiammingheggiante per il racconto (Riumione di famiglia, al Petit Palais), in Luigi un fare ampio a vigoroso (Famiglia di contadini, al Petit Palais), in Matteo un più corrente manierismo (I ginocatori di triodrore, al Petit Palais). Sorprende nelle opere dei Le Nain l'immobilità assoluta dei personaggi formati - anche nei gesti in movimento in un'atmosfera calma, quasi rambata.
La tradizione del ritratto, ridotto alla costruzione entro formole ormai stanche, è rinnovata da F. di Champalgne ( 1602-7 ). Nato e vissuto a Bruxelles fino a 19 anni, apprese dai Samminghi il gusto del colore; poi studiò gli italiani. Questi elementi ricroè con uno stile personale rigoroso, austero mentre del personaggio sono rilevate insieme la verità fisica e spirituale, e in funzione di questa verità sono sentiti anche il costume e l'ambiente. Lo Champalgne con la sua vasta opera (p. es., Luigi XIII coronato dalla Vittoria, lo stupendo Richefieu, il Presidente di Mesme, il doppio ritratto della Madre superiora Caterina Arnould con suor Caterina di S. Susanna in cui la penetrazione psicologica è così sottile che il reale è trasfigurato in ideale) ha segnato la rinascita classica dell'arte francese. Il classicismo ebbe un altro rappresentante in Eustache Le Sueur (1617-55). Dopo aver studiato a copioso Vouet cominciò a studiare attraverso stampe e disegni Raffaello; ne ricavò un fare accademico, un po' teatrale, un'esteriorità accentuata dalla ricerca di effetti emotivi che solo raramente è corretta da una certa esergistezza del disegno, dell'impianto prospettico e dalla sobrietà degli effetti del colore (Morte di s. Bruno, Cristo porta croce, Messa di s. Martino).
La più alta espressione dell'arte francese di questo periodo è raggiunta da due pittori che operarono a vissero a Roma: Nicola Poussis e Claudio di Lorena (v. LORENZesi). Essi esiroandosi sostanzialmente dall'arte italiana contemporanea studiarono il paesaggio e le rovine classiche e questo mondo espressero, rivissuto e ricreato. I due maestri esercitarono un influsso decisivo sulla pit-

(per cortesia della dott. E. Oerlini) Francia - Cattedrale di Strasburgo (sec. xili).
tura francese; ne risentirono non solo gli artisti del loro tempo (oltre quelli che lavorarono nella loro orbita, Dughet e Patel), ma anche più tardi, da David a Delacroix a Corot a Miller, la pittura francese presuppone l'esperienza dei due grandi maestri.
VIII. L'Accademia. - L'età di Luigi XIV è dominata da Charles Le Brun ( 1619 -90) con la sua vasta produzione e la fondazione dell'Accademia reale di pittura e scultura (1647). Agli inizi l'Accademia voleva essere solo una riunione di artisti desiderosi di perfezionarsi con la discussione e lo studio di problemi di comune interesse, ma purtroppo finì con l'elaborare una dottrina, che fu quella di Le Brun, alla quale gli altri si uniformarono. Le Brun, che aveva studiato in Italia, ricavò dalle opere di Raffaello e dei Bolognesi un forte influsso che è fondamentale nel suo gusto (Maddolena, Adorazione dei pastori, Caccia di Melosgro al Louvre; grandi decorazioni - Versailles con allegorie glorificanti il regno del Re Sole; cartoni per arazzi). Nei ritratti, in cui la ricerca psicologica frena la facile esuberanza dell'artista, il suo stile è più rigoroso (Seguier, al Louvre).
Le Brun dominò per trent'anni la pittura francese e trovò nell'Accademia facili collaboratori e seguaci. Tuttavia opposizioni al gusto da lui diffuso sempre nell'Accademia stessa. Importante fu la lunga polemica ( 1668 -90) sulla preminenza del disegno o del colore che mise di fronte i seguaci di Le Brun e quelli del Rubens.
Non è da considerare un oppositore del Le Brun Pierre Mignard (1612-95) perché in realtà ne fu solo nemico personale, mentre la sua espressione artistica a affine a quella del Le Brun, pur non avendone il vigore
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(par carisita data deit. E. Cortini)
Francia - Chiesa di S. Stefano del Monte (sec. xim), ricostruita nel 1491 - Parigi.
- la disinvolta maniera (Autoritratto, il Delfino con la famiglia, Madame de Maintenon, al Louvre); ancor più superficiale è nelle grandi composizioni (a Val-de-Grâce, agli Invalidi). A Rubens e ai Fiamminghi si sono ispirati i due pittori più significativi di questo periodo che conclude il sec. xvir, H. Rigaud ( 1659-1743 ) e N. Largillière ( 1656-1746 ). L'importanza di Rigaud più che nella dignità della composizione del ritratto, in cui introduce anche la scena storica, consiste soprattutto nel rendimento della materia pittorica che anticipa la delicatezza e la disinvoltura della pittura del sec. xviri (cf. gli stupendi ritretti di Luigi XIV a Luigi XV, al Louvre, lo Scenotrieto del Museo Carnavalei). Anche più a moderno e è il colore di Largillière per la freschezza e leggerezza del tocco e per la preziosità dei toni, ma il suo linguaggio è più superficiale (Autoritratto con la maglia e la figlia, al Louvre; la Bella strasburghese a Londra, collezione Meyer Sassoon).
Rinnovatore del gusto e della tavolozza francese fu A. Watteau ( 1684-1721 ), che rivisse e rivoluziond ogni ammaestramento desunto dalla scuola dei Rubens e dallo studio delle opere di Tiziano, formandosi uno stile assolutamente indipendente e personale.
Le pitture di Watteau fu di capitale importanza per il successivo sviluppo dell'arte francese, ma non ebbe un'eco immediata; più che allievi ebbe imitatori che ne apprezzero esteriormente la lezione. Lancret ( 1690-1743 ), che fu il più dotato, ha delicato senso del colore ma le sue Feste galanti adattano in un lezioso realismo il lirismo di Watteau. Agli artisti dell'età di Luigi XV non rimase che la grande risorsa della loro abilità di mestiere : tecnica sicura, correttezza del disegno, conoscenza delle possibilità del colore. Questi caratteri sono comuni a numerosi artisti che non escono dalla mediocrità : lo stesso Nattier ( 1685-1766 ) con i suoi ritratti mondani della corte (Museo di Stoccolma : La duchessa di Chartres come Ebe) ripete con
delicate virtuosismo cromatico una stessa formola infreddita, che mantiene un tono di freschezza spontanea, tuttavia, nella pittura di F. Boucher (1703-70), la quale ebbe pur essa grande influenza sul gusto francese. Suo unico grande allievo fu J. H. Fragonard ( 1732-1880 ) che agli insegnamenti del maestro uni quelli derivatigii dal suo soggiorno a Roma dove studio profondamente Pietro da Cortona.
