mitiva proviene dalla fraternita di Cannora presso Assisi, redatta da un autore sconosciuto e raccomandata da s. Francesco d'Assisi nel 1221 al Penitenti di Firenze. Non se ne ha il testo originale, ma soltanto una versione rimaneggiata verso il 1224-27 dai F. P. (probabilmente dal b. Giovanni da Salerno, priore di S. Maria Novella di Firenze) ed accolta da tutte le fraterniue della Penitenza. Nel 1284-85 una doppia riforma, intrapresa dai Minori e dai F. P. con l'appoggio della S. Sede allo scopo di sottomettere queste fraternite ad un controllo più stretto della Chiesa, ebbe l'effetto di affiltrite i Penitenti a questi due Ordini mendicanti. Il gruppo affilato all'Ordine dei F. P. ricevette come regola una redazione radicalmente rimaneggiata della regola antica. Questo statuto, pubblicato nel 1283 da Munio da Zamora, maestro generale dei F. P., intendeva intensificare la vita religiosa dei Penitenti, da tempo assorbiti dalle loro opere sociali (ospedali, assistenza pubblica ecc.); esso esige "un grande zelo per la verità della fede cattolica "ed impone certe pratiche di pietà e di penitenza più specificate. Dal Terz'ordine domenicano uscì un numero cospicuo di anime mistiche : le bb. Benvenuta Boiani, Giovanna d'Orvieto, Margherita di Castello, Villana de' Botti, Sdultina de' Biscossi, le sc. Caterina da Siena e Rosa da Lima ecc. Dal sec. xv: sacerdoti (ad es., s. Lodovico Grignion de Montfort, ven. Ollier) e laici, desiderosi di partecipare all'ideale di santità apostolica dei F. P., si ascrissero pure al Terz'ordine domenicano. Dopo il Lacordaire ebbe diffusione soprattutto fra gli intellettuali laici. Verso la fine del Quattrocento, la b. Colomba da Rieti (in. nel 1301) inaugurò a Perugia un nuovo genere di vita domenicana, cioè le Terziarie domenicane regolari. Oggi, le Congregazioni di questo genere si sono moltiplicate. Se ne contano 129 (con un totale di 40.044 suore), di cui 17 hanno la casa madre in Italia con un numero di ca. 275 case e 3500 religiose. La loro attività si esplica nelle molteplici opere caritative: insegnamento, cura degli infermi, asili e missioni, ecc.
X. Confratrernite domenicano. - La principale confraternita laicale eretta nelle chiese dei F.P. è stata quella della Vergine, fondata in Italia da s. Pietro Martire dal 1240 al 1252 , allo scopo di diffondere la conoscenza del dogma mariano ed il culto mariano, minacciati dai satari, con predicazione mariana, esecuzione di conti mariani in lingua volgare (laudi), recita di Ave Maria glossate, processioni pubbliche. Come tutte le confraternite laicali, anche questa attendeva ad opere di carità. In certi luoghi, come, ad es., Firenze, si scinde verso il 1260 in due confraternite indipendenti, delle quali l'una continua a perseguire lo scopo primitivo, l'altra quello secondario, sottraendosi quest'ultima all'influsso dell'Ordine. Dove rimase indivisa, le sue opere sociali presero insensibilmente il sopravvento a danno dell'attività religiosa e mariana (Arezzo). Sulla metà del sec. xv si impose la necessità di una riforma. La incominciarono dal 1468 i Domenicani dell'Osservanza (Alano della Rune, Giacomo Sprenger, Michele Francaia) propagando il vellerio a Rosario della Vergine come devozione popolare. In tutti i conventi dell'Osservanza si eresse a tal fine la Confraternita del Rosario (nel 1480 da Giovanni d'Erfordia a Venezia, poi a S. Marco in Firenze, alla Minerva in Roma ecc.), con obbligo per gli ascritti di recitare ogni settimana un Rosario di 15 paesi. La confraternita incontrò favore straordinario in tutta la cristianità. Nei conventi non riformati l'antica confraternita della Vergine si estinse pian piano con la conventualità, a si so-
vitici quella del Rosario. Dal sec. xvir confraternite vennero erette in tutte le chiese parrocchiali, andandovi regolarmente i F. P. a predicare il Rosario. La propagazione di questa preghiera, oggi universale, fu opera della S. Sede (innumerevoli concicliche) a dello stesso Ordine, di cui rimane uno dei più grandi meriti.
XI. Eroca moderna. - A partire dal sec. xvi la storia domenicana è meglio conosciuta. I fatti più evidenti sono: la lotta contro Lutero, la grande parte avuta nel Concilio di Trento, la sua soppressione spesso cruenta (s. Giovanni, martire di Gorcum) nei paesi divenuti protestanti, la espansione delle sue missioni in Africa, Asia e America, l'erezione di nuove province in America e nelle Filippine, con i loro studi generali ed anche università (a Manila nelle Filippine, a Santo Domingo), le sue liste dottrinali, le sue pubblicazioni teoloziche, filosofiche e storiche. Sotto il governo di maestri generali illuminati e prudenti l'Ordine sviluppò un'attività straordinaria, come ne fanno prove i monumenti che l'architettura barocca innalzò in tutti i paesi. Poi, come tutti gli altri Ordini, venne combattuto, anche nei paesi cattolici (Austria, Baviera, Napoli, Toscana, Spagna), dall'assolutismo di Stato, e soppresso in Francia, Belgio, Renania, Italia settentrionale, dalla Rivoluzione Francese.
XII. Rinascita. - Con il sec. xix venne la ripresa, costante nell'insieme, ma spesso ritardata da urti seri e da regressi locali, causati da persecuzioni aperte o subdole. Il risveglio cominciò con l'erezione di una provincia ( 180 .) negli Stati Uniti (oggi tre) e la ripresa della vita regolare in Piemonte (1814), controbiliandata dalla sottrazione delle province spagnole all'autorità del maestro generale con un decreto reale, in vigore sino al 1872 . Poi, venne il ristabilimento in Francia con il p. Lacordaire (1839) - erezione di tre province francesi (Parigi nel 1850, Lione nel 1862, Tolosa nel 1865), una in Belgio (1860) e una in Olanda ( 1862 ) - ma anche la scomparsa completa in Russie e parziale in Polonia, la secolarizzazione in Italia (1870), il sequestro della Biblioteca Casanatense in Roma (1876), la persecuzione del Kulturkampf in Germania (1878), e le reiterate esputaioni dei religiosi dalla Francia (1880-1903). Però queste tribolazioni contribuirono al rafforzamento di altre province (Canada, provincia autonoma nel 1911) e all'erezione del convento di S. Stefano (1883) e della scuola biblica (1890) a Gerusalemme. Nell'ultimo quarto del sec. xvir e prima metà del sec. xix, quando dappertutto, anche negli istituti ecclesiastici, la filosofia scolastica era abbandonata, persino denigrata, i F.P., privi del loro convento e della loro biblioteche, dispersi ed esiliati, qualche volta nascosti presso parenti od amici, continuarono a studiare s. Tommaso, ad applicarne le dottrine ai problemi del giorno, a chiedergli luce per veder chiaro nel campo delle "idee nuove": la loro tradizione dottrinale rimase viva. Quando Leone XIII risolvette di rimettere in onore la filosofia cristiana, essi divennero i suoi migliori collaboratori, preparati come erano, al compito assegnato dal Papa.
