uzy, p. 430), il fondamento dell'argomentazione, allegando, come relativo alla riunione apostolica di Gerusalemme, Gal. 2, 1-10, che altri (Amion, pp. 29-32) però, intendono del viaggio di cui in Act. 11, 30 (cf. 12, 25). Paolo, del resto, non aveva interesse a parlarne, poiché la lettera apostolica, oltre ad essere indirizzata alle comunità della Siria e della Cilicia (Act. 15, 23), non faceva parole della circuncisione, che era l'articolo fondamentale della propaganda antipaolina presso i G. Gli argomenti più validi in favore della teoria nord-galatica sono fondati su Gal. 1, 2 e 3, 1. Nel primo di questi luoghi si ha l'indirizzo della lettera alle "Chiese di Galazia». Ora, è per lo meno strano che, stante l'uso, anche dei documenti ufficiali, di distinguere coi rispettivi nomi propri le singole regioni incorporate nella provincia romana di Galazia, Paolo abbia usato il termine improprio per indicare i territori percorsi da lui durante il primo viaggio missionario, i quali nella relazione di Luca vengono menzionati coi loro nomi propri.
Significativo però è Gal. 3, 1, dove i destinatari vengono spostrafati con il titolo di "G." e con l'aggiunta poco lusinghiera di "insensati". Se "Galazia" poteva usarsi nel senso largo di provincia romana, non è molto verosimile che i Paidi e i Licanni venissero chiamati "G.". Se le singole parti della provincia romana conservavano i propri nomi, molto più questi restavano agli abitanti, che non si sarebbero sentiti eccessivamente lusingati di venire chiamati con il nome di tribù barbare immigrate nel territorio asiatico in epoca relativamente recente. Ne sono infondate le considerazioni d'indole psicologice suggerite, in parte, dall'epiteto di "insensati", usato da Paolo nella vivacità della polemica. Secondo Cesare (De bello Gallica, IV, 3) i Galli o Celti, al ceppo dei quali appartenevano le tribù stabilitesi nella Galazia, erano amanti di novità, precipitosi e volubili, pronti a credere all'ultimo arrivato - specialmente se in veste di filosofo e a prendere, per sentito dire, le più gravi decisioni. I destinatari della G. avevano accolto con entusiasmo la predicazione di Paolo, superando la ripugnanza che doveva ingenerare la malattia di cui questi allora soffriva,
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pronti anai a cavarsi gli occhi per farne dono a lui (4, 13 sgg.). Poi, con la stessa curiosità e mobilità d'animo avevano ascoltato i nuovi predicatori ed erano sul punto di passare al loro seguito ( 1,8 ).
La divergenza delle opinioni circa i destinatari si riflette sulla determinazione della data di composizione, quantunque le due questioni non siano, per sé, interdipendenti. Anche l'ipotesi sud-galatica, infatti, potrebbe consentire tra la predicazione di Paolo e il sopravvenire dei giudazzanti un intervallo più lungo di quello che si pensa comunemente. Il «cosi presto» di 1,6 può intendersi della facilità inaspettata con la quale i lettori hanno ceduto. Per ammettere, nell'ipotesi sud-galatica, che tutto sia anteriore alla conferenza di Gerusalemme - in tal caso la G. sarebbe la prima lettera di s. Paolo - bisogna considerare le due visite dell'Apostolo (4, 13; cf. 1, 9) come rispondenti all'andata e al ritorno del primo viaggio missionario nelle regioni della Pisidia e della Licaonia (Amiot, p. 40; cf. pp. 38-43). Ma ciò sembra alquanto forzato; onde, anche tra i sostenitori della destinazione sud-galatica, altri preferiscono datare la lettera dal secondo viaggio apostolico, all'inizio del quale Paolo a Sila visitarono nuovamente le comunità di Derbe e di Listra (Act. 16, 1) e, con ogni probabilità, anche quelle di Antiochia di Pisidia e d'Iconio. Anche cosi la G. potrebbe essere la prima lettera di s. Paolo.
Per i sostenitori della destinazione nord-galatica la G. non può essere stata scritta che durante il terzo viaggio missionario, all'inizio del quale Paolo visitò per la seconda volta «il paese di Galazia e la Frigia» (Act. 18, 23; cf. 16, 6 e Gal. 4, 13).
La data di composizione resta approssimativa tanto nell'una che nell'altra ipotesi. In quella della destinazione sud-galatica i pareri si dividono: se la G. è anteriore alla conferenza di Gerusalemme e segue l'incidente di Antiochia, non si può pensare che al 49 (Amiot, p. 39 sg); se Gal. 4, 13 suppone la visita fatta al principio del secondo viaggio missionario, si può opinare per il 31-52, da Corinto. Non più concordi sono i patrocinatori della destinazione ai G. propriamente detti, pronunciandosi alcuni per il 53-54, da Efeso (M.-J. Lagrange, M. Maonertz, E. Ruffini, Chronologia Vet. et Novi Testamenti, Roma 19a4, p. 198; cf. H. Höpfl-B. Gut, Introdustia Spedalfa in Novum Tert., 5a ed., Napoli-Roma 1949, p. 361), altri, invece, scendendo fino al 56-57, anche e motivo delle somiglianze che legano la G. alla Romani (Buzy, p. 416).
II. Contenuto. - Dopo il prologo (1, 1-10), breve e constante, che introduce nel vivo dell'argomento, Paolo intraprende l'apologia del suo apostolato, in base a un complesso di dati positivi, che vanno dalla sua conversione all'incidente di Antiochia (1, 11-2, 14). Segue le parte centrale ( 2,15-5,12 ), denominata comunemente dogmatica, che è una serie incalzante di argomenti a difesa della libertà cristiana nei confronti della legge mosaica. Infine, quasi per togliere ogni possibilità d'equivoco sulla natura di questa libertà, le lettera si chiude con un complesso di esortazioni pratiche ( 3,13-6,10 ). Non si può nascondere, però, che questa divisione abbia qualcosa di artificioso, che contrasta con la spontaneità e la foga dello scritto; il quale si presenta, da capo a fondo, come ispirato da un'unica grande idea: la difesa della libertà cristiana, nei confronti della legge mosaica, già sorpassata.
Il prologo ( 1,1-10 ) offre subito un motivo saliente dello scritto: l'apologia dell'apostolato e della dottrina, che vengono a Paolo non dagli uomini, ma da Dio. In testa si legge, percio, l'origine della sua dignità apostolica; segue, nell'indirizzo a nel saluto augurale alle comunità destinatarie, l'idea della liberazione del presente secolo malvagio per opera di Cristo redentore e una breve dossologia al Padre (2-5). Nessun elogio di queste comunita, ma lo stupore di vederle cosi presto aviate dal-
l'unico Vangelo, che è quello predicato loro da Paolo, e la condanna più decisa - senza preoccupazione di riuscire sgradito agli uomini - di chiunque tenta di sovvertire il Vangelo di Cristo, fosse Paolo stesso o un angelo dal cielo ( 6-10 ).
