volume-05

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oratori tra i quali chiamò a Roma i pp. Giacinto Cormier ed Egidio Boggiani, visitò conventi a province riacquistando o ampliando quelli della Quercia presso Viterbo a di S. Sabina a Roma, emose la facoltà di diritta canonica nel Collegio di S. Tommaso, scrisse magnifiche lettere circolari, ad es., la De sacra praedicatione (1893).

Visitatore apostolico in Austria, fu nominato arcivescovo titolare d'Eracloa ( 30 nov. 1907) e inviato come nunzio apostolico a Monaco di Baviera. Cardinale dal 1913, rimase a Monaco come pro-nunzio fino al dic. 1916, tornando quindi a Roma ove ottenne il titolo dei S8. Co-

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sma e Damiano. Legato papale alla consacrazione del duomo di Linz (1924), penitenziere maggiore dal 1923, cancelliere di S.R.C. (1927), unI a grande erudizione dettrina, indefesso lavoro per i dicasteri ecclesiastici e una pietè esimia. Dal 1927 al 1931 si dedicd in modo particolare all'esaltazione d'Alberto Magno a santo a Dottore.

Bibs.: Analecta Ord. Praed. Card. F. numerum bonaria dedirant, Roma 1923; anon.. In memoria di S. E. il card. fr. A. F., s. 1. 1933; A. Walz, I cardinali documenti, Firenze-Roma 1940. pp. 23-24. 26; id., A. Kard. F., Vienna 1930. Angelo Walz

FRUMENZIO, santo. - Apostolo dell'Abissinia e primo vescovo di Aksum. N. a Tiro verso il 310 320, giunse in Abissinia in modo impensato. Condotto ancor giovane in India assieme al fratello Edesio dal filosofo di Tiro Meropio, al ritorno approdarono in un porto abissino, probabilmente Adulis. Sorta una lite fra i viaggiatori e gli indigeni, questi massacrarono l'intero equipaggio, risparmiando solo i due giovani, che condussero schiavi alla corte di Aksum. Quivi adibiti F. a tesoriere e Edesio a coppiere del re, seppero presto guadagnarsene il favore, tanto che alla sua morte furono pregati dalla regina di rimanere per aiutarla nel governo del regno e nell'educazione dell'erede in età ancor tenera. Accondiscesero ai desideri della regina.
F. fu investito di grande autorità, della quale si valse per favorire la pratica religiosa tra i mercanti cristiani soggiornanti nel regno, precedendoli in ció con l'esempio ed erigendo una chiesa. Quando il principe escesse al trono, ottennero di ritornare in patria. Edesio ando diretto a Tiro, ove si stabili e divenne prete. F. passò per Alessandria per riferire a s. Atanasio le speranze della Chiesa ad Aksum e pregarlo di inviarvi un vescovo. Atanasio giudicò F. il più adatto allo scopo, lo ordinò vescovo e lo rinviò ad Aksum, ove esercitò il sacro ministero con grande successo sino alla morte, verso il 380 , ottenendo la conversione di un gran numero di indigeni e dello stesso re 'Ezzind. Di questo sono state ritrovate quattro iscrizioni : le prime tre lo mostrano ancora pagano, la quarta già cristiano. La stessa evoluzione appare dalle monete. L'americano Costanzo tentò di portare il disordine e guadagnare l'Abissinia all'arianesimo scrivendo nel 356 una lettera al re Azizanas ('Eszind) e al fratello Sseizanas, in cui attaccava Atanasio e li pregava di inviare F. ad Alessandria per esservi istruito nella fede dal vescovo ariano Giorgio. Anzi, secondo Filostorgio, vi avrebbe inviato anche il vescovo Teofilo per promuovervi l'arianesimo, però senza alcun risultato.

La cronologia rimane un po' incerta, non potendosi stabilire con precisione la data dell'arrivo di F. ad Aksum a quella della sua collinazione episcopale. E poco probabile la notizia di Rufino, che lo fa consacrare prima del 330. I Bollandisti dimostrano con argomenti plausibili che F. arrivò ad Aksum verso il 540 , si recò ad Alessandria verso il 547 e ritornò in Abissinia solo verso il 55^{1-55}.

Rufino, per aver udito la narrazione della notizie su F. dalle labbra stesse di Edesio, rimane la fonte principale, alla quale hanno attinto Socrate, Sostrueno, Teodoreto e i Sinassari orientali. Festa il 27 ott.

Bibs.: Rufino, Hist. eccl., I, 9; Socrate, Hist. eccl., I, 19; Sosonano, Hist. eccl., II, 24; Teodoreto, Hist. eccl., I, 22; Atanasio, Apol. ad Constant., 31; Synonarium Aethiopicum, 2⁸ bamid, ed. I. Guidi, in PO 7, 427; Acta SS. Octobris, XII, Parigi 1867, pp. 157-70; L. Duchesne, Belles séparées, ivi 1896, p. 309; I. Guidi, Abyssinie, in DHG, I, col. 210; C. Conti Rossini, Storia d'Etiopia, I, Roma 1928, p. 142; Martyr. Romanus, p. 480 . Vincenzo Monachino

FRUSIUS (Dez Freux), André. - Gesuita umanista, n. a Chartres agli inizi del sec. xvi, m. il 26 ott. 1556.

Letterato ed erudito, consultore del latino, greco ed ebraico, tradusse in latino gli Etercizi spirituali dandone cosi la editio vulgata. Nel 1547 insieme con s. Pietro Canisio passò nel Collegio di Messina dove insegnò greco, spiegò s. Paolo ed attese alla riforma del clero siciliano. Rettore del Collegio di Venezia nel 1551, passò nel 1553 a quello di Roma, continuando sempre nell'insegnamento, e fu anche rettore del Collegio Germanico.

Non dimenticava per questo le sue attitudini umanistiche scrivendo epigrammi e dialoghi latini, curando edizioni dei classici ad usum inventuris, la composizione di una sintassi latina e di una specie di stilistica: De utroque copia terborum et rerum pracepta, in versi.

Bibs.: Mononesto Hist. S. f., Etercizus spiritualis, Madrid 1919, pp. 148-27; A. Broo, La chartrain aux origines de la Com. pasmie de Témn, in La voix de X. Dume de Chartres, 74 (1930). pp. 281-84,311-14.

FRUSTA, LA. - Periodico illusirato romano, fondato e diretto dall'avr. Carlo Marini (1843-1913). Uscì, triscriminante, il 20 nov. 1870; quotidiano l'anno appresso, ingrandì il formato nel 1873. Notevole per i concitati articoli contro i «buzzurri» - usurpatori di Roma -, nonché per il grande spazio dato al vernacolo romanesco in prose e versi infiniti (anonimi ma del Marini) contro i medesimi. Validi coadiutori ebbe in Filippo Tolli, Pietro Durantini, Scipione Frascherii. Vi collaborarono il card. Parocchi e vari futuri proporati: Massaja, Zigllaro, Capocelatro, Schiaffino, Tripepi, Alimonda, Nocella, Jacobini.