XIII. Stato attuale. - Il convento romano di S. Sabina è la residenza del maestro generale con la Curia generalizia; vi si trovano pure l'archivio dell'Ordine, la Commissione pontiflata leonina per l'edizione delle opere di s. Tommaso, l'Istituto storico e l'Istituto liturgico. Sempre a Roma, nel convento dei SS. Domenico e Sisto: le facoltà pontifice di trolegia, diritto canonico e filosofia (Angelicum). L'Ordine conta 7661 membri, divisi in 33 province, 6 in Italia (Piemonte, Lombardia, San Marco e Sardegna, Romana, Napoletana, Sicilia). Attività missionaria in Scandinavia, Turchia, Siria, India,Ton-
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chino, Cina, Formosa, Giappone, Filippine, Antille, America del Sud, Africa del Sud, Congo Belga, Insegnamento per i membri dell'Ordine in ciascuna provincia, facoltà pubbliche in parecchi di questi Studia generalia, università propria a Manila, facoltà intere o cattedre speciali in parecchie università, sia libere, sia statali, affidata all'Ordine come tale o ai suoi membri in particolare (Friburgo, Nimega, Amsterdam, Washington, Parigi, Lilla, Lovanio, Grea, Tokio, ecc.). Ca. 300 periodici fra bollettini popolari, riviste di alta cultura e periodici strettamente scientifici. La più antica rivista domenicana italiana, Le memorie domenicane, si pubblica da 65 anni (1884). - Vedi tovv. CXVII-CXVIII.
Bra:, Quind-Eckard: Th. Risell-A. Bremond, Bullarium 0. P., 8 voll., Roma 1720-20: Monnacuta O.F.Pr. historica, 22 voll., Roma 1806-1949, in continuazione: A. Mortier, Histoire des maîtres généraux de l'Ordre des Frères Précienns, 7 voll. e index, Parigi 1902 228.: A. Walz, Compendium historice O.Pr., 2* ed., Rona 1948: , Verbirum Fr. Pr. (rivista antica per la storia dell'Ordine, edita dal 1031 dall'Istituto storico di S. Sabina, Roma, editore anche di una serie di monografie: Discriminata historicae, di cui è uscito il vili vol. nel 1048): ecc. Epiflu Misericordia
XIV. ARCHITETTURA DOMENICANA. - Sebbene dall'Ordine domenicano siano usciti abilissimi architetti, tanto che molte delle loro chiese furono costruite dagli stessi frati (S. Maria Novella, iniziata da fra' Sisto e fra' Ristero, terminata da Jacopo Talenti; S. Maria sopra Minerva a Roma, forse degli stessi Sisto e Ristero), pure non si possono indicare in esse notevoli caratteri particolari. La grande importanza data alla predicazione rendeva necessari ambienti vasti e unitari, com'è del resto anche nelle chiese francescane (v.) delle quali queste si distinarono per un maggior senso ascensionale; difatti il pieno sviluppo dell'Ordine coincide con il maggior fiorire dell'architettura gotica. La prima chiesa dell'Ordine, eretta in Bologna subito dopo la morte del Santo (1221), nel luogo di una chiesetta dedicata a s. Niccolò, intitolata poi a s. Domenico dopo la sua canonizzazione, è a tre navate, come la maggior parte delle chiese dell'Italia settentrionale (S. Giovanni e Paolo di Venezia, 1246; S. Niccolò a Treviso, 1303; S. Corona di Vicenza, 1260; S. Eustorgio di Milano, xili sec.), e nel Mezzogiorno (Napoli, Palermo). Invece nell'Italia centrale, con le sole eccezioni di Firenze (S. Maria Novella), Roma (S. Maria sopra Minerva) a Perugia, prevale la navata unica (Siena, Pirazia, Arezzo, Gubbio, Orvieto, Fano, ecc.). Ai due schemi planimetrici corrispondono generalmente, per la copertura, la vòita e il tetto a capriate.
Bibl.: P. Toesce, Storia dell'aria italiana, Torino 1926, p. 620 ecc.
## FRATRES BARBATI : v. BULLATORES.
FRATRES POLONI. - Eretici antitrinitari, sociniani, esistiti in Polonia nei secc. xvI e xvir.
Fausto Secini, allorché si trasferi in Polonia nel 1579, assunse di fatto la direzione delle diverse conventicole antitrinitarie che vi erano largamente diffuse, dopo essersi separate nei 1562 dalle altre "chiese" protestanti, e le costituì in Ecclesia fratrum Polonorum, con centro a Rakow. Quivi erano delle scuole, una tipografia specializzata nella stampa e diffusione di scritti «unitari», e quivi si riuniva annualmente un sinodo. Il Sinodo del 1612, cui intervennero ca. quattrocento delegati, fu il più numeroso : essi rappresentavano 115 "chiese».
Il declinare dei F. P. cominciò nel 1627 , quando a furor di popolo vennero cacciati da Lublino; dieci anni dopo, avendo alcuni studenti fanatici di Rakow osato sfregiare una Croce esposta alla pubblica venerazione, la Dieta di Varsavia ordinò la chiusura delle scuole e della tipografia dei settari e ne esibì i dirigenti. Finalmente, nel 1658 , essendo risultato come i F. P. mantenessero segreti rapporti con il principe di Transilvania, Rakoczi, che aveva invaso la Polonia, il re Giovanni Casimiro ii
bandi tutti dal regno. Taluni esularono in Transilvania; altri in Olanda, dove iniziarono la pubblicazione di una Bibliotheca fratrum Polonorum, che si inaugurò con una biografia di Fausto Secino. Ad Amsterdam si pubblicò parimenti il cosiddetto Catechismo di Rakow, dovuto a Somusic Preipcevica (Preipcevica), contenente l'insieme delle dottrine antirrminte. Qualche altro gruppo riparò in Germania e in Inghilterra. Il movimento sopravvisse solo pochi anni alla forzata diaspora, perché i F. P. disparvero completamente tra il finire del sec. xvir e primordi del successivo.
Per la loro dottrina, v. secini.
Bibl.: A. Wissowsky, Narcotim de orm et progressim Socrinimnorum in Polonia, Amsterdam 1879: O. Fock, Der Socionamintern noch seinen historischen Veriunf und nach reurem Lehrberiff. Kiel 1827: K. Völler, Kirchengeschichte Polona, Berlino 1909, p. 187 792.: F. Ruffini, La Polonia del 'vivo e le scienze del metrinolmon. in La Cultura, it (1022, 11): D. Cantinori, Socimi, in Enc. Ital., XXXI (1076), pp. 1016-17; id., Eretici indiani del Cinquecento, Firenze 1030, pp. 248-277. Rotzo I. Mommi
FRATRUM UNITAS. - "Jednota bratrelci " (Unità dei Fratelli), chiamata anche "Cešti Bratři", setta eretica in Boemia nei secc. xv-xvir. E una sezione di quelli che vengono chiamati a Fratelli boemi (v.).