Per la difesa del suo ministero apostolico (1, 11-2, 14) Paolo prende le mosse della propria asione di persecutore, che era ben nota ai G. (1, 11-14). Convertito da Cristo e chiamato all'apostolato tra i gentili, egli non diviene discopolo degli Apostoli che lo hanno preceduto, ma si raccoglie in un silenzio di preparazione, e solo tre anni dopo s'incontra con Pietro e con Giacomo a Gerusalemme, restando tuttavia quasi sconosciuto alle Chiese della Giudea, che avevano soltanto una vaga notizia delle sue prime fatiche apostoliche nella Siria e nella Cilicia (1, 15-24). La visita più importante a Gerusalemme e una specie di riconoscimento quasi ufficiale avvennero solo dopo quattordici anni, in un incontro in cui a. Paolo difese strenuamente la libertà dal giogo della legge mosaica, nell'interesse degli emiss-cristiani, libertà affermata anche con il fatto di sottrarre Tito, pagano d'origine, alla circoncisione. Le "colonne" della Chiesa riconobbero affidato a Paolo l'apostolato tra i gentili, come a Pietro quello tra i circostanti. Le presiunt per i poveri delle comunita giudiciche doveva essere un segno tangibile di questo sincero accordo tra i due campi d'azione (2, 1-9). Ma quando ad Antiochia Pietro, per timore dei venuti da Gerusalemme, se attenne ad una condotta che rinnegava praticamente la libertà sancita a Gerusalemme, Paolo gli si oppose con fermezza, rimproverandogli l'interrente d'imporre agli altri osservanze legali, dalle quali egli stesso si riteneva esente (2, 11-14).
Il discorso rivolto a Pietro passa insensibilmente dall'episodio particolare alla formulazione del principio che Iddio giustifica in virtù della fede in Cristo, senza le opere della legge. Infatti, anche noi giudei - dice Paolo abbiamo cercato nella Fede la nostra giustificazione. Che se fossimo tuttavia peccatori, ne denverebbe l'assurdo che Cristo sarebbe ministro del peccato (2, 15-18). Invece noi siamo morti alla legge, per vivere della vita di Cristo che ci ha amato e si è afforto per noi. Se la legge potesse giustificare, Cristo sarebbe morto inutilmente (2, 19 sgg.).
L'esperienza stessa dei fedeli ( 3,1-5 ) e la testimonianza della Scrittura in rapporto ad Abramo e alla sua discendenza ( 3,6-9 ) provano che la giustificazione si ha per la Fede, non per la legge. Questa era piuttosto forte di maledizione: una maledizione che Cristo ha preso sopra di sé, affinché della benedizione d'Abramo fossero partecipi tutte le genti (3, 10-14). D'altra parte, la legge non poteva infamare la promessa gratuita fatta in antecedenza ad Abramo (3, 15-18). Per le legge, divenuta occasione di peccato, gli uomini dovevano sentire più fortemente la necessità dell'opera di Cristo (3, 19-22): la legge era un cavorrione ( 3,23 ); il pedagogo che doveva condurci a lui ( 3,24 mathrm{sg}.). Per la Fede, che ci fa figli di Dio, e per il Battesimo, che es riveste di Cristo, cessa ogni distinzione di giudea e di greco, di schiavo e di libero, di maschio e di femmina: tutti sono uniti in Cristo e partecipi delle promesse di Abramo (3, 26-29). Il periodo di minorita spirituale e di servitù della legge è definitivamente chiuso per opera di Cristo, che ci ha costituiti figli adattivi ed eredi ( 4,1-7 ). Come vorrebbero, dunque, i lettori ritornare schiavi? Essi che accolsero con tanto slancio Paolo e il suo messaggio! E non s'accorgono di essere simbolio di un falso zelo? (4, 8-20). Imparino piuttosto la lesione che la Scrittura formisce a proposito di Agar e di Sara; a non vogliono divenire figli della schiava, poiché perderebbero il diritto di partecipare all'eredità d'Isacco (4, 21-31). Attenti, quindi, a non lasciarsi carpire la libertà conquistata per Cristo. Circoncidenti sarebbe decadere dalla Grazia a caricosci di tutto il fardello delle osservanze legali ( 5,1-5 ). Non ha più alcun valore la circoncisione a sarà punito chi la predica e guasta l'opera di Cristo ( 5,6-12 ).
La genuina libertà cristiana non ci sottrae alla schiavitù della legge per sottoporci a quella della carne: di questa si debbono frenare le concupiscenze, affinché so-
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vrabbandino i frutti dello spirito. Il genuino seguace di Cristo ha crocifisso la propria carne e vive e opera secondo lo spirito ( 5,13-25 ). Si guardino i fedeli dalla vanagloria, dall'invidia e dalla durezza verso chi è sorpreso della colpa, vogliondo per non essere a loro volta tentati. Si sopportino gli uni gli altri e donino con larghezza a chi li iscruisce, ricordando che ognuno raccoglierà secondo che avrà seminate ( 5,26-8,10 ).
L'epilogo è un post-cavigiano vergato di proprio pugno da Paolo, per autenticare la lettera, a sottolinea ancora una volta l'opposizione irriducibile che c'è tra l'azione e la dottrina di lui e quella dei suoi avversari. Egli, poi, porta nella propria carne, quasi a conferma della sua predicazione, le stigmate di Cristo ( 6,11-17 ). L'augurio finale ha la brevità nervosa dell'inizio ( 6,18 ).
## III. I crictaizanti di Galazia. - Dalla G. risulta
che essi predicavano e imponevano, con le altre pratiche giudalche, la circoncisione.
Gli antichi esegeti (ad es. s. Girolamo, In Epist. ad Gal., 3, 4: PL 26, 424; s. Agostino, Exp. Epist. ad Gal.: PL 35, 2105 sgg.), non hanno dubitato che tali pratiche venissero considerate come mezzi necessari alla salute, senza dei quali la Fede e il Rettegno restavano inefficaci. Sarebbero stati quei giudazzanti che cogliono chiamarsi intransigenti a radicali. Che quelli di Galazis predicassero l'osservanza di queste cose come un mezzo che conduceva alla perfezione della vita religiosa, ma non era necessario alla salvezza, come qualcosa che si proponeva alla buona volontà dei neofiti, ma non s'imponeva, è stato affermato da scattolici e cattolici. Contro di essi cf. Lagrange, che ha fornito (Eplere aux Galates, 5* ed., Parigi 1926, pp. xxix-lvii; id., Les judaisants de l'Eplere aux Galates, in. Bonne biblique, 14 [1917], pp. 138-67) la più esauriente dimostrazione del radicalismo intransigente dei giudazzanti combattuti nella G. L'energia con cui Paolo investe la questione e gli avversari lascia capire che si trattava di una grave deformazione, o piuttosto perversione del Vangelo, che conduceva alla conseguenza esiziale di rendere inutile l'opera di Cristo. Si tratta di due Vangeli diversi: meglio - corregge subito l'Aposmio con di due Vangeli, che ce n'è uno solo, ma di un attentato alla sostanza stessa del Vangelo di Cristo ( 1,6 sg.). E la cosa è tanto grave che egli non esita a ricorrere all'anotema contro chi ardisce accingere a tale impresa, anche nell'ipotesi assurda che costui fosse Paolo stesso o un angelo dal cielo ( 1,8 sg.).