Ben fatto, per i tempi, cusava precorrere i confratelli in qualche pubblicazione, come fece per la prima enciclica di Leone XIII. Condusse campagne memorabili, ottenendo, ad es., la rottura del contratto con cui la Corona iberica vendeva S. Giacomo degli Spagnoli ai protestanti. Angharie del fisco, 64 sequestri, condanne, non fecero mai presa sul Marini. Il periodico tuttavia soccombetto, mentr'egli e Giuseppe Amori fondavano il bisettimanale La massa frusta ( 5 giugno 1875).

Bibs.: L. Huelver, Ultius glomulisti populmi, in Uumini e giornali, Firenze 1947, pp. 103-15. Luigi Huelter

FRUSTA LETTERARIA: v. BABETTI, GIUSEPPE.
FRUTTI. - Il concetto giuridico di f. è ben più vasto del concetto naturale e comune. Giuridicamente f. è tutto ciò che la cosa produce naturalmente o in forza di un'attività umana.

1. Nel diritto civile. - Si dànno due categorie di f. f. naturali, quelli che provengono direttamente dalla cosa, vi concorra o no l'opera dell'uomo, come i prodotti agricoli, i parti degli animali, i prodotti dei boschi e delle miniere: f. civili, quelli che si ottengono dalla cosa come corrispettiva del godimento che altri ne abbia, come gli interessi dei capitali, i canoni enfireutici, le rendite e i fitti (Cod. civ. iv., art. 820).

I f. possono trovarsi in diversa situazione giuridica: ancora uniti alla cosa che li ha prodotti (p. es., la lana alle pecore), si dicono pendenti; staccati dalla cosa per forza naturale (le male dell'albero) e per opera di uomo (la lana tagliata alla pecore), si dicono separati; staccati naturalmente e passati in possesso di alcuno, si dicono percepiti. Se il distacco avviene a opera d'uomo, si ha contemporaneamente separazione e percezione. Percipiendi sono detti i f. che si sarebbero potuti raccogliere e di fatto non si raccolsero. A seconda poi della loro attuale sussistenza o meno in natura, si hanno f. esistenti (extantes), e f. consumati (causumpii).

I f. costituiscono una categoria di beni accessori rispetto alla cosa principale che li produce. Prima della separazione, formano parte della cosa stessa e ne seguono la condizione giuridica. Si può tuttavia disporne come di cosa nobile futura (art. 820). Una volta separati acquistano valore commerciale per proprio conto.

I f. appartengono normalmente al proprietario della cosa che li ha prodotti; possano tuttavia appartenere anche ad altri, p. es., all'enfiteuta, all'usuario, all'usufruttuario, al possessore di buona fede che detiene la cosa senza esserne il proprietario, all'erede apparente, ecc. (art. 821).

Il fatto giuridico che determina in via ordinaria l'acquisto dei f. naturali è la separazione. L'acquisto deif. civili, invece, è determinato dal fatto della maturazione giornaliera; questi si acquistono, cioè, di giorno in giorno, in ragione della durata del diritto (art. 821).

Così l'enfiteuta, che ha sui f. del fondo gli stessi diritti del padrone, acquista i f. stessi con la separazione

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(art. 959); cosi l'usurrio e l'usufrutuario acquistano i f. civili in base alla maturazione giornaliera, e i naturali con la separazione, senza bisogno di percezione: al termine quindi dell'usufrutto e dell'uso, nel riconsegnare la cosa con potranno trattencre per sé tutti i f. naturali separati anche se non ancora percepiti. Gli uni e gli altri spettano loro per la durata del loro diritto. Qualora quindi l'inizio e la fine dell'usufrutto o dell'uso si verificasse durante il periodo di produzione, talché proprietario e usufrutuario, a usurrio, venistero a succedersi nel godimento della cosa, l'insieme dei f. vi ripartito tra l'uso e l'altro in proporzione della durata del rispettivo diritto nel periodo stesso (artt. 984, 1026); v. uso; usufrutto.

Il possessore di buona fede, invece, che detiene la cosa senza esserne il proprietario, fa tutti i f. naturali a civili, rispettivamente separati e maturati, soltanto fino al giorno in cui fosse giudizialmente richiesto dal proprietario della restituzione della cosa: dal momento della domanda giudiziale egli dovrà restituire al proprietario non solo i f. percepiti, ma anche i percipiendi che per suo negligenza avesse trascurato di percepire. Il possessore di mela fede risponde dei f. percepiti e percipiendi anche prima della domanda giudiziale (art. 1148); v. possesso; possessore di buona fede.

Gli stessi principi, circa l'acquisto dei f. da parte del possessore di buona fede, vanno applicati pure all'erede apparente possessore in buona fede di beni ereditari (art. 335).

Per l'acquisto e divisione dei f. dotali in caso di scioglimento del matrimonio sono dettate norme speciali (artt. 198-99).
II. Nel diritto canonico. - Il diritto canonico condivide con il diritto civile, ricevendoli dalla fonte comune del diritto romano, i principi dettritati in materia di cosa e di f. delle cose, e adotta, con gli stessi effetti, la medesime norme del diritto civile, purché questo non contrastino con il diritto divino e non si tratti di situazioni specifiche da esso stesso direttamente regolate (cann. 1529, 1508), come si verifica, p. es., per i f. del beneficio, delle fondazioni pie e della dote delle religiose.

I f. del beneficio spettano al beneficiario dal momento della presa di possesso. Egli ne gode e dispone liberamente, di pieno diritto, soltanto entro i limiti di quanto è necessario al suo onesto e decoroso sostentamento, restandogli l'obbligo di devolvere il superfluo ai poveri o alle cause pie (cann. 1472-73). A differenza dell'usufrutuario, egli acquista giorno per giorno, pro vota (sospesi), non solo i f. civili, ma anche i naturali, indipendentemente dalla separazione. Sulla base di questo principio vanno calcolati e divisi i f., dedotte le passività, in caso di successione nel titolo beneficiale (can. 1480).
I f. del beneficio vacante, dedotte le spese e altre eventuali passività, vanno devoluti per metà ad aumento della dote beneficiaria e per l'altra metà alla chiesa o cappella in cui il beneficio è stato eretto (can. 1481).

Perdono i f. del beneficio gli scomunicati post sententiam (can. 2266), coloro che rifiutano di emettere la richiesta professione di fede (can. 2403), coloro che non ottemperano all'obbligo della residenza (cann. 2381 n. 1, 2168 § 1, 2170, 2172), i sospesi del beneficio (can. 2280 § 2) e i simmisci (can. 729, n. 2); v. sanscrito.

La distribuzione dei f. della fondazione pia deve essere tassativamente regolata dal vescovo nelle tavole di fondazione (can. 1545); v. fondazione pia.

I f. della dote delle religiose devono essere amministrati dalla superiora del monastero o dell'istituto, sotto la vigilanza dell'Ordinario del luogo (can. 550). I f. già nominati vacano al monastero o all'istituto qualora la religiosa ne esce per sempre. In caso di passaggio ad altro istituto, questo godrà del f. della dote fino dall'inizio del nuovo noviziato (can. 551).