La F. U. sores nell'atmosfera dell'esaltazione e del disorientamento religioso lasciato dalle guerre ussite. Ideologicamente la F. U. trae le sue origini dagli scritti di Pietro Chelčický (n. nel 1390, 10. nel 1460), piccolo proprietario nella Boemia meridionale. Espirandosi alle dottrine dei Valdesi, Chelčický, nelle sue opere (specialmente La rete della fede rera e La Bestia dell' Apocalisse), insegna che la "pura" Chiesa primitiva fu corrotta da Costantino con l'introduzione del sistema politico-religioso col PapaAnticristo a capo. Per salvarsi i cristiani devono ritornare alla purezza della Chiesa primitiva nella dottrina e nella vita. Chelčický condanna come innovazioni il culto della Madonna e dei santi, il purgatorio, l'adorazione ed esposizione del S. mo Sacramento, lo splendore della liturgia e nega la validità dei Sacramenti amministrati dal sacerdote indegno. Nella vita i cristiani devono fuggire le città, dedicarsi all'agricoltura e all'umile artigianato, soffrire e mai opporsi al male. Un cristiano non può coprire alcuna carica pubblica essendo lo Stato una istituzione pagana ed irriducibilmente opposta a Cristo. Inoltre è un peccato mortale essere soldato, commerciante, padrone, oste, pittore, musicante, uccidere l'aggressore difendendosi, giurare o difendersi davanti al tribunale, portare vesti eleganti, divertirsi, ecc. Il matrimonio non è condannato, ma il celibato è preferibile, obbligatorio per il clero, che inoltre deve vivere in povertà del proprio lavoro manuale, sprezzando la scienza che è inutile e pericolosa.
Il primo organizzatore della F. U. fu un certo fratello Gregorio, il quale nel 1457 con un gruppo di devoti laici si ritirò nell'abbandonato villaggio di Kunvald nella Boemia orientale ed ivi istituì una comunità secondo gli insegnamenti di Chelčický. Ad essi aderirono presto altri simili gruppi formatisi attorno ad alcuni esaltati predicatori in Boemia e Moravia. Nel 1467 si riunirono a Lhotka presso Rychnov 60 delegati dei gruppi locali, si separarono apertamente dalla Chiesa di Roma e da quella utraquista, elessero tre vescovi e li ordinarono per l'imposizione delle mani dei Fratelli anziani. Il re Giorgio di Podielend (Poděbrady) prese nel 1468 esorgiche misura contro la nuova setta. Ma sotto i suoi successori, Vladislao II (1471-1516) e Lodovico (1516-26) la F. U. si sviluppava tranquillamente, perché i decreti di Vladislao del 1503 e 1508 contro di esso restarono praticamente senza applicazione. Così verso il 1500 la F. U. contava in Boemia a Moravia ca. 400 comunità.
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Nel 1481 aderi alla F. U. il baccelliere Luca di Praga (n. ca. 1460, m. nel 1528 ) e la diresse come vescovo dal 1500 al 1528 . Luca riconcilió i Fratelli con la cultura e si adoperò noi numerosi sinodi a mitigare il primitivo rigotismo, specialinente quanto agli studi, cariche pubbliche ed alcuni mesticri. Fu pure modifcata la eccessiva auscrità del culto e deterninata l'organizzazione interna. I sinodi esortatano il supremo potere legiderim nella F. U. Un - consiglio ristretto di 14 membri (anche laici) presieduto dal vescovo (sacniorc: ) più anziano, il quale è normalmente pure - giudice -, dirige gli affari correnti. I sacerdoti, non più tenuti al cclibato, assistiti da discorsi ed accoliti, amministrano i Sacramenti. Un consiglio degli - anziani - veglia sulla disciplina delle singole contumità dei Fratelli divisi in tre classi: aspiranti, progrediti o eletti e perfetti.
Il nascente protestantesimo invase anche la F. L. Il vescovo Luca resistette al luteranesimo, ma Giovanni Augusto (n. nel 1500, m. nel 1572), vescovo dal 1532 , redasse nel 1535 una Confessione ben penetrata dalle dottrine di Lutero. Nel 1547 la F. U. prese parte all'insurrezione contro il nuovo re Ferdinando I. Fallita la rivolta il vescovo Augusta fu imprigionato e il re rinnovò i decreti di Vladislau contro la F. U. Allora una parte dei Fratelli emigrò in Polonia, Prussia e Macaria (s primo csilio 1).
Giovanni Blahoslav (n. nel 1523, m. nel 1571), vescovo dal 1557 , benché formato nelle scuole protestanti, si sforzò ancora di mantenere il carattere particolare della F. U. e promosse la vita culturale, specialmente la stampa. Nel 1561 pubblica il celebre Cansoniere di Seamotuly e nel 1564 la nuova versione del Nuovo Testamento, che fu poi compresa nella cosiddetta Bibbia di Kralice edito nel 1579-95. In essa alcuni libri sono già indicati come apocrifi secondo le dottrine protestanti.
Sotto il regno di Massimiliano II (1564-76), di Rodolfo II (1576-1611) e di Alattia (1611-19) la F. U. si riconcilia sempre più col mondo, ma decade internamente. I futuri sacerdoti studiano nelle scuole protestanti e la F. U. cede sempre più agl'influssi dal protestantesimo, speculmente del calvinismo, affine alla F. U. nel suo rigorismo disciplinare. Pure l'attività dei missionari greatii appoggiati dai Signori cattolici causa sensibili perdite alla F. U. Nel 1575 i Fratelli insieme con i luterani redigono la Confessione boema * e il 9 luglio 1609 ottengono da Rodolfo II un decreto solenne ( · majestà 1), che garantisce loro la piena liberta di culto e mette a loro disposizione l'Università di Praga.
La F. U. partecipa di nuovo all'insurrezione del 1618 * all'elezione di Federico principe elettore del Palatinato a re di Boemia. Dopo la disfatta dei ribelli sulla Montagna Bianca ( 8 nov. 1620 ) il re Ferdinando II esilia nel 1624 il clero acattolica e nel 1627 tutti gli acattolici. Allora i Fratelli in parte emigrarono in Slovacchia, Slesia, Polonia, Germania (in tutto ca. 100 sacerdoti e 4000 - 5000 fedeli) con Giovanni Amea Comentus (v.) divenuto ultimo vescovo della F. U.
Nell'emigrazione i Fratelli si fusero gradualmente con i protestanti. Quelli restati in patria furono quasi tutti riguadagnati al cattolicesimo. I pochi discendenti dei Fratelli clandestini aderirono nel 1771 al luteranesimo o calvinismo autorizzati dalla "patente di tolleranza" di Giuseppe II.
Per un gruppo di contadini pietisti tedeschi emigrati nel 1722 dalla Moravia settentrionale in Sassonia il conte Nicole Lodovico Zinzendorf fondò il villaggio Hernhut e redasse uno statuto ispirato all'organizzazione della F. U. Di là si dispersero in piccoli gruppi specialmente in America, nati come Unità dei Fratelli di Herenhut o Fratelli moravi.
