nel sec. xili fece si che i legisti cominciassero a sentire il bisogno di ricorrere alla tortura; e tale mezzo rientrò anche nei tribunali ecclesiastici. Fu Innocenzo IV che con la bolla Ad exstirpanda ( 13 maggio 1232 ) ammise la tortura in forma mite di flagellazione e f. (e citra membri diminutionem et mortis periculum · ) per strappare confessioni e denunzie, attesa la necessità urgente di estirpare con efficacia e rapidità l'eresia, divenuta in quei tempi grave pericolo per la Chiesa e la società. Ma ormai nessun popolo civile ricorre più (almeno in teoria) e simili espedienti per far dire le verità; e il CIC sancisce che il reo non può essere obbligato a confessare il proprio delitto (can. 1473 § 1). L'uso in passato di tali pene allo scopo di estorcere la confessione dei delitti, invalso anche nei tribunali ecclesiastici, si spiega con la mentalità e le esigenze dei tempi, dato che non si tratta di cosa intrinsecamente cattiva. I moralisti infatti ritengono che simile mezzo, per quanto violento e pericoloso, è lecito quando ragioni di bene pubblico esigono la condanna dell'imputato, e d'altra parte le prove addotte contro di lui non sono sufficienti per dimostrare come certe la sua reita, ma la rendono soltanto abbastanza probabile.
Non è più lecito però, quando la legge positiva lo esclude, e quindi anche le forze di polizia, che sono naturalmente tenute ad osservare la legge, non possono seguitare a servirsene. Lo stesso si dice dalla f. come pena. Quando alcune nazioni l'hanno abolita oppure hanno sottoscritto convenzioni internazionali contro l'uso di tali pene corporali, non possono seguitare a servirsene nel loro territorio.
BibL.: P. Hinculius. System des buddichens Kirchenrechts. IV, Berlino 1897, pp. 737 nota 2, 814 sgg.; A. Balterini-D. Palmiaci, Opus ibud. morale, IV, Prato 1900, pp. 449-52; G. Bedi, L'aspetto della flagellazione, Cerlino 1804; D. Schiappati, Diritto penale canonico, Milano 1903, nn. 189, 217; F. Werra, Ius Decrotaliens, VI, Prato 1913, n. 101, p. 106; A. Ottaviani, Institutiones luris publ, eccles., I, Roma 1933, p. 334; F. Roberti, De delictis et poenis, I, ivi 1941, p. 262.
Luigi Fini
FUTUNA, Isola; v. Vallis e futuna, vicabrato apostolico delle Isole di.
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FUTURISMO. - E opinione comune che il f., movimento letterario a artistico sorto clamorosamente con il Manifesto pubblicato da Filippo Tommaso Marinetti il 20 febbr. 1909 sul giornale parigino Le Figure, sebbene impregnato sin dai suoi inizi da un dilettantismo fatuo e da un rivoluzionarismo meramente volontaristico, abbia giovato alla cultura italiana nel suo periodo di transizione tra il classicismo carducciano, il decadentismo dannunziano da un lato, e la nuova letteratura del Novecento. Il pregio del f., infatti, risiede non soltanto nella sua ironica svalutazione del molto vecchiume sentimentale, "romantico" nell'accezione peggiorativa del termine, ma anche nell'aver riportato la personalità dell'artista nella sua nuda relazione con il mondo poetico creato.
Per Marinetti il creare è «moto in avanti e rivoluzione di termini e di valori" (Pellizzi), e il f. "teorizza l'aderenza più stretta all'attivismo e al dinamismo dal mondo moderno, quindi l'abbandono dei contenuti stereotipati, della psicologia, dei motivi intimi, affettivi, e l'adozione di
un repertorio di sensazioni attinte alla vita d'oggi, alla nuova realtà scientifica e meccanica "(Sapegno). E, per lasciar parlare Marinetti, come "la letteratura esaltò, fino a oggi, l'immobilità pensosa, l'estasi e 8 sonno", cosi ora i futuristi vogliono a esaltare il movimento aggressivo, l'iossonnis febbrile, il passo di corsa, il salto mortale, lo schiaffo ed il pugno ". Ecco qui balzare in evidenza i motivi deteriori del f. (motivi che quantitativamente e spiritualmente furono poi i più sostanziali, purtroppo): accozzaglia di parole senz'ordine a nesso, e per ciò stesso "parole in libertà", anarchia lirica, confusione mentale, rivoluzionarismo programmatico e sforzato fino all'inverosimile, fino al ridicolo. In poesia un frastuono di parole: in pittura, un astratto roteare di linee a di forme; in musica, composizioni orchestrali e corali con intona-rumori; in architettura, un astratto affastellamento di blocchi volumetrici; in scultura, plastici deformati per distruggere la staticità ed esaltare il dinamismo figurativo. Per di più, il tutto fu sbandierato con una serie di conferenze, convegni, manifesti, giornali a riviste, con un'attività serrata e giovanilmente entusiastica che si può dire durata, con un'attenzione sempre decrescente nel pubblico, fino agli inizi della seconda guerra mondiale.
S futuristi furono Palazzeschi, Soffici, Papini, Carrà, Boccioni, Govoni, Severini, cioè alcuni dei più importanti scrittori ed artisti del nostro secolo. Ma mentre per questi il f. fu semplicemente un'esperienza umana e letteraria, per altri (Prampolini, Sant'Elia, Folgore, Buzzi, Balla, Corra, Depero, Russolo, Balilla, Pratella, ecc.) il f. fu il completamento e il punto fermo di tutto il loro cammino artistico e culturale. Nei riguardi del pensiero
religioso e dell'atteggiamento morale, i futuristi, pur non impegnando una particolare polemica contro la Fede e contro la Chiesa, furono degli agnostici ironizzanti, degli scettici in cerca di divertimento. La loro moralità non era tutta profusa, nemmeno allo stato grezzo di imperative di una coscienza meccanica, nell'attività pratica e propagandistica.
Rifc.: T. Panico, Il poeta Marinetti, Milano 1908; G. A. Borgese, La vita e il libro, 2² serie, Torino 1911; F. T. Marinetti, I poeti futuristi, Milano 1912; G. Papini, L'esperienza futurista, Firenze 1919; F. Flora, Dal romanticonno al f., Pincenza 1921; C. Pavolini, Cubismo, f., esprattinismo, Bologna 1926; C. Pellizzi, Le lettere italiane del mero secolo, Milano 1920, pp. 221-27; A. Moretti, F., Torino 1939 (con bibli): A. Viviani, Il poeta Marinetti e il f., Torino 1940; II. Croce, Contro gli atteggiamenti artistici, mentali e morali dei cosiddetti giosomi, in Pugine sparsa, I, pp. 252-50, Napoli 1943.
Giorgio Petrocchi
IL F. NELL'ARTE.
- Il f. nel campo delle arti figurative, pittura e scultura soprattutto, appare agli inizi del nostro secolo come movimento italiano di reazione all' impressionismo (v.) al quale tuttavia esso è collegato come il contemporaneo cubismo (v.). Ma mentre il cubismo ha una concezione statica delle cose, la cui forma è intesa come fissa ed immutabile, il f. vuole rendere la vita delle cose stesse raffigurandone "il palpito ", "il moto caratteristico", cioè "il rapporto dinamico fra oggetto ed ambiente".