Anche A. Lolay, in un primo tempo (Revue d'histoire et de littérature religieuse, 7 [1921], p. 76 sg.) riconosceva che la G., come le due lettere ai Carinti, è un documento palpitante di vita paolina; ma un'ulteriore sua critica (La naissance du christianisme, Parigi 1933, p. 23 sgg.) fu sfavorevole all'autenticità della G. che egli considero, in parte, notevolmente posteriore al I sec., a motivo della troppo chiara affermazione della divinità di Gesù : questa sarebbe il frutto di un'evoluzione teologica arrivata al suo ultimo stadio solo nel II sec. inoltrato.
La voce di Lolay è rimasta isolata (cf. M. Goguel, Galates, Eplere aux, in Dict. Enc. de la Bible, 1, p. 459); infatti la G., è conosciuta e utilizzata all'inizio del sec. it da Ignazio di Antiochia (Ad Eph., 16, 1 e 18, 1; Ad Maques., 8, 1; Ad Rom., 2, 1; 7, 2; Ad Philadel., 1, 11; Ad Polycarp., 1, x) e da s. Policarpo (3, 3; 5, 1, 319, 2; 12, 2); durante il sec. it le citazioni e le esplicite attribuzioni a Paolo si moltiplicano, concernendosi anche l'eretico Marcione, che delle lettere paoline eccettava anzitutto G. (cf. Burton, p. LxviI sg.; Amiot, p. 11).
IV. Autenticità paolina e raffinato con l'Epistola ai Romani. - L'autenticità della G. è ormai indiscussa. Se il radicalismo di B. Bauer e di qualche altro rappresentante della scuola olandese (cf. Burton, p. Lxx sgg.) è arrivato a contestarla, per contro la scuola di Tubinga (per rimanere nel campo scattolico) ha architettato la teoria del potilnismo contro il potrinismo sul presupposto dell'autenticità della G., quale documento dell'intransigenza di Paolo nell'affermare l'emancipazione della legge.
I caratteri interni confermano appieno la testimonianza dell'antichità. Oltre che un falsario non avrebbe pensato a mettere cosi crudelmente a nudo una grave crisi di queste comunità paoline, quasi uno scacco di Paolo stesso, questi solo poteva parlare con tanta sicurezza ed energia, forte della sua autorità di apostolo e di padre.
L'autenticità della G. sarebbe confermata, se occorresse, anche dalle notevolissime somiglianze con la Romani, non per il tono e per la particolare impostazione del problema che sono totalmente diversi, ma per le idee. La G. è l'anticipazione polemica dell'ampia a serena trattazione della Romani. Ma in questa il disegno si è allargato : la nuova economia della Grazia vi è considerata in una visione sintetica ed esauriente e in forma più positiva. L'anima, però, e le idee maestre sono le medesime; onde si può considerare la G. come un abbozzo della Romani: un abbozzo che non dovette precedere di molto il quadro tracciate a Corinto, nella calma relativa dell'inverno 57-58. - Vedi tav. CXXV.
Bim.: Per i commenti dai Padri cf. J. B. Lightfoot, pp. 223232; J-M. Lagrange, p. 100 sgg.; C. H. Turner, Greek Patristic commentaries on the paoline Epistles, in Dict. of the Bible, V, p. 484 sgg. Per gli esempi posteriori fino al sec. xiv, cf. E. De Wit Burton, p. LxxxiI sg. Tra i più recenti si notano: Camolad A. Carneiy, III, Parigi 1892; M.-J. Lagrange, Ivi 1926; A. Steinmann (-F. Tübsunck, 4* ed., Bonn 1932; F. Amiot, Si. Paul (Verbum Subtils, 14), Parigi 1926, pp. 9-241; D. Buzy (La St. Bible, ed. L. Pirat. 11), ivi 1948, pp. 201-79. Non carollo: J. B. Lightfoot, Londra 1665 (varie edizioni si ristampe fino al rogo; la 3ᵃ a Londra 1869); F. Sieffert, 9² ed., Gottinga 1899; W. M. Ramsey, Londra e Nuova York 1900; Th. Zahn, 2² ed., Lipsia 1907; A. Lolay, Parigi 1916; W. Bousset, 1* ed., Gottinga 1917; E. De Wit Burton, Edimburgo 1921 (ristampa ivi 1948); H. Liezenacn, 5* ed., Tubinga 1932; G. S. Duncan, Londra 1934 (ristampa ivi 1948); A. Oeplie, Lipsia 1937. Per la questioni particolari, ricca bibl. in Oeple, p. 10 sg. Si noti: V. Weber, Die Abfassung des Geleiterbriefs vor dem Apostelkoncil, Ravensburg 1000.
Teodorico da Castel San Pietro
GALATINO, PIETRO. - Teologo francescano, n. a Galatina (Leece) ca. l'a. 1460, detto da taluni della famiglia Colonna, da altri, dei Mongio. M. a Roma ca. il 1540 , è sepolto in Araccoli. Religioso nella provincia di S. Niccolò, di cui fu eletto ministro l'a. 1518, si trasferi a Roma, ove trascorse la maggior parte della sua vita, cappellano a famigliare del card. Lorenzo Pucci, poi del card. Francesco De Angelis Quiñones. Si dedicò allo studio della lingua greca, caldaica ed etiopica. Strinse amicizia con le persone colte dell'ambiente romano, come Giovanni Pockels, che egli dice suo maestro di lingua caldaica, ed ebbe relazioni con Leone X e Paolo III, corrispondenza con Massimiliano I, Carlo V ecc. E detto, ma non provato, che sia stato professore all'Università di Roma.
Scrisse molte opere, ma la maggior parte rimane tuttora inedita, conservate nei codd. Vat. lat. 3190, 4582, 5567-81, Ottob. lat. 2366. Il De optimo principe, conosciuto finora dai bibliografi solo di nome, è conservato nel sod. 1366 della Biblioteca Angelica di Roma. L'opera principale è il De oriconis catholicae seritatis in difesa di Giovanni Reuelin (diverse edizioni). L'autore non è immune da idee scholietiche e ginechirnite, specialmente nel commento all'Apocalisse.
Bim.: A. Kleinhans, De vita et operibus P.G., scientiarum bibliscarum cultaris, in Antoniamum, 1 (1926), pp. 145-70. 125-36; D. Scazzonetti, Il pensiero di G. D. Scato nel Mezzogiorno d'Italia, Roma 1927, pp. 126-31. Celestino Piana
GALAZIA. - Regione abitata dai Galati. Dalla G. propriamente detta il nome passò alla provincia romana costituita alla morte di Aminta, ultimo re dei Galati ( 36-25 a. C.). La G. propriamente detta era limitata dalla Bitinia e dalla Peflagonia e nord, dal Ponto e dalla Cappadocia e est, dalla Licaonia a sud e dalla Frigia a ovest. Come provincia romana comprendeva, inoltre, parte della Frigia, la Licao-
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nia, la Pisidia e l'Isauria, ad eccezione di qualche tratto annesso alla Cappadocia e alla Panfilia.