Nel 1918 i riformati e luterani in Boemia si riunirono prendendo come base la «Confessione boema» del 1575 e quella dei Fratelli del 1662 (scritta da Comanio) ed assunsero il nome di Ceskobratrská církev evangelická a Chiesa evangelica dei Fratelli boemi s. Nel 1930 questa Chiesa contava 299.185 fedeli, il 2 per cento della popolazione.
Inoltre la sezione cecoslovacca dei battisti prese il nome di Bratrská Jednota Chelčichého s Unità dei Fratelli di Chelčický s, ed un' altra setta di origine americana si chiama Ceskobratrské Jednota «Unità dei Fratelli boemi. Insignificanti sètte ambedue non presentano alcuna continuità della storica F. U.
In teologia alla F. U. mancava un proprio sistema chiaro e preciso. In 160 anni i Fratelli redassero una cinquantina di confessioni -, di cui 20 differenti in forma e contenuto. L'esagerato rigorismo primitivo impedi alla F. U. d'influire efficacemente sul rinnovamento spirituale delle masse e malgrado le mitigazioni ulteriori, fatte specialmente per riguardo dei nobili, la F. U. nel momento della massima espansione abbracciava poco più del 6 per cento della popolazione in Boemia e Moravia. Con i suoi canonieri la F. U. promosse il canto sacro e con le sue edizioni contribuì allo sviluppo della lingua letteraria ceca. Ma a causa del suo puritanesimo iconoclastia restò sterile nell'arte.
Stas. 2 Per le fonti e bibli. Akty Jednoty Bratrské, Jar. Bidia, 2 voll., Brno 1914-23, Zeitschrift für Brüdergeschichte, Herenhut 1907-20; Helie zur Brüdergeschichte, ivi dal 1937. Inoltre: A. Gindely, Geschichte der Böhmischen Brïder (1471-1604), 3 voll., Praga 1666; Z. Winzer, Zivai církevní v Cechich (XV-XVI stol.), ivi 1692 ; J. Bidia, Jednota bratrské v prcmin vychovnstci (1526-28), 3 voll., ivi 1000-1009; F. Hruba, Ceská analera, její vznik a podstata, ivi 1912; J. Goll, Chelčichý a Jednota bratrská v XI" stai., ivi 1516; A. Neumann, Ceské rolet ve století XIV a XV, Brno 1920; J. T. Möller, Geschichte der Bbhmischen Brïder (14001576), 3 voll., Herenhut 1900-31; F. M. Bartoš, Dálny Jednoty bratrské, Brno 1923; R. Uchidnick, Jednota bratrská a vyší vzdělání do doby Bluhasiatovy, ivi 1923; K. Vogl, Fote Cheltschitzhistic Proglas ou der Wendel der Zeiten, Zurigo-Lipala 1926; V. L. Tapié, Une Faliw tebáque ou XV" siècle : L'Unité des Frères, Parigi 1934; O. Odhoǖlík, Karel Starčí ze Zorotína, Praga 1936 F. Hruba, Náboc̆enský veċećz Jednoty bratrski, ivi 1939; F. M. Dobiáš, Učení Jednoty bratrské a veċečí Páné, ivi 1940; E. Peschke, Die Theologie der Bbhmischen Brïder, Stoccarda 1940; J. Blörk, Jan Augusta o letech samory, Praga 1942; F. M. Bartoš, Bishapstry v Jednost bratrské, ivi 1944; K. Krefta, O bratrshem dĕjepinestesi, ivi 1946; F. Hruba, Dálny Mést marti v Ceskobratrsku, III: Hratrské bodi. Práatky Jednoty bratrské, ivi 1948. Giuseppe Olir
## FRAVASHI : v. IRAN, RELIGIONE dell'.
FRAYSSINOUS, Denis-Luc-Antoine. - Vescovo ed apologista, n. a Vayssière il 9 maggio 1765 , ed ivi m. il 12 dic. 1841. Entrato nella Società di S. Sulpizio a Parigi, fu ordinato sacerdote nel 1789. Professore di teologia dogmatica al Seminario di S. Sulpizio nel 1800, dal 1801 in poi, dapprima nella chiesa dei Carmelitani poi a S. Sulpizio, tenne le sue celebri conferenze religiose, assai frequentate dall'aristocrazia intellettuale francese. Vietate da Napoleone nel 1809, rese furono riprese nel 1814. Nuovamente interrotte nel periodo dei «Cento giorni» vennero continuate fino al 1822 e furono pubblicate nel 1825 con il titolo Défense du christianisme.
Nel 1818 aveva dato alle stampe Vrais principes de l'Eglise gallicane, in cui l'errore nascondava le sue inconseguenze sotto il velo di una deferenza verbale sintetizzata nel singolare appello finale: Siamo gallicani, ma siamo cattolici! Acquistò rapidamente onori e dignità, suscitando proteste. Cominato dal governo imperiale ispettore d'Accademia, durante la restaurazione divenne vicario generale di Parigi, primo cappellano del re, vescovo di Ermopoli, gran maestro dell'Università, accademico, pari di Francia, ministro degli Affari ecclesiastici e della Pubblica Istruzione. A più riprese si dimostrò inferiore ai suoi impegni: costretto dalla sua deferenza politica a delle riserve e a delle esclusioni, dovette abbassare le armi per timore di ferire il Re nel difendere Cristo. Rimase nascosto durante la rivoluzione del 1830; dopo, trascorse due anni in Roma, e quindi si recò a sostituire i Gesuiti in Austria, quale precettore del duca di Bordeaux (18331838). Tornato poi al paese natio, vi rimase fino alla
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morte. A F. spetta il merito del primo abbozzo di quellinsegnamento superiore impartito con tanto splendore dagli oratori della cattedra di Notre-Dame di Parigi.
Bias.. M. R. A. Hention. Vie de uge F., 2 voll., Parigi 1844: F. Z. Colombet. Etude sur F., Lione 1833; L. Bertrand. Bibliographie salpicienne. II. Parisi 1000; Hutter. V. coll. 11303180: Ch. Garnier, F., son rille dans l'Universite sous la Renou- ratiou (1820-28), Parigi 1923; E. Hoccdez. Histoire de la théologie au XIX' siecle, I. Bruxelles-Parigi 1949. pp. 88-97.
Ippolito Viterto
FRAZER, James George. - Etnologo che si può considerare l'epigono dell'emologia evoluzionistica, rappresentata in Inghilterra da E. B. Tylor. Era n. a Glasgow il 1^{°} genn. 1854, ed è m. a Cambridge il 9 maggio 1941. Fu avvocato di professione, ma si dedicò interamente agli studi etnologici intorno ai quali radunò un materiale copiosissimo da lui ordinato secondo alcuni schemi generali relativi a credenze e a pratiche che si riscontrano nelle popolazioni primitive attuali a permangono come sopravvivenze nel folklore dei popoli civili moderni; tali criteri d'indagine applicò anche ai popoli colti del mondo mediterraneo antico: Greci, Romani, Ebrei.