In tale rapporto deve trovare la sua espressione, oltre la luce e lo spazio, anche il tempo, per cui l'artista raffiguretrà nelle sue opere "la sintesi di ciò che si ricorda e di quello che si vede". In altri termini, scomposto l'oggetto, come vogliono i cultori, ai suoi elementi formali viene imposto un senso di moto più o meno vorticoso. Un gesto non sarà più un momento fermato nel dinamismo universale ma una serie di momenti che si susseguono generando un complesso movimento di linee e di masse che dànno il senso del compenetrarsi degli oggetti stessi in un turbinio di piani intersecantisi secondo il moto di spirali, di ellissi, di triangoli o riflessi in sfere, in prismi e cosi via.
Tuttavia, rispetto al cubismo il f. aveva «lo sventaggio di spostare l'attenzione al di là del fatto artistico invece di concentrarla, come bene o male faceva il movimento francese, sulla forma" (Salvini, op. cit. in bibl., p. 386 ).
Il primo manifesto futurista nel quale venivano fissate le teorie artistiche del movimento è dell'8 marzo 1910; ad esso altri ne seguirono, mentre il movimento fra il 1910 e il 1915 attraeva a sé alcuni degli artisti italiani più dotati : particolarmente Boccioni, oltre che pittere e scultore
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(let. Oresciale, Roma)
Futurismo - Ritratto del poeta Marinetti di C. Carrà (1911), dedicato da Marinetti alla manifesta Casati.
anche il migliore teorico del f., Carrà, Severini, Soffici, Sironi, Balla ecc. E per tutti, anche quando dal movimento si distaccarono, esso fu indubbiamente scuola di libertà e di ardire che valse a svecchiare l'ambiente artistico italiano intorno al 1910 ancora per molti aspetti arretrato. Nella rassegna di un nutrito gruppo di opere dei maggiori futuristi, apparsa nella Quadriennale romana del 1948, è apparso evidente come anche in quella ormai lontane manifestazioni le qualità artistiche più vive dei singoli autori trovassero una loro espressione per nulla caduca.
Un posto di grande rilievo i futuristi hanno assegnato nel campo dell'architettura ad Antonio Sant'Elia. Questi, che nel 1914 aveva pubblicato un suo a manifesto dell'architettura futurista" e che solo due anni dopo mori in guerra combattendo sul Carso, più che come architetto (non esistono sue architetture e i suoi disegni sono più espressioni di una fervida fantasia sollecitata da un acuto gusto polemico che manifestazione di un costruttore), merita essere ricordato quale critico dell'architettura. Alcune sue affermazioni come: «Per architettura si deve intendere lo sforzo di armonizzare con libertà e con grande audacia l'ambiente con l'uomo, cioè rendere il mondo delle cose come una proiezione diretta del mondo dello spirito», o che la città moderna deve essere intesa come una «macchina gigantesca in cui il nostro tumulto possa svolgersi senza parere un grottesco anacronismo, perché solo quando l'architettura abbia una sua ragione nelle speciali condizioni della vita moderna acquisterà
la sua rispondenza come valore estetico della nostra sensibilità s sono veramente illuminanti per individuare i legami che debbono unire la moderna sensibilità alle più attuali forme architettoniche.
Bibl.: U. Boccioni, Pittura, scultura futuriste, Milano 1914; G. Castelfranco, La pittura moderna, Firenze 1934, pp. 70-77; A. M. Brixin, Ottocente e Novecento, Torino 1939, p. 388 sgg., 347-48; R. Salvini, Guida dell'arte moderna, Firenze 1949, pp. 185-91. Emilio Lavagnino
FUTURO-FUTURIBILE. - Futuro è cio che è contenuto virtualmente nella propria causa e dice ordine e tendenza ad essere realizzato da essa. Il futuro a) è necessario se dipende da causa determinata secondo una legge naturale fissa, p. es., un'eclissi; b) contingente se dipende da causa non necessariamente determinata, com'è il futuro libero, proprio della volontà umana; c) assoluto o condizionato secondo che è indipendente o dipendente da una condizione. Se la condizione è tale che non si verificherà mai, pur potendosi verificare, il futuro si chiama ipotetico o futuribile, p. es., se Cristo prima del giudizio ritornasse a predicare ci sarebbero più conversioni.
Che Dio conosca il futuro, di qualunque specie, è di fede (Concilio Vaticano; Dens-U, 1784). Dio che è l'autore di tutte le cose, prima di produrle le conosce e le vuole.
Come Dio conosca il futuro, e specialmente il futuro libero, è misterioso per noi, perché gli elementi in gioco (libertà umana e prescienza divina) sembrano a prima vista inconciliabili e perché i concetti e i termini di cui disponiamo sono inadeguati ad esprimere l'atto della conoscenza divina. E certo 1) che Dio, per la sua eternità, conosce le cose future come fossero presenti; e 2) che conosce i futuri, anche liberi, conoscendo la propria essenza. E invece questione discussa fra i teologi, particolarmente viva dal sec. XVI nelle scuole zcoliniste e tomiste, in qual modo nella essenza divina siano contenuti i futuri liberi, e di conseguenza come Dio li conosca nella conoscenza intuitiva che ha di se stesso. Per questa particolare questione v. SCHMIDI Divina.
Bibl.: R. Garrigou-Lagrange, Dieu, Parigi 1928, p. 406 sgg.; P. Parente, De Deo uno et trino, 2^{°} ed., Roma 1946, pp. 140-48.
FUX, Johann JOSEPH. - Musicista, n. a Mirtendeld in Steiermark nel 1650, m. a Vienna il 14 febbr. 1741. Dal 1696 al 1702 fu organista del Collegio Scozzese in Vienna, nel 1698 ebbe il titolo di compositore della corte imperiale, nel 1705 quello di secondo maestro, nel 1713 di vice maestro e nel 1715 di primo maestro di cappella in S. Stefano.
Oltre a qualche opera e al celebre Gradus ad Parnassum (1723), tradotto poi in tedesco, italiano, francese e inglese, della sua molta musica religiosa ( 50 messe, 3 requiem, 57 vesprì e salmi, 10 oratori) sono stati stampati, tra l'altro, un Chacentus masice-instrumentalis (1701), quattro messe e ventisette mottetti (in Denkmäler der Tonkunst in Österreich, voll. I e II).
Bibl.: L. Ritter von Köchel, 7. F., Vienna 1872; C. Schnabl, 7. 7. F., (vi 1893.
Anna Maria Gentili
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GAAL (ebr. ga'al s fastidio -). - Capopopolo, che si ribello contro Abimelech (v.). Era figlio di Obed, mentre dalle sue parole si deduce la sua origine cananea. Eccito i suoi compatriotti Sichemiti, rivendicando il governo della città ai discendenti di Emor heveo (Indc. 9, 28; cfr. Gua. 34, 2).