La G. deve il suo nome (Takaría) a quelle tribù celtiche ( κ ε ἀ τ α mathrm{l} a κ ε ἀ τ α i, Г α λ α ἀ τ α mathrm{l} ) che, nel III sec. a. C. si spinsero nel cuore dell'Azia Minore, recando parecchie molestie si popoli indigeni. La tribù dei Troemi si raccolse intorno a Taviun, alla frontiera della Cappadocia, e del Ponto, i Tolistobogi e Pessinunte in Frigia, i Tectasagi ad Ancira. Nel 189 a. C. furono vinti dal console Manlio Vasone, quindi da Eumene II nel 183 ca. e nel 168. Per le fedeltà mostrata verso Rome nella terza guerra contro Mitridate ( 74.64 a. C.) ebbero da Pompeo un proprio re nella persona di Delotaro ( 84.40 a. C.) tetrarca dei Tolistobogi, anzi poterono, particolarmente sotto Aminta, estendere il loro dominio a buona parte di quei territori del sud, che vennero poi incorporati alla provincia imperiale di G.
La distinzione tra il territorio occupato dai Galati ( τ ἀ astvōv tū̄v T' α λ α ἀ τ ω ν ) e la provincia romana di G. è importante per la dibattuta questione dei destinatari dell'Epistola ai Galati (v.).
Gli serittori profani usano talvolta il nome di G. per indicare tutta la provincia romana. Più spesso, però, si distingue tra la provincia e il territorio occupato dai veri Galati. Così anche le iscrizioni venute finora alla luce, fatta eccezione di una trovata ad Iconio (Corp. Isacr. Graec., 3991). L'iscrizione d'Antiochia di Pisidia (CIL. II, 291; Suppl., 6818) parla del = Legatus provinciae Galatiae, Pisidiae, Phrygiae, Lycaoniae, Isauriae, Paphlagoniae, Ponti Galatici, Ponti Polemoniani, Armeniae. In una pietra miliare scoperta nel 1861 , documento ufficiale dei tempi di Diocleziano, si legge : = Caesentius Gallus, legatus pro praetore... vias provinciarum Galatiae, Cappadociae, Ponti, Pisidiae, Paphlagoniae, Lycaoniae, Armeniae minoris... = (cf. G. Perrot, n. 101 sg.). Altre iscrizioni presso F. W. K. Dittenberger, Orientis Graeci inscriptiones selectae, II, Lipsia 1907, n. 335; E. Michon, in Revue biblique, 14 (1917), pp. 208-17.
Dai testi degli Atti si può appena dubitare che per G. s'intenda il territorio abitato dai Galati, anziché la provincia romana. In Act. 16, 6 e 18, 23 il territorio galatico ( Γ α λ α τ τ α i; χ ἀ ρ α ) è affiancato a quello frigio, distinto quindi da questo, che in parte era incluso nella provincia romana di G. In Att. 16, 6 Paolo e compagni, tra i quali Timoteo assunto di recente a Listra (Att. 16, 4 sgg.), si trovano nel territorio meridionale della provincia romana di G.; e il farli passare in quello frigio e galatico significa parlare in senso etnografico piuttosto che amministrativo. Anche altrove gli Atti seguono questa norma parlando di Panfilia ( 13,13 ), di Pisidia ( 13,14 ) e di Licaonia ( 14,6 ).
Per a. Paolo la cosa è meno chiara; onde è tuttora dibattuta la questione della destinazione della Epistola ai Galati.
La G. è ricordata anche in I Mach. 8, 2 e in II Tim. 4, 10; ma, dato che i Greci traducevano il latino Gallia anche con l' α λ α τ i a potrebbe trattarsi in ambedue i testi della Gallia; e i popoli vinti dai Romani secondo I Mach. 8, 2 potrebbero essere gli abitanti della Gallia cisalpina, soggiogati nel 183 a. C.
Bbmi.: G. Perrot, De Galatia provincia Romana, Parigi 1867; W. M. Ramsey, Galatia, in Dict. of the Bible, II, pp. 81-89 (con bibl.); M.-J. Lagrange, Epître aux Galates, 3⁴ ed., Parigi 1926, pp. 221-224n.; G. Cardinoli, Galati, in Enc. Ital., XVI (1932), p. 260 ; id., Galacta, loc. cit., p. 262 sg.; e, inoltre, le introduzioni dei commenti alla Epistola ai Galati.
Tenderico da Castel San Pietro
GALBANO (ebr. belbēnāh, gr. χ α λ β α ἀ ν η ) -
Resina, estratta dalla favula galbaniflua della famiglia delle umbrillacee, di odore forte e durevole.
Nell'antichità (cf. Plinio, Hist. nat., XII, 54, 56) tale prodotto fu usato in diverse composizioni di profumi. Nelle Bibbia (Ex. 30, 34-38) il g. è descritto come uno degli ingredienti del profumo sacro destinato ad ardere nel santuario. Probabilmente era usato, nono-
stante il suo odore acre a sgradito, come mordente, qualità riconosciutegli da Plinio (op. cit., XIII, 2). Molto diffuso era il g. come medicinale (cf. Celso, De medicino, III, 20-21; IV, 8), oppure come mezzo per tenere lontano gli animali (Plinio, op. cit., XII, 56; Columella, VIII, 5, 18). In Eccli. 24, 21 (greco 15) il g. è presentato come figura della sapienza divina.
Bbmi.: J. Löw, Die Fliem der Juden, III, Lipsia 1924, pp. 422-27. Ancele Perma
GALDINO, santo. - Arcivescovo di Milano ( 18 apr. 1166 - 10 apr. 1176). Della famiglia milanese dei Valvarsi della Sala, fu cancelliere ed arcidiacono di Milano sotto gli arcivescovi Ribaldo (1134) e Oberto (1146). Nel 1161 dovette abbandonare la città assediata dal Barbarossa. Creato nel 1165 cardinale di S. Sabina, successe l'anno dopo ad Oberto nella sede milanese ( 16 apr. 1166) e divenne legato di Alessandro III per la Lombardia.
Favori la riedificazione di Milano e la fondazione di Alessandria. A Bergamo e altrove promosse la rimozione dei vescovi scismatici. Si distinse come riformatore dei costumi, nella corría verso i poveri e sull'ardente predicazione contro i catari. Anzi la morte lo colse sul pulpito della chiesa di S. Tecla. E sepolto nel Duomo, Alessandro III lo canonizzò; se ne celebra la festa 818 apr.
Bbmi.: Vita e. Galdini, scritta dal monaco Ilarione contemporaneo dal Santo, in Acta SS. Apellia, II, ed. Venezia 1738, pp. 323-98; BHL., 483; F. Savio, Gli antichi vescovi d'Italia. La Lombardia, I: Milano, Firenze 1013, pp. 323-35 e indice. Irenae Daniele
## GALEAZZO MARIA SFORZA, duca di MILANO: <br> v. sforza, famiglia.
GALEN, Clemens August von. - Cardinale, n. il 16 marzo 1878 nel castello di Dinklage (Oldenburg), m. il 22 marzo 1946 a Münster. Ordinato sacerdote nel 1904. Fu parroco, dapprima a Berlino fino al 1929, ed in seguito della parrocchia di S. Larr. berto a Münster, fino alla sua nomina a vescovo, avvenuta il 5 sett. 1933, nel momento più critico dei rapporti tra Chiesa e Stato in Germania.