Il 1737 è una data importante nella storia della pittura francese : è quella dell'istituzione dei Salons. L'arte figurativa viene a contatto direttamente con il pubblico in cui si diffonde il gusto per le opere d'arte; e dei Salons ormai esce la fama degli artisti: Chardin, Greuze, lo stesso Fragonard, Vernet. J. B. S. Chardin ( 1699-1769 ) presenta particolare interesse per lo spirito moderno con cui si ispirò a soggetti dell'intimità domestica: il suo mondo è quello modesto e semplice della sua casa. Il pericolo di cadere nella retorica, nella scenetta di genere, è superato dalla purezza dello stile. L'emozione evocata dal suo mondo pittorico è, più che espressa, suggerita dallo stesso disegno sobrio e acuto e dal colore puro, modulato in tonalità delicate con tocco leggero. J. Vernet ( 1714-70 ) rende il cielo e la luce dei suoi paesaggi con una delicatezza di tono che prelude a Corot. Ma prima che il senso del colore maturasse nelle più alte soluzioni, l'arte francese doveva passare per un'esperienza che coinvolse tutta l'Europa: il neoclassicismo.
IX. ARCHITETURA a scultura neoclassica. - In pieno '700, mentre poco fortuna aveva avuto il barocco e ancor meno il rococò (v.) che fu limitato alle decorazioni degli interni a ai mobili, maturò il gusto per l'antica arte classica (v. neoclassica arte). L'architettura adasi subito al nuovo gusto, ma proprio per la facilità di trovare modelli immediati non seppe dalla grandiosa purezza delle forme classiche ricavare l'espressione dell'intima monumentalità. Il Pantheon di Parigi, di G. Soufflot (1705-80) ovviamente ispirato al Pantheon di Roma, segna l'inizio di tutta una serie di monumenti del genere. Fu soprattutto l'età napoleonica che accentrò, specialmente in Parigi, il trionfo del neoclassicismo. La personalità più notevole fu Chalgrin (1739-1811) che trasse idee nuove dell'elaborazione di monumenti classici (Parigi, Arc de l'Etoile). Ma altri architetti quali Vignon (chiesa della Maddalena), Brogolet (la Borsa), Bélanger, gli stessi Percier e Fontaine, architetti ufficiali di Napoleone (Arco del Carrousel), fecero opera di stanca copia da motivi classici, senza animarli di vita autonoma. Il fenomeno più importante dell'età neoclassica fu il sorgere dei problemi urbanistici di cui si ebbe la prima realizzazione nella Piazza della Concordia a Parigi (1757) di J. Gabriel. Questi fu architetto anche del Castello di Compiègne e del teatro di Versailles (1770). L'infatuazione neoclassica toccò scarsamente l'architettura religiosa che ripiegò nell'imitazione di schemi basilicali.
La scultura, presto dominata dall'influenza italiana del Canova, ebbe la personalità più notevole in H. Houdon (1741-1828) i cui numerosi busti, ispirati alla ritrattistica romana, le statue a soggetto sono vivificati con fine sensibilità (Patit Palais: Voltaire; La scorticata; Giordano Bruno; Roma, chiesa di S. Maria degli Angeli : S. Bruno). Tra gli scultori che lavorano nella sua orbita (A. Pajou: busti di Descartes, di Bossuet, di Pascal; F. Leconte; David d'Angers: frontone del Pantheon) emerse il Clodion (1738-1814) che specialmente nei piccoli bronzi, nelle terrecotte o nei vibranti bassorilievi superò la convenzionalità con una vivace freschezza del modellato (Louvre: Cleopatra).
X. Pittura neoclassica a classica. - Il neoclassicismo francese ebbe la sua espressione più importante: - anche per i riflessi che ebbe nell'arte europea - nella pittura dominata da J. L. David (v.). L'influenza esercitata da David fu enorme; dalla sua scuola uscirono A. Gros (esaltatore dell'epopea napoleonica), Girodet, Gérard (ripici rappresentanti del gusto a impero a) mentre il verbo neoclassico si diffondeva in tutta Europa. Le prime opposizioni al predominio del gusto di David nacquero nello stesso suo atelier dove J. A. Ingres (v.) si
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(1) EMEXCO DI (1)L. B. Dzyazkari)
B. PIETRO DI LUSSEMBURGO PRESENTA UN DEVOTO ALLA MADONNA. Arte francese (ca. 1400) - Worcester, Museo.
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(1st. Altunr)

In alto: IMBARCO DELLA REGINA DI SABA di Claudio di Lorena (ca. 1650) - Londra, National Gallery. In basso: ELEAZARO E REBECCA di N. Poussin (ca. 1650) - Parigi, Louvre.
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A sinistra: LA GUERRE di Georges Bousult (s. 1946). A destra: NOË LANCIA LA COLOMBA DALL'ARCA. Litografia di Marc Chagall (1947).
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PIETĀ - Luodra, Galleria Nazionale.
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(per cortesia di M. Peltas)

(a) CHIESA CATTOLICA DI MASSAUA. b) CHIESA CATTOLICA DELLA MISSIONE DI CHEREN.
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legati ad Augusto per ottenere l'approvazione di questa sentenza, ma poco dopo, nell'autunno del 5 a. C., si ammalò; si recò allora alle terme di Calliroc sulla sponda orientale del Mar Morto, e poi a Gerico; giunzagli la conferma imperiale della condanna di Antipatro, lo fece uccidere. Cinque giorni dopo, poco prima della Pasqua del 4 a. C., anche E. mori. Fu sepolto a Herodium, vicino a Betlemme.