Suo grande merito è di aver offerto agli studiosi la larga copia di fatti menzionati più sopra, vagliati nelle fonti antiche e la relazioni moderne sempre scrupolosamente citate; suo torto è di aver posto la magia come primo scalino nell'ascesa dell'umanità, prima verso la religione e poi verso la scienza: la religione sarebbe sorta dopo che l'uomo ebbe constatato l'inefficacia delle pratiche magiche; la scienza tenderebbe a sostituire la religione una volta constatata l'inestetenza di poteri soprannaturali. Test entrambe errate perché magia e religione sono due posizioni autonome a coeve dello spirito umano, mentre la scienza con tutte le sue scoperte e le sue tendenze non potrà mai appagare quelle aspirazioni eé soddisfare quei bisogni, a cui provvede la religione, i quali poggiano sopra un altro piano.
La sua opera più voluminosa che risulta nella sua terza edizione dell'incorporazione di sette trattazioni prima concepite come opere a sé, porta, come titolo generale, The golden Bough ("Il ramo d'oro", 1 ed., Londra 1890; 3² ed., ivi 1911-15, vers. it., 2 voll., Torino 1950); le trattazioni vi sono cosi distribuite: I. The magic art and the evolution of Kings (2 voll., ivi 1911), che studia l'origine magica del potere regio, prendendo lo spunto dalla legge di successione del vetusto sccerdozio nemorense; II. Taboo and the perils of the soul (1 vol., ivi 1911); sulle varie interdizioni, pericolose e ignorare e a violere, riguardanti persone, oggetti, azioni entro cui l'individuo si può trovare irretito; III. The dying God (1 vol., ivi 1911), sul sacrificio di esseri divini, animali, vegetali o umani; IV. Adonis, Attis, Osiris (2 voll., ivi 1912), sulle divinità che muoiono e risorgono, proprie delle misteriosofie; V. Spirits of the corn and of the wild (2 voll., ivi 1912); sugli spiriti della vegetazione, i riti di maggio e del raccolto; VI. The scapegoat (1 vol., ivi 1913), sul capro espiatorio del rituale ebraico e riti affini diretti all'espiazione delle colpe; VII. Bolder the beautiful (2 voll., ivi 1913), sui riti del fuoco a proposito del bel dio della saga norvegese, ucciso, e poi bruciato in mare sulla sua nave. In tutto : : voll. più uno di Bibliography and general index (ivi 1913). Di quest'opera il F. pubblicò anche un compendio (Londra 1932), tradotto in italiano da L. De Bosis (3 voll., Roma 1925).
Altre opere importanti del F. sono: Tetemism and exagency (4 voll., Londra 1910); The belief in immortality and the worship of the dead (3 voll., ivi 1913-24); Pausanias' description of Greece (trad. e commento, 2² ed., 6 voll., ivi 1922); Folklore in the Old Testament (3 voll., ivi 1913; compendio, ivi 1922); Apollodorus, the library (1 vol., ivi 1921); The Fasti of Ovid (5 voll., ivi 1929).
Fu "fallow" del Trinity College di Cambridge, dottore onorario di varie università, membro della Royal Society e della British Academy, decorato di titolo no-
biliare nel 1914. In suo onore è stato fondato il "Frazer Memorial Lectureship" per conferenze su questioni di etnografia presso varie università.
A rendere più accessibile al pubblico studioso una copia cosi vasta di materiale sono state compilate dai suoi scritti due antologie: Man. God and immortality (1 vol., Londra 1927); di contenuto teoretico, desunto dalle opere già stampate: Anthologie anthropologias (3 voll., ivi 19381939), preziosa raccolta di materiale, da elaborare, desunti da oltre cinquanta quaderni di appunti monoscritti.
Bias., R. Pettasumi. 7. G. F., in Studi e mater, di 11. delle religioni. 17 (1941), pp. 123-25.
Nicola Turchi
FRAZIONE DELL'OSTIA. - Il rito di rompere il Pane eucaristico nella Chiesa primitiva era una funzione puramente ministeriale, un'azione nata dalla necessità di fare a pezzi il Pane eucaristico di forma grande, seconda e sottile per darlo in Comunione ai fedeli. Né i Padri (Cipriano, Agostino, Clemente Alessandrino, Cirillo Gerosolimitano) dànno a questa funzione uno speciale rilievo; solo s. Agostino ricorda delle preghiere durante la funzione. In seguito a questa asione se ne unisce un'altra, quella dell'immistione o commistione delle due Specic consacrate (Pane e Vino), precedente la loro consegna. Assai presto si sono associati dai significati motrico-timbolini, ai quali scesenta Teodoro di Mispauestia (m. nel 428, hom. VI). Nell'Oriente fin dal sec. IV diminuì l'importanza della f. dell'O. e fu dato più risalto al rito della Consacrazione e della commistione; nell'Occidente invece si diede più importanza al rito della f. dell'O. che divenne più greco e scienzto.
La f. dell'O. si faceva immediatamente dopo il Canone, prima della Comunione o nell'atto di distribuire il Pane eucaristico (Ippolito); dai soli Copti il Pane viene spezzato già prima della Consacrazione, alla parola "fregis". Nelle liturgie orientali il Pane eucaristico si spezzava dopo la recita del Pater noster; nella liturgia latina africana invece (s. Cipriano, s. Agostino) e nelle liturgie milanese, gallicana, mocardifica prima del Pater noster. Nella liturgia romana, s. Gregorio Magno ordinò la recita del Pater noster prima della f. dell'O. come nelle liturgie orientali. Nell'antico rito romano precede anche il bacio di pace.
Il rito romano odierno della frazione del Pane eucaristico non è originale, ma risulta da una semplificazione fatta nel corso dei secoli. Il rito antico era più complesso.