L'avvento del nazionalsocialismo al potere e la diffusione delle idee razziste e neopagane diedero ben presto al nuovo vescovo il modo di dimostrarsi valido difensore dei diritti dei cattolici e della Chiesa. Sono note la sue prediche dell'estate 1941, in cui protestò energicamente contro il sequestro di monasteri e di conventi, prediche che costituiscono un violento atto d'accusa contro l'illegale procedere dello Gestapo e delle autorità statali, nonché contro tutto il sistema di governo allora vigente. Esse ebbero largheismaco ece e resero popolare in patria ed all'estero la figura del vescovo di Münster. A riconoscimento della sua energica difesa dei diritti dei cattolici durante il regime hitleriano Pio XII in creò nel Concistoro del 18 febbr. 1946 cardinale del titolo di S. Bernardo alla Terme. Immatura morte lo colse subito dopo il ritorno nella sua diocesi.
Bbmi.: H. Portmann, Der Bischof von Münster, Münster 1946; id., Bischof Graf von G. spricht?, Friburgo in Br. 1946; M. Bierbaum, Kardinal von G., Bischof von Münster, Münster 1947; H. Portmann, Kardinal von G., ivi 1948; id., Dokumente um den Bischof von Münster, ivi 1948. Silvio Furlani
GALENO, Claudio. - Medico e filosofo, n. a Pergamo nel 129 d. C., m. (vii nel 201. Viaggio a Smirne, Corinto, Alessandria e nel 162 si trovava in Roma. Fu medico di corte di Marco Aurelio, di cui curò il giovane figlio Commodo.
Seguace di Ippocrate in medicina, il suo contributo più originale a questa disciplina fu quello fisiologico per gli studi sul funzionamento del sistema nervoso e sul cervello, cuore, fegato, per i quali si valse della vivisezione di animali, scimmie, capre e porci. Adottò la dottrina dei quattro temperamenti: fammarico, sanguigno, colterico, melanconico, la cui buona funzione umorale (eucrasia) dà la sanità mentre la cattiva funzione dà la malattia
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(1st. Felles)
Galex, Clemens August von - Ritratto.
a cui si deve porre rimedio con antidoti. G. fu largo fautore di medicamenti, tra cui celeberrima la Therisea, il cui uso durò fin quasi ai tempi moderni.
L'anatomia di G. è sempre unita alla fisiologia e spessissimo è comparata ed evidentissima è lo scopo teleologico in quanto soggetta al fine cui ogni organo è adibito. Tale caratteristica, se ben si adattò allo spirito cristiano nel medioevo fu anche fonte di molteplici errori. Ebbe una chiara visione del sistema nervoso sia centrale che periferico; descrisse in particolare il setto lucido, il corpo calloso e le eminenze quadrigemine. Studiò altresi il faringe scoprendo i nervi laringei superiori ed i ricorrenti. G. però volle applicare all'uomo l'anatomia appress delle autopsie degli animali. Egli poi giganteggia nella fisiologia vera e propria, benché numerosi siano anche qui gli errori. G. ebbe dell'esperimento quell'esatto concetto che potrebbe oggi avere un clinico scienziato moderno. Ebbe la visione del movimento del sangue a non di circolazione sanguigna. Dimostrò per primo che sia le arterie che le vene contenevano sangue che con movimento ondoso era attratto agli organi da dove si esauriva. Distinse pure il sangue venoso da quello arterioso il quale ultimo avrebbe avuto tal colore perché commisto all'aria. Per G. il fegato era il centro del sangue nutritivo venoso, mentre il cuore era il centro di quello nutritivo arterioso, il cuore destro e il sinistro erano fra loro in comunicazione per mezzo dei pori del sotto, le vene polmonari avrebbero un doppio decorso portando sangue carico di fuliggini ai polmoni e riportando al cuore il sangue purificato, sangue che in fine si esauriva negli organi anche se arterie e vene erano in comunicazione a mezzo di vasi intercomunicanti. G. compì anche esperimenti sui reni e sul sistema nervoso.
Come patologo G. si basa sul concetto che ad ogni malattia corrisponde una lesione organica ed effetti sensibili della malattia sono i sintomi. Tre i tipi delle malattie : delle parti semplici, delle parti strumentali, cioè degli organi, ed infine malattie traumatiche. La sua terapia
si basa sul Contraria contrariis e ad ogni medicamento G. attribuì una caratteristica umorale.
A 400 assommano i suoi scritti di cui (dei 108 che sono giunti fino a oggi) i più importanti sono le Ricerche anatomiche, in 15 Il., le Funzioni degli organi del corpo umano, in 17 ll., gli Insegnamenti di Ippocrate e di Platone, in 6 ll., Sulle forze naturali, in 3 ll.; importanti l'Arte medica e il Metodo terapeutico, nel medioevo chiamati rispettivamente il "Microtechnum" e il "Macrotechnum ".
Ebbe anche preoccupazioni filosofiche; fu un teleologo convinto; vide nella natura la concatenazione delle cause che lo fa salire fino a una intelligenza generatrice, pur non completamente avulsa dalla materia: proprio lo studio del corpo umano fa comprendere l'eccellenza dello spirito che domina sul mondo.
Il suo indirizzo può definirsi un aristotelismo eciettico. L'influsso di Aristotele è palese specialmente nella sua logica (è nota la 4ᵃ figura del sillogismo che G. trasse dall'analisi dei modi della 1ᵃ figura di Teofrasto e di Eodemo), nella fisica e metafisica; mentre in psicologia (ad es., nella questione della divisione dell'anima) inclina al platonismo. La filosofia, identificata con la religione, è per lui il sommo fra i beni.
G. conobbe il cristianesimo e di esso parla in due passi dell'opera Sul palso a proposito della tenacia con la quale taluni medici affermano le loro opinioni senza giustificarle, a somiglianza di quelli che si mettono alla scuola di Mosè e di Cristo (De puls., VIII, 579 Kühn) : sarebbe anzi più facile, aggiunge, far cambiare opinione ai discepoli di Mosè e di Cristo che non ai medici e ai filosofi fedeli alle loro consorterie (ibid., p. 657).
Dei cristiani fa un elogio in un passo, che non si trova nelle opere di G., ma è citato come suo dallo scrittore arabo Ibn al-Agir, riportato a sua volta da Abū 'l Fidà (Historia Anteislamica, ed. Fleischer, p. 109). Accennando all'utilità delle parabole per la comprensione dei concetti e rilevando l'uso che ne fanno i cristiani afferma che questi "agiscono di tanto in tanto come veri filosofi. Abbiamo sotto gli occhi il loro disprezzo della morte. Una specie di pudore ispira loro l'allontanamento dall'uso dell'amore. Vi sono tra loro donne a uomini che si sono asteroiti durante tutta la vita dall'unione sexuale. E vi sono altri che grazie alla direzione e disciplina dell'anima e una rigorosa applicazione, non la cedono ai veri filosofi ".
Questo passo, di cui non v'è motivo di negare l'autenticità, dimostra l'equità di giudizio di G. intorno alla nuova religione fatta oggetto di attacchi tanto ingiustificati a violenti. - Vedi tav. CXXVI.