Elesto re dal Senato, E. non fu un rex socius nel senso giuridico dell'espressione; fu però considerato - amico ed alleato - (Aulig. Iud., XVII, q. 6, § 246) sebbene in tutto soggetto al velero di Roma e di Augusta. Pur godendo nel suo regno di piena autonomia, egli non poteva battere manciz d'oro o d'argento (infatti restano di lui solo monete di bronzo), non godeva di piena autorita giudiziaria sui membri della propria famiglia, non poteva designare il proprio successore senza l'approvazione di Roma; inoltre verso la fine del suo regno i sudditi dovettero giuare fedeltà a Cesare, come si faceva in tutte le province romane fin dal 15 a.C. Non gli era neppure permesso intraprendere guerre per proprio conto; poiché una volta E. violò questa proibizione, conducendo una breve guerra contro gli Arabi nel 9 a. C. con il consenso del legato di Siria Senzio Saturnano, eis suscitò lo sdegno di Augusto, il quale minacciò che se fino allora lo aveva trattato da amico, da allora in poi lo avrebbe trattato da suddito (Aulig. Iud., XVI, q. 3, §§ 286-99). Del resto E. dimostrò verso l'imperatore in più umile soggezione ornandosi di apiteti adulatori (q̧1, 20,26029, q̧1, 291202, 29123), imponendo a città da lui costruite i nomi di Kocodzara, Zajdarra, Ayyidmara, recandosi egli stesso due volte almeno a Roma ( 18 -17 e 12 a. C.). La sua devozione fu ricompensata da Augusto nel 30 con la restituzione; dei territori occupati da Cleopatra e con la donazione di Gadara ed Hippos, nel 24 con la donazione delle parti della uctrarchia di Zonodoro situate ai piedi del Libano, della Batanea, della Tracontitide e dell'Auronitide. I legati di Siria avevano l'ordine di agire sempre con il suo parere; Augusto stesso si addossò le spese di un sacrificio quotidiano da effrirsi nel Tempio di Gerusalemme per sé e per il popolo romano (Filone, Legatio ad Gnima, 23, 156; 36, 291; 40, 312).
E. fu amante di grandiose costruzioni. Edificò intere città, tra cui Cesarea, con ottimo porto, un tempio ad Augusto ed il Palazzo reale, Antipatride, tra Cesarea e Gerusalemme, in onore di suo padre, e Fasaelide nella valle del Giordano. Ricosirui interamente il Tempio di Gerusalemme, raddoppiandone quasi l'area a nord e sud con ampie sottosituzioni; ampliò la fortezza che sovrastava al Tempio e la chiamò Antonia; nella parte occidentale della città costrui il Palazzo reale. Nel 27 rinnovò Samaria, ed in onore di Ottaviano restò proclamato "Augusto" in chiamò Zajdarra, costruendo anche in onore di lui un tempio sul monte sovrastante. Adormò di costruzioni anche città straniere i a Rodi costrui a sue spese il tempio di Apollo e contribuì alla costruzione di Nicopoli. Si calcola che le sue rendite si aggirassero sul tono celeste annui, pari a ca. 12 milioni di lire in oro.
Fu praticamente scettico in religione, tanto che iniziò a Roma il suo regno con un sacrificio a Giove, costrui o restaurò in vari luoghi templi pagani e saccheggiò in Gerusalemme il sepolcro di David; tuttavia rispettò il sentimento religioso del popolo in cose per lui non troppo gravose. Pur ricostruendo il Tempio di Gerusalemme, non entrò mai nell'atrio dei sacerdoti, nel Santo e nel Santissimo, perché non era del ceto sacerdotale; proibì che sua sorella Salone sposasse l'arabo Silico, perché questi non volle accettare la corconciúone. Ma queste formalità non valsero a conciliargli l'affetto del popolo, che l'odìo per la sua vita licenziosa e per le sue crudeltà.
Bull.: Fonte quasi unica sono gli scritti di Flavio Giuseppe, che attinse delle memorie di Nicola di Damasco minisivo d'E. Aulig. Iud., XIV, 8-16; XV; XVI; XVII, 1-8; Bell. Iud., I, 9-11; M. Casaccio, E. I re degli, Ebrei, Padova 1903: M. Will-

(101. Alimari, Eerdinaz - E. riteve la testa di 1, Giovanni Battista. Particolara dell'affresco di Masolien da Pepicate (1433) - Castiglion d'Olona, Collegiata.
rich. Das Haus des Herodes, Roma 1929: H. Duesberg, Le roi Herode, Marodeaux 1932; G. Ricciotti, Storia d' Ioracle, II, 5 e ed., Torino 1947, passim.
Giuseppe Ricciotti
ERODE AGRIPPA I: v. AGRIPPA I.
ERODE AGRIPPA II : v. AGRIPPA II.
ERODE ANTIPA: v. antipa, julius herodes.
ERODE ATTICO. - N. a Maratona nel ior d. C. da Tiberio Claudio Attico Erode, che gli lasciò in credita ingenti ricchezze. Se ne servì per procurarsi libri e maestri che lo fecero una delle più cospicue figure letterarie del suo tempo; e per arricchire Atene, Alessandria, Olimpia, Delfi, Corinto, Troia e Camisio di belle costruzioni.
La ricchezza e la cultura gli facilitarono l'accesso a diverse cariche pubbliche (nel 125 prefetto dell'Asia; nel 127 agoranomo in Atene, nel 140 maestro di Marco Aurelio e Lucio Vera, nel 143 console); ma il carattere franco e violento da una parte e dall'altra l'amore per l'insegnamento l'allontanarono dalla vita pubblica. Ad Atene tenne scuola di retorica, in cui si formarono i più illustri sofisti del tempo, tra i quali Claudio Adriano di Tito, che recitò alla morte del maestro (177) l'elogio funebre. Dei suoi scritti non resta che il Ilegi m'Àtreias, la cui autenticità però è ancora molto discussa.
Bra., P. Vidal-Lablache, Herode-Atticus, Parigi 1872; C. Schultess, Herodes Atticus, Amburgo 1904; Münscher, s. v. in Pauly-Wissowa, VIII, coll. 921-54.
Ireneo Daniele
ERODE FILIPPO : v. filippo (erode).
ERODIADE. - Figlia di Aristobulo, figlio di Erode il Grande. Sposò suo zio Erode Filippo, figlio di Erode il Grande e di Mariamue II, figlia del sommo sacerdote Simone.
Erode Antipa (v.), il tetrarca, venuto a Roma ed ospitato dal suddetto suo fratello Erode Filippo che ivi viveva con la moglie E., si invaghì di costei, le promise di ripudiare la propria moglie, figlia del re degli Arabi Nabstei Areta IV, e di sposarla. Ma la moglie legittima, venuta a conoscenza delle inten-
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zioni del marito, prima di essere ripudiata fuggi presso suo padre; ben presto E., spinta dall'ambizione, andò a convivere con il tetrarca portando seco la propria figlia Salome. Contro questo adultario protestò pubblicamente Giovanni il Battista, che fu imprigionato.