Secondo l'antico ordine papale dell'Ordo Romanus I, il papa intime la pace dopo aver recitato il Pater noster seguito dall'embolismo, dicendo "Pax Hominis ccc."; si facevan tre croci con la mano sul calice e vi si immetteva il "fermento", cioè una Specie consacrata proveniente da una Messa precedente (la prima commistione tradizionale romana). Contro Capelle, Andrieu ritiene originale il passo "mitti Sancta in eum", essendo mutilata cui la recensione arcaica G dell'Ordo I (M. Andrieu, ep. cit. in bibl., pp. 57-60). Mentre i vescovi e i preti si davano il bacio di pace, il pontefice staceava una "parcella" ("a latere destro") dal Pane eucaristico ( = la prima frazione) e le deponeva sull'altare (per il nuovo fermento, o per il viatico, o per designare l'unità della specie del Sacrificio sull'altare e della Comunione fatta al trono; cf. L. Duchesne, ep. cit. in bibl., p. 196); il resto del Pane eucaristico era deposto sulla patena e portato al trono. Lasciato l'altare a recatesi alla cattedra, il papa dava il segno ai vescovi di continuare la f. dell'O. iniziata da lui all'altare, cioè quella degli altri Pani eucaristici per preparare i frammenti per la Comunione ( = la seconda f. dell'O. propriamente la più originale, caratteristica a salenne, perché si faceva al trono). Durante questo funzione, si cantava per ordine del papa Sergio I (682-701) l's Agnus Dei ", proveniente dalla liturgia greca, mentre prima l'azione si svolgeva in silenzio. Unita la f. dell'O., il papa si comunicava staccando una nuova "parcella" dall'Ostia ( = la terza f. dell'O.) e la lasciava cadere nel calice per la seconda commistione, prima fatta in silenzio, poi accom-
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pagnaté della formola - Fiat commatio ece, :; dopo bevera il calice. Cosi nella stessa papale c'erano tre frazioni a due commistioni, la prima commistione, il -fermento -, era specificamente romano, e la stessa vale per la prima frazione; la terza frazione e la seconda commistione si faccrano al modo greco-orientale della commistione della due Specie consacrate in segno della unità. L'immissione del fermento, cioè di una Specie consacrata in una Messa precedente, non si tralasciava nemmeno quando, essendo impedito il papa, un vescovo ne faceva le veci (Ordo Rominus, II, 6; M. Andrieu, op. cit., pp. 62 e 112). In origine, questo rito sembra essere proprio delle Messe nelle chiese parrocchiali di Roma per significare l'unita con il papa; ma nella Messa papale invece esso è secondario, introdotto in seguito, per non omettere niente della cerimonia; si generalizab poi l'uso in tutte le Messe. Il senso simbolico del fermento nella Messa papale, più che in quelle parrocchiali, viene a significare l'unità del Sacrificio e la sua continuita. Ci sono autori che presuppongono questo rito del fermento anche per la liturgia orientale (1. A. Jungmann, op. cit. in bibl., p. 363, n. 39). Fuori di Roma, nella divulgazione del rito romano, dove era sconosciuto l'uso del fermento, per adempiere il rito a per aver una spece da mescolare, s'introducera una nuova frazione del Pane eucaristico, cioè al distaccava dall'Ostia dello stesso Socrificio una particella, per evitare una pausa, prima del -Pax Domini - alla fine dell'embalamo; poi la si immettera nel calice, allo stesso momento e con le stesse cerimonie del fermento (Ordo III, n. 3; Andrieu, pp. 124-26). E da notare che il redactore di quest'Ordo usa qui le stesse parole del rito della seconda e terza frazione dell'Ordo I, n. 97 e 107 (Andrieu), volendo cosi costituire questi due riti, invece delle tre frazioni a delle due commistioni. L'Ordo III, n. 3 è il primo teste, fuori di Roma, dell'eliminazione di un rito caratteristico antico romano, come era la prima commistione e la prima frazione. E' quindi strano a puramente casuale che tali cerimonie si compiocero durante l'embalamo del - Pater noster n, non avendo nessun rapporto con il rito annesso. Cosi fuori di Roma, si comincio la sempitificazione dei riti della frazione e della commistione: con l'unica commistione, quella cosi nella quale il papa immetteva alla prima commistione nel calice il fermento. Del rito della seconda commistione resta l'orazione - Hace (invece del - Fiat -) commixtio ece. -, la quale si recita immediatamente dopo la commistione, al - Pax Domini -. L'odierna unica, ma doppia frazione, prima del - Pax Domini -, corrisponde alla prima, la quale si faceva prima che il papa lasciasse l'altare, ed insieme alla terza, prima di bere il calice. Nello stesso modo per questa unica, ma doppia frazione si divide oggi l'Ostia, prima in due parti, e poi se ne stacca la particella da immettere nel calice; cosi si spiega bene la divisione dell'Ostia in tre parti. Oggi il celebrante consuma la prima e seconda parte, nel medicevo invece con la seconda parte il celebrante comunicava i ministri e la conservava come viatico (Micrologia).
Ma passi del tempo prima di giungere a questa sem. plificazione ed unificazione. Nel corso del sece. x-xII scomparve la seconda e propriamente vera f. dell'O., sia perché il numero dei comunicanti diminui, sia perché la forma dell' 'Cato si cambiò e s'introduzsero le particole per la Comunione dei fedeli. Il pontificale romano-germanico del 950 ne è il primo teste (Jungmann, op. cit., pp. 360-70; Ordo X, n. 51 sg.; Andrieu, op. cit., pp. 360361). Nondimeno si conservano tracce di questa seconda f. dell'O., fin dal sec. XII (Jungmann, op. cit., p. 370, n. 11). La recita dell'- Agnus Dei - la ricorda ancora oggi. La seconda f. dell'O., si faceva sulla patena alla cottedra e sopra i sacchetti degli accoliti, ma per il numero ridotto dai comunicanti e della forma minore dell'Ostia, «pariscono i sacchetti e si diminuisce la forma della patena. In ricordo della f. dell'O., sulla patena, si mettono oggi prima della frazione l'Ostia, e, dopo la frazione, le parti sulla patena; ma l'unica doppia frazione stessa, come la terza del papa, si eseguisce sopra il calice, cominciando dal sec. XI-xII (Jungmann, p. 374, n. 33). Fuori di Roma, ed essendo cessato anche a Roma l'uso del fermento,
l'una o l'altra anche della prima o terza f. dell'O. e delle due commistioni deve essere soppressa. Di questa incertezza sono prova gli Ordines pubblicati dal Mabillon e Martone e gli autori Amalerio (85a), Giovanni d'Avranches (prima del 1067), Micrologus di Bensido (m. nel iroo). Durando (m. nel 1296). Essendo in uso solo una commistione già al tempo d'Amalario, gli uni facevano la frazione e la commistione prima del - Pax Domini - (Ordo VI, n. 39: Andrieu, op. cit., p. 237; Ordo IX, n. 36: Andrieu, ibid., p. 326) senza (o passata sotto almeno) la terza frazione e la seconda commistione (Ord. Off. Eccd. Lateran. di Bernardo del 1145); gli altri invece, fatta la f. dell'O. al - Pax Domini -, immetterano la "parcella " dopo l'- Agnus Dei " o prima della Comunione stessa (Martone, Ordo V, n. VII; Sacramentum Raroldi; Sacramentarium Foldense, ed. G. Richter-A. Schönfelder, n. 21.22). Finalmente dopo la riforma di Innocenzo III (PL 217, 905), nel Messale della Curia romana, divulgato dai Francescani, è introdotto l'uso vigente ancora oggi; lo stesso vale dell'Ordo Missae di Burchardo del 1502. C'è una eccezione, ma corrisponde all'antico uso di non fare la commistione all'altare, quando, nella Messa solenne, il papa mette anche la terza - parcella - sulla patena; poi lasciata l'altare, alla cottedra, dopo la Comunione del Pane eucaristico, fa la commistione prima di bere il calice (Ordo Rom. XIV, aggiunta; PL 78, 1190-91; Innocenzo III, De sec. 40; Nyst., i. VI, cap. 9; ibid., 217, 911), al momento della terza frazione e della seconda commistione.