E lecito scorgere nella sua rivolta un risentimento razziale contro il nuovo gruppo etrico israelita, che comincava a soppiantare l'elemento indigeno. La semmossa, però, preparata durante una festa campagnola in occasione della vendemmia, non ebbe successo. Abimalech, avvertito in tempo dal suo luogotenente Zebul, si mise in agguato attorno a Sichem, ove sconfisse con facilità G., che fu bandito dalla citta (Indc. 9, 28-41). Angelo Penna
GABAA. - Nome di diverse localitá bibliche situate in collina (ebr. Gibh'dh, stato costruito Gibh 'ath, Volgata Gabaa, Gabanth = colle *).
1. G. nella tribù di Giuda (Ios. 15, 17), residenza dei Calebiti, identificata in accordo con i dati dell' Onomastica ( 20,24 ) di Eusebio con il villaggio di el-Geba' a 12 km . a sud-ovest di Betlemme e a 20 km . a nordovest di Bejt-Gibrin (Eleuteropoli).
2. G. nella tribù di Beniamin (Ios. 18, 24; 21, 11; 1 Par. 6, 60), oggi Geba', a 10 km . a nord-est di Gerusalemme nelle vicinanze di Rana (er-Râm). Occupata dai Filistei, fu liberata da Gismeta che, arrampicandosi poi sulle due gunte dirupate di Bosea e Sene nel Wâdi Süwejnit ad est di Geba e a sud-est di Machmas, riusci a penetrare nel campo nemico portandovi lo scompiglio e liberando la regione dai Filistei (I Sam. 13, 4; 14). Fortificata dal re Asa, fu il posto avanzato settentrionale del Regno di Giuda (I Reg. 15, 22; II Reg. 23, 8; II Par. 16, 6). Dopo l'esilio fu rioccupata dai Beniamiti (Nah. 12. 19).
3. G. di Beniamin (I Sam. 13, 2; 23, 29), distrutta per vendicare l'altraggio dei Beniaminiti alla concubina del levita d'Ephraim (Indc. 19, 14; 20,4). Fu, dopo la riedificazione, detta * G. di Saul *, in ricordo della nascita e residenza del re (I Sam. 10, 16; 22, 6). Oggi Tell elPil, a 6 km . a nord di Gerusalemme. Gli scavi del 1922 a 1933 hanno messo in luce un bell'esempio di cittadella israelitica costruita sulle rovine di un villaggio incendiato nel sec. 21 e ne hanno illustrato la storia dal sec. VII a. C. fino al tempo di Tito che la rase al suolo (Fl. Giuseppe, Bell. Iud., V, 2, 1).
4. G. di Phineas, sul monte d'Ephraim (Jos. 24, 33), dove fu sepolto Eleazar figlio di Aronne. E ricercato, secondo la tradizione bizantina, nel villaggio di Gibjah a Hirbet Sl'ah a 6 km . a sud di Hirbet el-Tibneh, dove era venerato il sepolcro di Gissué, a in Nebi Sâleh, a km. più vicino a el-Tibneh.
Bell: K. Galling, Biblischer Realienikon, Tubinga 1937. col. 191: F-M. Abel, Géographie de la Palestine, II, Parigi 1938. D. 334.
Dunato Baldi
GABAON (ebr. Gibh'ôn). - Città fortificata del paese di Canaan (Ios. 10, 2), la principale della confederazione hevea (Ios. 9 2,). Fu risparmiata, con uno strattagemma dei suoi capi, dallo sterminio durante l'invasione israelitica (Ios. 9). Glosue le riconobbe la sovranità e la difese contro l'attacco dei re amorrei nell'epica giornata di G. (Ios. 10).
E identificata con il villaggio di el-Gib, che conserva l'inizio dell'antico nome, adagiato nel sommo di una collina conica ( 710 m .) a formato da una serie di gradini concentrici naturali nel centro di un'ubertosa campagna. E irrorata da 8 sorgenti.
Città levitica (Ios. 21, 17) della tribù di Beniamin (Ios. 18, 25), fu teatro di combattimenti feroci fra i partigiani di Saul e quelli di David (II Sam. 12, 16) presso la grande piscina - ale grandi acque di G. " (Jer. 41, 46) - riconoscibile ancor oggi, sebbene ricoperta, a sud del paese in mezzo ad uliveti. Essa era forse alimentata per mezzo di un canale sotterraneo artificiale, simile a quello di Gerusalemme e di Geser (simôr), da una sorgente che rampolla in fondo ad una grotta.
Presso il - gran sasso di G. "avvema la proditoria uccisione di Amasa (II Sam. 20, 8). Dopo l'esilio, i Gabaoniti presero parte alla ricostruzione delle mura di Gerusalemme.
- L'altura del Signore in G. ", dove furono uccisi i discendenti di Saul (II Sam. 21, 6), visitata da Salomone per offrirvi sacrifici davanti al tabernacolo (I Reg. 3, 4; I Par. 16, 39; 21, 29), corrisponde probabilmente a Nebi Simnail che, a due km . a sud, domina con la sua vetta di 150 m . la pianura di el-Gib.
Bibl.: K. Galling, Biblischer Realienikon. Tubinga 1937. col. 193: F-M. Abel, Géographie de la Palestine, II, Parigi 1938. D. 333 .
Dunato Baldi
GABAONITI : v. Gabaon.
GABBATHA : v. Lithostrotos.
GABELO (gr. Γ α β α ἀ λ π ε, s eccelso è Dio *, secondo l'ebraico). - Parente e debitore puntuale, secondo la Volgata, di Tobia. Nel testo greco'(Tob. 4, 20; Volg. 4, 21) è detto fratello di Gabria o Gabri.

Gambale - L'arcangelo G. nella scena dell' Annunziazione di Paolo Veronese (1583) - Madrid, Escuriale.
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Mentre Tobia si trovava in Ninive, G. abitava in Media, nella cittadina di Rages.
Nella recensione latina del libro di Tobia si afferma che Rages, identificata con le rovine di Rai, a 13 km . da Teheran, era situata sui monti di Echatana; nel codice sinaitico si specifica che distava a giorni di cammino da questa città (Tob. 5, 6; Volg. 5, 8). G. non solo restituisce la grande somma (dal testo greco di Tob. 9, 5 ap. pare si trattasse di un deposito) a Raffaele sotto la sembianze di Assiria, ma accompagna anche con gioia costui per assistere alle nozze del suo parente Tobia, figlio di Tobia, con Sara, figlio di Raguele (Tob. 9, 6 sgg.).
Angelo Penna
GABET, Josette. - Missionario di S. Vincenzo, a. a Neve (dicessi di St-Claude) il 6 dic. 1808, m. a Rio de Janeiro il 3 marzo 1833. Ordinato sacerdote (27 ott. 1833) e ammesso nella Congregazione della Missione (1834), partì per la Cina il 21 marzo 1835. e qui, con il confratello Evaristo Huc, per incarico del vicario apostolico della Mongolia, mona. Mouly, intraprese un viaggio nel Tibet, per studiare i costumi di quelle popolazioni e tentare di fondarvi una missione.