BibL.: F. Borliano, Costo di diritto romano. La proprietà, I, Roma 1926, p. 152 sgg.; II, ivi 1928, p. 155 sgg.; E. Pacifici- Marzano-G. Vossi, Istituzioni di diritto civile, IV, t. Torino 1927, pp. 109 sgg., 287 sgg.; G. Stocchevo, Il beneficio ecclesiastico "sede piana", Vicenza 1942, p. 234 sgg.; A. Trabucchi, Istituzioni di diritto civile, 3^{text {a }} ed., Padova 1950, p. 334 sg.
Eccetia da San Mauro
FRUTTI DELLA MESSA : v. MESSA.

FRUTTI DELLO SPIRITO SANTO. - Opere soprannaturali che s. Paolo, Gal. 5, 22-23, oppone alle opere della carne enumerate nei vv. 19-21.

L'Apostolo non intese enumerare tutte le opere della carne, poiché ne conclude la serie di 15 (impudenzia, impurità, licenza, idolatria, ecc.) con l'espressione «e altre cose simili». S. Agostino (in Ep. ad Gal., 5, 22) e s. Tommaso (Sum. Theol., 18-20, p. 70, s. 3, ad 4) rimangono perciò che l'enumerazione del f. dello S. S., più sintetica è anch'essa incompleta. «S. Paolo avrebbe potuto enumerarne di più o di meno» (s. Tommaso). Il testo greco, i Padri greci, i più antichi manoscritti della Volgata enumerano solo nove f. dello S. S. La Volgata Clementina ne ha invece dodici, giacché ha inserito tre varianti: pazienza, manoscenio, castitas, mancanti nei cadd. della Volgata A F M ed altri. I nove f. dello S. S. sono: carità ( γ̇ ἀ π mathrm{x} ), gioia ( γ times ρ ἀ ), pace ( ε i ρ ἠ ν η ), longanimità ( μ times 0 ρ ° θ ι α i α ), benignità ( γ ρ η σ τ ἐ τ η ς ), bontà ( γ̇ γ ° θ ω σ ἠ ν ), fede ( π ἀ π τ ς ), mensuetudine ( π ρ α τ̇ τ η ς ), continenza ( ἐ γ times ρ ἀ τ ε ι α ).

L'espressione «frutto» sembra connessa con Mt. 7, 16-18; «l'albero buono fa frutti buoni». I frutti dell'albero buono sono un prodotto naturale, saporito, gradevole. Ugualmente ogni operazione che procede da una virtù perfezionante la natura è connaturale e gradevole. Ciò è vero già delle virtù acquisite, di ordine naturale. Se l'operazione procede dalle virtù infuse sotto l'influsso dello Spirito Santo, si hanno i f. dello S. S. Come il frutto dell'albero buono produce un gradimento sensibile, il f. dello S. S. produce la gioia spirituale, almeno nella parte più alta dell'anima, anche se si tratta della pazienza e longanimità che sopportano con calma le avversità.

Dall'enumerazione del f. dello S.S. in Gal. 5, 22-23 risulta, osserva s. Tommaso (loc. cit., s. 3), che lo Spirito Santo tende a ordinare l'uomo: 1^{°} nella sua vita intima con Dio mediante la carità, la gioia, la pace, la longanimità (e pazienza); 2^{°} relativamente al prossimo, mediante la benignità, la bontà, la mensuetudine, la fedeltà; 3^{°} relativamente alla parte inferiore di noi stessi, mediante la modestia, la continenza (e castità).

Gli atti di queste virtù diventano frutti gradevoli perché l'oggetto di ogni virtù è un "bonum honestum et delecrabile", il che si verifica principalmente della carità che ha per oggetto Dio sommo bene (s. Tommaso, loc. cit., s. 1, ad 1). Cosi, la gioia spirituale e la pace sono effetti della carità. Come dice s. Tommaso (ibid.), tutti gli atti delle virtù infuse e quegli dei sette doni possono essere perciò chiamati f. dallo S. S.

Le otto beatitudini evangeliche esprimono gli atti più perfetti delle virtù infuse unite ai doni, ad es., la contemplazione infusa, che procede dalla fede illuminata dai doni d'intelligenza e di sapienza.

BibL.: S. Ambrogio, In Epist. ad Gal. 1: PL 17, 266; s. Agostino, In Epist. ad Gal., 5: PL 32, 2140; Sum. Theol., 1424, p. 70; B. Frigeri, De l'institution du St Esprit dans les dmes justes, Parigi 1900, p. 432; A. Gardell, Fruits du St Esprit, in DThC, VI, coll. 944-49. Regluido Gaviano-Lagrange

FRUTTUOSO, santo, martire. - Vescovo di Tarragona, arrestato il 16 genn. 259 insieme ai disconi Augurio ed Eulogio, in applicazione del secondo editto dell'imperatore Valeriano, diretto allo sterminio della gerarchia ecclesiastica.

Furono trattenuti in carcere 6 giorni, poi il 21 tradotti davanti al preside e, rifiutatisi di sacrificare, furono bruciati nell'anfiteatro. Gli Atti del martirio, clegni di fede, letti nell'anniversario durante la Massa (s. Agostino, Derm. 273) e messi poi in versi da Prudenzio (Peristephanon, VI), furono compilati da un contemporaneo utilizzando il verbale proconsolare. Festa il 21 genn.

BibL.: Arto SS. Ianuarii, II, Parigi 1863, coll. 339-41; P. Fraschi de' Cavalieri, Gli Atti di s. F. di Tarragona (Studi e vari, 63), Città del Vaticano 1935, pp. 127-24; Martyr. Romonum, p. 30.

Vincenzo Monachino
FRUTTUOSO, santo. - Arcivescovo di Braga. Di famiglia regia, studiò con Conancio, vescovo di

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Palenza verso il 625 . Fattosi chierico, si ritirò a solitudine; ebbe molti discepoli, per i quali fondò il monastero di Compludo (León), primo di una federazione di monasteri fondati nelle montagne del Bierzo, nella Calizia, e nel nord del Portogallo. Nel X Concilio di Toledo fu fatto arcivescovo di Braga ( 656 ). Fino alla morte, verso il 665 , visse da monaco.

Il suo spirito sopravisse nelle due regole: Regula monachorum e Regula communis, in vigore nei monasteri del nord-ovest della penisola iberica per tre secoli. Gli elementi più originali e caratteristici di queste regole provengono dal diritto germanico. Nella Regula communis si trova il Pactum, celebre formula di professione religiosa. Molto severo nella vita regolare e penitente, era dolce di parola e carattere. Discepolo suo fu s. Valerio, a cui pare si debba la Vita di F. Di lui si conserva anche una lettera a Raccesvinto (MGH, Epist., III [Berlino 1892], pp. 688-89) e una a s. Braulio di Saragozza (J. Madoz, Epistolario de Brasilio de Zaragoza (Madrid 1941), pp. 186-89. Festa il 16 apr.