Bull.: Le opere sono edita nel Corpus medicorum Graecorum (vol. 1-20), Lipsia 1821-32, a cura di C. G. Kühn, con trad. latina a fronte. E. Chauvet, La psychologie de G., Caen 1867; id., La théologie de G., ivi 1873; Th. Meyer-Steineg e K. Sudhoff, Geschichte der Medizin in Überblick, Jenz. 1921, pp. 139-42; M. Meyerhof, Ober echte und unschte Schriften Galens nach arabischen Quellen, in Berichte, Ak. Berlin, 28 (1928); G. Bliasscotti, G., Milano 1930; A. Castiglioni, Storia della medicina, ivi 1936, p. 168 sgg.; A. Pazzini, Storia della medicina, I, ivi 1947, p. 68 sgg. Ampis bibl. in Oberweg, I, pp. 558 e 157^{°}-78^{°}.
Nicola Turchi
Galexus (van Galen), Mathieu. - Teologo, n. a West Cappel in Zelanda nel 1528, m. a Douai il 15 sett. 1573. Studiò a Gand e a Lovanio. Nel 1559 divenne professore all'Università cattolica di Dillingen, fondata poco prima dal card. Otto Truchsess. Ivi incontrò il suo conterraneo, s. Pietro Canisio, con il quale si legò in stretta amicizia. Nel 1562 passò alla nuova Università di Douai, ove fino alla morte insegnò teologia.
Fila divulgatore che teologo, G. è tuttavia uno dei primi maestri di quella scuola che ebbe tanto influsso
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nell'arginare gli errori della pseudo-riforma a nello sviluppo di una sana teologia. Tra i suoi discapoli va menzionato il celebre Thomas Stapleton, che fu anche suo immediato successore.
Opere principali: del periodo di Dillingen: De sacrosancto Missae sacrificio ( 2^{mathrm{a}} ed., Anversa 1574); De Christiano et catholice sacerdotio (Dillingen 1563); De originibus monasticis (ivi. 1563); inoltre collaborò con a. Pietro Canisio nell'edizione delle lettere di a. Girolamo. Del periodo di Douai: Catecheses Christianae (pubblicate da A. Croquet, Douai 1574, 2^{mathrm{a}} ed., Lione 1600); Alexini rethorica ad Caratum Mergnum (Douai 1569).
Bun.: Th. Beucuilion, M. van G., in Revue des sciences ecclisistiques, 40 (1879, 11), pp. 238-56; L. Salembier, s. v. in DThC, VI, coll. 1091-96.
Igino Rogger
GALEOTTI, Leopoldo. - Scrittore ed uomo politico, n. a Pescia il 13 ag. 1813, m. a Firenze il 28 ag. 1884. E tra i più equilibrati neo-guelfi nel suo volumetto, edito a Parigi nel 1846, Della sovranità e del governo temporale dei papi.
II G. è contrario al contrazionalismo francese da applicarsi nello Stato pontificio, in quanto il potere legislativo emanante dal popolo avrebbe creato "una completa trasformazione della sovranità, che se potrebbe esser tentata con successo in qualsivoglia altra specie di principato, non potrebbe nelle attuali condizioni convenire al papato" (ivi, 3^{text {a }} ed. [1849], p. 197); e ancora, il S. Collegio, trasformato in Senato e in Comuni dei Pari, perderebbe la propria intrinseca sovranità religiosa. La crisi dello Stato pontificio non sarebbe derivata né dal papato, né dalla Chiesa, né dallo stesso potere temporale, ma solo dal governo clericale. Proponeva i rimedi seguenti : immissione laica nell'amministrazione, ampie autonomie comunali (mutuando il pensiero del Tocqueville, il G. sottolinea come il centralismo amministrativo "snerva" i popoli), istituzione di un principato consultivo con diritto di petizione da parte dei cittadini, e con i diritti di promulgazione, notificazione e rendiconta.
Il G. fece parte nel ' 48 dell'Assemblea costituente toscana; fu favorevole nel ' 59 al passaggio della Toscana sotto i Savola; fu nominato senatore del Regno d'Italia nel '74.
Bun.: A. Gori, L. G., A. Mari e G. Montanelli, Firenze 1913; A. Anzilotti, Movimenti e contrasti per l'unità d'Italia, Bari 1930, pp. 131-66; G. Calamari, L. G. e il modernismo tostano, Modena 1935: M. Petrocchi, Rifiesti europei sul ' 48 itofiano, Firenze 1946, pp. 28 sgg., 126 sgg.; A. C. Jemolo, Chiesa e Stato in Italia negli ultimi cento anni, Torino 1948, p. 43 sgg. Massimo Petrocchi
GALERIO MASSIMIANO (C. Galerius Valerius Maximianus Augustus). - Imperatore romano, n. nell'Illirico verso la metà del sec. III, m. a Nicomedia nel maggio del 31 r . Oriundo da oscura famiglia, era uomo selvaggio, rozzo, ignorante, crudele e bestiale; imponente di statura, incuteva a tutti spavento. Si segnalò nell'esercito ed il re marzo 293, nella tetrarchia creata da Diocleziano, fu nominato Cesare per l'Oriente con residenza a Sirmio e giurisdizione sulla Macedonia, l'Epiro, l'Acaia, l'Illirico e le province del Danubio. Sposò allora Valeria, figlia dello stesso Diocleziano. Condusse una serie di battaglie vittoriosi contro i barbari che premevano sui confini dell'Impero lungo il Danubio; nel 297 riportò una splendida vittoria sui Persiani, e nel 299 sui Marcomanni ed i Sarmati. Divenne allora tracotante ed imperioso, dominando completamente l'animo debole di Diocleziano. Spinto dalla madre Romula, fervente pagana, superstiziosa e nemica acerrima dei cristiani, fu il principale promotore della persecuzione contro di questi. Già dopo la vittoria persiana cominciò a radiare dall'esercito e dalla corte i cristiani.
All'inizio del 305 si recò a Nicomedia, e dopo una serie di colloqui segreti con Diocleziano riusci a far promulgare il primo editto di persecuzione (febbr. 303),
con il quale ci ordinava la distruzione delle chiese ed il bruciamento dei libri sacri. Un doppio incendio scoppio a distanza di pochi giorni nel palazzo imperiale; G. riusci a far cadere la colpa sui cristiani ed a strappare all'esagerato Diocleziano altri ne editò sanguinari di persecuzione (303-304). Bramoso di spazioneggiare sempre più, costrinse il vecchio Diocleziano ad abdicare, ed il 1^{°} maggio 305 prese il titolo e la carica di Augusto. Spiegò allora tutta la sua crudeltà sanguinaria, perseguitando con maggiore furore i cristiani. Ma i suoi piani di predominio assoluto furono sconvolti nel 306 quando, per la morte di Costanzo Cloro, fu acclamato Augusto dai soldati il figlio di questi, Costantino. Divenne sempre più sospettoso e crudele : degradò e torturò dignitari e magistrati, punendo con la rottura, con il fuoco, con l'esposizione alle belve chiunque fosse sospetto; umilio nobili matrone e sottopose i sudditi a gravose tasse. Intanto la tetrarchia creata da Diocleziano andava in rovina per il sorgere di imperatori rivali; per punire il ribelle Massenaio, nel 307 G. tentò di occupare Roma, ma abbandonato dai soldati dovette ritirarsi. Nel 310 fu colpito da un'orribile malattia, per cui il suo corpo divenne canceroso e pullulante di vermi. Inutil furono tutti i rimedi; riconobbe allora le mani di Dio che lo puniva, e nell'ape. 311 promulgò un decreto con il quale concedeva ai cristiani di esistere e di riedificare le loro chiese, riconoscendo apertamente il fallimento della sua persecuzione. Pochi giorni dopo moriva fra orribili sofferenze.