Ma E. spiava l'occasione per vendicarsi: avendo Antipa durante un banchetto per il suo genetliaco promesso a Salome qualunque cosa desiderasse come premio delle sue danze, la farciulla, dietro consiglio della madre, chiese la testa di Giovanni che fu subito decapitato ( M t .6,17-29 ; M t .14,3-12 ) ; ciò avvenne nella fortezza di Macheronte. Sebbene Flavio Giuseppe dia solo la ragione politica come causa della prigionia e morte del Battista, questa non esclude l'altra data dai vangeli.
Quando Agrippa, fratello di E., fu fatto re da Caligola, E. non sopporto che Antipa restasse semplice tetrarca, e lo spinse a recarsi con lei dall'Imperatore per ottenere quel titolo. Presentandosi a Caligola a Baia, Antipa si trovò di fronte ad un'accusa di tradimento lanciongli da Agrippa, dalla quale non poté difendersi. Fu pertanto deposto ed inviato in esilio a Lione. E. non accertò la grazia offertaio da Caligola a segui Antipa in esilio. Non si conosce nulla della loro fine.
Giuseppe Rieciotti
ERODIANI ('Erodiavol). - Nominati insieme ai Farisei in Mt. 22, 16 e in Mc. 3,6; 12, 13. Non furono una setta religiosa: Flavio Giuseppe come tali considero solo i Farisei, Sadducei, Esseni e Zeloti; egli usa un nome simile, 'Erodiolo, per indicare i partigiani di Erode il Grande in contrapposizione a quelli di Antigono ('Avriyovelo) nella guerra del 39-37 a. C. E pertanto probabile che il nome E. usato nei Vangeli indichi soldati o cortigiani del tetrarca Erode Antipa. Non risulta che con tale nome fosse designato il partito politico antiromano che sognava la restaurazione del Regno di Erode il Grande.
Biss.: W. Otto, Herodianoi, in Pauly-Wissowa, Supplem. II, coll. 200-202; S. W. Bacon, Pharisees and Herodians in Nork, in Journal of Bibl. Lit., 39 (1920), pp. 102-12; E. Bikerman, Les Hérodines, in Reour bibl., 47 (1938), pp. 184-97.
Giuseppe Rieciotti
EROE. - Dal greco ñpuc «signore, principe», di etimologia incerta, denota, in genere, chi si eleva al di sopra degli altri per forza, potenza e nobiltà. La figura dell'e. si trova nella mitologia e nel culto di tutti i popoli perché risponde al bisogno di concretare in un essere umano, sublimato nel cielo della divinità, la storia a l'indole del gruppo umano che l'ha foggiato.
In genere l'e. è un uomo, autore di imprese gloriose e difficili a beneficio del suo gruppo, imprese che gli hanno procurato dopo morte la venerazione che circonda il suo sepolcro, divenuto luogo di culto e sede di orecoli. Che si tratti di un essere originariamente umano è dimostrato dal fatto che il genere di culto che si tributa all'e. è quello proprio dei defunti e delle divinità infere; cioè : sacrificio di tipo espiritario (èevrvquó), completo di notte, non sopra un altare ma su un basso tumulo di terra (èoyópa) simile al focolare domestico, immolando vittime nere, rivolte con il muso verso terra, e bruciando completamente la vittima (olocausto). La differenza dal rituale funerario consiste nella diversità dello scopo che per i defunti è quello di sostentarne la umbratila vita, abbeverandoli del sangue della vittima, per gli e. è invece impetratorio a beneficio di chi lo compie. La Grecia è il paese che ha più accentuato il culto degli e., nare dalla fede nella sopravvivenza di quei grandi spiriti che furono in vita benefattori del proprio gruppo. L'influsso che irradia dalla loro tomba è soprattutto di due generi: o salutare (Asclepia, Alcone, Jairo) o mantico (Calcepte, Tiresia, Glauco, Anfiarao, Trofonio). Il santuario delfico fu il legislatore del culto degli e. In quanto era di sua spettanza disciplinare la diffusione delle colonie,
fissando il culto da tributare all'e. fondatore (olato-íq). A Delfi si celebrava annualmente una festa dedicata agli e., cioè ai morti di Delfi ( η_{\text {pou }} i, Plut. Quaett. gr., 12).
Anche nei riguardi della rappresentazione artistica l'e. è un antenato divinizzato; viene infatti raffigurato con le cose usate in vita: cavallo, cane, armi, o simboleggiato da un serpente che è l'animale ctonico per eccellenza. Le sue reliquie, vere o fittizie, sono il centro irradiaore del suo potere.
L'e. è dunque un uomo divinizzato dopo la morte a causa delle sue grata: è questo il processo ascendente dell'eroizzazione, sostenuto da E. Rohde, U. Wilamowitz, M. Nilsson. Ma si è verificato talore anche un processo discendente: quando cioè talune divinità sono scadute al livello di semidei o di eroi a causa dei diffondersi di nuove più comprensive e universali divinità, processo verificatosi parallelamente alla maggiore unificazione delle stirpi greche (E. Meier, H. Usener, G. De Sanctis); è questo il caso di Agamennone, Menelao, Neleo; il diffondersi dell'epopea omerica ha assai contribuito a questa degradazione.
Fa eccezione a questo duplice processo di eroizzazione, ascendente e discendente, il caso dei miti propri delle popolazioni primitive a regione sociale telematica. Questo riconoscono il loro e. mitico generalmente in un animale (lupo, canguro, corvo, mantide) il quale avrebbe compiuto imprese ettcordinarie guidando il sino nel luogo di sua dimora, stabilendo le leggi tribali, ecc. L'emblema di questo e. mitico orna l'ingresso del villaggio, è riprodotto sulla armi e sul corpo dai guazzieri: la specie vivente che lo rappresenta è fatto oggetto di interdizione speciali e costituisce il centro di una grande festa diretta alla persistenza e all'incremento della tribù.
Il culto degli e. è stato sempre in favore nei gruppi umani, perché la loro figura è più vicina agli uomini che non quella degli dèi.
Entrano in Grecia, nella categoria degli e. i morti illustri, i fondatori di colonie, i fondatori o restauratori politici di città, i fondatori di una associazione cultuale o di una scuola filosofica, ecc.
Con l'epoca ellenistica, che facilito il sorgere di nuove associazioni di culto, sorse anche la venerazione di e. privati, finché questo epitetò fini, come attestano le iscrizioni dell'epoca, per essere sinonimo di defunto.