BibL.: Regulae: PL 87, 1098-1132; I. Herwegan, Das Pactum des bl. F. von Braga, Stoccarda 1907: J. Perez de Urbel, Las monate españolas en la edad media, 1, 2^{°} ed., Madrid 1943, pp. 377-450; Martyr. Romonum, p. 120. Giovanni Meseguer
FTARTOLATRI : v. aFTARDOGETI; MONOPISITI.
F.U.C.I.: v. federazione universitari; CATTOLICI ITALIANI.

FUCINI, Renato. - Novelliere, n. 18 apr. 1843 a Monterotondo (Pisa), m. a Empoli il 25 febbr. 1921.

Note dapprima per I cento remetti in vernacola pisano (1872) editi con l'anagramma Neri Tanfucio, raggiunse poi una matura espressione d'arte nelle descrizioni diambienti, figure, paesaggi - vivi come quelli dei macchiaioli - e nei numerosi bozzetti a nei bei racconti (Le reglie di Neri, 4² ed., Milano 1890; All'aria aperta, Firenze 1887; Nella campagna toscana, ivi 1908) ed ancora nelle lettere ad un amico (Napoli e occhio nudo, ivi 1887) e negli scritti autobiografici (Acqua passata, Foglie al vento, vol. unico, ivi 1930), che illuminano le sue vicende di uomo: da perito agricolo a ispettore scolastico. La religione per F. era un avanzo di superstizione; di qui i motivi antichericali, frequenti nelle sue prose.

BibL.: A. Niccolai, R. F., Pisa 1921: P. Pancrasi, Gli scrittori d'Italia dal Carducci al D'Ammenio, Bari 1937, pp. 51-110; B. Croce, R. F., in La lett. della nuova Italia, III, Bari 1943, pp. 141-48; R. E. de Sanctis, F. e del bozzetto, in Il letto di Procruste, Milano 1943, pp. 465-73; P. Bargellini, Alla reglie con R. F., Firenze 1943. Giovanni Fallani

FUGA. - F. ed anche errore, è chiamata da s. Tommaso (Sum. Theol., 1^{°}-3^{° 0}, q. 23 a. i) la passione, per cui l'appetito nostro concupiscibile recede da un male futuro. Se questa avversione investe talmente l'individuo fino a farlo abborrire da qualsiasi sforzo nell'esercizio della religione e nel compimento degli obblighi dal proprio stato, la f. diventa passione disordinata, che facilmente porta al peccato capitale di accidia (v.).

In senso più generale, come qui viene presa, la f. è l'atto del fuggire (latino fugere), cioè l'atto di chi si allontana rapidamente da qualche persona o cosa, per timore, per salvarsi.

Moralmente e giuridicamente la f. in certe occasioni può essere un obbligo, in altro può essere un atto di vilrà, o la sottrazione ad un proprio dovere. Tutto dipende dal fine, per cui si ricorre alla f. e dall'oggetto da cui si fugge, e dagli obblighi di legge.

La liceità della f. di fronte alle persecuzioni fu un argomento che appassionò i primi cristiani. Contro la tesi rigorista di Tertulliano (v.), già montanista, secondo cui la f. in tali circostanze è inammissibile ed è un rinovigamento della volontà di Dio (De fuga in persecutione, scritta ca. il 212 : PL 2, 103-20) e contro l'atteggiamento pratico di alcuni fedeli, che stimavano un dovere pre-
sentarsi e denunziarsi spontaneamente come cristiani, prevalse la tesi più moderata, che sconsigliava l'autodenunzio, sempre pericolosa, ed ammetteva di potersi sottrarre alle ricerche con la f. A favore di questa tesi stavano le parole di Cristo stesso, che, o precetto e consiglio che siano, hanno un significato inequivacabile (Mt. 10, 17-23). Senza parlare poi dell'esempio stesso di Gesù che più volte si sottrasse con la f. e di quello dell'epostolo Paolo che a Damasco si calò dalle mura per sfuggire ai suoi persecutori (Mt. 14, 13; Jo. 8, 58-59; 11, 53-54; Act. 8, 4; 9, 23-26). Lo stesso più grande ammiratore di Tertulliano, s. Cipriano, nella persecuzione di Decio ( 250 ) si tenne nascosto nei pressi della città di Cartagine: ugualmente si era comportato prima il grande martire di Smirne, s. Policarpo (Martyr. Pol., capp. 5-7). E fu la f. dei cristiani dalle città, ove infieriva la persecuzione, ad alimentare i primi cenobi e monasteri nell'Egitto ed altrove. Questo tema sarà brillantemente svolto da s. Atanasio in polemica con i suoi denigratori già suoi persecutori, cui era fuggito di mano con f. che hanno del rocambolesto (Apologia della sua fuga: PG 25, 6_{43-80} ).

Questo problema oggi non è più oggetto di disputa, perché è pacificamente ammesso che è lecito sottrarsi anche con la f. alla persecuzione: la f. potrebbe divenire peccaminosa solo in quei casi, in cui l'intraprenderla equivarrebbe per le circostanze ad un'implicita negazione delle fede, oppure si facesse manifesto un esplicito comando di Dio in contrario o infine doveri pastorali obbligassero ad assistere i fedeli nella tormenta della persecuzione, quando ciò naturalmente forse possibile. Chi in queste circostanze ricorresse alla f., non potrebbe non dirsi apostata a il pastore di anime si collocherebbe sulla stessa piano del mercenario (mercenario: autem fugit: Io. 10, 13).

Se attuali sono sempre nella Chiesa, di continuo perseguitata, questi problemi, di maggiore praticità ancora sono altre questioni sulla obbligatorietà della f. di fronte ai pericoli di perversionc ed alle occasioni di peccato. La custodia della virtù impone di fuggire tutte le occasioni esterne, che possono metterla in pericolo.

Sarebbe infatti temerarietà esporsi alla tentazione, e peggio provocarla, senza una giusta proporzionata causa. Un pericolo grave è da fuggire sotto pena di peccato grave; un pericolo lieve sotto pena di peccato veniale (per una più diffusa trattazione, anche nei confronti dell'atteggiamento del confessore di fronte agli occasionari, v. occasione di peccato).

L'assetica cristiana ha particolarmente insistito sulla f. delle occasioni contrarie alla castità (v.) che sono tra le più pericolose.

Quando si è parlato fin qui di f. si è preso il vocabolo, non solo in senso letterale e, quasi fisico, ma anche in senso traslato. E f. delle occasioni anche il non indugiare a volte nella solitudine, il mutamento di ambiente e di occupazione, la deviazione della vista, dell'attenzione stessa da quelle rappresentazioni mentali e da quegli oggetti, che l'esperienza dimostra favorevoli a suscitare la tentazione.

Ritornando al senso letterale del vocabolo, una serie di problemi in senso contrario si presenta sulla illiceità della f., quando essa è una sottrazione al dovere. Certe persone legate ad un ufficio o ad un impegno, od anche ad una condizione di vita, non possono abbandonare il loro posto, anche di fronte ad un eventuale pericolo, ed anche se l'affrontare il pericolo esige un atto eroico. Un parroco, ad es., non può lasciare la sua parrocchia in caso di un'epidemia infettiva, che metta in pericolo la sua stessa vita, non lo potrà il medico condotto, ecc. se non in determinate ed a determinate condizioni; il farlo costituisce non solo peccato, ma spesso nei vari ordinamenti giuridici è considerato anche delitto (v. abbandonG; atto eroico di caritá). Così il soldato non potrà disertare l'esercito (per le varie ipotesi, v. milizia).