Bun.: Lattanzio, De uacrilum perscentorum, 6-12; Eusebio, Hist. ocul., VIII, 16 sg.; Eusebio, s. v. Galerius Massimianus, in Pauly-Wissowa, XIV. coll. 2316-28; S. Stein, Geschichte der spätrennischen Reicher, I. Vienna 1948, p. 26 sgg.; P. Allard, Storia critica delle persecuzioni, trad. it., IV-V. Firenze 1948, passim; R. Parfiani, Da Diocleazione alla rudenia dell'Impero romano, Roma 1941, pp. 44-46, 51-58. Agostino Amore
GALGAL, GALGALA (ebr. hag-Gilgál « il cerchio *). - Primo accampamento degli Israeliti dopo il passaggio dei Giordano (Jos. 4, 19) e base di operazione delle loro varie spedizioni per la conquista della terra di Canaan (Jos. 7, 10). Per i suoi ricordi - dimora dell'Arca, erczione del monumento delle 12 pietre asportate dal Giordano, circoncisione e celebrazione della Pasqua (Jos. 5, 2-12) - acquistò specialmente importanza nella storia d'Istaelo. Samuele ogni anno, nelle grandi adunanze, ne visitava il santuario (I Sam. 6, 16); Saul vi fu proclamato re e vi perse poi il regno e la discendenza (I Sam. 10, 8; 11, 15; 13, 5; 15, 12). David vi fu accolto festosamente dalla tribù di Oluda nel ritorno dalla fuga in Transgiordania (II Sam. 19, 16). Divenuto poi G. un centro d'idolatria, come il santuario di Bethel, fu riprovato nelle invettive dei profeti (Os. 4, 15; 9, 13; Am. 4, 4) e dopo l'esilio babilonese se ne perse il ricordo.
Il Hirbet el-Ejaleh ("rovine presso il terebinto") a 5 km . dal Giordano e a 4 km . ad est di Tell es-Suljün (antica Gerico) offre le migliori garanzie di rappresentare il G. israelitico, per quanto il nome di Birbet Gilgáligieh o di Tell Gilgál, sconosciuto dai beduini del lungo, sia ripetuto su indicazioni europee.
Sull'autorità di antichi testi (Fl. Giuseppe, Antio. Jud., V, 1, 4; Eusebio, Onom., 64, 22) e di pellegrini medievali fu ricercato G. nelle vicinanze di Gerico e più precisamente a Hirbet el-Muffir, a km a nord-est di 'Aju es-Suljün, dove la carta di Madaba sembra segnare la chiesa del Dodecaliton. Gli scavi iniziati nel 1935 misero in luce un santuario palazzo arabo del tempo degli Umajjadi (sec. viII) costruito, in parte, con elementi architettonici cristiani asportati, forse, dalla chiesa del Dodecaliton, da Hirbet el-Ejaleh, dove sono resti di costruzioni bizantine.
Altre località con il nome di G. sono: G. visitata dai profeti Eliseo e Elia (II Reg. 4, 28), oggi Gilgálijeh, 12 km a nord di Bethel; G. nella piana di Saron (Jos. 12, 23), Gilgálijieh e 3 km a nord di Rös el-'Ajn; G. (Deut. 11, 30), Gulegejl, 4 km a sud-est di Sichem.
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Bial.: K. Galline, Biblisches Reullexibue, Tubinga 1937. col. 197: F.-M. Abel, Geographie de la Palestine, II, Parigi 1938, p. 236: D. C. Baramhi, Guide to the Umeyyad palace at Khirbet al Mufyar, Gerusilienne 1947.
Donato Baldi
GALIANI, Celestino. - Monaco e abate del Celestini, n. a S. Giovanni Rotondo (Foggia) 18 ott. 1681, m. a Napoli il 26 luglio 1753. Eruditissimo, insegnò teologia morale e S. Scrittura nel Collegio celestino di S. Eusebio a Roma (1707-18), indi dogmatica e storia ecclesiastica alla Sapienza (1718-23); fu quindi nominato procuratore (1723-28) e poi abate generale (1728-31) dell'Ordine. In quest'anno fu promosso all'arcivescovato di Taranto, che l'anno seguente (1736) cambiò con la cappellania maggiore del Regno di Napoli, cui era annesso l'arcivescovato titolare di Tessalonica.
Il G. molto fu adoperato in negoziati di importunza; nel 1727 fu incaricato da Carlo VI di Austria di comporre con la S. Sede la questione della Legazione di Sicilia; nel 1737-41 negoziò e condusse a termine il Concordato tra la S. Sede e il re di Napoli, Carlo di Borbone, che lo aveva più nominato suo consigliere e cancelliere dell'Ordine di S. Carlo. Dal 1741 alla morte fu anche presidente del tribunale misto.
Come cappellano maggiore fu anche direttore e prefetto generale degli studi nel Regno; dal 1732 al 1736 compi un'importante riforma della Universita, fino allora quasi estranea ad ogni movimento di cultura. Nella sua relazione egli riconosce il diritto all'esistenza dell'insegnamento privato e afferma la necessità di una stretta cooperazione tra l'istruzione pubblica e la privata. Obbliga i professori universitari ad esporre la materia dell'insegnamento ufficiale e non altro : ai privati poi, che lo vogliano, dà facoltà di aprire scuole, previo esame dinanzi al cappellano maggiore.
Non pubblicò opere, tranne le tesi di scuola e le relazioni ufficiali. Va ricordato anche come zio ed educatore di Ferdinando G.
Bial.: G. Gentile, Studi vichioni, Messina 1914, passim: G. M. Monti - A. Fuso, Da Raffredo di Benevento a F. de Sanctis, Napoli 1926, passim: F. Nicolini, Mone. C. G. saggio biografico, srl 1931.
Celestino Tostaro
GALIANI, Ferdinando. - Scrittore ed economista, n. a Chieti il 2 dic. 1728, m. a Napoli il 30 ott. 1787. Segretario dell'Ambasciata napoletana a Parigi dal 1759 al 1769.
Tra le sue opere più notevoli sono Della moneia (Napoli 1750), Dialogues sur le commerce des bles (Londra 1770), De' doveri de' principi neutrali verso i principi guerreggianti e di guasti verso i neutrali (s. I. 1782); inoltre va ricordato il guscono Socrate inanagittario (Napoli 1775), scritto in collaborazione con Giambattista Lorenzi (del G. sono sicuramente l'idea, la trama e qualche scena) e musicato da Paisiello.