I risultati del viaggio avventuroso, durato dall'ag. 1844 all'ort. 1846 , furono narrati dai due missionari negli Annales de la Propagation de la Foi e negli Annales de la Mission, poi raccolti sotto il nome dell'Hue in Saucavirs d'un voyage dans la Tartarie, le Thibet et la Chine ( 2 voll., Parigi 1850 , ristampati più volte, ultima ed. di H. d'Ardenne de Tisac, ivi 1923). G. scrisse poi Le christianisme au Thibet, en Tartarie et en Chine ( 4 voll. editi postumi, ivi 1857 ). Del G. è pure una interessante memoria: Coup d'oeil sur l'état des missions de Chine présente au Si-Nov le pape Pie IX (Pietry 1848), nella quale l'autore esamina le cause che impediscono il successo delle missioni catioliche nell'Asia e particolarmente in Cina e indica i mezzi di rimediarsi, insistendo sulla necessità di favorire e aumentare i seminari per il clero indigeno.
BibL.: Annales de la Mission, 90 (1923). pp. 232-46. Annibale Bormini
GABRIELE. - Arcangelo che annunziò il misturo dell'Incarmazione. Il nome significa «uomo di Dio» o «uomo in cui Dio confida». E nominato 4 volte nella S. Scrittura. A Daniele spiega la visione (8,16) e annunzia il tempo della venuta del Messia ( 9,21 ). Nel Nuovo Testamento, apparendo a Zaccaria a destra dell'altare dell'incanto, annunzia la nascita del figlio (Le. 1, 11 sg.) e punisce il padre incredulo, ed in questa occasione rivela la
sua dignità: «Io sono G., che sto alla presenza di Dio" (Le. 1, 19); con questa frase dichiara di essere uno dei maggiori angeli. Soprattutto è venerato per l'annuncio dell'Incarmazione trasmesso a Maria (Le. 1, 26-38).
Dovunque (ro volte) è chiamato semplicemente "anselo»; dopo viene onorata con il nome di arcangelo» (v.). Così già in alcuni codici del Protocangelo di Giacona (12, 2: ed. C. Tischendorf, Evangelia apocrypha, Lipsia 1876, p. 24; ed. E. Amann, Le protovangile de Jacquet, Parigi 1910, p. 228) e nei libri Sibillini (8, 460 ; ed. J. Geffcken, Oracula Sybillina, Lipsia 1903. 171). In entrambi i testi dell' Epistola Apostolorum (3. 10, 24, 6, 5: ed. C. Schmidt [Teste u. Unters., 43], Lipsia 1919, pp. 48-49: PG, 9, 197) appaiono quattro arcangeli : Michele, G., Raffaele, Uriel. Poi è spesso onorato con questo titolo (prima dato al solo Michele: Ind. 9), come attesta la Apocalisse di Paolo (C. Tischendorf, Apocalypses apocryphae, Lipsia 1866, p. 62), Efrem (Sermo adr. Haereticus, in Opera grossa, II, 269), PseudoCrisostomo (In Synaxim Angelorum: PG 59, 733 sg.). Teodoreto (In Cant. Cant., Praef.: PG 81. 45 C), Ambrogio (De virginibus, 2, 2, 8: PL 16, 221), Pseudo-Ambrogio (Sermo 50, 6: PL 17, 707-737), Sedullus (Opus Paschale, 2, 3: PL 19, 396; CSEL, 10, 199, 6).
Nell'apocrifa Storia di Giuseppe (12-29: ed. C. Tischendorf, Evangelia apocr., pp. 126-37) lo stesso Cristo, essendo s. Giuseppe agli estremi, prega il Padre, affinché mandi Michele e G., che vengano a ricevere l'anima santa che sto per uscire. Nel nostro testo liturgico poi, che dipende da questo apostro, si prega il solo Michele affinché «suscipiat eum * (Ordo commendationis animor. nel Rituale Romanum, 5, 7).
Liconografia di G. è ricchissima per le numerosissime immagini dell'Annunciazione (v.) (che nelle Chiese greche sono prescritte in ogni tempio). - Vedi tav. CXXIII.
BibL.: O. Bardenhower, Maria Verkündigung (Bibl. Studien, 10, 1). Friburgo in Br. 1909, pp. 48-52; A. Wikenhauser, Gabriel, in LThK, IV, col. 252.
Urbano Holzmrister
GABRIELE dell'ApDOLORATA, santo. - Fassionista, al secolo Francesco Possenti, n. ad Assisi il 1^{°} marzo 1838 , m. ad Isola del Gran Sasso (Teramo) il 27 febbr. 1862. Elegante giovane del Liceo dei Gesuiti a Spoleto, dinanzi alla sacra icone di Maria S.ma, si sentì internamente chiamato ad abbracciare la vita passionista. Entrò nel sett. del 1856 nel noviziato di Morrovalle (Macerata), dove l'anno seguente emise la professione religiosa. Compì gli studi filosofici nel ritiro di Pievetorina (Macerata) e quelli teologici nel ritiro d'Isola del Gran Sasso.
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Fedelissimo nell'osservanza della Regola, si distinse nel disprezzo del mondo, nello spirito di orazione e di penitenza, e specialmente nella devozione a Maria S.ma Addolorata. Prima di ascendere agli Ordini sacri, consunto più dalla divina carità che dalla grave malattia, mori a soli 25 anni. Numerosi miracoli da lui operati ne affrettarono la glorificazione. Fu beatificato da Pio X nel 1908 e canonizzato da Benedetto XV nel 1920. La Gioventù cattolica italiana in ha eletto suo compa. trono. La sua festa si celebra il 27 febbr.
Brai.: Germano di S. Stanislao, Vita di s. G. dell'A., studente pascinatica, Roma 1914; F. Gocia, S. G. dell'A., Milano 1922; S. Battistelli, Vita di s. G. dell'A., chierico pascianista, Roma 1944; G. Gramsami, S. G. dell'A. (I Vittoriosi, 13), Firenze 1942; E. Pilla, Il Sorafino dell'Abruzzo (Collana aurea, 3), Celdona 1943.
Giacinto dal S.ma Crocifisso
GABRIELE di San Vincenzo. - Carmelitano scalzo, filosofo e teologo, al secolo Giovanni Antonio Beonio. N. a Lodi ca. il 1609 , m. a Roma il 17 sett. 1671. Fu dal 1629 carmelitano a Milano, dal 1652 professore di teologia nel Seminario delle missioni (Roma), stimato e consultato dai dotti e anche dai sommi pontefici.
Opere: De Incarnatione (Roma 1656); De Sacramentis (4 voll., ivi 1656); Summa moralis (4 voll., ivi 1656-68); De Oratio, justificationes et merito (ivi 1658); De inutitia et ture (ivi 1665); Commentarius in 2^{text {sen }} d. Thomae (ivi 1664), in 2^{text {sen}-2^{text {sen }}} (ivi 1665) in 2^{text {sen}-2^{text {sen }}} (ivi 1666), in 7^{text {sen }} (ivi 1667); Analogia christiana (ivi 1666); In libros Aristotelis: de orto et interitu (ivi 1670); De remedix ignorantiae (ivi 1671); De censuris (ivi 1671). Bral.: anon., Metisio del p. G. (ma, in Archivio generale dell'Ordine, Ramati C. de Villiara, Bibl. Caron., I, Roma 1927, col. 233; Hutter, IV, coll. 18-19. Ambrogio di Santa Teresa
GABRIELE da Venezia. - Eremita camaldolese della Congregazione di Monte Corona, n. dalla famiglia Bianchi a Venezia nzi primi anni del 1790, m. nel 1764. Entrato tra gli Eremiti camaldolesi, trascorse tutta la sua vita in Venezia nella solitudine di S. Clemente, intento alla preghiera e agli studi.