Brat.: K. Breysig, Die Entstehung der Gottengeloniens u. der Heilbringer. Berlino 1902; F. P'fster, Relieviowhult im Altertum. 2 voll., Giessen 1909, 1912; S. Czarnowski, Le culte des hères et ses conditions sociales, Parigi 1914; E. Rohde, Fichte, trad. it., Bari 1914; S. L. R. Ferrell, Grecli hara cults and ideas of no. mortality, Londra 1921; A. von Deursen, Der Heilbringer. Gerning 1931; G. De Sanctis, Storia dei Greci, 3^{2} ed., Firenze [1942], pp. 283-90.
Nicola Turchi
EROE CULTURALE. - E una figura che si incontra nella mitologia di molte popolazioni primitive ed ha una funzione secondaria a subordinata di fronte all'Essere Supremo. E più vicina di questo all'umanità, alla quale procura in genere dei vantaggi immediati : non è, però, sempre benefica. E anche creatore 18 dove la creazione, considerata lavoro, viene attribuita ad un essere subalterno all'Essere Supremo: in tal caso può essere anche il capostipite in qualità di demitargo. E in genere l'artefice dell'ordinamento attuale del mondo, senza avere per lo più carattere etico; interviene direttamente con metodi molto umani nelle cose di questa terra.
Tale figura ha attirato l'attenzione degli storici delle religioni sia per l'analisi delle sue caratteristiche, sia per la posizione che essa ha nelle polemiche sulla formazione del concetto di divinità. Tale polemica si trova riassunta in un articolo pubblicato nel 1906 da P. Ehrenreich (cf. bibliografia). In esso l'autore critica la teoria di K. Breysig, come quelle di altri autori appartenenti alla scuola evoluzionistica, occupatisi direttamente a indirettamente dell'argomento, quali Max Müller, E. B. Tyler, D. Brinton, J. Frazer fino ad Andrew Lang che ne tratta nel suo Making of religions (Londra 1901). In particolare egli nota una netta contraddizione nelle idee di Breysig,
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secondo il quale la formazione del concetto e della figura di Dio deriva presso i primitivi da quella di un eroico, forte e saggio uomo. Tale uomo, però, secondo il Breysing, non è un individuo terrestre della lontana preistoria, un essere del genere umano, ma una figura ideale, nella quale l'esigenza della spiritualità umana è portata alla più alta espressione sensibile e l'uomo alla fine si inchina all'ideale che egli stesso ha evesto. Più coerente è, invece, (temper secondo P. Ehrenreich), E. Durkheim, il quale, pur interpretando senza spirito critico la documentazione etnologica, ridena che l'idea dei grandi del presso i primitivi sia venuta dagli antenati terramici ed abbia una base nella figura dell'e. c. Per W. Wundr, infine, gli dei furono concepiti dapprima come eroi; in un secondo tempo, poi, come esseri spirituali. Oppone è la opinione dello Ehrenreich. Egli, d'accordo con la teo. sia della scuola storico-culturale di Vienna sul monoterreno originario dei primitivi, sostiene che è dell'Estere Supremo che viene a staccarsi man mano a a formarsi la figura dell'e. c., il quale acquista vita e vigore in proporzione inversa di quanto l'idea dell'Essere Supremo viene ad affievolirsi, presso culture che si allontavano dalla forma originaria. La figura dell'e. c. manca infatti tra i Pigmei, presso i quali il concetto e il culto dell'Essere Supremo hanno la loro manifestazione più pura. La troviamo, tuttavia, presso popolazioni anche esse molto primitive quali quelle della California centrocentenormale. Demiurgo nelle tradizioni cosmogoniche degli Mignodimi e Nonaborho (conosciuto anche come Manabosh, Messou, Michabo, ecc. presso un gran numero di tribù). Per gli Una della Terra del Fuoco Teu. maled. l'Estere Supremo, Colui che sta in cielo, poco si cura delle cose degli uomini, tranne che per infliggere loro delle punizioni, quali la morte, e lascia a Kenos, il primo uomo, l'incarico di occuparsi delle cose di questo mondo. Anzi dà a lui anche il compito di dar forma all'universo e di stabilire le regole sociali e religiose che devono essere osservate dagli uomini. La figura più importante nella mitologia degli Ottentori dopo Taut Gosb, l'Estere Supremo, è Heitsi Eibib, eroe demiurgo nato da una vergine, autore di imprese meravigliose, morto a rinato più volte, che ha assimilato molti tratti del vecchio Essere Supremo. In Africa troviamo la figura dell'e. c. anche nelle credenze degli Herero, dei Cafri, dei Sudonesi dell'interno.
La credenza in e. c. è diffusissima e forse generale in Australia: veriano da tribù a tribù i particolari delle imprese da essi compiute, ma lo sfondo della narrazione di queste è pressoché identico. Una delle figure più rinaturaliche è Prolaputia, il protettore degli Aranda. Essi, come ritiene A. W. Howitt, non crearono gli uomini, ma il perfezionarono soltanto con i loro insegnamenti. Tra i Warrungeri, però, la creazione degli uomini è attribuita agli e. c. L'e. c. dei Maori era Tane, figlio del Cielo e della Terra. Aveva anche il carattere di creatore. Maa, invece, l'eroe di molti miti polinesiani, non percepisceva alla vicenda della creazione, ma è lui che costringe il sole ad un corso regolare, che procura agli uomini il fuoco e compie in loro favore molte imprese. Ma dove la figura dell'e. c. ha maggiore sviluppo è tra gli indigeni americani, non solo tra le popolazioni più primitive quali appunto quelle sopra citate, ma anche tra le popolazioni a cultura più evoluta. Tale è appunto il Bochica del Chibcha, che costituisce uno degli esempi più chiari di eroe civilizzatore. Subordinato all'Essere Supremo Chi-ral-til-gogua, è lui che insegnò agli uomini l'agricoltura, le arti, la piu'á e poi si ritirò dalle cose di questo mondo, intervenendovi di nuovo una sola volta per impedire una inondazione della valle di Bogotá. Strano è, però, che alcune tradizioni riferiscono che egli a sua volta al servi di un altro essere per completare la sua opera fra gli uomini, un secondo e. c., Nemquetara Sapigua. Ciò è forse da attribuire ad una confusione di tradizioni, o meglio ad una ripetizione di una identica figura attraverso un accavallamento di versioni differenti di uno stesso mito, che vengono poi a costituire un unico racconto.