Spirito raffinato, affascinante uomo di mondo, il G. non è forte pensatore, ma ingegno acuto e sempre avido di cogliere il mondo in contraddizione, demolitore anche dagli stessi miti settecenteschi; è contrario ad ogni irrazionalità ma pure all'ottimismo razionalistico, ammette come la libertà e la necessità non si soffocano a vicenda, è convinto (nel delineare i doveri dei principi neutrali) che la forza non è un diritto, che la ragion di Stato ripugna alla "cultura" della ragione, che in politica vanno amati i principi della pura morale e del giusto; ma al tempo stesso restringe la politica alla possibilità di fare il maggior bene all'umanità con il minor sforzo e dichiara che le Nazioni sono perfette quando nascono dalla mescolanza di passione e ragione, di ordine e disordine.
Contrario alle palingenesi funerariche, nota con acuto realismo come nel commercio dei grani libertà e protezione vanno propugnate a seconda delle necessità dei diversi paesi. Spesso in G. i problemi finiscono per convivere simultaneamente e per confondersi senza essere risolti in un chiaro sistema. Grande amico di Diderot, il G. è irreligioso, sensista, ma non determinista.
Bial.: F. Nicolini, Il pensiero dell'abate G., Bari 1909; W. E. Biermann, Der abbd G. als Nationaldönnans Politiker und Pbilosoph, Lipsia 1912; G. Arias, P. G. et les physiatrates, in Revue des sciences politiques, 49 (1922), pp. 346-66; F. Nicolini, La signora d'Epinay e l'abate G., Bari 1927; J. Rossi, The Abbe G. in France, Nuova York 1930; E. Teolin, Considerazioni sul pensiero filosofico dell'abate G., in Atti Istituto senato Scienze Lettere e Arti, 90 (1930-31), p. 2 sgg.; M. Valania, L'abed G. et sa correspondance avec Mme d'Epinay, Milano 1932; L. Masinotti, L'abed F. G., sa philantropie et ses rapports avec la France, Napoli 1931; F. Nicolini, Gli ultimi anni della Signora d'Epinay, Bari 1933, passim; M. Ruben, F. G. der politische Geboenm des ansten reizume, Lipsia 1936; E. Gomroni, F. G., sin sarkamere. Nationaldönnans des XVIII. Tabrhundert, Zurigo 1938; B. Croce, Discorsi di vario filosofia, II, Bari 1942, pp. 232-40; L. Einaudi, G. economista, in Atti della Acciai. Nautiomde dei Lincei, 9. 346 (1949), 8a serie, Rendiconti. Classe di scienza morali, storiche e filologiche, 4 (1949, III-IV), pp. 121-26.
Mancino Petrocchi
GALILEA. - Nome storico con il quale è designata la porzione dell'altopiano palestinese a nord della pianura di Esdrelon. Il nome Galli ("cerchio", "distretto"), originariamente riservato al paese montuoso di Nephthali, fu gradualmente esteso ai paesi di Chabul ( I Reg. 9, 11), al distretto di Zabulon e a tutto il territorio vicino al lago di Censesareth (Is. 8, 23). Abitata in maggioranza da pagani, fu chiamata gélll hag-gójím a Galilea delle genti * (Is. 9, 1; I Mach. 5, 14; Mt. 4, 16).
Con l'invasione di Theglathphalasar III divenne provincia unira (II Reg. 19, 29). I pochi giudei che al ritorno dell'esilio si erano fissati in G. furono nel 150 trasferiti da Simone Maccabeo in Giudea (I Mach. 5, 14-23). Aristobulo I (104-105) costruisse gli abitanti passare al giudaismo (Fl. Giuseppe, Antiq. Iud., XIII, 11, 3) ed al tempo della regina Alessandra la G. era in maggioranza giudalca. Compresa nel Regno di Erode, fu alla sua morte sottoposta al terrarca Erode Antipa (v.). Politicamente divisa in alta e bassa G. dalla linea Tiberiade - Acri (Tolemaide), confinava a nord con il territorio di Tiro, a sud con la Samaria, ad ovest con la Fenicia e ad est con la frontiera del Regno di Agrippa (Fl. Giuseppe, Bell. Jud., III, 3, 1). Era cosi densamente popolata, che secondo le cifre - certamente esagerate di Fl. Giuseppe ciascun villaggio contava più di 15.000 ub. (Vita, XIII, 14, 32). I Galilei avevano un dialetto o pronuncia speciale ( M t .14,70 ; L c .22,39 ) e per il loro spirito assai liberale erano poco stimati dai giudei conservatori (Jo. 1, 46; 7, 52). La G. deve tutta la sua storia al Vangelo. A Nazareth (v.) di G. viere Gesù; dalla G. scelse i suoi Apostoli. Centra del suo ministero furono le sinagoghe, le colline e specialmente la riva settentrionale del lago con Cafarnao, Corozzin e Bethsaida.
Poco è conosciuto dello sviluppo del cristianesimo in G. (Atti. 9, 31). Dopo la catastrofe del 70, divenne un centro religioso giudalco, come mostrano le numerose sinagoghe scoperte in questo secolo, con le celebri scuole rabbiniche dalle quali si formà il Talmud di Palestinose.
Bial.: S. Klein, Beiträge zur Geschichte und Geographie Galilähe, Lipsia 1909; Id., Neue Beiträge..., Ivi 1923; H. Kahl e C. Weizinger, Antike Synagogen in Galiläa, Lipsia 1916; F.-M. Abel, Geographie de la Palestine, I, Parigi 1933, v. indice.
Donato Balda
GALILEA. - Nei monasteri medievali ebbe quasi costantemente nome di g. il vestibolo che poneva in comunicazione la chiesa con l'atrio esterno, con il chiostro e con il cimitero.
Lo si trova in forma assai semplice di piccola aula rettangolare nel monastero di S. Scalastica a Subisco; pressoché identici erano quelli dell'abbazia di Farfa e della cattedrale di Durham. Si amplia nei monasteri cluniacensi, dove, nella metà del sec. xir, si sviluppa con un granzurpo a tre ruvate, quasi una piccola chiesa (Chany, Charité-sur-Loire, Vezelay). Ne è inserto l'uso: è stato supposto che fosse una stazione processionale o che servisse per i penitenti; è più verosimile che fosse luogo
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di sepoltura per i laici ragguardevoli, e insieme luogo di attesa per i poveri.
BibL.: G. Giovannoni, I monasteri di Subiava, Roma 1004. p. 350 .
Mario Zocca
GALILEI, Alessandro. - Architetto, n. 2 Firenze il 25 luglio 1691, m. a Roma il 21 dic. 1736. Passò sette anni della giovinezza in Inghilterra, conquistandovi buona fama se, tornato a Firenze nel 1719, vi ebbe da Cosimo III e da Gian Gastone da Medici la carica di " primo architetto e soprintendente delle regie fabbriche"; ma non si conoscono sue opere di questo tempo.
Nel 1730, essendo stato eletto papa Clemente XII della famiglia fiorentina dei Corsini, il G. fu chiamato a Roma, dove nel 1732 iniziò la nuova facciata di S. Giovanni in Laterano, per la quale era stato bandito un concorso a cui avevano partecipato anche il Fuga ed il Venvitelli; l'opera grandiosa, compiuta nel 1735 , ricorda nell'uso palladiano dell'ordine unico gli esempi degli inglesi Jones e W