Pubblicò : Il martirio del divano amore, conforme la dottrina di s. Giovanni della Croce, per uso dei direttori di spirito (Venezia 1740); Osservazioni storico-morali sul Vecchio Testamento (ivi 1758, 3 voll. precedenti da una dotta prefazione); Osservazioni storico-morali sul Nuovo Testamento (ivi 1760); Vita del reale profeta Davide (ivi 1762). Nella prima opera, che è forse la più diffusa, l'autore espone la dottrina delle due notti di s. Giovanni della Croce confermandola con abbondanti citazioni tolte dai SS. Padri e dagli scrittori marici più celibri.
Brai.: Jo. R. Mirizolli e A. Costadoni, Annales Camaldolenes Ordinis S. Benedicti, VIII (Venezia 1764), p. 711. Felice da Mareto
GABRIELE MARIA, beato. - Gilberto Nicolai (a cui il nome nel 1518 fu mutato in quello di G. M. dal pontefice Leone X), n. a Riom nell'Alvernio (Francia) ca. il 1463, e m. a Rodez il 27 sg .1532.
Entrato giovanissimo nell'Ordine francescano, oltre alla santità della vita ed una intensa formazione culturale vi conseguì le cariche più elevate di superiore locale, ministro provinciale a per due volte vicario generale dell'Osservanza, ultimo che portò questo titolo prima che Leone X nel 1517 desse intera autonomia agli Osservanti. Dopo il 1517 fu più volte commissario generale per gli Osservanti ultramontani (v. frati minori), definitivo generale dell'Ordine ( 1529 ) e anche inquisitore contro il pericolo dell'espansione protestante in Francia.
Fu confessore della principessa s. Giovanna di Valois, che assisté soprattutto nei difficili momenti che attraversa quando lo sposo, il duca di Orléans, salito al trono di Francia (Luigi XII), ottenne da Roma la sentenza di nullità del matrimonio. Le fu valido aiuto nella fondazione dell'Ordine della Vergine Maria (Annonciade) per il quale scrisse la Regola e ottenne l'approvazione pontificia diventandone visitatore generale. Dopo la morte della fondatrice, lo diresse con sollecitudine, ampliandone la diffusione e dettandone le costituzioni, il cerimoniale e una dichiarazione della Regola.
Bril.: F. Delsome, Enquête épiscopale de Rodez sur les miracles attribués au b. G. M., in Arch. Franc. Hist., 10 (1917), pp. 387 412; Wadding, Annales, XVI, p. 383 sc. e passim; J.-Fr. Bonnefoy, Vies de la b. Joanne de France et du b. G. M., Parigi 1934.
Alberto Ghinato
GABRIELE SEVERO. - Polemista scismatico greco (1541-1616). Fece gli studi a Padova e, stabilitosi dal 1572 a Venezia, divenne vescovo di Filadelfia ed insieme esarca del patriarcato costantinopolitano per gli "ortodossi" del Veneto.
Non ebbe che una erudizione patristica superficiale, essendo scorso il pregio teologico delle sue opere. Fra queste si ricordano la polemica postuma contro i Latini, soltanto in parte edita (Costantinopoli 1627), un trattato sui Sacramenti e uno scritto tripartito, di carattere liturgico.
Brai.: S. Richard, Fides Ecclesiae Orientalis seu Gabrielis metropolitane Philadelphiemis opuscula, Parigi 1671; M. Jugie, Gabriel Sibère, in DThC, VI, coll. 977-84. Emanuele Candel
GABRIEL y GALÁN, José Manta. - Poeta spagnolo, n. il 28 giugno 1870 a Frades de la Sierra, m. a Guijo de Granadilla il 6 genn. 1905. Profondo sentimento cristiano e simpatia per la gente di campagna, con cui visse e che amò nella sua breve esistenza, informano la sua opera dai motivi semplici e aderente alle forme tradizionali.
In alcuni dei suoi libri di poesia adottò il dialetto dell'Estremadura. Nel poema El amo descruso il tipo della donna castigiana, onesta e religiosa, quale fu la madre del poeta. Scrisse: Castellanos (1902), Extremeñas (1902), Campesinas (1902), Nuevas Castellanas (1903). Tra le liriche religiose, notevole quella del titolo El Cristo de Velásquez. Le sue poesie furono divulgate per primo da Tomás Cámara, vescovo di Salamanca.
Brai.: Opere : Obras completas, 2^{text {a }} ed., Madrid 1921. Studi: F. Garcia, G. y G., in Ciudad de Dras, 94 (1018), pp. 110, 203, 263; id., ibid., 97 (1919), pp. 277, 478; A. Revilla Marcea, 7 M. G. y G. (studio critico con pref. di M. de Unamuno), Madrid 1923.
Guillermo Diaz-Plaja
GABRIELI, Andrea. - Musicista, n. a Venezia ca. il 1510, m. ivi nel 1586; non si hanno molte notizie sulla sua vita, verosimilmente trascorsa nel normale adempimento dei suoi uffici. Fu allievo di Adriano Willaert, l'insigne fiammingo che fu maestro di cappella in S. Marco; poi dal 1566 organista del secondo organo di S. Marco.
A. G., più che il suo maestro Willaert tradizionalmente indicato come «fondatore» della scuola veneziana, è il primo grande carattere di quello stile che rappresenta, con decisi a ben individuali caratteri, uno dei momenti più alti dell'intera polifonia cinquecentesca. All'impresa contemporaneo del Palestrina, egli conosce alla formazione di un'espressione assai diversa, ma non meno intensa, del grande maestro romano. Uno degli elementi strutturali più tipici è da ravvisare nella composizione detta a "cori spezzati", consistente nell'alternarsi e riunirsi di due o più cori nello svolgimento del pezzo; tale pratica, che materialmente avrebbe tratto la sua origine dalla disposizione dei due cori nelle due opposte tribune della basilica di S. Marco, giunse in effetti ad un vero e proprio carattere stilistico, anche se non è da intendere in un significato troppo rigoroso. In rapporto a questa disposizione policorale è da mettere in rilievo l'importanza che assume il naturale aggregarsi delle voci in senso verticale, per cui risulta favorito lo sviluppo di una sensibilità armonica determinata dalla successione delle voci in accordi. Tale determinazione stilistica si pone in evidente contrasto con la scrittura tipica del contrappunto svolto a disteso in ampie linee melodiche, secondo gli alti modelli della polifonia fiamminga, e dà soprattutto largo incremento alla forza di coesione dell'incontro non più secondario, ma armonicamente espressivo, delle voci. Tuttavia, per contrassegnare la forte a originale personalità di A. G., il nipote Giovanni metteva in rilievo che la musica di lui era particolarmente distinto dall'energia con cui veniva espressa la forza delle parole e del pensiero: esigenza questa accolta a variamente risolta da parecchi compositori del Cinquecento,
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fra i primi dallo stesso Palestrina. Dal quale A. G. si differenzia soprattutto nell'espressione del sentimento religioso: estraneo al rigore di un alto misticismo, il musicista veneziano accoglie un'interpretazione più terrena, nel senso di una larga accertazione degli stimoli offerti dall'umano accento delle parole, delle quali direttamente sembra provenire l'istimato ed articolato svolgimento dello composizione. Cosi si comprende come il mottetto, largamente inteso nelle sue forme affini, sia per la varietà del testo preferito alla messa, che vincola il compositore ad una rigorosa obbedienza liturgica; per non dire, com's naturale, delle forme del canto profano, fra cui primeggia per nuovo impulso il madrigale. Altri elementi assurgono via via ad un'importanza sempre maggiore: in relazione al senso armonico di cui s'è detto, il rilievo della forza espressiva delle parole è anche dovuto all'intervento, seppure non preponderante, del aromatismo e delle conseguenti alterazioni tonali. Viene in tal modo a prevalere nella composizione un carattere per cosi dire descrittivo: e tale indirizzo d'espressione s'inquadra nel resto in una più ampia tendenza estetica della musica, per non dire di tutta l'arte cinquecentesca. Valga, per tutte le numerose opere vocali, la citazione dei Psalmi Davidici (Venezia 1583), come rappresentativa del genio di A. G., che con le mionazioni e le toccate, con i ricercari e le canzoni, lasciò ancora composizioni di notevole significato nel campo della musica strumentale, specialmente organistica.