Il rito milanese della f. dell'O. e della commistione si compie come nel rito romano, ma dopo la dosologia de Canone, cioè prima del Pater noster, con formolo speciali; frattanto il coro canta il "confractorio ". Anche nella liturgia gallicana si rompe il Pane eucaristico prima del Pater noster, mentre il coro canta una antifona; forse c'era prima un uso simile del fermento romano (Habersstceh, pp. 28-29). Nel rito mozarabico dopo l'orazione - Post pridie - il celebrante rompe il Pane in due parti, poi ne divide una in 5 , l'altra in 4 particelle: delle quali ciascuna ha un nome speciale : 1) corporatio, 2) nativitas; 3) cormusioia; 4) appanidin; 5) panio; 6) nors; 7) resurrectio; 8) gloria; 9) regnum; in mettono le parcelle sulla patena in questo ordine:
La commistione si fa dopo il - Pater noster - ed il simbolo, con la particella 9 regnma, con formule diverse dal giorno festivo.
Questo rito della f. dell'O. sembra essere venuto tardi e ricordo molto l'uso della liturgia celtica. In questa liturgia infatti, dopo la dossologia del Cancro, si faceva prima una "intinctio" del Pane nel calice come nella liturgia sirisca; seguiva la f. dell'O. ancor più complessa : il numero delle parcelle variava secondo il carattere del giorno in sette diversi modi, da 5 parcelle fin a 65 nelle feste di Natale, Pasqua e Pentecoste. La commistione s'eseguiva dopo il - Pater noster ". Tanto nella liturgia mozarabica, quanto in quella celtica si cantava un "confractorio ". Per il modo di mettere le parcelle in forma di croce, usato nel rito mozarabico e celtico, c'è da notare il canone 3 del Concilio di Trous del 367 , che si oppone al modo di comporre le parcelle a forma di una figura umana ( non in imaginario modo -) e prescrive la forma della croce (s sub crucis titulo -; Duchesne, p. 232).
Nella liturgia orientale ci sono tre azioni coordinate fra loro: f. dell'O., consegna e commistione. Dalla f. dell'O., in rapporto alla commistione, si distingue lo spezzettamento per avere delle parcelle e darle ai fedeli. I Padri (Basilio, G. Crisostomo, Cirillo Alessandrino) non hanno conosciuto che lo spezzettamento; della consegna e della commistione non fanno cenno. Tutti questi riti si trovano introdotti per la prima volta in quello caldeo e siriaco, fin dal sec. vi. Unita alla consegna e'è l'intintura, cioè il Pane eucaristico vien messo nel calice,
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ma subito estratto per inumidire le altre parcelle. Nel rito bizantino il Pane si divide in quattro parti, masse poi sul disco (patena) in forma di croce:
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NC
la parcella IC si mette nel calice, poi vi s'infonde l'ucqua.
BibL.: L. Duchesne, Les origines du culte chérien, Parigi 1923, pp. 195-97, 231-33; I. M. Linsacus, Institutiones liturgicae de rit. orical., III, Roma 1932, n. 1397-1407; L. Haberstroh, Der Ritus der Brechung und Mischung auch dem Missale Romanum, Moutlling 1937; B. Capelle, Le rite de la frastina dans la Meve romaine, in Revue bémédictine, 53 (1941), pp. 5-40; I. A. Lungmann, Misaurum Salounia, II, Friburga 1948, pp. 361-87; M. Andrieu, Les Ordines Romani du haut noven dge, II, Lorainin 1948, passim; M. Righetti, Manuale di storia liturgica. III, Milano 1949, Piatto Soffino
FRAZIONE DEL PANE : v. fractio panis.
FREDEGARIO (Fseudo). - Sotto questo nome, non più antico del sec. XVI (si vuole sia o la forma latina del cognome dell'umanista Freher oppure una trovata dello storico Goldast), si è convenuto di porre una Cronaca dei Franchi che va dal 584 al 652 , seguita da alcuni capitoli relativi alla storia generale che si ferma verso il 660 (ed. Br. Krusch, in MGH, Scriptores rerum Merovingicarum, II, pp. 18-193). Tre sono gli autori anonimi che vi hanno lavorato, di cui due d'origine borgognona (il primo, molto addentro negli eventi che racconta, si ferma al 613 o 616 , il secondo al 642 ) e uno d'origine austrasiana. Tra di loro hanno in comune soltanto la lingua oltremodo barbara. Ad onta della passionalità che vi si riscontra, questa Cronaca è una fonte di prim'ordine per la storia merovingica. Nei codici che la contengono essa fa parte d'una raccolta che comprende le cronache di s. Girolamo, di Idacio, il Liber generationis, la cronaca di Isidoro di Siviglia, la Historia epitomata e finalmente al 6 posto (ms. Cheltenham di Berlino: In Numbre Domini Jheso Christi, incipit Chronica sexta) oppure al 4 posto (ms. di Parigi : Incipiunt capetolaris cronica libri quarti), la cronaca di F. stesso. La Cronaca dello pseudo-F. fu poi continuata sino al 768 da vari autori e portata dagli Annali regi fino all'829.
Bibl.: Manitius, I (1913), pp. 243-87; M. Leclercq, Historiens du Christianisme, in DACL, VI, II (1023), coll. 2378-82; M. Baudot, La question du pseudo Prédigmire, in Le moyen dge, 29 (1928), pp. 120-70; E. Levillain, in Bibliotheque de l'Ecole des Chartres, 80 (1928), p. 89 sgg.; Fliche-Martin-Frutas, V (1042), pp. 341-493, dove la Cronaca dello pseudo-F. è messa in opera e dove sono indicati i principali problemi che essa solleva.
A. Pietro Frussa
FREDEGISO di Tours. - Seolastico inglese, n. probabilmente nell'ultimo quarto del sec. viii (una lettera di Alcuino del 798 to dice "puer"), m. nell'834. Fu discepolo di Alcuino prima a York e poi nella scuola palatina di Carlomagno nella quale ebbe più tardi (inizio sec. Ix) una cattedra. Nell'804 fu eletto abate del monastero di S. Martino in Tours e nell'819 ebbe la dignitá di cancelliere di Ludovico il Pio.
Oltre alcuni poemetti, scrisse in forma epistolare il trattatello De nihilo et tenebris (PL 105, 751-56), in cui cerca di dimostrare che a questi due concetti corrisponde una realtà oggettiva. Forse però, più che dai postulati di un realismo esagerato, F. è indotto a questa posizione da preoccupazioni esegetiche circa i passi relativi del cap. I del Ges. che gli sembravano non potersi spiegare altrimenti.
L'importanza dell'Epistola per la storia della filosofia sta nel fatto che costituisce uno dei primi esempi, nella scolastica, del metodo dialattico.
Boll.: M. Ahner, Frederic con T. Lipsia 1878; J. A. Endres, Predogine and Cundidue, in Phil. Solvk., 10 (1006), pp. 430 426; id., Forschungen zur Geschichte der fridimittelalterlichen Philosopide, Mtiaster 1015, pp. 5-15.
FREDIANI, Francesco. - Francescano, letterato e filologo, n. a. Pruno (Lucca) nel dic. 1804, dal celebre viaggiatore Domenico, m. a Matano (Napoli) il 10 ag. 1898.