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Tav. CXXI

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BENEDIZIONE DEL FUOCO nel Sabato Santo nell'atrio della Basilica Vaticana.

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Non è invece proibito al reo la f. per sottrarsi alla punizione. Inlatti egli, come non è tenuto a confessarsi reo, non è ugualmente tenuto a cooperare attivamente alla sue punizione. E percio: a) anche se giustamente condannato, può fuggire dal correre; b) anci probabilmente puó anche forzare le uscite dal carcere, per guadagnare la libertà; o ingoinare i carcerieri; e, se innocente (non però se resi), può pure corromperli e minacciarli con le armi, non mai però ferirli o ucciderli. A colui che cosi fugge lacitamente, è lecito prestare aiuto pacifico (non violento) da altri che non siano addetti alla sua custodia, a meno che questa cooperazione non sia assai nociva per un terzo o per il bene pubblico.

Nel CIC è chiamato fuggitivo il religioso che si allontano per due o tre giorni dalla casa religiosa, senza licenza dei superiori, con il proposito di farvi ritorno (can. 644 \ 3). A meno che non si tratti di una sottrazione ad un'ingiusta persecuzione per far ricorso al superiore, il fatto è considerato delitto ed il fuggitivo incorre immediatamente nella pena di privazione dell'ufficio che ha, se lo ha, e nella sospensione riservata al proprio superiore maggiore (can. 2386), il quale a norma delle costituzioni può anche aggiungere altre pene. La f., come l'apostasio dell'Ordine, non scioglie la professione religiosa.

Riso: T. Orrolao, Pute dei sccasinai de pérhé, in DThC, VI, col. 051; id., Puite pendant la persfisation, ibid., VI, coll. 921 064; S. Ceruniche, De religionis. Roma 1538, n. 102, pp. 202300; F. Ter Haar, Cassa consumulise, I, 2* ed., Torino-Roma 1010, pp. 1-140; H. R. Merkelbach, Sonnua theologica moraliis, 2^{°} ed., I, Parigi 1943, nn. 91, 175, 483-86, 580; II, ivi 1947, n. 641 B; III, ivi 1943, nn. 663-68; A. Lanza, Theologia moralis. I, Torino-Roma 1949, nn. 83, 510-11. Fermo Palazzini

PUGA. - Forma di composizione che riassume i principali criteri di sviluppo del pensiero musicale ed i principali procedimenti dal contrappunto detto «a imitazioni», cioè basato sulla riproduzione, in varie voci, di un elemento tematico dato.

La f. si costruisce in quella forma ternaria che trovasi largamente applicata anche all'arte sinfonica nelle tre fasi presentazione, sviluppo e ripresa: i due pilastri laterali reggono e condizionano quello centrale. Nella prima sezione della f. (esposizione) il tema fondamentale (soggetto) è presentato successivamente dalle diverse voci: e vi si intreccia il tema secondario (contrassoggetto). Quest'ultimo è combinato con il primo secondo le regole del contrappunto reversibile, affinché i due temi simultanei possano stare l'uno al di sopra o egualmente al di sotto dell'altro.

La presentazione completa del soggetto e del contrassoggetto in tutte le voci è seguita dai cosiddetti divertimenti, episodi nei quali gli elementi tematici sono sviluppati e che s'iscrivono tra le repliche del soggetto in altre tonalità.

La parte finale è la più interessante a la più dotta per gli incastri serrati (stretti), i canoni (imiuszioni prolungate), gli eventuali episodi in contrappunto triplo, gli ingrandimenti (quando i valori ritmici di un tema sono proporzionalmente aumentati) e gli altri possibili procedimenti contrappuntistici, più o meno ingegnosi ed astrusi, culminanti nello stremismo e nel pedale finale, che è una nota prolungata nel basso, sulla quale si sovrappongono nuove combinazioni tematiche.

A questo schema generale obbedisce la composizione di una f. con rigore maggiore o minore secondo che si tratti di f. di scuola, di fugato e di f. come parte di un tempo sinfonico, o ancora di costruzione personale ispirata alla f. Il fugato è di due tipi principali: a) esposizione seguita da stretti; a) la sezione che segue l'esposizione è composta con ampia libertà di procedimenti, cioè senza sottostare alle regole precise che invece valgono per la f. scolastica. Come modello mirabile di f., ispirata a criteri altamente artistici e con significato personale, si ricordi quella che chiude l'op. tro di Beethoven (sono in realtà due fugati, di cui il secondo sul tema invertito del primo: e tale inversione ha valore nel significato, particolare a generale, di queste celebre sonato).

Quanto alle origini storiche, essa si riallacciano, da un lato, alla polifonia fiamminga della seconda metà del

Quattrocento, e dall'altro alle prime forme strumentali, come il ricercare; a sono determinate, tali origini, sostanzialmente dall'imitazione alla 5^{2}. Nelle Istituzioni armoniche di G. Zerbino (Venezia 1558) si ha una completa enunciazione della struttura della f., concepita come forma monotematica. Largo uso della tecnica fugata si riscontra negli organici tedeschi del Seicento, presso i quali anche il fugato s'intreccia al corale. Ma ancora prima, e cioè in un Ricercare di X tono di G. Gabrieli (1595), si può rintracciare uno dei primissimi esempi (se non è il primo assoluto: si pensi che i primati nella storia della musica sono sempre incerti) di f. con divertimenti.

E superfluo ricordare che tutti i grandi musicisti coltivarono questa forma, ognuno con caratteristiche proprie. Cosi, p. ex., Händel dà alla f. un ampiezza a una maestosità tutta sua. La Messa in si minore di G. S. Bach offre modelli insuperabili di f. per coro a orchestra. Ma l'immense opera di Bach è tutta basata sulla tecnica fugata, la quale non impedì mai a quel sommo maestro di raggiungere le vette della potenza di espressione e di evocazione poetica attraverso i suoni.

Edgardo Carducci-Agustini
FUGA, Ferdinando. - Architetto, n. a Firenze nel 1699, m. a Roma nel 1781. In patria fu allievo del Fuggini; giovanissimo venne a Roma, si recò poi in Sicilia ove a Palermo fece lavori nel Duncio; di qui tornò nel 1730 a Roma, dove subentrò ad Antonio Valeri, allievo del Bernini, come sopraintendente alle fabbriche del Quirinale. Il suo ritorno a Roma va messo in relazione con l'avvento al trono del toscano Clemente XII.