Per la bibliografia v. Gabrieli, Giovanni. Luigi Rungu
GABRIELI, Giovanni. - Musicista, n. a Venezia nel 1557 , m. ivi il 12 ag. 1612 ; fu dal 1575 al 1579 alla cappella musicale della corte di Monaco di Baviera, allora sotto la direzione di Orlando di Lasso, poi successore di Claudio Merulo nel 1586 al primo organo della basilica di S. Marco a Venezia, ove in tale ufficio rimase sino alla morte.
Nipote ed allievo di Andrea G., egli è assai legato alle personalità dello zio, ma non soltanto per tali ragioni, quanto per una profonda affinità spirituale. Senza stabilire dipendenze e rapporti troppo materialmente intesi, è in realtà da tener conto di una prosecuzione dei caratteri espressivi cosi mirabilmente conseguiti nell'opera di Andrea G. Lo stesso G. G. sentiva la filiczione spirituale e nella prefazione ai Conti e Concerti del 1587 , che raccoglie composizioni di entrambi, esponendo con chiara consapevolezza le qualità artistiche dello zio, veniva a indicare altresì le ragioni intime della propria formazione, le predilezioni che avevano determinato il suo stile. Tutto quanto si è in breve accennato a proposito di Andrea G. dev'esser dunque tenuto presente come necessaria premessa del successivo svolgimento artistico di G. G., il quale non soltanto attua un versatile sfruttamento di quanto gli veniva trasmesso, ma raggiunge una netta originalita con l'incomparabile vigore dello sua ricca fantasia. Con G. G. il quadro musicale sembra ampliarsi alle dimensioni degli affreschi e delle tele che i contemporanei pittori veneziani concepiscono con eguale varietà di scorsi, di movimenti e di figure; in proposito vengono di solito giustamente notati a descritti evidenti caratteri comuni che valgono come chiave indicazioni di intime affinità spirituali. Il crescente numero delle parti musicali, che nella distribuzione polizorale giunge sino a 22 , è da G. G. usato per realizzare strutture di monumentale grandiosità, nelle quali egualmente si contemporano la novità del particolare espressivo e l'armoniosa coesione dell'insieme. Di decisiva importanza risulta l'unione degli strumenti alle voci, già iniziata da Andrea G., con in funzione d'accompagnamento o di zaddoppio, ma come elemento d'indispensabile integrazione nella concezione complessiva: i timbri degli strumenti a fiato e ad arco, da soli o fissi ai vari regiani vocali, dànno luogo ad una ricchezza coloristica d'ineguagliato splendore. L'arte di G. G. riassume e dispiega nel tempo stesso i caratteri delle stile veneziano, che con lui acquista una risonanza europea; essa, oltre che per il valore in sé, sembra imporai come esempio di un'arte moderna", rinnovata sul tronco glorioso della polifonia. Per questo riguardo le opere più rappresentative sono le Symphonias
zacrae ( 1597 e 1613) che esercitarono profonda influenza sullo sviluppo della musica europea del Seicento; come Andrea G. aveva avuto per discepoli lo Hassler e lo Swietlmek, cosi G. G. ebbe per allievo uno dei più grandi musicisti dell'intero sec. avri, Enrico Schürz. I contemporanei furono assai sensibili ad una certa prevalenza di sonorità fastose, ma l'espressione religiosa è più ravvisabile nella ricchezza della fantasia con cui il contrappunto viene piegato ad interpretare i testi sacri, intesi con la stessa mobilità drammatica ed evocativa di quelli profani. L'opera puramente strumentale di G. G. segue egualmente un momento di grande rilievo per lo sviluppo autonomo delle forme ormai nettamente individuate nella natura sonora dei singoli strumenti.
Bibl.: C. von Winterfeld, Johannes G. u. sein Zeitalter, Berlino 1834: Monumenti ad Istituzione dell'arte musicale italiana, Milano, voll. I e II con ricche indicazioni bibliografiche: cf. A. G. Ritter, Gesch. des Orgelspiels im 12.-15. Jahrh., Lipsia 1884, nuova ed. rivaduta da G. Fromcher, Berlino 1932; F. Caffi, Storia della musica sacra, Venezia 1834; H. Leichtenstein, Gesch. der Motette, Lipsia 1908; O. Kinkebley, Orgel und Klavier in der Musik des 16. Jahrh., ivi 1910, p. 264 sgg.; A. Pirov, H. Schütz, Parlar 1913. Luigi Rungu
GABRIELI, Giuseppe. - Arabista e bibliotecario dell'Accademia dei Lincei, n. a Melendugno (Leece) il 4 apr. 1872 , m. a Roma il 7 apr. 1942. Si dedicò fin da giovane agli studi orientali nelle Università di Napoli e di Firenze, nella quale ultima si laureò con una tesi sulla poetessa beduina al-Hansā'; fu pre-side-rettore nell'Istituto pareggiato Capece di Maglie (1900-1902) dal quale passò a Roma come bibliotecario dei Lincei, dal 1903 alla morte.
Nel suo nuovo ufficio ebbe agio di collaborare all'opera cronografica e storica di Leone Caetani la cui a Fondazione e, sotto dalla donazione dei propri libri a carte scientifiche fatta dal principe, egli sistemò nell'Accademia; conseguì nel 1915 la libera docenza e nel 1917 l'incarico di lingua e letteratura araba, ma non potè raggiungere, per tenaci opposizioni, la cattedra universitaria.