Boca A. W. Howitt, The native tribes of South East Australia, Londra 1904, passim; P. Ehrenreich, Chiton und Heilbringer, in Zeitschrift für Ethnologie, 38 (1906); W. Hodze, Handbook of
American Indians North of Mexico, Washington 1907-10 (Bull. of Bureau of Amer. Ethnol., Smithsonian Institution, 30); A. L. Kroaber, Handbook of the Indians of California, Washington 1925 (Bull. of Bureau of American Ethnol., Smithsonian Institution, 58); W. Schmidt, Der Ursprenc der Osttreilee, I-VI, Münster 19061940, passim; W. Wundr, La psicologia dei popoli, Torino 1909; H. Baumann, Schöpfung und Urzeit der Menschen im Mythen der Africanischen Völker, Berlino: 1946, passim; Handbook of South American Indians, I-V, Washington 1946-49, passim (Bull. of Bureau of American Ethnol., Smithsonian Institution, 143); R. Pettazzoni, Miti e leggende, I, Torino 1948, passim. Tullio Tentori
EROICO, ATTO. - E chiamato eroico ogni atto umano che non può esser posto dalla persona, se non con straordinaria o grandissima difficoltà morale. Non è sempre possibile determinare con assoluta sicurezza quando vi è l'eroismo, in quanto circostanze oggettive e soggettive di vario genere talora imponderabili, concorrono a costituire l'a. e. Anche l'esercizio della virtù, per quanto ordinaria e di facile osservanza se presa nelle singole sue manifestazioni, può costituire vero eroismo, se protratta per tutta la vita o per un periodo molto lungo ed osservata con particolare perfezione. Ordinariamente basato questo eroismo alla beatificazione (v.) e canonizzazione (v.) dei servi di Dio. Questo eroismo però, che si può chiamare abituale, è diverso da quello richiesto per compiere una sola azione o una serie di poche azioni, per le quali è richiesto nel soggetto il disprezzo della stessa vita o di uno dei beni massimi della persona, p. es. della libertà.
I teologi e i moralisti intendono parlare di a. e. in questo secondo senso quando trattano dell'oggetto della legge, e si domandano se sia possibile imporre alla massa dei sudditi o ad alcuni di essi e. e. di questa natura. Seguendo l'indirizzo della Chiesa, la risposta è negativa, qualora la legge riguardi i sudditi in massa : la legge non può imporre a. e. Fanno eccezione a questa norma le leggi divino-naturali non solo perché Dio è assoluto nadrone della vita di ognuno, ma anche perché in realtà, nell'imporle, Dio dà sempre i mezzi naturali e soprannaturali necessari alla loro osservanza. Per questo ognuno deve piuttosto subire la morte che rinnegare la fede. Ma all'infuori delle leggi divino-naturali, nemmeno le leggi divino-positive fanno eccezione, in quanto, per i casi nei quali è necessario un vero eroismo perché siano osservate, si presume legittimamente che Dio ne sospenda l'obbligo. Casi, ad es., nessuno sarà obbligato a santificare la festa ascoltando la Messa o astenendosi dal lavoro, se, per andare in Chiesa, si corra serio pericolo di venire uccisi dal nemico o se non lavorando venisse a mancare il necessario sostentamento per continuare a vivere.
Le leggi invece puramente umane, tanto civili che ecclesiastiche, non possono mai imporre a. e. in via generale; lo possono in casi particolari, solo a condizione che ciò sia assolutamente richiesto dal bene comune oppure che le medesime persone si siano poste spontaneamente in situazioni sociali tali, che richiedono azioni eroiche. Per il primo motivo la sentinella dovrà compiere il suo dovere, anche a costo della propria vita, essendo ciò richiesto dal bene comune; per il secondo, i chierici in morte e i religiosi dovranno osservare la costitú perferta; i parroci e i pastori di anime rimanere generalmente al loro posto, anche con il pericolo della vita; i religiosi votati al servizio degli oppressi o dei lebbrosi, servirli anche con il pericolo prossimo di contagio mortale.
In conseguenza dei principi esposti, normalmente le leggi non impongono a. e. Comunque, osservano i moralisti, che se ciò facessero, salve le eccezioni predette, esse non avrebbero effetto. La ragione di ciò sta nel fatto che tra le condizioni richieste dalla legge perché sia valida, vi è che la sua osservanza sia praticamente possibile. Né è difficile dimostrare che una legge che impone ai sudditi in via generale a. veramente e. sarebbe praticamente inosservabile o per lo meno intollerabile: cesserebbe perciò di essere diretta al bene comune in quanto inutile e quindi cesserebbe di essere legge.
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E necessario però tener presente che il giudizio riguardante l'eroicità di un'azione è di regola riservato al legislatore. Rarissimamente potrà darsi il caso, che i sudditi si esimano dell'obbedire, adducendo il motivo che l'azione imposta è eroica. Ciò vale anche per i casi di precetti dati direttamente allo singole persone.
Per l'a. e. di carità in suffragio delle anime dei Purgatorio, v. Atto EROICO di CARITd.
Biol.: D. M. Prümmer, Theol. mor., I. Friburgo in Br. 1935, n. 184: H. Noldin-A Schmitt, Theol. mor., I. Innsbruck 1935, n. 148: A. Piccotto-Gennaro, Theol. mor., I. Torino 1940, n. 344: H. Merkelbach, Theol. mor., 3* ed., J. Parigi 1947, nn. 280 e 326: S. Indelicato, De «sancritate», quae pro bestificatione et communicatione servarum Dei requiritur probando, in Monitore ecclesiast., 75 (1956), pp. 109-23. Lorenzo Simeone
EROS: v. AMORE E PSICHE.
ERRICO, Gaetano, venerabile - Fondatore dei Missionari dei SS. Cuori, n. a Secondigliano (Napoli) il 19 ott. 1791, m. ivi il 29 ott. 1860 . Fu ordinato sacerdote il 23 sett. 1815 . Fondò nel 1833 la Congregazione dei Missionari dei SS. Cuori di Gesù e di Maria e nel 1846 ne ottenne l'approvazione definitiva dalla S. Sede. Svolse il suo apostolato in quasi tutta l'Italia meridionale; si prodigò nelle epidemie coleriche del 1836-37 e del 1854 . Godette la stima dei pontefici Gregorio XVI e Pio IX, mentre Ferdinando II di Napoli gli concesse libera entrata e corte e più volte gli aprì la sua coscienza. Il 18 dic. 1884, Leone XIII lo dichiarò venerabile.
Biol.: P. Rocio-M. Longo, La Chiesa e l'Addolorato del ven. G. E., Napoli 1934.
Luigi Maria Grande
ERROMANGO, ISOLE: v. NUOVE EBRIDI, vIcarlato apostolicO delle ISOLE.