La prima opera romana del F. sembra essere la chiesa del Bambin Gesù iniziata nel 1731. Nel 1732 poneva mano alla chiesa della Morte e nello stesso anno cominciava a costruire il Palazzo della Consulta; nel 1736 iniziava i lavori del Palazzo Corsini; nel 1741 quelli per la facciata di S. Cecilia; tra il 1742 e il 1743 edificò la facciata di S. Maria Maggiore. Dopo il 1750 andò a Napoli, dove costruì l'Albergo dei Poveri, la Reale Manifattura
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PUGA, Ferdinando - Facciata della basilica di S. Maria Maggiore (1741-43) - Roma.

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Fuga, Ferdinando - Palazzo della Consulta (1734) - Roma.
di porcellana, i Granili a la facciata della chiesa di S. Filippo Neri e del Gerolamini.

L'opera sua più riuscita è la facciata di S. Maria Maggiore costituita da un portico e da una loggia, che lascia intravedere i musaici dell'antico prospetto medievale. La chiesa della Morte, invece, si intona maggiormente alla colorita arte romana e nella facciata richiamu vivamente il cosiddetto "canneto" di S. Vincenzo * Anastasio, a Trevi. L'interno è a pianta ellissoidale * si apparenta con quelle chiese di questo periodo che la prediligono, quando debbono innalzarsi su uno spazio ristretto. La facciata di S. Filippo Neri a Napoli è di un'eleganza alquanto manierata ma è interessante anche per la presenza di due campanili, disposizione non molto comune fra noi, che fa pensare *S. Agnese in Piazza Navona * ad altre chiese romane anche anteriori, quale la Trinità dei Monti, S. Atanasio dei Greci, S. Anastasia.

Nell'edilizia civile, capolavoro del F. è il Palazzo della Consulta, armonioso nella sua elegante facciata, scompartita da pilastri che racchiudono ampie finestre, con predominio del vuoto sul pieno, si da togliere ogni pesantezza alla costruzione, senza peraltro farle perdere sodezza a maestà. La decorazione, pur restando sobria, ha grazia e plastica vivacita, specialmente nei festoni, nelle menzole, nelle conchiglie e nei timpani baraccamente spezzati.

Alquanto fredda appare invece la lunga facciata del Palazzo Corsini, nel quale è da notare la maestosa scenngrafia dell'atrio e dello scalone.

Sempre a Roma vanno ancora ricordati il Palazzo Cenci Bolognetti e la chiesa di S. Apollinare.

Bibl.: G. Pisano, L'attivita edilizia di Clemente XII e il Palazzo della Consulta, Roma 1934, Dp. 195-204, 261-71; G. De Logu. L'architettura italiana del Sclcanto e del Settecento, 1. Firenze 1933, pp. 61-62; V. Golzin. Notizia su l'arte romana del Settecento, tratte dal Diario del Valerio, in Archivi, 5 (1936), p. 123; id., Spiriti e forme nell'architettura romana del Settecento nell'Urbe, 1938, pp. 16-17.

Vincenzo Golzio
FUGA IN EGITTO. - Episodio della vita di Gesù, avvenuto dopo la visita dei Magi e narrato brevemente in Mc. 2, 13. Erode, adirato perché i Magi non erano tornati a riferire notizie del re dei Giudei, diede ordine di uccidere tutti i bambini minori di due anni, che si trovavano a Batlemme a dintorni.

Ma Gesù gli sfuggì, perché un angelo apparve in sogno a Giuseppe, ordinandogli di prendere il Bambino a Maria e fuggire in Egitto.

Intorno a questo semplice fatto la leggenda creò tutta una fioritura di episodi, riferiti dal Vangeli apocrifi e che servirono di argomento all'arte eristiana.

1. Archeologia. - La prima volta che nell'arte cristiana appare la f. in E. si oeserva che l'artista si ispirò alla narrazione del Vangelo apocrifo "de nativitate Mariae at infantia Salvatoris" detto lo pseudo-Matten (cap. 84), come si vede nell'arte trionfale di S. Maria Maggiore. G. Cristo bambino, con il nimbo sormontato dalla croce, è scortato da due angeli alati e nimbati, mentre Afrodisio si appressa a venerarlo, avendo veduto che al suo apparire tutti i simulacri degli idoli si erano infranti (J. P. Richter, Di un raro soggetto rappresentato nel maestro della Basilica Liberiana, in Nuovo Bull. di arch. crist., 5 [1899], p. 137 sgg.).

Alla stessa fonte apocrifa attinguranno poi gli artisti che effigiorono la scena in alcune chiese rupestri della Cappadocia, come a Bellkilise, a Mernsheykilise, a Einulekilise e a Tokaly-kilise a a Sausan Bayev, presso Uiguli, dove è rappresentata la caduta in terra dei simulacri degli idoli, secondo la narrazione dell'apocrifa.

Nei primi anni del sec. xI la f. è dipinta in S. Urbano alla Caffarella: la Madonna con il Bambino è sull'asino, seguita da s. Giuseppe.

Nel sec. XII il sogno a la f. in E. sono effigati nei musaici della Cappella Palatina in Palermo. A sinistra è s. Giuseppe destato dall'angelo; a destra egli sostiene sulla spalla sinistra il Bambino, mentre con la destra guida l'asino sul quale è assisa la Madonna; al segaito è un servo. La scena della f. in E. si trova anche nella cripta di S. Biagio, presso Brindisi che un'iscrizione fa datare all'a. 1197. Ca. alla stessa data Benedetto Antiliano scolpi la f. nel battistero di Parma. Nella facciata di S. Zeno in Verona la scena in rilievo fu scolpita da un maestro Guglielmo: precede s. Giuseppe con il bastone in spalla, a cui è legato il piccolo bagaglio, con la destra tiene la fune a cui è assicurato l'asino sul quale è assisa la Madonna con il Bambino (matà sec. XII).

Bibl.: Wilpert, Messilien, v. indice.
Enrico Joni
II. Arte. - Largamente svolto durante il periodo romanico e nel xiv sec. per il carattere narrativo della rappresentazione, il tema venne trattato da Nicola Pisano
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(Int. Alinari)
Fuga in Egrto - Giuseppe destato dall'Angelo e f. in E. Musaico dell'inizio del sec. xili - Venezia, basilica di S. Marco.

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nel pulpito del duomo di Siena, da Giovanni di Nicola in quello di Pistoia e da Lorenzo Maitani nei rilievi della facciata del duomo di Orvieto.

Tuttavia agli inizi del Trecento è nella cappella dell'Azemi a Padova, fra gli affreschi che vi dipinse Giotto, che si può indicare forse la rappresentazione più bella fino a quei tempi data del tema. Le immagini di Giuseppe, della Vergine col Bambino in brescim, dell'ainello, dell'Angolo, assumono un tono di monumentalità nuova. Squalrate come le rocce del nudo paese, quelle immagini scandiscono la composizione esaltandone i valori di spazio.

Il grande modello giotesco, ripetuto anche nelle chiese inferiore di Assisi, venne più volte tenuto presente dai pittori trecentisti e fu ancora ricordato durante il xv sec., quando il senso naturalistico della nuova età trovò modo di esprimersi riducendo l'episodio sacro ad una piacevole narrazione di tono idillico quasi profano, come poi negli affreschi attribuiti ai Peruzzi in S. Onofrio al Giuniculo a Roma. A tale orientamento della narrazione contribuì anche l'aggiungersi all'episodio della F. l'altro del Riposo durante la f. in E., con conseguenti numerose talvolte originali varianti.