Tra le sue pubblicazioni della sua bibliografia, vanno ricordate le seguenti : orientalistiche: I tempi, la vita ed il coeveniere della poetessa araba al-Hansā', Firenze 1899, 2^{°} ed. Roma 1944; Il nome proprio arabo-musulmano, Roma 1916; Dante e l'Oriente, Bologna 1920; di storia della cultura: Il carteggio Linceo della vecchia accademia di P. Cesi, raccolto e pubblicato, 3 parti, 4 voll., Roma 1938-42, lavoro quasi ventennale condotto con rigore di metodo a intelligenza di storico; religiose : Il Vangelo dei piccoli, Roma 1913, 2^{°} ed. Torino 1924; Le parabole, Torino 1925; I Floretti di I. Francesco, Torino 1927; scritti nei quali egli rivelò il suo spirito religioso profondamente esistano e la sua capacità di educatore.
Boc.: B. De Sanctis, araóla biografice con bibliografia, in Jopieia, 13 (1942), fasc. 2; [F. Gabrieli], Pater homin. Ricorda di G. G., Roma [1942]. Nicola Turchi
GABRIELLI (Gabriellius), Felice. - Teologo francescano conventuale, n. a Capradosso nell'Ascolano a m. nel 1684. Per le sue qualità di mente e la sua abilità di governo fu chiamato ad uffici di responsabilità nella Chiesa e nell'Ordine. Reggente di studi a Fano, Formo, nella «magna domus Veneticum» e nel Collegio sistino di S. Bonaventura in Roma (r644), consultore della S. Congregazione dei Riti fu eletto nel 1653 ministro generale dell'Ordine e allo spirare del sessennio (1659) fu eletto vescovo di Nocera dei Pagani.
Fra i suoi scritti si ricordano: Theologicae disputationes de prardestinatione sauctorum et impiarum reprobatione ad nuntem D. Bonaventurae et Scoti (Roma 1653); Theologicae disputationes de fide, spe et coritate ad mentem D. Bonaventurae et Scoti (ivi 1653).
Bibl.: B. Theuli, Triumphes symphicus Coll. S. Bonav., Velleret 1653, pp. 41-42; G. Franchini, Bibliografia di scritti. franc. com., Modena 1693, pp. 181-82; Sbarden, I. p. 251 ; Hurser, IV, coll. 335-56; G. Abate, Series Zpp. G.F.M. Cune., in Miscel. franc., 31 (1931), pp. 163; Eubel, IV, p. 263; L. Di Fondo, La studio del Dott. Seraf. nel Coll. S. Bonav. in Roma, in Miscel. franc., 40 (1940), p. 174. Giovanni Odiaudi
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GABRIELLI, Giovanni Maria de. - Cardinale e teologo, n. a Città di Castello (Perugia) il 12 genn. 1654, m. a Caprarola (Viterbo) il 17 sett. 1711 . Monaco cistercense nel 1672 , insegnante, visitatore, procuratore del suo Ordine, infine superiore generale. Qualificatore all'Inquisizione e prefetto degli studi a Propaganda Fide, il 14 nov. 1699 da Innocenzo XII fu creato cardinale.
Contro le censure di Hennebel nell'opera Dispunctio notarum quadragin. ta, quas scriptor anonymus (Hennebel) em. card. Cuel. Sfondrati libro, cui titulus sNodus praedestinationis quantum homini licet dimphitus v omusit (Colonia 1698), previa approvazione pontificia, difese in dottrina del Lessio, patrocinata dal card. Sfondrati.
Altre sue opere: De Romano Pontifice et de Ecclesia asserta dogmatica ad mentem divi Bernardi ob., Ecclesiae doctoris mellifisi (Roma 1686); Promptuarium selectarum assertionum historicarum, criticarum, dogmaticarum per octo priora saecula distributarum (ivi 1687). E rimasto inedito un levoro dogmatico-po-sitivo-evolastico contro giudei, eretici, scismatici.
BibL.: Hurter, II, coll. 384. 66s-66: B. Heurtebies, s. v. in DTSG, VI, coll. 984-8s.
Vita Zollini
GAD (ebr. Gadh s fortuna s, e felicità s). - Divinità pagana, [di cui nella Bibbia si parla solo in Is. 65, 11; tuttavia essa risulta come componente di taluni nomi teoforici, come Baalgad (Ios. 11, 17; 12, 7; 13, 5) e Magdalgad (ibid. 15, 37).
G. compare solo nel pantheon arameo. Si conoscono templi dedicati a G., rappresentata talvolta anche con sesso maschile, nel vasto territorio siríaco, in Palmira ed in Dura-Lieropos. Nel periodo ellenistico essa fu identificata con la Tôon greca, che appunto per questo ebbe una grande diffusione nelle regioni già abitate degli antichi Aramei. In Isaia si parla di a mense e apparecchiate per G. Ciò fa pensare alle menzze, ai lectisternia ed ai pulvinaria, che nella mitologia greco-romana figurano precisamente in racconti su divinità esotiche.
BibL.: F. Büdigen, Beiträge zur semitischen Religionsgeschichte, Berline 1688, pp. 76-80; M.-J. Lagrange, Etudes sur les religions sémitiques, Parigi 1905, p. 309; F. Vignarone, s. v. in DB. III, coll. 24-26; R. Dussaud, Les religions des Hittites et des Hurrites, des Pluiniclens et des Syriens (Mann, a), Parigi 1945, p. 402 sgg.
Angelo Penna
GAD (ebr. Gäăh sfortuna s). - Figlio di Giacobbe e di Zelpha, schiava di Lia (Gen. 30,10. 11), a capostipite della tribù omonima. Di tale personaggio si registra solamente la figliolanza (ibid. 46, 16). Nella benedizione proferita su lui (ibid. 49, 19; cf. Deut. 33, no. 21) si allude all'abilità guerresca della tribù più che alle qualità del capostipite.
La tribù di G. è nominata la prima volta in Num. 1, 24, quando si recensiscono i suoi 45.650 atti alle armi. Nel secondo censimento, alla fine della vita
nel deserto, si segnalano 40.500 uomini. Tali numeri vanno interpretati con uno dei sistemi escogitati per ridurre ad un'entità ragionevole il totale degli Israeliti entrati nella Terra Promessa.
La tribù di G., che già nella vita del deserto appare unita in modo speciale con quella di Ruben (cfr. Num. 2, 10-16), domanda insieme a questa di poter occupare la Transgiordania, adattissima per i loro greggi numerosi. Mosè, ricevuta la garanzia che essa coopererebbero alla conquista di tutta la Palestina, arconsente che le due tribù si dividano la zona desiderata (ibid. 32, 1 sgg.). Dopo le prime vittorie sui popoli della Transgiordania viene precisato meglio che ai Rubeutii ed ai Gadiù è riservata la parte del Galaad fra il lago di Genevareth e la sponda meridionale del Mar Marro (Deut. 13, 16. 17). Giamaè determinò ancora i singoli territori, assegnando a G. la zona media della Transgiordania, da ca. il Wâdi Heebân a sud fin verso il Nûhr ca-Zerû́́ ( = Jaboc) a nord (cfr. Ios. 13, 24-28). A nord i suoi confini toccavano la mezza tribù di Manasse, a sud quella di Ruben, ad est il deserto arabico a ad ovest il
Giordano. Presto, però, fra il popolo si diffuse il sospetto che le tribù transgiordaniche, nonostante la loro partecipazione alla guerra contro i Cananei, nutrissero sentimenti isolazionisti (cfr. Ios. 22, 1 sgg.). Ed invero al tempo dei a giudici a tale isolazionismo si manifestò in maniera evidente (cfr. Iuda. 5, 17); tuttavia in gran parte nella tribù di G. si svolse l'attività di lephte, detto solamente galsedita (ibid. 11, 1 sgg.). Al principio della monarchia da G. accorsero soldati valoroei per aiutare David (cfr. I Por. 14, 8-14). Ma in pratica la tribù di G., senza dubbio già amalgamatasi in parte con elementi indigeni, a poco a poco scompare dalla storia ebraica. Nel suo territorio, forse occupato al principio dal Siri di Damasco (cfr. II Reg. 10, 32. 33), in seguito compaiono ora gli Anumoniti (cf. Ier. 49, 1) ed ora i Moabiti (cf. ibid. 48, 19. 34).