Insegno filosofo, poi lettere nel convento di S. Domenico a Prato. La lingua toscana del 'l'recento divenne la sua passione: la sua umile cello era un concello dei letterati toscani; il F. carteggio a con V. Bufli, P. Fanfani, O. Gigli, C. Guasti, V. Nannucci, B. Puoti, A. da Rignano, N. Tommasco, F. Zambrini e molti altri (v. A. Gallicani, Lettere familiari e dialogiche del p. F. F., Pistoia 1874 ).
Scrisse: Piave di poesie liriche (Prato 1845); Cronica di Firenze e Campesidio delle cose di Firenze dell'anno MDL al MDNUTI scritto da Fia Giuliana Ughi (in Archivio storico italiano, appendice 23 [1849], pp. 97-274); Spoglio all'Ovidio Maggiore (Prato 1852); Prese e versi (ivi 1833, 20 ed., Napoli 1834); Il libro dell'Ecclesiaste, volgarizzamento del buon secolo della (lagna (Napoli 1854). Inediti sono i suoi studi sui Fioretti e altri testi francescani.
Boll.: C. Guasti, F. F., in Arch. stuc. ital., 3 (1856), pp. 241 245, e in Opere di C. Guasti, II, Prato 1802, pp. 62-67; ed anche in Lettere familiari e filologiche di F. F., pp. 5-13; E. Bindi, Stagie firaiche del p. F. F., Firenze 1827; M. de Crenas, Biografia del p. F. F., Genova 1827, 20 ed. Milano 1838; M. Sena, F. F. Stagie critice, Nola 1126; L. Oliver, Quattro precursori del moderno movimento francescano, Roma-Torino 1030, pp. 11-10. Livario Oliger
FREDIANO, santo. - Vescovo di Lucca, vissuto nel sec. vi, n. quasi certamente in Irlanda, forse di prosapia regia. Fu educato a Dromore da s. Colman e nell'isola di Aran da s. Enda. Fece un pellegrinaggio a Roma, tornato dal quale si stabilì a Moville e vi fondò un monastero. Presto riprese la via dell'Italia, stabilendosi a condurre vita eremitica nei dintorni di Lucca. Sparcasi la fama delle sue virtù, verso il 560 , fu cierto vescovo di Lucca. Secondo la tradizione mori il 18 marzo 588 . Alcuni dei molti miracoli attribuitigli sono riferiti da s. Gregorio Magno (Dialog., III, 9). Festa 18 marzo, traslazione 18 nov.
E difficile ricostruire la vita di F., specie avanti l'episcopato, poiché non è improbabile che contenga elementi di qualche altro monaco irlandese quasi omonimo. Parimenti si è disputato sulla cronologia dell'episcopato di F., che alcuni, basandosi sull'ordine di un antico catalogo dei vescovi lucchesi, hanno assegnato al sec. III-IV. Tuttavia la tradizione, la menzione che ne fa s. Gregorio proprio nei Dialoghi ed altro considerazioni, lo fanno piuttosto assegnare al sec. vi. - Vedi tav. CXIX.
Boll.: Acta SS. Hiberniae, ed. J. Colgan, Lovanio 1845, coll. 633-51; BNL, 3173-76; A. Pedemonte, I primi vescovi della - Parencia Lucensis -, Lucca 1919; P. Guidi, L'autira vita di s. F. e il vetusto catalogo dei vescovi di Lucca, ivi 1019; A. Guerra - P. Guidi, Compendio di storia ecclesiastica lucchese delle erizial a tutto il sec. XII, ivi 1924, pp. 33-83; Lenzoni, 590-14; Martyr. Romanum, op. 103, 232.
Vincenzo Monachino
FREDOLI, Berengario (Berengarius, Fredoli, Freduli, de Frasolis). - Canonista francese, n. nel castello di Vienna ca. il 1250 , m. ad Avignone l'11 giugno 1323, fu cappellano domini Papae (uditore di Rota), doctor decretorum, professore a Parigi, vescovo di Bézières (1294) e cardinale (1305).
Fu uno dei compilatori del Liber Sextus di Bonifacio VIII (v. corpus num canonici). Scrisse un trattato De excommunicatione et interdicte tra il 1298 e il 1303, mentre reggeva l'episcopato di Bézières e dopo che era stato promulgato il Liber VI.
Boll.: A. Van Have, Prolegomena, 20 ed., Malinca-Roma 1942, n. 493 e bibl. ivi. Antonio Rota
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FREER, TESTI di. - Manoscritti biblici greci (della versione dei Sertanta e del Nuovo Testamento, facenti parte della collezione di Ch. L. F. (m. il 25 sett. 1919) a Detroit (U.S.A.) ed ora conservati a Washington (Smithsonian Institution). Di particolare importanza è il ms. W (z 014) acquistato dal F. ad al-Gizah (Egitto) nel 1906, riprodotto in fototipia e studiato da N. A. Sanders.
E un codice pergamenaceo di 26 quinterni e 374 pp . (mm. 215 times 145 ; 205 times 13 ) di cui due alle fine di Giovanni in bianco, scritte su un'unica colonna di 30 linee, di 27-30 lettere. Il testo è diviso in paragrafi e sembra emendato da + correttori. Le omissioni sono una dozzina. Comprende i 4 Vangeli nell'ordine: Matteo, Giovanni, Luca, Marco, Manca solo Io. 14, 23-16, 7 e Mt. 15, 13-38. La scrittura è uncinis, inclinata a destra e quella del primo quinterno (Io. 1, 1-5, 11) apparisce più antica. La data di composizione è controversa (sec. iv-1) [Gregory]; 11-1 [H. A. Sanders]; iv [Grenfell]; v [Keutzel]). Presenta un testo ibrido : Mi.-Lc. S, 13-24 si avvicinano a A(ntiocheno) (in Matino, su 1505 varianti, 1205 concordano con A; le altre con B e D in Luca, 1112 con A, 189 con D, e 98 con B). Io. 5, 12-fine, e Lc. 1, 1-8, 12 concordano con B (rec. esichiana: Giovanni 987 con B e 8 con A: in Io. 5-10 prevale prima B poi gl. Luca. 327 con D, 126 con D e 4 con A). Me. 1, 1-5, 30 concorda con le Antiche Latine, specialmente con e; Me. 5, 31-fine, in minore misura ( 186 con le Antiche Latine, 116 con D, 24 con mathbf{p} e 16 con B). Io. 1-5, 11 concorda con le Antiche Latine come Me. 1, 1-5,30. Perciò A mista con D e B predomina in Mi.-Lc. S, 13-fine; B mista con D + A in Lc. 1, 8-12 e Io. 5, 12-fine; D in Me. 1, 5-30 e Io. 1, 5-11; la cosrecnac in Me. 5, 31-fine. Il P 45 (Chester-Beatty) si avvicina a W per bianco e Luca. W testimonia la diffusione del testo occidentale (D) in Egitto e convalida l'opinione che le lezioni considerate proprie delle Antiche Latine provengono da un testo greco anteriore, e non de corruzioni o parafrasi di esso. Caratteristica di W è la finale lunga dopo M c. 16, 14, detta + il logion F. + in una forma più ampia che in s. Girolamo (Adv. pelag., II, 15; PL 23, 576).