Ritorna cosi l'epipiealiso narrato dall'Evangelista ed accresciuto della fantasia di pittori e scultori frequentemente anche nell'arte tedesca del periodo tardo gotico e del Rinascimento. Lo si può indicare in un quadro dello Schongener nel Museo di Vienna, in un altro del van Orley (1541) che è a Colonia, ed in altri ancora di Luca Cranach, di Giovanni van Seezel, di Giovanni Gosspert, ecc.

Tuttavia fra le rappresentazioni sinqueconesche della f. in E. e del riposo le più belle sono quelle che ha lasciato il Correggio nei suoi quadri degli Uffizi, della Galleria di Parma e di quella di Napoli. Naturalissime anche le composizioni aventi quel tema di Federico Barocci (Pinacoteca Vaticana a Museo del Prado e Madrid) sempre più inclini ad un'idillica rappresentazione di gusto profano. Questi assume decisamente il prevalere quando nel corso del Seicento l'episodio fu pretesto a Nicola Poussin a Claudio di Lorena e ad altri grandi pittori italiani e stranieri di dipingere bei passaggi con minuscole figure. L'arte settecentesca e ottocentesca non modificò quell'orientamento. - Vedi tav. CXXI.

Brec.: R. Kümmle, Monographie der christlichen Kamt, I, Friburgo in Br. 1928, pp. 166-72. Emilio Lavamino

FUGGER, famiglia. - Commercianti e banchieri tedeschi dei secc. XV e XVI, stabilitisi in Augusta nella seconda metà del sec. XIV. Il loro più eminente rappresentante fu Giacomo II, detto il Ricco (1459-1525) che abbandonò il commercio delle spezie, delle lane e delle sete, fine allora tradizionale nella famiglia, per dedicarsi ad attività più redditizie, e soprattutto ad operazioni di banca. Entrato in rap-
porti d'affari con l'imperatore Massimiliano, Giacomo F. lo sovvenzionò ripetutamente con prestiti, ottenendo in cambio lo sfruttamento delle ricchissime miniere di rame e d'argento del Tirolo. L'elezione di Carlo V ad imporatore (1519) fu soprattutto dovuta al F., che anticipò in tale occasione oltre mezzo milione di fiorini.

Sotto il pontificato di Alessandro VI, i F. divennero pure banchieri della S. Sede, e furono incaricati della riscossione dei servitio e cotto Leone X della riscossione dei contributi per le indulgenze, soprattutto nell'Europa centroorientale. Alla morte di Giacomo il Ricco, divenne titolare della ditta il nipote AATONIO (m. nel 1560 ), sotto la cui guida gli affari raggiunsero la massima prosperità. In seguito, durante la cosiddetta terza generazione dei F., cominciò il periodo di decadenza, determinato in gran parte da cattivi affari conclusi col re di Spagna. I F. fallirono definitivamente entro la prima metà del sec. xvir.

Brec.: R. Ehrenberg, Das Zeitalter der F., a voll., Jena 1896; id., Grosz Vermögen. ivi 1902, pp. 6-40; A. Schulte, Die F. in Rom (1493-1523), Lipsia 1924; J. Senedes, Salub F., ivi 1906, con bibl.: W. Winker, F. il Ricco, Torino 1942; G. v. Palnitz, F. und Medizl, Lipsia 1942.

Silvio Furlani
FÜHRER, JOSEPH. - Archeologo, n. nel 1858, m. 18 febbr. 1903, professore di filologia e storia prima nel liceo di Dilinga, poi in quello di Bambergs, fu esploratore infaticabile delle necropoli cristiane della Sicilia, di cui visitò più di 130 fra cimiteri sub divo, ipogei e cimiteri sotterranei. Rilevò le piante di oltre 30 aree sepolcrali e fece disegni e fotografie.

Una delle sue opere più importanti ha il titolo: Forschungen zur Sicilia sotterranea (Monaco 1897, nel XX vol. della Abhandlungen der hgl. bayerischen 'Akademie der Wissenschaften). Con rigoroso metodo e grande chiarezza tratta delle catacombe sirscusane, con notizie storiche e inventario delle pitture e delle iscrizioni. Lo studio sulla Sicilia sotterranea trova il suo complemento con quello di tutti i cimiteri dell'isola. La morte colse il F. quando di questo suo vasto lavoro era pronta per la stampa solo una parte: il resto, su appunti, fu edito a cura di V. Schultze, che completò le ricerche: Die altchristlichen Grobstätten Stollens (Berlino 1907, in Jahrbuch des kaiserlich Deutschen Archäologisch Instituts).

Fra gli studi minori del F. si ricordano i seguenti : Altchristliche Begräbnisanlagen bei Feola in Ostsizilien (in Römische Mitteilungen, 17 [1902], pp. 110-21); Die Katakombe im Moliwella-Tal bei Augusta in Ostsizilien (in Römische Quartalschrift, 16 [1902], pp. 205-21); Ein altchristliches Hypogeum im Bericht der Vigna Cassia bei Syrakus (in Abhandlungen der hgl. bayerischen Akademie der Wissenschaften, 22 (Monaco 1902), pp. 109-58).

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Notevole per l'agiografis è il suo scritto Ein Beitrag zur Loesung der Felicitas Frage (Frisinga 1890).

Giuseppe Bovini
FÜHRICH, JOSEPH von. - Pittore ed incisore, n. il 8 febbr. 1800 a Krstzan in Boemia, m. a Vienna il 13 marzo 1876. Dopo aver studiato in patria seguendo i modi dell'antica tradizione, venne in Italia e a Roma fu a contatto con il gruppo dei Nazareni (v.) collaborando con quei pittori, fra il 1827 e il 1829, alla decorazione di Villa Massimo.

Rientrato in patria, basandosi sugli ammaestramenti romani divenne il più autorevole rappresentante del movimento purista in Boemia ed in Austria. Stabilitosi a Praga dal 1834 fu chiamato a Vienna prima come direttore della Galleria dell'Accademia e quindi come professore, ed a Vienna trascorse il resto della sua vita molto operando per le chiese di quella città. Compose anche numerose incisioni di soggetto sacro. Fra i suoi quadri più famosi si ricordarà Il Calvario dalla chiesa di S. Giovanni.
BibL.: H. v. Worndle, 2. v. F. s. Wicke, Vienna 1914; H. Tietze, a. v. in Enc. Ital., XVI, p. 136. Emilio Lavagnino