ERRORE. - Dal lat. errore, divagare, svilarsi, è, in senso largo, l'allontanamento dalla verità nel pensiero e nell'azione; in senso proprio e ristretto alla conoscenza, è un giudizio, o affermazione oggettivamente falsa. Accettando la definizione della verità come "conformità fra il pensiero e l'essere" e. è quindi l'affermazione o la negazione mentale positivamente difforme dalla realtà. Da questo senso originario soggettivo è derivato quello oggettivo per cui e. vale talora come sinonimo di proposizione falsa: così si parla, ad es. di e. contenuti in una dottrina, in un sistema. Come affermazione mentale positivamente difforme dalla realtà, l'e., in senso proprio, va essenzialmente distinto dall'e. puramente negativo con cui si suole indicare la semplice inadeguatezza e incommensurabilità della conoscenza umana con il reale.
Il problema dell'e., per la sua connessione con quello della verità e per le imbarazzanti aporie cui sembra dare luogo, è stato fin dall'antichità oggetto di interesse e di indagine da parte della filosofia. Protegora, in base al principio soggettivistico ("l'uomo è misura di tutte le cose», Theael., 152 A), negava la realtà dell'e. (Euthyd., 285 C). Platone, che considerò ampiamente il problema, mettendone in luce le difficoltà, pur affermando l'e. consistere nel giudizio. in quanto questo può riunire due nozioni che vanno distinte, non pervenne tuttavia a una determinazione adeguata della cause dell'e., la cui spiegazione veniva resa più ardua dalla teoria della conoscenza come reminiscenza intuitiva delle idee. Questa indeterminazione quanto alla genesi e alle cause dell'assenza erconio resta in Aristotele, il quale suole considerare il giudizio più come oggettiva composizione di concetti che non come atto mentale sintetico-percettivo. Comunque, Aristotele stabilisce il principio fondamentale che il vero e il falso si trovano soltanto nella proposizione, in quanto questa è affermazione conforme o difforme dalla realtà, e quindi nel pensiero che la esprime (cf. Met., IV, 7 , 1011 b 25). Inoltre Aristotele pone in rilievo le illusioni dei sensi e accenna pure all'influsso che sul retto giudi-

Eroico, Gartano, venerabile - Ritratto del ven. G. E., di R. Spand, conservato nella Casa Madre di Secondigliano.
sio esercitano la volontà e il temperamento. Il volontarismo nel problema dell'e., un volontarismo assai complesso, in quanto si connette con la questione del peccato originale e delle sue conseguenze, si accentua in s. Agostino: l'e., "falso pro vero approbazio" (Contra Aced., I, 4, 11), non è a carico dell'intelligenza; questa, illuminata dalla luce divina, per sè non cadrebbe nell'e., se la volontà male inclinato e le impressioni sensibili non impedissero all'anima la pura visione della verità (cf. De Gen. ad litt., XII, 14, 29; De vera rel., 33, 62). S. Tommaso, posta la netta distinzione fra ignoranza ed e., riprende la definizione agostiniana (De mala, q. 3, a. 7), e afferma con Aristotele l'e. non trovarsi nella semplice percezione intellettiva (simples apprehensis) ma soltanto nel giudizio (Sum. Theol., 1*, q. 17, a. 3), dipendentemente dalle illusioni della conoscenza sensibile (De verit., q. 1, e. 11). Inoltre la dottrina dell'Angelico sull'assenso come atto formalmente intellettivo, e il potere determinante riconosciuto alla volontà quando manchi la intrinseca evidenza dell'oggetto (Sum. Theol., 1^{2}-2^{20}, q. 17, a. 6), conduce alla concezione dell'e. come assenso ad una proposizione non evidente, determinato dall'influsso della volontà sull'intelligenza.
Nella filosofia moderna è nota la posizione rigidamente volontaristica di Cartesio: affermato l'assenso come atto essenzialmente volitivo, l'e. vien tutto addossato alla volontà, che, più ampia ed estesa dell'intelletto, oltrepassa nell'assenso i limiti della percezione intellettiva (Med., IV, trad. it., di A. Tilgher, I, Bari 1928, pp. 124133; cf. Princ. philae., I, 33). Bacone (v.) nel Novum orgaum (I, 39 agg.) fa un accurato esame delle cause dell'e., riducendolo agli innumerevoli pregiudizi e propensioni psicologiche (idolo), che turbano e impediscono la oggettività del giudizio. Spinoza concepisce l'e. in senso puramente negativo, come difetto e limite nella conoscenza (Eth., II, 35). In Kant il problema si accuisce per la particolare concezione soggettivistica della verità, inerente
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al suo sistema: affermata la verita come accordo dell'ano conoscitivo con le leggi del pensiero, l'autore del criticismo asserisce non essere, per sé, possibile l'e. né nell'intelletto né nel senso; esso, che si ritrova solo nel giudizio, proviene dall'influsso inavvertito della sensibilità sull'intelletto, per cui i principi soggettivi del giudizio si mescolano ai principi oggettivi (cf. Critica d. ragionzara, trad. it. di G. Gentile e G. Lombardo-Radice, 1, Bari 1940, pp. 237-78).
Nell'idealismo assoluto posttianiano, negata la realta come posizione trascendente cui il pensiero debba conformarsi, si diviene logicamente alla negazione dell'e. nel suo significato classico di conoscenza differme dalla realtà. In Gentile, l'e., come atto positivo dello spirito, è impossibile: il concetto, in quanto si realizza nel suo eterno processo autocreativo è necessariamente vero: tuttavia, in quanto in questo suo diveniente processo il concetto ha per suo momento essenziale la propria negazione, esso avvolge precisamente l'e. come suo non essere, esattamente superato nell'atto. Quindi non s e, e verità, bensì e. nella verità - (Teoria gen. dello spirito, 5^{\text {h }} ed., Ficente 1938, pp. 233-37).
Il problema dell'e., accettando questo nel suo valour tradizionale - la specifica posizione dell'idealismo condivide le sorti dei principi generali del sistema - presenta due questioni principali verso cui s'è anche generalmente polarizzata l'indagine storica: a) in quali momenti della conoscenza esso si realizzi; b) quali siano le cause per cui esso si rende possibile e intelligibile. Quanto alla sede dell'e., esso, propriamente, non si ritrova nelle forme di conoscenza essenzialmente passive, quale è la pura sensazione e la semplice percezione intellettiva. I sensi non vanno, in senso proprio, soggetti ad e. nell'apprensione del loro oggetto : non nel senso che sempre riferiscano o debbano necessariamente riferire la realtà materiale come è in sé, bensì in quanto l'oggetto esterno è sempre dato ad essi quale necessariamente si determina nel rapporto fra le sue condizioni oggettive e la struttura soggettiva del senso; e ciò tanto nei casi normali che in quelli anormali. Lo stesso vale, anslogamente, per la semplice apprensione intellettiva, se si concede che essa possa psicologicamente realizzarsi senza un giudizio, almeno implicito. L'e. è possibile soltanto là dove interviene una valutazione spontanea e attiva da parte del soggetto conoscente, ossia un giudizio, sia iniziale e concreto (tale è, in certo senso, ogni percezione e complessa costruzione soggettiva della sensibilità), sia, principalmente, concettuale e puro (il giudizio, in senso proprio, dell'intelligenza).