BibL.: A. Legendre, s. v. in DB. II, coll. 27-32: F.-M. Abel, Géographie de la Palestine, II, Parigi 1938, pp. 69-70. Angelo Penna
GADARA. - 1. Città greco-romana ad est del Giordano, identificata con l'altura di Umm Keja a 12 km a sud-est del lago di Tiberiade sulla sinistra del fiume Jarmûà, l'antico Hieromius.
Occupata dopo 10 mesi d'assedio da A. Iannee (Fl. Giuseppe, Bell. Iud., I, 4, a) e resa libera da Pompeo, fece parte della Decapoli. Nell'anno 30 Augusto la cede ad Erude; morto questi, risoquisto l'indipendenza. Al tempo della rivolta giudaica fu protetta con un distaccamento romano (id., op. cit., III, 7, 1); al tempo di Adriano vi era un presidio della X Legio Pretensis. L'a. 64-65 a. C. segna nelle monete gadarene il primo anno dell'ira pompeians.
La notizia di Fl. Giuseppe (loc. cit., 3, 1) che il territorio di G. si estendeva sino a Tiberiade può spiegare la lezione di M t .8,28 a regione del Gadareni s. La città fu in antica ricca, popolata ed improntata di cultura
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preca come mosirano i resti monumentali delle mura, roatri, case e sepoleri. A sud, nella vallata inferiore del Jarmok, sono le terme di G., tanto rinomata al tempo romano come ai nostri giorni; nel 1932 vi furono scoperti i resti d'una sinagoga con mosaici.
2. Merropoli della Perca (Fl. Giuseppe, op. cit., IV. 4, 14) ricordata nella campagna di A. Iannan in Transpordenia e per la rivolta dei Gadarem domata nel 68 da Vespasiano, oggi Tell Gádar, a 5 km . a sud di us-Salt. Fu sede vescovile e i suoi vescovi firmarono gli atti del Concilio di Calcedonia (451) e del Sinodo di Gerusalemme ( 536 ).
Bial: N. Glueck, The archandogical exploration of elHumnoth on the Yarsmah, in Bait, Am. Schola Orient. Ral., 40 (1934), p. 22; F. M. Abel, Géographie de la Palestine, II, Parigi 1938, p. 323.
Donato Baldi
GADD, cronaca di. - E chiamata cosi dal nome del suo primo decifratore ed editore, una tavoletta cuneiforme, conservata nel British Museum (n. 21901) a Londra.
Sia dalla forma dei caratteri che dal contenuto risulta che essa fu scritta in Babilonia; dal suo richiamo finale appare che faccra parte di una raccolta storica, o meglio, di una cronaca dell'Impero neobabilonese. Il testo pubblicato abbraccia gli aa. 616-609 a. C., estendendosi dall'a. X al XVII del re Nishepolassar. La cronaca di G. ha proiettato una luce insperata su un periodo storico turbolento a saturo di eventi importanti. Da essa si conosce la politica babilonese, le sue alleanze e specialmente le fine dell'Impero rivale di Ninive. Uno dei vantaggi più notevoli è stata la fissazione esatta della caduta di Ninive nel 612 a. C., mentre di solito si poneva nel 606. Cosi si è potuto constatare come le fine della città non coincise con quella dell'Impero, avendo Assur-ubellit trasferito la sua precaria residenza in Haran.
In relazione alla Bibbia, in studio della cronaca di G. ha posto sotto una luce alquanto diversa alcuni testi di Nahum, di Geremia e di Safonia: essa ha reso molto dubbia una battaglia di Carcamis nel 605 ( = quarto anno di Ioakim) fra l'Ėgitto e Babilonia (cf.

Gaddi, Taddeo e Agnolo - I Re Magi. Affresco di Taddeo G. nella chiesa di S. Croce (ca. 1383) - Firenze.
Ier. 46, 1-3), mentre ha offerto un'interpretazione completamente nuova alla battaglia di Mageddo (609), ove fu colpito a morte il re siformatore Iosia. Costui non intendeva proteggere la pericolante Assiria quale suo vassallo, ma piuttosto impedire al faraone Nechao II di portare il suo aiuto ad Assurubellit, di cui era diventato alleato.
Bial.: C. J. Gadd, The fall of Ninive, Londra 1923 (edizione, traduzione e commento del testo); versione tedesca in H. Grossmann, altrorientalische Texte zum alten Testament, 27 ed., Lippin 1026, pp. 362-65; versione latina in A. Pohl, Historia populi Israel iuda a diutisone regni suque ad exiliam, Roma 1933, pp. 34* 35*. Studi in relazione alla Bibbia: F. Dharme, Le fin de l'Empire argerien d'après un nouveau document, in Bausa biblique, 33 (1924), pp. 218-34; R. Alfrink, Die Gaddische Chronik und die Heilige Schrift, in Biblica, 8 (1927), pp. 385-417; L. Henequiu, La chute de Ninive en 612 av. 7. C., in Revue ecclésiastique de Jéret, 1927, pp. 170-83, 201-12, 280-94; E. Floris, Ripercuzioni immediate della caduta di Ninive nella Palatina, in Biblica, 13 (1932), pp. 309-417; id., Salunio, Geremia e la Cronaca di G., ibid., 12 (1934), pp. 8-31.
Angelo Penna
GADDI, Taddeo e Agnolo. - Pittori fiorentini del sec. xiv. Taddeo (notizie per gli aa. 1327-66) fu discepolo di Giotto e, in certo senso, il più «osservante - dei giotteschi.
Negli affreschi della cappella Baroncelli in S. Croce (1322-38), nelle storie degli armadi della sagrestia di S. Croce (all'Accademia), negli affreschi del refertario di S. Croce, nella volta dell'ostile del S. Francesco di Pisa (1342) ecc., egli si applica ad una traduzione del serrato dramma giottesco in piano stile narrativo, arricchito di particolari illustrativi e di un tono erfatico e pietistico (ebbe rapporti d'amicizia con il b. Simone da Cascia). Una ricerca di monumentalità sul metro, frainteso, di Giotto si riscontra nelle sue tavole (politici di S. Giovanni a Pistoia e di S. Felicita a Firenze, Madonna del 1355 degli Uffizi, ecc.); qualche accento più intimo, con accentuazioni coloristiche senesi, in alcune opere tarde, quali i tondi nella volta della cripta di S. Miniato e la Madonna della Villa