FUKUOKA, diocesi di. - Fu eretta con breve apostolico del 16 luglio 1927 per divisione della diocesi di Nagasaki e fino al 1940 restò affidata ai sacerdoti della Società per le Missioni estere di Parigi. Il 16 marzo 1941 fu affidata al clero secolare giapponese. E suffragates dell'arcidiocesi di Tokyo. Situata nella regione del Kyushu, sud del Giappone, comprende tre distretti civili: F., Kumamoto e Saga.
F. è oggi la città più importante del Kyushu di cui è considerata la capitale. Essa è anche la sede di un seminario interdiocesano maggiore, eretto canonicamente, con decreto della Propaganda Fide nel 1948, per gli alunni delle missioni del Giappone meridionale per lo studio della filosofia a della teologia. Detto istituito conta già 69 seminaristi. F. possiede pure una bella cattedrale e una discreta residenza vescovile. Vi sono 12.293 cattolici, 1228 catecumeni, 8 sacerdoti indigeni, 21 sacerdoti esteri, 3 fratelli indigeni, 2 fratelli esteri, 157 auore indigene, 30 suore estere, 41 catechisti, 150 insegnanti, 27 seminaristi maggiori. Vi sono 21 chiese e 14 oratori, 5 brefatrofi con 126 bambini, 9 orfanotrofi con 504 bambini, 6 ospizi per vecchi con 78 ricoverati, 3 ospizi di mendicità con 564 poveri, 1 lebbrosario con 79 lebbrosi, 4 ospedali, 2 scuole superiori con 735 alunni, 5 scuole medie con 1738 alunni, 1 scuola primaria con 180 alunni, 5 scuole materne, 1 collegio con 13 alunni.

BibL.: AAS, 10 (1027), Dp. 377-78. Edoardo Pecoraio
FULBERTO di Chartres. - Vescovo e teologo n. ca. il 960 , m. a Chartres il 10 apr. 1028. Da alcuni è detto francese, probabilmente dell'Aquitania, del Mabillon invece è ritenuto italiano, sulla scorta di una lettera di F. ad Elnardo (PL 141, 192). Dalla medesima lettera si riceva che egli apprese i primi rudimenti del sapere da un vescovo italiano, dal quale
ricovette pure gli Ordini minori. Fu poi a Roma, addetto alla Biblioteca, dove conobbe il famoso Gerberto d'Aurillac (poi papa Silvestro II). Passato alla scuola di Reims ebbe a compagno il figlio di Ugo Capeto, Roberto, poi re di Francia, con il quale mantenne amichevoli relazioni. Nel 987 (secondo altri nel 992) si recò, dietro invito del vescovo Oddone, o del suo antico condiscepolo Erberto, a Chartres, ove fu a capo di quella rinomata scuola, alla quale accorsero studenti, non solo dalla Francia, ma anche dall'Italia e dalla Germania ed ove esercitò anche la medicina.
F. non fu monaco, come alcuni ritengono, ma ebbe intimi rapporti con le piu celebri personalità monastiche del suo tempo (Oddone di Cluny. Riccardo abate di Fleury). Nel 1206, col favore del re Roberto, fu designato alla sede episcopale di Chartres e venne consacrato da Leoterico, arcivescovo di Sern, che era stato suo condiscepolo a Reims.

Scarse a frammentarie le notizie
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intorno alla sua attività pastorale: lasciata la pratica della medicina, continuò l'insegnamento e da Guglielmo, duca d'Aquitania, fu nominato tesoriere di s. Ilario di Poitiers. Ricostruì la cattedrale di Notre-Dame di Chartres (distrutta da un incendio nel sett. del 1020) con il munifico aiuto di Roberto re di Francia, di Stefano re d'Ungheria e di Canuto, re d'Inghilterra e di Danimarca.

Stimandosi impuri al suo ufficio di vescovo, pensò di dimettersi, ma ne fu dissusso da Oddone di Cluny. Come membro del Consiglio di Stato, ebbe gran parte negli affari politici del suo tempo.

La produzione letteraria attribuita a F. comprende opere agiografiche (di dubbia autenticità), tra cui la Vita di s. Oberto (m. nel 667 ca.) vescovo di Arras e di Cambrai, componimenti poeicí in diversi ritmi su argomenti sacri e profani, tra cui poesie autobiografiche e versi mnemonici sulle arti liberali; 9 sermoni, di cui cinque sulla purificazione e sulla natività della Madonna, delle quale era particolarmente devoto; inoltre due trattati, il primo dei quali ha come soggetto 8 passo: Mitit Herodes rex manus, ut affingeret quaedam de Ecclesia (Act. 12, 1) ed il secondo dal titolo Troctatus contra Iudaeat, nel quale dimostra che la profecia di Giacobbe Non auferatur sceptrum de Iuda (Gen. 49, 10) si è compiuta in Gesù Cristo. Le sue 128 lettere, ritenute nel medioevo come modelli di stile epistolare, sono importanti, specialmente quelle che si riferiscono alla disciplina della Chiesa ed alla liturgia, perché ne illuminano la prassi del sec. 21. Tra le lettere la più interessante è quella diretta ad Adeodato De tribus quae sunt necessaria ad profectum Christianae religionis (ca. 1007), in cui illustra il mistero della Trinità, la natura del Battesimo e l'Eucaristia.

BibL.: Manitius, II, pp.682-94; Ch. Hlæar, De Fulberti Carnotensis episcopi vita et operibus, Nancy 1885; R. Merlet - A. Clerval, Un manestrit chiermain de XIr siècle : Fulbert, Adique de Chartres, Chartres 1895; A. Clerval, Les écoles de Chartres au moyen age, Parigi 1899, passim: id., a. v. in DThC, VI, coll. 464-67; M. Ott, a. v. in Coll. Enc., VI, pp. 312-13; I. Geiselmann, a. v. in LThK, IV, coll. 224-25.

Niccolò Dal Re
FULCHERIO di Chartres. - Storiografo, n. ca. il 1059 a Chartres, m. nel 1127 o 1128 . Sotto il ve-

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scovo ivo, cntro nel clero della cattedrale di Chartres. Prese parte alla prima crociata al seguito di Stefano di Blois, Roberto di Fiandra e Roberto di Normandia. Nel 1097 fu presente alla battaglia di Dorilea e divenne poi cappellano di Baldovino di Edessa, ch'agli sogni a Gerusalemme quando questi successe nel 1100 a Goffredo di Buglione ed al cui fianco fu in tutte le sue spedizioni fino alla morte di lui (1118).

Ci resta di lui una Historia Hierosolymitana, in 3 libri, che va fino al 1127, una delle migliori fonti della prima crociata e del regno di Gerusalemme dal 1095 al 1127 .

Boc.: Buona Fed. di H. Hagemeyer, Neidelbete 1913, con esauriente introduzione. Per la bibl. più recente v. W. Warten-bach-W. Holtzmann, Geschichtssuellen deutscher Kaiserzeit, I. 15. 1943, 20. 580-61.

FULDA, DIOCESI di. - Nella Germania, suffraganea di Paderborn, ha una superfice di 19.958 kmq ., ab. 3.603 .800 di cui 838.580 \mathrm{catrolici}, 465 chiese, 284 parrocchie, 394 sacerdoti diocesani, 97 regolari, 144 seminaristi, 16 case religiose maschili con 121 profcesi, 16 case religiose femminili con 2072 professe, 315 istituti di assistenza con 8900 ricorerati (1948).

Il 12 marzo 744 Sturnio (