La possibilità dell'e. in questi momenti della conoscenza umana si può agevolmente intendere, qualora si tenga presente la natura del giudizio e i vari fattori psicologici che esso implica. Il giudizio infatti, pur essendo formalmente un atto del pensiero, riveste tuttavia molto spesso i caratteri di una funzione psicologica integrale in cui sono impegnati i vari coefficienti psichici costitutivi della personalità. Nella scelta e valutazione dei dati oggettivi per la sintesi assertiva l'uomo porta il suo temperamento, il suo carattere, le sue abitudini, inclinazioni, tendenze, pregiudizi, passioni, e tutte le particolari condizioni di mentalità e coltura, in cui s'è venuto gradatamente formando il suo spirito. Se a ciò si aggiungano le varie illusioni provenienti dalla sensibilità (sensi esterni, fantasie, memoria), i limiti dell'esperienza e la essenziale inadeguatezza della conoscenza umana, radice metafisica ultima della possibilità dell'e., non è difficile comprendere come il giudizio possa frequentemente non corrispondere all'oggettivo es-
sere delle cose. L'insieme dei fattori enumerati contribuisce infatti, da una parte, al presentarsi dell'oggetto sotto un aspetto inadeguato e talvolta il. lusorio, e dall'altra a polarizzare la percezione intellettiva in un senso più o meno parziale e insufficente del reale, ostacolando lo sguardo libero e integrale del pensiero. E ciò tanto più frequentemente quanto più la verità è complessa, e interferisce con le tendenze, esigenze e impegni della persona e della vita.
Circa le parti della volontà nell'e. non sembra accettabile la dottrina che fa il volere direttamente responsabile del giudizio erroneo, attribuendo alla libera volontà il potere di determinare l'assenso oltre i limiti consentiti dalle ragioni di ordine conoscitivo presenti al pensiero. Infatti, dato anche che tale influsso della volontà sia possibile, in questo caso resterebbe nel pensiero la coscienza della possibilità dell'e. e quindi, perciò stesso, l'e., come atteggiamento assolutamente negativo dello spirito, cadrebbe : non si è nell'e. quando si è coscienti che la propria affermazione può essere errata. L'influsso diretto della volontà, se si è nell'e., esige, dalla natura stessa di questo, di essere inavvertito e inconscio. La volontà tuttavia, come fattore fondamentale della personalità, conserva nell'e. un largo influsso indiretto, in quanto, con le generali condizioni morali che realizza nella persona umana, e con le particolari determinazioni all'azione, predispone, in senso positivo e negativo, l'intelletto alla conoscenza del vero. Per questo, l'e., come qualunque altra espressione dell'attività umana, resta talora, ma solo in senso causale, volontario, e quindi anche, nella misura della moralità e libertà delle condizioni remote che l'hanno determinato, imputabile.
Ittus.: V. Brochard, De l'erreur, 2 e ed., Parigi 1897: M. D. Roland-Gasselin, La théorie thomiste de l'erreur, in Mélanges thomistes, 3 (1923), pp. 233-74; J. Henri, L'ingratabilitá de l'erreur d'après a Thomas, in Revue 106-206., 27 (1923), pp. 223-41; J. De l'anguádec, La critique de la connaissance, Parigi 1929, pp. 208-18; A. Levi, Il problema dell'e. nella filosofia dell'innostrenza, in Archivio di Sina, 2 (1038), pp. 17-27; L. W. Keeler, The problem of error from Plato to Kant, Roma 1934; B. Schwarz, Der Irrtum in der Philosophie, Münster 1934; A. Brunner, La connoiscenza humaine, Parigi 1943, passim (v. ind., p. 429); A. Guzzo, L'io e la ragione, Brescia 1947, pp. 54-60. Ugo Viglino
Nei. orarero. - La divergenze e i contrasti che si avvertono in filosofia intorno al concetto e alla definizione dell'e., praticamente non spostano i termini con i quali il fenomeno va considerato sotto l'aspetto giuridico, dove il problema - volto essenzialmente alla valutazione degli effetti dell'e. sugli atti umani - si imposta soprattutto in relazione alle disposizioni positive dei vari ordinamenti giuridici. Giuridicamente per e. s'intende un falso giudizio o rappresentazione, cioè un giudizio o rappresentazione che non corrispondono alla realtà. Partendo da questa definizione - riproducente in sostanza quella più sintetica per cui l'e. è e la discordanza fra la conoscenza e la realtà n, possiamo, prescindendo da ogni diversa concezione filosofica, vedere sul piano concreto del diritto quale influenza l'e. eserciti sulle azioni dell'uomo, operante sia nella formazione di un negozio giuridico, sia nell'attività produttiva di un reato. L'e. viene infatti preso in considerazione dal diritto in quanto esso determina la formazione e la dichiarazione di una volontà che non si sarebbe formata o dichiarata senza il falso giudizio o la falsa rappresentazione della realtà in cui è consistito l'e.
Si vuole comprendere nel concetto giuridico di e. anche l'ignoranza; ma sembra più esatto dire che, pur trattandosi di concetti per sé stessi ben distinti (in quanto
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I'e. è una discordanza positiva fra il pensiero o la conoscenza e il suo oggetto, mentre l'ignoranza non è che una discordanza negativa, o in altre parole l'uno è conoscenza inesatta, l'altra è mancanza di conoscenza), tale distinzione giuridicamente è irrilevante, poiché in ordine alle azioni delle quali soltanto il diritto si occupa, l'ignoranza può esercitare una influenza sulla volontà solo in quanto vi sia connesso un e. E ciò perché, come spiego bene e. Timmesso, sastus voluntatis praesupponit aestimationem sive iudicium de aliquo in quod fertur: unde si est ibi ignorantia, oportet ibi esse errorem * (Sum. Theol., 3^{°}, q. 31, a. 1 ad 1).
La dottrina distingue l'e. nei negozi giuridici sotto diversi punti di vista. Mentre ha perso importanza la distinzione tradizionale tra e. di diritto ed e. di